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La vita e le opere di Kant

Kant nasce nel 1724, insegna e muore nel 1804 a Königsberg (oggi Kaliningrad), all'epoca sotto il dominio tedesco e attualmente città russa. Kant evolve inizialmente come leibniziano, rifacendosi alla visione di armonia prestabilita di Leibniz, secondo cui il mondo è un'armonia matematica impressa da Dio.

Nel 1755 pubblica un trattato di fisica intitolato De Ignee ed uno di metafisica; questa dualità tra fisica (filosofia empirica) e metafisica (filosofia teoretica) accompagnerà sempre Kant. Lo stesso anno pubblica il suo primo scritto importante Storia universale della natura e del cielo, in cui indaga i fondamenti empirici-teoretici (una novità all'epoca) e tale opera abbozza il suo futuro pensiero critico.

Le critiche a Newton

Ne I principi della filosofia della natura, Newton non riesce a spiegare come i corpi celesti dialoghino attraverso lo spazio e perché non collassano sul sole in accordo con la sua legge di gravitazione. Newton, da buon teologo, ricorre a Dio affermando che egli corregge la sua opera in modo dinamico e continuo. Kant ribatte che ciò è poco dignitoso nei confronti di Dio e indegno verso la filosofia che cerca principi conoscitivi unitari. In Sogni di un visionario condannerà tali atteggiamenti metafisici, influenzato da Cartesio che sosteneva l'unità di metodo, ovvero riuscire a spiegare più cose possibili con un unico principio.

La creazione secondo Kant

Per Kant la creazione non è istantanea (come nei sei giorni della Genesi) e non è nemmeno ciclica; è qualcosa che si sviluppa in maniera dinamica attraverso le leggi matematiche e fisiche che Dio ha fornito. Tuttavia, tale meccanicismo (il divenire segue la legge di causa-effetto e non uno schema divino) è sempre stato rifiutato dalla Chiesa in quanto portatore di ateismo.

Ma Kant afferma che la verità di ragione non sovverte la verità di fede; e mostrare ciò è suo obiettivo. L'idea che il meccanicismo possa superare il creazionismo compare anche nel Sistema di Epicuro del 1750 scritto da De La Mettrie, in cui descrive un meccanismo di mutazione delle specie per eliminazione degli individui non adatti, ripreso dal latino Lucrezio.

Fede e conoscenza

L'armonia del mondo è così insita nel mondo da far emergere l'armonia divina, ma questo non deve intaccare l'ambito gnoseologico perché il credere è qualcosa di personale, non deve toccare la conoscenza. Kant si dissocia da quelli che chiamerà la fisico-teologia, ovvero coloro che vogliono dimostrare dalla natura l'esistenza divina (è la tradizione neoplatonica e cristiana).

L'Epistola ai romani è il primo documento della teologia cristiana. Paolo dice che "Dio si manifesta nella creazione e nelle sue opere" e accusa gli uomini di non essere stati capaci di leggere nella natura l'esistenza di Dio; l'ira di Dio si scatena su chi non sa leggere Dio nella natura. Paolo afferma che l'uomo non è in grado di ottemperare la legge, quindi non può salvarsi attraverso la legge e Dio ha dovuto sacrificare il proprio figlio. Il peccato esiste nel momento in cui esiste la legge. Il sacrificio di Dio giustifica l'uomo, quindi solo attraverso la fede in Dio l'uomo può salvarsi; l'uomo non si salva attraverso le opere ma solo attraverso la fede perché, se potesse salvarsi tramite le opere, potrebbe decidere della sua salvezza, e ciò lo può fare soltanto Dio.

Ciò viene portato ad estreme conseguenze da Lutero, che libera l'iniziativa dell'uomo da ogni valore morale, influenzando lo sviluppo del capitalismo nei paesi in cui si è diffusa la riforma.

Kant e la fisico-teologia

Kant si allontana dalla spiegazione dei fisico-teologi perché non è nella natura che dobbiamo vedere l'opera di Dio, ma nelle leggi attraverso cui la natura si sviluppa, riprendendo il concetto di armonia leibniziano. Secondo i fisico-teologi, l'ordine che cogliamo nella natura è estraneo alla natura stessa ed è opera di una mano esterna. È opera di una mano estranea (e qui Kant riprende Newton), che lo preserva (Schopenhauer era arrivato alle stesse conclusioni di Darwin, prima di Darwin stesso, dicendo che la natura era una lotta per la sopravvivenza tra le specie).

