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Questa funzione con una sola variabile indipendente è chiamata curva di domanda.

Con un livello di prezzo P1

avremo una quantità domanda

Qd1. A livello P2 il prezzo è

talmente eccessivo da

determinare una quantità pari a

zero, mentre a un prezzo di zero

la quantità domandata di pesce

sarà limitata.

Ogni bene ha una propria curva

di domanda, quindi l’influenza del

prezzo sarà in genere diversa.

Per misurare come cambia la

quantità domandata quando

cambia il prezzo, gli economisti

fanno riferimento al concetto di

“elasticità”.

L’elasticità è il rapporto tra la variazione percentuale della variabile dipendente e la

variazione percentuale della variabile indipendente.

L’elasticità ci dice quanto è sensibile la

domanda alla variazione del prezzo. L’elasticità

è maggiore di uno quando la variazione

percentuale della domanda è maggiore di

quella del prezzo che l’ha provocata. In questo

caso si dice che la domanda è elastica. È

invece minore di uno quando la variazione percentuale della domanda è minore di quella del

prezzo, e si parla di domanda anelastica.

Più è piatta la curva di domanda più è maggiore la sua elasticità.

In caso di un aumento del

prezzo di un bene alternativo

avremo uno spostamento della

curva di domanda, poiché al

crescere di esso cresce la

quantità del bene domandato

primario.

Il cambiamento di una variabile

esogena comporta lo

spostamento della curva.

Un modello economico è una struttura teorica che contiene al suo interno solo quegli

elementi e quelle relazioni tra elementi che sembrano utili e rilevanti ai fini del ragionamento

e del problema che stiamo affrontando.

Una funzione è una regola che descrive la relazione esistente tra alcuni elementi del

modello. Gli elementi del modello che possono assumere doversi valori vengono chiamati

variabili. A ogni valore di una variabile, la funzione fa corrispondere secondo la regola

assegnata un unico valore dell’altra variabile.

Il punto di intercetta di una funzione è pari al valore che assume l’y quando la x assume

valore zero. Il termine noto dell’equazione misura pertanto l’intercetta della funzione

sull’asse delle y.

Il rapporto tra gli incrementi o variazioni di due variabili è chiamato rapporto incrementale.

Le variabili economiche si distinguono in variabili endogene ed esogene. Le prime sono

quelle il cui valore viene determinato dal modello stesso; il valore delle seconde non viene

invece spiegato dal modello ma assunto come un dato.

Condizione necessaria affinché il sistema sia determinato è avere il numero di equazioni

uguale a quello delle incognite.

La quantità offerta sul mercato dipende innanzitutto dal prezzo del bene, più è alto e più

l’offerta andrà ad aumentare poiché i produttori avranno maggiori guadagni. Per avere

l’offerta maggiore di zero, occorre che il prezzo superi un valore di soglia: al disotto del quale

non vale la pena di pescare, se non per provvedere al consumo della famiglia.

I prezzi dei beni complementari presentano una relazione inversa con l’offerta di pesce,

poiché si possono valutare altre alternative a quelle di offerta del bene primario.

Il salario rappresenta un costo per le imprese, cioè quello dei dipendenti. Per le persone che

lavorano in proprio si traduce in quello di costo-opportunità, ovvero quello che

spenderebbero se facessero lavorare un altro al posto loro oppure quello che

guadagnerebbero cambiando attività e andando, per esempio, a lavorare in fabbrica. Più

basso è il salario e più a lungo conviene produrre, poiché i costi di produzione sono minori.

Le variabili per determinare l’offerta di pesce sono il suo prezzo (P), il prezzo dell’alternativa

(P ) e il salario (W).

a

Q = S(P, P , W)

s a

Le variabili esogene sono tutte quelle diverse da P. La curva è

crescente e

parta da P’, che

rappresenta il

prezzo minimo

al di sotto del

quale non

conviene

pescare. La

quantità offerta

non può

superare il

sm

livello Q

poiché non è

possibile

produrre più del

tempo

disponibile.

Questa è la funzione di offerta di breve periodo, appunto perché la tecnologia e le

condizioni di produzione sono stati assunti dati e costanti. Con “breve periodo” gli economisti

non definiscono un preciso e ben definito intervallo di tempo, ma quella situazione in cui la

tecnologia e l’impianto sono un dato non modificabile dell’impresa: se essa vuol produrre

deve usare quel che ha e può variare la quantità prodotta solo facendo leva sul tempo di

lavoro. Se il prezzo del bene è alto, sicché conviene aumentare l’offerta, l’impresa deve

accrescere l’impianto per produrre di più, ma questa è una decisione di lungo periodo.

La curva di offerta del brevissimo periodo, relativa al giorno di mercato e dove la

produzione è già stata effettuata, presenta la quantità offerta come data.

La curva di offerta dipende innanzitutto dai valori assunti dalle variabili esogene. I fattori che

la influenzano sono anche la tecnologia e le condizioni di produzione. Q =Q );

Per equilibrio s’intende che la quantità domandata è uguale alla quantità offerta ( d s

che, dato il prezzo che si stabilisce sul mercato, tutti coloro che vogliono comprare la merce

a quel prezzo riescono a farlo e nella quantità desiderata, e tutti coloro che vogliono venderla

riescono a farlo nella quantità desiderata. Il prezzo di equilibrio è quel prezzo che rende

compatibili le decisioni dei vari soggetti presenti sul mercato.

Al prezzo P i consumatori desiderano acquistare proprio Q = D(P ) e le imprese desiderano

e e e

vendere proprio Q = S(P ), con due quantità uguali lo scambio può avvenire senza lasciare

e e

nessuno insoddisfatto.

Risolvendo questa equazione si ottiene P cioè il prezzo che uguaglia

e

domanda e offerta. Sostituendo questo valore in una delle due

equazioni si trova Q .

e

Per verificare l’esistenza è necessario che le funzioni di domanda e offerta s’incontrino in

corrispondenza di un prezzo e una quantità maggiori di zero. Se domanda e offerta

s’incontrano sotto l’asse della quantità, vuol dire che l’offerta è abbondante anche se il

prezzo è nullo. Se le funzioni s’incontrano a sinistra dell’asse dei prezzi vuol dire che il

prezzo minimo a cui le imprese sono disposte a produrre il bene è maggiore di quello cui i

consumatori sono disposti ad acquistarlo.

Per verificare che la soluzione sia unica è necessario che le due curve siano lineari.

Il terzo requisito che deve avere l’equilibrio è quello della stabilità, e cioè che in situazioni in

cui il mercato si trova fuori dall’equilibrio, avvengono delle reazioni e dei meccanismi che

riconducono il sistema verso l’equilibrio.

Supponendo che il prezzo sia basso(P1) e che tutti i consumatori ne siano a conoscenza.

Siccome la quantità domandata in corrispondenza di P1 è maggiore dell’offerta, i

consumatori cominciano a contendersi il bene innescando un’asta al rialzo. L’asta finisce a

Pe, poiché nessun consumatore è disposto a rialzare ulteriormente il prezzo. È possibile lo

stesso fenomeno al contrario.

