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Nella realtà può accadere che il contribuente non versi le somme corrispondenti alle imposte che deve

pagare, in tal caso sarà soggetto ad un pagamento coattivo dopo l’emissione di una cartella esattoriale.

Tassazione separata

Sono soggetti a tassazione separata i redditi che, percepiti una tantum, derivano da un processo produttivo

pluriennale.

Si parla di tassazione separata perché questi redditi non concorrono alla formazione del reddito

complessivo ma sono tassati a parte, con distinta aliquota.

Rientrano in tale regime:

o le indennità di fine rapporto percepite da lavoratori dipendenti e altre categorie

o le plusvalenze derivanti dalla cessione di aziende possedute per più di 5 anni (il professionista può

decidere se far concorrere tale somma nel reddito complessivo o farle scontare una tassazione

separata)

o indennità per perdita dell’avviamento spettante al conduttore di esercizi commerciali

o redditi a formazione pluriennale attribuiti ai soci in caso di recesso di società

Redditi fondiari

La disciplina dei redditi fondiari si trova nel TUIR agli articoli 25-43.

Art 25 comma 1 “Sono redditi fondiari quelli inerenti ai terreni e ai fabbricati situati nel territorio dello Stato

che sono o devono essere iscritti, con attribuzione di rendita, nel catasto dei terreni o nel catasto edilizio

urbano”

La parola ‘fondiario’ deriva dal latino fundus e indica tutti i beni immobili, sia terreni che fabbricati.

Quest’ultimi devono insistere sul territorio italiano, in caso contrario rientrano nella categoria dei redditi

diversi.

Per accertarsi della presenza di un immobile che insiste sul territorio italiano si fa riferimento al catasto*

*descrive la proprietà terriera. Il territorio comunale viene diviso in particelle (unità elementare) ed indica

per ognuna: appartenenza, qualità, classe e relativo reddito medio ordinario. Ai fini fiscali, i catasti

forniscono la misura del reddito imponibile da utilizzare in sede di determinazione dei redditi.

Il catasto si divide in

o edilizio urbano

o dei terreni

N.B. se i beni immobili non sono iscritti o iscrivibili nel catasto allora non produrranno alcun reddito.

Inoltre tale tipologia di reddito è derivante dai beni immobili in quanto tali e non da una messa in attività

del bene stesso: si fa cioè riferimento alla rendita catastale, ossia il reddito medio ordinario che l’immobile

produce o è in grado di produrre. La tassazione prescinde quindi dalla effettiva produzione o percezione del

reddito.

La rendita catastale varia in base alla classificazione di ogni singolo immobile e si può trovare al catasto.

! i redditi fondiari possono essere generati solamente da beni immobili di proprietà delle persone fisiche,

delle società semplici e enti diversi dalle società che non esercitano attività commerciale (non persone

giuridiche o imprenditori). Se l’immobile è di proprietà di una persona giuridica o di un imprenditore ed è

destinato all’attività d’impresa andrà a formare reddito d’impresa e non reddito fondiario (art 42).

Art 25 comma 2 distingue i redditi fondiari in:

 redditi dei terreni

o dominicali

o agrari

 redditi dei fabbricati

Reddito fondiario dominicale

Disciplina agli art 27-31 del TUIR.

Il reddito dominicale è il reddito che compete al dominus (proprietario) del bene immobile proprio per il

fatto che ne può disporre secondo la propria volontà.

Tale reddito remunera la terra nel suo stato naturale e il capitale di miglioramento che vi è investito.

Se il dominus svolge un’attività agricola in prima persona dovrà dichiarare il reddito dominicale e il reddito

agrario allo stesso tempo.

Se invece l’attività agricola è svolta da un soggetto terzo allora:

o dominus -> dichiarerà il reddito dominicale

o soggetto terzo -> dichiarerà il reddito agrario

Reddito fondiario agrario

Il reddito agrario è il reddito dell’impresa agraria, ossia il reddito derivante dall’esercizio di attività agricole

e di attività connesse (art 2135 c.c.), nei limiti della potenzialità del terreno.

A prescindere che l’attività agricola sia svolta dal dominus in prima persona o da soggetti terzi, essa è già

tassata dal reddito agrario; infatti

Art 32 comma 1 “Il reddito agrario è costituito dalla parte del reddito medio ordinario dei terreni imputabile

al capitale d'esercizio e al lavoro di organizzazione impiegati, nei limiti della potenzialità del terreno,

nell'esercizio di attività agricole su di esso”

Per quanto appena detto il dominus o soggetto terzo non avranno l’obbligo di tenere le scritture contabili.

Se il terreno è dato in affitto allora il reddito agrario è da attribuire all’affittuario; concorrerà quindi a

formare il reddito complessivo dell'affittuario, anziché quello del possessore (art 33).

N.B. il termine ‘affitto si usa solamente per beni che possono generare attività produttive es. terreni,

fabbricati ecc.; per tutto il resto si usa il termine ‘locazione’.

Quando le imprese agricole producono reddito fondiario e quando reddito d’impresa?

