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Storia medievale (corso monografico)

Prof. Lucioni Alfredo

aa. 2018/19

Testo di riferimento: S. Weinfurter, Carlo Magno. Il barbaro santo, Il Mulino, Bologna, 2015

Costruzioni politiche e sociali dell’Occidente europeo tra l’VIII e il IX secolo

Da molto ci si interroga sull’identità europea: da punto di vista geografico è possibile affer-

mare che l’EU non ha una sua identità. È nel Medioevo che il termine “Europa” inizia a essere

usato come termine geografico: nei documenti coincide spesso con il mondo carolingio e con

la cristianità occidentale. L’Europa è quindi un’entità storico-politica, civile e la sua origine

è dunque identificabile storicamente. Anche il diritto è una creazione del mondo europeo e

alcuni propongono che sia proprio il suo punto di origine.

Paolo VI definisce San Benedetto come “il fondatore dell’Europa”: gli storici non ritengono

quest’opinione molto fondata e preferiscono identificare la figura unificatrice in Carlo Ma-

gno. A lui è intitolato un premio a persone che hanno contribuito a una particolare coesione

tra i popoli europei, premio consegnato ancora oggi ogni anno ad Aquisgrana.

Si può quindi dire che Carlo Magno sia uno dei padri dell’Europa? Proprio in questo modo

veniva indicato in un documento anonimo dell’Alto Medioevo: un poemetto lo definisce “pa-

ter Europae”.

È vero d’altronde che il regno di Carlo comprese molti dei territori dell’Europa, con l’esclu-

sione della Spagna (in mano ai mori) e dell’Italia Meridionale (i ducati di Benevento e Spo-

leto).

Napoleone stesso ha detto: Je suis Carlemagne, volendosi identificare come unificatore e li-

beratore dell’Europa.

È comunque indubbio che abbia lasciato un segno indelebile nella storia: Carlo è stato spesso

adottato come esempio di re e questa fama lo investì sin da subito. A tal proposito, sappiamo

che Ottone III volle ritrovare il luogo esatto della sua tomba → attorno alla sua figura si

svilupparono sin da subito un’idea di santità e immortalità. Gli Ottoni, d’altronde, sono coloro

che, dopo Carlo, vogliono rilanciare e rifondare l’impero: nell’età di Federico I viene addirit-

tura canonizzato.

È anche in questo periodo che si incominciano ad avvertire le prime discrepanze con la Chiesa

di Occidente, con cui la grande e vera frattura avviene poi nel 1204 nel mezzo della Quarta

Crociata.

Secondo Weinfurter l’obbiettivo di Carlo Magno era quello dell’univocità, uniformità, uni-

ficazione. Perseguiva anche l’obbiettivo della disambiguazione, ossia l’eliminazione delle

ambiguità, arrivare a una chiarezza: questo avveniva per raggiungere la verità, voleva istau-

rare una società della verità.

I franchi, popolo di Carlo, erano un insieme di popolazioni che si unificano sotto questo

nome: le due maggiori tribù erano i franchi salii (che si stanziano sulle rive del Reno e che

poi prevarranno) e i franchi ripuari. A un certo punto si organizzano, sotto Clodoveo, per

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conquistare i territori circostanti: partendo dal dominio di Siagrio (Battaglia di Soissons),

assoggettano anche il regno dei Visigoti (Battaglia di Vouillé, 507) e quello dei Burgundi.

Questi territori verranno chiamati Austrasia (i vecchi territori franchi) e Neustria (il nuovo

territorio). Clodoveo quindi assume una grande rilevanza all’interno del suo popolo, riu-

scendo anche a stringere rapporti con l’impero d’Oriente accettando il titolo di console d’Oc-

cidente. Sul finire del V secolo Clodoveo si fa anche battezzare direttamente all’interno del

cristianesimo cattolico e non ariano, favorendo il contatto con il mondo gallo-romano. I ro-

mani sono attirati dalle capacità militari dei franchi e i franchi, viceversa, erano interessati

alle cariche dei vertici della società gallo-romana, soprattutto a quelle autorità ecclesiastiche

come i vescovi e gli abati.

Alla morte di Clodoveo, che si fa seppellire a Parigi in Saint-Denis con culto cattolico (e non

a Tournai come i suoi antenati) il suo patrimonio e il suo regno vengono divisi tra i suoi quat-

tro figli: i territori che vanno ad amministrare sono l’Austrasia, la Neustria, l’Aquitania e la

Borgogna (o Burgundia). I franchi, infatti, consideravano il loro dominio come patrimonio

personale del re, per cui alla morte era naturale dividerlo tra gli eredi. Questa è forse un po’

la debolezza dei franchi: con Clodoveo l’impero aveva acquisito una certa forza e quando

viene diviso in parte si sfalda.