Nel caso di breve periodo se non siamo in equilibrio è perché le imprese hanno prodotto

troppo o troppo poco, e di conseguenza regolano la quantità prodotta in base all’andamento

quotidiano dei prezzi. Nella situazione B le

imprese si rendono

conto di aver prodotto

troppo poco, e

decidono di produrre

di più.

Di norma le imprese

dispongono di scorte

per far fronte

all’oscillazioni della

domanda. L’equilibrio

si ha quando il livello

delle scorte è quello

desiderato dalle

imprese.

Il modello di scelta del consumatore può essere riassunto dicendo che tra tutte le alternative

possibili il consumatore sceglie quella che ritiene essere la migliore. Il consumatore

analizzato è un soggetto razionale, tipico, medio e rappresentativo dell’insieme dei

consumatori. Nel modello dunque non è necessario che tutti i consumatori si comportino

razionalmente, ma che lo facciano la maggior parte.

Supponendo che in un sistema economico ci siano solamente due beni, l’alternativa è

l’elenco delle quantità di questi due beni che il consumatore sceglie di acquistare.

Un’alternativa possibile per il consumatore è una combinazione dei beni che il consumatore

può permettersi si acquistare. Al riguardo supporremo che:

• Per il consumatore i prezzi dei beni sono dati, egli non può decidere il prezzo ma

solo la quantità acquistabile a quel determinato prezzo; l’ipotesi dei prezzi è

giustificata se la quantità acquistata dal singolo consumatore è trascurabile rispetto

alla quantità complessivamente trattata dal mercato;

• Il reddito del consumatore è dato.

Il vincolo di bilancio afferma che il consumatore non può spendere nell’acquisto dei due beni

Q P

più del suo reddito. Si suppone che lo spenda tutto. Data una quantità e il suo prezzo

a a

,

Q x P . Q .

avremo che la spesa per l’acquisto sarà caso analogo per Il consumatore deve

a a b

R = (Q x P ) + (Q x P ).

distribuire la sua spesa rispettando il vincolo: Le quantità

a a b b

rappresentano le variabili di scelta, poiché il consumatore può scegliere il loro valore.

Il vincolo di bilancio esplicita la presenza di un trade-off nel problema del consumatore: dato

il suo reddito e i prezzi, le scelte per lui possibili sono limitate. Tutti i punti sulla

retta sono le

alternative possibili

quando si spende

tutto il reddito.

Q = (R/P ) - (P /P )Q

b b a b a Scrivendo la

formula del

vincolo in

questa forma

equivalente,

viene esplicitata

direttamente

l’intercetta e il

coefficiente

angolare della

retta. I prezzi ci

dicono quanti

euro occorrono

per acquistare

un’unità del

bene a o b. Il

P /P

rapporto tra i due beni si chiama prezzo relativo: ovvero quante unità di b ci

a b,

occorrono per acquistare un’unità di a.

Spostamento della retta dovuto all’aumento del reddito.

Al variare del prezzo Pa l’intercetta dell’ordinata non cambia poiché esso acquista solo b e

non l’influenza.

Il modello di scelta del consumatore deve basarsi sulla capacità del soggetto di ordinare le

alternative, i “panieri” di beni, a seconda della loro desiderabilità, ha cioè un ordinamento

delle proprie preferenze. L’ordinamento dei beni è indipendente dal costo.

L’ordinamento delle preferenze deve essere completo, e dunque il consumatore, posto di

fronte a due alternative qualsiasi, è sempre in grado di indicare quale delle due preferisce,

oppure se è indifferente tra le due.

L’ordinamento delle preferenze deve essere coerente nel senso che, date tre alternative

qualsiasi, se la prima è preferita alla seconda e la seconda alla terza, allora la prima è

preferita alla terza. Il punto F

identifica un

certo

“paniere” dei

due beni. Tutti

i punti che

danno al

consumatore

la stessa

soddisfazione

che gli dà il

“paniere” di F

formano la

curva I del

grafico, che

viene

chiamata

curva di

indifferenza.

Essa può

essere

definita come

il “luogo” delle

combinazioni di quantità che il consumatore ritiene tra loro indifferenti.

Per tracciare la curva di indifferenza è necessario introdurre due ipotesi:

1. Non sazietà: essa afferma che, a parità della quantità di un bene contenuta in un

“paniere”, il consumatore preferisce quei “panieri” che contengono quantità maggiori

dell’altro bene. Il modello della scelta del consumatore cessa di essere valido quando

interviene una situazione di sazietà. La curva è decrescente perché il consumatore,

scegliendo sempre più un bene, affinché ci sia indifferenza, deve diminuire l’altro;

2. Convessità: la curva di indifferenza diventa sempre più “piatta” al crescere del bene

sull’ascisse. Scegliendo due punti sulla curva avremo due panieri contenenti quantità

di beni maggiori e minori, il consumatore secondo l’ipotesi preferisce panieri che

abbiano una composizione più bilanciata. Esso generalmente corrisponde al punto di

mezzo del segmento che unisce i punti dei due panieri di partenza.

Per l’ipotesi di non sazietà il paniere del punto G è sempre preferito a quello F, poiché

contiene maggiori quantità di beni.

L’utilità è un numero variabile che dipende dalle quantità consumate dei due beni, al

crescere della quantità di un bene cresce anche l’altro poiché ci si muove verso curve di

indifferenza che giacciono più in alto. L’utilità è una funzione delle quantità consumate dei

due beni.

U = U(Q ,Q )

a b

L’utilità deve aumentare quando aumenta la quantità di un bene a parità dell’altro,

combinazioni di beni che si trovano sulla stessa curva di indifferenza danno lo stesso valore

della funzione.

Il solo compito che assolve una funzione di utilità è quello di ordinare le preferenze del

consumatore. L’utilità marginale è l’incremento di utilità che si consegue se il consumo di

un bene si accresce di una unità (a parità di consumo dell’altro bene). Le utilità marginali

UMa ) UMa )

perciò sono per il bene a ( e per il bene b ( .

a b

Il saggio marginale di sostituzione (SMaS) misura quanto il consumatore è disposto a

rinunciare al bene b ricevendo un cambio un’unità del bene a e restando indifferente.

SMaS = -(dQ /dQ )

a b

[-(dQ /dQ )] = UMa / UMa

a b a b

La scelta del consumatore è data dall’ordinamento delle sue preferenze, essa avrà sempre

la caratteristica di rendere massima l’utilità del consumatore, cioè di trovarsi sulla curva di

indifferenza più alta tra quelle raggiungibili. La curva di indifferenza che ha questa

caratteristica è quella tangente alla linea di bilancio. Il punto di tangenza identifica il paniere

scelto del consumatore,contenente determinate quantità dei beni. Nel punto

S* la curva

di

indifferenza

ha la

stessa

inclinazione della retta di bilancio.

SMaS = P /P

a b

SMaS = quante unità di b sono disposto a dare per avere un’unità di a.

