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Appunti esame Psicologia sociale prof. Toni

Appunti di psicologia sociale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Toni dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1, della facoltà di Sociologia, del Corso di laurea in sociologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia Sociale docente Prof. A. Toni

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Il vantaggio di questa analisi è che i dati sono confrontabili, le stesse credenze potrebbero

essere valutate in termini diversi da diverse persone.

Basandosi si questo modello, Fishbein e Ajzen , dopo averlo messo appunto, ne hanno

sviluppati altri due, che prevedono sempre un’analisi fatta a monte in questo modo, uno

dei due è il modello dell’azione ragionata , modificato poi nel modello del

comportamento pianificato, un modello spiega l’altro.

La teoria dell’azione ragionata , prende in considerazione le intenzioni, l’atteggiamento

verso il comportamento, verso le norme sociali, le credenze generiche sulla probabilità che

determinati comportamenti possono essere messi in atto, le norme soggettive, la

percezione del controllo.

Sulla base dell’aspettativa per valore, questi teorici si rendono conto che c’è qualcosa in

più che deve essere valutato per comprendere l’atteggiamento, tra cui il fatto che a volte le

persone mettono in atto comportamenti di cui non hanno intenzione.

Quindi devo valutare l’atteggiamento verso il comportamento e prendere in considerazione

le aspettative rispetto all’approvazione degli altri, che è fondamentale, innanzitutto perché

mi aspetto che gli altri lo farebbero indipendentemente, quindi che è giusto a prescindere,

queste due componenti influenzano l’intenzione di comportamento, che, a sua volta

influenza il comportamento.

Viene aggiunto poi l’elemento del controllo comportamentale, cioè quanto ogni singolo

individuo ha la percezione di poter controllare il comportamento che mette in atto.

Se le persone hanno la percezione di poter controllare gli eventi e quindi il

comportamento, l’intenzione viene condizionata, la percezione del controllo, di fatto,

condiziona il comportamento stesso, noi abbiamo l’illusione del controllo sul nostro

comportamento, quindi la percezione del controllo.

In merito a come si formano gli atteggiamenti Fazio e Zanna sostengono che, se noi

abbiamo un’esperienza diretta rispetto all’oggetto in questione, gli atteggiamenti sono:

- Più chiari

- Più fortemente codificati

- Più stabili nel tempo

Questo assume importanza nel marketing, perché creare delle esperienze può far

cambiare atteggiamento alle persone (per questo si regala il campioncino).

Condividere un certo tipo di atteggiamento è utile all’adattamento sociale, gli individui, nel

momento in cui si rendono conto che nel proprio gruppo ci sono atteggiamenti condivisi

hanno la capacità di farsi accettare meglio dal gruppo.

Avere un certo tipo di atteggiamento, positivo o negativo, l’importante è che sia stabile nel

tempo, è fondamentale per creare l’identità sociale, definisce il SELF, ha una funzione

difensiva e ci consente d avere la percezione di poter controllare gli eventi negativi.

Negli studi di Turner vedremo come la capacità di inserire un individuo all’interno di

categorie o schemi, è funzionale alla gestione del gruppo, quello che sarà definito

INGROUP e OUTGROUP.

È importante capire che gli atteggiamenti, anche se negativi hanno una valenza, così

come i pregiudizi.

Per capire come posso modificare gli atteggiamenti degli altri si deve fare riferimento alla

persuasione.

Il modello comportamentista può essere applicato alla persuasione.

Gli spot pubblicitari in chiave comportamentista fanno riferimento all’associazione di due

effetti, da qui nascono le pubblicità in cui un’automobile viene associata ad una bella

donna, l’idea è che l’interesse che si attiva nei confronti della bella donna si sposta

sull’oggetto dello spot.

L’effetto sovraesposizione fa riferimento al fatto che lo stesso stimolo, ripetuto a lungo

viene a noia, in termini fisiologici è funzionale, perchè il nostro cervello deve diventare

sempre più attento a nuove informazioni per sopravvivere, quindi ad un certo punto le

informazioni ricorrenti vengono schedate ed etichettate come riconosciute, quindi se

sovraesposte diventano fastidiose.

Nel 1953 la Scuola da Yale diventava famosa con gli studi di Hovland, che nei suoi studi

condotti in ambito militare, cerca di capire come è fatto e che caratteristiche deve avere un

messaggio per essere persuasivo.

Il testo del messaggio non è così importante, perché esistono altre variabili da prendere in

considerazione:

- L’audience, chi ascolta il messaggio

- L’oggetto in sé

- Chi emette il messaggio, che deve essere una fonte credibile

Dal punto di vista cognitivo devo capire che il mittente è una persona competente, l’effetto

che percepisco da una fonte credibile è efficace nel breve tempo, questo significa che

posso far leva sul mio ruolo di esperto per far passare un messaggio persuasivo, come

nelle pubblicità dei dentifrici dove l’attenzione dell’audience è centrata sul camice e sul

contesto.

Esistono poi gli effetti legati all’emotività, a quanto una fonte è attraente, non solo rispetto

all’aspetto esteriore, anche rispetto ad altre variabili come la simpatia, la similarità, si è

visto che quando parlo con qualcuno che ritengo simile a me, tenderò a seguire le sue

indicazioni, emerge inoltre che una fonte poco attendibile, nel breve tempo, non ha effetto

persuasivo, ma la consapevolezza legata all’analisi che mi aveva portato a ritenere quella

fonte poco attendibile, nel tempo viene dimenticata, rimane il messaggio, che scollato

dalla fonte, resta comunque un messaggio persuasivo (caso Panzironi).

Il modello della risposta cognitiva di Greenwald fa riferimento ad una serie di strumenti

di cui gli esseri umani si servono per persuadere, in questo modello l’enfasi è posta sul

tipo di pensiero che l’essere umano può immaginare rispetto ad un oggetto, questi ipotetici

pensieri, le credenze possono essere modificate dall’esterno, cioè condizionate, io posso

indurre un individuo a pensare (n) motivi di una cosa.

Secondo questo modello ogni individuo, nel momento in cui valuta un oggetto, si creerà

mentalmente un elenco di pensieri, positivi o negativi, correlati a quell’oggetto o a quel

messaggio.

Dal punto di vista persuasivo, secondo questo modello, per condizionare o modulare la

formazione di questi pensieri, uso il messaggio, che deve stimolare la riflessione, deve

portare l’individuo a valutare solo alcuni aspetti, quelli che io ritengo positivi, questo

modello risulta però riduttivo, perché si muove solo sul canale cognitivo, non viene preso

in considerazione il canale comportamentale e quello emotivo è inferito dagli aspetti

cognitivo.

Ci sono poi modelli definiti a due vie, la teoria sottostante è che le informazioni in entrata

possono essere elaborate attraverso due canali alternativi, uno automatico e uno più

consapevole, detto sistematico.

Sul canale automatico fanno leva le scorciatoie cognitive, che sono però tendenzialmente

fallaci, invece un’analisi più consapevole, attraverso il canale sistematico, ci farà

analizzare meglio la situazione.

Secondo questo modello gli esseri umani a volte usano un canale altre volte l’altro, quello

automatico lo utilizziamo quando siamo oberati da informazioni, oppure quando non

abbiamo voglia o tempo di analizzare le informazioni in entrata, oppure quando il cotesto

non ci permette di analizzare per filo e per segno il messaggio.

Esiste un modello messo a fuoco e sviluppato da Petty e Cacioppo, chiamato il modello

della probabilità dell’elaborazione, l’idea di fondo è capire quale è la probabilità che un

individui usi una o l’altra via, in questo modelli i due canali vengono definiti:

- La via centrale

- La via periferica

Esiste una rilevanza personale e una bassa rilevanza personale, utilizzeremo perlopiù

una via centrale, quindi più accurata, quando il messaggio ha una rilevanza personale, se

invece il messaggio ha una bassa rilevanza personale, allora l’analisi sarà di tipo

periferico.

Per modulare il messaggio e persuadere l’individuo devo fare analizzare il messaggio

attraverso il canale periferico, quindi abbiamo:

- Un messaggio

- Una capacità di elaborazione

- Una scelta di analisi, centrale o periferica

Esistono persone che per caratteristiche personali, analizzano perlopiù i messaggi in

modo accurato , altri in modo periferico, esiste quindi una variabile di personalità, una

delle variabili più potenti per condizionare la scelta della via è l’umore, tendenzialmente chi

è di cattivo umore farà un’analisi autoreferenziale, legata ad emozioni negative, quindi si

perderà tutta una serie di informazioni legate al contesto, che è di umore positivo, farà

un’analisi positiva, avrà la tendenza ad oscillare tra la via centrale e la via periferica, ma

enfatizzando l’umorismo, l’analisi avviene attraverso la via periferica, tutte le informazioni

in entrata sono condizionate, questo avviene negli spot che vedono protagonisti i comici, è

un modo semplice per sviare l’attenzione dal messaggio.

Altro modello che si basa su una doppia analisi del messaggio è quello euristico

sistematico, proposto da Chaiken , secondo questo modello esistono due vie:

- Euristica, basata sulle euristiche, scorciatoie di pensiero.

- Sistematica, che fa riferimento alla via centrale.

In questo modello se uso il canale euristico sarò condizionato dal mio modo fallace di

elaborare le informazioni in entrata, quindi penderò una decisione su basi non oggettive,

legate al contesto.

Esiste un modello, messo a fuoco da Cialdini, psicologo sociale che inizia a chiedersi

negli anni ’70 come noi reagiamo e come funzionano i meccanismi di vendita, Cialdini si

iscrive a tutti i corsi di formazione per venditori e nota l’emergere di SEI PRINCIPI,

successivamente ne introdurrà un settimo che li sintetizza tutti.

Cialdini sostiene l’esistenza nella vendita di SEI PRINCIPI che gli esseri umani seguono

in modo automatico (euristiche) che permettono che questi vengano manipolati, gli stessi

principi valgono anche per la seduzione.

Cialdini mette in luce quanto sia paradossalmente semplice condizionare il

comportamento degli esseri umani, attraverso la manipolazione di semplici variabili, I SEI

PRINCIPI sono:

- IMPEGNO e COERENZA

- RECIPROCITA’

- RIPROVA SOCIALE

- SIMPATIA

- AUTORITA’

- SCARSITA’

IMPEGNO e COERENZA, fa riferimento al fatto che noi siamo tendenzialmente portati a

ricambiare quello che ci viene dato, tendiamo ad avere un comportamento coerente con le

scelte fatte in precedenza, una delle tecniche di vendita basata su questo è quando un

veditore ci mette in mano un oggetto, se io prendo qualcosa devo essere coerente, siamo

molto in difficoltà a tirarci indietro dopo aver preso un impegno.