Le imprese di allevamento sono imprese agrarie quando l’attività è svolta con mangimi ottenibili per

almeno ¼ dal terreno. Il reddito eccedente è reddito d’impresa commerciale determinato in modo

peculiare (capo allevato x coefficiente ministeriale).

Se l’attività di allevamento è esercitata da società o enti commerciali il reddito d’impresa è determinato

sempre secondo i criteri ordinari.

Reddito fondiario da fabbricato

Art 36 “Il reddito dei fabbricati è costituito dal reddito medio ordinario ritraibile da ciascuna unità

immobiliare urbana.

Per unità immobiliari urbane si intendono i fabbricati e le altre costruzioni stabili o le loro porzioni

suscettibili di reddito autonomo. Le aree occupate dalle costruzioni e quelle che ne costituiscono pertinenze

si considerano parti integranti delle unità immobiliari.”

Il reddito dei fabbricati si applica anche alle pertinenze dell’immobile.

Dal 1999 la prima casa, ossia l’immobile dove un soggetto ha la propria residenza, è esente da reddito

fondiario. Per una corretta quantificazione, però, la rendita catastale dovrà essere inserita nella

dichiarazione dei redditi e poi dedotto il medesimo importo per ottenere l’imposta lorda.

Le seconde case invece producono reddito fondiario da fabbricati e, se non sono messe a disposizione della

collettività (in locazione per esempio), la rendita catastale sarà maggiorata di 1/3 (art 41). La maggiorazione

aumenta se si tratta di casi speciali (art 37 comma 2).

N.B. l’IMU è cosa differente dal reddito fondiario, si tratta di un’imposta patrimoniale.

Qual è la disciplina se metto in locazione un bene immobile urbano?

Si deve confrontare la rendita catastale dell’immobile e il canone di locazione abbattuto del 5% per

eventuali spese sostenute; il proprietario dichiarerà allora la somma più alta.

Il proprietario sostiene delle spese esempio:

o imposta di registro

o spese ordinarie (solo per il 10%)

o spese straordinarie

il legislatore non consente di detrarre le somme corrispondenti a tali spese ma concede una riduzione del

5% sulle somme da dichiarare.

N.B. i redditi derivanti dalla locazione di immobili ad uso abitativo possono essere assoggettati,

opzionalmente, ad imposta sostitutiva, con aliquota del 21% (cd. cedolare secca sugli affitti).

! ora sorge la questione su quando si deve imputare tale reddito, ossia quale criterio di imputazione

temporale usare:

 di cassa -> quando percepisco entrate

 di competenza -> reddito maturato

nel caso di reddito fondiario si deve utilizzare il criterio di competenza. (art 7)

Da ciò deriva che, quando metto in locazione un immobile e il conduttore non paga il canone, questo va in

ogni caso dichiarato per il principio di competenza temporale; solamente quando si ha in mano il

documento di sfratto per morosità non si è più obbligati a dichiarare il canone e si potrà avere il rimborso

per quanto dichiarato in precedenza.

Cosa si intende per possesso del reddito fondiario?

Art 26 “I redditi fondiari concorrono, indipendentemente dalla percezione, a formare il reddito complessivo

dei soggetti che possiedono gli immobili a titolo di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale, salvo

quanto stabilito dall'articolo 30, per il periodo di imposta in cui si è verificato il possesso. I redditi derivanti

da contratti di locazione di immobili ad uso abitativo, se non percepiti, non concorrono a formare il reddito

dal momento della conclusione del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità del

conduttore. Per le imposte versate sui canoni venuti a scadenza e non percepiti come da accertamento

avvenuto nell'ambito del procedimento giurisdizionale di convalida di sfratto per morosità è riconosciuto un

credito di imposta di pari ammontare.”

Il possesso dei redditi fondiario deriva dal concetto di diritto reale: chiunque abbia un determinato diritto

reale su un immobile è soggetto a reddito fondiario.

In caso di usufrutto, però, l’imposta colpisce l’usufruttuario (non il nudo proprietario).

Se l’immobile viene venduto la rendita catastale andrà ripartita secondo la formula:

Rendita catastale / 12 mesi = quota x

Tale quota x andrà moltiplicata per i mesi in cui si ha posseduto l’immobile (se va oltre il 15 del mese si

considera tutto il mese).

Costruzioni rurali e immobili strumentali

Non producono reddito fondiario gli immobili che non producono reddito in modo autonomo .

Questo vale per:

o fabbricati rurali -> concorrono alla produzione del reddito dei terreni (art 42)

o fabbricati usati per l’esercizio di attività commerciali o di arti e professioni, cioè gli immobili

strumentali -> concorrono a formare il reddito di impresa commerciale e di lavoro autonomo

Redditi di lavoro dipendente

Art 49 comma 1 “Sono redditi di lavoro dipendente quelli che derivano da rapporti aventi per oggetto la

prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri, compreso il lavoro

a domicilio quando è considerato lavoro dipendente secondo le norme della legislazione sul lavoro.”

Per rapporti si intende rapporti di natura civilistica.

