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Lezioni parte due, Diritto dell'Unione Europea Appunti scolastici Premium

Appunti di Diritto dell'Unione Europea per l'esame del professor Cannizzaro. Argomenti trattati: Il principio di sussidiarietà, la clausola di flessibilità, la teoria dei poteri impliciti, le competenze dell'UE, la cooperazione rafforzata, le fonti del diritto UE, revisione dei trattati, la procedura del parere conforme, approvazione del bilancio, la procedura di consultazione, diritti... Vedi di più

Esame di DIRITTO DELL'UNIONE EUROPEA docente Prof. E. Cannizzaro

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ESTRATTO DOCUMENTO

raggiunga alcun accordo tra lo stato stesso e la Commissione. Lo scopo del

parere motivato è quello di sottolineare l'inadempimento dello stato e di invitare

quest'ultimo a conformarsi agli obblighi del trattato, al fine di eliminare il

comportamento illecito (c'è da specificare, come ha tra l'altro ritenuto

l'orientamento giurisprudenziale, che la Commissione deve limitarsi solamente

a constatare l'infrazione e ad invitare lo stato a porre fine a tale infrazione, ma

non potrà indicare allo stato in questione i provvedimenti da adottare per porre

fine all'illecito). Il parere motivato deve necessariamente contenere la

motivazione, allo scopo di potersi parlare di ricevibilità del ricorso da parte

della Corte di giustizia, motivazione con cui la Commissione illustra la

questione indicando in modo coerente i motivi di diritto e di fatto che l'hanno

spinta ad avviare la procedura in esame; motivazione che sarà sufficiente

quando conterrà un'esposizione chiara e coerente delle ragioni che l'hanno

indotta (cioè hanno indotto la Commissione) al convincimento che lo stato

interessato abbia mancato uno degli obblighi che incombono in virtù del

Trattato. Nel caso di assenza della motivazione, la Corte di giustizia non potrà

conoscere e constatare il comportamento illecito con relativo rischio che

quest'ultima possa respingere il ricorso. Detto questo, può verificarsi una

situazione: lo stato interessato non si conforma in tempo utile al parere fissato

da parte della Commissione, solo in questo caso verrà avviata la suddetta fase

contenziosa: questa è una fase che si apre solo nel caso in cui lo stato membro

non si conformi in tempo utile al parere motivato emanato da parte della

Commissione (la determinazione del tempo in cui lo stato deve conformarsi è

dimessa a potere discrezionale della Corte). L'oggetto del ricorso alla Corte di

giustizia ha come oggetto l'inadempimento dello stato agli obblighi del trattato

e non l'inosservanza del parere motivato, mentre invece la non conformità alle

prescrizioni della Commissione costituisce soltanto il presupposto per il

contenzioso. La procedura di ricorso per inadempimento promossa da parte di

uno stato membro può essere effettuata nel caso in cui proprio quello stato

membro ritiene che un altro stato membro abbia violato gli obblighi derivanti

dai Trattati; questo ci fa capire che lo stato che esercita ricorso è posto sul

medesimo piano di una istituzione europea, visto che anche questo tipo di

ricorso è proposto a tutela degli interessi dell'UE e non degli interessi degli stati

membri. Al livello procedurale, lo stato membro che effettua ricorso per

inadempimento deve rivolgersi prima alla Commissione, e solo

successivamente alla Corte di giustizia, pena l'irricevibilità del ricorso; andando

a spiegare meglio: lo stato dovrà rivolgersi alla Commissione esponendo le

ragioni sulle quali è fondata la richiesta di intervento della Commissione

(proprio come accade per quanto riguarda la procedura promossa dalla

Commissione), la Commissione avrà il compito di far conciliare le posizioni

contrastanti tra gli stati e dovrà successivamente porli in condizioni di

presentare le loro osservazioni, scritte e orali (diversamente da quanto accade

per la procedura promossa da parte della Commissione). Solo successivamente

al contraddittorio tra le parti, la Commissione avrà la possibilità di emettere un

parere motivato (parere motivato avente caratteristiche sostanzialmente simili a

quelle del parere motivato relativo alla procedura promossa da parte della

Commissione). In tale parere la Commissione avrà la possibilità di assumere

diverse posizioni, relativamente alla questione che le è stata sottoposta da parte

dello stato membro, infatti potrà: non reputare fondate le motivazioni che le

sono state riportate da parte dello stato oppure non essere in grado di assumere

una posizione chiara;

− potrà appoggiare la tesi dello stato imputato di inadempimento;

In questi due primi casi sarà sempre possibile effettuare ricorso alla Corte

di giustizia, in quanto il parere motivato non è vincolante, ma contiene

solo un'opinione della Commissione e non può eliminare l'oggetto del

ricorso, che non è costituito dallo stesso parere bensì dall'inadempimento

dello stato membro.

− Potrà condividere la tesi dello stato che ha presentato il ricorso;

Il ricorso alla Corte di giustizia avrà luogo solo se lo stato in questione

non si sia conformato al parere motivato oppure non abbia posto fine al

comportamento illecito entro il termine stabilito.

− Potrà non formulare alcun tipo di parere entro il termine di tre mesi a

partire dal momento in cui è stata effettuata la domanda da parte dello

stato membro.

In tal caso lo stato membro potrà tranquillamente effettuare ricorso presso la

Corte di giustizia e potrà effettuare ricorso a tutte l attività preliminari di detto

ricorso senza alcun tipo di impedimento (quindi l'assenza di parere motivato

non porterà alcun tipo di impedimento al ricorso).

Scopo della procedura promossa da parte di uno stato membro: evitare il più

possibile un giudizio della Corte di giustizia, visto che gli stati possono

conformarsi al parere della Commissione, semplicemente modificando il loro

comportamento o rinunciando al ricorso.

Gli effetti della sentenza della Corte di giustizia

La Corte di giustizia che ha ricevuto ricorso, se constaterà che uno stato

membro avrà violato gli obblighi derivanti dai Trattati, dovrà emanare una

sentenza di mero accertamento dell'esistenza o dell'inesistenza della violazione.

Gli effetti della sentenza sono: lo stato sarà tenuto ad adottare i provvedimenti

che l'esecuzione della sentenza importa, quindi previsti dalla sentenza stessa; lo

stato sarà tenuto a garantire l'effettiva riparazione dell'illecito scegliendo i

mezzi da adottare (mezzi che quindi non potranno essere indicati da parte della

sentenza stessa).

Quindi l'obbligo degli stati membri consiste nel dare esecuzione alla sentenza

della Corte di giustizia. Qualora però lo stato non ottemperi alla sentenza della

Corte, si verifica una prosecuzione del giudizio stesso che si distingue in due

fasi: una pre-contenziosa e una contenziosa (articolo 260 comma 2 del TFUE);

la fase pre-contenziosa prevede che la Commissione invii una lettera di messa

in mora evidenziando una serie di raccomandazioni rivolte allo stato membro

allo scopo di far porre fine all'illecito e consentire allo stato membro

inadempiente di presentare le sue osservazioni, la fase contenziosa è una fase

eventuale che si apre se lo stato membro risulti inottemperante rispetto alle

misure che l'esecuzione della sentenza della Corte comporta, tale fase

contenziosa prevederà che la Commissione avrà la possibilità di adire la Corte;

Corte che nel caso in cui riconoscerà che lo stato non si è effettivamente

conformato alla sentenza pronunciata da parte della Commissione avrà la

possibilità di comminargli il pagamento di una somma forfettaria o di una

penalità ( il fatto di comminare il pagamento di una somma forfettaria o di una

penalità consiste in un'innovazione introdotta da parte del trattato di

Maastricht). Quindi, spiegando meglio, la fase contenziosa è una fase che si

apre se lo stato membro continua ad essere inottemperante rispetto

all'esecuzione e alle misure che l'esecuzione della sentenza della Corte

comporta e che prevede che la Commissione faccia riferimento proprio alla

Corte di giustizia che dovrà imporre questa somma forfettaria o finalità.

Il ricorso per annullamento

Il ricorso per annullamento è quel tipo di ricorso che fa parte della categoria dei

ricorsi diretti, insieme al ricorso per inadempimento, al ricorso per carenza e al

ricorso in materia di responsabilità contrattuale; si caratterizzano per il fatto che

i soggetti interessati possono proporli dinanzi alla Corte di giustizia. In

particolare, il ricorso per annullamento dà la possibilità di richiedere

l'annullamento di atti illegittimi adottati da parte di un'istituzione, da parte di un

organo o di un organismo dell'UE, quindi consente di controllare la legalità

degli atti adottati dai suddetti soggetti. I soggetti che sono legittimati a proporre

ricorso di annullamento alla Corte di giustizia per far dichiarare l'illegittimità di

un atto sono due categorie di soggetti: i cosiddetti ricorrenti privilegiati e i

ricorrenti non privilegiati; i ricorrenti privilegiati sono così definiti in quanto

non devono dimostrare che un atto illegittimo li tocchi direttamente per poter

effettuare ricorso alla Corte, e quindi possono agire ed effettuare ricorso in

qualsiasi situazione. I ricorrenti privilegiati sono le istituzioni dell'UE, quali il

parlamento, il Consiglio e la Commissione, e gli stati membri. I ricorrenti non

privilegiati, che sono le persone fisiche e giuridiche, possono proporre ricorso

solo nel caso in cui gli atti di cui si chiede di dichiarare l'illegittimità li

riguardino direttamente ed individualmente (a differenza di quanto accade per i

ricorrenti privilegiati che invece possono agire in qualsiasi situazione) e

possono proporre tale ricorso non alla Corte di giustizia ma al tribunale. Gli atti

sui quali può essere effettuato ricorso di annullamento, e quindi tutti quegli atti

che il soggetto che effettua ricorso ritiene illegittimi, sono atti che innanzitutto

hanno effetti vincolanti, e poi possono essere atti legislativi, atti del Consiglio,

atti della Commissione, atti del parlamento europeo, atti del Consiglio europeo;

purchè si parli di atti che non siano raccomandazioni o pareri e purchè si parli di

atti idonei a produrre effetti giuridici nei confronti dei terzi. Come suddetto,

restano escluse le raccomandazioni e i pareri sia perchè è così disposto dalla

norma in esame ma anche perchè questi non rappresentano la manifestazione

definitiva e ultima della volontà dell'organo che li emana e non costituiscono

nemmeno una manifestazione di volontà rivolta verso l'esterno. Al livello

procedurale, uno dei soggetti suddetti effettua proposta di ricorso per

annullamento, successivamente la Corte dovrà verificare se l'atto sia o meno

conforme al diritto dell'UE e poi dovrà pronunciare l'annullamento o meno

dell'atto in base a quattro motivi (ricorso che è sottoposto a un termine di

decadenza di due mesi dalla pubblicazione o dalla notificazione dell'atto); i

quattro motivi sono elencati dall'articolo 263 comma 2: incompetenza, che si

verifica nel momento in cui l'atto nei confronti del quale viene effettuato ricorso

è stato emanato da parte di un'istituzione che non aveva il potere di emanarlo

(ad es. viene adottato un atto in un settore in cui non è espressamente attribuita

nessuna competenza a quell'istituzione da parte del trattato, e questa è definibile

come incompetenza per materia, oppure il caso in cui l'atto è stato adottato oltre

il termine stabilito, e questa è incompetenza temporale, oppure caso in cui l'atto