RECIPROCITA’, fa riferimento al fatto che gli esseri umani tendono a contraccambiare le

persone che pensano gli stiano facendo un favore, la manipolazione di questo

meccanismo è quella della “porta in faccia”, quando acquistiamo un abito per accontentare

il venditore.

RIPROVA SOCIALE, fa leva sul fatto che gli individui hanno la tendenza e il piacere ad

essere accettati dagli altri, quindi se io ricevo un feedback positivo sarò portato a fare

quello che dice quella persona.

SIMPATIA, è un concetto che ha basi innate, dai primordi della specie ci si avvicina a chi

risulta più simpatico, anche questa variabile può essere manipolata.

AUTORITA’, è da riferirsi alla fonte o al ruolo, in termini euristici, abbiamo la tendenza a

seguire persone che indossano un camice o una divisa, perché le percepiamo come

affidabili, abbiamo bisogno di leader che ci indicano la strada.

SCARSITA’, fa riferimento al fatto che quando percepiamo che un bene sta finendo,

vogliamo solo quello, per questo motivo si fanno i saldi e le offerte a tempo.

Le offerte dei supermercati sono, a volte, molto vantaggiose, e sono un modo per fare

pubblicità, investo sulla merce, piuttosto che sui volantini, per far entrare la gente nel

negozio, questo meccanismo funziona per:

- Impegno e coerenza, sono entrato e mi hai conosciuto

- Scarsità, perché è un offerta a tempo

- Riprova sociale, perché vedo gli scaffali vuoti

- Reciprocità, mi hai dato la merce a metà prezzo, mi sento in dovere di tornare

L’approccio evoluzionistico è fondamentale per comprendere le dinamiche di gruppo, la

teoria dell’attaccamento e tutto quello che è legato agli stereotipi e alle dinamiche di

coppia.

I massimi esponenti della teoria evoluzionista furono Lorenz e Timbergen, che iniziano a

studiare l’esistenza di dinamiche interne agli esseri umani che sono condivise con gli

animali, Lorenz divenne famoso per quello che viene definito comportamento a base

innata, l’imprinting.

L’uomo di oggi (homo Sapiens Sapiens) è l’esito biologico evoluzionistico dell’uomo ai

primordi della specie ed è il risultato di un’evoluzione biologico culturale (evoluzione bio-

culturale).

La mancata estinzione dell’uomo, l’adattamento umano, è il risultato di una dialettica tra

l’uomo e l’ambiente, di questo comincia a parlare Darwin, compie i suoi studi sugli uccelli

delle Galapagos, rilevando che la stessa specie di uccello, in ambienti diversi, sviluppa

caratteristiche diverse.

Dal punto di vista genetico, all’interno del genotipo, esistono caratteristiche che non

vengono espresse, il fenotipo non sempre quindi corrisponde al genotipo, e questo è il

principio di base dell’evoluzionismo.

L’evoluzionismo funziona attraverso la produzione di variazioni, quelle che in genetica

vengono definite mutazioni, che accadono indipendentemente dal contesto.

La selezione naturale opera essenzialmente in due fasi:

1. PRODUZIONE DI VARIAZIONI

2. PRODUZIONE DI SELEZIONE: il cui risultato era la sopravvivenza

Gli esseri umani sono la prova di questi processi, le cui tappe fondamentali partono dallo

sviluppo del linguaggio, che qualcuno sostiene si debba all’acquisizione della stazione

eretta, della quale abbiamo ancora conseguenze evolutive, come: il piede piatto, le

vertigini, la lussazione dell’anca, conseguenze che provano che l’uomo si sta ancora

adattando all’ambiente.

Altra prova di questo processo sono quelle che noi definiamo “paure irrazionali”: la paura

dell’estraneo, del buio, dei ratti, dei serpenti, che sono il risultato dell’adattamento

all’ambiente, iscritte nel nostro DNA, in futuro potrebbe diventare a base innata la paura

dell’aereo, che dal punto di vista evoluzionistico è una paura nuova.

Tinbergen , nel 1963, si chiede come spiegare le variabili che condizionano il

cambiamento, I QUATTRO PERCHE’ DI TINBERGEN:

1. LE CAUSE PROSSIME: il fenomeno è determinato da qualcosa di immediato.

2. LE CAUSE CHE CONDIZIONANO LO SVILUPPO DELL’INDIVIDUO NEL SUO

SVILUPPO: il fenomeno è da ricondurre allo sviluppo dell’individuo, ad eventi accaduti

nell’ontogenesi.

3. LE CAUSE ULTIME: il fenomeno è da ricondurre alla funzione biologica, quindi parliamo

di INCLUSIVE FITNESS.

4. LE CAUSE NELLO SVILUPPO DELLA SPECIE: il fenomeno è da ricondurre al modo in

cui si è evoluta la specie, quindi parliamo di filogenesi.

Esistono due scuole dell’evoluzionismo etologico:

- LA SCUOLA TEDESCA

- LA SCUOLA INGLESE

Per la SCUOLA TEDESCA, massimi esponenti Eibel e Lorenz, la selezione naturale

favorisce il gruppo, gli istinti sono pre-programmati a livello genetico, quindi scritti nel DNA.

Il modello di questa scuola è in linea con il pensiero di Freud e LeBon, esiste

un’attivazione che deve essere scaricata, per quanto riguarda gli stereotipi gli individui

insieme sono grandi gruppi pericolosi, il ruolo della società è quello di essere come un

“corsetto ortopedico” che contiene le masse.

Per LA SCUOLA INGLESE, massimi esponenti Tinbergen e Hinde, la selezione naturale

favorisce l’individuo, esiste una propensione a base innata, che deve essere

costantemente in relazione con l’ambiente. Secondo questa scuola esistono modelli

cibernetici, i comportamenti vengono spiegati a partire dall’esperienza vissuta e non da

aspetti energetici, per quanto riguarda gli stereotipi, società e masse devono rimanere in

uno stato dialettico costantemente, c’è una parte attiva e una passiva e i ruoli possono

essere invertiti.

Il modello della SCUOLA TEDESCA è il MODELLO IDRAULICO DELL’ATTIVAZIONE, una

spinta rispetto alle energie che si accumulano.

Diverso è il punto di vista di Hinde , per il quale esiste una propensione a base innata, in

cui i comportamenti vengono controllati, aggiustati, modificati, secondo uno scopo, quello

che è a base innata non è il singolo comportamento, ma lo scopo, l’obiettivo sostanziale

che l’individuo vuole raggiungere.

I comportamenti, secondo Hinde non possono essere studiati in modo modulare (pezzetto

per pezzetto), perché occorre capire l’obiettivo a lungo termine.

I comportamenti altruistici vengono studiati dalle due scuole in maniera diversa.

Nella SCUOLA TEDESCA, elemento sostanziale è il gruppo, quindi tutti gli individui dello

stesso gruppo si rendono disponibili l’uno verso l’altro, perché così hanno tutti lo stesso

vantaggio.

Nella SCUOLA INGLESE, invece elemento sostanziale è la selezione dell’individuo, dove

assume valore preponderante il DNA, quindi io sarei propenso ad aiutare tutti i portatori

del mio DNA.

Il comportamento si sarebbe quindi selezionato sul principio della selezione parentale,

esiste quindi un INCLUSIVE FITNESS o SUCCESSO RIPRODUTTIVO, con la quale si

intende la potenzialità dell’individuo di propagare al massimo le sue caratteristiche, sia

attraverso la progenie, sia attraverso i consanguinei, esemplificazione di questo concetto

lo troviamo nell’esperimento del salvataggio del fratello più giovane.

Nella selezione parentale troviamo un ruolo di genere, uomini e donne fanno cose

differenti, in termini di investimento energetico di tempi e risorse le donne si espongono

molto di più.

La nostra specie si differenzia dagli altri mammiferi per la presenza del mestruo, gli esseri

umani hanno abbandonato l’estro, e questo ha un senso dal punto di vista evoluzionistico,

gli esseri umani possono potenzialmente avere rapporti sessuali sempre, ma la donna ha

un solo periodo di fertilità, l’uomo ha sganciato l’atto sessuale dalla procreazione.

La spinta evoluzionistica ha permesso che la donna abbandonasse l’estro per mantenere

insieme un uomo e una donna.

Un complesso co-adattato è quindi un cambiamento di più caratteristiche, finalizzate ad un

obiettivo specifico, la donna che si è alzata su due zampe ha dovuto modificare strutture

corporee per adattarsi alla stazione eretta, quindi caratteristiche anatomico fisiologiche e

comportamentali sono fortemente correlate e il cambiamento di un elemento influenza

anche gli altri.

Anche i tratti corporei in base ai quali siamo attratti dal partner hanno un fondamento

evoluzionistico, inoltre esiste la tendenza a tradire perché ci sono (n) possibilità in cui

l’essere umano cerca di adattarsi meglio all’ambiente e i due generi tradiscono in termini

evoluzionistici per motivazioni differenti.

Lì aggressività ai primordi della specie era fondamentale per la sopravvivenza, Lorenz la

considera allo stesso modo di Freud: un accumulo di energia pronta a scaricarsi il prima

possibile.

L’aggressività può essere classificata almeno in tre macro categorie:

- L’AGGRESSIONE STRUMENTALE: che fa riferimento all’aggredire per ottenere

ricompense, per appropriarsi di un oggetto, messa in atto a freddo e in modo

calcolato.

- L’AGGRESSIONE OSTILE: che fa riferimento all’aggredire con il solo scopo di

danneggiare, si riconduce ad una propensione personale ad essere violenti.

- LA VIOLENZA EMOTIVA: quella che scaturisce da un innalzamento dell’arousal,

che ci porta ad avere reazioni impulsive, quelle che possiamo trovare in una

dinamica di coppia, questo tipo di aggressività ci fa capire come c’è una gradazione

nel mettere in atto comportamenti aggressivi.

L’AGGRESSIONE STRUMENTALE e quella EMOTIVA, sono presenti anche in natura,

quella OSTILE è più difficile da osservare, esiste poi:

- L’AGGRESSIONE PREDATORIA: pericolosa se messa in atto dall’uomo, è

caratterizzata dall’assenza di segnali di minaccia e viene perpetrata in silenzio.

Mettendo insieme l’AGGRESSIONE OSTILE e quella PREDATORIA viene fuori un

comportamento di stalking, esiste poi:

- L’AGGRESSIONE DI TIPO IRRITATIVO: che si attiva in difesa ad uno stimolo

nocivo.