Secondo Kant, questa conformità di mezzi e scopi è disposta da Dio; ovvero, nel momento in cui crediamo in questa conformità, anche se atei, facciamo riferimento a Dio, anche se lo chiamiamo natura. "Se voi (fisico-teologi) pensate che la natura sia caos e l'ordine lo dia Dio dall'esterno, il caos della natura è uguale e distinto da Dio, ovvero fate della materia un principio pari ed opposto e antico quanto Dio." Se dite quindi che Dio si limita a dare ordine al caos, vuol dire che la materia è antica tanto quanto Dio.

Il senso della creazione è il passaggio da caos a cosmo (da cosmos), ovvero viene imposto un ordine, una forma. La risposta che Kant dà è che la materia (e la natura) si sviluppa e si origina attraverso le leggi che Dio dà (o meglio è una possibilità ma noi non possiamo dirlo con certezza); l'universo è sempre in origine e sviluppo.

(Leibniz si chiede "perché esiste qualcosa e non il nulla?").

Il credente e il naturalista

A questo punto Kant distingue l'atteggiamento del credente della religione dall'atteggiamento del naturalista. Il credente dice che la natura è regolata da un disegno divino. Il naturalista, dicendo sostanzialmente la stessa cosa, va a trovare l'infinità di esempi in base ai quali può dimostrare che nella natura tutto funziona da sé; dimostrerà che la posizione del naturalista non è in contrasto con quella del credente. Fa un esempio dell'isola di Giamaica. Non si rivelano dei fini attraverso una saggia applicazione di mezzi? Il naturalista dice di no. Non c'è bisogno perché è tutto spiegabile naturalmente, nella natura tutto funziona da sé (il vento più forte è diretta conseguenza della temperatura che aumenta ecc.).

Lo scettico (concetto anche di Nietzsche) dice che non è più necessario ricorrere a Dio, la natura si spiega da sé. Kant però dice: in base a quale criterio avvengono queste cose? Non c'è una conformità a questi criteri, non c'è una correttezza, una giustezza nell'incastrarsi di questi fenomeni? Come fa la materia a determinare autonomamente per la sola meccanica delle proprie forze questi effetti? Non si deve pensare che la materia ubbidisca a delle leggi? La materia non produce effetti e conseguenze così vantaggiose che sembrano profilare l'esistenza di un'intelligenza divina?

Dio non è il creatore della materia ma è colui che crea il disegno, le leggi che la natura segue per svilupparsi. Tutto è spiegabile in base alle leggi: la natura è in origine un caos, ma questo caos contiene in sé le leggi che poi determinano l'ordine di questo caos. Le leggi sono due: attrazione e repulsione. La combinazione di queste due forze fa sì che i pianeti possano non precipitare nel Sole e rimanere nelle proprie orbite; la combinazione di leggi spiega l'armonia dell'universo.

Queste sono le idee di Epicuro, Leucippo, Democrito, Lucrezio, con una differenza: mentre loro mettevano all'inizio dello sviluppo della natura il caso, Kant pensa che la materia sia sottoposta a leggi necessarie e da ciò deriva l'ordine della natura. La materia deve necessariamente produrre correlazioni che sono bellissime siccome è opera di Dio, ma opera di Dio in quanto leggi, non perché è stata creata da Dio. La materia deve essere stata ordinata dalla causa prima che è Dio, nel senso che Dio inizia attraverso le leggi quel movimento che dà possibilità alla natura di svilupparsi ordinatamente.

Riprende Leibniz quando dice che Dio ha creato geometricamente e matematicamente, applicando il concetto leibniziano di armonia prestabilita (Kant più avanti si discosterà da queste considerazioni). In questa impostazione data da Kant, chiediamoci che fine fa l'argomento per cui tutto questo ordine appare compromesso se visto in relazione con l'uomo, essere finito, che non è in grado di vedere la complessità e l'ordine del tutto.

