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Economia dell'integrazione europea

Cap. 1

Non abbiamo alcuna dimostrazione definitiva che ci sia qualcosa di intrinsecamente dannoso o lesivo nella formazione di aree di libero scambio o di unioni doganali. Se è rispettata la condizione che esse abbiano come risultato la creazione di commercio, l'effetto sul benessere dell'economia mondiale è normalmente positivo. In particolare, la richiesta che il livello medio delle tariffe esterne precedenti la formazione della UD/ALS debba essere non più elevato del livello precedente, incrementa la probabilità che il risultato sia la creazione di commercio. Inoltre, l'esperienza storica acquisita indica che, fino ad oggi, la maggior parte dei blocchi commerciali regionali formati tra paesi sviluppati si risolvono nella creazione di commercio.

I blocchi commerciali regionali possono in realtà accelerare il processo di liberalizzazione del commercio mondiale. La liberalizzazione del commercio mondiale attraverso negoziati commerciali multilaterali deve, infatti, fare i conti con numerosi problemi: per esempio, il problema del free rider o il fatto che gli accordi multilaterali possono richiedere molto tempo per concludere un negoziato. Il regionalismo può offrire una via alternativa per ovviare a questi problemi.

Anche se gli accordi commerciali possono essere considerati come i primi passi verso il libero commercio, ci sono alcuni aspetti che inducono a ritenere che la loro proliferazione possa minare il tentativo di raggiungere il libero scambio. Innanzitutto, c'è il pericolo che il tempo speso nel negoziare accordi commerciali regionali possa distogliere le energie e le risorse dei Governi dal raggiungimento di una futura liberalizzazione globale. In questo caso, il regionalismo può minare e non rinforzare il multilateralismo. Secondo, c'è il pericolo che la proliferazione di un gran numero di blocchi commerciali regionali possa aumentare le tensioni commerciali tra i paesi. Terzo, nella misura in cui il regionalismo polarizza il commercio mondiale in un numero ristretto di potenti blocchi commerciali, i paesi più piccoli, che ne sono esclusi, possono soffrire delle gravi conseguenze. Infine, c'è il pericolo che il regionalismo possa portare ad un aumento del protezionismo. Nel momento in cui le barriere commerciali sono ridotte internamente, barriere più alte possono essere erette contro le importazioni provenienti dal resto del mondo.

Chiaramente, il migliore risultato ci sarebbe se tutti i paesi fossero uniti in un unico blocco commerciale, nel qual caso si determinerebbe solo una creazione di commercio. Nel caso in cui ciò non sia possibile, sarebbe preferibile un gran numero di piccoli blocchi commerciali regionali.

La conclusione è quindi che non si può dare una risposta definitiva ai dubbi sul rapporto fra multilateralismo e regionalismo. Le esperienze d'integrazione regionale presentano delle forme anche molto differenti l'una dall'altra. Il più importante elemento di differenza è naturalmente l'estensione e il livello di approfondimento del processo di integrazione. Possiamo introdurre alcune distinzioni che aiutano a comprendere il contenuto di questi diversi processi di integrazione. Una distinzione iniziale è fra integrazione settoriale e integrazione globale: la prima riguarda solo alcuni settori di un sistema economico, mentre la seconda comprende all'interno del processo di integrazione tutti i settori.

Tab. 1.2

La liberalizzazione commerciale e l'integrazione economica possono inoltre giungere a diversi e sempre più approfonditi livelli.