Gli esseri umani hanno mantenuto l’aggressività all’interno del patrimonio genetico perchè

saper combattere garantiva la possibilità di essere un leader, ma evolvendosi l’uomo ha

capito che poteva gestire il comando anche grazie al Machiavellismo, che fa riferimento

alla persuasione e alla metacognizione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro e quindi

prevedere tutta una serie di dinamiche.

In natura è normale osservare quella che viene definita AGGRESSIVITA’

INTERSPECIFICA garantisce la sopravvivenza della specie, in questo comportamento

non è presente un’accezione che implica la motivazione a far male all’altro, la motivazione

è procacciare il cibo.

All’interno della stessa specie esiste l’AGGRESSIVITA’ INTRASPECIFICA, che ha lo

scopo di gestire la gerarchia all’interno del gruppo, questo tipo di aggressione si risolve

con la resa dell’altro.

Il fatto che l’uomo sia capace di entrambe i tipi di aggressività si spiega grazie alla

PSEUDO SPECIAZIONE CULTURALE, questo meccanismo spiega tutta una serie di

comportamenti, come la paura dell’estraneo, l’altruismo reciproco, l’etica del piccolo

gruppo, le dinamiche di ingroup e outgroup e gli stereotipi di genere.

Le etnie vengono viste come razze, queste dinamiche portano l’uomo a vedere un altro

individuo come appartenente ad un’altra specie animale, questo comportamento si è

selezionato per favorire l’evolversi dei piccoli gruppi.

Secondo Liotti pregiudizi e stereotipi possono essere letti in funzione della TEORIA

DELL’ATTACCAMENTO di John Bolwby, che spiega quali sono le dinamiche madre-figlio

e le conseguenze di queste dinamiche sia nei bambini che negli adulti.

La psicologia sociale si occupa delle dinamiche tra gli esseri umani, quindi non può non

prendere in considerazione questo modello che spiega come gli esseri umani entrano in

relazione dal punto di vista emotivo.

I modelli della TEORIA DELL’ATTACCAMENTO condizionano l’elaborazione delle

informazioni in entrata, la memorizzazione e le dinamiche di memoria, avremo quindi una

memoria selettiva e un’attenzione selettiva, noi guarderemo solo quella parte del mondo

coerente con in nostri MODELLI OPERATIVI INTERNI (MOI), perdendo tutte le

informazioni che non sono coerenti con questi.

La TEORIA DELL’ATTACCAMENTO nasce con Bolwby.

John Bolwby nasce a Londra nel 1907, da una famiglia dell’alta borghesia inglese, viene

allevato da più bambinaie e all’età di 4 anni subisce la separazione dalla bambinaia più

amata Minnie.

Bolwby, fin dall’inizio considera fondamentale, così come era stato per Freud, staccare il

trauma psichico da quello biologico e intravedere le cause del trauma psichico

nell’infanzia.

Dopo la laurea inizia quello che oggi è il tirocinio in un orfanotrofio, iniziando ad osservare

il comportamento di questi bambini, notando fin dall’inizio una diversità rispetto agli altri

bambini, li inizia a definire “psicopatici anaffettivi” e formula le prime ipotesi sul

collegamento fra deprivazione delle cure materne in età infantile e incapacità di creare

legami affettivi.

Nel 1944 Bolwby scrive un libro, osserva giovani ladri, le loro caratteristiche, il loro stile di

vita, questo lo porterà ad essere soprannominato Ali’ Bolwby e i 44 ladroni, in questo testo

sottolinea l’incapacità di questi soggetti di entrare in relazione con l’altro, una visione del

tutto nuova per l’epoca.

Bolwby inizia a fare supervisioni, insieme alla Klein e stravolgerà la sua visione

fantasmatica, lascerà presto quella supervisione per iniziare una collaborazione con Mary

Ainsworth e con i coniugi Roberson, che stavano studiano le dinamiche di separazione

dalla mamma nei bambini ospedalizzati, dobbiamo a Bolwby l’odierna organizzazione dei

reparti pediatrici negli ospedali.

Prima di parlare di STILI DI ATTACCAMENTO, afferma che persone che incontrano nella

loro storia un lutto, una separazione attraversano sempre le stesse fasi:

- LO STORDIMENTO

- LA PROTESTA

- LA DISPERAZIONE

- IL DISTACCO

E nota che i bambini ospedalizzati attraversano queste fasi.

Gli studi di Lorenz per Bolwby sono stati utili per capire perché il bambino cerca una

figura di attaccamento di riferimento.

Inizia poi ad acquisire informazioni utili sugli studi di Arlow, sulle scimmiette Rhesus,

rilevando che attuano lo stesso comportamento del bambino, continuano a ricercare il

contatto, Bolwby arriverà a definire il legame madre-bambino, il bisogno di contatto come

salvifico, metterà in luce l’esistenza di una dinamica preponderante e condizionante tra

madre e figlio.

L’ATTACCAMENTO è un SISTEMA OMEOSTATICO, che dovrebbe mantenere in

equilibrio condizioni interne ed esterne di sicurezza.

Il SISTEMA DI ATTACCAMENTO si attiva quando si sperimenta un’emozione di

insicurezza, più mi sento insicuro, più devo avvicinarmi alla mia figura attaccamento che, a

modo suo, farà diminuire la mia ansia.

Il SISTEMA DI ATTACCAMENTO prevede che il bambino si avvicini alla sua figura di

attaccamento, in base a come questa ritiene accettabile, parliamo quindi di un

comportamento corretto secondo lo scopo (Hinde).

Alla luce delle diverse teorie, secondo:

- La TEORIA PSICOANALITICA: io amo te madre perché mi nutri.

- La TEORIA DELLO SVILUPPO COGNITIVO: per amarti devo conoscerti, devo

elaborare tutte le informazioni in entrata.

- La TEORIA COMPORTAMENTISTA: il premio conduce all’amore.

- La TEORIA ETOLOGICA, dove si colloca la TEORIA DELL’ATTACCAMENTO: forse

sono nato per amarti, esiste quindi una spinta a base innata perché se non ti amo

non sopravvivo.

Bolwby inizia a formulare una teoria che vede al centro del legame madre-bambino un

legame emotivo, a partire da queste teorie e da quella che viene definita teoria dei sistemi,

elabora la teoria dell’attaccamento e le conseguenze dirette che ha sul nostro

comportamento, ci fa capire che esiste un sistema più o meno chiuso, all’interno del quale

le informazioni vengono interpretate, selezionate e ricordate in un modo coerente al nostro

modello operativo interno (MOI).

Ogni sistema ha un meccanismo di autodeterminazione, ognuno di noi in base al proprio

STILE DI ATTACCAMENTO o ai propri MOI aggiusterà, momento per momento, non solo

il comportamento, ma anche i significati che vengono costantemente attribuiti agli elementi

quotidiani.

Due persone con STILI DI ATTACCAMENTO differenti, con MOI differenti, vedranno la

stessa cosa in modo diverso e il senso che ogni individuo darà della realtà esterna sarà

coerente con i suoi MOI.

Anche il concetto di feedback (cibernetica) condiziona in termini di attaccamento le

informazioni di ritorno dal contesto esterno, saranno lette anche queste in un modo

coerente c1on il nostro MOI.

Non solo il singolo individuo, ma anche le dinamiche duali ne saranno condizionate, c’è

poi l’aspetto del cognitivismo, che fa riferimento al fatto che i modelli cognitivi, che hanno a

che fare con i processi di memorizzazione, perché adulti con STILI DI ATTACCAMENTO

diversi, narrano la propria storia in maniera diversa, sia dal punto di vista del narrato che

degli elementi mnestici (dettagli).

Esistono quattro stili di attaccamento, che si sono selezionati ai primordi della specie, per

permettere la sopravvivenza dell’uomo e tutti e quattro sono funzionali all’adattamento,

non esiste uno migliore degli altri, esiste lo STILE DI ATTACCAMENTO SICURO, che

appartiene a soggetti che meglio si sono adattati all’ambiente, hanno competenze emotive

differenti e migliori, ognuno ha punti di forza e debolezza, avere un certo tipo di MOI

potrebbe essere utile in alcune professioni, è la loro espressione massima che può essere

problematica e a rischio.

Esistono due paure fondamentali nell’infanzia: la paura dell’estraneo e la paura della

separazione dalla madre, per le quali esistono due spiegazioni: quella dell’infanzia

condizionata, del comportamentismo, fattori positivi e negativi vengono letti come rinforzi

positivi e negativi dal bambino, che fanno sì che l’estraneo e la separazione vengono visti

da questo come negativi, qualcuno lo condiziona fin dall’inizio, ma è poco probabile che

una madre possa condizionare questa paura, di fatto intorno all’anno di vita queste paure

si presentano e questo può essere spiegato in termini evoluzionistici.

Bolwby quindi teorizza l’attaccamento come: una predisposizione biologica del piccolo

verso chi si prende cura di lui, una motivazione intrinseca e primaria basata sulla ricerca di

contatto e conforto, che si attiva nelle situazioni di pericolo, un sistema di controllo di tipo

cibernetico con lo scopo di mantenere un equilibrio omeostatico tra vicinanza ed

esplorazione, un comportamento orientato ad uno scopo, sopravvivenza, successo

riproduttivo.

Esistono quattro fasi di sviluppo del legame di attaccamento:

- FASE 1: (0-2 mesi) comportamenti di segnalazione e di avvicinamento, ricerca non

selettiva di contatto e prossimità.

- FASE 2: (3-6 mesi) comunicazioni dirette: ricerca selettiva di contatto e prossimità

con le figure familiari che si occupano di lui.

- FASE 3: (6-24 mesi) segnali di mantenimento della vicinanza, creazione di un

effettivo legame orientato e preferenziale, ricerca del contatto con il caregiver e

paura dell’estraneo.

- FASE 4: (24 mesi in poi) relazione basata su uno scopo programmato,

perseguimento di scopi comuni regolati dai feedback provenienti dall’ambiente.

Già dalla FASE 2 il bambino getta le basi di una consuetudine che diventerà aspettativa,

che poi si tradurrà in comportamento, fino ai 24 mesi il bambino continuerà a regolare i

suoi comportamenti secondo lo scopo e secondo i feedback che riceve, il bambino creerà

una vicinanza accettabile, secondo i feedback materni, per riuscire ad essere rassicurato.

Il bambino sarà:

- SICURO, se avrà una madre sensibile e responsiva

- EVITANTE, se la madre avrà un atteggiamento ipercritico, centrata sulla

performance e incapace di regolare le emozioni negative del bambino.

