Arte e archeologia del mondo romano
Torelli – Menichetti – Grassigli
Quando Roma avrà il suo ingresso sullo scenario mediterraneo ci sarà una modifica dei rapporti culturali tra le regioni che si affacciavano sul Mar Mediterraneo. È molto difficile riconoscere un momento in cui l’arte etrusca, o italica, cessa ed inizia l’arte romana. Abbiamo dei problemi di natura cronologica e quelli riguardanti la posizione geografica, in più, la mancanza di coerenza che è una delle caratteristiche principali dell’arte romana.
Roma e il Lazio tra reges e princeps (VIII-VI a.C.)
Tessera hospitalis a forma di leoncino, da Sant’Omobono, Roma, Antiquarium comunale. In un deposito votivo si è trovato un leoncino iscritto in avorio, metà di una figuretta. Era parte di una tessera hospitale, una tessera speculare divisa in due famiglie con rapporti di ospitalità, sulla quale è presente un’iscrizione in etrusco: Araz Silqetenas e Spuriana. Il primo nome si riferisce a qualcuno di origine etrusca che vive a Roma, Spuriana invece è una gens che vive a Tarquinia. È databile attorno al 540-530 a.C.
Pianta del tempio di Giove Capitolino. Era il tempio della triade capitolina (Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva). Costruito dai Tarquini; era il modello teorico del tuscanico: tre celle che non occupavano tutto il podio, un colonnato laterale e il muro di fondo cieco; aveva 6 colonne in facciata. L’acroterio era una quadriga di terracotta dipinta. Le differenze coi templi greci: non c’è una crepidine e manca la tripartizione in pronao-cella-opistodomo. Le colonne non circondano tutto, ma sono soltanto frontali, quindi, non c’è la peristasi.
Atena ed Eracle da Sant’Omobono, Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini. (1,50m) Poteva essere un dono votivo oppure doveva decorare il trave di colmo. Eracle si riconosce dalle zampe del leone di Nemea, mentre la figura elmata è sicuramente Atena. Atena ha gli occhi allungati, di gusto ionizzante a Roma e in Etruria, dimostra un’intensità di contatti con la Grecia. È datata come la tessera hospitalis attorno al 530 a.C.
Età alto e mediorepubblicana
Torso fittile di Amazzone dall’Esquilino, Roma, Musei Capitolini (V secolo a.C.); torso fittile di guerriero da Signia, Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: dall’area del Tempio di Libitina sull’Esquilino proviene un torso acroteriale fittile databile ai primi decenni del V secolo a.C. Dal colore bianco che ancora ne caratterizza le parti nude e dall’accentuata volumetria è possibile identificare un’amazzone, figura mitica portatrice di un complesso sistema semantico basato sull’alterità uomo-donna e sugli ambiti specifici da questi ricoperti nel quadro sociale e culturale del mondo antico. L’amazzone doveva costituire un gruppo unico con il suo assalitore. Eccezionale appare la maestria realizzativa del pezzo costituito da un’anima interna in terracotta grezza, rivestita da argilla purissima e quindi finemente dipinta; questa tecnica ci rimanda a prototipi di ambito ellenico. È raffrontabile al torso dell’Esquilino, un altorilievo su testata di columen o di mutulo proveniente dal tempio dell’acropoli di Segni e raffigurante un guerriero.
Lupa capitolina, Roma, Musei Capitolini (V secolo a.C.): la lupa è posta con il corpo di profilo, la testa rivolta verso l’osservatore, le fauci digrignanti in atteggiamento di minaccia; i gemelli furono aggiunti in seguito, nella fine del XV secolo.
Cista Ficoroni, Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (IV a.C.): è un contenitore bronzeo, donato da una madre alla figlia per le sue nozze. È presente la rappresentazione del mito degli argonauti. Abbiamo delle raffinate decorazioni in origine a traforo e dalla metà del IV a.C. a incisione, collocate sia sul corpo che sul coperchio. Il livello stilistico raggiunge livelli di elevata qualità, la sua iscrizione rimanda ad una produzione localizzata direttamente a Roma, ma l’artista (Novios Plautios) arrivava dalla Magna Grecia.