P /P = quante unità di b occorrono per avere in cambio un’unità di a.

a b

• SMaS > P /P

Nel punto S’’ sono disposto a cedere più del valore (di mercato) che

a b

occorre per avere a.

• SMaS < P /P

Nel punto S’ occorrono più unità di b di quanto sono disposto a

a b

cedere per avere a.

• SMaS = P /P

Nel punto S’ si ha utilità massima.

a b

Il consumatore si muove lungo la curva di indifferenza riducendo il consumo del bene che

valuta meno (rispetto al mercato) e concentrando il consumo nel bene che valuta di più.

UMa / UMa = P /P

a b a b

oppure

UMa / P = UMa /P

a a b b

Il rapporto tra l’utilità marginale e il suo prezzo viene chiamato utilità marginale ponderata.

• UMa / P > UMa /P

Se conviene accrescere la spesa per a e ridurre quella per b;

a a b b

• UMa / P < UMa /P

Se conviene accrescere la spesa per b e ridurre quella per a;

a a b b

• UMa / P = UMa /P

Se non conviene modificare la composizione della spesa;

a a b b

P * Q = R + W * N dove Q è la quantità consumata del bene con prezzo P, W è il salario

orario espresso in euro ed N è il numero di ore di lavoro offerte. Il vincolo di bilancio afferma

che si può spendere per “consumo” una cifra (PQ) che è pari alla somma del reddito non da

lavoro (R) più il reddito da lavoro (WN).

La scelta tra lavoro e tempo libero parte dal presupposto che il tempo libero è un bene

mentre il lavoro è una diminuzione di questo bene, poiché si assume che aumentare il lavoro

rinunciando al riposo riduca il benessere del consumatore.

P * Q = R + W * (E – T ) con El la lunghezza della giornata e Tl il tempo libero. Si può

l l

riscrivere:

PQ + WT = R + WE se il consumatore vuole “acquistare” un’ora di tempo libero, deve

l l

lavorare un’ora in meno, il che gli costa W del suo reddito.

Q = [(R/P) + (W/P) E ] – (W/P) T dove la parentesi quadra indica l’intercetta sull’asse

l l

delle ordinate mentre W/P la pendenza della retta. La retta di

bilancio è

troncata nel

punto E poiché

il consumatore

non può

acquistare una

quantità di

tempo

maggiore di

quella di cui

dispone(24h).

W/P

rappresenta il

salario reale,

diverso da

quello

monetario

(W). Il

consumatore

scambio tempo

libero contro

“consumo”, rinuncia al tempo libero lavorando di più ottenendo W, con cui acquista W/P unità

di consumo.

La funzione di domanda permette di calcolare come cambia la scelta ottimale del

consumatore al variare dei prezzi e del reddito.

La relazione tra la quantità domandata e il suo prezzo dà luogo alla cosiddetta curva di

domanda. Quando aumenta il reddito monetario (a parità di prezzi) il potere d’acquisto di cui

dispone il consumatore aumenta; di esso il consumatore fa uso per acquistare una quantità

maggiore di

entrambi i beni,

perché così

facendo egli può

raggiungere una

curva di

indifferenza più

alta e accrescere

la sua utilità,

anche se talvolta è

probabile che

cresca la quantità

domandata di un

bene e diminuisca

quella dell’altro.

Se aumenta il

reddito, la retta di

bilancio si sposta

parallelamente a

sé stessa verso destra.

La scelta avviene però su una curva di indifferenza più alta. In figura all’aumentare del

reddito si accresce il consumo di entrambi beni. Un bene è normale quando il suo consumo

aumenta al crescere del reddito. Se il consumo aumenta meno che proporzionalmente

rispetto al reddito si parla di bene di prima necessità, se aumenta più che proporzionalmente

si parla di bene di lusso. È di lusso un bene che possiamo permetterci di acquistare solo

quando il reddito è alto, il bene di prima necessità invece dopo una certa soglia tende a

diminuire, e viene acquistato anche a bassi livelli di reddito. Quantità

di b

aumenta

mentre

diminuisce quella di b. Un bene il cui consumo diminuisce all’aumentare del reddito viene

detto bene inferiore, esso dipende dal livello del reddito.

Quando il prezzo diminuisce, la quantità domandata aumenta perché il bene i questione è

diventato meno caro, anche se talvolta la quantità domandata del bene diminuisce al

diminuire del suo prezzo.

Nella figura a sinistra il consumo di a aumenta, mentre in b diminuisce. I beni la cui domanda

diminuisce al diminuire del prezzo vengono detti beni di Giffen ( e aumenta quando aumenta

il prezzo). Ciò accade poiché ad una diminuzione di prezzi si ha un maggiore potere di

acquisto, ed il consumatore potrebbe ridistribuire la propria ricchezza non comprando il bene

più conveniente ma eventualmente uno favorito riducendo quello conveniente.

Dunque quando cambia il prezzo di un bene si hanno due effetti: da un lato, il bene il cui

prezzo è diminuito diviene relativamente meno costoso rispetto all’altro bene; dall’altro, la

diminuzione di prezzo fa aumentare il reddito reale del consumatore, cioè il suo potere

d’acquisto. L’effetto di sostituzione misura la modifica della scelta del

consumatore(variazione quantità domandata) derivante da un cambiamento del prezzo

relativo mantenendo costante il vecchio reddito reale. L’effetto reddito misura la modifica

della scelta del consumatore che deriva dalla conseguente variazione del reddito reale

mantenendo costante il nuovo prezzo relativo. Il reddito reale è costante se il consumatore

è posto nella condizione di acquistare esattamente la combinazione di beni che acquistava

prima che il prezzo relativo variasse.

La scelta originaria del consumatore si trovava in V. La riduzione del reddito nominale

comporta lo spostamento della nuova linea di bilancio parallelamente a sé stessa fino a

passare nuovamente nel punto V, giacchè il consumatore deve poter acquistare la stessa

combinazione di prima. A parità di reddito il consumatore si porta in F, dove chiede più A e

meno B, perché il prezzo relativo di A è diminuito ed induce il consumatore a sostituire B con

A(effetto di sostituzione).

La variazione da F a G è l’effetto di redito, che si ha dopo che il consumatore si vede

aumentare il proprio potere d’acquisto a causa della diminuzione del prezzo dei/l bene/i.

L’effetto di sostituzione spinge il consumatore a domandare una quantità maggiore del bene

il cui prezzo è diminuito (e viceversa).

Se invece il reddito diminuisce (potrebbe farsi l’esempio anche nel caso aumenti) possono

verificarsi tre casi:

a) Il bene è normale, l’effetto sostituzione spinge il consumatore a domandarne una

quantità maggiore, e nella stessa direzione spinge l’effetto reddito, la domanda

aumenta;

b) Il bene è inferiore ma l’effetto sostituzione prevale su quello reddito, e i due effetti si

muovono in direzioni opposte, ma la maggiore intensità del primo fa sì che anche in

questo caso la domanda aumenti;

c) Il bene è inferiore ma questa volta è l’effetto reddito a prevalere sull’effetto

sostituzione, la domanda diminuisce e siamo in presenza di un bene di Giffen.

