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Capitolo 1: Introduzione

La natura del segno

Il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro (aliquid quod stat pro aliquod). Ciò a cui il segno rimanda è definito come il significato del segno. Charles Peirce, fondatore della semantica, ossia della disciplina che studia i segni, introduce una terza dimensione: l’interpretante, colui che mette in relazione il segno con qualcosa di altro da sé. Perché l’interprete possa collegare segno e significato, ci devono essere relazioni fra segno e significato. Questi collegamenti possono essere di tre tipi:

  • Indici: la relazione fra segno e significato è di tipo causale, l’interprete risale dall’effetto alla causa. Nuvole scure e minacciose sono segno che pioverà.
  • Icone: la relazione fra segno e significato può essere di somiglianza. I quadri o certi cartelli stradali.
  • Simboli: legati al loro significato in modo convenzionale, la convenzione è un accordo fra i parlanti per regolare un’attività secondo un modo di agire comune. Le lingue storico-naturali, pur essendo quasi esclusivamente composte da simboli, presentano anche elementi di iconicità, come le onomatopee (sussurrare).

Che cosa è un linguaggio?

I linguaggi sono costituiti da due elementi:

  • Un sistema di segni: non può esistere un linguaggio composto da un solo segno. (Se due agenti segreti si mettono d’accordo che quando uno tossisce, l’altro gli telefona, non hanno costituito un linguaggio, perché c’è solo un segno!)
  • Una sintassi a cui corrispondono leggi semantiche di composizione: i segni devono avere una relazione fra loro. Le relazioni riguardano i segni e i loro significati: per esempio le relazioni fra singolare e plurale, verbi aventi gli stessi prefissi… ma anche relazioni semantiche come la sinonimia, antinomia, iperonimia (un significato è iperonimo dell’altro se il significato del secondo è una specificazione del significato del primo: ‘felino’ è iperonimo di ‘gatto’), iponimia. La sintassi consiste in un insieme di regole mediante le quali i segni semplici vengono accorpati in unità via via più grandi (parole in sintagmi, sintagmi in frasi…). A queste regole sintattiche corrispondono regole semantiche di composizione, mediante le quali i significati dei segni semplici vengono utilizzati per formare i significati dei segni complessi.

Composizionalità

I linguaggi sono composizionali: il significato dei segni complessi è ricavabile da quello dei segni più semplici e dalle regole di composizione. Così per comprendere il significato di una frase devo comprendere il significato delle parole che la formano e le regole per cui tali significati si compongono per formare il significato del tutto. Imparando soltanto i mattoni fondamentali di costituzione e le regole siamo in grado di comprendere un numero infinitamente alto di frasi. Senza composizionalità la comprensione di ogni frase nuova richiederebbe un apprendimento apposito. I linguaggi però non sono completamente composizionali: ci sono espressioni idiomatiche che fanno eccezione.

Comunicazione

Elementi essenziali alla comunicazione sono un mittente, un ricevente, il messaggio, il canale, il codice, il referente. Si potrebbe pensare che si ha comunicazione quando il destinatario comprende ciò che il mittente voleva che egli pensasse, ma questo non è esatto: per esempio un imputato che si finge pazzo e riesce a convincere i giudici. Tuttavia non si tratta di comunicazione, perché l’intenzione di far pensare ai giudici un certo contenuto è nascosta. Nella comunicazione quindi non solo il mittente deve manifestare un certo contenuto al destinatario: deve essere manifesto che egli lo vuole manifestare. Ma nemmeno questa definizione è completa: se l’imputato fa pensare ai giudici di essere pazzo ma i giudici si accorgono delle sue vere intenzioni, l’intenzione risulta comunque nascosta, mentre dovrebbe essere manifesta.

A comunica a B un contenuto x:

  • Se A ha intenzione di far pensare a B il contenuto x.
  • Se l’intenzione di A è soddisfatta proprio per il fatto che B ha compreso l’intenzione di A di fargli pensare x.

Lo scopo è raggiunto nel momento in cui i destinatari comprendono le intenzioni. Questa è una particolarità del solo atto comunicativo, che vengono soddisfatte per il solo fatto che il destinatario comprende le mie intenzioni: infatti, per esempio, la mia intenzione di acquistare un oggetto non è soddisfatta se il commerciante comprende la mia intenzione.