Frammento di affresco dalla necropoli dell’Esquilino, Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini (III a.C.): preserva un’eco della pittura trionfale. Abbiamo un’importante decorazione pittorica su quattro registri sovrapposti. La 1^ scena è di battaglia. La 2^: a sinistra ci sono delle mura dalle quali sporgono delle teste e due figure che si porgono la mano, una figura porta una lancia e una toga (Fabius Quinto Fabio Rulliano), l’altra un corto gonnellino e un elmo di penne: rappresenta un trattato di alleanza tra vincitori e vinti, sancito dalle mani destre che si stringono. Nel 3^ registro abbiamo un gruppo di soldati, al centro abbiamo un togato e un soldato con una corazza anatomica e un gonnellino. Quello in toga è Fannius (della gens fannia non si hanno informazioni, non sono noti esponenti), gli opponenti hanno un armamento sannitico, quindi, probabilmente, si tratta di una Guerra Sannitica (prima metà del III a.C.). Nel 4^ registro c’è un combattimento. Lo stile compositivo è poco classico. Abbiamo dei filoni stilistici che coesistono, quindi, la creazione di un nuovo linguaggio stilistico: un soggetto greco che non aveva niente in comune con i greci. Tradizione greca + tradizione italica. La tomba è troppo piccola per essere della gens Fabia e non si tratta di una tomba di famiglia, ma una tomba pubblica (secondo Cicerone).
Ritratto di Bruto Capitolino, Roma, Musei Capitolini: la testa bronzea è stata identificata nel volto di Bruto, mitico fondatore della repubblica, conosciuto da due serie monetali emesse nel 53 e nel 49 a.C. da Giunio Bruto, il cesaricida. Sono evidenti le dinamiche formali che ricollegano il bronzo dei Capitolini alla ritrattistica cosiddetta “medioitalica”, soprattutto per quanto concerne la struttura stereometrica del cranio e una netta propensione a una resa fisiognomica dei tratti del volto. Su questi stilemi di fondo vediamo sovrapporsi elementi di matrice diversa che ci rimandano in modo diretto alla ritrattistica ellenistica degli inizi del III secolo a.C. e in particolare alla tradizione attica relativa ai ritratti dei grandi oratori. Un siffatto orizzonte cronologico sembra ben integrare il cosiddetto Bruto Capitolino nel quadro ideologico della politica culturale della Roma di questo periodo, oramai proiettata verso il predominio della penisola ed inevitabilmente intenta a ricercare nelle radici più profonde della propria tradizione mitistorica le chiavi ermeneutiche della sua inarrestabile potenza.
Frammento di testa fittile dal Tempio della Vittoria sul Palatino, Roma, Museo Palatino (294 a.C.): sulla sommità del colle Palatino viene eretto nel 294 a.C. dal console L. Postumio Megello il nuovo tempio della Vittoria. Dalle favissae rinvenute all’interno dell’edificio proviene una splendida testa fittile policroma, verosimilmente pertinente a una delle statue frontonali del tempio. L’analisi di questo pezzo ci permette di verificare le tendenze formali che caratterizzano le produzioni della cultura medioitalica di questo periodo. A stilemi che si richiamano in maniera nitida alla tradizione greca del periodo tardo classico, soprattutto per quanto concerne l’impostazione strutturale del volto e la resa della capigliatura, si affiancano altresì accenti di matrice “italica” da riconoscere in una netta tendenza all’espressionismo, che trova la sua più chiara manifestazione nei tratti disegnativi degli occhi e degli zigomi.
Sepolcro degli Scipioni, Roma, lungo la Via Appia. Cicerone ricorda che la tomba era situata in una traversa della Via Appia. È una tomba gentilizia aperta prima della morte del primo Scipione (inizi del III a.C.). Si tratta di una tomba a camera scavata nel tufo; in origine aveva un solo ingresso, in seguito verranno aperti degli ambienti laterali. La tomba aveva una facciata, quindi era considerata di dimensione pubblica, era una strategia adottata dalla gens per autocelebrarsi. Abbiamo una decorazione dipinta (a differenza delle tombe etrusche, decorate all’interno) da 5 strati di pitture sovrapposte. Ad ogni decesso di uno Scipione col trionfo la facciata veniva ridipinta. Con Scipione l’Asiatico la facciata viene trasformata: un podio con una finta scena teatrale, tre finte porte che ospitano statue di Scipione l’Africano, Scipione l’Asiatico e Ennio, inquadrate da semicolonne corinzie. Sullo sfondo c’è la tomba di Scipione Barbato (Città del Vaticano, Musei Vaticani), un sarcofago di tufo piperino di modello magno-greco: sul coperchio ci sono delle volute ioniche, la cassa, invece, ha un fregio dorico di metope e triglifi, e sopra di esso dei dentelli ionici. La parte inferiore è iscritta: la prima iscrizione fu erasa e sostituita da un’iscrizione in metro che parla dei risultati di Scipione.