Nel grafico è costruita la scelta del consumatore, facendo variare il prezzo e identificando le

quantità acquistate del bene ai vari livelli del prezzo. La domanda netta di

tempo libero non può

essere positiva, poiché il

consumo di tempo libero Tl

non può eccedere quello

disponibile El. Abitualmente

il tempo libero viene

considerato un bene

normale, se si dispone di un

reddito monetario più

elevato, la reazione più

comune è di dedicare una

parte maggiore della

giornata ad attività non

lavorative.

Se il tempo libero è un bene

normale e offerto, siamo

esattamente nel caso in cui

l’effetto sostituzione e

l’effetto reddito agiscono in

direzione opposta.

Quando aumenta il salario

reale un’ora di tempo libero

costa di più (relativamente

al consumo) e il soggetto è

indotto a lavorare di più, per

l’effetto di sostituzione. Ma

l’aumento di salario rende

anche il soggetto più ricco,

sicché egli può permettersi

di lavorare di meno, per

l’effetto di reddito. Senza

conoscere le preferenze del

consumatore non possiamo

sapere quali dei due effetti prevarrà. Tuttavia salari alti e offerta di lavoro elevata aumentano

la probabilità che l’effetto reddito domini su quello sostituzione.

In economia l’impresa è qualsiasi soggetto economico che produce i beni e li porta sul

mercato (li offre) per venderli. Per analizzare il comportamento del consumatore è

necessario costruire dei modelli. L’attenzione si focalizza su quanto produrre dei vari beni e

come produrli, quali tecniche utilizzare. Come il consumatore cerca di massimizzare la

propria soddisfazione, così l’impresa cerca di massimizzare il proprio profitto.

Il profitto può essere definito come la differenza tra il ricavo totale derivante dalla vendita

del bene e il costo necessario a produrlo. Costi e ricavi possono essere espressi come

funzioni della quantità prodotta, e quest’ultima può essere considerata come variabile di

scelta dell’impresa. Quest’ultima sceglie la quantità in corrispondenza della quale il profitto è

massimo.

Non sempre si punta a massimizzare i profitti, a volte, come nel caso dei manager, si può

puntare a guadagnare di più tramite altre vie.

1 I costi 3

Si consideri un’impresa la cui funzione di costo totale di breve periodo sia: T C(q) = 4q −

2

20q + 50q + 455

1.1 Definizioni delle varie componenti di costo

Il costo fisso è dato dalla componente di costo che non dipende dalla quantità. Esso

rappresenta la spesa sostenuta dall’impresa per dotarsi di impianti per iniziare un’attività e

vengono a rontati anche se l’impresa non produce nulla. Nel nostro caso: T F C = 455

Il costo variabile è invece dato dalla componente di costo che dipende dalla quantità. Es-so

rappresenta la componente di costo che viene sostenuta dall’impresa per portare avanti la

3 2

produzione. Nel nostro caso: T V C(q) = 4q − 20q + 50q

Il costo marginale è dato dalla derivata prima rispetto alla quantità della funzione del costo

totale. Esso rappresenta il costo sostenuto dall’impresa per la produzione di una unità in più

di prodotto. Nel nostro caso: ∂T C(q) 2

M C = = 12q − 40q + 50

∂q

Il costo medio totale è dato dal costo totale diviso la quantità e rappresenta il costo (totale)

sostenuto in media per una data quantità di prodotto:

3 2

4q − 20q + 50q + 455

T C(q)

AT C = =

q q

Il costo medio variabile è dato dal costo variabile diviso la quantità e rappresenta il costo variabile

sostenuto in media per una data quantità di prodotto:

3 2

4q − 20q + 50q

T V C(q)

AV C = =

q q

Il costo medio fisso è dato dal costo fisso diviso la quantità e rappresenta il costo fisso sostenuto in

media per una data quantità di prodotto:

T F C(q) = 455

AF C = q q Curve dei costi totali, costi variabili

totali e costi fissi totali.

Descrizione come si ottiene la

curva dei costi marginali a partire da

quella dei costi variabili). Il costo

marginale è dato dalla pendenza

punto per punto della curva dei costi

totali (uguale alla pendenza della

tangente punto per punto alla curva

dei costi totali. E’ irrilevante se

consideriamo i costi totali inclusivi dei

costi fissi o i costi totali variabili,

perché queste due curve sono parallele). Il costo marginale corrisponde dunque, punto per punto,

alla misura dell’angolo α.

Il profitto è la differenza tra ricavi e costi totali, che possiamo così riscrivere:

π = RT – CT

Il ricavo totale viene definito come il prodotto della quantità venduta per il prezzo al quale essa

viene venduta:

RT = P * Q

La variabile Q viene scelta dall’impresa al fine di massimizzare il profitto. Il prezzo può essere:

• indipendente dalla quantità poiché l’impresa non è in grado di influenzare il prezzo tramite

la quantità immessa sul mercato, essendo essa trascurabile. • Dipenden

te dalla quantità, quando l’azienda incide notevolmente sul mercato sicché se essa volesse

aumentare la sua offerta avrebbe bisogno di ridurre via via il prezzo. La relazione che lega

il prezzo alla quantità venduta dall’impresa viene chiamata curva di domanda

dell’impresa. Si ottiene un

grafico a parabola

rovesciata, che

cresce e poi

diminuisce sempre

meno

rapidamente.

Torna a zero

quando l’offerta è

cos’ grande che il

mercato è

disposto ad

assorbirla solo se

gratuita.

Quando aumenta Q il prezzo deve comunque diminuire affinché quantità crescenti possano essere

assorbite dal mercato. Nel primo tratto, fino ad M, le variazioni di quantità sono più che

proporzionali rispetto alla variazione di prezzo, mentre dopo avviene l’opposto.

Il ricavo marginale (RMa) misura l’incremento di ricavo dell’impresa ottiene vendendo una unità

addizionale del bene. Esso può essere definito anche come il rapporto tra la variazione del ricavo

totale e la variazione della quantità venduta: RMa = dRT/dQ

Quando il prezzo è

indipendente dalla

quantità il ricavo

marginale coincide col

prezzo; esso non varia in

funzione della quantità.

Quando il prezzo dipende dalla quantità il ricavo marginale è una funzione decrescente della

quantità venduta; esso coincide col prezzo solo quando Q è zero, per quantità maggiori è sempre

inferiore al prezzo.

Il ricavo marginale misura l’inclinazione del ricavo totale. Il ricavo medio è il ricavo totale diviso per

la quantità venduta. Esso misura quanto incassa in media l’impresa su ciascuna unità di prodotto

da essa venduta:

RMe = RT/Q

L’impresa sceglie di produrre la quantità in corrispondenza della quale il profitto è massimo. Si

procede da una quantità prodotta qualsiasi per poi calcolare costi e ricavi marginali, se:

• RMa > CMa, producendo un’unità in più il ricavo totale aumenta più del costo totale, con il

profitto che aumenta, all’impresa conviene produrre fino a che Rma è maggiore di Cma;

• RMa < CMa, producendo un’unità in più il ricavo totale aumenta meno del costo totale,

producendo un’unità in meno il ricavo totale diminuisce meno del costo totale, sicchè il

profitto aumenta; all’impresa conviene ridurre la produzione fino a quando Rma è minore di

Cma;

• RMa = CMa, profitto massimo che identifica la scelta. Qui è rappresentato

il ricavo marginale

quando il prezzo

non dipende dalla

quantità, dove il

ricavo marginale

coincide con il

prezzo.