Kant e l'ordine nella natura

Kant dice che quello che conta nella natura è l'ordine, il torto dell'uomo è quello di riferire a sé stesso, ritenere che tutto quanto Dio ha fatto, sia stato fatto per lui (passo in avanti rispetto alla tradizione neoplatonica). Il fatto che l'uomo riferisca tutto a sé somiglia a quel racconto che ha fatto uno spirito dell'Aia: l'uomo fa come quei pidocchi che, considerando la testa che li ospitava come un globo, pensavano di essere loro stessi il fine della creazione di quella testa. Finché un giorno uno di loro, scorse la testa di un gentiluomo.

Se l'uomo fosse in grado di scorgere altri pianeti abitati si renderebbe conto che egli non è il fine della creazione. Egli si ritiene invece il fine ed il centro della creazione (Su verità e menzogne in senso extramorale Nietzsche dice le stesse cose, così come in un aforisma del viandante e la sua ombra). Kant dice che anche l'uomo che come i pidocchi, è infinitamente lontano dal centro della creazione, non conta assolutamente nulla, conta solo la creazione; è il mondo messo insieme che è bello, ogni cosa ha la stessa importanza, nessun membro è alla natura (al disegno divino) è indifferente.

Tutto ciò è dovuto a combinazioni, che la natura applica, delle forze originariamente impresse. L'uomo non può vedere la totalità del disegno divino così si crede centro della creazione.

L'anima e la sua immortalità

Conclusione. A differenza degli altri esseri viventi, l'anima dell'uomo è immortale, diamolo per scontato. Ma quest'anima sarà destinata a rimanere per sempre nella terra? Non le sarà concesso di avere una visione totale? Secondo Kant sì, una volta liberatasi, l'anima potrà contemplare l'infinita bellezza e totalità della natura. Potrà dare uno sguardo al cielo stellato. Ma tutto ciò potrà avvenire solamente quando siamo morti? No, perché se interroghiamo bene la natura potremmo riuscire a vedere l'ordine dietro di essa e potremmo allora partecipare della felicità di cui partecipano le anime.

Potremmo vedere un ordine che si riflette anche dentro di noi, ma solo le anime nobili sono capaci di riconoscere questo ordine. Vi è una precisa corrispondenza tra l'ordine della natura e l'ordine morale (Ciò lo diceva anche Shaftesbury). Secondo Cassirer, questa prospettiva casuale e teologica si risolvono l'una nell'altra, quest'ordine, se è dato da Dio, non può non riflettere un ordine morale.

Critica della ragion pratica

Nel 1788 Kant pubblica la Critica della ragion pratica, riprendendo il concetto di "cielo stellato": "il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me". Kant qui non dice più che tra il cielo stellato e la legge morale c'è un'analogia, bensì c'è una corrispondenza, perché non pensa che si possa stabilire questa relazione anche se torna utile pensare a questa corrispondenza; non possiamo dimostrarlo, possiamo solo ammetterla come possibilità.

Queste cose io non ho bisogno di cercarle nell'oscurità, le vedo innanzi a me e "le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza"; non è già data l'analogia tra la legge morale in me e il cielo stellato ma è sintesi umana. Il cielo stellato comincia dal luogo che occupo nel cielo sensibile esterno ed estende la sua connessione; nel mondo sensibile, fenomenico, l'uomo si perde nell'infinità; il mondo fenomenico è qualcosa che schiaccia l'uomo, che non può comprendere perché l'infinitamente molteplice della natura è tale che non posso orientarmi in esso se non facendo riferimento a qualcosa che è in me, al mio intelletto (il cielo stellato sopra di me appare come una minaccia).

La legge morale in me fa riferimento al sovrasensibile, comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità. È un altro infinito che sono io e posso conoscerlo perché sono io; su ciò si basa la legge morale. La legge morale è fondata su di me, sulla mia anima, sulla mia individualità e personalità e qui è tutto universale e necessario. Io sono annullato da questo mondo fenomenico, annulla la mia importanza di creatura animale; nel modo sensibile sono soggetto alla mia natura animale, ma non sono solo questo (per Aristotele l'uomo è un animale dotato di parola e della capacità di ragionare); distinzione importante anche nella critica del giudizio quando parla del sentimento del sublime (la ragione è il rifugio dell'uomo, trovo belli gli spettacoli della natura grazie alla mia ragione perché sensibilmente sono mostruosi e ci annientano).