L’urbanistica e i modelli dell’architettura ellenistica
Il capitello corinzio. Non c’è dubbio alcuno che il capitello corinzio trovi nelle sovrabbondanti esigenze ornamentali dell’architettura ellenistica la chiave fondamentale della propria fortuna. Allo stesso modo, la rapida diffusione in ambito romano dell’ordine corinzio anche all’interno di abitazioni private già a partire dai decenni iniziali del II secolo a.C., come nel caso della fase più antica del peristilio della casa del Fauno a Pompei, è chiaro indizio di come al progressivo espandersi delle conquiste di Roma verso Oriente venga a corrispondere il prevalere di un gusto nuovo, la ben nota Asiatica luxuria, indirizzato con sempre maggiore vigore verso i modi stilistici e formali del barocco ellenistico.
Tabella riassuntiva delle principali tecniche dell’edilizia romana. È nei decenni finali del secolo III a.C. che alla tecnica canonica dell’opus quadratum si affianca una nuova tecnica edilizia basata sull’uso dell’opus caementicium, un conglomerato di malta e pietrisco, come nucleo interno dei paramenti murari. La nuova tecnica necessita tuttavia un rivestimento esterno, realizzato mediante la giustapposizione di tufelli piramidali inizialmente allocati in modo irregolare (opus incertum), ma che progressivamente assumono una disposizione sempre più regolare (opus reticulatum). Molti sono i vantaggi che derivano dall’uso esteso della nuova tecnica, per la messa in opera della quale si richiedono capacità tecniche e artigianali decisamente inferiori rispetto al vecchio opus quadratum e che possiamo ben riassumere in un sensibile abbattimento dei tempi e dei costi necessari alla realizzazione di un edificio, per il quale l’ampio impiego di manodopera servile non specializzata diviene una pratica sempre più diffusa.
Area dell’Emporium a Roma. L’area scelta per l’edificazione del nuovo complesso portuale corrisponde all’ampia valle a sud del colle Aventino (XIII regio), dove a partire dal 193 a.C. per iniziativa degli edili curuli M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo si dà inizio ai lavori per la costruzione di un edificio colossale (487x60m) realizzato in opus incertum e suddiviso in 50 vani da 294 pilastri disposti su 7 file, un tempo interpretato come Porticus Aemilia, ora meglio spiegato come navalia. All’enorme fabbricato corrispondeva lungo il fiume una banchina lunga oltre 500 metri, dotata di scale, rampe e potenti piloni in travertino destinati alle pesanti navi da trasporto. La messa a regime del nuovo scalo e l’ulteriore aumento demografico della Roma degli anni finali del II secolo a.C. determinano in senso commerciale anche la destinazione delle aree a esso contigue, caratterizzate dalla presenza di magazzini e di grandi depositi.
Pianta del Campo Marzio. La zona del Campo Marzio meridionale rimane fino alla fine del IV secolo a.C. un’area di secondaria importanza nell’espansione urbanistica di Roma e nella quale l’attività edilizia si limita alla realizzazione del tempio di Apollo (433 a.C.) e del tempio C dell’area di Largo Argentina. Nel corso del secolo successivo a questi edifici si affiancheranno il tempio di Bellona (295 a.C.) e il tempio A di largo Argentina, tutti orientati sull’asse del tempio di Apollo, il medesimo dei saepta, sede dei Comizi centuriati che si trovava nell’area più settentrionale del Campo Marzio. È nel 221 a.C. che C. Flaminio Nepote decide la costruzione del circo Flaminio, destinato a ospitare i concilia plebis e orientato sulla direttrice nord-ovest/sud-est che costituirà il nuovo asse di riferimento per i molti edifici che d’ora innanzi andranno ad arricchire quest’area, dal tempio di Hercules Musarum (189 a.C.) al tempio di Diana (179 a.C.), dalla porticus Metelli al tempio di Castore e Polluce in circo.