  • Area di libero scambio (ALS): comprende un gruppo di paesi fra i quali il commercio avviene liberamente, in assenza di tariffe doganali e di restrizioni quantitative, cioè in assenza di barriere visibili agli scambi. I paesi partecipanti conservano la propria autonomia per quanto riguarda la politica commerciale nei confronti dei paesi esterni all'area.
  • Unione doganale (UD): all'eliminazione interna delle barriere visibili si aggiunge la creazione di una tariffa esterna comune (TEC), ovvero la creazione di un'unica politica commerciale verso l'esterno per quanto riguarda sempre le barriere visibili.
  • Mercato interno dei beni e dei servizi (MI): tutte le restrizioni sul commercio interno devono essere abolite. Ciò comprende sia le barriere visibili che quelle invisibili, ossia gli ostacoli al commercio che derivano dalle differenze nazionali relative agli standards ed alle norme tecniche che regolano il mercato dei beni e dei servizi ed alla tendenza delle autorità nazionali a preferire i fornitori interni per gli acquisti pubblici.
  • Mercato comune (MC): prevede, oltre alle liberalizzazioni già descritte, anche la piena mobilità dei fattori di produzione, sia per quanto riguarda la libera circolazione del capitale e del lavoro che il diritto di stabilimento delle attività produttive e di servizio.
  • Unione monetaria (UM): (livello dell'UE) Al livello di integrazione precedente si aggiunge anche un sistema monetario interno con una valuta comune. Ciò consente di eliminare l'ulteriore ostacolo alle transazioni interne al mercato rappresentato dall'incertezza sui tassi di cambio.
  • Unione economica (UE): si tratta di un'Unione Monetaria nella quale esiste anche un forte livello di coordinamento delle politiche economiche degli stati membri. Nell'Unione Economica assume un particolare rilievo l'integrazione delle politiche fiscali e delle politiche settoriali, come quelle inerenti l'industria, l'agricoltura, i problemi sociali ecc.

Con l'eccezione dell'ALS, tutte le fasi del processo di integrazione sopra descritte comprendono elementi di integrazione negativa, cioè di rimozione di regole che creano discriminazioni fra gli operatori economici interni e quelli degli altri paesi membri, e di integrazione positiva, cioè di creazione di politiche comuni dirette al raggiungimento di obiettivi comuni.

Mentre l'ALS comprende solo misure di integrazione negativa, le misure di integrazione positiva contenute nelle fasi successive indicano una volontà politica di unificazione molto più forte, in quanto richiedono la rinuncia all'autonomia nazionale nelle materie per le quali si è realizzato uno strumento di intervento comune.

Se prendiamo una definizione di integrazione economica, all'apparenza molto semplice – un processo di graduale eliminazione di tutte le barriere ai movimenti dei beni, servizi, persone e capitali, volto a sostituire più mercati nazionali con un mercato unico o con un mercato interno comune – ci accorgiamo della sua implicita complessità. L'eliminazione di tutte le barriere, in un sistema economico contemporaneo, significa in concreto eliminare tutti i motivi, di natura legislativa o amministrativa, che impongono l'effettuazione di controlli alle frontiere: questi motivi possono essere tanto più numerosi quanto più un sistema economico è regolamentato. Basti pensare alle regole che tutti i paesi tendono ad imporre per disciplinare i mercati dei beni, dei servizi, del lavoro e dei capitali. Se queste regole creano barriere agli scambi, il completamento del processo d'integrazione economica richiede l'eliminazione della loro funzione di barriera, o meglio, richiede un processo di armonizzazione delle regole nazionali che consenta il libero accesso e la parità di condizioni nei mercati nazionali a tutti gli operatori economici, in particolare a quelli appartenenti ad altri paesi membri dell'accordo di integrazione.

Tab. 1.3

La tabella 1.3 sintetizza i diversi e complicati passaggi di un ideale processo di integrazione. Questa tabella chiarisce la complessità di un processo di integrazione economica, segnalando come non possa essere inteso semplicemente come eliminazione di ostacoli agli scambi ma anche come sostituzione di politiche nazionali con politiche comuni. Dalla tabella notiamo che:

  • Un processo di integrazione economica avanzato contiene, fin dalle prime fasi, la necessità di realizzare politiche comuni di integrazione positiva. Questo è un indice importante della forte politicizzazione dell'accordo di integrazione.
  • Il processo si auto-alimenta. Il passaggio dagli stadi iniziali, meno impegnativi dal punto di vista politico, a quelli successivi, dove l'impegno da parte dei governi nazionali a rinunciare alla propria autonomia nell'uso di strumenti di politica economica si fa più forte, è normalmente reso possibile dalle pressioni dal basso degli operatori economici e dall'irreversibilità dell'interdipendenza economica raggiunta dai paesi partecipanti.
  • Quanto più si avanza nel processo, tanto più importante diventa l'integrazione positiva, e questo comporta scelte impegnative anche per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni comuni.

