ESTETICA E SEMIOTICA
L’estetica (αιεστήθις) è una nuova disciplina fondata nel 1700, istituita come filosofia del bello e
dell’arte. E’ una disciplina che nasce nel momento in cui prende dinamica la soggettività, il parametro
poi cambia perché ci si accorge sempre di più della nostra percezione sensibile. Il bello è legato
completamente ai sensi e si esaurisce in essi.
La finalità del prodotto tecnico è la funzionalità, al di là che esso sia bello o meno, per l’arte è invece il
far suscitare emozioni in grado di farci immaginare, oltre che alla contemplazione.
A seguito della produzione industriale, di matrice non artigianale, emerge sempre di più la funzionalità,
e si comincia a parlare di decadimento estetico, il quale diventa una questione sociale non
indifferente. La questione del design comincia a farsi sentire soltanto nel corso dell’800.
BRUNO MUNARI (1907-1998)
Introduzione
Opere:
guarda conferenze ad Architettura Venezia (1992)
1. La Pirelli si era rivolta a lui per fare qualcosa con la gommapiuma, riesce a creare il
gatto ‘meo romeo’, con caratteristiche dell’animale esasperate, che diventa un gioco
per bambini. Per Munari i bambini sono un pubblico ideale, sanno quello che
vogliono, non hanno tanti preconcetti, se una cosa non piace loro, lo dicono subito
senza tanti complimenti. Uso attivo del giocattolo. Ha una ben precisa logica interna
unita alla tecnica. Per prima cosa, Munari ha dovuto vedere nella gommapiuma un gatto.
2. Munari ideò la copertina di Esenin, Pugacev, giocando sull’aspetto immagine-testo.
Si passa per la prima volta da iconografica a tipografica. Novità richiesta dall’oggetto.
3. La nuova Universale Einaudi: nata nel 1944 al fine di raccogliere il sapere umano e la
tradizione letteraria attraverso i grandi classici di ogni tempo. Nel 1964 subisce
un’autentica rivoluzione grafica grazie a Munari, il quale ne sostituisce la copertina
colorata con una sovracoperta bianca attraversata da cinque strisce rosse. Munari
aveva pensato a queste come a una sorta di binari la cui funzione era quella di
evidenziare il titolo, il curatore, il numero del volume e, infine, il nome e il logo della
casa editrice.
4. Macchine Inutili: composizioni fatte di fili, bacchette e foglietti che si trasformavano.
5. Scritture per bambini con Mondadori: storie per bambini che Munari stesso aveva
scritto, illustrato e confezionato in libri da lui concepiti come giochi interattivi.
6. Sveglie: chiamate Ora X
7. Concavo-Convesso: nuvole di rete metallica che, appesa al soffitto e illuminate dalla
luce, proiettano sulla parete ombre cangianti
8. Libri Illeggibili, forma di gioco.
9. Altro: scimmia zizi, proiezioni dirette, intere collezioni di diapositive, i polariscop, oggetti trovati,
pubblicità, le forchette parlanti, posacenere cubo, le sculture da viaggio (diventa forma di
design sperimentale), copertine per club degli editori, macchine aritmiche, collane riunite,
collane per bompiani, xenografie originali (definite originali per mostrare come fosse possibile,
con una comune macchine fotocopiatrice, produrre non fotocopie ma immagine fantastiche
libere, irripetibili), lampada falkland (calze trasformate in lampade), cornice ireland, più e meno
(giochi didattici per bambini), abitacolo, laboratori giocare con l’arte, prelibri (libri per i bambini
che ancora non sanno leggere).
La figura di Munari:
Da tutto ciò, viene fuori una figura pirotecnica, molto difficile quindi capire se se tra tutte le opere c’è
un filo unitario o semplicemente viene fuori da un persona che amava il gioco per il gioco.
Sicuramente possiamo dividere la sua vita in tre grandi fasi:
1. Munari Artista : a 19 anni debutta nel secondo futurismo
2. Munari Designer : non solo a livello teorico ma anche pratico, nel settore pubblicitario,
editoriale, industriale.
3. Munari Pedagogo : si impegna ad affrontare i problemi di una didattica in grado di promuovere
un apprendimento creativo, realizza molti laboratori.