è stato adottato al di là del limite territoriale in cui l'organo esercita la sua

podestà normativa, e questa è incompetenza territoriale); altro motivo è la

violazione delle forme sostanziali, cioè un atto viene emanato senza un

requisito di forma essenziale per la formulazione dello stesso, ad esempio il

Consiglio non chiede il parere del parlamento europeo quando ciò sia previsto

dai trattati; altro requisito è la violazione dei trattati e delle norme giuridiche

relative alla loro applicazione, ad es. il Consiglio emana un regolamento in una

materia in cui il trattato invece imponeva che si emanasse una direttiva (tra

l'altro questo è un motivo di carattere residuale a cui ricondurre la contrarietà

dell'atto al trattato fuori dei due casi già esaminati, ed è il motivo più

frequente); un altro motivo è lo sviamento di potere, ossia viene esercitato un

potere per un fine diverso da quello per il quale era stato conferito (vizio di rara

applicazione). Arrivati a questo punto, la Corte ha la possibilità secondo

l'articolo 278 TFUE di sospendere in via cautelare l'atto impugnato da parte dei

soggetti succitati, nonostante il ricorso in questione, cioè il ricorso per

annullamento, non abbia in realtà un effetto sospensivo; competente a

concedere tale sospensione sarà il presidente del tribunale o della Corte o del

tribunale specializzato e avrà come effetto quello di rendere provvisoriamente

inapplicabile l'atto in questione. Successivamente la Corte dovrà constatare la

sussistenza o meno dell'illegittimità dell'atto; se non constaterà l'illegittimità

dell'atto dovrà respingere la richiesta effettuata mediante ricorso, se constaterà

l'illegittimità dell'atto mediante un vero e proprio giudizio di accertamento

dell'illegittimità, la Corte stessa dovrà emanare una sentenza con la quale

annullerà tale atto nei confronti dell'istituzione che lo ha emanato (istituzione

che sarà tenuta a prendere provvedimenti per l'esecuzione della sentenza della

Corte di giustizia). L'annullamento sarà un annullamento ex tunc, cioè a partire

dal momento dell'emanazione dell'atto, il che significa che la Corte potrà

decidere di annullarlo a partire dal momento dell'emanazione appunto.

L'istituzione nei confronti della quale viene emanata la sentenza di

annullamento, oltre ad essere tenuta a prendere provvedimenti per l'esecuzione

della sentenza della Corte, sarà obbligata a ripristinare la situazione preesistente

all'emanazione dell'atto, anche mediante la revoca di atti collegati all'atto

annullato, e sarà tenuta anche a risarcire i danni eventualmente provocati dal

suo comportamento, nel caso in cui il suo comportamento sia anche illecito.

Quindi riassumendo, gli effetti della sentenza di condanna da parte della Corte

di giustizia che portano all'annullamento dell'atto emanato dalle istituzioni in

questione sono: l'istituzione in questione dovrà prendere provvedimenti per

l'esecuzione della sentenza della corte ex-articolo 266 del TFUE, l'istituzione

sarà obbligata a ripristinare la situazione preesistente, l'istituzione dovrà

risarcire i danni provocati dal suo comportamento, nel caso in cui questo sia

anche illecito.

Il ricorso per carenza

Il ricorso per carenza è un tipo di ricorso che fa parte della categoria dei ricorsi

diretti, insieme al ricorso per inadempimento, al ricorso per annullamento e ai

ricorsi in materia di responsabilità extra-contrattuale, tutti ricorsi che si

caratterizzano per l'azione diretta dei soggetti interessati davanti alla Corte, al

tribunale o al tribunale della funzione pubblica dell'UE, ma principalmente

dinanzi alla Corte di giustizia. Questo è un tipo di ricorso che viene presentato

nel caso di omissione da parte delle istituzioni di atti che queste stesse

istituzioni dovevano compiere o erano tenute a compiere, ad esempio tale

ricorso può essere presentato contro un'istituzione che non abbia adottato un

atto o una misura prevista dal diritto europeo. I soggetti che sono legittimati ad

effettuare ricorso per carenza sono i ricorrenti privilegiati o i ricorrenti

secondari; i ricorrenti privilegiati sono gli stati membri, le istituzioni diverse da

quella imputata di carenza, i ricorrenti secondari sono le persone fisiche e

giuridiche, nel caso in cui però tale atto le riguardi direttamente e non si tratti di

raccomandazioni o pareri. Quali sono invece le istituzioni che erano tenute a

compiere l'atto dovuto per il quale si è effettuato ricorso per carenza? Queste

sono: il parlamento europeo, il consiglio europeo, il Consiglio, la Commissione

oppure la banca centrale, andando in tal modo ad effettuare una vera e propria

violazione dei trattati. Relativamente ai ricorrenti secondari, questi sono dei

soggetti privati e a differenza dei privilegiati, essi devono avere un vero e

proprio interesse ad adire la Corte di giustizia e solo nel caso in cui ritengono

che un'istituzione abbia omesso di emanare un atto nei loro confronti. Quindi

questo ci fa tranquillamente affermare che la Corte di giustizia accetta ricorsi

per carenza riguardanti gli atti di cui i privati non sono destinatari formali, ma

che li riguardano direttamente e individualmente. A livello procedurale il

ricorrente, che sia privilegiato o secondario, deve prima di tutto invitare

l'istituzione che ha effettuato omissione ad agire; se dopo due mesi l'istituzione

in questione non ha agito e non ha preso posizione, il ricorrente privilegiato o

secondario avrà la possibilità di presentare ricorso per carenza dinanzi la Corte

di giustizia sempre entro due mesi. La Corte valuterà e deciderà se accogliere o

meno il ricorso, se accoglierà il ricorso dichiarerà l'astensione contraria ai

trattati e l'istituzione che ha effettuato omissione avrà l'obbligo di adottare i

provvedimenti necessari per l'esecuzione della sentenza emanata da parte della

Corte. Nel caso di inosservanza da parte dell'istituzione, potrà solo esperirsi un

nuovo ricorso ai sensi dell'articolo 265 del TFUE.

Il rinvio pregiudiziale o competenza pregiudiziale interpretativa e di

validità

Il rinvio pregiudiziale è quel tipo di procedura facente parte della categoria dei

ricorsi indiretti che sono quei ricorsi proposti dinanzi ai giudici nazionali e

successivamente portati all'esame della Corte di giustizia. In particolar modo, il

rinvio pregiudiziale è quel tipo di rinvio che viene effettuato da parte di una

giurisdizione nazionale, quindi da parte di giudici nazionali degli stati membri,

che hanno la possibilità di adire la Corte per interrogarla sulla interpretazione

dei trattati oppure sulla validità dell'interpretazione degli atti compiuti da parte

delle istituzioni, degli organi o degli organismi dell'Unione. Lo scopo del rinvio

pregiudiziale è quello di assicurare l'uniforme interpretazione del diritto

dell'Unione per una sua corretta ed uniforme applicazione (detta in termini un

po' più semplici, la Corte di giustizia potrà essere interrogata

sull'interpretazione o sulla validità del diritto europeo nell'ambito di una causa

pendente, e questa tra l'altro è una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri

tipi di ricorsi in quanto non è un ricorso contro un atto europeo o nazionale,

bensì è un vero e proprio quesito sull'applicazione del diritto europeo). A livello

procedurale succede questo: un qualsiasi giudice nazionale sta dirimendo una

controversia, ma questa controversia gli crea dei problemi, in particolar modo

l'applicazione di una norma di diritto europeo solleva dei quesiti e a causa di tali

problemi potrà decidere di rivolgersi alla Corte per risolverli; quindi la

giurisdizione nazionale in questione prenderà la decisione di rimettersi alla

Corte di giustizia, effettuando quello che si può definire come un vero e proprio

rinvio da giudice a giudice. Le motivazioni per le quali il giudice nazionale

potrà effettuare rinvio pregiudiziale, che poi identificano i due tipi di rinvio

pregiudiziale, sono: il rinvio per l'interpretazione, il rinvio per l'esame di

validità. Per quanto riguarda il rinvio per l'interpretazione della norma europea,

il giudice nazionale chiede alla Corte di giustizia di formulare un suo parere

relativamente alla corretta interpretazione del diritto europeo, in particolar

modo per la corretta interpretazione da attribuire a disposizioni del trattato e ad

atti quali regolamenti, direttive, decisioni ecc di diritto derivato, di modo da

poter applicare successivamente la norma in maniera corretta. Compito della

Corte quindi sarà quello di chiarire e precisare il significato e la portata della

norma. Il rinvio per l'esame di validità della norma europea prevede che il

giudice nazionale chieda alla Corte di giustizia semplicemente di verificare la

validità di un atto di diritto europeo, in particolar modo derivato. In questo caso

la Corte di giustizia sarà tenuta a verificare che l'atto in questione rispetti tutte

le regole giuridiche applicabili nel quadro dell'ordinamento giuridico dell'UE;

successivamente la Corte di giustizia, dopo aver formulato un parere o

verificato la validità dell'atto, quindi a seconda della richiesta che le viene

presentata, dovrà emanare la sentenza, successivamente verrà riaperto il

processo interno, cioè quello nazionale, e il giudice nazionale dovrà

successivamente decidere il caso con propria sentenza, conformandosi alla

sentenza della Corte di giustizia. Una cosa che ho dimenticato di dire è che

prima di operare il rinvio alla Corte di giustizia, il giudice nazionale sospende il

processo, e poi effettua il rinvio. Poi come già detto la Corte formula un parere

o verifica la validità di un atto, a seconda di ciò che è stato richiesto, emana la

sentenza, viene riaperto il processo interno e il giudice nazionale decide con

propria sentenza il caso conformandosi alla sentenza della Corte. Bisogna

trattare anche gli effetti della sentenza pregiudiziale della Corte di giustizia; il

primo effetto prevede che l'atto in questione venga dichiarato invalido e gli

effetti di tale pronuncia di invalidità sono limitati alla controversia in esame

(tuttavia le istituzioni, nonostante la pronuncia pregiudiziale di invalidità, si

comportano generalmente come se fosse intervenuto un vero e proprio

annullamento dell'atto e provvedono quindi a modificarlo o a sostituirlo). Un

altro effetto della sentenza, e in particolar modo un effetto della sentenza

emanata dalla Corte di giustizia a seguito del rinvio per l'interpretazione della

norma europea, prevede l'attribuzione di un vincolo nei confronti del giudice

nazionale, il quale dovrà disapplicare la norma nazionale confliggente con la

norma dell'UE; inoltre vincola anche i giudici che dovranno esaminare il caso in

questione in una successiva fase della procedura. Un altro effetto è dato dal

fatto che la sentenza esplica i suoi fatti ex tunc, cioè a partire dal momento in

cui è entrata in vigore la norma interpretata e quindi inevitabilmente anche a

tutti i rapporti giuridici che sono sorti e si sono costituiti prima dell'emanazione

della sentenza. Un altro effetto è che la sentenza in questione costituisce un

vero e proprio precedente giurisprudenziale vincolante per gli altri giudici,

anche di paesi diversi; c'è da specificare che gli effetti di cui ho parlato finora

sono effetti riguardanti il primo dei due tipi di rinvio pregiudiziale, cioè il rinvio

per l'interpretazione della norma europea. Mentre invece per quanto riguarda gli

effetti relativi al secondo tipo di rinvio pregiudiziale, cioè al rinvio per l'esame

di validità della norma europea, questi sono: innanzitutto l'invalidità dell'atto in

questione, il che significa che non verrà in alcun modo eliminato

dall'ordinamento, visto che ciò accade invece nell'ipotesi prevista ex-articolo

263 del TFUE relativamente al ricorso per annullamento; un altro effetto sta nel

fatto che la sentenza di invalidità vincola sia il giudice di rinvio sia qualsiasi

altro giudice (la sentenza di invalidità costituisce per qualsiasi altro giudice

infatti un motivo sufficiente per considerare tale atto non valido ai fini di una

decisione che esso debba emettere).