La peculiarità è che l’attività deve essere eterodiretta: il lavoratore è alle dipendenze del datore di lavoro

(art 2094 c.c.).

N.B. non importa la qualifica ma la caratteristica della dipendenza.

Il lavoratore dipendente può essere anche a domicilio; in questo caso si deve fare riferimento alla disciplina

giuslavorista.

Art 49 comma 2 “Costituiscono, altresì, redditi di lavoro dipendente: a) le pensioni di ogni genere e gli

assegni ad esse equiparati; b) le somme di cui all'art. 429, ultimo comma, del codice di procedura civile”

Le pensioni devono essere considerate reddito di lavoro dipendente perché, anche se non sono il

corrispettivo di un’attività odierna, derivano da un’attività alle dipendenze precedente. Devono essere

considerate le pensioni di ogni genere, a prescindere dalla natura del rapporto precedente.

Esempio devono essere considerate anche le pensioni derivanti da attività di lavoro autonomo,

imprenditori ecc

Sfuggono invece alla tassazione le attività pensionistiche particolari, quelle cioè con natura risarcitoria.

Esempio le pensioni di guerra

! ai fini fiscali quindi possiamo distinguere due tipologie di prestazioni pensionistiche:

 di lavoro cessante -> prestazioni pensionistiche che vanno a sostituire un reddito

 per danni emergenti -> prestazioni pensionistiche di natura risarcitoria

Solamente le prestazioni di lavoro cessante rientrano nel reddito di lavoro dipendente.

L’art. 429 codice di procedura civile afferma che rientrano nella tassazione in tale categoria, anche tutte le

somme versate dal datore di lavoro al dipendente in seguito a sentenza del tribunale.

N.B. fanno eccezione le somme versate a titolo di risarcimento di un danno emergente

Esempio

Un lavoratore aveva lavorato oltre il tempo massimo stabilito dal contratto (comprese le ore

straordinarie). Il risarcimento concessogli è stato percepito come corrispettivo per un danno

emergente e per tale motivo non sottoponibile a tassazione.

Determinazione della base imponibile

Tale materia è disciplinata all’art 51.

La regola fondamentale nell’andare a determinare tale tipologia di reddito è il principio di

onnicomprensività: in via di principio rientrano nella base imponibile dei redditi di lavoro dipendente tutte

le somme percepite da lavoratore dipendente nel periodo d’imposta.

Con il termine ‘i valori in genere’ il legislatore fa riferimento al fatto che rientrano in tale categoria di

*

reddito anche tutte le altre somme (beni/servizi in natura e non) senza per forza un collegamento dato dal

lavoro svolto, ma solamente dato dal rapporto di lavoro esistente:

o Indennità di malattia, di maternità, ecc.

o Rimborsi

o Liberalità

* per beni in natura si intendono gli eventuali fringe benefit (auto aziendale, assicurazione sulla vita,

ascrizione a circoli sportivi, iscrizione dei figli a scuola). Possono essere concessi sia dal datore di lavoro che

da terzi. Anche questi vengono tassati valorizzandoli al valore normale (art 9), solo se superano i 258,23€.

Rientrano quindi anche le erogazioni liberali, ossia le dazioni di denaro o i beni in natura che un soggetto fa

ad un altro senza un corrispettivo. Sembrerebbe strano che il legislatore faccia riferimento al concetto di

reddito entrata (invece che quello di reddito prodotto), in realtà si presume che anche tali erogazioni

abbiano la natura di retribuzione. La motivazione principale che ha spinto il legislatore è stata quella di

evitare l’elusione.

N.B. c’è però simmetria nella disciplina (art 95): il datore di lavoro che corrisponde erogazioni liberali può

dedurre tali somme dalla sua base imponibile.

! ci sono alcune eccezioni al principio di onnicomprensività

Non rientrano nella base imponibile:

 Contributi previdenziali

 Vitto e ticket restaurant (entro il valore determinato di 5,29€)

 Contributi per i figli dei dipendenti

 Valore delle azioni offerte ai dipendenti (stock-options)

! vale il principio di cassa nella determinazione di tali redditi, con una piccola deroga: se il reddito è

percepito entro il 12 gennaio dell’anno successivo rientrano nel periodo d’imposta precedente.

Oneri deducibili

Ci sono elementi negativi nella base imponibile dei redditi di lavoro dipendente? Esistono oneri deducibili

dalla base imponibile di questa categoria di reddito?

Il legislatore non riconosce la deduzione di spese ad un lavoratore dipendente in modo analitico. Questo

avviene per ragioni semplificative: infatti sarebbe necessaria la tenuta di scritture contabili per dimostrare

che le spese siano derivanti dall’esercizio dell’attività lavorativa.

In alternativa il legislatore ha deciso di attribuire una detrazione forfettaria ai lavoratori dipendenti; tale

somma, che ha una tendenza inversamente proporzionale al reddito complessivo per evitare

sperequazioni, andrà a scomputare l’imposta lorda IRPEF.