La legge morale in me eleva infinitamente il mio valore come valore di un'intelligenza mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dalla mia animalità e dal mondo sensibile. Non c'è quindi una relazione; l'ordine morale è dell'uomo, io mi contrappongo al mondo sensibile che schiaccia la mia parte sensibile, contro il quale faccio valere la mia ragione.

Non possiamo dimostrare che le leggi della natura siano conformi al nostro intelletto ma dobbiamo pensarlo per non cadere nella superstizione. Kant se la prende con lo stato di minorità dell'uomo che imputa a sé stesso; è facile rimanere minorenni quando c'è un libro che ti dice come devi pensare (la Bibbia). L'esistenza di Dio è indispensabile per dare un fondamento universale alla legge morale, serve solo alla legge morale, ma non possiamo dimostrarne l'esistenza. Nietzsche accusa Kant di antropocentrismo, di conoscere tutto partendo dall'uomo.

L'Illuminismo secondo Kant

L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo.

In autunno inizierà anche a tenere lezioni a casa sua (come consueto all'epoca). Nel 1781 (poi nuovamente nel 1787) pubblica la Critica della Ragion Pura in cui suddivide le tipologie di giudizi.

Tipologie di giudizi

Giudicare significa formulare proposizioni con soggetto, verbo e predicato ed esistono diversi tipi di giudizio:

  • Analitici (sempre a priori): Non forniscono conoscenza. Es. "i corpi sono estesi" non amplia la conoscenza perché nel soggetto "corpi" è già contenuto il predicato "essere estesi". Non sono giudizi conoscitivi ma logici. Infatti vi sono gli assiomi logici: Identità, Non contraddizione, Terzo escluso. Questi ordinano la conoscenza ma non la forniscono.
  • Sintetici a priori: Forniscono conoscenza. Giudizi sconosciuti agli empiristi come Hume. Sono giudizi della conoscenza matematica. Es. 3+4=7, nella somma non è già implicito il risultato a risulta da una sintesi che attua il soggetto nonostante non ne abbia mai avuto esperienza. Sono sintetici a priori proprio perché il soggetto compie una sintesi che prescinde dall'esperienza.
  • Sintetici a posteriori: Sono i giudizi in cui compare l'esperienza. Es. "i corpi sono dilatati dal calore", la dilatazione non è implicita nel corpo, né nel calore ma la nostra esperienza ci permette di attuare una sintesi. Automaticamente so che funzione per ogni corpo.

Ma da dove arriva l'ordinamento che imprimo all'esperienza? Dall'esperienza stessa? Ciò sarebbe impossibile, ribalterebbe la causalità, come potrebbe la regolare d'ordinamento essere soggetta all'ordinamento stesso? Ma come posso dire che una regola che vale per un oggetto sia poi universale e valga per ogni oggetto? Per Hume (empirista scettico), non posso dirlo perché è solo abitudine e non posso universalizzare l'abitudine. Per Kant invece vi è un principio che viene prima e che è fonte di vera conoscenza, ed è ovviamente sintetico a priori (ne è un esempio il principio di causalità). Se tutto fosse legato solo all'esperienza la conoscenza diverrebbe impossibile.

La risvolta copernicana

Kant attua una "risvolta copernicana": fino a quel momento il soggetto doveva uniformarsi all'oggetto per conoscerlo e in questo fallisce la metafisica. Con Kant l'oggetto si uniforma al soggetto e ai suoi principi conoscitivi quindi si acquista certezza: posso essere sicuro di ciò che deriva da me e non dal mondo esterno. Si conosce per come le cose appaiono e non per ciò che sono realmente (noumeno). La conoscenza è trascendentale in quanto non è propria dell'esperienza ma le rende possibile.

Il terremoto di Lisbona del 1755 ebbe un forte eco in tutta Europa, sconvolgendo le riflessioni sulla natura di Dio ed e la possibilità di conciliare la fede con l'ordinamento del cosmo. Un esempio lo fornisce il Candido di Voltaire in cui viene ironizzata la figura di colui che pensa di vivere nel migliore dei mondi possibili.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MichaelTosi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Gentili Carlo.
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