Le differenze tra rinvio pregiudiziale e ricorso per annullamento

Le differenze sono molteplici; i soggetti legittimati a proporre ricorso per

annullamento sono: stati membri, istituzioni dell'Unione, persone fisiche o

giuridiche, mentre invece il rinvio pregiudiziale può essere effettuato da parte

dei giudici nazionali degli stati membri. Un'altra differenza sta negli effetti della

sentenza emanata da parte della Corte di giustizia, perchè nel caso di sentenza

di annullamento l'atto viene annullato e eliminato definitivamente

dall'ordinamento giuridico dell'Unione, mentre nel caso di sentenza emanata

dalla Corte di giustizia relativamente al rinvio pregiudiziale l'atto non viene

eliminato dall'ordinamento. Un'uguaglianza invece la troviamo dal punto di

vista della procedura, in quanto la procedura per ciò che concerne il rinvio

pregiudiziale richiama direttamente il ricorso per annullamento previsto da

parte dell'articolo 263 del TFUE, così come un'altra uguaglianza è data dai

criteri in base ai quali la Corte valuta la validità o meno dell'atto, criteri che

sono gli stessi applicabili proprio per quanto riguarda la procedura di

annullamento.

Il rapporto tra diritto dell'UE e diritto degli stati membri

Il rapporto tra diritto dell'UE e diritto degli stati membri è un tipo di rapporto

che si esplica in un vero e proprio rapporto di integrazione, in quanto questi due

ordinamenti non si trovano in una posizione di reciproca correlazione paritaria,

bensì l'ordinamento dell'UE tende ad integrarsi nell'ordinamento interno.

Questo concetto viene rafforzato da parte dell'obbligo ex-articolo 4 paragrafo 3

del TUE, che sancisce il principio dell'obbligo di leale collaborazione, quel

principio secondo cui ogni stato membro dell'UE deve adottare misure di

carattere generale o particolare atte ad assicurare l'esecuzione degli obblighi

derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell'UE, stati

membri che quindi devono necessariamente astenersi da qualsiasi misura che

rischi di mettere in pericolo la seria realizzazione degli obiettivi dell'Unione. Il

principio dell'obbligo di leale collaborazione quindi deriva principalmente dal

fatto che l'ordinamento dell'UE non costituisce un sistema chiuso ed

autosufficiente ma ha bisogno di integrazione con gli ordinamenti degli altri

stati membri, come suddetto. A volte però non sempre questa integrazione va a

buon fine, nel senso che possono verificarsi alcuni casi che possono portare a

situazioni di conflitto tra norme europee e norme nazionali, sia che si tratti di

norme nazionali anteriori sia che si tratti di norme nazionali posteriori, contrasti

tra disposizioni che però vengono abilmente risolti mediante due principi che

sono stati affermati da parte della Corte di giustizia e che regolano i rapporti tra

ordinamento dell'Unione e ordinamento degli stati membri. Il primo principio è

quello della diretta applicabilità del diritto dell'Unione o diretta efficacia del

diritto dell'Unione europea, il secondo principio è quello della preminenza del

diritto dell'Unione europea rispetto ad una norma nazionale in caso di contrasto,

chiaramente (quindi il primato del diritto dell'UE rispetto al diritto nazionale).

La diretta efficacia del diritto dell'Unione europea

La diretta efficacia del diritto dell'Unione europea è un principio secondo il

quale i singoli hanno il diritto di invocare direttamente una norma europea e

quindi il diritto europeo dinanzi ad una giurisdizione nazionale o europea, tutto

ciò qualora una disposizione del trattato o di un atto delle istituzioni dell'UE

presenti determinate caratteristiche (cioè devono imporre ai destinatari un

comportamento preciso e non condizionato da alcuna riserva e devono

contenere una disciplina completa, che non necessita di normativa derivata da

parte degli organi statali o dell'UE). Quindi, i soggetti in questione che tra l'altro

sono soggetti privati saranno legittimati ad esigere davanti alle giurisdizioni

nazionali la stessa identica tutela riconosciuta dai diritti di cui sono titolari in

base alle norme dettate dall'ordinamento nazionale. La diretta efficacia o effetto

diretto è afferente, cioè riguarda, la norma, che si può desumere dalla

disposizione che è contenuta all'interno dell'atto, il che significa che se un atto

delle istituzioni europee contiene una norma precisa e ben chiara, ad esempio

individua in maniera precisa gli impegni a cui lo stato membro deve

ottemperare, tale norma produce effetto in capo ai singoli anche se lo stato non

ha provveduto a trasporre l'atto nell'ordinamento nazionale entro il tempo

stabilito, quindi il singolo potrà far valere i propri diritti garantiti dalla norma

anche se lo stato membro non ha provveduto a recepire l'atto in questione. Il

concetto di diretta efficacia è un concetto che si differenzia nettamente dalla

nozione di diretta applicabilità, in quanto la diretta applicabilità è una

caratteristica tipica dei regolamenti dell'Unione europea (vuol dire che tale

regolamento esplica i suoi effetti negli ordinamenti statali nello stesso momento

in cui entra in vigore all'interno dell'ordinamento dell'Unione), ma non è una

caratteristica delle direttive, che invece necessitano di essere trasposte

all'interno dell'ordinamento dei singoli stati membri. La diretta efficacia inoltre

è un concetto che riguarda i trattati, le direttive e le decisioni. Per quanto

riguarda la diretta efficacia delle direttive, dobbiamo dire innanzitutto che

partendo dal presupposto che come sappiamo bene le direttive non hanno

diretta efficacia bensì hanno efficacia mediata, vi sono comunque dei casi in cui

assumono diretta efficacia, e sono quei casi in cui la Corte di giustizia si è

pronunciata in passato emanando delle sentenze; tali casi sono: caso in cui si

tratti di direttive dettagliate, cioè che impongono agli stati membri degli

obblighi sufficientemente chiari e precisi (qui la Corte in una sentenza del 1982

affermò che in tutti i casi in cui le disposizioni di una direttiva fossero

incondizionate e sufficientemente chiare e precise, tali disposizioni sarebbero

potute essere state richiamate per opporsi a qualsiasi disposizione di diritto

interno non conforme alla direttiva, in mancanza di provvedimenti di attuazione

adottati entro i termini), altro caso in cui la direttiva acquisisce diretta efficacia

è il caso in cui quest'ultima chiarisce il contenuto di un obbligo già previsto dal

trattato (questo è un caso che è stato disciplinato da parte della Corte in una

sentenza del 1970 in cui si trattava di una direttiva che imponeva allo stato

italiano di abolire una tassa che era stata ritenuta ad effetto equivalente rispetto

ad un dazio, tassa che doveva essere abolita entro un certo termine prefissato;

l'obbligo imposto con tale provvedimento costituiva una disposizione di

attuazione dell'articolo 13 del TCE, per cui una volta scaduto il termine la Corte

ha ritenuto legittima la richiesta di una società italiana di non corrispondere la

tassa in questione). Altro caso di efficacia diretta della direttiva è in caso in cui

essa pone a carico degli stati membri un obbligo di astenersi dall'approvazione

di determinati atti o dal compiere specificazioni (questo è il caso in cui la Corte

si è pronunciata in una sentenza del 1974 in cui ha ritenuto ad efficacia diretta

una direttiva che imponeva agli stati membri di adottare provvedimenti di

limitazione della libera circolazione delle persone, solo in determinati casi,

affermando come regola generale l'obbligo degli stati membri di non adottare

alcun atto di limitazione di tale libertà). Detto questo, una cosa importante da

dire riguardo l'efficacia diretta delle direttive è che questa riguarda sempre i

rapporti tra cittadini e stato (effetto verticale delle direttive), ma solo nei casi in

cui l'ordinamento stesso dell'Unione prevede norme più favorevoli per i

cittadini rispetto alla normativa interna che non risulta adeguata; questo

significa che i singoli, decorso inutilmente il termine fissato per dare attuazione

alla direttiva, possono far valere in giudizio i diritti precisi e incondizionati che

derivano dalla loro direttiva e i giudici devono necessariamente accogliere una

simile richiesta. Inoltre questo comporta anche che le autorità nazionali non

possano assolutamente opporre qualsiasi disposizione interna non conforme a

una disposizione della direttiva che imponga obblighi precisi e incondizionati.

Abbiamo appena detto che l'efficacia diretta delle direttive riguarda sempre

rapporti tra cittadini e lo stato, ma la Corte di giustizia allo stesso tempo ha

stabilito l'assenza di qualsiasi tipo di effetto orizzontale delle direttive, quindi

ha stabilito che non possono esplicare i loro effetti tra privati, comportando così

l'impossibilità per un privato di fondare su una direttiva un diritto nei confronti

di un altro privato e comportando anche l'impossibilità di farlo valere dinanzi ad

un giudice nazionale. Quanto affermato dalla Corte però, cioè l'assenza di

qualsiasi effetto orizzontale delle direttive, ha portato tuttavia a disfunzioni ed

anomalie, portando a problemi anche di carattere discriminatorio, visto il

diverso trattamento che ne è derivato per i lavoratori nel settore pubblico

abilitati a far valere una direttiva non trasposta dinanzi al giudice nazionale,

rispetto invece ai lavoratori del settore privato a cui tale possibilità sarebbe

negata. Per rimediare a questi problemi, la Corte ha fatto ricorso a due mezzi:

l'interpretazione conforme e la tutela risarcitoria; il principio di interpretazione

conforme afferma che tutti gli organi nazionali, soprattutto i giudici, sono tenuti

ad interpretare il proprio diritto interno in maniera più possibilmente

compatibile con le prescrizioni del diritto dell'UE, anche se queste non risultano

direttamente efficaci; contrariamente al caso della diretta efficacia, in cui il

giudice disapplica la norma interna confliggente con la norma europea, con

l'interpretazione conforme il giudice applica la norma interna ma

interpretandola in modo aderente a quella europea, selezionando tra tutti i

significati possibili della norma interna quelli che appaiono maggiormente

conformi all'oggetto e allo scopo della direttiva disciplinante in materia, di

modo da assicurare un effetto orizzontale indiretto alle direttive, le cui norme

vengono mediatamente applicate dal giudice nazionale ai rapporti tra privati e

temperando quindi le conseguenze discriminatorie connesse all'esclusione degli

effetti diretti orizzontali nei rapporti interprivati; resta fermo comunque il fatto

che il giudice non potrà mai procedere a un'interpretazione contra legem delle

norme nazionali, infatti in questi casi, in particolar modo nel caso in cui il

risultato prescritto da una direttiva non possa essere raggiunto mediante

interpretazione, dovrà attivarsi la tutela risarcitoria, rimedio da considerarsi non

certamente sostitutivo della riparazione in via principale bensì accessorio e

applicabile purchè sussistano tre condizioni: che la direttiva abbia lo scopo di

attribuire diritti ai singoli, che la violazione commessa sia grave e manifesta e

che vi sia un nesso causale tra la l'inadempienza dello stato e il danno sofferto

(manuale pagina 195-196). Per quanto riguarda la diretta efficacia delle

decisioni, questa dipende a detta della dottrina che ha elaborato una sua tesi in

quanto i trattati tacciono in materia d'efficacia delle decisioni all'interno degli

stati membri, ha elaborato la tesi secondo cui l'efficacia dipende dal tipo di

decisione considerata; infatti se la decisione ha come destinatari individui

singoli, tale decisione è obiettivamente efficace anche per il carattere di atto

amministrativo che assume, se invece la decisione è rivolta agli stati membri,

questi sono obbligati ad adottare provvedimenti di attuazione ma a differenza

delle direttive non sono liberi di scegliere la forma o il mezzo di esecuzione,

essendo tutto ciò già previsto dalla decisione. È proprio questo infatti l'aspetto

che rende la decisione obiettivamente efficace e immediatamente applicabile.

