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Norberto Bobbio, L'età dei diritti

Parte terza

La resistenza all’oppressione oggi

La storia del pensiero politico può essere distinta a seconda che venga evidenziato il dovere di

da parte di chi subisce l’esercizio di

obbedienza verso chi detiene il potere o il diritto alla resistenza

Quando si parla di resistenza all’oppressione ci si pone dal secondo punto di vista.

quel potere. rappresenta la rottura dell’ordine

Occorre distinguere tra resistenza e contestazione. La resistenza

costituito, che mette in crisi il sistema senza metterlo necessariamente in discussione. È un atto

pratico, un’azione anche solo dimostrativa, che non è necessariamente violenta, ma può giungere

all’uso della violenza. Si contrappone all’obbedienza delle norme che rappresenta un atteggiamento

passivo, in quanto meccanico, abituale e imitativo. La contestazione è un atteggiamento di critica

che mette in questione l’ordine costituito senza metterlo necessariamente in crisi. Si esprime in un

discorso critico, in una protesta verbale, dove la violenza è sempre e soltanto ideologica. Si

all’accettazione delle norme che è un atteggiamento attivo, in quanto implica una

contrappone

predisposizione favorevole mediante la quale viene guidata la condotta e come sorta di rimprovero

per coloro che non le rispettano.

Nella realtà non è sempre semplice stabilire dove finisca la contestazione e dove inizi la resistenza.

Tuttavia, ci sono due casi limite: il primo è quello della resistenza senza contestazione e il secondo

è quello della contestazione cui non segue alcun fatto eversivo che possa chiamarsi di resistenza.

Il problema del diritto di resistenza perdette gran parte del suo interesse nel corso del XIX secolo

per ragioni ideologiche e istituzionali.

Dal punto di vista ideologico, si passò dal ritenere che lo stato fosse la realizzazione del dominio

della ragione nella storia alla credenza del deperimento naturale dello stato, a contrapporre quindi la

società allo stato, considerando che le forze che avrebbero portato alla liberazione e al progresso

storico potevano essere ritrovate nella società, e non nello stato. A tal proposito, sono emerse tre

teorie:

1) liberal-liberistica (Spencer): lo stato nato e rafforzato nelle società militari avrebbe perso gran

parte delle sue funzioni man mano che si sarebbe sviluppata la società industriale;

allo stato borghese avrebbe fatto seguito una dittatura con l’unico

2) socialista (Marx e Hegel):

scopo di sopprimere ogni forma di stato futura; le istituzioni politiche caratterizzate dall’esercizio

3) libertaria (Godwin, Proudhon e Bakunin): e non indispensabili a salvare l’uomo

della forza potevano scomparire in quanto inutili, dannose

dalla barbarie dello stato di natura o dalla stoltezza della società civile.

La massima concentrazione del potere avviene quando coloro che detengono il monopolio del

potere coattivo e quindi politico, detengono anche quello del potere economico e quello del potere

attraverso l’alleanza con la chiesa

ideologico elevata a chiesa di stato o il partito unico, ovvero

quando i sovrani hanno anche il potere di pretendere obbedienza dai propri sudditi in forza non solo

di punizioni terrene ma anche ultraterrene in virtù della potestà spirituale.

L’illusione del graduale deperimento dello stato, al cui stato sarebbe rimasto solo il monopolio del

potere coattivo a difesa dell’antagonismo delle idee e della concorrenza degli interessi, era derivata

dalla convinzione che attraverso la Riforma, la Rivoluzione scientifica e la Rivoluzione industriale,

si fossero avviati due processi:

1) la demonopolizzazione del potere ideologico-religioso, che avrebbe trovato la sua garanzia

giuridica nella proclamazione della libertà religiosa e in generale della libertà di pensiero;

2) la demonopolizzazione del potere economico, che avrebbe trovato la sua espressione formale nel

riconoscimento della libertà d’iniziativa economica. l’abuso

Sul piano istituzionale, si riteneva che la degenerazione del potere avvenisse con

nell’esercizio del potere e il difetto di legittimazione.