- AMBIVALENTE, se la madre avrà un atteggiamento imprevedibile, la metà delle

volte sicura e l’altra metà sottraente.

Bolwby ha creato un costrutto teorico ma dobbiamo aspettare il contributo della

Ainsworth, per comprendere che esistono gli STILI DI ATTACCAMENTO, la Maine

individuerà il corrispettivo di questi stili negli adulti, dimostrando con studi longitudinali, che

esiste una forte correlazione tra stili di attaccamento materno e quello dei loro figli.

Studi dimostrano che esiste una componente genetica temperamentale che permette ad

una madre di avere figli con temperamenti diversi che innescano feedback diversi,

esistono anche diverse variabili che co-variano, ma non condizionano lo STILE DI

ATTACCAMENTO, ma le sfumature.

A parità di stili di attaccamento esistono persone più o meno flessibili nelle loro strategie,

quindi il legame madre-bambino si struttura fin dalla nascita, la madre comincia ad essere

quello che la Ainsworth definisce BASE SICURA, ed inizia a studiare quali sono le

variabili che condizionano il comportamento della diade, attraverso il BALTIMORE

LONGITUDINAL STUDY, si sono studiate 26 coppie madre-bambino, per mezzo

dell’osservazione si sono contati i comportamenti della diade, e sono emerse due variabili:

- SENSIBILITA’

- RESPONSIVITA’

Una madre sensibile è in grado di riconoscere i bisogni del bambino, una responsiva è in

grado di rispondere a quei bisogni.

Una madre può essere sensibile e non responsiva e viceversa.

Dal punto di vista dell’interpretazione sociale c’è una differenza tra SCHEMI e

CATEGORIE, quelli che definiremo come SCHEMI e CATEGORIE, sono pensati come

paradigmi statici, rigidi, all’interno dei quali possono essere inseriti elementi che possono

essere oggetti, persone o contesti:

SCHEMA/CATEGORIA: un insieme strutturato ed organizzato di conoscenze riguardanti

individui o cose della medesima natura o genere.

Quello che avviene in modo automatico, poco consapevole e molto veloce nel nostro

cervello è la creazione di BIAS o EURISTICHE, inseriamo all’interno di categorie, individui,

secondo una nostra idea.

Uno schema cognitivo ci permette, attraverso l’elaborazione delle informazioni in entrata,

di dire che elementi che osservo possono essere semplificati secondo una

modellizzazione.

Lo schema semplifica, tende ad organizzare le informazioni interpretandole in modo

specifico, una volta classificato uno stimolo e inserito in una categoria mentale, questo

acquista valenze tipiche della categoria ed indipendenti dallo stimolo.

Una volta creato uno schema se mi viene chiesto di decodificare uno stimolo posso

rispondere in modo automatico e non necessariamente il giusto.

Lo schema è una costruzione che ha basi molto labili, ma ha una potenza interpretativa

decisiva nelle nostre scelte, nel momento in cui siamo impegnati ad elaborare uno stimolo

in entrata, molto probabilmente applicheremo questi schemi.

Uno degli schemi più semplici è lo:

- SCHEMA DI EVENTI: detto anche SCRIPT, che sono dei veri e propri copioni,

intere sequenze comportamentali in situazioni standard.

Possediamo inoltre:

- SCHEMI DI PERSONE: che ci permettono di ricordare meglio i dettagli delle altre

persone congruenti con le nostre aspettative (il portiere è impiccione).

Abbiamo poi:

- SCHEMI DEL SELF: che ci portano ad organizzare in un modo o in un altro le

descrizioni di noi stessi.

Esiste poi:

- L’EFFETTO PIGMALIONE: prima individuato per caso e poi studiato, che dimostra

il potere dell’atteggiamento, che incide non solo dall’esterno, ma anche sullo

schema del SELF (L’atteggiamento di un professore influisce sui voti del ragazzo).

Siamo poi guidati da:

- SCHEMI DI RUOLO: ovvero concetti astratti su quello che è il comportamento

previsto da quella persona (da un professore ci si aspetta professionalità, serietà,

preparazione e senso morale). Lo schema di ruolo prende significato dal ruolo che

l’individuo ricopre, questo schema condiziona tutti e due gli individui.

Lo psicologo sociale Zimbardo , nel 1971, avvia un esperimento “la prigione di Stanford”

per dimostrare e studiare gli schemi di ruolo, prende un numero di persone alle quali

somministra dei test iniziali, per controllare le variabili di personalità, divide i soggetti

sperimentali in due gruppi e assegna i famosi ruoli di guardie e detenuti.

L’esperimento è stato presto interrotto perché il livello di aggressività dei due gruppi si è

innalzato notevolmente.

Zimbardo ha dimostrato che i processi cognitivi di persone normali, all’interno di schemi di

ruolo (percezione, attenzione e memoria) diventano selettivi, anche i racconti che

venivano fatti dopo l’esperimento erano condizionati dal ruolo.

Gli SCHEMI DI RUOLO applicati al gruppo pongono le basi per gli STEREOTIPI, gli stessi

meccanismi di semplificazione esistono anche per i gruppi sociali.

Noi abbiamo preconcetti che sono applicazioni di quegli schemi, se aderisco ad uno

schema lo devo mettere in atto, le informazioni in entrata sono distorte dallo schema.

Ogni schema di ruolo è specifico, lo possiamo intravedere tra uomini e donne, bianchi e

neri, giovani e vecchi, questi stereotipi, soprattutto se molto forti sono difficili da

disinnescare, perché sono informazioni sedimentate, basta pensare allo stereotipo della

donna fragile nelle materie scientifiche, quando è stato chiesto ai colleghi uomini di donne

iscritte a facoltà scientifiche, di giustificare il perché le donne si iscrivessero a questi corsi,

attribuivano alle colleghe caratteristiche particolari, diverse dalle donne in generale, come

appartenenti ad un sottogruppo.

Esistono meccanismi, variabili salienti che conducono agli stereotipi:

- L’EFFETTO PRIMACY: che si riferisce al fatto che le informazioni che noi

elaboriamo prima sono funzionali per elaborare le successive.

Da non confondere con:

- L’ EFFETTO PRIMING: che si riferisce al fatto che le informazioni in entrata

condizionano le seguenti rispetto alla creazione di categorie.

Inoltre troviamo:

- LA PROFEZIA CHE SI AUTOADEMPIE: (Thomas) che si riferisce al fatto che

attivando uno schema creo le precondizioni perché una cosa accada.

Per capire la valenza effettiva degli stereotipi è stato condotto un esperimento ed è stato

chiesto a due gruppi di persone di osservare le impressioni di personalità (gli aggettivi di

Asch) di quattro individui, è stato poi chiesto di ascoltare un brano musicale e di riportare

il maggior numero di informazioni rispetto a questo brano, i gruppi sono stati divisi in un

gruppo sperimentale e un gruppo di controllo.

Tutti e due i gruppi ascoltano e osservano, ma solo il gruppo sperimentale ha in funzione

dei tratti di personalità delle etichette stereotipiche, infatti ottiene punteggi migliori su

entrambi i compiti, l’elemento stereotipico orienta attenzione, percezione e memoria.

Lo stereotipo si può bypassare con un processo attivo di eliminazione di tutte le euristiche

e di elaborazione di tutte le informazioni in entrata che richiedono un notevole sforzo

cognitivo.

In riferimento agli stereotipi un errore che applichiamo molto spesso è l’ERRORE DI

CORRISPONDENZA.

Hamilton e Clifford , nel 1976, parlano di una CORRELAZIONE ILLUSORIA, che è la

tendenza a ritenere che due eventi siano tra loro associati anche quando nella realtà una

simile associazione non è presente.

Esistono delle leggi che regolano gli elementi all’interno di una categoria, una volta creato

lo schema, quindi la categoria, dobbiamo considerare l’EFFETTO DI ASSIMILAZIONE,

tutti gli elementi all’interno di quella categoria sono simili tra loro ed hanno la tendenza ad

attenuare le differenze, quindi andrò a riconfermare le categorie iniziali.

Anche SCHEMI DI RUOLO e PREGIUDIZI hanno una valenza positiva, oltre ad

abbassare l’impiego di risorse cognitive, servono a gestire una certa coesione all’interno

del gruppo, hanno valenza di difesa e promuovono la capacità di differenziarmi dall’altro

per gestire le dinamiche di INGROUP e OUTGROUP.

NB: in funzione degli schemi oriento la categoria, lo schema orienta l’elaborazione delle

informazioni in entrata che poi inserisco nella categoria.

Esistono delle SCALE che hanno caratteristiche diverse per misurare gli atteggiamenti.

È importante trovare un metodo efficace per misurare gli atteggiamenti, perché sono

composti da più componenti:

- Cognitiva

- Comportamentale

- Emotiva

Questo secondo il MODELLO DI TRIPARTITO di Rosenberg e Hovland.

All’inizio si osservavano solo i comportamenti, le affermazioni, le reazioni fisiologiche,

l’oggetto dell’atteggiamento veniva materializzato e si vedeva come le persone reagivano,

ma questi erano solo indicatori, era necessari trovare indicatori significativi.

A partire dagli anni ’30 si è pensato di iniziare a lavorare sulla costruzione di SCALE PER

MISURARE GLI ATTEGGIAMENTI, in particolare quelli etnici, si parla quindi di METODI

SCALARI, queste scale sono quattro:

- LA SCALA DI THURSTONE

- LO SCALOGRAMMA DI GUTTMAN

- LA SCALA LICKERT

- IL DIFFERENZIALE SEMANTICO

La SCALA DI THURSTONE è basata sull’utilizzo dello stesso approccio su cui si fondano

le rilevazioni dei parametri psicofisici (1929).

L’idea di questi studiosi era quella di creare una scala che effettivamente andava a

misurare le sfumature del pregiudizio, così come possiamo andare a misurare dal punto di

vista psicofisiologico le sfumature, ad esempio tattili.

Dal punto di vista dell’ambizione era una scala molto importante, dal punto di vista

dell’applicazione si è però discostata da questa premessa, gli ITEM che vengono

somministrati dovrebbero avere un’intensità di pregiudizio crescente e proporzionale, così

come un individuo può percepire il tatto, l’idea era questa, ogni individuo deve poter

percepire una differenza di intensità tra un item e l’altro.

Quello che volevano trovare era una scala in cui gli item misurassero valori di pregiudizio

basso, ma non in modo random, tra un’affermazione e l’altra, doveva essere presente

concettualmente la stessa distanza.