Le decisioni, proprio come per quanto accade per le direttive, non hanno

efficacia orizzontale, cioè la Corte ha negato qualsiasi efficacia orizzontale a

una decisione indirizzata agli stati membri e non trasposta negli ordinamenti

nazionali.

Il primato del diritto dell'Unione europea o principio della preminenza del

diritto dell'Unione europea

Il primato del diritto dell'Unione europea è un principio secondo il quale in caso

di contrasto tra una norma europea e una disposizione interna prevale la

normativa europea rispetto alla normativa statale anche se tale normativa statale

è posteriore. Questo costituisce il secondo dei due principi cardine che regolano

i rapporti tra ordinamento dell'UE e ordinamento degli stati membri; questo è

un principio che fu affermato grazie a una celebre sentenza del 1964 detta

sentenza Costa C. Enel (questa fu una causa sollevata da parte dell'avvocato

Costa che, ritenendosi leso dalla nazionalizzazione dei mezzi di produzione e di

distribuzione dell'energia elettrica in Italia si rifiutò di pagare una bolletta

esigua all'Enel, sostenendo che la legge di nazionalizzazione fosse contraria ad

alcune disposizioni del trattato di Roma; in quell'occasione la Corte sostenne

che gli stati membri con l'istituzione della comunità hanno limitato, sia pure in

campi circoscritti, i loro poteri sovrani, creando un complesso di norme di

diritto vincolante per i loro cittadini, limitazione di sovranità che ha come

corollario l'impossibilità per gli stati stessi di far prevalere contro il diritto

dell'UE un provvedimento unilaterale uniforme, se ciò accadesse sarebbe scosso

lo stesso fondamento della comunità. Il principio del primato del diritto dell'UE

venne successivamente confermato anche nella sentenza del 1977 relativamente

all'amministrazione delle finanze C. Simmenthal, che affermò sia la prevalenza

del diritto dell'Unione europea, confermando appunto quanto già affermato

dalla sentenza Costa Enel, in particolar modo affermando che in forza del

principio della preminenza del diritto comunitario le disposizioni del trattato e

gli atti delle istituzioni, nel caso in cui siano direttamente applicabili, hanno

l'effetto non solo di rendere inapplicabile qualsiasi disposizione contrastante

della legislazione nazionale preesistente ma anche di impedire la valida

formazione di nuovi atti legislativi nazionali, nella misura in cui questi fossero

incompatibili con norme comunitarie; tale sentenza ha anche affermato però il

ruolo del giudice nazionale, relativamente agli effetti derivanti dall'applicazione

di tale principio, affermando che il giudice nazionale ha l'obbligo di garantire la

piena efficacia di tali norme, disapplicando all'occorrenza di propria iniziativa

qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche se

posteriore, e senza doverne richiedere o attendere la previa rimozione o in via

legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

La funzione consultiva della Corte di giustizia

La Corte di giustizia svolge anche un'azione consultiva nei confronti di tutte le

altre istituzioni dell'UE e in tutti i casi previsti dai trattati; il più importante di

questi casi è previsto da parte dell'articolo 218 paragrafo 11 del TFUE che

afferma che la Corte può dare il proprio parere circa la compatibilità di un

accordo con le disposizioni dei trattati, parere che verrà dato al parlamento, alla

Commissione, al consiglio o a uno stato membro che lo hanno chiesto

preventivamente. Se la Corte esprimerà parere negativo, l'accordo previsto non

potrà entrare in vigore, salvo modifiche dell'accordo stesso o revisione dei

trattati. In quest'ultimo caso, cioè caso di revisione dei trattati, verrà esperita la

procedura prevista da parte dell'articolo 48 del TUE, cioè dovrà essere effettuata

una previa modifica delle disposizioni dei trattati con le quali l'accordo risulta

incompatibile.

La teoria dei controlimiti

La teoria dei controlimiti è una teoria che afferma che le norme comunitarie non

possono in alcun modo violare i principi fondamentali e i diritti inviolabili che

vengono sanciti da parte delle norme costituzionali nazionali, cioè dalle

costituzioni nazionali. Le corti costituzionali infatti hanno il compito di

assicurare il rispetto dei principi fondamentali e dei diritti fondamentali e quindi

di assicurare che vengano rispettati anche e soprattutto da parte degli atti delle

istituzioni comunitarie così come vengono interpretati negli ordinamenti

nazionali. La teoria dei controlimiti ci fa capire come il primato del diritto

dell'UE sul diritto interno nazionale non sia un primato senza limiti; non a caso

è la stessa corte costituzionale che ha sempre precisato che il rispetto dei limiti

della persona umana e il rispetto dei principi fondamentali costituisce un vero e

proprio limite invalicabile al recepimento di qualsiasi disposizione dell'UE,

vedere ad esempio nella sentenza Frontini del 1973 in cui ha affermato che

devono escludersi che tali limitazioni rappresentate proprio dai diritti inviolabili

della persona umana e dai principi fondamentali debbano costituire un vero e

proprio divieto di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento

costituzionale e un vero e proprio divieto di violare i diritti inalienabili della

persona umana. Come suddetto, la teoria dei controlimiti è stata sempre

sostenuta da parte della Corte costituzionale; ma c'è da dire che è stata nel corso

del tempo anche riaffermata e di ciò ne possiamo trovare conferma proprio

nella sentenza della stessa Corte n°348 del 2007 in cui ha affermato che l'Italia,

con l'adesione ai trattati comunitari, è entrata a far parte di un ordinamento più

ampio e di natura sovranazionale, cedendo in parte la sua sovranità (vedere

articolo 11 della Costituzione), ma tutto ciò con un limite, e cioè l'intangibilità

dei principi e dei diritti fondamentali garantiti da parte della Costituzione

italiana. In seguito all'introduzione del trattato di Lisbona, potrebbe non avere

più senso parlare ancora della teoria dei controlimiti, visto il pieno

riconoscimento che si è dato alla carta dei diritti fondamentali dell'Unione come

atto giuridicamente vincolante e vista anche la previsione dell'adesione alla

CEDU e visti anche i valori sui quali oggi l'Unione si fonda, cioè il rispetto

della dignità umana, la libertà, l'uguaglianza, il rispetto dello stato di diritto e

dei diritti umani, tutti diritti inseriti all'interno dell'articolo due del nuovo

trattato dell'Unione. Un'ultima cosa da dire riguarda la Corte di giustizia, in

quanto quest'ultima nonostante l'affermazione della teoria dei controlimiti da

parte della Corte costituzionale italiana, questa ha sempre sostenuto che il

rispetto dei diritti fondamentali garantiti dalla convenzione europea per la

salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e il rispetto delle

tradizioni costituzionali comuni agli stati membri non dovesse essere una

giustificazione per dare competenza alla Corte costituzionale di sindacare la

legittimità di un atto normativo dell'UE; questo sia perchè l'illegittimità di una

norma comunitaria può essere apprezzata solo ed esclusivamente da parte

dell'intero contesto europeo e quindi non da parte solo di alcuni paesi membri,

sia perchè la Corte costituzionale ai sensi dell'articolo 234 TCE è sempre tenuta

ad operare un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia nel momento in cui ci

sia di mezzo una qualsiasi questione che coinvolga l'interpretazione e la validità

delle norme comunitarie (e conseguentemente anche per il fatto che le decisioni

che vengono prese dalla Corte di giustizia sono vincolanti e quindi in quanto

tali non lasciano spazio di giudizio in capo alla corte costituzionale).

L'evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale italiana e della

Corte di giustizia per ciò che riguarda il rapporto tra la normativa europea

e le leggi interne contrastanti

Per quanto riguarda quest'argomento, c'è subito da fare una premessa:

l'orientamento della giurisprudenza costituzionale si è posto sin dall'inizio in

senso contrario rispetto all'orientamento della Corte di giustizia per ciò che

riguarda l'argomento dei rapporti tra normativa europea e leggi interne

contrastanti, per poi giungere solo dopo un lungo cammino e contrasto ad avere

una posizione praticamente uguale. Partendo dalla prima fase, dobbiamo subito

dire che la Corte costituzionale si occupò per la prima volta di rapporti tra

diritto comunitario e diritto interno nella sentenza C.Enel del 1964 e in

quest'occasione affermò che secondo lei le norme comunitarie erano da porre

sul medesimo piano della legge ordinaria, visto che i trattati istitutivi erano stati

recepiti proprio con legge ordinaria; quindi il rapporto tra legge nazionale e

norme europee era ricondotto alla logica della successione delle leggi nel tempo

e il criterio adottato per la risoluzione delle antinomie, sempre secondo la Corte

costituzionale, era quello cronologico, secondo il quale lex posterior derogat

priori. In questa prima fase, e sempre relativamente alla stessa controversia

C.Enel, la Corte di giustizia si poneva su un piano totalmente diverso,

affermando la superiorità della norma europea rispetto alla norma interna

posteriore, che con essa era totalmente incompatibile, secondo la Corte di

giustizia. Passando alla fase successiva, il pensiero della Corte costituzionale

ebbe un'evoluzione, in particolar modo con la sentenza Frontini n°183 del 1973;

in questa fase la Corte costituzionale ha riconosciuto il primato del diritto

dell'Unione europea, ma l'ha riconosciuto ricorrendo ad un escamotage, in

particolar modo con l'interpretazione estensiva dell'espressione “limitazioni di

sovranità” contenute nell'articolo 11 della Costituzione, affermando in tal modo

che la norma di diritto dell'UE a livello procedurale veniva immessa nel nostro

ordinamento non semplicemente mediante ordine di esecuzione bensì mediante

l'articolo 11 della Costituzione, che come sappiamo autorizza limitazioni di

sovranità derivanti proprio dall'adesione dell'Italia ad ordinamenti che

perseguono scopi di pace. In tal modo, la norma, che era stata pensata

originalmente per l'adesione dell'Italia all'ONU, con l'interpretazione estensiva

si prestava a diventare fondamento costituzionale a cui agganciare il diritto

dell'UE; successivamente però si ebbe un'ulteriore fase, in cui semplicemente la

Corte costituzionale ribadì quanto affermato in precedenza, cioè il primato del

diritto dell'Unione europea, il tutto mediante la sentenza Industrie chimiche

Italia centrale spa C. Ministero del Commercio con l'Estero n°232 del 1975, che

per facilità chiameremo sentenza ICIS. In quell'occasione venne affrontato il

problema del contrasto tra regolamento dell'UE e legge interna successiva,

contrasto che si sarebbe dovuto risolvere secondo la Corte a favore del

regolamento, dichiarando l'illegittimità costituzionale della legge interna.