A) Una delle ipotesi è che Munari lo dobbiamo prendere come un bambino, niente può essere
preso sul serio, si tratta semplicemente del gioco di un bambino curioso, animato dalla voglia e
dal piacere di sperimentare e conoscere tutto ciò che gli poteva capitare tra le mani, per poi
abbandonarlo non appena lo aveva esaurito. Munari quindi come eterno bambino. Questa
ipotesi fu sdoganata da Munari stesso perché lui dice “conservare lo spirito dentro l’infanzia
dentro di se per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere, piacere di capire, la
voglia di comunicare.
B) Un’altra ipotesi (forse più consona) è quella di vedere l’universo di Munari come una
costellazione: le costellazioni, insieme di stelle, esistono ma sono facile da essere individuate;
inoltre tutte le stelle hanno un ruolo paritario, non hanno gerarchia, nulla di quello che ha
prodotto Munari può essere definito completamente. Tutto si tiene senza che niente prevalga
sull’altro. Per capire Munari dobbiamo tener conto di tutte le sue fasi considerandolo come
un’unità mobile, che nasce dalla vita stessa quale realtà in continua trasformazione, costellata
di forme che non sono mai a riposo ma sempre in fieri.
Movimento di Arte concreta= Munari diventa realizzatore di arte cinetica e programmata, e produttore
di multipli (opera fatta fin dall’inizio per vivere come multiplo, fisicamente non c’è un originale, tutti
sono uguali, come la fotografia analogica, vive delle sue stesse copie).
La legge della vita: regola e caos.
In natura esiste lo stesso processo per le stesse cose ma essa non creerà mai cose uguali. Se le
regole non fossero capaci di integrarsi agli elementi casuali che possono intervenire nel corso del
processo formativo da esse dettato, non avremmo né foglie, né stelle di neve, né cristalli di zolfo,
avremmo la morte e non la vita. La capacità della regola di contemplare il caso e di integrarlo a sé è
ciò che le permette di essere regola di vita; tale capacità non compromette la sua esattezza e
precisione, ma ne è la garanzia e la conferma. In questa interazione di regola e caso, la natura rivela
l’intelligenza che le è propria e che fa tutt’uno con la sua produttività creativa, appartiene alla natura e
all’uomo che ne fa parte. Perché un uomo privo di creatività non è propriamente intelligente, avrà
sempre difficoltà di adattamento nelle inevitabili mutazioni di vita. L’uomo instaura un rapporto
dinamico con l’ambiente che lo circonda, se il pensiero umano avesse solo il carattere contemplativo e
non attivo, l’uomo non potrebbe adattarsi al mondo. L’intelligenza è vera quando non è solo astratta
ma anche concreta.
La creatività per Munari è progettazione di tutto ciò che forma l’ambiente dove oggi l’uomo vive e che
serve a lui per migliorare la qualità della vita; si deducono tre caratteristiche sempre rivolte a un
risultato pratico, concretamente realizzabile, solo quando non prescinde mai né dalla realtà né dalla
logica, e ha sempre bisogno della tecnica e della conoscenza. Ad esempio: il gatto meo romeo è
progettato per realizzare un gioco in cui il bambino è parte attiva, per rispondere a questa finalità
esterna, deve avere un ben precisa logica interna; ecco perché realizzarlo in gommapiuma, materiale
elastico che ne consente la manipolazione nel momento stesso in cui permette di esaltare le proprietà
che conoscono appartenere ad un gatto. Ogni cosa deve contemplare anche una ricerca del materiale
adatto e dello studio di esso.
La fantasia, a differenza della creatività, non ha bisogno né di logica né di tecnica ed è campo dell’arte
(mentre la creatività è facoltà del design). Artista e designer sono due figure distinte ma non separate.
L’errore di molti designer, secondo lui, è di scambiare fantasia e creatività.
L’impossibile allora può diventare possibile, esempio dell’idea fantastica di un vetro elastico: il
pensiero fantastico si può trasformare in creatività.
Creatività: integrazione di gioco e tecnica, fantasia e logica, gratuità e funzionalità, libertà e necessità,
cioè fantasia esatta, fare dell’arte e della vita una realtà unica.