Redditi assimilati

Esistono fattispecie reddituali che generano redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente. Questi, indicati

all’art 50, sono:

o compensi percepiti da soci di cooperative

o somme corrisposte a titolo di borsa di studio

o remunerazione dei sacerdoti

o attività intramoenia -> i compensi per l'attività libero professionale intramuraria del personale

dipendente del Servizio sanitario nazionale

o vitalizi e indennità parlamentari

o prestazioni erogate dai fondi pensione

o collaborazione coordinata e continuativa:

- partecipazioni a collegi e commissioni

- collaborazioni a giornali, riviste, ecc.

- cariche di amministratore, sindaco, revisore in enti o associazioni

N.B. il filo conduttore tra queste tipologie è il fatto di non avere un carattere di subordinazione puro ma

assimilato

Modalità di tassazione dei redditi di lavoro dipendente

Nel nostro sistema la riscossione dei tributi in generale può avvenire con tre modalità distinte:

1- riscossione coattiva -> applicata dall’Agenzia delle Entrate quando il contribuente non paga

2- versamento diretto -> quando il contribuente paga spontaneamente le imposte derivanti da un

obbligo stabilito dalla legge, liquidandole autonomamente.

3- Sostituzione d’imposta

L’art. 64 del D.P.R. 29-9-1973, n. 600 definisce sostituto d’imposta colui «che in forza di disposizioni di legge

è obbligato al pagamento di imposte in luogo di altri per tutti i fatti e le situazioni (cioè i presupposti) a

questi riferibili ed anche a titolo di acconto».

In altre parole con il termine di sostituto d’imposta si indica quella persona fisica o giuridica che la legge

tributaria sostituisce completamente al soggetto passivo d’imposta nei rapporti con l’amministrazione

finanziaria.

In tale situazione rientra il concetto di rivalsa: questo è un concetto fiscale che implica il fatto che il

sostituto d’imposta è tenuto ad effettuare il versamento dell’imposta prelevando i fondi presso un altro

soggetto (soggetto inciso).

Ciò garantisce la costituzionalità della sostituzione d’imposta (se non ci fosse la rivalsa sarebbe violato il

principio di capacità contributiva).

N.B. il sostituto d’imposta deve avere una struttura tale da poter gestire la rivalsa

Perché il legislatore prevede la figura del sostituto d’imposta?

Il sostituto si trova in una situazione particolare: esso corrisponde ad altri soggetti, i sostituiti, un fatto di

natura privatistica, lo stipendio, che però costituisce rilievo fiscale; la percezione dello stipendio infatti

rappresenta una voce della base imponibile IRPEF.

In tal modo si garantisce un adempimento maggiore e rende quasi nullo il rischio di evasione fiscale.

! la sostituzione d’imposta può essere distinta in due tipologie:

 

a titolo di acconto quando le ritenute attuate dal sostituto d’imposta sono delle anticipazioni

(acconti) dell’imposta che il contribuente andrà a pagare.

A fine anno il dipendente andrà ad inserire nella base imponibile dei redditi di lavoro dipendente lo

stipendio lordo (netto + ritenute versate dal sostituto) percepito nel periodo d’imposta; una volta

calcolata l’imposta netta si scomputano le ritenute effettuate dal sostituto d’imposta.

Il dipendente riceve dal proprio datore il CUD, documento che attesta le somme erogate e le

relative ritenute effettuate e versate all'erario statale.

N.B. lo scopo del legislatore con l’introduzione della sostituzione a titolo di acconto è quello di

anticipare il più possibile l’imposta netta IRPEF del contribuente in modo tale da far sì che il saldo

del contribuente sia il più prossimo possibile allo zero. Ciò avviene applicando al soggetto

dipendente una ritenuta con aliquota il più vicina possibile alla sua aliquota marginale IRPEF

Esempio

Se corrispondo al dipendente uno stipendio lordo di 100’000€ andrò ad applicare una

ritenuta del 43%, percentuale che corrisponde all’aliquota dell’ultimo scaglione, quello cioè

che comprende 100’000€.

 

a titolo di imposta si realizza quando la sostituzione è sia oggettiva che soggettiva: una volta che

il sostituto versa, per conto del contribuente delle somme, il sostituito non avrà più alcun obbligo

verso il fisco.

Tale tipologia di sostituzione avviene solamente per imposte sostitutive.

Esempio

Utilizzo di un lavoratore autonomo straniero -> viene applicata una ritenuta a titolo di

imposta dato che tale reddito non entrerà in seguito in nessuna base imponibile IRPEF.

! La differenza a livello pratico tra le due tipologie di sostituzione è che la sostituzione a titolo d’imposta fa

sfuggire alcuni redditi dalla progressività delle aliquote marginali IRPEF; tali redditi sono infatti soggetti a

imposte sostitutive.

N.B. esiste anche una ritenuta diretta: in tale metodo rientrano le ritenute dirette operate dalla Pubblica

Amministrazione (non esiste infatti la figura del sostituto d’imposta).