Potrebbe verificarsi la condizioni in cui RT – CT < 0 , in questo caso l’impresa è in perdita, e dovrà

verificare la propria perdita a quantità zero.

Con la parola produzione si intende la combinazione di beni e/o servizi secondo determinate leggi

tecniche per ottenere altri beni o servizi. I beni che entrano nel processo produttivo vengono

chiamati input o fattori della produzione, quelli che ne escono output o prodotti. I modi

disponibili all’impresa attraverso cui vengono combinati gli input e le quantità di prodotto che

corrispondono alle varie combinazioni costituiscono la tecnologia. Si assume che le imprese

utilizzino al meglio la tecnologia. La funzione di produzione specifica la quantità massima di

prodotto che può essere ottenuta per ogni data combinazione di input, in questo caso lavoro (N) e

macchinari (M).

Q = F(N, M)

Quando un’impresa impiega gli input in modo da non sprecare nulla si dice che essa è efficiente

sotto il profilo tecnico.

Q = √M * N

Questa formula ci consente di calcolare Q conoscendo i livelli di M e di N. Essa ci dice anche la

misura in cui è possibile sostituire ore di lavoro con ore di macchina. L’incremento di prodotto che

si ottiene accrescendo di una unità l’impiego di un input a parità dell’altro viene chiamato

produttività marginale dell’input (PMaN o PMaM). In questa formula il raddoppio degli input

consente di raddoppiare anche l’output, si dice che essa è caratterizzata da rendimenti costanti

di scala. Quando si ottiene un output che è più che doppio si parla di rendimenti crescenti,

mentre meno che doppio si parla di rendimenti decrescenti.

Per ovviare al problema di rappresentare tre variabili, si fa ricorso al concetto di isoquanto, cioè la

combinazione degli input che consentono di ottenere la stessa quantità di prodotto.

Per ogni quantità

di prodotta

abbiamo un

isoquanto che

identifica tutte le

possibilità offerte

dalla tecnologia,

ossia tutte le

combinazioni dei

due input che

consentono di

produrre quella

quantità.

Gli isoquanti hanno quattro proprietà:

a) Sono decrescenti, cioè la stessa quantità di prodotto può essere ottenuta riducendo

l’impiego di un input solo a patto di aumentare l’impiego dell’altro;

b) Sono convessi, cioè per mantenere costante la quantità prodotta, laddove si riduca

l’impiego di un input, è necessario aumentare via via l’impiego dell’altro;

c) Gli isoquanti in alto a destra corrispondono a quantità di output maggiori rispetto agli

isoquanti in basso a sinistra;

d) Gli isoquanti non si incontrano, poiché altrimenti si avrebbe inefficienza tecnica.

L’inclinazione dell’isoquanto misura di quanto può essere ridotto l’impiego dell’input M quando si

accresce di un’unità l’impiego dell’input N in modo da mantenere costante il livello dell’output. Il

valore assoluto di questa inclinazione prende il nome, di nuovo in analogia con le curve di

indifferenza, di saggio marginale di sostituzione tecnica e viene indicato con la sigla SMaST.

SMaST = -dM/dN = PMaN/PMaM

La funzione del costo totale di lungo periodo misura la spesa complessiva che l’impresa sopporta

in corrispondenza di ogni livello della quantità prodotta quando può scegliere liberamente la

combinazione degli input.

CT = C(Q)

l

L’indice (l) indica la funzione di lungo periodo. Essa è una funzione crescente, all’aumentare della

quantità prodotta aumenta anche il costo totale.

Il costo può aumentare in proporzione alla quantità prodotta oppure meno o più che

proporzionalmente. Se la funzione di produzione è caratterizzata da rendimenti costanti di scala

allora il costo totale aumenta in proporzione alla quantità prodotta.

Il costo marginale (CMa ) misura di quanto aumenta il costo totale quando la quantità prodotta

l

aumenta di una unità. Il costo medio misura quanto costa in media ogni singola unità prodotta:

CMe = CT /Q

l l

Costo medio e marginale dipendono dalla quantità prodotta Q.

Quando il costo medio di lungo periodo è decrescente si dice che la produzione del bene presenta

economie di scala. Nel lungo periodo per produrre di più si usa una maggiore quantità dell’input

M, ossia un impianto più grande; insomma l’impresa opera su scala più grande. Se ci sono

economie di scala il passaggio a impianti più grandi riduce il costo unitario. Viceversa se ci sono

diseconomie di scala.

La causa più importante delle economie di scala è attribuita al fenomeno della indivisibilità e della

non omogeneità degli input. All’aumentare della scala le imprese adottano impianti di dimensioni

più elevate e di maggiore complessità tecnica. Ciascuno di questi impianti risulta economicamente

efficiente solo se la quantità prodotta ha raggiunto certi livelli; non lo è più se la quantità è troppo

bassa rispetto alle dimensioni dell’impianto. Durante la produzione i costi medi non diminuiranno

sempre; oltre un certo punto, al di là della dimensione ottima, si registrerà un sovra utilizzo

dell’impianto, che tenderà a far lievitare i cisti medi. Questo spingerà l’impresa ad aumentare la

dimensione dell’impianto.

Tuttavia al crescere delle dimensioni dell’impresa, diviene sempre più difficile gestire e coordinare

l’attività produttiva, per esempio perché aumenta la conflittualità; si ha la diseconomia di scala.

Possono aversi anche diseconomie di scala manageriali, cioè legate alla trasmissione e

coordinamento delle informazioni e decisioni. il punto Qg

rappresenta anche

il minimo di CMe.

La forma delle

curve di costo

medio e marginale

dipende dalla forma

della curva di costo

totale.

Scegliendo di produrre la quantità che corrisponde al punto di incontro tra la curva RMa e la curva

CMa , l’impresa sceglie l’impianto che è in grado di produrre quella quantità al minimo costo totale:

l

RMa = CMa l

Questa equazione viene chiamata la condizione marginale della scelta dell’impresa. Oltre a

questa condizione è necessario che il profitto ottenuto quando l’impresa produce e vende Q* non

sia negativo; va quindi specificata la condizione di non negatività del profitto:

π = RT – CT = P * Q – CT = Q *(P- CMe )

l l l

Il profitto sarà positivo, nullo o negativo a seconda che, rispettivamente, il prezzo sarà superiore,

uguale p inferiore al costo di lungo periodo che corrisponde alla quantità Q*. L’impresa costruirà

l’impianto capace di produrre Q* se, in corrispondenza di questa quantità, si ha:

P ≥ CMe

l

Si tratta della cosiddetta condizione media, se essa non è soddisfatta l’impresa non costruisce

l’impianto (Q*= 0) e, se lo ha già, lo chiude abbandonando il settore.