Esempio del vaso greco: una cosa è bella nella misura in cui la forma si allega con la sua funzione
(concezione greca). Questo vaso è stato progettato dai designer dell’epoca i quali non sognavano la
celebrazione nel museo ma volevano che le proprie opere fossero utilizzate. Quindi la figura del
designer, nata sotto il segno di una tale unità con la vita da far coincidere la bellezza dei prodotti con il
valore d’uso, è destinata a ritrovare questa perduta unità, solo una simile unità assicura vita all’arte, e
il designer fa questo. Il designer è quindi colui che ristabilisce oggi il contatto tra arte e pubblico e
deve avere la mente elastica, solo grazie all’esercizio della fantasia. Design sperimentale.
Munari riprende la concezione che la bellezza è legata all’utilità.
Dall’unità di arte e tecnica alla loro separazione
IL BELLO NELL’ANTICA GRECIA
Il bello come armonia: to kalon (il bello) + harmonia (ciò che è ben congiunto), manifesta l’ordine
dell’universo, ciò che fa del mondo un kosmos, cioè un tutto ordinato e armonico. La natura, in virtù
della struttura armonica che la pervade, è costitutivamente bella.
Il bello come luce e splendore: Capace di manifestare l’ordine armonico della natura, il bello è anche
identificato con la luce e lo splendore, poiché nel bello viene alla luce l’ordine del mondo. Il bello ci
permette di conoscere, al di là dei sensi, la trama intelligibile del mondo, cioè di cogliere a livello
intellettuale i principi che sottendono l’ordine cosmico, e quindi, la sua bellezza. C’è un legame tra
bellezza e verità.
Una cosa è bella quando realizza la sua virtù, cioè si conforma all’ordine armonico della natura. Il
legame tra bello e virtù, nella Grecia classica trovava la propria espressione nel principio del καλος και
αγαθος (kalokaigatia) ed è indicante la condizione di ciò che si sa dimostrare conforme alla sua virtù.
Questo principio vale per qualunque cosa, naturale o artificiale che sia. Un oggetto è infatti bello
quando risulta adeguato alla sua virtù, cioè a realizzare il fine preposto.
Per Socrate c’era la necessità di stabilire cosa fosse la bellezza che si accompagnava alla
contestazione sul fatto che esistevano molte cose belle e non uguali tra loro: un bel dardo non è
uguale ad un bello scudo, così come il bel corpo di un lottatore non è uguale al bel corpo di un
corridore; inoltre queste stesse cose possono essere ora belle, ora brutte, ad esempio, il bel corpo di
un lottatore può risultare brutto quando corre, apparendo goffo e pesante. Ciò però non significa che
non si possa trovare la regola del bello.
L’ARTE NELL’ANTICA GRECIA
La differenza tra noi e gli antichi sta che per noi un cucchiaino d’oro è più bello di uno di legno anche
se meno adatto a girare la minestra, noi distinguiamo la dimensione estetica di un oggetto da quella
funzionale. Per i Greci, l’essere fatto di legno, assicurando al cucchiaio di realizzare al meglio la sua
funzione, rendeva questo strumento più conforme e più adatto al suo scopo, e quindi, più bello di un
cucchiaio d’oro (i Greci non distinguono tra funzionalità ed esteticità di un oggetto).
Inoltre, se in ambito moderno si suole distinguere l’arte dalla tecnica, tale distinzione non sussiste per i
Greci, per i quale l’arte è essenzialmente τεκνή, tecnica.
Τεκνή, derivato dal verbo τεκταινεσθαι che significa costruire; la stessa attitudine combinatoria la
ritroviamo nella radice indoeuropea ar- “adattare reciprocamente”, da cui deriva il termine latino ars,
che traduce τεκνή. Non opera a caso, secondo regole, che si devono conoscere ed applicare.
La tecnica è qualsiasi attività che ha a che fare con la mano, legata alla trasformazione e che implica
l’uso delle mani, grazie uso regole, da conoscerle e applicarli, attraverso esercitazione. Artigiani,
architetti ecc sono tutti insieme nelle arti meccaniche (servili).
Ciò che innalza la parola al rango di poesia deriva da un principio divino e non solo dal possesso di
una tecnica. Le arti divine sono un dono e, come tali, sono mosse da ενθυσιασμος (entusiasmo)
termine (composto da εν e θέος) che significa “essere nel Dio” e indica uno stato di esaltazione dovuta
all’ispirazione divina.