Per costruire questa scala devo trovare molte affermazioni legate al pregiudizio cui

vogliamo far fare riferimento alla scala, queste affermazioni potrà crearle solo qualcuno

esperto in materia, non posso sicuramente non far riferimento alla letteratura, questi

ricercatori dovranno documentarsi, produrre un pool enorme di affermazioni, che devono

essere chiare, non fraintendibili, l’affermazione può essere lunga, ma l’item deve essere

chiaro (sintetizzo o sdoppio l’affermazione).

Una volta raccolti tutti questi item vado ad interpellare i cosiddetti giudici indipendenti, cioè

altre persone esperte in materia, che non hanno contribuito alla prima parte della stesura,

che avranno il compito di dividere questi item in 10 urne.

Questi 11 esperti, leggendo ogni affermazione devono decidere, sulla scala da poco a

tanto, dove collocarla, cioè il pregiudizio è alto o basso.

Ogni singolo giudice valuta ogni singola affermazione.

Ogni singolo item, in base all’urna in cui è inserito avrà un valore, la somma, la media, la

mediana, la deviazione standard di ogni item ottengono valori simili, scelgo quello

distribuito in meno urne, l’obiettivo è quello di selezionare 20/30 item da inserire nella

scala.

A questo punto attribuisco un valore a ogni singolo item e testo la somministrazione della

scala.

I limiti di questa scala sono in ordine di tempo e risorse umane ed economiche, inoltre

esiste una discrepanza rispetto all’ambito dei giudici e il target a cui somministrarlo, non

viene chiesto a nessuno di capire se effettivamente funziona.

La seconda scala è LO SCALOGRAMMA DI GUTTMAN che è tutto incentrato sulla

proprietà cumulativa, l’idea è quella di voler andare a misurare il pregiudizio, e quindi

l’atteggiamento in funzione di alcune domande che diano una risposta “scontata”, una

persona che risponde ad un test di questo tipo dovrebbe poter rispondere in modo

spontaneo, senza pensare troppo, e quello che verrà fuori permetterà, secondo questi

teorici di fare una distinzione tra persone diverse, le risposte sono come quelle delle

parole crociate, una risposta determina anche l’altra.

Il criterio è ordinare la sequenza delle domande per individuare la posizione di ciascun

individuo intervistato, in funzione di una sola domanda o in funzione di più domande posso

inserire un soggetto sperimentale all’interno di una sequenza che va ad esempio da meno

razzista, a più razzista.

La valutazione di ogni item ha un effetto cumulativo sugli altri, in modo tale che se un

intervistato è d’accordo con un’affermazione dovrà trovarsi in accordo con tutte le

affermazioni che la precedono, per questo diventa uno scalogramma perfetto.

Per ricercare gli item, i ricercatori, formulano degli item monotoni, unidirezionali, devono

avere una loro coerenza con l’item precedente e successivo e deve essere confermata la

proprietà cumulativa, che prevede che se un intervistato e d’accordo con un’affermazione

lo deve essere con tutte le precedenti.

Il limite di questa scala è che non sempre mantiene la coerenza interna, ma per questi

ricercatori non è un aspetto negativo, perché se nella fase di pre-test emergono delle

incoerenze si possono modificare gli item, se invece somministro comunque il test e

l’errore supera il 10% viene cestinato.

Elementi critici sono dunque la complessità in sé e l’ordine solamente logico degli item,

non viene minimamente preso in considerazione l’aspetto emotivo o psicologico.

Lickert aveva nominato quelle che oggi sono le famosissime SCALE LICKERT, il metodo

dei punteggi sommati, dal punto di vista statistico e matematico sono le scale che

funzionano di più in assoluto, in questa scala rispetto ad un atteggiamento devo andare a

trovare affermazioni relative all’oggetto di indagine, per ogni singola affermazione si va a

calcolare il grado di accordo.

Ogni item non ha un valore specifico, viene calcolato nella somma della scala, così posso

mettere nello stesso test item che valutano cose diverse, sommando in modo diverso le

due scale, avrò due risultati diversi su due scale.

Il test ECR sull’attaccamento è strutturato in questo modo, le domande hanno

apparentemente lo stesso oggetto, ma posso valutare due aspetti diversi, gli item pari

misurano un aspetto, i dispari un altro.

La potenza di questa scala emerge anche dalla possibilità di manipolare dal punto di vista

matematico i dati.

Alcune persone tendono a mettere crocette troppo in alto o troppo in basso per la

desiderabilità sociale, per questo in questa scala vengono introdotti item inversi, che

servono a bilanciare questo aspetto, obbligano il soggetto ad eliminare la tendenza che

ha.

Questi item vengono eliminati per mezzo di un’analisi fattoriale, vengono eliminati gli item

che non correlano e selezionati quelli che raggiungono valori più alti correlati con la scala.

Una volta somministrata questa scala ad un numero grande di individui, scelti in base

all’universo campionario (la popolazione di riferimento) ottengo un valore normativo.

Le persone normali a questo test ottengono un certo punteggio, se lo somministro ad un

persona simile e ottengo un risultato diverso posso dire che ha un pregiudizio o uno stile di

attaccamento evitante.

Una volta che ho il valore normativo posso somministrare il test a chiunque senza

confrontare ogni volta i risultati, perché ho già i valori di riferimento, inoltre posso

confrontare i risultati anche nel tempo, facendo ripetere il test ad una persona a distanza

di tempo.

Il limite di questa scala è che posso trovare soggetti che ottengono lo stesso punteggio,

ma rispondono in modo diverso ai singoli item, quindi devo valutare la scala.

Il DIFFERENZIALE SEMANTICO, pone l’accento sull’aspetto emotivo, la velocità e la

sintesi, perché in base allo studio che io voglio fare, invece di andare a cercare (n)

informazioni da tradurre in item, devo solo andare a cercare degli aggettivi bipolari

coerenti con l’oggetto, che siano familiari e che abbiano un certo grado di attinenza con il

target, le persone che rispondono al questionario.

Gli aggettivi bipolari sono: bello/brutto, buono/cattivo, alto/basso.

C’è un’affermazione iniziale e gli individui devono mettere delle crocette in funzione degli

aggettivi, o si analizzano gli schemi che emergono o si procede con un’analisi fattoriale,

dalla quale è possibile che emergano configurazioni di personaggi simili.

Questo strumento è sicuramente semplice e veloce, l’analisi statistica è agevole, ma

traggo informazioni molto limitate.

Spesso questo tipo di analisi viene associata ad altri strumenti.

Le attivazioni fisiologiche non ci danno indicazione del perché si attivano, se per aspetti

emotivi, psicologici, o contestuali, sappiamo solo che c’è un’attivazione, altro aspetto

interessante è l’elettromiografia facciale, che può apparire più coerente rispetto al metodo

fisiologico, perché muscoli facciali possono essere associati a determinate emozioni, ma è

una tecnica poco fruibile, queste ed altre metodologie avevano lo scopo di far dire la verità

al soggetto sperimentale.

È interessante anche prendere in considerazione il fatto che le rappresentazioni positive

dell’INGROUP e negative dell’OTGROUP vengono tendenzialmente affermate utilizzando

termini astratti, assoluti, al contrario quando parlo di aspetti negativi dell’INGROUP e

positivi dell’OUTGROUP userò termini e affermazioni contestuali, questa analisi permette

di valutare anche i testi, questo metodo può essere applicato agli articoli di giornale, per

capire se gli stessi giornalisti esprimono un pregiudizio.

In psicologia sociale, nell’ambito della ricerca sono importanti i concetti di ATTENDIBILITA’

e VALIDITA’, per quanto riguarda la VALIDITA’, un test è valido se misura ciò che dichiara

di misurare, per quanto riguarda l’ATTENDIBILITA’, un test è ATTENDIBILE se misura

sempre la stessa cosa.

Nella ricerca in psicologia si possono scegliere due filoni:

- La ricerca QUANTITATIVA, che ha a che fare con i criteri di attendibilità e validità

- La ricerca QUALITATIVA, ha a che fare con l’andare a vedere singoli aspetti

interessanti, si avvale di interviste, strutturate o meno e non di test, scale e

questionari, di cui si avvale la ricerca quantitativa.

Una ricerca passa attraverso diverse fasi, così come una tesi, le fasi più importanti di

questo percorso sono:

1) individuazione dell’oggetto di indagine

2) formulazione di ipotesi

3) pianificazione delle procedure sperimentali

4) raccolta dei dati

5) analisi dei dati

6) interpretazione dei risultati ottenuti

7) pubblicazione e comunicazione dei risultati

Mary Ainsworth studia le caratteristiche genitoriali della sensibilità, cioè la capacità di

comprendere i bisogni del bambino, e la responsività, cioè la capacità di soddisfare i

bisogni del bambino, la madre può rispondere o meno a questi bisogni, ma c’è comunque

nelle risposte un andamento coerente con le aspettative (MOI) della madre.

La Ainsworth elabora la STRANGE SITUATION, diventata importante metodo di

valutazione per comprendere i MOI, e quindi lo STILE DI ATTACCAMENTO dei bambini

intorno ai 12 mesi, è possibile poi ripeterla fino ai 6 anni di età.

Sottoponendo il bambino alle due paure ancestrali, la paura dell’estraneo e di essere

abbandonato si voleva testare il suo grado di sicurezza.

La STRANGE SITUATION si svolge in OTTO FASI, di fatto però le fasi più importanti sono

tre.

All’interno di una stanza vengono posti la mamma e il bambino, con dei giochi a

disposizione, ad un certo punto entra l’estraneo nella stanza e si osserva come il bambino

reagisce alla sua presenza, poi esce la mamma, e il bambino resta solo con l’estraneo, poi

torna la mamma, si osserva come il bambino reagisce alla riunione con la mamma, c’è poi

un momento in cui il bambino rimane completamente solo, per arrivare ad una seconda

riunione con la mamma.

L’idea della Ainsworth era quella di testare quali fossero i MOI dei bambini e quindi di

identificare gli STILI DI ATTACCAMENTO, quindi non si poteva non tener conto del

comportamento delle mamme, perché emergevano alcune differenze sostanziali.

Una MAMMA SICURA, riuscirà a regolare le emozioni del bambino, ad essere sensibile e

responsiva e a l’ansia data dal contesto, quindi il BAMBINO SICURO sarà nella

condizione di esplorare l’ambiente, di giocare. Quando entra l’estraneo il bambino sicuro

sarà diffidente all’inizio, ma se vede la mamma tranquilla potrà interagire con lui o

continuare a giocare, quando la mamma si allontanerà mostrerà il suo disappunto

piangendo, ma sarà facilmente consolabile, più velocemente dalla mamma che

dall’estraneo, una volta consolato tonerà ad esplorare.