Nel breve periodo l’impresa deve prendere decisioni riguardo l’impianto che ha, e dunque non sarà

un problema di ampliarlo o ridimensionarlo. Nel breve periodo l’impianto (quantità input M)

costituisce un dato del problema dell’impresa; essa può accrescere o ridurre la quantità prodotta

variando soltanto la quantità dell’input N.

All’aumentare della quantità prodotta aumenta perciò anche il costo totale di produzione, ma

questa volta in conseguenza del solo aumento dell’impiego dell’input N. La forma della funzione

CT dipende dall’andamento della produttività marginale dell’input variabile. Solitamente si assume

che al crescere dell’impiego dell’input la produttività marginale si decrescente. Di conseguenza il

costo totale di breve periodo aumenta in misura sempre più rapida man mano che cresce la

quantità prodotta.

Il costo che l’impresa sopporta anche quando non produce nulla viene chiamato costo fisso; la

parte restante del costo, che varia in funzione della quantità prodotta, viene chiamata costo

variabile.

La produttività marginale si ottimizza quando sono combinate nel modo più efficiente possibile le

quantità di lavoratori e macchinari.

L’impresa, nel breve periodo, sceglierà di produrre, con un impianto dato, la quantità Q in

corrispondenza della quale è soddisfatta la condizione marginale (massimizzazione del

profitto),ossia:

RMa = CMa

Nel breve periodo l’impresa deve sopportare dei costi fissi, e questo può far si che in alcuni casi a

essa convenga produrre in perdita, se in questo modo sopporta una perdita minore di quella che

sopporterebbe se non producesse nulla (Q = 0).

π = RT – CT = Q *(P- CMe )

l

Quando P<CMe l’impresa è in perdita:

π = RT – CF - CT = Q *(P- CMe ) – CF

l

Dato che l’obiettivo dell’impresa è quello di rendere massimo il profitto, è chiaro che l’impresa

sceglierà tra tutte le alternative quella che costa meno. Per massimizzare il profitto deve

minimizzare i costi. Il costo di un’alternativa è dato dalla somma spesa per l’acquisto dei due input,

e la somma dipende dalle quantità acquistate dei due input e dai loro prezzi.

CT = (P * M) + W * N

M

Con Pm il prezzo di un’ora di macchina e con W il prezzo di un’ora di salario. Questa equazione

prende il nome di isocosto. Se cambia il

prezzo di un input

a parità dell’altro,

cambia

l’inclinazione

dell’isocosto.

L’impresa può scegliere in una situazione di lungo periodo quando può scegliere la quantità di

tutti gli input, mentre si trova in una situazione di breve periodo quando può scegliere solo la

quantità di alcuni input. Si fa questa distinzione poiché in genere occorre un tempo minore per

variare la quantità impiegata di alcuni input (lavoro o materie prime) rispetto a quello necessario a

variare la quantità impiegata di altri input (macchinari o impianti). Prendendo in considerazione

solo i due input M ed N, si ha che l’impresa prende una decisione di lungo periodo quando può

variare anche la dimensione dell’impianto; prende invece una decisione di breve periodo quando

può variare solo l’utilizzo dell’input N all’interno di un impianto di dimensione data.

Nel lungo periodo, dove

l’impresa può cambiare

entrambi gli input, la sua

scelta si porrà nel punto di

tangenza tra isocosto e

isoquanto, scegliendo

l’isocosto più basso. La

pendenza dell’isoquanto è

data dallo SMaST, mentre

quella dell’isocosto dal

rapporto tra i prezzi dei due

fattori. La scelta è

identificata dalla

condizione:

SMaST = W/Pm

Lo SMaST misura quante unità di M l’impresa può ridurre quando vuol mantenere Q al livello Q0

aggiungendo un’unità di N, mentre il rapporto tra i prezzi misura quanto costa sostituire un’unità di

M con un’unità di N.

Il rapporto tra salario e produttività marginale del lavoro ci dice qual è il costo del lavoro

addizionale per produrre un’unità aggiuntiva di prodotto, ciò che viene chiamato costo marginale

del lavoro:

CMaN = W/PMaN

Il costo marginale dell’impianto ci dice quanto costa produrre un’unità aggiuntiva di prodotto

utilizzando un’unità addizionale di impianto:

CMaM = Pm/PMaM

La condizione di tangenza può essere vista dicendo che l’impresa minimizza i costi quando il costo

marginale che sostiene utilizzando ciascuno dei due fattori è uguale. Quando l’impresa sceglie la

tecnica in modo da minimizzare il costo si dice che essa è efficiente dal punto di vista

economico.

I principali criteri per distinguere le varie forme di mercato sono:

a) Le dimensioni delle imprese che operano sul mercato: hanno rilevanza sia le dimensioni

assolute (riguardo alla soddisfazione della quota della domanda complessiva) o relative (se

sono tutte uguali o ce ne sono di dimensioni diverse. Un’impresa è piccola se la quantità di

output portata sul mercato è trascurabile rispetto alla quantità complessivamente portata

sul mercato (concetto opposto per l’impresa grande);

b) Il numero delle imprese: queste possono essere molte, poche oppure una soltanto. Per

molte si intende che anche se un’impresa (ovviamente piccola) esce dal mercato, i risultati

complessivi del mercato non vengono influenzati (discorso contrario per “poche”);

c) Il tipo di prodotto: può essere omogeneo quando per compratore e venditore è

indifferente il cliente cui vende o acquistare, mentre è differenziato quando non c’è questa

indifferenza;

d) La possibilità di entrare o di uscire nel mercato: questa possibilità può essere del tutto

libera oppure ostacolata da delle barriere.

Si suppone anche che vi sia completa informazione tra le imprese.

Se il numero delle imprese è molto grande e se sono tutte molto piccole, se il prodotto è

omogeneo e se c’è completa libertà di entrata di altre imprese (nel lungo periodo), allora si dice

che la forma di mercato è la concorrenza perfetta. Quando il mercato è perfettamente

concorrenziale allora le imprese non possono influire sul prezzo attraverso le loro decisioni (anche

se esso è influenzato dalle decisioni delle imprese nel loro complesso). Questa incapacità di

influenzare il prezzo è una caratteristica esclusiva della concorrenza perfetta. Ciò si spiega poiché

essendo il prodotto omogeneo se vendesse ad un prezzo maggiore gli acquirenti si rivolgerebbero

ad altre imprese.