In qualità di arti divinamente ispirate, poesia, musica e danza non sono attività separate tra loro, il
poeta, il musicista e il danzatore nascono nel segno di un’unica persona: il μυσικος (musico), che è
propriamente l’aedo omerico, colui che, ispirato dalle Muse, canta e mima le gesta degli eroi
accompagnandosi dal suono della sua lira. Costui canta le opere e le azioni umane che, accadute per
volere degli Dei, sono degne di essere ricordate e di inserirsi nell’esperienza dell’umanità. Capace, al
pari storico, di consegnare eterna memoria ciò che altrimenti sarebbe soggetto alla morsa fatale del
tempo, è assimilato da Omero e Esiodo anche al veggente. Il mousikos ha il compito di ricondurre
quanto avviene nel mondo, soprattutto ciò che sembra incomprensibile all’equilibrio superiore della
legge, che a tutto presiede: quella luminosa e celeste di Zeus. Per i Greci l’arte è imitazione.
Sul piano tecnico l’imitazione di un preciso sistema di regole, determinata armonia, principi
proporzionali del mondo basati sulla sezione aureo.
La poesia è l’arte capace di vincere il tempo e di attualizzare il passato e il futuro in un’eterna
presenzialità; riconducendo l’apparente dimensione conflittuale dell’esistenza all’ordine divino del
cosmo, ha la funzione di
1. rivelare tale ordine
2. subordinare ad esso il comportamento dell’uomo, divinamente ispirata, la poesia ha potere
psicacogogico (πσυχη e αγω) “agire sull’anima”, accordandola alla legge di Zeus, che governa
non solo la natura ma anche i rapporti sociali tra i singoli individui.
La funzione della poesia è quindi quella politica, solcial-religiosa.
Arte come mimesis
Il nostro concetto di creazione, inteso come fare liberamente creativo, è ignoto agli antichi greci, l’arte,
sia come mousike, sia come techne, è essenzialmente mimesis, imitazione.
Mousikè è la sua origine divina a escludere che essa si costituisca come un fare autonomo privo
di premesse.
Technè (architettura, scultura, pittura) è la loro dimensione tecnica a imporre il principio della
mimesis.
Mimesis in ambito tecnico: agire conformemente a un canone, cioè a un sistema di regole.
L’architetto, lo scultore e il pittore non fanno altro che applicare un canone, che prescrive determinate
misure e rapporti da seguire nella produzione degli edifici o nell’elaborazione plastico-figurativa delle
figure.
La prima formula di tale sistema di regole è il canone di Policleto (scultore V sec a.C.), un codice
normativo che stabilisce un preciso rapporto matematico tra le parti e il tutto (=proporzione) finalizzato
alla corretta rappresentazione della figura umana.
Proporzione per i greci è sinonimo di simmetria:
• è una serie di rapporti ordinati secondo la legge dell’equivalenza (A:B=C:D)
• identificato con la proporzione aurea quale rapporto perfetto di congruenza tra le parti e il tutto
nella figura umana (in natura: via lattea, galassia a spirale // uragano linda)
• tale sistema proporzionale viene posto anche alla base delle costruzioni architettoniche; è
caratteristico nella cultura greco-classica pensare che il sistema numerico alla base della
proporzione della figura umana rifletta l’intimo ordine del mondo (uomo come microcosmo).
La mimesis, intesa come adesione ad un canone, assume così il significato di imitazione della natura
non solo come semplice copia, ma anche come rispecchiamento dell’ordine divino insito nel cosmo; la
sfera della tekne si affianca a quella della mousike: un dipinto, una scultura o un’architettura diventano
opere d’arte nel momento in cui assolvono alla funzione religiosa, conoscitiva, etico-morale e politico-
sociale che è richiesta dal loro essere mimesis della legge divina che presiede il mondo, ed è
nell’assolvere questa funzione che esse, al pari della mousikè, sono belle.
Quindi..
l’idea della bellezza funzionale comporta:
a) la non separabilità di arte e tecnica
b) la percezione estetica dell’oggetto tramite parametri di armonia e proporzione
c) il vincolo alla materia e ai materiali
La non separabilità tra arte e tecnica e l’idea di bellezza funzionale connessa a tale inseparabilità, si
iscrive in una cornice operativa che non conosce creatività.
L’ARTE NEL MEDIOEVO
Nel Medioevo, l’ambito culturale è costantemente permeato dalla religione cristiana, che introduce per
la prima volta il concetto di Creazione. Non ordina una materia preesistente in base a un sistema
idea
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