In questa fase però non si è andati solo ed esclusivamente verso la conferma del

primato dell'UE, ma la stessa Corte costituzionale ha anche trattato il tema del

giudice italiano e della sua possibilità o meno di disapplicare autonomamente le

norme interne successive che fossero risultate incompatibili con i regolamenti

comunitari: affermò infatti che il giudice italiano non poteva autonomamente

disapplicare le norme interne successivamente incompatibili con i regolamenti

comunitari, sottolineando che affinchè la normativa interna potesse essere

disapplicata, questa sarebbe dovuta essere abrogata o dichiarata

costituzionalmente illegittima solo ed esclusivamente da parte dell'organo

costituzionale competente.

N.b. Questo però solo nel caso di contrasto tra legge italiana successiva e

regolamento, perchè in caso di contrasto con legge italiana anteriore la Corte

costituzionale riconosceva l'abrogazione implicita ad opera del regolamento

senza necessità di alcuna declaratoria di illegittimità costituzionale.

Dalla fase appena descritta sorse però un problema; in particolar modo dato dal

fatto che subordinare l'applicabilità della norma europea a una pronuncia di

incostituzionalità poteva sì avere il pregio di garantire che nessun giudice

incorresse nell'errore di applicare la norma interna incompatibile con le

disposizioni dell'UE, ma allo stesso tempo presentava il difetto di condizionare

l'applicabilità del regolamento ad un atto interno dello stato, cosa che era

esclusa proprio da quello che allora era l'articolo 189 del trattato di Roma e che

ora è l'articolo 288 del TFUE. Da questo problema nacque quindi

inevitabilmente un ulteriore contrasto tra Corte costituzionale e Corte di

giustizia, che nella sentenza Simmenthal del 1978 affermò e sottolineò la

necessità di un controllo diffuso nel quale spettasse a ciascun giudice nazionale

disapplicare la norma interna contrastante con la norma europea in sede di

applicazione delle stesse norme europee, il tutto allo scopo di garantire la piena

efficacia delle stesse norme europee e senza la necessità di un intervento

caducatorio della Corte costituzionale. Tale sentenza infatti affermava che il

giudice nazionale che era incaricato di applicare le disposizioni di diritto

dell'UE aveva il compito di disapplicare di propria iniziativa qualsiasi

disposizione contrastante con la legislazione nazionale, anche posteriore, senza

doverne chiedere o ottenere la previa rimozione in via legislativa oppure

mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale. Il tutto ha lo scopo di

garantire la piena efficacia di tali norme. L'ulteriore e ultima fase dello storico

contrasto tra Corte costituzionale e Corte di giustizia può essere identificato con

la sentenza Granital C. ministero delle finanze, definita da molti di importanza

storica, sentenza n°170 del 1984, con la quale la Corte costituzionale ha rivisto

il proprio atteggiamento e si è allineata perfettamente alla giurisprudenza della

Corte di giustizia. Con questa sentenza si sono stabiliti dei punti

particolarmente importanti; innanzitutto il fatto che l'ordinamento dell'UE e

quello nazionale sono due ordinamenti autonomi e distinti e allo stesso tempo

coordinati, secondo la ripartizione di competenze stabilita da parte del trattato;

un'altra cosa che si è stabilita è che (e questo assunto discende dal primo punto)

il regolamento prevale nettamente nei confronti della legge nazionale,

regolamento che opera per forza propria e con caratteristica di immediatezza; ad

esso si riconosce forza e valore di legge e la stessa efficacia di cui è provvisto

nell'ordinamento interno di origine. Altra cosa che si è stabilita è che al giudice

nazionale spetta il potere di accertare se la normativa europea regola il caso

sottoposto al suo esame e in caso lo regoli deve applicarla. Altra cosa che si è

stabilita è che il giudice nazionale è tenuto a disapplicare la norma nazionale

incompatibile (norma nazionale che come notiamo non risulta abrogata, in

quanto come suddetto i due ordinamenti europeo e nazionale sono nettamente

distinti; tale legge inoltre conserva pienamente la propria efficacia restando

sottoposta al regime tipico dell'atto legislativo ordinario, compreso il controllo

di costituzionalità). Un'altra cosa stabilita è che la legge di esecuzione del

trattato resta assoggettata al sindacato di legittimità costituzionale in riferimento

ai principi fondamentali del nostro ordinamento.

Da notare bene è che il passo più importante della sentenza Granital è il passo

in cui si afferma che il giudice nazionale è tenuto a disapplicare la normativa

nazionale posteriore e confliggente con disposizioni europee, arrivando in tal

modo ad un vero e proprio allineamento totale con le statuizioni della Corte di

giustizia e ammettendo un sindacato diffuso sull'eventuale contrasto, superando

quindi l'obbligo di un preventivo giudizio di legittimità costituzionale. Un altro

importante e successivo passo relativamente alla giurisprudenza sull'argomento

rapporto ordinamento italiano e diritto dell'Unione europea è stato quello

effettuato con la legge costituzionale 3 del 2001,che è andata a fornire una

nuova formulazione dell'articolo 117 comma 1 della Costituzione, che

attualmente sancisce che la potestà legislativa è esercitata dallo stato e dalle

regioni nel rispetto della costituzione e dei vincoli derivanti dall'ordinamento

dell'UE e dagli obblighi internazionali. La grande importanza della nuova

formulazione di tale articolo sta nell'esplicito riferimento che quest'ultimo fa

all'ordinamento dell'UE e ai vincoli derivanti dalla partecipazione dell'Italia alla

stessa UE, riferimento che precedentemente era assente, ed era assente non solo

nelle altre disposizioni costituzionali ma anche nello stesso articolo 11 che

sappiamo essere stata l'unica base giuridica precedentemente utilizzata per la

partecipazione dell'Italia all'UE. Quindi la disposizione ex-articolo 117 comma

1 riformulata, non introduce in realtà nessuna novità rilevante per quel che

riguarda i rapporti ordinamento italiano e ordinamento dell'Unione; in sostanza,

la modifica che è stata effettuata all'articolo 117 non ha né attribuito rango

costituzionale alle norme internazionali contenute in accordi internazionali

oggetto di una legge ordinaria di adattamento, bensì ha semplicemente sancito a

livello costituzionale il primato del diritto dell'UE sul diritto interno. Ciò

significa che laddove una norma interna violi il diritto dell'UE, tale violazione

costituisce una violazione dell'articolo 117 comma 1 della Costituzione, norma

interna contrastante che quindi viene ritenuta costituzionalmente illegittima.

Le regioni e l'attuazione del diritto dell'Unione europea

Premessa: il nostro paese al momento della ratifica dei trattati istitutivi delle

comunità europee sappiamo che ha acconsentito a delle vere e proprie

limitazioni (ex-articolo 11 della Costituzione) della propria sovranità in

determinati settori, con conseguente trasferimento dei relativi poteri agli organi

comunitari e con conseguente ulteriore parziale sostituzione del parlamento

nazionale a favore delle istituzioni europee (senza che per tale sostituzione si

sia resa necessaria una vera e propria revisione o una vera e propria

integrazione della Costituzione).

Fatta questa premessa, dobbiamo affermare che le suddette limitazioni che lo

stato italiano ha acconsentito si sono imposte in maniera parallela anche alle

Regioni, chiaramente in materie di loro competenza.

Il ruolo delle Regioni per quanto riguarda il diritto dell'UE e in particolare il

loro ruolo relativamente alla formazione e all'attuazione del diritto europeo

derivato prevede: una fase ascendente, una fase discendente e una fase di

formazione di una legge organica dello stato che disciplini le modalità di

esercizio della potestà legislativa allo scopo di attuare il diritto derivato dell'UE

e il relativo potere di intervento sostitutivo.

La fase ascendente

Noi sappiamo che le Regioni partecipano alla fase ascendente, che consiste in

quell'iter procedurale che porta all'adozione di determinati atti da parte delle

istituzioni europee; suddetta partecipazione delle Regioni potrà avvenire in

modi diversi: tramite la presenza di rappresentanti delle autonomie locali

all'interno di vari organismi (quindi mediante la presenza di esponenti regionali

nelle delegazioni del governo che collaborano alle attività del Consiglio oppure

presenza sempre di esponenti regionali nei gruppi di lavoro e nei comitati dello

stesso Consiglio e nei comitati della Commissione europea. Capo della

delegazione italiana presso le istituzioni europee ovviamente sarà o un

rappresentante del Governo oppure, in deroga a tale regola, il presidente di

giunta regionale o di provincia autonoma nelle materie di competenza

legislativa esclusiva delle regioni);

Partecipazione che avverrà tramite anche la partecipazione alle decisioni

riguardanti la formazione degli atti dell'Unione, in particolar modo mediante la

convocazione da parte del presidente del consiglio di una sessione speciale della

conferenza permanente per i rapporti tra lo stato, le regioni e le provincie

autonome di Trento e Bolzano, durante la quale viene espresso un parere su

determinati punti quali: gli indirizzi generali relativi all'elaborazione e

all'attuazione degli atti dell'UE che riguardano le competenze delle regioni e

delle provincie autonome oppure sui criteri o modalità utili a conformare

l'esercizio delle funzioni delle regioni o provincie autonome all'osservanza e

all'adempimento degli obblighi oppure sugli schemi dei disegni di legge di

delegazione europea e quella europea;

Sempre tale partecipazione delle Regioni alla fase ascendente prevede anche

una serie di obblighi per il governo, il quale ai sensi dell'articolo 24 della legge

234 del 2012 è tenuto a trasmettere progetti e atti dell'Unione contestualmente

alla loro ricezione alla conferenza delle Regioni e delle provincie autonome, ma

anche alla conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle Regioni e

delle provincie autonome; oppure è tenuto a ricevere osservazioni da parte delle

Regioni e delle provincie nelle materie di loro competenza entro 30 giorni dalla

data di ricevimento degli atti (in particolar modo alla persona del presidente del

consiglio); oppure è tenuto a trasmettere i progetti e gli atti dell'Unione europea

contestualmente alla loro ricezione alla conferenza delle Regioni e delle

provincie autonome e alla conferenza dei presidenti delle assemblee legislative

delle Regioni delle provincie autonome, ecc ecc;

Sempre la partecipazione delle Regioni alla fase ascendente prevede la

possibilità per le Regioni, così come anche provincie autonome, di chiedere al

governo di raggiungere un'intesa entro trenta giorni convocando una conferenza

per i rapporti tra stato, Regioni e provincie autonome di Trento e Bolzano, il

tutto allo scopo di raggiungere un'intesa per quei progetti di atti dell'UE che

riguardano una materia attribuita alla competenza legislativa delle Regioni.