Cap. 2

La teoria dell'integrazione economica studia gli effetti ed i costi del passaggio da una situazione di protezionismo ad una situazione di libero commercio. Questo tipo di analisi richiede che siano tenute in conto quattro diverse dimensioni:

  • Il livello raggiunto dalla liberalizzazione commerciale: l'accordo di liberalizzazione può riguardare solo le barriere tariffarie o può comprendere anche le barriere non tariffarie etc.
  • La copertura geografica: la liberalizzazione può essere concordata solo tra due o pochi paesi, normalmente confinanti, oppure può essere decisa in forma multilaterale.
  • La dimensione della liberalizzazione: essa può riguardare solo alcuni settori di produzione di beni e servizi ed escluderne altri.
  • La varietà degli effetti considerati: l'allocazione delle risorse, le economie di scala, le ragioni di scambio, la produttività dei fattori di produzione, i margini di profitto delle imprese, il tasso di crescita economica, la distribuzione del reddito etc.

Ora parleremo della teoria delle Unioni Doganali (UD), ossia lo studio degli effetti della realizzazione di un accordo di liberalizzazione che:

  • Stabilisce l'eliminazione delle barriere tariffarie.
  • Riguarda il mercato di tutti i beni ed i servizi commerciabili.
  • È limitato ad alcuni paesi dall'adesione ad una tariffa esterna comune, e quindi discriminatorio nei confronti degli altri.

In particolare parleremo degli effetti delle UD sulla allocazione delle risorse.

La formazione di una UD

La formazione di un'UD, fino all'introduzione dello studio di Viner, era considerata come un primo approccio ad una graduale liberalizzazione del commercio mondiale. Secondo la teoria classica del commercio internazionale, il libero scambio massimizza il benessere mentre, al contrario, l'imposizione di tariffe doganali lo riduce. Quindi, siccome comprende l'eliminazione delle tariffe interne, l'UD è da considerarsi come un passo verso il libero scambio. L'UD quindi aumenta il benessere, anche se non lo massimizza.

In conclusione, secondo la teoria classica del commercio internazionale, la creazione di una UD aumenta il benessere sia dei singoli membri sia dell'UD nel suo complesso, ed è quantomeno neutrale per il resto del mondo.

L'analisi di Viner dimostrò l'insufficienza delle risposte date dalla teoria classica, sostenendo che, se è vero che l'UD aumenta il commercio fra i paesi membri, non è detto che questo aumento sia sempre desiderabile: bisogna infatti considerare i motivi che determinano l'aumento dei flussi commerciali.

Tale aumento è positivo se è determinato da un effetto di creazione del commercio, ovvero uno spostamento del consumo interno dalla produzione interna più costosa alla produzione meno costosa del paese partner, ottenibile grazie all'eliminazione delle barriere interne. In questo caso abbiamo un miglioramento dell'allocazione delle risorse e quindi un aumento di benessere per i consumatori.

Al contrario, tale aumento non è positivo se è determinato da un effetto di diversione del commercio, ovvero uno spostamento dei flussi commerciali da una fonte esterna a basso costo (il resto del mondo) a favore della produzione, a costi relativamente più alti, del paese partner, spostamento che avviene in seguito alla discriminazione nei confronti della fonte esterna (resto del mondo) che resta ostacolata dall'imposizione della tariffa esterna comune (TEC) della UD. In questo caso abbiamo una diminuzione del benessere data da una peggiore allocazione delle risorse.

L'eliminazione della produzione interna ad alto costo è vantaggiosa in termini di benessere perché consente al paese interessato di spostare risorse verso settori produttivi nei quali può avere un vantaggio comparato. A sua volta, il paese partner potrebbe guadagnare, o quantomeno non perdere, dall'aumento delle sue esportazioni all'interno dell'UD, e quindi nel suo complesso l'UD riceverebbe un vantaggio.

Al contrario, l'effetto di diversione potrebbe essere dannoso per il paese importatore, che, spostando la fonte delle proprie importazioni verso un paese a costi più elevati, subisce una perdita misurabile dal peggioramento delle sue ragioni di scambio.

Viner rileva dunque come il saldo finale degli effetti di benessere di un'UD dipenda dal prevalere o meno degli effetti di creazione su quelli di diversione del commercio. Il vantaggio della liberalizzazione commerciale all'interno dell'UD è dato dall'opportunità di sfruttare i vantaggi comparati legati alla diversa dotazione e quindi al diverso prezzo dei fattori di produzione dei vari paesi, secondo un percorso che conduce ad un'allocazione ottimale delle risorse attraverso la specializzazione produttiva intersettoriale all'interno dell'UD. Un paese dunque ha un vantaggio comparato nella produzione di un bene non per una maggiore efficienza tecnica delle proprie imprese, ma per una più abbondante disponibilità (e quindi un minor costo) del fattore della produzione principale per la produzione del bene in questione.