Redditi di lavoro autonomo

Art 53 “Sono redditi di lavoro autonomo quelli che derivano dall'esercizio di arti e professioni. Per esercizio

di arti e professioni si intende l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di

lavoro autonomo diverse da quelle considerate nel capo VI, compreso l'esercizio in forma associata di cui

alla lettera c) del comma 3 dell'articolo 5.”

Per arte si intende lo svolgimento di un’arte. Es pittore, scultore, imbianchino, artigiano, cantante ecc.

Per professione si intende un’attività intellettuale svolta da un professionista, ossia colui che è iscritto ad un

albo. Tale iscrizione è condizione necessaria affinché l’attività sia qualificata come intellettuale.

L’art 53 sottolinea anche il fatto che un’attività, per rientrare nella categoria di lavoro autonomo, deve

avere i seguenti requisiti:

o Abitualità -> l’attività deve essere continuativa; se è occasionale rientra nella categoria dei ‘redditi

diversi’(art 67)

o Non escludibilità -> lo svolgimento di tale attività di lavoro autonomo non esclude lo svolgimento di

altri tipi di attività

Esempio

Un professore universitario, se rinuncia a metà del suo stipendio, può svolgere

anche l’attività professionale in modo abituale. Senza incorrere nella decurtazione

dello stipendio, invece, può svolgere occasionalmente delle consulenze, previa

autorizzazione del rettore.

o Natura non commerciale -> altrimenti siamo nel campo dei redditi d’impresa

o Svolta in modo autonomo

Qual è la differenza sostanziale con il reddito di lavoro dipendente?

Il reddito di lavoro autonomo è quello derivante dall’esercizio di un’attività non alle dipendenze di un

datore di lavoro.

Solitamente un lavoratore autonomo stipula un contratto d’opera (art 2222 cc), ossia un contratto con un

proprio cliente senza che vi sia un vincolo di subordinazione.

N.B. l’esercizio di attività autonoma può essere anche esercitata in modo associato; l’associazione

professionale non è però un soggetto passivo: quindi il reddito verrà quantificato in capo all’associazione e

poi imputato pro quota ai singoli professionisti (principio di trasparenza). Tale quota rientrerà poi nella base

imponibile IRPEF sotto la categoria dei redditi di lavoro autonomo.

! le attività che rientrano nella categoria dei redditi di lavoro autonomo non deve essere qualificabile come

reddito d’impresa. Ma quali attività possono appartenere ad entrambe le categorie?

L’attività intellettuale, derivando dall’intuito persone, non può mai essere associata a reddito d’impresa.

La situazione è diversa quando si tratta dell’esercizio di arti; affinché l’attività delle arti sia considerata

come attività d’impresa, e il soggetto come imprenditore, è necessario che essa sia organizzata in forma

d’impresa: ci deve essere la presenza di beni strumentali, necessari allo svolgimento dell’attività, e che

questi prevalgano sull’attività individuale.

Art 55 comma 2 “Sono inoltre considerati redditi d'impresa:

i redditi derivanti dall'esercizio di attività organizzate in forma d'impresa dirette alla prestazione di servizi

che non rientrano nell'art. 2195 c.c.”

In definitiva bisogna fare distinzione tra:

o prestazione di servizio -> reddito di lavoro autonomo

o prestazione di servizio organizzata in forma d’impresa -> reddito d’impresa

o produzione di servizio -> reddito d’impresa

Perché un soggetto dovrebbe decidere di organizzarsi in forma d’impresa?

L’essere considerati imprenditori ed esercitare un’attività organizzata in forma di impresa permette di

avere maggiori detrazioni e beneficiare degli ammortamenti.

D’altro canto l’essere imprenditori porta ad essere esposti al fallimento e, se non si rientra nella categoria

di imprenditori minori, non si può beneficiare della contabilità semplificata: si dovranno tenere le scritture

contabili e redigere il bilancio.

Lavoro autonomo assimilato

Art 53 comma 2 “Sono inoltre redditi di lavoro autonomo:

b) i redditi derivanti dalla utilizzazione economica, da parte dell'autore o inventore, di opere dell'ingegno, di

brevetti industriali e di processi, formule o informazioni relativi ad esperienze acquisite in campo industriale,

commerciale o scientifico, se non sono conseguiti nell'esercizio di imprese commerciali;

N.B. dall’ammontare lordo si deduce il 25% a titolo di spese di produzione (40% se l’autore o

l’inventore < 35 anni)

c) le partecipazioni agli utili di cui alla lettera del comma 1 dell'articolo 41 quando l'apporto è costituito

esclusivamente dalla prestazione di lavoro;

d) le partecipazioni agli utili spettanti ai promotori e ai soci fondatori di società per azioni, in accomandita

per azioni e a responsabilità limitata;

N.B. perché derivano dall’attività svolta per la promozione o costituzione della società

e) le indennità per la cessazione di rapporti di agenzia.

f) i redditi derivanti dall'attività di levata dei protesti esercitata dai segretari comunali ai sensi della legge 12

giugno 1973, n. 349.”