Decorso il termine di trenta giorni, il governo potrà ovviamente procedere

autonomamente senza l'intesa con la/le Regioni;

Un altro modo in cui potrà avvenire la partecipazione delle Regioni alla fase

ascendente si verifica con la possibilità che hanno le Regioni di chiedere al

governo di apporre una riserva di esame qualora siano in discussione atti che

rientrano nella loro competenza, riserva di esame da richiedersi in sede di

consiglio dei ministri dell'UE (successivamente il presidente del consiglio dei

ministri o il ministro per gli affari esteri dovrà comunicare alla conferenza

permanente di aver apposto la riserva di esame di cui è stata fatta richiesta da

parte delle Regioni e entro un termine di trenta giorni da tale comunicazione si

potrà procedere alla formazione degli atti dell'Unione);

Fase discendente

La fase discendente consiste nell'attuazione del diritto dell'UE. Suddetta

partecipazione prevede che le regioni e le province autonome abbiano la

possibilità di dare attuazione alle direttive dell'UE senza alcun tipo di

limitazione e relativamente alle materie di propria competenza e la possibilità di

dare attuazione alle direttive dell'UE anche per ciò che riguarda le materie di

competenza concorrente, anche se però in questo caso devono essere rispettati i

principi fondamentali non derogabili individuati nella legge di delegazione

europea, attuazione che può anche precedere tale provvedimento; infatti, nel

caso in cui la legge regionale già emanata sia in contrasto con i principi

fondamentali stabiliti da parte della legge di delegazione europea, vi è una

prevalenza di questi ultimi principi fondamentali sulle disposizioni regionali.

Oltre alla suddetta fase ascendente e alla suddetta fase discendente, un altro

principio che disciplina il ruolo delle Regioni per ciò che concerne la

formazione e l'attuazione del diritto derivato dell'UE è quello della loro

partecipazione alla formazione di una legge organica dello stato che disciplini

nel miglior modo possibile le modalità di esercizio della potestà legislativa per

l'attuazione del diritto derivato dell'UE (come abbiamo già detto). Ma consiste

anche nel cosiddetto potere di intervento sostitutivo; tale potere sostitutivo

consiste nel potere dello stato, quindi in una facoltà dello stato stesso, di

sostituirsi agli organi regionali nel caso in cui questi ultimi manchino di

adempiere direttamente agli obblighi che normalmente sono di loro competenza

e che ovviamente da loro stessi non vengono rispettati. Questo è un potere che

trova fondamento all'interno dell'articolo 120 della Costituzione secondo il

quale il governo ha la possibilità di sostituirsi agli organi delle Regioni, ma

anche di città metropolitane provincie e comuni, nel caso in cui si verifichi da

parte di quest'ultimi il mancato rispetto della normativa comunitaria.

Chiaramente deve verificarsi a livello procedurale tutto un procedimento per

potersi parlare di una vera e propria sostituzione, infatti:

1. Deve verificarsi innanzitutto la violazione da parte di un organo regionale

di un obbligo che avrebbe dovuto espletare, e poi proprio in caso di tale

violazione da parte dell'organo regionale viene assegnato a quest'ultimo,

su proposta del presidente del consiglio e su proposta del ministro

competente per materia, un termine entro il quale l'organo regionale in

questione dovrà porre fine alla violazione della normativa europea.

Scaduto tale termine, il consiglio dei ministri, dopo aver sentito l'organo

interessato e, su proposta sempre dei soggetti citati, adotterà tutti i

provvedimenti necessari per porre fine a tale violazione (provvedimenti

necessari che potranno consistere o nell'emanazione di un atto normativo

o nell'emanazione di un atto regolamentare o nella nomina di un

commissario ad acta).

2. Nel caso invece di inerzia e non di violazione da parte di un organo

regionale, intesa quindi come inerzia a dare attuazione ad atti dell'UE,

questi ultimi verranno adottati da parte dello stato relativamente alle

materie di competenza proprio degli organi regionali stessi, in particolar

modo delle Regioni e delle provincie autonome stesse. Quindi, visto che

interverrà lo stato, il quale come suddetto dovrà dare attuazione ad atti

dell'UE, verranno da quest'ultimo adottati dei provvedimenti statali

ovviamente, provvedimenti che si applicheranno a decorrere dalla

scadenza del termine stabilito per l'attuazione della rispettiva normativa

dell' UE. Sempre tali provvedimenti statali però perderanno efficacia dal

momento in cui entreranno in vigore norme di attuazione di ciascuna

regione e provincia autonoma, in quanto tra l'altro recheranno l'esplicita

indicazione della natura sostitutiva del potere esercitato e del carattere

cedevole delle disposizioni in essi contenute. Oltre al potere sostitutivo di

cui abbiamo trattato finora, lo stato è dotato anche del cosiddetto diritto di

rivalsa: in particolare lo stato ha diritto di rivalersi nei confronti delle

Regioni, delle provincie autonome, degli enti territoriali, degli enti

pubblici e soggetti ad essi equiparati, per ciò che riguarda le regolazioni

finanziarie operate a carico dell'Italia; ma ha anche il diritto di rivalersi

verso quei soggetti che si sono resi responsabili di violazioni degli

obblighi degli oneri finanziari derivanti da sentenze di condanna rese da

parte della Corte di giustizia; ma anche il diritto di rivalersi su regioni,

province autonome, enti territoriali ecc, che si sono resi responsabili di

violazioni di disposizioni disposte dalla Convenzione per la salvaguardia

dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Diritto di rivalsa che

però potrà essere esercitato solo se sussistono determinati requisiti:

l'obbligato dev'essere un ente territoriale, il diritto di rivalsa dovrà essere

esercitato mediante un vero e proprio prelevamento sulle contabilità della

tesoreria provinciale dello stato, ma in particolar modo mediante un

prelevamento che sia diretto sulle contabilità speciali obbligatorie istituite

presso le sezioni di tesoreria provinciale dello stato (importo che dovrà

essere prelevato ma che dovrà essere comunque stabilito mediante

decreto del ministro dell'economia e delle finanze).

Le regioni e l'attuazione del diritto dell'UE dal punto di vista storico

(piccolo accenno storico)

Il legislatore statale ha sempre contrastato la possibilità per le regioni di dare

attuazione agli atti dell'UE, precludendogli ogni possibilità di azione nel corso

del tempo.

Nonostante ciò però, nel corso del tempo, grazie a una vera e propria

evoluzione legislativa, cioè all'emanazione di numerose leggi in tal senso, si è

giunti ad una apertura proprio nei confronti delle stesse regioni. Il primo passo

si è compiuto con la legge 183 del 1987 articolo 13, detta anche legge Fabbri,

articolo che venne successivamente abrogato e riportato con contenuto

praticamente identico all'interno dell'articolo 9 in legge 86 del 1989 detta legge

la Pergola, legge nota con il nome dell'allora ministro per il coordinamento

delle politiche comunitarie che si fece promotore della presentazione del

disegno di legge. Con tale disposizione veniva attribuita la facoltà di dare

attuazione a raccomandazioni e direttive alle sole regioni a statuto speciale e

nelle materie di loro competenza; chiaramente nel caso in cui fosse

sopravvenuta una legge statale con cui venivano introdotti principi non

derogabili dalla normativa regionale, le regioni stesse erano tenute ad adeguarsi

a tali disposizioni; mentre invece per quanto riguarda le materie di competenza

concorrente, nulla veniva modificato ma in questo caso sia le regioni a statuto

speciale che quelle ordinarie potevano dare attuazione a norme europee soltanto

dopo l'entrata in vigore della legge comunitaria con cui lo stato provvedeva al

recepimento e dettava principi non derogabili da parte delle regioni. Un

ulteriore passo si fece con l'introduzione della nuova formulazione dell'articolo

nove che ho già citato sopra, soltanto che questo è stato riformulato, della legge

86 del 1989 (riformulazione effettuata da parte dell'articolo 13 della legge

comunitaria 128 del 1998), con cui sia le regioni a statuto speciale sia le regioni

a statuto ordinario avrebbero potuto immediatamente dare attuazione al diritto

derivato dell'UE e ciò sia per quanto riguarda le materie di competenza

esclusiva sia per quanto riguarda le materie concorrenti. Un ulteriore passo poi

si fece successivamente con l'introduzione della legge costituzionale n°3 del

2001 che ha permesso di arrivare a una compiuta disciplina anche al livello di

Costituzione italiana del sistema di relazione tra Italia e Unione Europea, in

particolare relativamente alla partecipazione delle regioni all'attività normativa

europea. In particolar modo tale legge ha permesso l'introduzione all'interno

della Costituzione di principi che riguardano proprio l'attuazione degli atti

dell'UE da parte delle regioni (principi che sono stati ottenuti nel corso degli

anni grazie al lavoro della giurisprudenza e della legislazione ordinaria). Tanto

che un primo riferimento costituzionale lo possiamo trovare proprio

nell'articolo 117, che al comma 1 afferma che la podestà legislativa (cioè la

podestà di emanare atti normativi primari, cioè di emanare leggi ordinarie)

viene esercitata da parte dello stato e da parte delle regioni nel rispetto della

costituzione appunto, e nel rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento

comunitario e dagli obblighi internazionali. Sempre l'articolo 117 tratta al

comma 2 della podestà legislativa esclusiva dello stato, affermando che questo

ha legislazione esclusiva (cioè ha la possibilità di emanare solo lui norme

relativamente ad una determinata materia) nelle materie che sono indicate ai

punti A B C D E F G H I ecc del comma 2, cioè in tema di politica estera,

immigrazione, difesa delle forze armate, sicurezza dello stato, ordine pubblico e

sicurezza ecc.

All'articolo 117 comma 3 invece si tratta della cosiddetta legislazione

concorrente, cioè di quell'insieme di norme che possono essere emanate su

determinate materie in materia concorrente appunto tra lo stato e le regioni;

molto importante è anche il comma 5 dell'articolo 117, che è tra l'altro la

disposizione più innovativa, che tratta la possibilità per le regioni, le provincie

autonome di Trento e Bolzano, di partecipare a decisioni dirette alla formazione

di atti normativi comunitari e all'attuazione ed esecuzione di accordi

internazionali e all'attuazione e all'esecuzione degli atti dell'UE nelle materie di

loro competenza, il tutto nel rispetto delle norme di procedura stabilite da parte

della legge dello stato che disciplina le modalità di esercizio del potere

sostitutivo in caso di inadempienza.

