LEZIONE 1:
Antropologia culturale :
DEF. ANTROPOLOGIA: sapere esperto della diversità culturale. L’antropologo
Anthropos
analizza la vita sociale degli esseri umani nella loro quotidianità.
+logos=discorso, studio, scienza degli/sugli esseri umani. Fino agli anni ’70:
discorso sull’uomo, ma in realtà su tutti gli esseri umani.
Demoetnoantropologiche
Discipline : DEA. Tutte queste materie studiano
l’uomo e la cultura umana, nelle loro articolazioni etniche e nelle espressioni
popolari.
Etnologia= studi settoriali su specifici popoli e culture in diverse aree
del mondo. Caratterizzati da una specificità geografica (es. africanisti,
americanisti, ecc) che può risultare anche problematica perché le culture
e specifici territori vengono pensati come sovrapposti. Ad oggi le cose
non stanno così. Anche quando il mondo era diverso (nell’antichità) le
persone si spostavano e le idee viaggiavano.
Demologia=studio della cultura popolare e tradizionale nella nostra
stessa società. È abbastanza sviluppata in Italia.
Antropologia culturale=approcci generale di tipo teorico e
comparativo. Riflessione sulla maniera di stare al mondo degli esseri
umani.
DEF. CULTURALE: cruciale nella definizione dell’oggetto di queste discipline.
Complesso degli elementi non biologici attraverso cui i gruppi umani si
adattano all’ambiente (e si relazionano anche tra di loro). Ma il suo significato è
più complesso.
Antropologia culturale vs. Antropologia fisica=analizza le caratteristiche e
l’evoluzione biologica della specie umana. Riguarda più le scienze naturali ed è
differente da quelle discipline umane come l’etnologia e la demologia.
Altre denominazioni internazionali, che hanno ulteriore varietà nei paesi stessi:
Ethnologie: In Francia indica di solito l’intero settore disciplinare. Il settore
antropologico qui si era ben sviluppato. In Norvegia è utilizzato per
indicare il Folklore
Social Anthropology: denominazione prevalente negli studi UK
Cultural Anthropology: denominazione degli USA e ha trovato forte
diffusione in Italia
Folklore: usato in Italia e Germania e alcuni paesi scandinavi (cerca
significato in internet)
Le origini dell’antropologia culturale:
1. Periodo di grandi trasformazioni storiche, della nazionalizzazione degli
stati, delle masse e delle discipline politiche che si istituzionalizzano.
Nasce connessa al colonialismo, che in questo periodo è in grande
espansione. Si concentra sulle popolazioni, con una visione eurocentrica,
scoperte grazie al colonialismo. D’altra parte, è votata sempre di più a
capire l’alterità, gli altri. Rapporto problematico: tra sapere e
potere=proprio la macchia originaria della nascita dell’antropologia
culturale come studio della natura umana ha disposto gli antropologi a
sviluppare uno scetticismo di fondo nei confronti dello scenario coloniale
e nei rapporti tra sapere e potere.
2. Le radici dell’antropologia culturale= positivismo (‘800) +
colonialismo + modernizzazione + visione dello sviluppo umano come
progresso continuo (industrializzazione)= saperi dominanti contro cui
l’antropologia culturale svilupperà un forte senso critico tra gli anni ’60 e
’80 con nuove posizioni teoriche.
3. Precursori: dal punto di vista filosofico, il problema si era posto dai pre-
socratici (es. la collocazione dell’uomo nel mondo) + La filosofia della
diversità (Erodoto, Montaigne, Herder) + L’illuminismo e la Societé des
observateurs de l’homme + Le scienze naturali e la filologia comparativa
dell’800 Primitive Culture.
4. Nascita: 1871= Edward B. Tylor ,
5. L’800 e l’antropologia da tavolino= da poltrona (presenta come
paradigma di fondo l’evoluzionismo, da Darwin e Spencer. Tipico
dell’evoluzionismo sociale era pensare che studiando questi popoli si
potessero meglio comprendere le origini del nostro mondo), che si
definiva comunque scientifica= studio della diversità umana avveniva
solo dal punto di vista teorico e chi raccoglieva informazioni erano degli
esploratori dilettanti (Dei) ovvero missionari, funzionari coloniali,
commercianti attraverso diari e documenti. Fornivano materiale che
l’antropologo studiava indirettamente, da erudito.