Germana Gandino, docente dell’Università del Piemonte Orientale, nel libro La memoria

come legittimazione nell’età di Carlo Magno, dice che i franchi si inseriscono in un vuoto

lasciato da Teodorico, re degli Ostrogoti giunto in Italia perché inviato dai Bizantini quando

Odoacre sta assommando in sé troppo potere in Occidente. Il suo compito era quello di ga-

rantire una certa unità nella molteplicità dei popoli presenti in territorio occidentale e diven-

tarne portavoce. Quando poi gli ostrogoti, alla morte di Teodorico, vengono sconfitti dai Bi-

zantini con Giustiniano, il ruolo che aveva assunto Teodorico viene inglobato dai franchi.

Possiamo individuare due fasi espansionistiche nel regno franco:

1. quella attuata da Clodoveo;

2. quella attuata dai Pipinidi.

Clodoveo riesce anche a sconfiggere e tenere ai confini i Turingi e gli Alamanni, che si tro-

vavano nella zona dell’odierna Svizzera.

Nel VII secolo Clotario II e Dagoberto riescono a unificare nuovamente il territorio dei

franchi. È proprio in questo periodo che emergono i maestri di palazzo, funzionari di corte

detti anche maggiordomi. Sono grandi proprietari fondiari che affiancano i re, in questo mo-

mento della dinastia merovingia. Di fatto sono coloro che detengono veramente il potere e

indirizzano la politica, successivamente riuscendo a rendere la carica ereditaria.

In particolare, emergono in questo periodo i maggiordomi il regno di Austrasia. L’artefice

delle fortune di questa famiglia di maggiordomi è Pipino il Vecchio: la fortuna è data dal

fatto che Pipino il Vecchio si allea con il vescovo di Metz, Arnolfo. Quest’ultimo aveva due

figli, uno dei quali diventa anch’egli vescovo di Metz mentre l’altro sposa Begga, figlia di

Pipino il Vecchio.

Dal loro matrimonio nasce Pipino di Heristal, padre di Carlo Martello, il cui nome vorrebbe

significare “piccolo Marte”. Egli distribuisce in beneficio le terre quando qualcuno gli pro-

mette fedeltà e servizio militare e sconfigge vicino a Poitiers gli arabi, il che gli dona grande

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successo a Occidente. In questo periodo tenta anche lui di farsi re: c’era l’idea, all’interno del

regno franco, che i re non potevano non essere discendenti della dinastia merovingia, anche

per un problema di sacralità di questa figura. Per questo motivo, il tentativo di Carlo Martello

viene bloccato dagli altri maggiordomi e personaggi influenti all’interno del regno.

Carlo Martello avrà molti figli, tra cui spiccano Carlomanno e Pipino il Breve. Quest’ultimo

viene mandato dai Longobardi presso Liutprando, che lo adotta facendolo diventare parte di

una famiglia ufficialmente regia. Carlo Martello muore nel 741 e come per tradizione la sua

sfera di influenza viene divisa tra i due figli già citati: Carlomanno a un certo punto però,

abbandona l’incarico divenendo monaco. Pipino il Breve resta quindi l’unico governante e

nel 751 depone l’ultimo re della dinastia merovingia (Childerico III), a cui peraltro taglia

la chioma perché questa simboleggiava il potere, dando inizio alla dinastia dei Pipinidi e poi

carolingia. Il suo è di fatto un colpo di stato, poiché viene deposto un re che legittimamente

deteneva il potere.

Gli Annales regni francorum sono degli annali in cui viene fatta una cronaca annuale di ciò

che accade nel regno franco redatta nel periodo di Carlo Magno. Esistono varie redazioni,

ma tutte iniziano con un momento cardine della storia della dinastia dei Pipinidi. Si trattava

di una fase di dissidio molto forte tra il papa e i Bizantini, poiché a Oriente era stata lanciata

una battaglia contro le immagini, l’iconoclastia. I papi a Occidente temevano inoltre l’in-

gresso dei Longobardi a Roma e cercano degli alleati proprio nei Franchi: per questo motivo

papa Zaccaria quando viene interrogato sulla questione dei re di Francia risponde che è legit-

timo che sia detto re colui che esercita un effettivo potere.

Alberto Ricciardi ha pubblicato un articolo nel quale afferma che nel periodo altomedievale

il titolo del re (il suo nomen) doveva coincidere con la sua potenza (la potestas). In questo

momento però, come si è visto, non coincidevano e quindi si aveva un turbamento del giusto

ordine delle cose.

