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Antropologia culturale

La cosa più importante che differenzia l’antropologia dalle altre discipline che si occupano dell’uomo (sociologia, psicologia, filosofia, ecc.) è che l’antropologia si occupa degli uomini in relazione ai contesti culturali, storici e ambientali in cui vivono. L’antropologia si occupa dell’uomo e della sua identità, definita come identità culturale.

Spesso l’antropologo è impegnato in campi di lavoro che lo portano in un contesto Altro, religioso, culturale e linguistico, molto diverso rispetto a quelle che sono le condizioni conosciute e normali. Non esiste studio antropologico che non comprenda quella che è la ricerca sul campo. I primi antropologi venivano chiamati “armchair” in quanto non avevano un contatto diretto con l’oggetto di studio, studiavano senza alzarsi dalla sedia.

L’antropologia è un sotto settore della storia, l’antropologo sul campo studia l’uomo senza mai abbandonare il contesto culturale e storico. Nel 1871 nasce l’antropologia come disciplina accademica (teoria, pensiero e metodo), questa data coincide con la pubblicazione da parte di Edward Tylor del saggio “primitive culture”.

L’obiettivo dell’antropologia era quello di conoscere il maggior numero di modi di vivere possibili; nasceva con l’intenzione di porre l’attenzione alle popolazioni che vivevano molto lontano, con tradizioni diverse da quelle occidentali. Queste popolazioni venivano definite primitive dai primi antropologi e spesso associati alla figura dei bambini, in quanto avrebbero dovuto imparare da zero lo stile di vita occidentale, per essere alla pari.

Antropologia moderna

Da metà del ‘900 in poi gli antropologi si occupano anche di eventi e mondi culturali vicini come le cosiddette tribù urbane e comunità virtuali. All’inizio infatti l’antropologia non pensava di poter studiare il suo simile.

Le differenze fondamentali

Le tre grandi differenze di cui l’antropologia si è sempre occupata sono:

  • Genere – Sessismo; L’uomo e le comunità umane hanno sempre evidenziato una sorta di problematicità pensando alla differenza di genere.
  • Etnia – Etnocentrismo; È la tendenza a considerare la propria cultura come migliore e a giudicare il comportamento e le credenze dei popoli culturalmente diversi in base ai propri standard.
  • Specie – Specismo; Specie umana sopra le altre.

Sessismo, etnocentrismo e specismo sono percorsi di orientamenti della storia dell’uomo e delle comunità, che danno una lettura di genere, etnia e specie in termini di diversità di superiorità e inferiorità. L’antropologia era nata per sostenere le supremazie. La scienza oggi afferma che gli uomini, indipendentemente da etnia, origini, lingua ecc. lavorano allo stesso modo.

Lo schema a piramide

Lo strumento che permette di riconoscere, leggere, comprendere e gestire la diversità umana è uno schema a piramide, diviso in tre piani; questo schema però non ha lo scopo di accettare o condividere la diversità, ma soltanto di comprenderla; capire il funzionamento di una persona nella sua realtà. Questo schema ha iniziato ad essere utilizzato una quarantina di anni fa.

Questo schema è in grado di analizzare qualsiasi tipo di fenomeno che vede come attore una persona, un essere umano. Ovviamente le incongruenze che sorgono nella vita di tutti i giorni possono essere spiegate da un “non-rispetto” dei piani che ognuno ha nel proprio schema.

I piani della piramide

Sulla punta della piramide si trova il piano ontologico che, secondo Weber, è l'insieme degli orientamenti ultimi ad agire, i valori più importanti, non negoziabili in termini di guida del nostro essere, come la religione, i valori familiari e il senso della vita. Questo piano è una scatola contenitore dentro la quale ci sono tutti gli elementi non negoziabili, i principi fondamentali di azione. Questo è il piano con il minor numero di contenuti, ma anche quello che più accumuna gli esseri umani.

