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Sistemi di scrittura

Di tutte le forme di comunicazione orali, ci sono rimaste tracce scritte solo relative al teatro e all’orazione. In particolare, la più antica trascrizione di un’orazione risale al 280 a.C., ed è quella di Appio Claudio Ceco, tenuta in Senato per convincere i Romani a negare la pace a Pirro.

Tavolette e papiro

Originariamente si usava scrivere su tavolette di legno cerate (tabellae ceratae) o non cerate (quindi con inchiostro). Le tavole potevano essere legate come un libro e formavano così un solo codex. Solo più avanti, nel II secolo a.C., si iniziò a usare il papiro, che però prese il sopravvento solo nel secolo successivo. Strisce di papiro erano chiamate plagulae, mentre fogli di papiro: schedae. I rotoli di papiro, creati con l’unione laterale generalmente di plagulae, erano detti volumen (lunghi circa 3,40 m). Il bastone su cui veniva avvolto il rotolo era l'umbilicus. Il cartellino esterno o striscia di papiro su cui erano scritti nome dell’autore, dell’opera ed eventualmente qualcos’altro, era il syllabus. Singola colonna di scrittura: pagina.

Sia per i Greci sia per i Romani, lo scriba era generalmente uno schiavo o un lavoratore salariato. In età ellenistica, l’Egitto proibì l’esportazione di papiro, pertanto venne trovata come soluzione la pergamena, ma comunque fino al II secolo d.C. il papiro continuò a essere padrone.

Biblioteche

I manoscritti più preziosi venivano conservati nelle biblioteche: la prima a disposizione dei Romani fu quella del re macedone Pèrseo, sconfitto da Lucio Emilio Paolo a Pidna nel 168 a.C., e fu trasferita a Roma e usata dai suoi figli, tra cui soprattutto Publio Cornelio Scipione Emiliano, poi adottato da Scipione l’Africano.

Le biblioteche pubbliche sorsero solo in età augustea, sebbene già nel 39 a.C. ne fosse stata allestita una nell’atrio del tempio della Libertà: era pratica diffusa unire luoghi di culto a luoghi colti (“Museo”). Fu poi Augusto nel 28 a.C. a inaugurare una biblioteca sul Palatino, presso il tempio di Apollo, ed era divisa in una sezione greca e una latina. In seguito, una delle biblioteche più importanti fu la biblioteca Ulpia, donata ai Romani da Traiano intorno al 113.

Comunque, l’esordio ufficiale della letteratura latina si ebbe nel 240 a.C., quando per la prima volta si tenne a Roma una rappresentazione teatrale di tipo greco, scritta (o tradotta dal greco) da Livio Andronico, poeta tarantino (Taranto era romana dal 272 a.C.).

L’influsso greco era però già visibile in tradizioni più antiche, come quella dei Libri Sibyllini, redatti secondo la leggenda ai tempi di Tarquinio il Superbo e consultati ogni volta che Roma si trovava in difficoltà. Secondo Rutilio Namaziano vennero poi bruciati da Stilicone nel V secolo.

Forme preletterarie

Agli inizi, le forme preletterarie erano caratterizzate dall’oralità. È il caso soprattutto di epos, storiografia, oratoria, teatro, testi sacri, celebrativi.

Testi religiosi

Fra i testi religiosi di età arcaica meritano menzione soprattutto i carmina (termine originariamente non collegato a una struttura metrica). Erano di solito preghiere e invocazioni per dare inizio a rituali, favorire la fertilità agricola o sanzionare atti politici, e ben testimoniano la concezione religiosa romana, secondo cui si poteva essere al sicuro dall’ira divina solo se dotati di grandissima pietas. Non mancano però in età arcaica testi in metrica: il metro più antico è il saturnio, formato dall’accostamento di due cola, di cui il primo è più lungo e tra i quali si interpone una breve pausa. È l’unico verso indigeno romano.

Era soprattutto il pater familias a recitare i carmina, durante la lustratio, ossia la processione espiatoria intorno a un terreno, che voleva ottenere da Marte (protettore dei confini e dei poderi) un raccolto abbondante. Questo tipo di carmen ci è giunto attraverso il De Agri Cultura di Catone: è una prosa ritmica molto scandita (lustrale). Abbiamo poi un carmen Arvale in saturni tramandato da un’epigrafe del III secolo d.C. e il cui senso è piuttosto oscuro, ma sappiamo che era una preghiera che il collegio sacerdotale dei Frates Arvales cantava a maggio durante gli Ambarvalia, rito purificatore delle campagne.