Il mandato d'arresto europeo

Il mandato d'arresto europeo è un provvedimento giudiziario che viene emesso

da parte di uno stato membro dell'UE allo scopo di consentire l'arresto e la

consegna da parte di un altro stato membro, quindi diverso da quello che lo ha

emesso, di un soggetto ricercato. La finalità perseguita dal mandato di arresto

europeo è quella di garantire agli stati membri dell'UE una rapida ed agevole

procedura di consegna dei ricercati ed ha sostituito con la legge 69 del 2005

l'istituto della estradizione, introducendo un sistema di consegna molto più

semplificato che avviene tra le autorità giudiziarie relativamente alle persone

condannate o sospettate. Quindi, la sostituzione si è verificata essenzialmente

allo scopo di creare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia che assicurasse la

libera circolazione delle decisioni giudiziarie in maniera penale e allo scopo di

consentire l'eliminazione di ritardi e meccanismi che potrebbero invece derivare

dall'applicazione dell'istituto dell'estradizione. A livello di requisiti, per potersi

applicare il mandato d'arresto europeo nei confronti di un soggetto il soggetto

stesso dev'essere stato sottoposto a una condanna definitiva riguardante pena

detentiva di durata pari o superiore a quattro mesi o a una decisione precedente

rispetto alla sentenza che consiste in una misura applicativa di una custodia

cautelare. Il tutto chiaramente deve verificarsi all'interno di uno degli stati

membri, altrimenti non si potrà applicare il mandato d'arresto (l'applicazione

della misura della custodia cautelare può verificarsi quando il reato commesso

da parte del soggetto sia punibile con una pena detentiva uguale o superiore a

dodici mesi). A livello procedurale l'autorità emittente il provvedimento

comunica il provvedimento; la seconda fase prevede l'esecuzione del mandato o

il rifiuto di esecuzione del mandato da parte dell'autorità ricevente il

provvedimento, la successiva fase l'autorità giudiziaria deve decidere

relativamente alla consegna dell'arrestato purchè con consenso da parte

dell'arrestato stesso. Nel caso in cui l'arrestato non presti consenso alla

consegna a un altro stato membro, ha diritto di essere condotto dinanzi

all'autorità giudiziaria dell'esecuzione e di essere interpellato nel rispetto delle

norme di diritto interno di tale stato membro. Una cosa che ho dimenticato di

dire relativamente ai requisiti del mandato di arresto europeo, è che tale

procedura si applica solo ed esclusivamente riguardo ai reati indicati all'interno

della decisione quadro n°584 del 2002, che poi è la decisione che ha introdotto

il mandato di arresto europeo e tutto ciò che riguarda la procedura di consegna

tra stati membri a seguito del mandato di arresto europeo. Tale decisione quadro

tra l'altro è stata modificata da un'altra decisione quadro n°299 del 2009 che ha

previsto un rafforzamento dei diritti processuali delle persone destinatarie del

mandato d'arresto europeo e l'applicazione del principio del reciproco

riconoscimento relativamente alle decisioni pronunciate in assenza

dell'interessato al processo. Il mandato di arresto europeo può essere sospeso

solo in caso di assenza di violazione grave e persistente da parte di uno stato

membro di tutti quelli che sono i principi ex articolo 6 paragrafo 1 del TUE

(allega copia dell'articolo 6 del TUE), violazione che dovrà essere constatata da

parte del Consiglio mediante l'applicazione dell'articolo 7 paragrafo 1 (allega

copia dell'articolo 7 del TUE) e con le conseguenze previste dall'articolo 7

paragrafo 2 (allega copia di tale articolo).

La politica della concorrenza

Quando si parla di politica della concorrenza si intende quel tipo di politica

comunitaria volta a realizzare una sana e corretta concorrenza tra le imprese

operanti all'interno del mercato comune (il mercato comune consiste in uno

spazio economico uniforme all'interno del quale viene assicurata la libera

circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali ma che allo

stesso tempo conserva le frontiere doganali interne). Le regole relative alla

politica della concorrenza nel mercato interno sono disciplinate all'interno del

TFUE, sono state inserite al suo interno allo scopo di evitare che la

liberalizzazione dei mercati sia vanificata da comportamenti anti-concorrenziali

che potrebbero essere posti in essere da parte delle imprese e degli stati che

potrebbero tendere ad isolare i mercati nazionali. Le regole relative alla

concorrenza si dividono in tutte quelle regole di concorrenza applicabili alle

imprese, disciplinate ex articoli 101-106 del TFUE e tutte quelle regole di

concorrenza applicabili agli stati membri, disciplinate da parte degli articoli

107-109 del TFUE. Per quanto riguarda le prime, queste consistono innanzitutto

nel divieto di intese che arrecano pregiudizio alla concorrenza, consistono nel

divieto di abuso di posizione dominante e nella disciplina delle imprese

pubbliche, mentre invece le seconde consistono in tutte quelle regole comprese

nella disciplina di controllo sugli aiuti di stato.

Il divieto di intese che recano pregiudizio alla concorrenza

Innanzitutto bisogna dire che le intese consistono in accordi che vengono presi

tra imprese oppure in decisioni di associazioni di imprese oppure in tutte quelle

pratiche concordate che possono pregiudicare il commercio degli stati membri,

aventi per oggetto e quindi come scopo quello di restringere o falsare il gioco

della concorrenza all'interno del mercato interno. Su questi però sussiste un

divieto, in particolar modo l'articolo 101 afferma che sono vietati e

incompatibili con il mercato interno tutti quegli accordi presi tra imprese, tutte

quelle decisioni di associazioni di imprese e tutte quelle pratiche concordate che

possono pregiudicare il commercio tra stati membri e che abbiano per

oggetto/effetto quello di impedire, restringere o falsare il gioco della

concorrenza all'interno del mercato interno.

Tipologie di intese (accordi)

Le tipologie di intese sono tutte quelle citate all'interno dell'articolo 101 del

TFUE: accordi, pratiche concordate e decisioni di associazioni tra imprese. Per

quanto riguarda gli accordi tra imprese, questi sono quegli accordi che nascono

nel momento in cui tali imprese manifestano la comune volontà di comportarsi

in un determinato modo sul mercato; accordi che rappresentano quindi la fedele

espressione della comune volontà dei membri dell'intesa circa il loro

comportamento nel mercato comune. Un tipico esempio ne è quello disciplinato

da parte della sentenza Sandoz del gennaio del 1990, che ha disciplinato il caso

di un produttore di specialità farmaceutiche che d'accordo con un grossista

apponeva sulle proprie fatture la dicitura “esportazione vietata”, proprio al fine

di imporre ai grossisti un divieto di esportazione. La Corte ha ritenuto che i

grossisti, rifornendosi solo dal produttore e non opponendo alcuna

contestazione alla apposizione della dicitura, fossero rivolti verso una

manifestazione tacita di assenso per ciò che concerne le clausole contenute nelle

fatture stesse, quindi che avessero accettato tacitamente di rifornirsi solo da

quel produttore. Per quanto riguarda le pratiche concordate, queste consistono

in una vera e propria forma di coordinamento tra le imprese in questione senza

che ci sia stato un vero e proprio accordo, costituendo quindi più che altro una

consapevole collaborazione tra le imprese stesse a danno della concorrenza;

spiegando meglio, consistono in una forma di coordinamento senza che ci sia

stato un vero e proprio accordo. Il tutto a danno della concorrenza. Da queste

pratiche concordate ne nasce quindi, non essendoci un vero e proprio accordo,

un parallelismo di comportamenti, cioè imprese che agiscono in maniera

identica o simile (esempio di pratiche concordate potrebbero essere le riunioni

periodiche che si svolgono tra imprese operanti nello stesso mercato, oppure il

fatto che imprese concorrenti diano vita a un periodico scambio di informazioni

solitamente riservate, anche se c'è da precisare che questi, più che costituire

degli esempi di pratiche concordate, sono degli indizi di pratiche concordate).

Per quanto riguarda invece le decisioni di associazioni tra imprese, queste

consistono o in un atto che porta alla creazione di una organizzazione che

riunisce le imprese in questione operanti su un certo mercato (atto che tra l'altro

risulta vincolante per i componenti dell'organizzazione stessa), oppure può

consistere in una raccomandazione che anch'essa porta alla nascita di una

organizzazione che riunisce imprese operanti su un certo mercato che risulta

accettata (intendo la raccomandazione) da parte di un gran numero di associati.

Requisiti per potersi parlare di intesa vietata

Il primo requisito prevede che questa intesa sia in grado di provocare un vero e

proprio pregiudizio al commercio tra gli stati membri; il secondo requisito è che

sia un'intesa in grado di provocare un pregiudizio alla concorrenza, cioè deve

impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all'interno degli stessi

stati membri (n.b. Tra l'altro non è necessario che questi pregiudizi siano

attuali, ma è sufficiente che siano potenziali, cioè nel senso che non si deve

parlare di intese che in quel momento stanno creando pregiudizio, ma è

sufficiente che si tratti di intese che potrebbero potenzialmente creare un

pregiudizio, quindi che abbiano effetti potenziali di pregiudizio). Un esempio

che si può fare è quello degli accordi di distribuzione esclusiva, che sono vietati

in quanto considerati in grado di restringere la concorrenza, perchè contengono

clausole aventi l'effetto di assicurare al distributore di un determinato prodotto

una protezione praticamente assoluta per quanto riguarda quella determinata

zona dalle importazioni parallele provenienti da altri stati membri, dando quindi

la possibilità solo a lui di distribuire quel prodotto su quella determinata zona

(quindi restringendo inevitabilmente la concorrenza). Terzo requisito per potersi

parlare di intesa vietata è il fatto che tale intesa debba arrecare un pregiudizio

sensibile, cioè quelle intese che producono sì un pregiudizio al commercio e

una restrizione della concorrenza, ma che sia però di una certa rilevanza e che

quindi superino una soglia minima, sotto la quale ovviamente il divieto non

scatta.

Un esempio di intese vietate lo fornisce proprio lo stesso articolo 101 paragrafo

1 del TFUE, che cita ad esempio tutte quelle intese volte a fissare direttamente

o indirettamente i prezzi di acquisto oppure quelle intese volte a fissare

direttamente o indirettamente i prezzi di vendita oppure quelle intese volte a

fissare direttamente o indirettamente altre condizioni di transazione, ecc ecc.

Chiaramente, essendo le suddette tipologie di intese vietate, nel momento in cui

vengono poste in essere eludendo quanto imposto da parte dell'articolo 101 si

andrà incontro a nullità, che potrà essere di carattere assoluto o di carattere

parziale. La prima, che riguarda l'accordo nel suo complesso, rendendolo privo

di qualsiasi effetto nei rapporti tra contraenti e inopponibile ai terzi; il secondo

tipo di nullità che non riguarda l'accordo nel suo complesso, bensì solo le

clausole, chiaramente le clausole vietate.

La nullità è disposta da parte dell'articolo 101 paragrafo 2 del TFUE, ma il

paragrafo 3 prevede anche dei casi in cui tale intese sono validamente

consentite; saranno validamente consentite tutte quelle intese che

contribuiscano a migliorare la produzione oppure la distribuzione di prodotti e

che contribuiscano a promuovere il progresso tecnico o economico e che evitino

di imporre alle imprese interessate restrizioni che non siano indispensabili per

raggiungere tali obiettivi e che diano proprio a tali imprese la possibilità di

eliminare la concorrenza per la parte sostanziale dei prodotti in questione.

Il divieto di abuso di posizione dominante

Per abuso di posizione dominante si intende la posizione di potenza economica

che hanno una o più imprese e che consente a quest'ultime di determinare

unilateralmente il mercato, ostacolando in tal modo il gioco della concorrenza,

cioè ostacolando la concorrenza, che consente loro di tenere comportamenti

indipendenti rispetto ai concorrenti, ai clienti e ai consumatori. La cosa

importante da precisare però è che ciò che è vietato non è l'acquisizione di una

posizione dominante, bensì è lo sfruttamento abusivo della posizione dominante

stessa, ed è vietato nella misura in cui possa essere pregiudizievole alla

concorrenza e al commercio tra gli stati membri. Più tipici esempi di abuso di

posizione dominante sono determinati all'interno dell'articolo 102 del TFUE e

consistono ad esempio nel limitare la produzione a danno dei consumatori

oppure l'applicazione nei rapporti commerciali con gli altri contraenti di

condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, ecc ecc. Esistono varie

tipologie di abuso di posizione dominante: innanzitutto possiamo parlare di

abuso di posizione dominante individuale, cioè quello attribuibile ad un'unica

impresa; poi l'abuso di posizione dominante di gruppo, che si verifica nel

momento in cui una società madre detiene la posizione dominante con le

proprie affiliate e di cui decide il comportamento essendone conseguentemente

anche responsabile; segue poi la posizione dominante collettiva, che si verifica

nel momento in cui due o più imprese indipendenti tra di loro sono unite da

vincoli economici all'interno di un mercato ben preciso e grazie a tali vincoli

economici detengono insieme una vera e propria posizione dominante rispetto

agli altri operatori del mercato. Al livello procedurale l'accertamento della

detenzione di una posizione dominante da parte di una o più imprese prevede

una serie di fasi: la prima fase consistente nell'individuazione del mercato

rilevante (individuazione di quella frazione di mercato su cui si suppone si stia

realizzando la posizione dominante; dove per mercato si intende mercato in

termini geografici, corrispondente tendenzialmente all'intero mercato comune, e

mercato in termini di prodotti o servizi, tendenzialmente costituito sia dai

prodotti identici a quelli dell'impresa sia dai prodotti che presentano un certo

grado di intercambiabilità e sostituibilità reciproca rispetto ai prodotti delle

imprese, di modo che tra i primi e i secondi sussista una certa concorrenza). La

seconda fase consiste nel valutare se l'impresa detiene una posizione dominante

sul mercato rilevante, e cioè se l'impresa in questione detiene una potenza

economica tale da poter ostacolare la concorrenza effettiva sul mercato;

chiaramente per valutare ed identificare se l'impresa detenga veramente la

posizione dominante dovranno essere valutati una serie di fattori: la quota di

mercato detenuta da parte dell'impresa oggetto di esame, la struttura

dell'impresa stessa, cioè se si tratti di un'impresa che presenti fenomeni di

integrazione verticale, ma anche il numero e la forza dei concorrenti in rapporto

all'impresa dominante.

