ESAME PSICOFISIOLOGIA CLINICA
PROF.SSA D.TEMPESTA / A. D’ATRI
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DELL’AQUILA CRISTIANA
I BIOSEGNALI
La psicofisiologia clinica studia le modificazioni dei processi biologici nel corso dei diversi disturbi
psichici e psicosomatici operando non più in un setting di laboratorio con soggetti sani, ma in
ambito clinico con pazienti affetti da disagio psichico o psicosomatico.
La psicofisiologia è quindi un ambito in cui si indagano gli aspetti clinici psicopatologici mediante
quelli che sono gli indici elettrofisiologici, i cosiddetti biosegnali come ad esempio i potenziali
d’azione, l’elettroencefalografia e così via.
I biosegnali sono segnali che vengono generati da organismi, da strutture biologiche e le
informazioni che questo tipo di segnale ci consente di acquisire sono delle informazioni sul
sistema, la struttura o il processo fisiologico che ha generato quel segnale.
In psicofisiologia clinica studiamo i biosegnali perché le informazioni che ci danno possono fornirci
un indicatore clinico diagnostico sulla condizione magari di normalità o di patologia del
funzionamento dell’organismo, della struttura che ha generato questo segnale.
Per cui l’aspetto fondamentale del segnale è il suo contenuto informativo, quindi dobbiamo
immaginare che ogni volta che parliamo di eeg, ecg, eog, conduttività cutanea dobbiamo pensare
al fatto che stiamo facendo delle misurazioni per ottenere informazioni dal segnale.
È importante comprendere che l’aspetto informativo del segnale è nelle sue variazioni, un
parametro che rimane fisso e che non è variabile non fornisce in realtà nessuna informazione a chi
lo sta misurando, perché la misura sarà sempre la stessa per cui non fornirà informazioni di
particolare interesse.
Normalmente, quindi quello che si guarda di un segnale sono le variazioni della grandezza fisica
che stiamo misurando in uno specifico dominio e questo dominio all’interno del quale variano le
grandezze dei biosegnali è normalmente il tempo, quindi noi andiamo a guardare la variazione del
segnale nel tempo.
I segnali generati dal nostro organismo possono essere di natura diversa e forniscono quindi
informazioni diverse, lo stesso fenomeno può essere studiato anche attraverso indici di natura
diversa, attraverso segnali di natura elettrochimica, come eeg, emg, ecg, eog, ma anche segnali
meccanici, che contemplano misure di pulsazione, flussi, come può essere quello del flusso
sanguigno o del battito cardiaco, o anche segnali termici ecc.
Quello che è importante è che in tutti questi segnali, di qualsiasi natura essi siano, quello che si va
a guardare è la variazione dell’unità di misura che si sceglie e che è definita dal nostro strumento
di misurazione.
I biosegnali sono quindi gli strumenti di misura che si utilizzano nella psicofisiologia clinica, un dato
elettrofisiologico, esempio pratico è l’ecg, sono tutti quei tipi di segnali in cui noi andiamo a
registrare dei potenziali.
Qualsiasi segnale che viene da un organismo viene misurato in microvolt, quindi in voltaggi, il
microvolt, il volt, il voltaggio, è una differenza di potenziale e questo è importante da ricordare,
quindi qualsiasi cosa viene registrata attraverso il microvolt sta registrando una differenza di
potenziale, differenza di potenziale che deriva dall’attività corticale.
Noi sappiamo che i neuroni comunicano tra loro, quindi tutto qualsiasi processo avviene a livello
cognitivo, sensoriale, percettivo nel cervello e che ci fornisce la consapevolezza di noi stessi e la
capacità di interpretare la realtà deriva tutto dalla comunicazione tra neuroni.
Tutto quello che riguarda la nostra esperienza cosciente è mediata dall’attività corticale, noi siamo
il funzionamento del nostro cervello, i neuroni comunicano tra loro attraverso segnali elettrici e
sono questi ultimi che andiamo a registrare.
Il segnale viene rilevato dall’organismo normalmente attraverso elettrodi, per quanto riguarda i
segnali bioelettrici, mentre con altri tipi di sensori, trasduttori o sonde nel caso di altri segnali, dai
quali si ottiene un potenziale d’azione, una corrente o una carica elettrica che è un segnale
analogico che va convertito in digitale per accedere all’elaborazione.