Vi erano poi i carmina Saliaria, che venivano recitati da un collegio sacerdotale a marzo e ottobre, cioè all’inizio e alla fine delle operazioni belliche. Durante questi riti si svolgeva una processione danzata “a salti” in cui i Salii portavano 12 scudi sacri detti ancilia. I carmina giunti fino a noi sono stati tramandati oralmente sin dalle loro origini e scritti solo in un’epoca più tarda.

Testi funebri

Laudatio funebris per persone importanti, il cui funerale si celebrava nel Foro. Vi era un corteo di persone mascherate e vestite da antenati del defunto, e un parente stretto o il figlio maggiore di lui teneva dai rostri un discorso di lode sul defunto stesso e i suoi antenati, quindi la sua gens. Si tratta di una delle più antiche forme di eloquenza a Roma. Le laudatio funebris venivano successivamente conservate negli archivi di famiglia.

I carmina convivalia (simposiali) erano composizioni in versi destinate all’esecuzione durante i banchetti degli aristocratici. Non sappiamo molto di essi, ma possiamo supporre che i c. convivalia fossero gli antenati dell’epica latina, in quanto già propensi alla poesia celebrativa.

I carmina triumphalia erano invece cantati dai soldati durante le cerimonie di trionfo (che erano occasioni in buona parte anche religiose). Questi carmina non elogiavano solo le imprese e il comandante, ma anche schernivano quest’ultimo, in un clima di motteggio e scherzo tipico del trionfo romano. Probabilmente i c. triumphalia avevano un’impostazione proto-teatrale, consistenti in scambi di battute tra soldati e gruppi di soldati.

Forme preletterarie teatrali

Mordacità e improvvisazione erano le parole d’ordine dei Fescennini, scambi di battute vivaci, grossolanamente organizzate in versi, tra contadini mascherati, durante il raccolto. Nel 364 a.C., in seguito a una pestilenza attribuita all’ira degli dèi, vennero istituiti i ludi scaenici per intrattenerli e placarli: vennero fatti venire dei ludiones dall’Etruria per danzare al suono del flauto, e a questo i Latini aggiunsero degli scambi di battute in rozzi versi (iocularia). Nacque così una prima forma di teatro romano, anche se tuttavia esisteva già la fabula Atellana (così chiamata perché nata ad Atella, in Campania). Solo più tardi l’elemento poetico prevalse, dando origine agli spettacoli di satura.

La scrittura: prime testimonianze

Inizialmente usata solo per fini pratici, le sue prime testimonianze ci giungono dai secoli VII-VI a.C., e sono il Lapis Niger (iscrizione sacrale contenente quasi sicuramente disposizioni rituali relative a un divieto di violazione di uno spazio sacro), il vaso di Dueno (contenente forse la dedica di una fanciulla all’amato) e la cista Ficoroni (“Dindia Macolnia fileai dedit. Novios Plautios med Romai fecid”).

Per le iscrizioni sepolcrali abbiamo un elogium di Lucio Cornelio Scipione (precedente alle guerre puniche) che è in saturni, e ciò testimonia come l’aristocrazia romana volle assegnare agli elogia un carattere autoctono, poiché essi, in quanto lodanti intere gens, erano strettamente legate alla storia di Roma. Successivamente, la scrittura assunse un certo valore anche negli ambiti della storiografia e del diritto.

Per il primo, è il caso degli Annales Maximi o Annales pontificis maximi, una compilatione annuale cronachistica redatta dal Pontifex, cui spettava mantenere i buoni rapporti tra dèi e comunità. Per molti secoli, fino alla fine del II sec a.C., all’inizio di ogni anno veniva esposta una tabula dealbata contrassegnata dai nomi dei consoli in carica quell’anno fuori dalla residenza del pontefice. Veniva riempita man mano e poi tolta a fine anno: fu Publio Mucio Scevola, alla fine del II secolo a.C., a raccogliere quelle compilate fino a quell’anno in 80 libri. Negli annales venivano scritti eventi di vario tipo, prodigi e fenomeni naturali. Non sono molto attendibili, poiché molto sommari e filopatrizi. Avevano lo scopo di informare il popolo e di conservare la memoria. L’usanza annalistica venne tramandata fino ai tempi di Livio e Tacito.