Per questo motivo la risposta del papa, supremo custode dell’ordine voluto da Dio, è un ordine

→ Pipino viene proclamato re tramite l’unzione da parte di Bonifacio, un arcivescovo

occupato nell’evangelizzazione dei franchi morto martire. Questo sarebbe accaduto nel 751 e

nel 753 papa Stefano ripete l’unzione regia, non soltanto a Pipino ma anche ai suoi figli,

Carlo e Carlomanno, insigniti anche del titolo di “patricium romanorum”, titolo precedente-

mente destinato anche all’esarca di Ravenna. Il papa li rende dunque protettori della Chiesa

di Roma → il papato ha bisogno dei franchi per essere difeso dai longobardi e i franchi

hanno bisogno del papato affinché legittimi il loro potere. Viene unta anche la moglie di

Pipino, madre di Carlo Magno, a testimoniare che l’unzione inglobava l’intera famiglia.

Questo cambio di dinastia si può ricostruire tramite le fonti, che vanno però interpretate e

contestualizzate. Questi testi arrivano infatti tutti dall’ambiente carolingio e a tal proposito

qualcuno tende a mettere in dubbio l’avvicinamento di papa Zaccaria e la prima unzione di

Bonifacio.

Carlo Magno ha voluto lasciare una certa memoria di questo passaggio, che era appunto stato

un vero e proprio “colpo di stato” → ha raccolto, nel Codex Carolinus, una serie di lettere

che i papi di questo periodo avevano inviato a corte. 3

Noi possediamo solo questa visione dei fatti: prima del 1198 infatti, esistono solo tre registri

di lettere papali, quelle di Gregorio Magno, di un altro papa e quello di Gregorio VII, l’unico

originale.

La stessa Germana Gandino, studiosa di questo periodo, sostiene che siano stati i carolingi ad

aver selezionato ciò che doveva giungere ai posteri e ciò che doveva essere dimenticato, par-

lando di “memoria selettiva e oblio mirato”.

Altro testo storico del periodo, scritti per volontà di Carlo Magno, sono gli Annales regni

francorum, che all’altezza dell’anno 749 riporta questa versione, come pure la “Clausola per

l’unzione di Pipino” appartenente alla Monumenta Germaniae Historica.

Nella Vita Karoli di Eginardo viene attuata una denigrazione dei Merovingi e i franchi sem-

brano scomparire dall’elezione di Pipino il Breve a re dei Franchi, in cui appare solo il pon-

tefice romano.

Alla Legge salica, al tempo di Pipino, viene aggiunto un prologo in cui c’è una contrapposi-

zione tra i franchi, popolo rimasto immune dall’eresia e i romani. I romani bizantini in questo

periodo erano infatti impegnati nella lotta iconoclasta e i franchi sottolineano questo fatto per

definire loro come eretici e se stessi come pienamente cattolici.

Ci sono tre/quattro testi scritti in questo periodo e ispirati dai Pipinidi che insistono sull’ori-

gine troiana dei franchi: c’è una parte del mondo franco che alimenta questo filone per ri-

marcare l’alterità con i romani, perché i Pipinidi necessitano, oltre all’appoggio del papato,

anche di quello dell’aristocrazia del proprio popolo.

Naturalmente, questa è un’operazione culturale, ma allo stesso tempo c’è la volontà di valo-

rizzare le tradizioni della cultura franco-barbarica nei confronti della romanitas.

Franchi e Longobardi

I franchi sentivano molto forte l’appartenenza alle radici barbare: il papato, nell’età di Liut-

prando chiede a Carlo Martello di intervenire contro i Longobardi, ma Carlo Martello rifiuta

perché si sente appartenere a quei popoli barbari ai quali appartenevano anche gli stessi lon-

gobardi.

Pipino il Breve cerca anche di convincere Astolfo, re dei Longobardi, a non assediare l’Italia,

lo sconfigge e imprigiona a Pavia, obbligandolo a restituire i territori conquistati al papato.

Questo però, una volta che Pipino torna nelle Gallie, ignora la sua richiesta mantenendo i suoi

territori.

Astolfo poi assedia Roma e di nuovo un’ambasceria pontificia chiede l’intervento dei Pipi-

nidi. Stefano II scrive “a nome di Pietro”, descrivendo una situazione terrificante nella quale

i longobardi profanano il territorio di Roma. Di nuovo Pipino decide di entrare in Italia e

sconfigge Astolfo, ma non lo annienta del tutto perché questa non era la sua intenzione.

Secondo alcune fonti, a un certo punto, la madre di Carlo e Carlomanno avrebbe accordato a

far sposare i figli con le figlie di re Desiderio, nuovo re dei longobardi (esiste una fonte che

dice che gli stessi franchi erano riusciti a intervenire nella sua nomina): Carlo Magno in effetti

poi sposerà una delle figlie di Desiderio, della quale però non si conosce il nome. 4

Nel 773 entrano di nuovo in gioco i Franchi: in questo momento Carlo Magno ha la volontà

di porre termine al regno dei longobardi, per cui ripudia la moglie, entra in Italia e si sostitui-

sce ai longobardi facendosi nominare “rex langobardorum”.