N.B. È importante sottolineare che per questa tipologia di redditi assimilati, esenti dall’obbligo della tenuta

della contabilità semplificata, a parte i costi deducibili in misura forfettaria dai diritti di autore, non sono

ammesse altre deduzioni di costi.

Determinazione della reddito imponibile

Disciplina all’art 54

Il reddito viene calcolato attraverso la differenza tra compensi (corrispettivi percepiti a titolo di

remunerazione dell’attività) e spese sostenute.

Tali somme si possono desumere dal fatto che un soggetto producente reddito autonomo è obbligato a

tenere la contabilità semplificata.

N.B. Dato che a differenza del lavoro dipendente qui non esiste alcun sostituto d’imposta, il lavoratore

autonomo deve versare i contributi previdenziali ed assistenziali in autonomia. Tali somme rientrano tra le

spese sostenute dal lavoratore e pertanto non rientrano nel reddito imponibile.

N.B. rientrano tra le identità oggetto di reddito anche la cessione di clienti, il cosiddetto avviamento

professionale.

! 

il principio cardine che viene utilizzato è il criterio di cassa devono essere considerati nella base

imponibile solamente i redditi percepiti, cioè incassati, nel periodo d’imposta.

Possono rientrare come componente reddituale attiva, oltre i compensi, anche le plusvalenze o

minusvalenze dei beni strumentali, cioè quei beni utilizzati, in modo esclusivo, per la produzione del reddito

(il TUIR non dà una definizione di strumentalità). Ricordiamo invece che nei redditi di impresa anche i beni

non strumentali possono generare plus/minusvalenze (es. attività finanziarie).

Esistono delle condizioni affinché un bene strumentale generi minusvalenze o plusvalenze:

o sono generate a titolo oneroso

o sono generate a titolo di risarcimento

o sono generate da una destinazione a titolo personale del bene strumentale -> ipotesi di

autoconsumo

N.B. l’ipotesi di destinazione ad uso personale non può però generare minusvalenze.

Come si quantificano le plus/minusvalenze?

Si quantificano dalla differenza tra il corrispettivo/indennità e il costo non ancora ammortizzato.

Nel caso in cui si è in assenza di corrispettivo o indennità si fa riferimento al valore normale dei beni

strumentali (art 9).

Componenti negative di reddito: le spese e i costi pluriennali

Le spese deducibili sono quelle sostenute “nell’esercizio dell’arte e della professione”, ossia inerenti a tale

esercizio.

Anche in questo caso vige quindi il principio di cassa: si possono dedurre le spese il cui pagamento avviene

nel periodo d’imposta.

Le spese inerenti sono di regola integralmente deducibili, anche se non mancano le eccezioni*.

È possibile portare in deduzione anche :

 quote di leasing

 quote di ammortamento i beni strumentali (secondo i coefficienti determinati dal ministero

attraverso i regolamenti)

 quote di accantonamento per TFR

N.B. in questi 3 casi vi è una deroga al principio di cassa: si applica infatti il principio di

competenza.

 minusvalenze (vedere quanto detto prima)

* eccezioni alla deducibilità delle spese:

Spese promiscue esse sono spese derivanti dall’uso promiscuo dei beni strumentali, ossia un utilizzo non

esclusivo per lo svolgimento dell’attività.

Il legislatore consente di detrarre il 50% di tali spese ma non permette di ammortizzarle.

Spese di rappresentanza sono spese derivanti dalla manifestazione all’esterno della propria attività.

Il legislatore, per evitare abusi, permette di portare in deduzione tali spese solo per un ammontare

corrispondente all’1% dei compensi. 

Spese per ammodernamento , ristrutturazione e manutenzione straordinaria di immobili deducibili solo

per il 5% del costo complessivo dei beni ammortizzabili

Spese per alberghi e ristoranti deducibili nel limite di 75%

Spese relative a impianti di telefonia mobile e fissa deducibili per 80%

Redditi di capitale

L’art 44 del TUIR attua un’elencazione all’interno della quale possiamo distinguere 2 principali gruppi di

redditi:

o proventi derivanti dalla partecipazione in società ed enti -> cioè dividendi distribuiti dalle società di

capitali

o interessi e altri proventi che derivano da mutui e da altre forme di impiego del capitale

In linea generale possiamo definire redditi di capitale tutti quei redditi che derivano da rapporti aventi per

oggetto l’impiego di un capitale e che sono certi nell’an, ma non nel quantum (almeno per le azioni).

Nell’elenco dei redditi di capitale troviamo inoltre:

- gli interessi e altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti

- le rendite perpetue e le prestazioni annue perpetue

- i compensi per prestazioni di fideiussione o di altra garanzia

- i proventi derivanti da riporti e pronti contro termine su titoli e valute

- i proventi derivanti dal mutuo di titoli garantito

- i redditi compresi nei capitali corrisposti in dipendenza di contratti di assicurazione sulla vita e

di capitalizzazione

N.B non sono redditi di capitale:

o Plusvalenze che derivano dalla cessione di azioni o di obbligazioni (perché si tratta di proventi

derivanti da un evento incerto)

o Interessi non derivanti dall’impiego di capitale, ma da crediti di lavoro o d’impresa

Sono quindi redditi di capitale i frutti (dividendi e altri proventi) che derivano dall’impiego, ossia dal

possesso (titolarità giuridica), di azioni o di altri titoli che rappresentano una frazione del capitale o del

*

patrimonio della società emittente.

