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Dimensioni culturali e diversità nello sviluppo

In diverse epoche, il concetto di arretratezza veniva utilizzato per sottolineare le condizioni di inferiorità dei valori e dei costumi da parte di coloro che godevano di una minore ricchezza e di un elevato standard di vita. Gli imperi che avevano assunto una certa centralità politica, come i Greci, ad esempio, definivano barbari coloro che avevano tecniche e livelli di vita ritenuti inferiori e che non sapevano parlare la loro lingua.

Con la scoperta dei continenti e la penetrazione in Africa e in Asia da parte delle potenze occidentali, emersero due problematiche: una di natura culturale e l'altra di legittimazione politica. Sul piano culturale, si rifletteva sulle ragioni del ritardo nello sviluppo di alcune aree e su cosa si potesse fare per migliorare le condizioni delle stesse. Dal punto di vista politico, si cercava di trovare una valida ragione che giustificasse la spartizione di nuovi territori.

Il mancato sviluppo venne giustificato in vari modi: con la diversità delle popolazioni che vi abitavano, sulla base dei loro connotati razziali, o fu anche attribuito a fattori naturali che sfuggivano al controllo dell’uomo. Si supponeva che lo sviluppo della vita agricola e di quella pastorale dipendesse dal clima e dalle colture, come anche sostenuto dalla geografa Churchill Semple, secondo cui queste popolazioni potevano accedere al massimo a un’economia naturale fondata su risorse elementari.

Conseguenze delle interpretazioni coloniali

Come conseguenza di queste interpretazioni, emerse tra i colonizzatori la duplice necessità di fronteggiare per quanto possibile gli ostacoli che caratterizzavano queste terre inospitali mediante tecniche più evolute e sottomettere le popolazioni locali a valori e comportamenti più prossimi a quelli occidentali, ritenuti gli unici aperti al progresso e alla concreta valorizzazione delle risorse locali.

Per un certo periodo il termine sviluppo si è quindi associato a forme più o meno esplicite di sudditanza politica e soprattutto di stravolgimento culturale. Le abitudini di vita delle popolazioni locali vennero alterate in modo radicale da ritmi di lavoro, strumenti, tecniche, mezzi di trasporto e apparati sociali nuovi; vennero interrotti i percorsi dei nomadi, modificati i regimi fondiari e le pratiche d’accesso a beni essenziali come l’acqua o i pascoli, e alterate le tradizionali formule di alleanza e contrapposizione tra i vari gruppi tribali.

Decolonizzazione e recupero culturale

Inoltre, il moltiplicarsi delle estrazioni minerarie e delle colture di piantagione rispondevano solo ai bisogni di materie prime e di alcuni generi stati superflui da parte delle economie colonizzatrici. In sostanza, non c’erano ripercussioni positive sulle condizioni di vita delle popolazioni locali.

Affrontare il discorso e la pratica dello sviluppo è assai difficile quando gli attori locali destinati ad assumere le iniziative non controllano economicamente e quasi mai culturalmente la propria base territoriale. Laddove la colonizzazione è stata di breve periodo e ha cercato di attuare forme di relativo rispetto delle culture locali, come nel Marocco, una lunga pratica di mescolanza fra culture “creole” e indigeni e nuovi venuti ha dato vita a forme originali laddove il ritardo economico riguarda regioni di uno stesso stato sviluppato rimaste più o meno a lungo marginali rispetto ai principali fulcri della vita economica e sociale del paese.

Il caso del Marocco

Il Marocco faceva da ponte tra l’estremo Occidente arabo e i territori dei bacini del Niger e del Volta attraverso il Sahara. Lungo il corridoio a sud della catena del Rif e gli itinerari meridionali si erano concentrate le fortune di mercanti, artigiani e delle corti dei sultani dando vita a centri di grande fascino culturale e di notevole influenza economica e politica come Fes, Meknes e Marrakech. L’esercito francese vi approdò per la prima volta nel 1907 per una spedizione punitiva legata a un massacro perpetrato durante i lavori per la realizzazione di uno scalo a Dar-el-Beida. Nel 1912 i francesi riconoscono un protettorato che avrà termine nel ’56.

Benché gran parte della colonizzazione fu guidata dal generale Lyautey, profondamente convinto dell’esigenza di rispettare la cultura e gli insediamenti locali, l’asse di gravitazione dell’economia e della vita politica venne trasferito verso occidente. Il potere politico si insedia a Rabat; il porto di Dar-el-Beida diviene Casablanca e si avvia così la crescita di una delle maggiori metropoli del continente. I francesi diffusero l’immagine di un “Marocco utile”, il cui potenziale produttivo si concentrava lungo il corridoio costiero che unisce Casablanca a Kenitra e che finì per penetrare nell’immaginario collettivo della popolazione locale, oscurandone la cultura e gli equilibri territoriali del passato.

In molti paesi, il recupero del retaggio culturale e del controllo più efficace delle risorse territoriali alla base dei processi di decolonizzazione, si è dovuto scontrare con la necessaria adozione di tecniche e procedure condizionate dalle centrali internazionali del credito e con la penetrazione dei mercati globali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sandrauselli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e Sociologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Sistu Giovanni.
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