l’abuso del potere,

Contro attraverso la subordinazione di ogni potere statale e la separazione dei

poteri, - dove Bobbio per separazione dei poteri intende sia quella verticale delle principali funzioni

al vertice dell’amministrazione statale, sia quella orizzontale tra organi

dello stato tra gli organi il diritto all’opposizione

centrali e periferici, - viene costituzionalizzato il diritto di resistenza, che

rende lecita la formazione di un potere alternativo entro certi limiti e che porta alla nascita dello

stato liberale e democratico. nell’ambito del quale

Contro il difetto di legittimazione, attraverso il suffragio universale, - avviene

l’investitura popolare dei governanti e la verifica periodica di questa investitura da parte del popolo,

- viene costituzionalizzato il potere del popolo di rovesciare i governanti entro i limiti di regole

in cui ogni potere è esercitato nell’ambito di

prestabilite e che porta alla nascita dello stato di diritto,

regole giuridiche che ne delimitano la competenza e ne orientano le decisioni e che corrisponde alla

trasformazione del potere tradizionale fondato su rapporti personali e patrimoniali in un potere

legale e razionale.

Il rinnovato interesse per il problema di resistenza dipende dal fatto che sia sul piano ideologico che

istituzionale è avvenuta un’inversione di tendenza rispetto alla concezione sulla base della quale si

formò lo stato liberale e democratico ottocentesco. Contrariamente alle teorizzazioni del tempo, lo

l’idea della sua

stato ha aumentato le sue funzioni con lo sviluppo della società industriale,

scomparsa è stata abbandonata in quei paesi dove è avvenuta la Rivoluzione socialista e le idee

libertarie continuano soltanto ad alimentare piccoli gruppi di utopisti sociali. Attualmente, si assiste

alla rimonopolizzazione del potere economico attraverso la progressiva concentrazione delle

imprese e delle banche e alla rimonopolizzazione del potere ideologico attraverso la formazione dei

grandi partiti di massa e il controllo dei mezzi di informazione nei paesi capitalistici da parte dei

detentori del potere economico.

Nell’Ottocento quindi, si riteneva che il sistema politico fosse indipendente dal sistema sociale

globale o fosse esso stesso il sistema dominante, pertanto al fine di tenere sotto controllo il sistema

di potere dell’intera società si approntavano rimedi per controllare il sistema politico.

Nella realtà odierna invece, il sistema politico è un sottosistema del sistema globale e il controllo

del primo non implica affatto il controllo del secondo.

La democrazia partecipante è al centro delle forme più recenti e più consistenti di contestazione. La

partecipazione democratica che dovrebbe essere efficace, diretta e libera, è in crisi per almeno tre

motivi:

1) nella migliore delle ipotesi, consiste nella formazione della volontà della maggioranza

parlamentare, dove comunque le decisioni non sono prese in parlamento;

anche se il parlamento fosse ancora l’organo del potere reale, si limita a

2) legittimare una classe

politica ristretta che tende alla propria auto-conservazione e che è sempre meno rappresentativa;

3) è distorta o manipolata dalla propaganda degli enti religiosi, dei partiti e dei sindacati.

portano all’emergere

La somma di queste ragioni di una motivazione più grave data dall’apatia

politica, che porta al disinteressamento delle masse nei riguardi dei temi della politica. La

l’istituzione di organi di decisione popolare

partecipazione potrebbe essere risvegliata attraverso

estranei a quelli del governo parlamentare (democrazia dei consigli), la democrazia diretta o

assembleare, il controllo popolare dei mezzi di informazione e di propaganda, ma è proprio quando

lo stato aveva preteso di costituzionalizzare il diritto di resistenza che riemergono le proposte più

radicali che oltrepassano la linea della democrazia partecipante e rimettono in circolazione lo stesso

diritto con sembianze diverse a seconda delle circostanze.