* ci sono alcuni enti, come le fondazioni, che hanno il patrimonio e non il capitale sociale

N.B. ci si riferisce solo a società, o altri enti, che sono soggetti all’IRES; i redditi delle società di persone sono

infatti imputati ai soci in applicazione del principio di trasparenza.

! siamo dinanzi a reddito di capitale solamente quando le attività finanziarie sono possedute da persone

fisiche o enti, che non esercitano attività commerciale. Per le società, gli enti commerciali e gli imprenditori

i proventi derivanti dalle attività finanziarie non determinano redditi di capitale ma redditi d’impresa.

Distinzione tra azioni e obbligazioni

E’ necessario distinguere la posizione degli azionisti da quella dei titolari di obbligazioni:

L’azioni rappresentano una frazione del capitale sociale, conferiscono al titolare la qualità di socio

attribuendo diritti amministrativi (voto) e patrimoniali (divisione degli utili).

Le obbligazioni sono dei titoli di credito attraverso i quali la società si finanzia, conferiscono al titolare la

qualità di creditore attribuendo il diritto alla restituzione della ‘somma prestata’ + la remunerazione data

dagli interessi.

Dal punto di vista fiscale, dividendi e interessi, pur facendo parte della stessa categoria di reddito, sono

trattati diversamente; questo perché

- Il capitale proprio è remunerato con la distribuzione degli utili -> non deducibili dal reddito della

società

- Le obbligazioni sono remunerate con la corresponsione degli interessi -> deducibili dal reddito della

società

Per la società non è quindi fiscalmente indifferente disporre di capitale proprio o di capitale di terzi.

N.B.

Con il D.lgs. 344 del 2003 entrato in vigore nel 2004 (riforma delle società) le società hanno l’autonomia

statutaria di decidere l’emissione di strumenti finanziari partecipativi, ossia strumenti nei quali i diritti

amministrativi e patrimoniali possono essere ‘graduati’ rispetto alla classica bipartizione tra azioni e

obbligazioni.

Il problema che sorge è: come debbano essere classificate tali tipologie di attività finanziarie?

Si deve prescindere dalla definizione/nomenclatura che la società attribuisce al titolo emesso; si deve

guardare alle caratteristiche del titolo stesso, osservando in particolar modo se la remunerazione per

l’investitore è deducibile o meno dalla società come costo:

o deducibilità -> tali strumenti sono assimilati alle obbligazioni

o indeducibilità -> tali strumenti sono assimilati alle azioni

Questo ovviamente andrà ad incidere sul regime di tassazione.

I titoli atipici, cioè quelli non classificabili né come azioni né come obbligazioni, non possono essere

assimilati ad alcun strumento finanziario e scontano quindi un regime fiscale sostitutivo.

Regime di tassazione

Si deve distinguere un regime differente tra zioni e obbligazioni.

 AZIONI

Il trattamento fiscale varia in ragione della quota di partecipazione posseduta dalla persona fisica,

distinguendo quindi tra:

o partecipazione qualificata -> socio capitalista

o partecipazione non qualificata -> socio non capitalista

Tale distinzione, che è possibile trovare all’art 67 lettera c), prevede che la partecipazione si possa definire

qualificata quando soddisfa i seguenti requisiti:

Società quotate Società non quotate

Diritto di voto in

assemblea ordinaria Almeno 2% Almeno 20%

Partecipazione al

capitale o patrimonio Almeno 5% Almeno 25%

Il legislatore ha previsto due criteri alternativi perché ci sono enti che non sono dotati di assemblea

ordinaria ma solamente di CdA.

Partecipazione qualificata il 49,72% dei dividendi (proventi) rientra nella base imponibile dell’IRPEF, alla

quale si applicano le aliquote progressive per scaglioni di reddito.

Il legislatore ha previsto che solamente una parte del dividendo rientri nella base imponibile (sistema

dell’esenzione parziale) per evitare la doppia tassazione; l’utile è infatti già tassato in capo alla società

attraverso l’aliquota IRES del 27,5%.

Tali percentuali dureranno fino al 31/12/2016 perché dal 2017 l’aliquota IRES si abbasserà al 24% portando

contestualmente in aumento la % di dividendi che rientreranno nella base imponibile IRPEF.

Partecipazione non qualificata art 3 comma 3 lettera a), art 47 comma 2.

Si applica un regime fiscale sostitutivo: i dividendi sono soggetti ad una ritenuta a titolo d’imposta (cedolare

secca) del 26%, da calcolare sull’intero importo percepito, effettuata direttamente dall’impresa.

N.B. se la partecipazione è in una società collocata in un paradiso fiscale, l’intera partecipazione concorrerà

a formare il reddito complessivo (dato che la tassazione in tali paesi è prossima allo 0, non si andrà

incontro ad una doppia tassazione includendo il 100% nella base imponibile).

