La cooperazione allo sviluppo
Il concetto di sviluppo è diventato corrente solo dopo la seconda guerra mondiale; è spesso accompagnato dall’aggettivo “economico” e i suoi sinonimi spesso usati sono: crescita, progresso, evoluzione, trasformazione, cambiamento, ciascuno dei quali sottintende un giudizio di valore in genere positivo fino agli anni ’80-’90 e più critico e negativo in seguito. È un termine che rimanda a un’idea del concetto tutta occidentale.
Al concetto di sviluppo sono stati attribuiti diversi significati; tuttavia, vi è un’idea dominante del concetto di sviluppo dove viene inteso come quel processo di cambiamento delle strutture economiche e del potenziamento delle capacità produttive che hanno reso disponibile una quantità di beni e servizi superiore rispetto al passato e che ha cambiato radicalmente le strutture e le istituzioni economiche e sociali, i modi di pensare ed essere, i modelli culturali, i comportamenti e le aspettative.
Nonostante questa idea dominante del concetto di sviluppo, la situazione dagli anni ’70 ai giorni nostri ha mostrato che qualche paese si è certamente sviluppato, ma qualche altro è rimasto sottosviluppato. Infatti, agli inizi degli anni ’70, il 20% della popolazione mondiale disponeva di poco più del 65% delle risorse prodotte nel mondo e agli inizi del 2000, il 15% della popolazione mondiale disponeva dell’80% delle risorse. Nel 2006 invece, il 20% della popolazione mondiale vive con meno di 1$ al giorno e quasi 3 miliardi di persone con meno di 2$ al giorno, in termini di potere d’acquisto. Quasi 1 miliardo di persone non ha abbastanza da mangiare, 10 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili, 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e 2 miliardi di persone vivono senza sistemi fognari.
Di fronte a questi problemi, le opinioni pubbliche dei paesi sviluppati rimangono sostanzialmente indifferenti; la loro preoccupazione principale rimane il loro sviluppo, il loro PIL quando questo non cresce come dovrebbe. Tuttavia, il divario tra gli have ed have not, cioè tra coloro che hanno e coloro che non hanno, è in crescita anche nei paesi sviluppati.
Approcci allo sviluppo
Il problema dello sviluppo rappresenta un insieme di problemi che riguarda questioni e prospettive disciplinari diverse. Interessano l’economia per il ruolo che la crescita del reddito disponibile ha assunto dentro la dinamica dello sviluppo, ma anche la sociologia per quanto concerne i mutamenti sociali. È anche un tema di altre discipline, come l’antropologia, la storia, la geografia, la scienza politica e le relazioni internazionali. Inoltre, contiene questioni etiche e filosofiche, giuridiche e teologiche, quando ad esempio è chiamata in causa la concezione dell’uomo o dei suoi diritti naturali.
Dagli anni ’40-’50 si sono susseguite una serie di teorie e pratiche dello sviluppo, alcune delle quali sono diventate dottrine ma via via sono state abbandonate, mentre altre sono diventate vere e proprie politiche di sviluppo. A livello mondiale, il 20% più povero della popolazione ha l’1,4% della ricchezza, mentre il 20% più ricco ha l’82,7% della ricchezza.
Il sottosviluppo viene interpretato secondo diversi approcci alternativi:
- Come arretratezza, risolvibile con l’assistenza;
- Come povertà endemica;
- Come distrofia e dipendenza economica, alla quale si può rispondere con lo sviluppo umano sostenibile.
Dimensioni dello sviluppo
Oggi il concetto di sviluppo è caratterizzato da varie dimensioni:
- La dimensione economica: dove il reddito deve essere maggiore della soglia di povertà (parità d’acquisto);
- Deve essere sostenibile: soddisfare anche i bisogni delle successive generazioni;
- Eco-compatibilità: diretto alla tutela della biosfera e dell’ambiente naturale;
- La dimensione dello sviluppo umano: comprendente salute, istruzione, libertà di azione e di espressione, condizione della donna;
- Deve essere di tipo locale / partecipativo: riguardare partecipazione, coinvolgimento, capacity building, creazione di ricchezza comunitaria (autosviluppo);
- Deve tenere conto e basarsi sulle nuove tecnologie.