Area di largo Argentina a Roma. Costituisce il più importante complesso sacro della Roma di età medio e tardorepubblicana. Il tempio più antico, denominato C, è un periptero su alto podio, esastilo o forse tetrastilo – sulla fronte e colonnato sulle alae. Verosimilmente risalente agli anni a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., al suo interno era forse venerata la dea sabina Feronia, per la quale i calendari ricordano un antico culto in campo in antis. Il secondo edificio, denominato A, è un piccolo tempio in antis. L’edificio D, caratterizzato da una grande cella rettangolare preceduta da un ampio pronao esastilo e per il quale è riconoscibile un rifacimento ascrivibile al I secolo a.C., deve essere verosimilmente identificato con il tempio dedicato nel 179 a.C. dal censore M. Epilio Lepido ai Lari Permarini, i Cabiri di Samotracia protettori della buona navigazione. L’edificio più tardo, denominato B, è una struttura di forma rotonda su podio, identificata sulla base di una testimonianza di Varrone con il tempio dedicate nel 101 a.C. alla Fortuna huiusce dei da Q. Lutazio Catulo e connesso alle pubbliche distribuzioni di frumento.
Area della porticus Metelli a Roma. La grande struttura porticata doveva inglobare al suo interno il tempio di Giunone Regina, dedicato nel 179 a.C. da M. Emilio Lepido. È accanto a questo che per volere dello stesso Metello viene eretto il tempio di Giove Statore, il primo edificio di Roma interamente realizzato in marmo su progetto di un architetto greco. Negli anni compresi tra il 30 e il 23 a.C. il portico sarà oggetto di un radicale rifacimento: ampliato verso settentrione, a esso saranno annessi propilei monumentali, una biblioteca e la Curia Octavie, un grande edificio absidato che la pianta marmorea severiana ci mostra proprio a ridosso dei podi dei due templi.
Foro Romano in età repubblicana. È a partire dalla metà del II secolo che il Foro diviene il luogo deputato sia allo svolgimento di una parte consistente dell’attività giudiziaria sia alle attività assembleari dei Comizi legislativi. La ridefinizione urbanistica e topografica della piazza in età tardorepubblicana trova conclusione nella realizzazione sillana del Tabularium, armonizzando in un continuum architettonicamente coerente il complesso Foro-Campidoglio.
Comitium e Curia a Roma. Il Comitium viene mano a mano arricchendosi di ulteriori valenze di natura politica. Sede del Senato, sede di magistrature e finanche luogo destinato ad accogliere le delegazioni straniere, la sua fase più antica è riconducibile agli anni finali del VII secolo a.C., in coincidenza cronologica con la pavimentazione del Foro e della Regia. Più volte oggetto di importanti interventi di rifacimento il Comitium viene radicalmente riedificato nella prima metà del III secolo a.C., verosimilmente in concomitanza ai fatti della prima guerra punica. È in questa fase che l’edificio assume una forma circolare con gradinata interna, una tipologia chiaramente derivante da quella degli ekklesiasteria greci e che si manterrà fino alla fine del periodo repubblicano, diventando prototipica per molti comizi di ambiente coloniale. Nuovamente restaurato da Silla intorno all’80 a.C., il Comitium cesserà di esistere in conseguenza dei grandi rifacimenti cesariani dell’area, allorquando la Curia Hostilia sarà trasformata in un tempio dedicato a Felicitas, sostituita nelle sue funzioni dalla nuova Curia Iulia.
Pianta del Tabularium a Roma. Il Tabularium (archivio di stato) rappresenta probabilmente la più impegnativa opera architettonica della Roma di età tardorepubblicana. Il complesso era costituito da un’imponente substructio in opera quadrata di pietra gabina con nucleo in tufo, sormontata da una grande galleria a volta. A monte di questa, si aprivano una volta con ampie stanze con volta a padiglione. Poco resta del piano superiore, il vero e proprio Tabularium caratterizzato verosimilmente da una facciata monumentale verso il lato del colle e aperto verso il Foro con un grande portico colonnato di ordine corinzio sovrastante la galleria, del quale sono stati rinvenuti numerosi resti relativi a un restauro di età domizianea successivo all’incendio dell’80 a.C., e dunque non pertinenti alla fase originaria dell’edificio.
Teatro e Portici di Pompeo in Campo Marzio a Roma. L’edificio aveva un diametro di oltre 150 metri e poggiava su poderose sostruzioni in opera reticolata che costituiscono uno dei primi esempi dell’uso di questa tecnica edilizia. Analogamente monumentale doveva presentarsi la frons scaenae che sappiamo dalle fonti essere riccamente ornata e all’interno della quale erano collocate statue delle Muse e di Apollo. Alle spalle della scena si apriva un portico di dimensioni eccezionali (180 x 135 metri), terminante sul lato opposto al teatro con un’esedra rettangolare utilizzata come Curia per le riunioni del senato e ornata con una statua dello stesso Pompeo, era anch’esso arricchito da statue di artisti greci a soggetto prevalentemente teatrale.
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