Il piano normativo è strettamente legato a quello ontologico ed è l'insieme di norme e regole che orientano il nostro agire. Essendo lo spazio centrale è molto più grande del piano ontologico e si divide in due macroaree; leggi istituzionali, che l'individuo è obbligato a seguire e rispettare, non c'è margine di scelta. Se le leggi non vengono rispettate si pagano le conseguenze. Se pensiamo a tutti gli stati presenti oggi e a tutte le loro leggi ci rendiamo conto della complessità di questo piano. Ad esempio: quando un bambino/a nasce la prima cosa in assoluto che viene fatta è attribuirgli la cittadinanza. L’unico caso in cui viene data automaticamente la cittadinanza italiana è quando un bambino ha dei genitori italiani che non hanno la cittadinanza. Non può esistere un nuovo soggetto nel mondo che non abbia cittadinanza. Le leggi di cittadinanza però sono specifiche per ogni paese; codice normativo altra parte del piano, più libera, più collegata alle nostre scelte personali, legata alla struttura sociale e familiare, alle consuetudini personali e alle prescrizioni e le norme religiose. Qui l'uomo ha la possibilità di fare delle scelte personali e di sganciarsi da tradizioni che non riconosce come sue.

Il piano delle pratiche è il più ampio, dentro il quale si trovano una miriade di elementi, tutti culturali. Questo piano contiene tutte le pratiche del nostro quotidiano, dalle più banali alle più rilevanti. Questo livello è in realtà quello più superficiale per comprendere l’Altro. Una stessa pratica può significare cose diverse, come pratiche diverse possono fare riferimento a piani normativi ed ontologici comuni. Ad esempio “povero” può significare mancanza di relazioni sociali e non di denaro.

L'antropologo va in giro per il mondo partendo dalle pratiche ma non si ferma a ciò che osserva: elabora poi delle spiegazioni/teorie di senso su ciò che vede. Le pratiche sono il culturalmente connotato. L’individuo si comporta coerentemente se vi è una connessione tra i passaggi. Il singolo soggetto non lineare interessa l’antropologia e non la psichiatria quando vi è un cambiamento della sua vita, in quanto si richiedono competenze culturali.

Etnocentrismo attitudinale

Il non verbale è culturalmente connotato (fa parte del piano delle pratiche), come i gesti del corpo e la postura che potrebbero portare ad incomprensioni. L’antropologia insegna a collegare in maniera acritica a una pratica che noi vediamo svolta da una persona che è di un mondo culturale diverso, il significato che usualmente ha nel nostro contesto culturale. Questo viene definito etnocentrismo attitudinale, è un processo mentale che si traduce in un processo di atteggiamento, secondo il quale ognuno di noi di primo impatto tende a dare un’immediata lettura/giudizio a ciò che vede e osserva, a quello che l’altro fa davanti a lui anche di una diversa cultura, secondo il suo piano dell’agire. Etnocentrismo è giudicare le altre culture e religioni in riferimento alle proprie appartenenze in modo negativo e considerandolo inferiore, senza capire il valore di quello che c’è dietro ad una pratica.

L’antropologia nasce come etnocentrismo puro. Non ci si deve fermare alla visione della pratica, ma risalire sui piani della piramide per arrivare al significato.

Cultura

Un tempo cultura significava il sapere dal punto di vista nozionistico, delle materie nobili, non del sapere di un mestiere artigianale. Fino a fine ‘800 rappresentava un élite perché si sapeva che non tutti erano autorizzati ad accedere all’istruzione. Gli uomini di cultura generalmente erano pochi, bianchi, nobili o ecclesiastici. Oggi la cultura è costume, tradizioni, arte, strutture della parentela, simboli, religione, famiglia, musica, cibo e pratiche. Grazie alla definizione data da Tylor nel 1871 essa è parte integrante dell’antropologia perché con essa la definizione di cultura mette in crisi la vecchia definizione del termine, che ora è inteso come elemento identificante di tutte le persone al mondo, il culturalmente connotato appartiene ad ogni individuo sulla Terra e si sgancia dal livello del sapere dotto.

Perché la cultura non è solo sapere, ma cultura come civiltà intesa nel suo ampio senso etnografico è un complesso che include la conoscenza, il diritto, il costume, l’arte ecc. qualsiasi altra capacità acquisita dall’uomo in quanto membro di una società. Questa definizione andò a scardinare il concetto precedente di cultura e fu un salto importantissimo perché sollevò il fatto che anche la persone più povere avessero dei tratti di cultura: il sapere non era solo il sapere del greco o latino ma anche il sapere tramandato di come fare le cose. Da questo momento si fa nascere simbolicamente l’antropologia. Alcuni studi confermano che ancora, nel gergo comune, quando si parla di cultura si fa riferimento a una persona che ha studiato sui libri, non al sapere globale. Anche questo è un utilizzo totalmente etnocentrico. Chi utilizza il termine cultura per connotare il sapere accademico è perché pensa che tutto il resto non sia importante.