Linguaggio e comunicazione

Non tutti i segni quando vengono prodotti vengono utilizzati consapevolmente (per esempio la nuvola), tuttavia nella maggior parte dei casi il fine è quello comunicativo. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che:

  • Si può comunicare anche senza un linguaggio condiviso: per esempio riusciamo a comunicare messaggi molto semplici anche con animali domestici utilizzando di solito espressioni facciali, gesti iconici, indicazioni…
  • Ci sono usi non comunicativi dei segni e del linguaggio: il linguaggio a volte è usato sia per fini comunicativi che per fini estetici. Per esempio le parole delle canzoni pop in inglese per chi non conosce l’inglese, è importante la melodia prima di tutto.

Inoltre ci sono segni che non hanno nulla a che fare con la comunicazione (le nuvole di pioggia perché non vengono utilizzate da nessuno per comunicare alcun messaggio o giungere a un fine). Tramite il linguaggio e i segni possiamo comunicare perché ad essi sono associati significati e quindi tramite il loro utilizzo possiamo manifestare al nostro interlocutore la nostra intenzione che egli faccia attenzione a questi significati.

Che cosa è e cosa non è linguaggio

Spesso si afferma che la musica è linguaggio: è costituita di elementi minimi che si connettono fra loro mediante regole (sintassi musicale: i compositori non connettono sequenze casuali ma lo fanno in base a esigenze estetiche). Tuttavia non è un sistema di segni perché gli elementi minimi (le note) non sono legate a un certo significato né per un rapporto causa-effetto, né per un rapporto di somiglianza, né di convenzione. Le opere pittoriche possono essere considerate icone, ma ciò non basta per considerarlo un linguaggio. Anche la gestualità non è un linguaggio perché non c’è una sintassi dei gesti. Invece è un linguaggio quello formale della matematica: composto da segni semplici e da regole di composizione sintattica per le quali alcune espressioni sono ben formate (2+2) e altre malformate (+=). Sono linguaggi anche i linguaggi di programmazione.

Filosofia del linguaggio

Filosofia e filosofia del linguaggio

L’impostazione filosofica della filosofia del linguaggio cerca di definire per ogni porzione di mondo che essa fa oggetto di studio quali sono i concetti e i principi fondamentali che stanno alla base di quella porzione di mondo e della nostra conoscenza di essa. Molti sono convinti che studiare il linguaggio e le sue strutture sia una buona introduzione allo studio del mondo: comprendere com’è fatto il linguaggio costituisce una strada per comprendere com’è fatta la nostra concettualizzazione, come comprendiamo il mondo. Un filosofo del linguaggio è scarsamente interessato alla grammatica di una lingua particolare, è molto interessato a quegli aspetti del sistema verbale maggiormente condivisi fra le lingue, per esempio il fatto che tutte le lingue esistenti possiedono nomi e verbi: questo è interessante perché ci suggerisce che i nostri pensieri sono costituiti da un oggetto di pensiero e qualcosa che viene attribuito a tale oggetto. Solo alla fine dell’ottocento la filosofia del linguaggio nasce come branca a se stante della filosofia. Frege, filosofo e matematico, è considerato il fondatore della disciplina.

La filosofia del linguaggio e le altre discipline

La filosofia del linguaggio è interessata soprattutto al significato dei nostri segni verbali. Essa intrattiene stretti rapporti con la semantica, la disciplina che studia i segni di tutti i tipi e si propone di formare una teoria generale dei segni. Ha forti legami anche con la pragmatica che studia i particolari significati che le nostre parole assumono in determinati contesti, gli impliciti comunicativi e le variazioni contestuali. I rapporti con la linguistica generale sono più complessi: i linguisti studiano più lingue e a un certo punto provano a fare delle generalizzazioni fra le lingue, e trovano anche ciò che le differenzia. Le prospettive con cui linguistica generale e semantica guardano le caratteristiche che accomunano le lingue sono differenti: il filosofo del linguaggio è interessato alle modalità di conoscenza e alla costituzione ultima del mondo, l’interesse dei linguisti è stabilire quali sono gli aspetti formali che accomunano e differenziano le lingue. La linguistica generale ha una forte base empirica, la filosofia del linguaggio è più astratta e portata alla generalizzazione. Ci sono rapporti stretti anche con la logica: una parte del compito di comprensione del significato consiste nella chiarificazione dei rapporti logici che sussistono fra i significati. Infine ci sono rapporti stretti con la sintassi poiché le regole con cui i significati si compongono corrispondono alle regole con cui i segni si compongono e comprendere come avviene la costruzione dei segni maggiori aiuta a comprendere come avviene la costruzione delle unità maggiori di significato.