6. La trasformazione arriva negli anni ’20 (antropologia post-
evoluzionista) con un antropologo di origine polacca che lavora in UK e
lavora nel Pacifico occidentale, Malinowski (funzionalismo britannico), e
Boas, di origine tedesca che ha lavorato negli USA e studia gli indiani
d’America, fin ad arrivare ai giorni nostri. Alcuni studiosi credono che
l’antropologia culturale sia nata proprio in questo momento.
L’antropologo in prima persona effettua ricerche sul campo e utilizza
l’esperienza diretta (e di lunga durata) per comprendere sempre meglio i
modi di vivere, organizzarsi, pensare, estrarre risorse, ecc. L’antropologia
è costituita da concetti vicini e concetti lontani al campo. Questa è la
differenza principale. Continua modulazione tra esperienza diretta e
interpretazione.
7. Antropologia post-evoluzionista: fra gli anni ’60 e ’80 c’è una svolta
del sapere antropologico. In particolare sono i processi di
decolonizzazione e la “rivoluzione riflessiva” cambiano totalmente lo
scenario con cui si pensa il mondo. Da qui, scaturirà quella che sarà la
lotta per i diritti civili, tutt’ora in atto.
Filo rosso dell’antropologia culturale = Vocazione per la Diversità.
Lo sguardo da lontano (Levi-Strauss) che permette all’antropologo
moderno di guardare con curiosità e allo stesso tempo occhio attento.
E CI PERMETTE DI FARE UN GIRO LUNGO (Kluckholm), ovvero di porci il
problema con la diversità. Sin dagli inizi, l’antropologia sviluppa un
rapporto dialettico con lo stesso ambiente in cui nasce (colonialismo,
razzismo biologico)
LEZIONE 2:
ANTROPOLOGIA: composta da teoria ed etnografia, che diverranno
strettamente collocate, nel momento in cui si scende sul campo a studiare.
L’antropologia è costituita da “concetti vicini” e “concetti lontani” per Geertz.
Punti fondamentali da approfondire nel discorso sull’antropologia culturale:
Osservazione partecipante, metodo di Malinowski. Starà per tanti anni nel
Pacifico occidentale.
Contesto che determina le differenze degli aspetti sociali-economici-
politici-culturali
Olismo: prospettiva con la quale si guarda alla collettività umana
Natura comparativa delle prime esplorazioni antropologiche
Tensione tra universalismo e relativismo. Problema già dei presocratici.
Qui riguarda lo studio dell’essere umano e di come questo deve essere
studiato universalmente oppure in relazione ad uno specifico
elemento/contesto
Riflessione e critica. “Etnocentrismo critico” (De Martino)
Dialogica: predispone l’antropologia ad una rivalutazione anche della sua
cultura di partenza
Pluriparadigmatica. Dal punto di vista teorico, nell’arco del ‘900, ci sono
state diverse scuole. Kuhn e i paradigmi.
LA RICERCA SUL CAMPO (cap.4, Dei) = FIELDWORK
Fino agli anni 20, c’era una netta separazione tra il teorico comparativista e gli
osservatori, che raccoglievano i fatti di una vita svolta in un contesto lontano
da quello familiare
Nell’antropologia moderna, invece, teoria ed esperienza empirica sul campo
sono strettamente connessi. La ricerca etnografica, comunque, non è solo
propria dell’antropologia: molte associazioni usano metodi etnografici, anche in
politica e specialmente dove le istituzioni non forniscono abbastanza dati.
L’antropologo studia una lingua e, prima di partire, utilizza delle fonti indirette
di funzionari o altri studi su quel contesto. Acquisisce un linguaggio, capisce le
scale di valore, il modo di organizzarsi e di simboleggiare le più significative
trasformazioni di una collettività, vivendo con quel determinato popolo. VIVE
CON LORO, FA CON LORO, PARLA CON LORO (=antropologia tra partecipazione
diretta, vissuta, empatica e l’oggettivazione dell’esperienza in dati). Partecipa
all’elaborazione degli eventi (es. come viene interpretata una tempesta che
distrugge un villaggio?)
Argonauti del Pacifico Occidentale
Manifesto: (1922) di Malinowski, in cui
troviamo:
Bilanciamento tra teoria e descrizione
Approccio olistico: si cerca di valutare ogni aspetto della quotidianità
La monografia come lavoro finale dell’antropologo
Osservazione partecipante: tensione tra coinvolgimento e distacco
professionale
PROBLEMA: come trasformare un’esperienza persona le di ricerca sul campo in
una conoscenza oggettiva? E questo ha influenzato anche la scrittura delle
monografie, che risulta impersonale e realista. Ratcliff Brown diceva che
l’antropologia doveva essere la scienza naturale sugli esseri umani e questo ha
portato a non tematizzare sufficientemente il fatto che facendo ricerca
etnografica, l’antropologo utilizzava sé stesso e la propria elaborazione
(=etnocentrismo). In fondo il prodotto conoscitivo era frutto di un processo
inter-soggettivo e non era una fotografia oggettiva. Questo non toglie che si
può essere estremamente rigorosi.