Tutte le altre forme di mercato vengono etichettate nella categoria della concorrenza imperfetta,

dove le imprese hanno una certa capacità di influenzare il prezzo, aumentando non perdono clienti

e diminuendo riescono a vendere di più. Le principali forme di concorrenza imperfetta sono:

a) Il monopolio: vi opera una sola impresa e le altre non possono entrare;

b) La concorrenza monopolistica: è simili alla concorrenza perfetta tranne per il prodotto

che è differenziato;

c) L’oligopolio: in questa forma ci sono poche imprese di grandi dimensioni, che si

influenzano a livello anche di profitto tra di loro. La costruzione della

curva di domanda

del mercato si

effettua sommando le

curve di mercato

individuali. la curva è

una spezzata poiché

nel punto di

cambiamento si

suppone che (con

due consumatori) a

quel livello di prezzo

la domanda di un

consumatore sia

uguale a zero. Se il

numero di

consumatori è elevato

i punti d’angolo sono

trascurabili. La

dimensione del

mercato è definita

come la quantità

complessiva del bene

che viene domandata sul mercato.

La scala minima efficiente (Q ) è data dalle dimensioni dell’impianto in corrispondenza del quale

e

CM è minimo. Se Q è molto piccolo rispetto alle dimensioni del mercato c’è posto per molte

e e

imprese che operano a livello dei costi medi minimi di lungo periodo, e il mercato tende ad essere

concorrenziale, se Q è molto grande c’è posto solo per un’impresa mentre se è intermedio si parla

e

di oligopolio.

La presenza di rilevanti economie di scala (Q molto grande) rappresenta una importante barriera

e

all’ingresso di altre imprese nel mercato (barriera tecnologica): se un’impresa entra con un

piccolo impianto, ha costi medi più alti e perciò non è competitiva; se entra con un grande impianto

deve essere in grado di cacciare un’impresa che già si trova su quel mercato per trovare spazio

per la propria produzione. Esistono barriere legali come brevetti, marchi e concessioni; barriere

merceologiche come la possibilità di sfruttare corsi d’acqua o miniere e barriere artificiali come

la pubblicità.

Condizione necessaria affinché il mercato realizzi i risultati postulati dall’ipotesi della “mano

invisibile” è che esso sia perfettamente concorrenziale. Solo in questo caso, cioè, l’equilibrio

realizzato dal mercato ha caratteristiche di ottimalità: coincidenza degli ottimi individuali e

dell’ottimo collettivo.

Nel breve periodo l’impresa sceglie quanto produrre sulla base di un impianto dato e sceglie la

quantità sulla base della condizione marginale (RMa = CMa) e della condizione media (P ≥

CVMe); nel lungo periodo decide se costruire, ampliare, ridimensionare o chiudere un impianto e

prende questa decisione sull base della condizione marginale (RMa = CMal) e d ella condizione

media (P ≥ CVMel). In un mercato perfettamente concorrenziale l’impresa non può influenzare il

prezzo, che coincide con il RMa. L’ascissa che

incontra le due

identifica

l’equilibrio

dell’impresa, che

può essere di breve

o lungo periodo a

seconda sella curva

del CMa, se di

breve o lungo

periodo.

Un’ impresa in condizione di equilibrio di breve periodo, all’aumentare del prezzo, reagisce

portando sul mercato una quantità maggiore, ovvero accresce la sua offerta. Ciò significa che la

quantità che l’impresa decide di portare sul mercato dipende dal livello del prezzo.

Q = S(P)

Supponendo che il prezzo scenda al di sotto del livello minimo del costo variabile medio (P <

CVMe) l’impresa interrompe la produzione. Riportando su un grafico (Q,P) le quantità offerte

dall’impresa in corrispondenza dei vari prezzi, si ottiene la curva di offerta dell’impresa. Se

volessimo considerare la curva di offerta del lungo periodo, dovremmo ricordarci che il significato

delle due è diverso (impianto varia), e che perciò nel lungo periodo l’impresa può adattarsi meglio

alle condizioni di mercato variando la dimensione dell’impianto. Infine è diverso il prezzo al di sotto

del quale l’offerta dell’impresa salta a zero.

L’industria si trova in condizioni di breve periodo quando il numero delle imprese che la

compongono è dato, si trova in condizione di lungo periodo quando il numero delle imprese che la

compongono è variabile.

La curva di offerta dell’industria si ottiene sommando, in corrispondenza di ogni livello di prezzo, la

quantità offerta da ciascuna delle imprese che compongono l’industria.

Il punto di incontro determina il prezzo di equilibrio (P*) e la quantità venduta (Q*). Il prezzo (P*) è

proprio quello che le singole imprese dell’industria assumono come un dato per effettuare la loro

scelta di produzione. Si assume che tutte siano identiche e si prende, per la curva di domanda,

una che le rappresenti.

La presenza di extraprofitti attira nuove imprese nell’industria, che accresce l’offerta complessiva,

sicché il prezzo di equilibrio comincia a diminuire. Il processo va avanti fino a quando continua

l’ingresso di nuove imprese nell’industria, e cioè fino a quando queste fanno extraprofitti . Il prezzo

di equilibrio scende e gli extraprofitti tendono a ridursi finché si annullano e il mercato raggiunge un

equilibrio di lungo periodo.

Nel lungo periodo una maggiore offerta viene ottenuta aumentando il numero delle imprese; ma

siccome le imprese hanno tutte le medesime condizioni di costo, il prezzo a cui viene venduto il

bene rimane immutato.

La curva di offerta nel lungo periodo dell’industria è una retta orizzontale perché si prende come

ipotesi il fato che tutte le imprese siano identiche. Nella realtà queste curve sono inclinate

positivamente. La differenza di risultato economico tra le imprese deve essere piccola, altrimenti il

mercato non potrebbe restare a lungo concorrenziale. Rimangono nel mercato e compongono

l’industria le imprese che sono in grado di produrre con impianti caratterizzati da costi unitari minori

rispetto a quelle che rimangono fuori. Quando si verifica una perturbazione della domanda e il

prezzo nel breve periodo aumenta, quest’ultime cominciano ad entrare, facendo extraprofitti più

bassi di quelle che già erano a mercato. La discesa del prezzo in conseguenza dell’afflusso di

nuove imprese si arresta quando l’ultima impresa entrata (impresa marginale) non fa più

extraprofitti. Perciò il nuovo prezzo di equilibrio di lungo periodo è più alto di quello precedente alla

perturbazione della domanda.

I punti tra V ed L costituiscono la curva d’offerta per l’industria nel lungo periodo Sl. La curva è

crescente poiché nel lungo periodo l’offerta viene aumentata attraverso l’ingresso di nuove

imprese, ma ora le nuove entrate hanno costi più elevati.

I mercati in cui vengono trattati gli input produttivi vengono chiamati mercati dei fattori. Dal lato

della domanda ci sono le imprese, mentre da quello dell’offerta abbiamo le imprese se il fattore è

un mezzo di produzione prodotto, altrimenti avremo, come nel caso del lavoro, i consumatori.

Ciò che viene immesso ne processo produttivo non è il fattore, ma il suo uso per un tempo

determinato, o, come anche si dice, il servizio del fattore. Si parla cioè di tempo di utilizzo delle

macchine e capacità di lavorare degli operai per un periodo di tempo.

Il prezzo del servizio misura quel che si deve pagare per l’utilizzo del fattore per un’unità di tempo,

mentre il prezzo del fattore indica quel che si deve pagare per il fattore stesso.