Per il diritto, invece, è il caso delle leggi delle XII Tavole, insieme di leggi scritte su volere della plebe, che negli anni 451-450 a.C. fece designare i decemviri legibus scribundis. La legge perse quindi sacralità e interpretabilità, ma poté almeno essere accessibile a tutti. Le leggi delle XII Tavole venivano appese nelle scuole romane ancora ai tempi di Cicerone, come egli stesso ci testimonia nel De legibus. Esse presentano una formularità tipicamente arcaica e di origine orale. Nel 304 a.C., Appio Claudio Cieco e il suo consigliere Gneo Flavio pubblicarono il ius civile, che permise ai cittadini di ricorrere più facilmente alle leggi delle XII Tavole, poiché prima le procedure giudiziarie e civili erano appannaggio dei pontefici.

Quello di Appio Claudio Cieco è, tra l’altro, il primo nome storico per il quale siano testimoniate attività affini alla letteratura. Inoltre riformò l’ortografia insieme a Pomponio, estendendo anche alla grafia il fenomeno del rotacismo. A lui è attribuita anche una raccolta di massime in saturni, forse intitolata Carmen de sententiis, derivate probabilmente da florilegi greci. Di questa raccolta abbiamo tre sententiae, la cui più famosa è “fabrum esse suae quemque fortunae”. Fu ripreso, molto probabilmente in modo volontario, da Catone per il suo Carmen de moribus.

Le guerre puniche

Le relazioni tra Roma e Cartagine si incrinarono dopo la guerra tarantina (272 a.C.) in quanto Roma con essa sancì il suo potere sull’Italia, togliendo spazio a Cartagine. A Siracusa, i mamertini (mercenari) si ribellarono contro il tiranno della città Gerone II e conquistarono Messina; in seguito chiesero aiuto prima ai Cartaginesi, poi ai Romani, che quindi attaccarono la Sicilia ben sapendo che così avrebbero dichiarato guerra a Cartagine.

264-241: prima guerra punica. Roma conquistò prima la Sicilia (battaglia di Milazzo), poi Corsica e Sardegna, e tutte e tre diventarono province; in seguito anche la Gallia Cisalpina (si conclude con un trattato di pace fra le due). Dopo alcuni anni Annibale conquistò Sagunto, in Spagna, alleata di Roma, e Roma rispose dichiarando nuovamente la guerra. Annibale poi arrivò in Italia e sconfisse i Romani più volte (soprattutto a Canne, nel 216), e Roma prese tempo in Italia, sconfiggendo però i Cartaginesi in Spagna sotto il comando di Scipione l’Africano. Tornato a Roma, egli divenne console nel 205 e organizzò una spedizione in Africa: nel 203 sconfisse i Cartaginesi ai Campi Magni (Tunisia). Annibale tornò in Africa e venne sconfitto a Zama l’anno successivo. Fra le condizioni di pace imposte da Roma, quella di non dichiarare guerra a nessuno senza il suo consenso. Ma alcuni decenni dopo, i Numidi (alleati di Roma) attaccarono i territori cartaginesi, che quindi si difesero, violando il trattato: poiché i ceti agrari necessitavano nuovi territori, Catone spinse per la conquista di Cartagine. Nel 149 Roma inizia l’assedio, e tre anni dopo la città cade per mano di Scipione l’Emiliano.

Il teatro

Per festeggiare la vittoria nella prima guerra punica, nel 240 a.C. vennero organizzati ludi circenses solenni a cui per la prima volta venne affiancato uno spettacolo teatrale (una fabula di Livio Andronico): l’innovazione piacque, poiché da allora tutti i ludi circenses furono affiancati a ludi scaenici (ludi plebei in onore di Giove, ludi Megalenses in onore di Cibele, ludi Apollinares in onore di Apollo…). Inizialmente la scena era rappresentata su un palcoscenico in legno (pulpitum) avente per sfondo delle case, e solo nel 55 a.C., col teatro di Pompeo, Roma ebbe il suo primo vero teatro.

Gli attori (histriones) erano in origine schiavi o liberti, e la licenziosità morale delle rappresentazioni teatrali non li aiutava a essere ben visti. Gli spettacoli erano soggetti a una previa censura dei magistrati, non a caso la satira politica è assente in Plauto.

Livio Andronico

Nato a Taranto e venuto a Roma al seguito di Livio Salinatore, suo padrone e che lo adibì a precettore dei suoi figli. Assunse quindi il nome del suo padrone. Non sappiamo date su di lui, se non il 240 a.C., inizio della sua attività come autore, e il 207 a.C., quando fu incaricato dai pontefici di comporre un carmen in onore di Giunone regina, che venne poi cantato da un coro di 27 fanciulle durante la seconda guerra punica. Alla fine della sua vita gli fu affidata la direzione del collegium scribarum histrionumque appena istituito, che aveva sede sull’Aventino, e ivi Andronico andò ad abitare.