SOLUZIONE : L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE= L’”osservazione” evoca il
distacco di chi non interviene, ma allo stesso tempo così non riesco a ben
capire se non vivo insieme alle persone. È necessaria dunque anche la
“partecipazione”. Ad oggi la pratica di un’osservazione partecipante può
svolgersi non così lontano da casa, ma anche in un reparto dell’ospedale,
guardando alla vita ordinaria di un determinato soggetto. E qual è l’obiettivo?
“vedere dal punto di vista del nativo”
Malinowski = o dell’attore in gioco.
“L’obiettivo finale è quello di saper distinguere un tic dall’occhiolino”,
Geertz=
quello di saper distinguere le diverse sfumature di significato. Per cogliere
questo aspetto bisogna che io mi metta in gioco e bisogna che io viva con
queste persone. L’antropologo deve essere un “apprendista” e procedere per
gradi nell’apprendimento del nuovo contesto. Vivendo con altri, vedo la loro
vita dal loro punto di vista. L’osservazione partecipante è influenzata anche dal
contesto, che non è soltanto ambientale, ma anche storico. L’antropologo deve
conoscere e raggiungere la “pre-comprensione” di un contesto (Fabietti): deve,
fondamentalmente, immergersi in un contesto, imparandone la lingua e i
linguaggi, convivendo insieme alle persone di cui vuole capire meglio la vita. Lo
studioso guarda i processi lavorativi, l’organizzazione del tempo, la religione.
L’etnografo è un’apprendista, che deve costruirsi un accesso e conquistare la
fiducia delle persone, per poter diventare consapevole di “cosa fanno” e di
“cosa se ne fanno” (Fabio Dei), cioè del senso che danno alle azioni umane.
Una ricerca etnografica, per queste ragioni, richiede molto tempo: oggi, prende
almeno un anno.
Il fieldwork nell’antropologia di oggi non ha più la stessa valenza di un tempo.
C’è stato un superamento del modello “romantico” di Malinowski, ovvero
dell’antropologo come eroe solitario nel cuore di tenebra. Ormai non è più
possibile pensare (era difficile pensarlo anche prima) al campo come una
località circoscritta in cui coesistono in un modo esclusivo un popolo, un
linguaggio, una cultura, ecc. Anche prima, le idee e le forme organizzative
sono sempre viaggiate. Ad oggi hanno una velocità tale che anche la
consapevolezza delle interdipendenze, dei flussi che attraversano i confini
nazionali è sempre maggiore. La fine del fieldwork sarà definitiva negli anni
’50.
LEZIONE 3:
L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE:
Precomprensione del contesto + tempo.
Il termine ultimo è un’analisi rigorosa che arriva attraverso la comprensione
delle gerarchie morali (es. capire cos’è bene e cos’è male).
Questa ricerca tendeva ad essere fortemente localizzata nella prima metà del
‘900. Nel nostro scenario pensare ad una cultura specifica per ogni popolo è
incomprensibile. Come già detto, questo scambio di idee già circolava prima e
perciò l’idea di staticità non appartiene all’homo sapiens (es. Alsazia e Lorena)
All’inizio del ‘900 ancora era ben radicata questa idea meccanica: vado dal
popolo X e scrivo un libro sulla cultura specifica del popolo X.
Il presente etnografico non prendeva in considerazione il passato del popolo. Le
descrizioni al presente ci lasciano intuire che gli antropologi credevano a
popolazioni immacolate, intoccate. Avevano una idea statica ed esistenzialista
della cultura, che non prendeva in considerazione l’evoluzione storica della
società. Da Malinoski in poi si utilizza la monografia etnografica, incentrata su
una popolazione, senza la volontà comparativa che presentano gli scritti della
fine dell’800 (antropologia da tavolino-evoluzionista).
Importante è anche il saper cogliere il punto di vista del nativo e questo
Malinowski non lo coglieva molto bene. La ricerca del significato esplode negli
anni ’80, con la rivoluzione riflessiva.