Fig. 2.1 – Modello di Viner

Si tratta di un'analisi d'equilibrio parziale, che prende in considerazione il mercato di un bene e tre paesi, dei quali uno, il paese W, sarà discriminato dalla formazione dell'UD.

  • Il paese H applica una tariffa nazionale non proibitiva, pari a P1P3, ai beni importati dall'esterno, assicurando in tal modo ai produttori nazionali un prezzo interno pari a OP3.
  • A questo prezzo, i consumatori di H chiederanno la quantità OQ3 del bene considerato, mentre i produttori interni saranno in grado di offrire solo la quantità OQ2.
  • La differenza, Q2Q3, tra quello che i produttori possono offrire e quello che i consumatori chiedono, sarà ottenuta dalle importazioni dal paese W.
  • La somma dei rettangoli (e) ed (h) rappresenta le entrate dello stato H, derivanti dall'applicazione della tariffa doganale sulle importazioni nel paese H, pari alla tariffa P1P3 per la quantità Q2Q3.

A questo punto, il paese H forma una UD con il paese P. La formazione della UD modifica la situazione sopra riportata:

  • L'eliminazione delle tariffe doganali fra H e P consente al bene prodotto da P di essere venduto nel mercato di H al prezzo OP2, lungo la curva SP che indica l'offerta delle importazioni di P in H. Invece, le importazioni da W rimangono soggette alla TEC.
  • La diminuzione del prezzo da OP3 ad OP2 aumenta il consumo da Q3 a Q4. La produzione interna diminuisce da Q2 a Q1. Il commercio esterno aumenta da Q1 a Q4.
  • La creazione della UD tra H e P, determina un aumento del benessere dei consumatori pari (c+d+e+f), ma il benessere dei produttori diminuisce di (c), abbiamo quindi una diminuzione del surplus dei produttori. L'area (c) è quindi una ridistribuzione di benessere dai produttori ai consumatori. L'area (e), che prima era una delle entrate dello stato derivanti dalla tariffa doganale, è una ridistribuzione di benessere dallo stato ai consumatori.
  • I rettangoli (d) e (f) rappresentano i guadagni netti per il paese H. Le aree (d) e (f) calcolano complessivamente l'effetto di creazione di commercio, (d) indica un miglioramento nell'allocazione delle risorse dovuta alla sostituzione della produzione interna più costosa con la produzione di P, meno costosa. Invece, (f) indica l'effetto di aumento di consumo dato dall'eliminazione della tariffa doganale.
  • Tuttavia, questa UD determina anche una diminuzione di benessere pari al rettangolo (h). Il rettangolo (h) prima era una delle entrate dello stato H derivanti dalla tariffa doganale, ora diventa un costo aggiuntivo che serve per acquisire la produzione Q2Q3 dal paese P, e quindi una perdita netta in termini di cattiva allocazione delle risorse, ovvero (h) rappresenta l'effetto di diversione del commercio.

In conclusione, in seguito all'analisi di Viner, possiamo arrivare alla conclusione che una UD può essere sia vantaggiosa che svantaggiosa: sarà vantaggiosa qualora l'area dei triangoli (d) e (f) sia maggiore dell'area del rettangolo (h), ovvero qualora l'effetto di creazione del commercio sia maggiore dell'effetto di diversione.

Fig. 2.2 – Rappresentazione alternativa mod. Viner

In questa rappresentazione alternativa del modello di Viner, costruiamo la curva di offerta interna Sh+p, che è il risultato della somma tra la curva di offerta del paese H (Sh) e l'offerta di importazioni in H dal paese P senza l'imposizione della tariffa doganale.

La situazione prima della formazione della UD è la seguente:

  • Il paese H impone la tariffa non discriminatoria AD e quindi produrrà internamente fino al punto E (OQ2), consumerà fino al punto F (OQ3) e importerà la quantità E-F (Q2Q3).
  • Il paese H, quindi, proseguirà...
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

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