Diversamente dal linguaggio comune, con la parola “cultura” si vuole intendere il complesso degli elementi non biologici attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale. Quando noi parliamo di caratteristiche culturali non dobbiamo pensare ad una trasmissione biologico-genetica ma ad una acquisizione storica, temporale e religiosa che condizionano ciò che viene appreso dall’uomo. Prima si pensava il contrario, su cui si basavano le teorie razziste, invece ciò che riguarda il nostro DNA non è culturalmente connotato attraverso i quali i gruppi umani si adattano all’ambiente e organizzano la loro vita sociale.

Per inculturazione si intende l’apprendimento di tutto ciò che è culturale (del nostro mondo di origine) nel primo percorso di vita in maniera passiva, in cui non è l’individuo che fa scelte ma altre persone per lui. Uno dei primi elementi è il codice linguistico. Dura tutta la vita ma ad un certo punto vedrà il soggetto come protagonista con il processo di acculturazione, cioè l’incontro di persone di culture diverse, procedimento di apprendimento dell’individuo di elementi culturali propri di una tradizione altra rispetto a quella di origine, è la scelta di far propria la cultura di altri all’interno del suo piano ontologico, norme, introduce nel suo culturalmente connotato (piano delle pratiche, ontologico, piano delle norme) elementi personali di un’altra cultura e non quella di origine, senza perdere l’identità.

Secondo Tylor la cultura non è solo attività intellettuale e non è appannaggio esclusivo di alcune società. Parla di cultura al singolare (quella occidentale), di più evoluto e meno evoluto, di singola cultura dell’uomo. Questo perché la parola cultura è come una scatola che deve contenere tutti questi significati. Arte, religione, ecc., sono componenti della cultura che erano pensati al singolare e in maniera etnocentrica del mondo occidentale. Le culture straniere non venivano considerate tali, bensì culture occidentali non ancora evolute. Pensava tutti gli elementi in maniera etnocentrica secondo il mondo occidentale. La cultura a cui lui faceva riferimento era una cultura di quello che allora era l’Occidente. Tutti gli uomini hanno degli elementi culturali, l’unica differenza era chi era più evoluto e chi meno.

Teorie e evoluzionismo

La prima teoria antropologica infatti ha a che fare con l’evoluzionismo, di cui Tylor è membro. La diversità culturale a fronte della originaria unità intellettuale del genere umano viene spiegata attraverso l’ipotesi di un unico processo di evoluzione culturale, che si muove però a velocità diverse in diverse parti del mondo e per diversi gruppi umani. Questo veniva definito evoluzionismo unilineare ovvero c’è solo una possibilità di crescita, che sono i valori della cultura occidentale. Il diverso quindi era inferiore, in termine di classificazione dei popoli.

La differenza è riletta in termini di avanzamento-arretratezza del processo evolutivo, di stadi successivi di un unico grande sviluppo culturale. I popoli “primitivi” stanno attraversando uno stadio evolutivo precedente. I rappresentanti della civiltà occidentale stanno sul punto più alto di una piramide da cui possono guardare tutto il resto del mondo. Gli altri sono come noi, ma solo nel senso in cui lo sono dei bambini che vanno educati e aiutati a crescere. L’equazione primitivi-bambini è centrale nell’immaginario antropologico ottocentesco e rappresenta la variante culturalista del razzismo.

Teorie

Le prime fasi dell’antropologia (seconda metà del XIX sec) furono dominate dalle prospettive evoluzionistiche, in particolare quelle associate a Morgan e Tylor. Secondo l’evoluzionismo tutta la realtà naturale e sociale è in costante movimento da uno stato originario indefinito verso forme più complesse e coerenti di organizzazione, l’evoluzione è un progresso continuo verso tempi migliori.