La successiva fase consiste nel verificare se ci sia o meno uno sfruttamento

della stessa posizione dominante, cioè se sussista o meno un comportamento da

parte dell'impresa atto ad influire negativamente sulla struttura del mercato,

andando in tal modo ad ostacolare la conservazione del grado di concorrenza

esistente sul mercato o lo sviluppo di detta concorrenza. Da notare infatti che il

mercato in cui è presente un'impresa dominante da parte di un'impresa è già di

per sé un mercato caratterizzato da una concorrenza debole nei confronti

dell'impresa stessa che ha posizione dominante; se poi ci si aggiunge anche lo

sfruttamento da parte di tale impresa della stessa posizione dominante, è ovvio

che la concorrenza risulta falsata.

N.B. Al contrario del divieto di intese pregiudizievoli per la concorrenza e per

gli scambi, che prevedono dei casi in cui è possibile una dichiarazione di

inapplicabilità, il divieto di abuso di posizione dominante è assoluto.

I poteri del Consiglio e della Commissione in tema di intese

Il Consiglio a norma dell'articolo 103 del TFUE ha il potere di emanare

regolamenti e direttive utili ai fini di applicare correttamente i principi

contemplati all'interno degli articoli 101 e 102, che disciplinano rispettivamente

il divieto di intese recanti pregiudizio alla concorrenza e il divieto di abuso di

posizione dominante, il tutto chiaramente su proposta della Commissione e

previa consultazione da parte del parlamento europeo. La Commissione invece

ha il precipuo compito di vigilare sulla applicazione dei principi fissati

all'interno degli articoli 101 e 102 del TFUE; inoltre nel caso di presunta

infrazione dei principi contenuti all'interno degli articoli 101 e 102 del TFUE ha

il compito di istruire proprio tali casi di presunta infrazione. Infatti a livello

procedurale l'inizio della procedura prevede che essa sia avviata o da parte di

uno stato membro che ne effettua richiesta o da parte di persone fisiche o

giuridiche oppure può avviarla la commissione stessa d'ufficio nel caso in cui si

verifichi un vero e proprio sospetto di violazione degli articoli 101 e 102.

Successivamente la Commissione fa richieste di informazioni alle imprese che

si ritiene abbiano effettuato violazioni e potrà anche avvalersi del diritto di

accesso nelle imprese stesse allo scopo di effettuare eventuali verifiche.

Successivamente la commissione decide e deciderà se: archiviare il caso, non

ritenendo quindi sussistente la violazione, oppure iniziare una procedura

formale; in tal caso tale procedura potrà cominciare innanzitutto mediante

l'invio all'impresa di una comunicazione di addebiti e che potrà anch'essa

concludersi con una decisione di infrazione se riterrà che sia stata effettuata

violazione e quindi tale decisione sarà eventualmente comprensiva o di

un'ammenda o di una penalità di mora, oppure concludersi con una lettera di

archiviazione nel caso in cui concluda che non vi sia alcune violazione degli

articoli 101 e 102. Successivamente l'ulteriore e ultima fase consisterà nella

repressione delle infrazioni e nella imposizione della sanzione, in particolar

modo qualora gli stati membri non pongano termine alle infrazioni la

Commissione, dopo aver constatato l'infrazione mediante decisione motivata,

potrà imporre tale sanzione.

N.B. La Commissione ha anche il potere di assumere provvedimenti provvisori

e cautelari nei confronti degli stati membri purchè però innanzitutto ne sia fatta

richiesta, poi la sussistenza del cosiddetto fumus boni iuris, cioè il

riconoscimento che le pratiche di alcune imprese sono a prima vista tali da

costituire una vera e propria infrazione delle norme dell'Unione che è

suscettibile di essere sanzionata da una decisione della Commissione, inoltre il

cosiddetto periculum in mora, cioè l'urgenza di far fronte alla situazione allo

scopo di evitare un vero e proprio danno grave e irreparabile. Quindi, per far sì

che la Commissione assuma provvedimenti provvisori cautelari ci dev'essere

una richiesta, ci dev'essere il fumus boni iuris, ci dev'essere il periculum in

mora.

Gli aiuti di stato

Gli aiuti di stato sono tutti quegli aiuti (intesi come finanziamenti) che vengono

concessi da parte degli stati membri alle imprese, in particolar modo si tratta di

aiuti pubblici che come suddetto vengono concessi alle imprese (ex-articoli

107-109 del TFUE). Proprio lo stesso articolo 107 al paragrafo 1 afferma che

sono incompatibili con il mercato interno nella misura in cui incidano sugli

scambi tra gli stati membri tutti quegli aiuti concessi dagli stati sotto qualsiasi

forma e che falsano o minacciano di falsare la concorrenza favorendo talune

imprese piuttosto che altre o comunque talune produzioni. Chiaramente per

potersi parlare di veri e propri aiuti di stato, questi devono essere dotati di

alcuni requisiti: innanzitutto devono consistere in un vero e proprio vantaggio

economico per l'impresa beneficiaria, vantaggio che deriva chiaramente dalla

misura pubblica si sospetta costituire un aiuto; un secondo requisito è

l'incidenza della suddetta misura sul commercio del mercato interno; un terzo

requisito è la selettività o specificità di tale misura, nel senso se favorisce solo

alcune imprese; un altro requisito è il fatto che comporti trasferimento di risorse

dello stato.

Praticamente per potersi parlare di aiuti di stato dev'essere rispettato il

cosiddetto criterio VIST (vantaggio incidenza selettività trasferimento).

Relativamente al vantaggio economico, questo può consistere o in una

sovvenzione, ossia una erogazione di risorse, o in una qualsiasi misura che

comporti una mancata entrata all'interno delle casse dello stato, così come

all'interno di altri enti pubblici di risorse private, dovute da parte delle imprese.

Ne deduciamo che l'aiuto in questione può assumere o la forma di materiale

trasferimento di risorse finanziarie oppure può consistere anche in una rinuncia

a un introito da parte di uno stato membro, nel senso che lo stato membro,

rinunciando all'introito dovuto dall'impresa, agevola l'impresa stessa. Un

esempio consiste nella concessione di un'agevolazione fiscale a determinate

imprese nazionali, un altro esempio può essere la fissazione di prezzi favore di

determinati beni pubblici, come ad esempio combustibili di proprietà

industriale, a favore di una impresa.

Relativamente all'incidenza, stiamo parlando di quelle misure che falsano o

minacciano di falsare la concorrenza (più in particolare è incidente e quindi reca

pregiudizio da concorrenza un aiuto che o provoca rafforzamento della

posizione dell'impresa beneficiaria dell'aiuto stesso rispetto ai suoi concorrenti,

nel senso che gli si evita o si riducono i costi all'impresa stessa, costi che invece

i suoi concorrenti devono sopportare, oppure intendesi quell'aiuto che viene

concesso a un'impresa che opera in un mercato aperto agli scambi tra stati

membri, cioè un mercato in cui sono presenti imprese di più stati).

Relativamente alla selettività o specificità, è un criterio applicato da parte della

Commissione a livello nazionale e in virtù proprio di questa specificità

favorisce solo alcune imprese e non la totalità delle imprese di uno stato

membro, altrimenti l'aiuto non verrebbe considerato selettivo o specifico.

Per quanto riguarda il trasferimento di risorse statali, si intendono sia tutti

quegli aiuti concessi dagli stati sia quelli concessi mediante risorse statali, cioè

tutti quegli aiuti direttamente concessi dagli stati ma anche concessi da enti

pubblici o da enti privati istituiti dagli stati stessi.

Gli aiuti sono sottoposti a procedure di controllo, ex-articolo 108 del TFUE; in

particolar modo tale procedura si fonda nella distinzione tra aiuti esistenti e

aiuti di nuova istituzione; per quanto riguarda gli aiuti esistenti, questi sono tutti

quegli aiuti individuali oppure tutti quei regimi di aiuti ai quali è stata data

esecuzione prima dell'entrata in vigore del trattato e che sono ancora applicabili

dopo l'entrata in vigore dello stesso trattato (un esempio sono gli aiuti concessi

da oltre dieci anni senza che la Commissione abbia intrapreso alcuna azione nei

confronti dello stato membro interessato, oppure tutti quegli aiuti che tali non

erano al momento della loro istituzione ma che lo sono diventati

successivamente). Nei confronti degli aiuti esistenti, la Commissione svolge un

controllo definibile come controllo successivo e tale tipo di controllo si articola

in più fasi: la prima fase prevede un esame di carattere preliminare in cui la

Commissione agisce d'intesa con gli stati membri valutando l'incidenza che tali

aiuti hanno sui loro scambi (il controllo sugli aiuti esistenti può essere anche

permanente e viene espletato allo scopo di monitorare l'incidenza degli aiuti che

in futuro potrebbero pregiudicare la concorrenza del mercato interno). Una

successiva fase prevede l'invio di osservazioni e proposte riguardanti il graduale

sviluppo e il funzionamento del mercato interno da parte della Commissione

allo stato membro in questione; successivamente se all'esito di tale esame la

Commissione reputi che l'aiuto sia compatibile con il mercato interno, l'aiuto

avrà ovviamente il suo effetto; nel caso in cui ritenga che non sia compatibile


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Appunti di Diritto dell'Unione Europea per l'esame del professor Cannizzaro. Argomenti trattati: Il principio di sussidiarietà, la clausola di flessibilità, la teoria dei poteri impliciti, le competenze dell'UE, la cooperazione rafforzata, le fonti del diritto UE, revisione dei trattati, la procedura del parere conforme, approvazione del bilancio, la procedura di consultazione, diritti umani UE, regolamenti direttive decisioni e pareri, ricorso per inadempimento e ricorso per annullamento, ricorso per carenza, rinvio pregiudiziale, i controlimiti, le regioni, il mandato d'arresto europeo, la politica della concorrenza, la PESC


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze giuridiche
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher soscuola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di DIRITTO DELL'UNIONE EUROPEA e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cannizzaro Enzo.

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