L’evoluzione e la complessità del concetto stesso si esplica nei cosiddetti Obiettivi del Millennio da raggiungere entro il 2015 e adottati da 189 paesi:
- Sradicare la povertà estrema (> 1$/giorno) e la fame (riduzione del 50%);
- Rendere universale l’educazione primaria (un ciclo completo di istruzione per il 100% dei bambini e delle bambine);
- Promuovere l’uguaglianza di genere nel campo dell’educazione primaria (entro il 2005) e secondaria (entro il 2015);
- Ridurre di 2/3 la mortalità infantile sotto i 5 anni;
- Migliorare la salute materna;
- Combattere l’AIDS, la malaria e le altre malattie;
- Assicurare la sostenibilità ambientale;
- Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo (accesso ai farmaci, riduzione/cancellazione del debito estero, abbattere il digital divide, etc.).
Cooperazione internazionale allo sviluppo
La cooperazione internazionale allo sviluppo verso i Paesi in Via di Sviluppo (PVS) nasce come strumento di politica estera dei governi con molteplici obiettivi non solo “solidaristici”, i cui interessi variano a seconda del periodo:
- Anni ’60-’70: interessi strategici e geopolitici, che riguardavano un certo posizionamento politico in aree sottosviluppate del mondo, come la partnership politica nel contesto della guerra fredda;
- Anni ’80: interessi di tipo commerciale, ovvero trasformare i PVS in una succursale per le imprese nazionali (delocalizzazione) e/o in una fonte stabile di approvvigionamento di materie prime; l’interesse si sposta verso le cosiddette aree emergenti come ad esempio la Cina;
- Dopo il 1989 e gli eventi dell’11 settembre 2001: interessi legati alla sicurezza, ovvero favorire la stabilità militare sull’area in via di sviluppo in relazione agli interessi economici e politici del paese donatore.
In Italia, la cooperazione allo sviluppo è regolamentata dal D.lg. 49/87. Negli interventi di emergenza umanitaria si mira a fornire soccorso alle popolazioni bisognose nelle fasi iniziali di emergenza e di riabilitazione in risposta a calamità naturali o a situazioni conflittuali. Tali iniziative sono tese ad alleviare i bisogni urgenti e drammatici, impostando la preparazione della successiva fase di sviluppo sostenibile. L’efficacia nella risposta infatti richiede che le azioni a beneficio delle popolazioni colpite, così come delle istituzioni locali responsabili, possano, nel rispondere ai bisogni primari, porre al contempo le basi per la ripresa sociale ed economica delle aree colpite.
Negli interventi di cooperazione allo sviluppo, la cooperazione agisce nell’ambito dei rapporti internazionali con i PVS secondo criteri di priorità geografica e di concentrazione degli aiuti. In tale ottica sono realizzati piani di intervento integrato definiti d’intesa con i singoli paesi. La cooperazione allo sviluppo può essere:
- Cooperazione governativa;
- Cooperazione non governativa.
La cooperazione governativa è basata sugli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS). Gli attori coinvolti sono i governi nazionali e gli enti locali, le istituzioni sovranazionali e multilaterali. È un sistema di interventi intrapresi da un governo nazionale o da un organismo internazionale sulla base di specifici orientamenti e priorità politiche che trovano riscontro in specifici accordi volti a contribuire allo sviluppo del paese beneficiario.
Tuttavia, presenta non poche contraddizioni e problemi. Per quanto riguarda le prime, la motivazione solidaristica dell’APS si scontra con gli interessi geopolitici dei paesi donatori; non si riesce a trovare un certo equilibrio nelle attività di cooperazione.
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