Quindi la fase di acquisizione prevede la presenza di una sorgente, una trasformazione, una
traduzione del segnale in voltaggi, come nell’eeg, dopo di che normalmente sono previsti dei
processi di amplificazione del segnale e di filtraggio e prima di passare ad aspetti di elaborazione
in quanto tale viene fatta la conversione analogico digitale che consiste nella discretizzazione del
segnale, quindi nel passaggio di una rappresentazione del segnale continua ad un segnale
discreto in bit.
Si passa poi dalla fase di acquisizione ad una fase di elaborazione del segnale in cui normalmente
vengono applicati ulteriori filtri e in cui vengono rilevati gli eventi effettivamente rilevanti ai fini
dell’indagine che si sta attuando, dell’informazione che si vuole ottenere.
In questa fase quindi si estrapolano dal segnale totale solo le parti, gli aspetti che sono rilevanti ai
fini della misurazione che vogliamo andare a fare, tutta la parte di acquisizione e di elaborazione
del segnale è volta primariamente a migliorare il rapporto segnale su rumore ai fini di poter estrarre
il maggior numero di informazioni e soprattutto informazioni il più possibile affidabili.
Il concetto del rapporto segnale su rumore è un concetto molto importante soprattutto per quanto
riguarda i dati di elettrofisiologia perché spesso i tracciati elettropoligrafici che siano di eeg, eog,
ecg, ecc. possono essere ricchi di molto rumore.
In un tracciato non filtrato vedremo che al segnale a cui siamo interessati è come se fosse
sovrapposto un altro segnale molto più rapido, molto più casuale che va a sporcare in qualche
modo il segnale che dobbiamo analizzare.
Questa tipologia di sporcizia è definita rumore, è rumore elettrico, perché è un’attività sovrapposta
ad una frequenza più alta al segnale che ci interessa e che oscura il dato e la capacità di trarre
informazioni dal segnale.
È per questo che applichiamo i filtri, ma in questo passaggio è molto importante ridurre al minimo e
ipoteticamente evitare la perdita di informazione, perché è ovvio che nel momento in cui io vado ad
eliminare e a filtrare il mio dato sto eliminando una parte del segnale e devo essere certa che sia
una parte del segnale a cui non sono interessata, altrimenti rischio di perdere alcune informazioni
a cui in realtà sarei interessata.
Quindi gran parte della fase di processamento del dato, soprattutto nel caso di dati elettrofisiologici
è mirata alla rimozione di artefatti, gli artefatti sono proprio quegli elementi che sono presenti
all’interno del segnale, ma che non fanno parte di quella porzione di segnale a cui siamo
interessati e da cui vogliamo trarre informazioni, quindi creano rumore.
Gli artefatti possono essere in questo genere di segnali prevalentemente di natura elettrica, ma
questa natura elettrica può essere endogena oppure esogena, di natura esogena nel senso che si
parla di altri segnai elettrici in ingresso che non arrivano dall’organismo, ma che vengono
semplicemente trasmessi dal sistema di acquisizione o da altri elementi elettronici, come cellulari
presenti nella stanza, oppure possono essere endogeni, come ad esempio un attacco epilettico.
Un attacco epilettico è un artefatto di natura elettrica endogena, ed è un problema che ci si trova
ad affrontare spesso se si lavora con eeg intracranico con pazienti epilettici.
Gli artefatti non sono solo di natura elettrica, ci sono anche artefatti di movimento, perché sull’eeg
e su qualsiasi tracciato di questo genere, anche i muscoli creano una differenza di potenziale che
viene registrata da elettrodi posti sulla cute, per cui gli artefatti di movimento sono piuttosto comuni
nei tracciati eeg e non solo.
Ci sono altre tipologie di artefatti di natura termica che possono incidere sulla forma del segnale
che vediamo, ma anche sulla capacità dello strumento di acquisire il dato.
Tra gli strumenti per l’acquisizione dei biosegnali troviamo: l’elettroencefalogramma, che ha la sua
utilità sia come strumento per la registrazione dell’attività cerebrale spontanea, sia per o studio
dell’attività cerebrale in risposta all’ambiente, quindi i potenziali evocati.
La magnetoencefalografia, che è una tecnica equivalente all’eeg, ma che invece di registrare il
campo elettrico generato dai potenziali d’azione studia il potenziale magnetico, il campo magnetico
generato dalla variazione del potenziale elettrico dovuta al potenziale d’azione.