Pipino il Breve, deponendo Childerico III, elimina la carica di maggiordomo di palazzo e nel

768, alla sua morte, il regno viene diviso tra i suoi figli:

- a Carlo rimane la parte settentrionale (Austrasia e Neustria);

- a Carlomanno quella meridionale.

Nel 771 muore Carlomanno e Carlo si impossessa anche della sua parte di regno, che sa-

rebbe spettato ai figli: questi saranno costretti infatti a ritirarsi presso il re longobardo.

 La sostituzione dei Pipinidi ai Merovingi è una questione molto più complessa di

quanto ci consegni in realtà la storiografia carolingia.

L’aggettivo “santo”

Weinfurter dedica un capitolo alla “santità” di Carlo Magno: Ottone III, si dice, fa aprire la

tomba di Carlo. Federico I (il Barbarossa) restituisce dignità all’impero, grazie alla posizione

che può mediare tra le due famiglie che si contendevano la corona del Regno di Germania:

nel 1157 per la prima volta, la cancelleria tedesca, utilizza il termine “sacrum imperium”.

Napoleone si riconobbe nel precedente di Carlo Magno: la cerimonia della sua incoronazione

viene modellata su quella di incoronazione di Carlo Magno.

Attorno al suo personaggio, quindi, come a tutti i grandi personaggi si crea un’aura di mito e

sacralità.

Nella Cattedrale di Aquisgrana si trova un reliquiario forse prodotto già nell’epoca di Federico

I: nel Natale del 1165, infatti, quest’ultimo fa canonizzare Carlo Magno da Pasquale III, per

noi antipapa. Nei documenti, infatti, viene scritto che “venne innalzato ed esaltato sull’altare

il suo corpo”. È addirittura considerato martire perché combatté diversi popoli barbari per

evangelizzarli. Non si dimentichino neanche i rapporti stretti che ebbe con i monasteri.

Il momento era un momento di scontro con il papato perché la Chiesa da qualche tempo era

divisa dallo scisma e vi erano due papi → Carlo era stato un re che aveva tenuto testa al

papato, aveva incoronato suo figlio di persona, senza l’aiuto del papa. A Milano, Federico I,

aveva anche fatto trasportare le reliquie dei Re Magi, che però non erano un perfetto esempio

di re cristiani perché provenivano da un ambiente pagano.

Viene tolto un braccio dallo scheletro di Carlo Magno e viene destinato a un reliquiario. Suc-

cessivamente viene prodotto un ulteriore reliquiario, quello ad Aquisgrana. La festa litur-

gica avviene il 28 gennaio, giorno della sua morte (nell’814).

Alessandro III, uno dei due papi, annulla tutto ciò che aveva stabilito l’altro papa, Pasquale

III, l’antipapa, ma di fatto il culto per Carlo continuò, tanto che vennero erette cappelle in suo

onore. Oggi il culto per Carlo si conserva ancora nella diocesi di Aquisgrana. 5

È molto probabile che Carlo venne sepolto in un sarcofago di epoca romana, il Sarcofago di

Proserpina, che si conserva ad Aquisgrana nel Capitolo del Duomo. Anche le dimensioni

sono favorevoli a questa ipotesi: Carlo, per l’epoca, era di notevole altezza (1,80/1,90 m).

Un testo fondamentale per la ricostruzione della sua vicenda è la Vita Caroli di Eginardo.

Albertoni, in un saggio, racconta com’è stata interpretata nella storiografia la Vita Caroli.

Eginardo era uno dei personaggi di corte all’epoca di Carlo Magno, laico ma abate, intellet-

tuale di notevole valore. Dopo il 28 gennaio 814, data della morte di Carlo, scrive questa Vita

Caroli e Albertoni si interroga appunto sul perché: gli interrogatori maggiori si chiedono se

sia stata scritta solo per esaltare Carlo Magno o per sottolineare le differenze tra i modi di

governo di Carlo e di suo figlio Ludovico. Da questo dipende il periodo in cui sia stata scritta,

se appena dopo la morte di Carlo o nella vecchiaia di Eginardo.

Eginardo, uomo molto colto che si ispira a Svetonio, che aveva scritto le vite dei Cesari, parte

dalla descrizione fisica di Carlo. Non dice però quasi nulla dell’infanzia di Carlo, preferendo

scrivere di ciò di cui è stato testimone oculare non avendo trovato testimoni della sua prima

età. Secondo alcuni autori questo è solo un modo per non trattare della sua nascita, che &e

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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