Essendo un grammatico, cioè un insegnante di lingua e letteratura, tradusse l’Odissea in latino, ed è probabile che la usò anche per delle recitationes. Ma Odisseo (Ulixes) era già conosciuto ai Romani, semplicemente solo per via orale; e anche l’epos era conosciuto, come testimoniato dai carmina convivalia. Della traduzione di Andronico conserviamo una 30ina di frammenti, che testimoniano la volontà dell’autore di attenersi il più possibile al testo greco (non che siano assenti tentativi di intensificare il pathos), nonostante la traduzione sia romanizzata, essendo in saturni — indubbiamente per avvicinarsi ai carmina sacrali. E proprio alcuni artifici stilistici dei carmina religiosi sono ripresi da Livio Andronico: allitterazione, parallelismo, nessi sinonimici, una certa ridondanza espressiva, tutti caratteri derivanti dall’oralità. Si individua anche una tendenza arcaizzante, dovuta alla volontà di rendere più solenne il testo e di imitare l’arcaicità linguistica già omerica.

Virum mihi, Camena, insece versutum.
V1: Confronto primo verso Odissea e Odusia: ἄνδρα μοι ἔννεπε, μοῦσα, πολύτροπον
Dove la Camena è una divinità delle fonti, affine alle Ninfe.

Di Andronico conserviamo inoltre otto titoli di tragedie (Achilles, Aegisthus, Andromeda, Equos Troianus, Ajax Mastigophorus, Hermiona, Danae, Tereus) e tre titoli di commedie (Gladiolus, Ludius, Verpus). Non è da escludere che il Gladiolus abbia ispirato il Miles Gloriosus di Plauto.

Nevio

Gneo Nevio è il più antico poeta latino insieme a Livio Andronico. Non fu come quest’ultimo un liberto, ma un cittadino romano della Campania. Sappiamo che partecipò alla prima guerra punica, quindi doveva essere nato prima del 270. Operò insieme ad Andronico, iniziando la sua carriera di autore teatrale intorno al 235; morì in Africa nel 204 o 201 (probabilmente aveva seguito la spedizione di Scipione l’Africano).

Inventò la praetexta e fu iniziatore, col Bellum Poenicum, dell’epica storica latina. Si schierò in più casi contro importanti uomini politici, e in particolare attaccò i Metelli, scrivendo il verso appositamente equivoco: Fato Metelli Romae fiunt consules dove “fato” può essere inteso sia come “destino” sia come “disgrazia” e “Romae” può essere rispettivamente essere locativo o genitivo. I Metelli risposero: Malum dabunt Metelli Naevio poetae. Ed effettivamente Aulo Gellio ci fa sapere che l’autore fu imprigionato.

Di Nevio abbiamo sei titoli e alcuni frammenti di cothurnatae, di cui due riprendono i titoli di Livio Andronico (Danae, Equos Troianus): è molto probabile un intento imitativo esplicito. La tragedia meglio conosciuta è il Lucurgus, di cui restano 24 frammenti. Licurgo era un re di Tracia che non voleva il neoarrivato culto di Dioniso in Grecia: Dioniso quindi lo uccide e incendia la sua reggia (è possibile che Nevio avesse letto le Baccanti di Euripide). Trattavasi di un tema attuale a Roma, poiché, sebbene Bacco fosse una divinità presente nel pantheon romano già da molti secoli, solo negli ultimi decenni del III secolo a.C. si affermarono rituali di tipo iniziatico e orgiastico, che vennero banditi dal Senato nel 186 a.C., dal momento che portavano alla formazione di sette segrete.

Scrisse una praetexta intitolata Romulus Lupus (o da intendere come “lupa”), sulle vicende della nascita di Roma. Un’altra praetexta era il Clastidium, che aveva come argomento la vittoria dei Romani sui Galli presso, appunto, Clastidium (vicino a Pavia) nel 222. Si è ipotizzato che la tragedia sia stata rappresentata nel 208, durante i ludi funebri di Marco Claudio Marcello, il generale che vinse a Clastidium.

Scrisse anche togate, di cui abbiamo 35 titoli; il frammento più esteso deriva dalla Tarentilla. Nevio doveva essere molto mordace nelle sue commedie: è possibile che l’attacco ai Metelli sia avvenuto in scena, e possiamo leggere anche attacchi in stile giambico a politici e a Scipione l’Africano.

Bellum Poenicum

Intorno al 220-210 a.C. Nevio scrisse il Bellum Poenicum, un poema epico-storico sulla prima guerra punica a cui egli stesso aveva preso parte, riprendendo così un argomento caldo poiché lo scrisse proprio ai tempi della seconda guerra punica.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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