L’elettrocardiogramma e l’elettromiogramma, in particolare ecg ed attività elettrotermica misurano
l’attività del sistema nervoso periferico autonomo, l’elettromiografia misura la contrazione
muscolare.
Abbiamo poi l’elettroculografia che riesce a darci molte informazioni, da una parte è molto utile
rispetto all’identificazione di alcuni stadi del sonno e da informazioni molto interessanti anche su
alcuni processi indiretti che riguardano l’attenzione, la focalizzazione dell’attenzione, e altri
processi cognitivi possono essere in qualche modo indirettamente studiati attraverso la discrezione
dei pattern dei movimenti oculari.
Ci sono poi le tecniche di stimolazione, come la stimolazione magnetica transcranica e la
stimolazione transcranica con corrente elettrica, l’idea è quella di andare a vedere come è
possibile ottimizzare le tecniche di stimolazione per andare ad interagire con l’attività corticale e
vedere come la reazione a specifiche interazioni tra stimolazione e attività corticale può fornire da
una parte ulteriori informazioni circa il sistema e la fisiologia che stiamo andando a studiare,
dall’altra possono rivelarsi utili strumenti terapeutici, proprio perché sono in grado di modulare e
modificare la fisiologia corticale.
L’ELETTROENCEFALOGRAMMA (EEG)
L’elettroencefalogramma permette la registrazione dell’attività neurale che si può ottenere anche in
maniera evocata, e questo è il metodo di elezione nello studio della psicofisiologia, perché si tratta
di andare ad analizzare e trarre informazioni da una misura dell’attività corticale che è la misura
principe dalla quale possiamo ottenere informazioni sul funzionamento del cervello e su quali
processi all’interno della comunicazione neurale possono essere alterati in specifiche patologie.
L’identificazione di specifiche alterazioni nell’attività corticale può fornire indicazioni rispetto a
meccanismi patologici che effettivamente sono coinvolti non solo rispetto ad alterazioni strutturali
in cui magari la risonanza magnetica potrebbe essere superiore come meccanismo di indagine
dello status cerebrale, ma quando si tratta di alterazioni funzionali, ovvero legate a come funziona,
a come si attiva e a come comunicano i neuroni più che alla presenza o meno di sostanza grigia o
sostanza bianca.
Quando parliamo di alterazioni funzionali in contrapposizione ad alterazioni strutturali intendiamo
per alterazioni strutturali quello che può essere ad esempio il processo di neurodegenerazione in
una patologia neurodegenerativa, l’Alzheimer prevede la neurodegenerazione corticale per cui in
funzione dello stato della patologia noi avremmo che aree progressivamente sempre più estese
subiscono il processo di degenerazione e quindi se vogliamo sapere quali sono le aree in cui
avviene il processo neurodegenerativo ha più senso andare a guardare le neuroimmagini, quindi
segnali che arrivano attraverso l’interazione con l’ambiente e quindi con i campi elettromagnetici
della risonanza magnetica, mentre se siamo interessati a capire se ci sono delle aree il cui
funzionamento è alterato e quindi solo quando sono coinvolte in specifici compiti magari, allora
l’eeg diventa lo strumento d’elezione.
In questi casi l’eeg diventa lo strumento d’elezione perché ha di molto superiore rispetto alle altre
tecniche di neuroimmagini la risoluzione temporale, l’eeg permette di acquisire il segnale
elettroencefalografico istantaneamente e con una risoluzione temporale che va in funzione delle
caratteristiche della strumentazione ma che normalmente è all’interno dei millisecondi e quindi
permette una descrizione della risposta cerebrale molto puntuale e in intervalli di tempo
effettivamente ristrettissimi.
Il punto di forza dell’eeg è la sua risoluzione in termini temporali, l’importanza del segnale è quella
di poter trarre informazioni rispetto alla sua variazione nel tempo, per cui quando sono coinvolti
processi fisiologici , come quelli che determinano l’attività corticale che prevedono variazioni in
istanti di tempo molto brevi, come quello che riguarda i processi cognitivi effettivamente l’eeg è il
sistema preferenziale.
Il punto debole dell’eeg rispetto a tecniche quali la risonanza magnetica o la pet è invece la sua
risoluzione in termini spaziali, in cui tecniche di neuroimmagini sono molto più elevate, per questo
quando dobbiamo andare a studiare alterazioni strutturali, quindi a livello spaziale e quindi
abbiamo bisogno di un elevata risoluzione spaziale, ovvero la capacità di andare molto
precisamente a localizzare una lesione o un processo neurodegenerativo in un area strumenti
quali risonanza magnetica o pet sono superiori, mentre quando siamo interessati a variazioni
funzionali è più indicato l’eeg o una commistione delle tecniche, oggi dove è possibile spesso si
punta all’integrazione di queste tecniche.