Il BAMBINO AMBIVALENTE, rimane attaccato alla mamma, non interagisce con

l’estraneo, urla quando è solo, è inconsolabile dall’estraneo, la MAMMA è INAFFIDABILE,

il bambino non sa prevedere il suo comportamento, tenta quindi di starle vicino il più

possibile, il bambino non si consola, tanto è che spesso viene interrotta la valutazione,

quando la mamma ritorna il bambino ambivalente probabilmente colpisce la mamma che

si rende conto di quello che sta accadendo e mentalizza paura e senso di colpa.

Il BAMBINO EVITANTE, è spinto a giocare dalla mamma che tendenzialmente sembra

preoccupata, vive la situazione sperimentale come un esame, sembra preoccupata per la

performance, normalizza i comportamenti, il bambino inizierà a mantenere una giusta

distanza dalla mamma continuerà a giocare in tutte le fasi della STRANGE SITUATION,

apparentemente il bambino sembra non fare nulla, ci si è allora interessati al perché

questo accade.

Gli studiosi hanno allora iniziato a rilevare i livelli di CORTISOLO, l’ormone dello stress dei

bambini, prima e dopo la separazione, ed è venuto fuori che questi bambini mostravano

livelli più alti di ansia rispetto ai bambini sicuri e a quelli ambivalenti, quindi quando il

bambino sembra far finta di niente, di fatto sta solo mantenendo una distanza ottimale, che

è paradossalmente, per i bambini evitanti più importanti della vicinanza della madre.

La spiegazione di tutto ciò è rintracciabile nei MOI, che ci dicono che è più funzionale per

un bambino evitante mantenere la distanza piuttosto che avvicinarsi alla madre, si tratta di

un comportamento corretto secondo lo scopo, l’impegno cognitivo ed emotivo per un

bambino evitante è più alto di quello del bambino ambivalente, perché deve imparare tutta

una serie di comportamenti complementari a quelli della madre.

Lo stile di attaccamento del bambino è funzione dello stile di accudimento della madre.

Nella prima fase degli studi della Ainsworth sono stati rilevati 3 STILI DI

ATTACCAMENTO, i bambini che mettevano in atto quelli che, all’epoca, venivano definiti

comportamenti assurdi, riconducibili a deficit cognitivi, tipo il FREEZING, in assenza o in

presenza della mamma, o l’evitamento dello sguardo, venivano definiti come bambini

problematici, non organizzati, successivamente la Maine ha categorizzato questi bambini

come DISORGANIZZATI e ha dato un senso a questo tipo di comportamento, erano

bambini che avevano sperimentato delle mamme particolarmente difficili, che

sperimentavano loro stesse l’angoscia, assumevano comportamenti che venivano confusi

dal bambino, tra paura provata dalla madre e comportamenti che spaventavano il

bambino, si parla infatti di MADRI SPAVENTATE, SPAVENTANTI.

Il comportamento di FREEZING è stato riletto anche dal punto di vista etologico, si vede in

natura come le stesse dinamiche vengono messe in atto da alcuni animali, vengono

definiti comportamenti di FUGA BLOCCATA, io voglio scappare ma non posso, questi

bambini rimangono a contatto con la loro figura di attaccamento anche se abusante.

Le MAMME AMBIVALENTI sono state a loro volta abituate a vivere in una bolla, il 50%

delle volte sono competenti ed emotivamente vicine, anche dal punto di vista fisico.

C’ è un momento in cui avviene un corto circuito nella mente dell’ambivalente e avviene

una disconnessione con il bambino.

Il bambino ambivalente sviluppa dal punto di vista cognitivo una prevedibilità

dell’imprevisto, da adulti gli ambivalenti diventeranno gelosi.

La Maine , grazie all’ADULT ATTACHMENT INTERWIEV (AAI), riuscirà a rilevare lo stile di

attaccamento negli adulti e arriverà alla conclusione che c’è un 78% di accordo tra lo stile

della mamma e quello del bambino, tendenzialmente lo stile di attaccamento instaurato da

bambino rimane stabile fino all’età adulta, quindi verrà anche instaurato con un figlio, e le

dinamiche apprese con la madre vengono riproposte con il partner.

La paura nella mente di una persona ambivalente ha uno scenario catastrofico, da un

punto di vista clinico: se io devo controllare la paura devo creare scenari, se creo scenari

che non controlli avrò un attacco di panico, se creo scenari che lentamente inizio a

controllare mi sento sicuro.

La MADRE EVITANTE non si sintonizza sui bisogni primari del bambino, hanno difficoltà a

gestire il contatto con il bambino, hanno difficoltà nell’aptica e nella prossemica, crescendo

il bambino evitante sarà poco competente a sua volta.

Un bambino evitante è il prodotto di una madre che ha sperimentato a sua volta

comportamenti rigidi, una disciplina ferrea, il passaggio tra affettività e fisicità poteva

passare attraverso le punizioni corporali, nell’evitante le emozioni devono essere

eliminate, soprattutto quelle negative, tutto ciò che viene vissuto prende significato rispetto

al feedback dell’altro, per la mamma evitante qualsiasi cosa è perfettibile.

Tema centrale dell’evitamento è che l’altro è visto come giudicante e distanziante, di

conseguenza l’adulto evitante per stare al mondo compiace l’altro e dimostra una falsa

autonomia, deve dimostrare al mondo di potercela fare senza l’aiuto degli altri.

Tendenzialmente un evitante si sentirà un inetto, la mamma evitante di oggi non riesce più

ad essere incisiva perché socialmente inaccettabile, sono concentrate sulla performance,

quindi nell’incapacità di regolare le emozioni negative dei figli, e nell’impossibilità di dare

una sculacciata perché mal vista non fanno nulla, non mettono in atto nessun tentativo di

regolazione delle emozioni, legge solo le emozioni positive.

La MAMMA DISORGANIZZATA è concentrata su quello che deve essere fatto secondo

criteri etici o secondo quelli che pensa essere criteri etici. Dal punto di vista psicologico

l’impatto su questi bambini è amplificato. I bambini sono spaventati dalle loro madri, il

genitore è completamente anaffettivo, legge le emozioni solo attraverso un filtro cognitivo,

esistono delle emozioni giuste nei momenti giusti, i disorganizzati rimangono spiazzati

dalle emozioni. I genitori sono distaccati al punto da diventare spaventanti. Nelle famiglie è

utile che esistano delle regole, ma dove c’è una regola esiste un’eccezione, che però

dev’essere mediata nella relazione, per i disorganizzati non esistono eccezioni, il genitore

disorganizzato stabilisce delle regole secondo un criterio personale e si sente nel giusto se

punisce il bambino che non rispetta le regole.

Questi genitori sono abusanti anche solo dal punto di vista psicologico, il bambino si deve

umiliare per tornare a farsi accettare dal genitore, dinamica presente anche tra partner.

I MOI sono delle aspettative che il bambino si crea rispetto ai propri e agli altrui

comportamenti futuri, cioè cosa si aspetta dalla sua interazione con il mondo e degli altri

con lui stesso.

Esiste uno strumento, messo a punto dalla Maine per misurare l’attaccamento degli adulti,

che si chiama l’ADULT ATTACHMENT INTERWIEV, è uno strumento che valuta

l’attaccamento in base alla modalità narrativa degli adulti, non viene analizzato solo quello

che viene detto, ma come viene detto, viene fuori che esiste una correlazione diretta tra

modalità infantile e età adulta, cambiano solo le etichette.

Quello che da piccolo prende il nome di:

SICURO, viene definito LIBERO

EVITATE, viene definito DISTANZIANTE

AMBIVALENTE viene definito INVISCHIATO/PREOCCUPATO

DISORGANIZZATO viene definito NON RISOLTO

Il SICURO ha un modo di esprimersi dal punto di vista semantico coerente con gli episodi

che narra, la semantica, cioè ciò che riferisce è coerente con il narrato.

L’EVITANTE ha ricordi semantici idealizzati, riporta pochissimi episodi, è tutto

normalizzato dal punto di vista semantico, hanno pochi ricordi a causa dei processi

cognitivi di memoria e attenzione selettiva.

L’AMBIVALENTE prevalentemente mostra una memoria episodica, inonda di ricordi

disorganizzati e confusi dal punto di vista semantico.

La concordanza tra lo stile di attaccamento materno e quello del figlio e di circa 70/75%, la

percentuale è alta, ma non altissima, esistono delle variabili che vanno a modificare lo stile

di attaccamento del figlio.

La figura di attaccamento ha un effetto diretto sullo stile di attaccamento del figlio, l’effetto

del padre è diretto sulla madre, il padre è la figura di attaccamento della madre, il suo

ruolo è quello di controllare l’ansia della madre, l’effetto diretto sul bambino è visibile

intorno ai 6 anni, quando iniziano a giocare insieme, il padre diventa fondamentale per il

contatto con l’esterno.

I MOI possono essere semplificati in macrocategorie:

- SE HO UN MODELLO DEL SE POSITIVO E DELL’ALTRO POSITIVO SARO’

SICURO

- SE HO UN MODELLO DEL SE POSITIVO E DELL’ALTRO NEGATIVO SONO

EVITANTE

- SE HO UN MODELLO DEL SE NEGATIVO E DELL’ALTRO POSITIVO SONO

AMBIVALENTE

- SE HO UN MODELLO DEL SE NEGATIVO E DELL’ALTRO NEGATIVO SONO

DISORGANIZZATO

Il SICURO si sente amabile e degno di aiuto, vede gli altri pronti ad aiutare in caso di

bisogno.

L’EVITANTE si sente non degno di affetto, vede l’altro ostile e non disponibile a prestare

aiuto.

L’AMBIVALENTE si sente vulnerabile, incapace di affrontare le difficoltà, vede l’altro

imprevedibile e minaccioso.

Il DISORGANIZZATO si sente spaventante, impotente, vulnerabile, in costante pericolo,

vede l’altro pericoloso, dal quale difendersi, la realtà esterna pericolosa.

La comunicazione umana comprende due aspetti:

- Comunicazione verbale

- Comunicazione non verbale

La comunicazione verbale ha come base il linguaggio che si basa su una

concettualizzazione semantica che permette che un segno e un suono rappresentino un

significato che codifichiamo in funzione di un codice condiviso, la stessa parola riconduce

allo stesso significato, ma l’accezione emotiva passerà da atri canali vocali, che non vuol

dire il linguaggio:

- INTENSITA’

- RITMO

- ALTEZZA DEL SUONO

Sono ad esempio variabili vocali che non hanno a che fare con il linguaggio.