I fattori possono essere classificati a seconda della loro origine in: personale (lavoro) perché si

tratta di servizi lavorativi, in naturale (terra) e prodotti, costituiti da mezzi di produzione prodotti

come macchinari o edifici.

L’impresa può scegliere se acquistare il servizio oppure acquistare direttamente il bene, per poi

utilizzarne il servizio. Nel costo di produzione compare sempre e soltanto il costo del servizio.

Prezzo del servizio e della risorsa sono collegati, ma hanno un’esistenza distinta.

Consideriamo la funzione di produzione dell’impresa che ha gli input del lavoro (N) e dell’impianto

(M), nel breve periodo, dove può accrescere la produzione (Q) soltanto aumentando l’impiego i

lavoro. L’incremento di prodotto fisico ottenibile con l’impiego di un’unità addizionale di lavoro è

misurato dalla produttività marginale del lavoro (PMaN). Solitamente nelle funzioni della

produzione di breve periodo la produttività marginale del lavoro ha un andamento decrescente:

all’aumentare del lavoro impiegato la produzione aumenta sempre meno. Questo avviene perché

se si aumenta la quantità impiegata di lavoro mantenendo costante l’impianto, non si può arrivare

a qualsiasi quantità di prodotto.

Il lavoro che conviene occupare all’impresa dipende dal livello del prezzo (P) e da quello del

salario (W), che sono grandezze considerate dall’impresa non influenzabili, nei mercati

concorrenziali. Un’ora di lavoro costa all’impresa W, e rende, intermini di prodotto fisico, PMaN,

P*PMaN

mentre in termini di ricavo rende . Quest0ultima grandezza viene chiamata valore della

produttività marginale del lavoro e viene indicata con la sigla VPMaN. VPMaN è una

funzione

decrescente

del livello di

N: è il

prodotto di

una costante

(P) per una

grandezza

(PMaN) che

appunto

diminuisce al

crescere di N.

Dato che l’obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto, essa impiegherà una dose addizionale

di lavoro quando quel che le rende (VPMaN) è maggiore di quel che le costa (W): l’impiego della

dose fa aumentare il profitto. All’impresa conviene impiegare lavoro nella quantità identificata dalla

W = VPMaN

condizione .

Se sulla curva VPMaN si trovano tutte le scelte dell’impresa riguardo all’impiego del lavoro,

possiamo dire che essa rappresenta la curva di domanda di quell’input; essa mostra qual è la

quantità domandata di lavoro ai vari livelli di salario: ci dà la prima come funzione del secondo.

Quando aumenta il prezzo la curva di domanda di lavoro si sposta verso destra e si inclina

maggiormente. Quando il prezzo è più alto, infatti, ogni dose addizionale di lavoro rende di più: la

produttività marginale fisica è rimasta immutata ma l’aumento del prezzo ne accresce il valore.

Per un dato livello

di salario W0,

l’aumento del

prezzo del prodotto

accresce la

quantità

domandata di

lavoro.

La domanda di lavoro da parte dell’impresa dipende dalla produttività marginale del lavoro, dal

salario e dal prezzo del prodotto. A parità di produttività, la domanda di lavoro è tanto più elevata

quanto minore è il salario e maggiore il prezzo.

PMaN = W/P

Questa equazione ci dice che l’impresa spinge la sua domanda di lavoro fino al punto in cui la

produttività marginale di quest’ultimo diventa uguale al salario misurato in termini di prodotto.

Tanto più alto è il rapporto W/P tanto minore è la domanda di lavoro. Gli effetti delle

variazioni di W e/o

do P sulla domanda

di lavoro possono

essere calcolati

vedendo come si

modifica il rapporto

W/P e misurando il

livello di N che vi

corrisponde. Il

confronto avviene

tra grandezze

fisiche e non di

valore: prodotto

marginale e salario.

W/P misura quante

unità del bene

possono essere

acquistate con

un’unità di lavoro.

PMaN = W/P

La condizione assicura all’impresa il massimo profitto. Nell’ipotesi di lungo periodo

entrambi gli input possono

variare, quindi sia il lavoro

che l’impianto. Ciò comporta

che per il lavoro non esisterà

una sola curva della

produttività marginale ma più

curve, ciascuna delle quali

corrisponde a una diversa

dimensione dell’impianto.

Un aumento dell’impianto

sposta la curva PMaN e

VPMaN verso destra; tanto

più a destra quanto maggiore

è l’impianto. La quantità N

che è soluzione dell’equazione VPMaN = W1, dove si sceglie la VPMaN che corrisponde

all’impianto ottimo. A differenza del breve periodo, nel lungo periodo una diminuzione del salario

indice l’impresa a produrre di più e a utilizzare un impianto più grande, che sposterà la VPMaN

verso destra.

La quantità di lavoro al nuovo salario sarà N2, identificata dal punto B sulla curva VPMaN2, che

corrisponde all’impianto ottimo nella nuova situazione. La curva di domanda di lavoro nel lungo

periodo sarà la retta che unisce tutti i punti che identificano le scelte dell’impresa ai vari livelli del

salario. È possibile con lo stesso ragionamento formulare la teoria della domanda del servizio

dell’impianto, cambiando la parola “lavoro” con “impianto” e cambiare nelle formula N con M e W

con Pm. La VPMaN2

identifica la

quantità di lavoro

domandata da tutte

le imprese, quando

il salario è dato a

quel livello.

Quando il salario

scende al livello

W1, se il prezzo

del prodotto non

cambiasse

domanderebbero

la quantità N3,

corrispondente al

punto A della

VPMaN2 e al

nuovo salario.

All’aumentare dell’impiego di lavoro cresce l’offerta, che viene assorbita dal mercato solo se si

riduce il prezzo del prodotto. La diminuzione provoca uno spostamento a sinistra delle VPMaN

individuali e aggregata, e quindi da VPMaN2 a VPMaN1.

Congiungendo tutti i punti che individuano la quantità domandata di lavoro, otteniamo la curva di

domanda di lavoro dell’industria. Essa sarà tanto inclinata quanto è forte la diminuzione del prezzo.

Per determinare l’offerta di lavoro complessiva si sommano le varie offerte individuali, e di solito si

assume che l’offerta complessiva di lavoro sia crescente rispetto al salario. Ciò a motivo che

quando il salario aumenta, un maggior numero di persone è disposto a offrire il proprio lavoro. Per

chi non offre lavoro non c’è l’effetto di reddito, ma solo quello di sostituzione, che implica per il

rinunciatario una perdita maggiore a causa del salario più alto.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Microeconomia.
Il mercato.
Il comportamento del consumatore e la teoria della
domanda.
La teoria dell’impresa.
Il mercato concorrenziale.
L’equilibrio generale e la Pareto-ottimalità.
Il monopolio e la concorrenza monopolistica.
L’oligopolio.
Esternalità e beni pubblici.

Macroeconomia.
Fondamenti della contabilità nazionale.
Il modello ISLM.
La domanda e l’offerta aggregata.
Aspettative, inflazione e moneta.
L’economia aperta.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in management e diritto d'impresa (LATINA)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cerasa95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Belloc Marianna.

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