Elementi di sintassi

Le frasi che utilizziamo sono composte da un elemento che indica ciò di cui vogliamo parlare e un elemento che predica qualcosa di ciò di cui vogliamo parlare. Il nesso predicativo è il principale nesso sintattico della frase. L’elemento che indica ciò di cui vogliamo parlare si organizza di solito intorno a un nome (sintagmi nominali), l’elemento predicativo attorno a un verbo (sintagmi verbali).

Le regole sintattiche e il loro statuto

Dietro la disposizione lineare dei segni nelle frasi ci sono uno statuto e una disposizione non lineari: un ordine gerarchico: gli elementi si vanno ad organizzare in maniera gerarchica. Il compito della sintassi è cercare con quali regole i costituenti più piccoli si saldano in costituenti più grandi: non ogni parola può saldarsi con qualunque altra parola. *Il mangia non rispetta le regole sintattiche: le frasi che rispettano le regole sono chiamate grammaticali o ben formate. La buona formazione sintattica è una condizione necessaria ma non sufficiente della sensatezza: il tavolo mangia la mela appare insensato. Le leggi di composizione sintattica descrivono quali parole possono saldarsi fra loro e quali no. Una legge dice che una categoria può saldarsi all’altra. Le categorie in parte coincidono con quelle grammaticali: nomi, verbi, aggettivi, preposizioni, avverbi, preposizioni. Ma per esempio la categoria degli aggettivi comprende solo quelli qualificativi e c’è la categoria dei determinanti nominali che comprende articoli, aggettivi numerali, dimostrativi, indefiniti. Agg + N da vita a un componente maggiore, (N una barra). *Det + V non da vita a nulla di grammaticale.

La ricorsività delle regole

Una regola è ricorsiva quando è possibile applicare la regola risultato dell’applicazione della regola stessa. Per esempio, l’addizione è ricorsiva: possiamo applicarla a due numeri, poi al loro risultato e così via… Anche nella grammatica possiamo saldare un aggettivo a un nome, e saldare un aggettivo al risultato della saldatura un numero indefinito di volte. Non c’è limite agli aggettivi che possono qualificare un nome. Se non che frasi troppo lunghe diventano di difficile comprensione (limiti di natura pratica).

Sintagmi verbali e nominali

I sintagmi nominali sono formati da un nome e altre parole che modificano e specificano il suo significato (per esempio: due gatti, le pesche che ha comprato la mamma), i sintagmi verbali sono formati da un verbo e altre parole che modificano e specificano il suo significato (è arrivato, arrivò con il treno delle 7.30 puntuale). Nomi e verbi sono chiamati teste dei rispettivi sintagmi. Nel sintagma nominale il nome si salda prima con eventuali aggettivi e frasi relative, poi con un determinante. N + Agg + N’ + Agg + N’ + Det SN. Det sono diversi dagli Agg (solo qualificativi). Per esempio, vediamo che possiamo scambiare l’ordine degli aggettivi qualificativi con molta libertà, mentre non possiamo fare lo stesso con i determinanti. Gli aggettivi si compongono prima dei determinanti: per esempio in ‘ogni uomo buono’ componiamo prima gli uomini buoni, poi decidiamo di comporli tutti. Alcuni determinanti sono compatibili fra loro (tutti i) mentre altri non lo sono (alcuni i). Allo stesso modo alcuni ausiliari (è stato, stato stato). Il verbo si compone prima con un numero indefinito di avverbi, SN e costruzioni del tipo preposizione + SN. Il costituente è il V’, che si compone eventualmente con l’ausiliare. Al fine della costruzione di un sintagma nominale o verbale, tutti gli elementi meno la testa sono facoltativi.