La comunicazione non verbale ha dei canali che fanno riferimento anche ai gesti, nono

solo alle variabili sociali, all’aptica e alla prossemica.

La comunicazione non verbale ha una base FILOGENETICA e uno sviluppo

ONTOGENETICO.

- La base filogenetica ha a che fare con lo sviluppo della specie.

- Lo sviluppo ontogenetico ha a che fare con lo sviluppo del singolo individuo

La comunicazione non verbale non si è estinta, ha mantenuto un’efficacia all’interno della

comunicazione umana.

Darwin sosteneva che tutti i comportamenti adattivi si selezionano, quindi se ad oggi gli

esseri umani ancora riescono a leggere il non verbale, significa che questo è utile, anche

per la lettura delle emozioni interne, che può essere informativa per l’individuo stesso.

Esistono teorie che sostengono:

- Vedo la tigre, ho paura e scappo

Ma altre teorie altrettanto confermate sostengono:

- Vedo la tigre, scappo e provo paura

In questo caso il comportamento dello scappare è informativo per l’essere umano per

cogliere l’emozione.

Nel primo caso, invece, riconosco l’emozione della paura e scappo.

Le emozioni le riconosciamo grazie all’attivazione dei muscoli, anche quelli facciali, alcune

persone possono scambiare l’emozione della paura per quella della rabbia o viceversa,

nonostante si attivano muscoli e zone corporee diverse.

Le emozioni, dal punto di vista adattivo, servono anche per essere riconosciute, ed è

altrettanto importante leggerle negli altri.

È interessante osservare la dinamica emotiva nel gruppo dei pari, il bullo non riconosce, o

comunque ha difficoltà a mettere a fuoco la paura e il dolore, mentre la vittima, ha

l’incapacità di mettere a fuoco l’emozione di rabbia e non si allontana prima di innescare

una dinamica ricorsiva.

Le persone più competenti nel riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle degli altri,

sono quelle che si sono selezionate, noi siamo esito di quegli individui, per quanto

riguarda invece lo sviluppo ontogenetico, la comunicazione non verbale è declinata

nell’attaccamento, l’accudimento sarà indicatore di tendenze che gli individui sceglieranno

nel corso della loro vita.

“Ciò che sei urla così forte, tanto che non riesco ad ascoltare ciò che dici”

A volte esistono condizioni in cui il non verbale sovrasta il verbale, può esserci una

differenza sostanziale tra i due canali.

Con un grado di sensibilità alto e la conoscenza di una serie di indicatori è possibile

individuare la menzogna dall’osservazione del non verbale e dall’analisi del testo di ciò

che viene detto.

Gli animali comunicano tra loro grazie al non verbale, attraverso emissioni di suoni, la

postura, la disposizione del corpo nello spazio, un cane attraverso la postura può veicolare

un messaggio, le scimmie antropomorfe, a volte, usano gli arti superiori per indicare e

comunicare qualcosa.

Darwin ha dimostrato che le emozioni che noi proviamo sono più o meno le stesse che

provano gli animali, è arrivato a questa conclusione osservando la postura, la sua è una

prospettiva innatista, le emozioni sono condivise da tutti gli esseri umani e hanno una

valenza a base innata.

La prospettiva funzionalista sostiene invece che è la cultura e l’ambiente esterno che

condiziona il non verbale.

Le emozioni servono a gestire i rapporti tra le persone, leggere le emozioni è

fondamentale per interpretare quello che l’altro sta provando, che non è sempre uguale a

quello che viene detto, vedremo come la pragmatica interpreta il testo in funzione del

contesto, e come la comunicazione non verbale è fondamentale per leggere le emozioni in

base a ciò che viene detto.

Esiste uno studio che sostiene che in una conversazione normale il 55% di quello che

rimane è legato al non verbale dell’interlocutore, solo il 7% è legato al testo di quello che

viene detto, il 38% è legato agli aspetti paralinguistici (gli aspetti vocali, tono, intensità,

ritmo).

Inconsapevolmente o consapevolmente la comunicazione ha un effetto persuasivo,

un’ambivalente avrà una comunicazione più persuasiva rispetto ad un’evitante che deve

imparare a farlo.

I sistemi comunicativi sono:

Il SISTEMA VOCALE, che ha a che fare con gli aspetti del linguaggio, l’effetto

paralinguistico (tono, intensità e ritmo) e gli aspetti extralinguistici, che hanno a che fare

con il timbro della voce, che rimane più o meno stabile negli anni, sono quindi le

caratteristiche specifiche di ogni individuo, tutto ciò che è riconducibile a caratteristiche

fisiologiche e morfologiche dell’apparato fonatorio.

Gli ASPETTI PARALINGUISTICI sono:

- Il TONO

- L’INTENSITA’

- IL RITMO

Il TONO della voce fa riferimento al tono acuto o grave e cambia anche in funzione

dell’umore, insieme a intensità e ritmo.

L’INTENSITA’ si riferisce alle fluttuazioni, vedremo che quando una persona mente altera

la voce mentre para, semplicemente perché l’ansia produce uno spasmo muscolare nella

glottide.

L’intensità e il volume, secondo alcuni autori possono essere poco associati alle emozioni,

perché il volume del parlato può essere controllato, in realtà studi dimostrano che

l’intensità aumenta o si abbassa inconsapevolmente.

Altro aspetto importante per l’interpretazione della comunicazione è quello legato alle

pause che possono essere:

- PAUSE PIENE, che hanno tendenzialmente lo scopo di riordinare le idee, si prende

tempo emettendo un suono, indicano perlopiù insicurezza.

- PAUSE VUOTE, non si emettono suoni, vengono in genere interpretate come non

risposte.

Il CANALE CINESICO ha a che fare con i CINEMI, che possono essere paragonati ai

fonemi (pronuncia, suono della parola), i CINEMI sono riconducibili ai movimenti che

l’essere umano può fare, uno studioso ha contato circa 60 unità tra arti superiori e inferiori.

I movimenti degli esseri umani possono essere studiati, e quelli che vengono perlopiù

ricordati sono quelli del:

- VOLTO, mimica facciale

- OCCHI, sguardo

- POSTURA, inizialmente vista come atteggiamento corporeo, si è poi capito che ha

a che fare con le dinamiche di potere

- GESTI, movimenti delle mani e delle braccia

Il volto a seconda di come viene mosso esprime emozioni, lo studioso che più di altri si è

interessato alla mimica facciale è Ekman , per capire bene i suoi studi occorre capire la

differenza tra emozioni e sentimenti.

Le emozioni e le relazioni affini sono schierate sul fronte del corpo, mentre i sentimenti si

trovano su quello della mente, emozioni e sentimenti sono strettamente correlati e mettono

in relazione la mente con il corpo, l’emozione è legata ad eventi veloci e istantanei e non

espandibili, i sentimenti sono duraturi e posso elaborarli solo attraverso i processi cognitivi

(il ricordo dell’emozione).

Ekman, sulla scia degli studi di Darwin ha dimostrato che l’espressione delle emozioni,

per mezzo della mimica facciale è universale, ha studiato individui che non hanno avuto

nessun contatto con altre culture in Nuova Guinea, ha fotografato le loro espressioni

facciali e ha poi mostrato le foto in America, rilevando che gli Americani erano in grado di

leggere le emozioni, dimostrando l’ipotesi delle emozioni a base innata di Darwin.

Gli americani non avevano nessuna difficoltà a leggere gli stati d’animo di queste persone,

così come non ne avevano gli indigeni della Nuova Guinea nel leggere le emozioni nelle

foto dei volti degli Americani.

In psicologia dello Sviluppo esiste il paradigma sperimentale del precipizio visivo che

dimostra che il bambino piccolo ha la percezione del precipizio, ma se la mamma,

dall’altro lato mostra emozioni positive il bambino si “suicida”.

Le informazioni lette sul volto della madre hanno un valore maggiore rispetto a quelle

cognitive.

Le emozioni consentono una comunicazione immediata negli esseri umani, Ekman, è

arrivato a dimostrare che le espressioni facciali, la parte delle emozioni espressa

attraverso il volto è condivisa in tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla cultura di

appartenenza, è stato ideato un test per insegnare ai bambini come leggere le emozioni,

perché questa capacità si sta perdendo, studi sulla parte semantica delle emozioni, le

emoticon, dimostrano la perdita di questa competenza da parte dell’essere umano.

Le emozioni passano per il canale non verbale, che è quello analogico, dall’altra parte c’è

la comunicazione digitale, con l’uso delle emoticon porto un canale analogico su uno

digitale, guardo l’emoticon che ho imparato essere associata alla rabbia e attribuisco il

valore, non perché l’ho pesato su caratteristiche non verbali, ma su caratteristiche

semantiche, quindi un codice che viene imparato.

Il test è stato ideato perché perdendo la capacità di leggere le emozioni, si perde la

capacità di regolarle, per questo e importante insegnare ai bambini a leggere le emozioni.

Ekman studia quella che definisce un’emozione mista, la parte bassa del volto è associata

alla gioia, quella superiore, gli occhi alla tristezza (la parte espressiva degli occhi è quella

meno controllabile), questo viene definito sorriso sociale, altra emozione mista è quella del

disprezzo, simile al disgusto, ma applicata ad un contesto sociale, Ekman sottolinea

l’importanza di questa emozione, l’espressione di disprezzo rivolta verso se stessi è

indicatore di suicidio.

Uno studio ha preso due gruppi di persone:

Il 1° gruppo doveva tenere una matita tra il naso e le labbra

Il 2° gruppo doveva tenere la matita tra i denti

Sono state poi fatte vedere ai 2 gruppi scene comiche ed è stato chiesto di valutarne la

comicità, chi aveva tenuto la matita tra i denti valuta le vignette più comiche rispetto

all’altro gruppo, questo perché per l’EFFETTO PRIMING c’è stata una pre-attivazione dei

muscoli facciali che si attivano quando si sorride (io registro quella attivazione e mi sento

più contento).

Un altro studio prevedeva di chiedere ad un campione molto numeroso dove sentono le

emozioni, per dimostrare che le emozioni vengono collocate anche a livello corporeo.