Tra le vecchie e le nuove teorie sul diritto di resistenza vi sono differenze su tre aspetti:

a) come viene visto il problema della resistenza: oggi come ieri è visto come fenomeno collettivo

sia rispetto al soggetto attivo, sia rispetto a quello attivo. Rispetto al passato, basti pensare al caso

estremo dell’uccisione del tiranno. Oggi, gli attentati anarchici non hanno più come obiettivo i capi

di stato, gli attentati individuali vengono compiuti in genere da forze reazionarie e il fenomeno

dall’obiezione di coscienza,

tipico di resistenza individuale è dato anche se è un residuo di

atteggiamenti religiosi risalenti in gran parte alle sette non conformiste.

b) il tipo di oppressione cui si dichiara lecito resistere: era religiosa nei primi monarcomachi,

politica in Locke, nazionale e di classe o economica oggi nelle lotte di liberazione dei popoli del

Terzo mondo e nei vari movimenti rivoluzionari d’ispirazione comunista o castrista. Oggi si tende a

rovesciare una determinata forma di società di cui le istituzioni politiche sono solo un aspetto.

c) le motivazioni con cui il problema della resistenza viene affrontato: prima si discuteva sulla

liceità o illiceità della resistenza nelle sue forme; oggi si discute sulla sua opportunità o sulla sua

efficacia e ci si domanda se sia conforme allo scopo.

Secondo Bobbio, il problema del diritto di resistenza non ha più senso dal momento in cui è

la concezione positivistica del diritto per cui il diritto si identifica con l’insieme delle

prevalsa

regole che hanno a loro sostegno la forza monopolizzata.

Sono due i maggiori movimenti di resistenza odierni: l’uso della violenza

1) quelli che fanno capo ai partiti rivoluzionari (leninismo): è giustificato in

base alla dottrina secondo cui il fine giustifica i mezzi. Secondo la teoria della violenza

fondato sull’oppressione di una ristretta classe di

rivoluzionaria, lo stato è violento perché

privilegiati su una classe numerosa di sfruttati. Uno dei temi conduttori alla base di tale teoria è

“violenza concentrata e organizzata

racchiuso in una famosa frase di Marx secondo cui lo stato è

della società”. Secondo la teoria della violenza rivoluzionaria del passato invece, la teoria

giusnaturalistica, la violenza ad opera dello stato era un caso limite che doveva essere individuato di

volta in volta.

2) quelli che fanno capo ai movimenti di disobbedienza civile (gandhismo): il non uso della

violenza viene giustificato sulla base del fatto che solo una società che nasce dalla nonviolenza sarà

a sua volta nonviolenta e mira appunto al raggiungimento di una società più libera e giusta senza

La pratica della nonviolenza è forse l’unica forma di pressione che serva in

oppressi e oppressori.

ultima istanza a modificare i rapporti di potere, l’unica possibile alternativa politica alla violenza

del sistema. La teoria della disobbedienza civile ha avuto giustificazioni religiose, poi etiche e

infine politiche con il metodo satyagraha di Gandhi. La disobbedienza civile, in quanto

comportamento collettivo e non più individuale, implica una revisione del tradizionale contrasto tra

etica individuale in cui la violenza è per lo più illecita, ed etica di gruppo in cui è considerata lecita.

L’etica gandhiana è caratterizzata dal fatto di non ammettere distinzioni tra ciò che è lecito

all’individuo o al gruppo organizzato. La resistenza passiva viene distinta in nonviolenza negativa e

nonviolenza positiva. Le campagne nonviolente sono accompagnate dal cosiddetto lavoro

costruttivo, cioè da quell’insieme di comportamenti che devono dimostrare all’avversario che non ci

si propone soltanto di abbatterlo, ma anche di costruire un modo di convivenza migliore.

La disobbedienza civile può assumere forme diverse. Può trattarsi di:

dato dall’inosservanza di una legge proibitiva che consiste in

- un comportamento commissivo:

un’azione positiva, in un fare; dato dall’inesecuzione di una legge imperativa che consiste in

- un comportamenti omissivo:

un’omissione o in un’astensione.

Le varie forme di disobbedienza civile si differenziano da quelle tecniche di pressione non violenta

che incidono sugli interessi economici, le quali possono essere distinte a seconda che consistano in

astensioni o in azioni e dalle cosiddette azioni esemplari, come ad esempio il digiuno prolungato.

in difficoltà l’avversario piuttosto che

Tutte e tre hanno lo stesso obiettivo, cioè quello di mettere

distruggerlo, impedire che raggiunga i suoi scopi piuttosto che sostituirsi a lui, renderlo inoffensivo

piuttosto che offenderlo, rendere il potere impotente piuttosto che contrapporre al potere un altro

potere.<

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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