La società secondo Durkheim
Per Durkheim, la società è un fatto morale, cioè un insieme di credenze condivise, che messe insieme costituiscono la coscienza collettiva, su cui a sua volta si basa la solidarietà sociale, il senso dello stare insieme degli individui. Egli sostiene che la società è un insieme di fatti sociali. Il fatto sociale è un prodotto dell’uomo, capace di esercitare sull’individuo una costrizione esterna. L’uomo ha due componenti:
- Individuale: cioè cosa io penso, la mia individualità.
- Sociale: cioè il mio essere nel mondo.
Concetti chiave del pensiero di Durkheim
- Integrazione: la possibilità che gli individui possano costruire un’entità indipendente attraverso l’integrazione reciproca.
- Regolamentazione: è la possibilità che ciò avvenga attraverso questa.
Secondo Durkheim, la vita sociale è interamente costituita da rappresentazioni collettive che intende come vere e proprie forme mentali socializzate che non derivano dagli individui presi singolarmente ma dalla loro cooperazione. Distingue tra rappresentazioni individuali che hanno come substrato la coscienza di ognuno, da quelle collettive che hanno per substrato la società nella sua totalità.
Egli riconosce alle rappresentazioni la funzione importante di garantire l’ordine, e la società alla quale egli guarda è quella primitiva caratterizzata da credenze, norme stabili nel tempo e dove esiste una solidarietà meccanica, cioè la coscienza individuale si fonde in quella collettiva. Mentre la società moderna presenta una divisione del lavoro e una specializzazione delle tecniche, in cui si parla di solidarietà organica dove i ruoli sono distinti e c’è cooperazione.
Altri pensatori sul tema delle rappresentazioni collettive
Parsons sostiene che le rappresentazioni si trasmettono attraverso la socializzazione e la sua teoria struttural-funzionalista parte dal presupposto che lo sforzo creativo che l’attore deve compiere per costruirsi la propria mappa cognitiva della realtà è minimo. Anche in antropologia le rappresentazioni collettive sono strutture stabili e partecipano alla regolazione e al mantenimento dei sistemi sociali.
Mauss sostiene che le rappresentazioni appartengono all’astratto cioè a quell’entità generale che chiamiamo società, a tutto ciò che non può essere osservato direttamente e al concreto che è osservabile, ossia le abitudini e i comportamenti degli individui.
Levi-Strauss sostiene che i fenomeni sociali, così come le rappresentazioni, sono dei sistemi oggettivati di idee che si creano e si mantengono grazie all’azione delle strutture psichiche individuali.
Augé e Godelier dicono che hanno un ruolo costitutivo del reale e dell’ordine sociale e giustificano il modo in cui i membri di un gruppo sono situati nelle relazioni sociali.
Appadurai dice che grazie ai nuovi media, l'immaginazione è parte del lavoro mentale della gente che immagina nuove possibilità, nuovi stili di vita e nuovi posti nei quali abitare. L’immaginazione diventa così una pratica sociale e non più fantasia o via di fuga. Il mondo attuale è attraversato da molteplici flussi: di persone, di macchine, di denaro, di immagini, di idee che anche se disgiunti sono soggetti all’influenza l’uno dell’altro.
Halbwachs parla della memoria e cerca di andare oltre le funzioni che vi riconosce la psicologia, cioè come di un magazzino nel quale si accumulano ricordi. Per ottenere un ricordo non basta ricostruire pezzo a pezzo l’immagine di un avvenimento passato ma bisogna partire da nozioni che si trovano dentro di noi. L’individuo attinge a quella che egli definisce memoria collettiva, intesa come un contenitore che comprende linguaggi e strutture narrative. Si selezionano in essa quegli elementi che permettono di dare continuità dal passato nel presente.
Marx e la cultura nella società
Marx nell’esaminare il rapporto fra cultura e società, utilizza un modello di lettura “causalista” e sostiene che le rappresentazioni prendono origine da processi che sfuggono alla coscienza degli individui. Queste si possono far risalire ai rapporti di produzione esistenti in una determinata epoca, come il conflitto di classe fra chi detiene il controllo dei rapporti di produzione (il capitalismo) e chi la forza lavoro (il proletariato). Le classi sociali sono gruppi omogenei di persone che condividono gli stessi interessi e le rappresentazioni sono diretta conseguenza e riflesso dell’appartenenza a una determinata classe sociale. Egli utilizza l’ideologia per indicare l’insieme di rappresentazioni illusorie della realtà. Collegato a questo c’è il concetto di falsa coscienza, che è l’incapacità di riconoscere il carattere storico delle forme di mediazione simbolica.
Marx parla del passaggio dalla “classe in sé” alla “classe per sé”, per acquisire la coscienza di classe. La classe in sé indica la condizione oggettiva delle persone all’interno dei rapporti di produzione, mentre la classe per sé fa riferimento alla dimensione soggettiva ossia la presa di coscienza degli individui di avere finalità comuni.
La sociologia della conoscenza di Mannheim
Mannheim parla di sociologia della conoscenza che studia i rapporti tra il pensiero e la società. Per egli la concezione dell’ideologia di Marx è riduttiva, nel senso che auspica che la classe proletaria una volta liberatasi dal dominio della classe dominante, possa pervenire a un pensiero obiettivo della realtà. Intende l’ideologia come ogni pensiero condizionato storicamente e socialmente e il marxismo è l’esempio di un uso particolare della concezione totale dell’ideologia, attuato da una sola classe la quale presume di avere la verità.
Lyotard e l'epoca postmoderna
Lyotard sosteneva che l’epoca postmoderna è caratterizzata dalla fine delle grandi narrazioni metafisiche (illuminismo, idealismo e marxismo), sostituite da approcci teorici che propongono la riscoperta del soggetto come centro dell’analisi.
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