Ekman è stato fortemente criticato, perché i bambini fin da piccoli modulano le emozioni in

base al contesto, simulano, Ekman sostiene che questo avviene e i bambini riescono a

farlo perché è giusto che le emozioni vengano modulate, perché hanno valenza adattiva e

parlerà di quelle che vengono definite REGOLE DI ESIBIZIONE, che sono modalità in cui

le emozioni vengono mostrate volontariamente, e sono:

- SIMULAZIONE

- INIBIZIONE (a partire dai 4 anni)

- MASCHERAMENTO

- INTENSIFICAZIONE

- ATTENUAZIONE

Ekman studia allora le MICROESPRESSIONI, che sono la componente a base innata,

dopo le quali avviene l’attivazione volontaria dei muscoli del volto.

Studia le microespressioni per riconoscere ogni singola amozione in tutte le sue

sfaccettature ed elabora la FACS (facial action coding system) per codificarle.

In termini di attaccamento, tendenzialmente, sono competenti nel leggere le emozioni gli

individui che hanno una base sicura, ma esistono persone che, in modo inconsapevole,

riescono a leggere le microespressioni e queste persone sono quelle che hanno subito

maltrattamenti da piccoli che, tendenzialmente, avranno sviluppato uno stile di

attaccamento disorganizzato.

Secondo il modello di Ekman i gesti più importanti sono quelli emblematici, simbolici, che

ci riportano all’idea di codifica, quindi all’aspetto semantico della comunicazione non

verbale, sono svincolati dalla comunicazione analogica, non ci danno informazioni

emotive.

Esistono poi i gesti illustratori, che servono a spiegare meglio quello di cui stiamo

parlando, sono gesti che rendono più chiaro l’eloquio e sono utili per il riconoscimento

della menzogna.

I gesti regolatori servono semplicemente a regolare il ritmo della conversazione, quindi i

turni conversazionali.

I gesti di adattamento sono quelli che vengono più di altri associati alla menzogna,

possono essere gesti di:

- Auto adattamento: mi tocco il naso, i capelli, l’orecchio

- Etero adattatori: tocco il mio interlocutore

La prossemica studia la distanza tra gli individui, ne parla Mall, che studia la prossemica a

partire dagli studi fatti sugli animali in ambito territoriale, osservandoli capisce che alcune

specie di animali vivono in funzione dello spazio che occupano, tendenzialmente senza

nessun apprendimento, esistono delle distanze che ogni individuo gestisce, in modo

generale o individuale, esiste una:

- DISTANZA INTIMA: va dai 0 ai 50 cm, all’interno della quale gli individui fanno

accedere solo alcuni individui.

- DISTANZA PERSONALE: va dai 50 ai 120 cm, nella quale accedono le persone più

vicine.

- DISTANZA SOCIALE: va da 1 a 3,5 mt, i cui la distanza non è più condivisa, ma

gestita.

- DISTANZA PUBBLICA: messa in atto in un comizio, quando non c’è nessun

contatto con la platea.

Siamo abituati a gestire la distanza quando l’altro si avvicina, quando questo si allontana

possiamo sperimentare l’abbandono.

L’aptica è la capacità e la competenza degli esseri umani di toccare e di gestire il contatto,

già dagli esperimenti di Arlow si capisce che gli esseri umani tendono a gestire al meglio il

contatto.

Nell’aptica ci vuole sensibilità che si acquisisce con l’esperienza in ambito sociale, il tatto

regola anche le gerarchie, chi ha un ruolo di potere più elevato, può gestire questo potere

anche attraverso il contatto.

Il contatto, se gestito in modo adeguato rientra anche negli aspetti seduttivi, se bypassa

questi aspetti diventa accudimento.

Dare la mano è un modo per entrare in relazione, nel contatto non è scontato niente.

Parliamo poi del sistema cronemico, che ha a che fare con il tempo, la comunicazione non

verbale è legata al tempo, la cronemica di un individuo offre informazioni utili per

comprendere umori e cultura dell’altro.

Dal punto di vista della psicopatologia è importante valutare il tempo, un depresso sarà

tendenzialmente lento.

Esistono posture dominanti e sottomesse, Amy Cuddy ha condotto interessanti studi sulla

postura, prende due gruppi di persone:

- Al gruppo A viene chiesto di assumere una postura dominante

- Al gruppo B viene chiesto di assumere una postura inibita e sottomessa

Entrambi i gruppi devono assumere per due minuti le rispettive posture, precedentemente

e successivamente l’assunzione della postura, vengono misurati i livelli di testosterone e

cortisolo, e si testa poi la tendenza ad assumere un rischio, ad esempio scommettendo al

gioco.

A distanza di tempo si rileva che il GRUPPO A manifestava una più alta fiducia al rischio,

salivano i livelli di testosterone e scendevano i livelli di cortisolo, avveniva il contrario nel

GRUPPO B, aumentavano i livelli di cortisolo e scendevano quelli di testosterone.

La Cuddy con questi studi ha dimostrato che la postura condiziona l’atteggiamento e non

il contrario, come si pensava fino a pochi anni fa.

L’essere umano ha imparato a regolare la postura per gestire le dinamiche di gruppo, ed

occupare un eventuale ruolo di leadership, senza fare affidamento solo sulla prestanza

fisica.

Per il riconoscimento della menzogna non esiste un segnale evidente, esistono degli

indicatori, che possono però essere interpretati anche in altri modi.

Uno studio condotto da Teldman e colleghi dimostra che gli adolescenti più popolari sono

quelli più competenti socialmente e più abili ad ingannare, abbiamo la tendenza a

distinguere le menzogne in:

- A basso contenuto, quelle dei bambini (meno gravi)

- Ad alto contenuto, quelle più gravi

Se interpreto la menzogna come qualcosa di non aderente a ciò che penso, nelle realtà

quotidiana il livello della menzogna diventa esponenziale, tra gli indicatori più espliciti per

riconoscere la menzogna troviamo, rispetto allo sguardo il fatto che il mentitore tende a

guardare fisso negli occhi il suo interlocutore, per capire se è convincente, il tono è

indicatore abbastanza evidente di ansia, paura, collera, eccitazione, provocato da uno

spasmo muscolare legato all’arousal, i movimenti del corpo, chi mente tendenzialmente

non gesticola, per restare concentrato sul compito cognitivo del raccontare la menzogna.

Vrij si è focalizzato sull’analisi del testo di quello che viene detto, per lui con un’analisi

testuale è possibile riconoscere la menzogna, un modo è quello di far raccontare

un’esperienza nella sequenza inversa, dopo averla ascoltata nella giusta sequenza

temporale.

Vrij vuole dimostrare l’inefficacia della tortura, sta dimostrando l’esistenza di un

riconoscimento testuale della menzogna.

Chi non sa leggere le proprie e le altrui emozioni è un soggetto alessitimico, più tendente

all’alessitimia sarà un individuo con uno stile di attaccamento evitante.

L’alessitimia è spesso collegata a pazienti psicosomatici.

Gli esseri umani hanno la tendenza a tagliare con l’accetta le persone, a leggerle come

NOI oppure VOI, questo ha a che fare con le dinamiche di gruppo.

Per Lewin si crea un gruppo quando è presente:

- Interdipendenza

- Destino comune

Per Tajfel esistono nel gruppo fenomeni di:

- Categorizzazione

- Auto categorizzazione

Possiamo definire noi stessi per mezzo di variabili o categorie sociali che possono essere:

- Categorie sociali primarie (figlio di….)

- Categorie sociali secondarie (italiano…)

Sono categorie che hanno a che fare con i principi sociali di aggregazione, quindi quelli

che porteranno ai pregiudizi.

Le categorie primarie, sommate alle secondarie ci danno l’identità del sé, l’identità sociale

dell’individuo, esistono poi le diposizioni personali che servono a definire meglio il mio sé,

nel momento in cui definisco il mio sé, definisco anche ciò che è diverso da me.

Tajfel conduce un esperimento in cui sottopone l’analisi di 8 barrette ad (n) soggetti in e

condizioni differenti, tutte le barrette erano più lunghe, l’una dell’altra del 5%, nella prima

condizione sotto le barrette era presente una classificazione, nell’altra una non

classificazione e infine una classificazione random.

I 3 gruppi dal punto di vista cognitivo, nella condizione con le etichette ampliavano le

differenze, chiama questo SOVRASTIMA DELLE DIFFERENZE e sostiene che avviene

anche nei riguardi delle persone.

Tajfel ha inoltre dimostrato il PARADIGMA DEI GRUPPI MINIMI, cioè che basta una

variabile, il lancio della moneta, per costituire un gruppo e fare in modo che gli individui

favoriscano il proprio gruppo di appartenenza, quello che viene definito GROUP SERVING

BIAS.

La TEORIA DELLA DEPRIVAZIONE RELATIVA ci dice che esiste la tendenza a favorire il

proprio gruppo, rispetto all’altro, anche se si ottengono meno risorse, più si rafforza il

senso di identità di un gruppo, più aumenta la competitività.

Robbie e Horwitz, nel 1969, studiano la possibilità di abbassare i livelli di rabbia e

aggressività nelle dinamiche di INGROUP e di OUTGROUP.

Organizzano un campo estivo, presero 22 bambini, di 11 anni, per 3 settimane:

Nella 1° fase i ricercatori hanno favorito la socializzazione

Nella 2° fase hanno unito chi giocava insieme spontaneamente

Nella 3° fase dividono gli amici

In questa fase inizia a manifestarsi interdipendenza negativa e sempre più competitività

nel gioco, si innalza il livello di aggressività, per abbassarlo i ricercatori introducono

compiti sovraordinati.

Nella 4° fase durante una gita simulano un guasto al pulmino e i bambini iniziano a

collaborare.

Questo esperimento è riuscito con i bambini ma non con gli adulti.

All’interno dei gruppi esistono ruoli più o meno stabili:

- IL NUOVO ARRIVATO, che deve seguire un iter per non diventare capro espiatorio

ed essere accettato dal gruppo.

- IL CAPROESPIATORIO, catalizza l’aggressività del gruppo

- IL LEADER, ha il ruolo di mantenere coeso il gruppo, organizzarlo e gestirlo, a volte

capita che una persona sia leader solo sulla carta, si parla in questo caso di

GERARCHIE PARALLELE.

Esistono diverse reti di comunicazione di cui si serve un leader:

- RUOTA

- CATENA

- STRUTTURA A Y

- CERCHIO

Quando i compiti da svolgere sono semplici è più efficace una rete di comunicazione a

ruota, quando i compiti sono difficili è più efficace una rete di comunicazione a cerchio.

Quando parliamo di LEADER facciamo riferimento ad una PERSONA.

Quando parliamo di LEADERSHIP facciamo riferimento ad una MODALITA’.

Lewin teorizza tre tipologie di leader:

- DEMOCRATICO


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristianabusatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Toni Alessandro.

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