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Walter Benjamin e "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica" 1935-1936

Benjamin si interroga su quali sono le trasformazioni nell'arte, del nostro rapporto con essa, della percezione, tra arte estetica e politica, nel momento in cui divengono potenti e si diffondono linguaggi artistici connotati dal principio della riproducibilità tecnica (come la fotografia). Con questo passaggio si innescano delle trasformazioni che non hanno portata e conseguenze solo nella nostra esperienza estetica, ma coinvolgono il rapporto con la politica, la vita quotidiana e così via. Benjamin quando scrive questo saggio, ha già alle spalle opere significative. Benjamin è un maestro della modernità perché analizza cosa è la modernità, ne vede i rischi, le catastrofi e le chance.

La figura di Walter Benjamin

Walter Benjamin è un filosofo di origine ebraica ed uno dei pensatori del ‘900. Autore decisivo per la Teoria Critica della Modernità, ha importanti rapporti con i rappresentati della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkeimer). Con Gershom Scholem, studioso di mistica ebraica, segue i corsi del filosofo neo-kantiano Hermann Cohen a Berlino. Benjamin scrisse molte opere riguardanti la lingua tra il 1913 e il 1921. Altri scritti sono sulla filosofia e sul romanticismo tedesco. Benjamin tenta di diventare professore presso l’università di Francoforte e nel frattempo progetta una rivista "Angelus Novus", che non sarà mai realizzata. Il nome della rivista deriva da un acquerello di Paul Klee.

La critica di Benjamin

Nel saggio su "Le affinità elettive" del 1924 di Goethe, Benjamin sviluppa una teoria critica riguardo al rapporto tra apparenza e verità nell’opera d’arte. L’importante è che l’opera d’arte parla per sé stessa, non è l’espressione del vissuto, infatti i bravi pittori sanno creare anche altri mondi. In più c’è un discorso sulla bellezza, che viene definita da Benjamin come il velo necessario del manifestarsi delle cose a noi, è un velo che non si può togliere, poiché se lo si facesse non ci sarebbe più bellezza, ma si andrebbe nell’ambito del bene.

Il dramma barocco

Nell’"Origine del dramma barocco tedesco" del 1925 (pubblicato nel 1928), Benjamin dice che una cosa è il tragico classico e una cosa è il dramma moderno. Interpretare i drammi moderni in chiave di tragedia, per lui è un errore, perché qui non abbiamo più il ripetersi di un confronto tra l’ordine divino e l’ordine umano, ma i drammi moderni sono solo la secolarizzazione dei misteri medievali gravitati attorno alla passione e alla resurrezione di Cristo. Benjamin utilizza questa precisazione come un modo per capire le origini della soggettività moderna.

La differenza tra il singolo e l’allegoria sta nel fatto che il primo è un significare intuitivo e istantaneo, e l’allegoria è un insieme di figure che hanno bisogno di essere decifrate (attraverso rebus). Benjamin vede nel dominio del simbolico l’estetica barocca per eccellenza. Con il barocco, e con i suoi drammi incompiuti, si ha una sorta di critica in anticipo di quello che saranno poi le estetiche neoclassiche. Lo spirito dell’arte barocca che diviene lo spirito dell’arte contemporanea a noi è il frammento, l’idea della rovina. La rovina è solitamente una fusione di ciò che è storia e di ciò che è natura. Questa opera venne respinta dall’Università di Francoforte.

La svolta politica di Benjamin

Benjamin nel 1924, mentre scrive il dramma barocco, si trova a Capri in vacanza, incontra Asia Lacis, una regista lettone di cui si innamora. Questo provoca una svolta politica nel senso del materialismo storico.

Tra il 1929 e la fine dei suoi anni (1940) affida la sua esistenza ad un progetto: un’opera "L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica", che si affiancava all’"Origine del dramma barocco tedesco", ma dedicata alle origini stesse della modernità, con oggetto d’analisi un’epoca, la Parigi del secondo impero della seconda metà dell’Ottocento. In questa Parigi della Restaurazione cogliamo tutti i tratti del presente. Quest’opera aveva un cuore, i ‘passage’, delle gallerie che attraversano degli isolati, e che sono costellate da negozi, caffè, prostitute, bighelloni, passeggianti ecc. In questo fenomeno dei passage si capiscono le trasformazioni fondamentali della modernità. In questo libro complesso devono essere i materiali del tempo a parlare (moda, pubblicità, nuove figure sociali ecc.).

Pubblicazioni e difficoltà

Questo saggio esce nella versione francese nel 1935/36, l’unica pubblicata mentre Benjamin era in vita. La versione tedesca dattiloscritta scompare e spunterà solo nella seconda metà degli anni ottanta, nell’archivio dell’università di Francoforte. In questo periodo Benjamin si trova in estrema precarietà poiché in esilio, e l’unica fonte di sostentamento è una rivista con la quale collabora: "La rivista per la ricerca sociale".

Sul concetto di storia

Nel 1939/40 scrive la prima ‘Tesi sul concetto di storia’ dedicata ad un’immagine: un automa, un fantoccio in veste di turco scacchista, che era stato costruito nella metà del Settecento dal barone von Kempelen. La storia assomiglia ad una scacchiera e c’è il turco scacchista che vince sempre ogni partita. Ma è un’illusione credere che il turco scacchista sia autonomo, c’è un gioco di specchi che copre il fatto che sotto la scacchiera c’è un gobbo. Il gobbo raffigura la teologia senza la quale il materialismo storico non può vincere la partita intorno alla storia. La teologia, piccola e brutta, è introdotta da Benjamin perché essa porta con sé la questione della rammemorazione. Tutte le tesi sul concetto di storia sono proiettate a redimere il passato, a rispondere all’esigenza di giustizia che sale dai vinti.

L’‘angelus novus’ dell’acquarello di Klee è come la storia, una figura rivolta all’indietro, l’angelo vede che la storia è nient’altro che un cumulo di macerie e un’interrotta catastrofe. Tutte le ‘tesi sul concetto di storia’ sono percorse dall’idea di non affidare le speranze della lotta al fascismo e al nazismo semplicemente considerandoli come parentesi, ma come il precipitato di forze che sono state sempre presenti nella tradizione e l’idea di non affidarsi a leggi meccaniche e all’idea di progresso ineluttabile ma cercare di tirare il freno a mano della locomotiva della storia.

"L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica"

Bisogna considerare la singolarità di questo saggio, perché oltre che essere un saggio sul destino dell’arte in virtù dell’impatto con il principio della riproducibilità tecnica, è anche un saggio “work in progress” perché nessuna delle versioni è quella definitiva. Ma questo, come Benjamin nelle parti dell’ult...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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