In Francia e in Inghilterra avevano redatto dei manuali, cioè un insieme dettagliato di domande di riferimento. Venivano dati ai biologi, commercianti che andavano sul campo e veniva loro chiesto di compilarli segnando se vedevano alcune cose o erano assenti. Questo non richiedeva alcun tipo di contatto con l’indigeno. Non c’era spazio per domande di aggiunta (non venivano adottate invenzioni locali, non c’era spazio per la specificità locale). Era un metodo comparativo. Gli antropologi volevano che la persona in riferimento fosse il più lontano possibile dall’antropologia per ricevere un dato oggettivo.

È dall’inizio del XX sec che appaiono le reazioni a tale prospettiva - in Gran Bretagna i funzionalisti Malinowski e Radcliffe-Brown (netta contestazione delle teorie evoluzionistiche) e negli Stati Uniti Boas. Nello specifico Boas si oppose al metodo comparativo degli evoluzionisti fondando un metodo di studio delle culture incentrato sul rapporto diretto con l’oggetto di indagine, la conoscenza della lingua (la lingua è cultura) e puntuali verifiche storiche sull’emergere e l’imporsi dei tratti culturali. Boas fu riferimento per generazioni di antropologi statunitensi - Kroeber, Lowie, Benedict, Mead.

C’è il bisogno di condividere un codice linguistico, per rapportarsi direttamente con l’indigeno. La lingua diventa lo strumento chiave per fare antropologia sul campo. Il particolarismo storico è un paradigma fondato da Boas, Kroeber, Lowie. Ogni cultura deve essere studiata e compresa in relazione allo specifico ambiente in cui si sviluppa e ai problemi che deve affrontare. Si sostiene lo studio e la conoscenza delle culture nella loro singolarità, bisogna cogliere il punto di vista del nativo ed è impossibile ridurre delle culture a uno schema evolutivo unitario. Si pone l’accento sul diverso significato che fenomeni culturali simili possono avere in contesti culturali eterogenei.

L’obiettivo è la conoscenza delle cause storiche che determinano la forma dei tratti culturali propri di una certa popolazione. I particolaristi facevano una ricerca per capire perché quel dato culturale fosse così in quel determinato momento. L’etnografia è la produzione testuale tipica, serve per restituire i dati che l’antropologo ha raccolto sul campo, è un metodo che nasce con i funzionalisti e i particolaristi.

Un tempo le prime etnografie si vendevano come dati oggettivi, fotografie della realtà. Oggi la situazione è ribaltata, l’antropologo è invitato a dichiarare la sua posizione. Levi-Strauss suddivise: in etnografia (etnografo) come il passaggio successivo che è una prima elaborazione di scrittura. Corrisponde ai primi stadi della ricerca. Osservazione, descrizione e lavoro sul terreno. Implica la classificazione, la descrizione e l’analisi dei fenomeni culturali particolari. Con il termine classificazione non si intende la classificazione gerarchica bensì la raccolta di una serie di dati. Le classificazioni non prevedono gerarchie ma portano all’ordine del dato, ad avere già una modalità di raccolta e di ragionamento sul dato che si ha ordinato.

Poi in base all’obiettivo della ricerca, quindi al tema che si sta andando ad approfondire e all’ambiente che si sta studiando, si faranno delle determinate classificazioni. Si può parlare di priorità in termini di evidenza, di importanza, ecc. non in termini di superiorità o inferiorità o paragone. Etnologia (etnologo) è la primissima raccolta di dati. È il primo passo verso la sintesi. Tende a conclusioni fondate sulla comparazione e sulla generalizzazione. Bisogna verificare che un atteggiamento sia condiviso dal resto della comunità prima di poterlo definire un tratto tipico di quella popolazione.

Antropologia (antropologo) è il saper dai dati che ti arrivano, arrivare a formulare delle teorie che poi serviranno per tornare sul campo. È l’ultima tappa di una sintesi che ha per basi le conclusioni dell’etnografia e dell’etnologia e per finalità la spiegazione e l’elaborazione teorica. È una disciplina in cui il campo diventa un laboratorio e l’uomo si sporca le mani, si contamina e cioè entra in contatto con coloro che vivono nella realtà che sta studiando.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Claudia1204 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Ghiringhelli Barbara.
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