OLISMO
DEF: L’insieme è più della somma delle parti, rientra anche nel concetto di
cultura. È questa un’ambizione degli antropologi da poltrona: vado a vivere con
quel popolo e studio tutto (forte ambizione hegeliana= studio tutto), come si
organizzano, i conflitti, i rapporti di genere, le pene, la dimensione spirituale,
estetica e il tutto è distillato in una monografia.
Nel dopoguerra tutte le scienze naturali hanno cambiato radicalmente i loro
fondamenti (bagno d’umiltà) e si è resa sempre più consapevole la parzialità
dell’impresa conoscitiva e dello sguardo scientifico.
SI è SITUATI in un contesto sulla base di tante variabili che possono concorrere
ad influenzare il processo di elaborazione. Ogni antropologo può interpretare in
base alla propria soggettività ogni aspetto e sottolineare qualcosa rispetto ad
un altro. Il confronto tra ricerche e studi è favorito, dunque. Infatti, ad oggi non
c’è più la presunzione che uno sguardo unico possa dare la complessità intera
di una collettività umana. TUTTAVIA questo non vuol dire che non esista uno
sguardo olistico: le sfere della vita umana sono in grado di influenzare l’una e
l’altra.
SGUARDO OLISTICO non significa TOTALIZZANTE . Variabili sono:
1. La parentela, il matrimonio, la vita familiare
2. L’economia, il lavoro, la cultura materiale
3. La stratificazione sociale, le forme del potere
4. Il linguaggio e la comunicazione
5. La religione e la magia
6. L’ambito estetico ed espressivo
PRIMA (antropologi da poltrona): analizzavano diverse parti per avere un’idea
competa. OGGI (antropologi moderni): rimane la consapevolezza che un fattore
religioso può influenzare un altro campo come quello economico.
NATURA COMPARATIVA
Prima di scendere sul campo, gli antropologi da tavolino avevano l’ambizione di
classificare e comparare tutti rituali, tutti modelli familiari, tutte le istituzioni
politiche delle varie popolazioni indagate. Soprattutto in ambito positivista si ha
questo desiderio di rigore scientifico. Dagli anni ’50 in poi la comparazione è
molto più weberiana (=ragiono come un giocoliere con molte variabili.)
ES. Geerz, “ISLAM”: confronto e ragionamento per somiglianze e differenze per
capire l’islam in Indonesia e in Marocco, non per cercare di porre il tutto sullo
stesso piano e raccogliere entro alcune categorie.
L’obiettivo non è quello di produrre una teoria universale, ma soltanto
analizzare il fenomeno nella sua complessità. Questo cambiamento prende
avvio a partire dalla seconda metà del ‘900: da una comparazione con tanti
casi e poche variabili verso una comparazione più strictu sensu.
TENSIONE UNIVERSALISTICA/RELATIVISTA
La questione antropologica, come riflessione sull’uomo nel mondo, è sempre
stata caratterizzata da una tensione tra relativismo e universalismo.
Nell’esplorazione di un popolo, esiste sempre una tensione tra uno studio
generale di come vive l’essere umano e uno sbilanciamento verso il contesto e
le sue specificità. Negli ultimi 40 anni è sempre più riconosciuta la specificità
del contesto analizzato. Poi si ragiona in ambito universale, anche attraverso
similitudini e differenze e si tende anche a ragionare per teorie generali.
Filo rosso: tutti tendono ad essere relativisti, ma provando a contribuire ad una
lettura meno etnocentrica della vita umana.
CHE SIGNIFICA? ETNOCENTRISMO= LA DISPOSIZIONE A CLASSIFICARE E
GUIDICARE LE ALTRE CULTURE SECONDO SCHEMI DI RIFERIMENTO CHE
CARATTERIZZANO IL PROPRIO CONTESTO CULTURALE E CHE PERCEPITI COME
FAMILIARI VENGONO CREDUTI COME Più APPROPRIATI E CORRETTI RISPETTO
ALLE PRATICHE E I COMPORTAMENTI DI ALTRI GRUPPI CULTURALI.
Ernesto de Martino: ETNOCENTRISMO CRITICO, una nuova via, una terza
opportunità. Siamo influenzati dalla nostra cultura di origine nelle nostre
ricerche e dobbiamo soltanto cercare di neutralizzare di base quello che è il
nostro background. Devo aprirmi all’accettazione delle nuove gerarchie, dei
nuovi stimoli e piano piano riconoscerò la valenza della diversità e degli aspetti
simili. Quando tornerò a casa, IL modo di stare al mondo, diviene UN modo di
stare al modo e l’esperienza è
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