Capitolo 2: Sintagmi Nominali

Nomi propri

I sintagmi nominali più semplici e meno strutturati, spesso costituiti soltanto dalla testa nominale senza alcun modificatore o determinante. Esistono nomi propri che non sono nomi di persona. Per esempio i nomi dei pianeti, i nomi geografici, delle vie…

La semantica bidimensionale dei nomi propri secondo Frege

Il nome proprio è uno strumento linguistico atto a riferirsi ad oggetti sulla base di una convenzione. Ad esempio, Wikipedia è legato per convenzione alla nota enciclopedia online e questo nome è utilizzato dai parlanti per riferirsi a tale sito. Per comprendere il significato di un nome proprio è necessario conoscere qualcosa circa l’oggetto a cui il nome proprio è convenzionalmente legato. Se qualcuno non sa cosa sia un’enciclopedia online, non comprenderà il significato di Wikipedia.

Il significato dei nomi propri è composto da due elementi:

  • Un concetto complesso che i parlanti hanno di un certo oggetto. Il concetto deve cogliere le caratteristiche fondamentali del referente del nome, che lo distinguono da altri oggetti. La funzione semantica di un nome proprio è quella di denotare quell’entità per il fatto di possedere certe caratteristiche. Conoscere queste caratteristiche è il requisito fondamentale per la conoscenza del significato del nome proprio.
  • L’oggetto individuato da questo concetto, il referente del nome. Il segno linguistico individua un solo oggetto, che costituisce il referente.

Il significato del nome proprio è costituito da due aspetti differenti: il concetto e l’oggetto (semantica bidimensionale). Frege chiama il concetto senso; chiama l’oggetto significato. Per esempio: ‘uomo’ esprime una serie di qualità che un individuo deve possedere per far parte della classe degli uomini, un concetto che serve a noi per distinguere gli individui che sono uomini da quelli che non lo sono. Si ha quindi una componente concettuale e una componente mondana, che insieme costituiscono il significato del segno. Il concetto associato al nome comune è chiamato intensione, l’insieme dei referenti estensione.

Critiche alla teoria bidimensionale dei nomi propri

Oggi l’idea di Frege non è più considerata valida. Kripke formula una critica, un primo problema riguarda le differenze fra le conoscenze che i parlanti hanno circa il referente del nome proprio. Ad esempio, in ‘Roma’, i concetti con cui si coglie la città possono essere differenti fra loro. Se le conoscenze dei parlanti facessero parte del significato del nome proprio, questo nome sarebbe ambiguo perché avrebbe significati ambigui. Eppure, se dico ‘Oggi a Roma piove’, non è necessario che entrambi i parlanti conoscano Roma allo stesso modo per comprendere l’affermazione. I concetti che vengono associati al nome proprio non fanno parte del significato. È necessario che, se non si ha lo stesso concetto, si abbiano caratteristiche fondamentali condivise. Se per esempio qualcuno non sa che Roma è la capitale d’Italia, non diciamo che non conosce Roma, ma che qualcuno non sa qualcosa su Roma. E inoltre, ipotizzando che una delle sue caratteristiche non è vera, non si dice una contraddizione, ma una possibilità sensata: Roma non è la capitale d’Italia non cambia il significato di Roma, mentre invece per esempio in ‘scapolo’, ‘uomo non sposato’ fa parte del significato. Se il significato includesse le caratteristiche, dovrebbe essere contraddittorio negarle. Riassumendo la critica:

  • L’ignoranza di queste proprietà non implica la mancata conoscenza del significato.
  • Le proprietà mutano nel tempo senza che muti il significato.
  • Ipotizzare che il referente non abbia quelle proprietà non risulta contraddittorio.

La teoria del riferimento diretto dei nomi propri

Kripke e i suoi allievi hanno proposto la teoria del riferimento diretto dei nomi propri: l’idea che il significato di un nome proprio consista unicamente nel suo referente senza passare per un concetto. Riguardo a Roma: associamo a questo nome la stessa città e l’unica cosa che sembra importare per la comprensione del nome è l’identità del referente. Un minimo di conoscenza del referente è richiesto per comprendere il nome. Il modo con cui identifichiamo il referente non sembra far parte del significato del nome.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher HelderRoze di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semantica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Raynaud Savina.
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