Quello che fa l’eeg è registrare attraverso elettrodi posti superficialmente sullo scalpo l’attività
elettrica di popolazioni di neuroni, il primo che si rese conto di come sia possibile rilevare l’attività
elettrica cerebrale generata dai neuroni è stato Richard Canton, nel 1875, che studiando gli animali
ha scoperto che posizionando due elettrodi sulla superficie cerebrale dei due emisferi, oppure un
elettrodo sulla superficie cerebrale e un altro sullo scalpo era possibile, se si connettevano questi
due elettrodi ad un galvanometro, strumento che misura le differenze di potenziali, registrare delle
correnti elettriche, quindi delle variazioni di potenziale, e si rese conto che la corrente generata dal
cervello era effettivamente diversa, le variazioni di voltaggio che si registravano dal cervello
variavano in termini di ampiezza e frequenza durante il sonno o quando l’animale muore e che nel
momento in cui l’animale moriva l’attività elettrica registrata dalla strumentazione scompariva.
Questo è il primo dato che la ricerca scientifica ha trovato rispetto alla possibilità di andare ad
indagare l’attività corticale attraverso lo studio dei potenziali elettrici che potevano essere registrati
dallo scalpo.
Asperger, a cui viene attribuita la scoperta dell’eeg e delle onde alfa, è stato il primo ad aver
applicato la stessa tecnica di Canton all’uomo e ha scoperto che registrando l’attività corticale
attraverso elettrodi era possibile andare ad indagare e trovare dei pattern di attivazione, quindi
delle caratteristiche specifiche del segnale che potevano dare informazioni rispetto allo stato del
sistema cervello in quel momento.
L’eeg registra l’attività di ampie popolazioni neuronali che si trovano nelle aree sottostanti
l’elettrodo e quello che registra all’atto pratico sono esattamente i potenziali che partono a livello
corticale e che fluiscono perpendicolarmente rispetto allo scalpo.
L’elettrodo di registrazione ha una sensibilità che è molto maggiore per flussi di corrente, campi
elettrici che sono perpendicolari rispetto all’elettrodo stesso, visto che l’elettrodo è posizionato sulla
superficie dello scalpo sarà più sensibile e registrerà maggiormente tutti quei potenziali che
effettivamente arrivano lungo la traiettoria perpendicolare rispetto all’elettrodo stesso.
L’eeg misura una differenza di potenziale, misura dei voltaggi che non sono altro che differenze di
potenziale, mentre nel potenziale evocato quello che viene registrato è la differenza di potenziale
che c’è tra l’interno e l’esterno della cellula, infatti si parla del potenziale di membrana, nell’eeg
quello che si va a misurare è la differenza di potenziale che c’è tra un elettrodo attivo che si mette
nell’area a cui siamo interessati di registrare l’attività corticale, e un altro elettrodo che viene
definito neutro o passivo, e che funge da referenza.
Una strumentazione eeg per la registrazione prevede almeno la presenza di due elettrodi anche se
in realtà acquisiamo l’informazione da un solo elettrodo, perché quello che andiamo a registrare è
la differenza di potenziale che c’è tra questi due elettrodi, in questo caso si parla di montaggio
monopolare.
Nel caso in cui invece cosa che si utilizza molto nella clinica siamo interessati a guardare la
differenza che c’è tra due aree attive si utilizza un montaggio bipolare, questa tipologia di
montaggio si utilizza anche per la registrazione, ad esempio dei movimenti oculari e per la
registrazione dell’elettromiografia e in questo caso si posizionano due elettrodi su due aree a cui
siamo interessati e misurare la differenza di potenziale che c’è tra queste due aree.
La differenza di potenziale noi l’avremo tanto maggiore tanto più le due aree che stiamo misurando
mostrano un’attività diversa, per cui se io calcolo una differenza di potenziale mettendo due
elettrodi molto vicini io non trover&o
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Appunti di psicofisiologia generale e clinica
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Appunti del corso di Psicofisiologia dei Processi Cognitivi ed Emozionali
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Appunti esame Psicologia clinica
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