Tali regimi valgono per:

o azioni (no però azioni di risparmio perché attribuiscono solo diritti patrimoniali)

o titoli assimilati ad azioni

o quote di S.r.l.

o diritti di opzione su azioni o quote

! Non costituisce reddito ciò che i soci ricevono a titolo di ripartizione di riserve di capitale o altri fondi non

costituiti con utili. Tali introiti, infatti, non hanno natura reddituale ma patrimoniale; sono infatti

restituzioni di conferimenti.

Secondo tale regola, le somme o il valore normale dei beni che il socio riceve in caso di recesso, esclusione,

riscatto, riduzione del capitale esuberante o di liquidazione delle società ed enti non costituiscono utili per

la parte che corrisponde al costo della partecipazione; lo sono per la parte eccedente.

 OBBLIGAZIONI

Disciplina all’art 26 del D.pr. 600/73

I proventi (interessi) derivanti dal possesso di obbligazioni e titoli assimilati ad obbligazioni scontano

sempre un regime fiscale sostitutivo; è prevista una ritenuta alla fonte a titolo di imposta (cedolare secca)

la cui aliquota varia in base al soggetto che emette tali strumenti finanziari:

o obbligazioni private -> 26%

o obbligazioni statali o di enti sovranazionali -> 12,5%

Si può notare come il legislatore abbia agevolato la tassazione delle obbligazioni statali per favorire sia il

piccolo risparmiatore che la sostenibilità del debito pubblico (infatti per garantire un rendimento netto

uguale alle obbligazioni private ,in caso di aliquota maggiore, avrebbe comportato l’aumento dei

rendimenti lordi sui titoli di stato; facendo così aumentare il debito pubblico)

Le obbligazioni statali, inoltre, non scontano la successione ereditaria.

Determinazione dei redditi di capitale

L’art 45 del TUIR afferma che

“Il reddito di capitale è costituito dall'ammontare degli interessi, utili o altri proventi percepiti nel periodo di

imposta, senza alcuna deduzione”

Sono quindi 2 le regole generali in materia di determinazione dei redditi di capitale:

- la tassazione al lordo -> impedisce la deduzione, sia di spese di produzione (es. spese bancarie

inerenti ad un reddito di capitale), sia di perdite.

- Il principio di cassa -> viene tassata la somma percepita nel periodo d’imposta, mentre non rileva il

credito maturato

N.B. quando, al termine del rapporto, l’investitore riceve una somma superiore a quella impiegata, la

differenza è anch’essa tassata come reddito di capitale e non come capital gain nei redditi diversi (si ricordi

infatti che quest’ultimo deriva da un evento incerto; es. fluttuazioni di mercato o decisione di cessione).

Esempio

Acquisto BTP ad un valore di emissione (96) < valore di rimborso (100).

Se li porto a scadenza, la differenza tra il prezzo di emissione e somma percepita alla scadenza

confluisce nei redditi di capitale.

Se invece decido di cedere prima tali titoli perché il loro valore di mercato è salito (126), allora la

differenza tra valore di emissione a valore attuale (126 – 96) costituisce capital gain e confluirà nei

redditi diversi.

Considerazioni sui regimi sostitutivi

Nella maggior parte dei casi, come abbiamo visto, i redditi di capitale non concorrono a formare il reddito

complessivo, perché scontano un regime sostitutivo che prevede la ritenuta a titolo d’imposta (imposta

proporzionale).

Questo avviene per ragioni concesse al favor verso il risparmio: ciò è in linea con l’art 47 della Costituzione

secondo cui è compito della Repubblica incoraggiare e tutelare il risparmio.

Inoltre, data la natura mobile di tali attività finanziarie, oneri fiscali gravosi ne determinerebbero il

trasferimento in Paesi a fiscalità ridotta.

L’imposta sostitutiva può essere applicata direttamente dal contribuente, mediante dichiarazione, oppure

dagli emittenti o dagli intermediari, mediante ritenuta alla fonte; in quest’ultimo caso ci sono così diversi

regimi opzionali, a discrezione del contribuente:

risparmio amministrato; risparmio gestito; fondi comuni.

Redditi diversi

Il legislatore ha raggruppato in questa categoria una serie di ipotesi eterogenee, che sono tutte

caratterizzate dal fatto di non avere qualche tratto caratteristico dei redditi delle categorie tipiche; sono

quindi redditi che non derivano quindi da una particolare fonte produttiva.

Tale materia è disciplinata agli articoli 67-71 del TUIR.

Plusvalenze da titoli azionari e obbligazionari

Rientrano in questa categoria di redditi i guadagni di capitale (capital gain), ossia le plusvalenze realizzate

dalla cessione a titolo oneroso di azioni, obbligazioni e titoli equiparati.

N.B. è importante sottolineare che le plusvalenze rientranti in questa categoria devono essere realizzate da

persone fisiche (e non giuridiche) non esercitanti attività d’impresa.

La plusvalenza si genera quando un titolo è ceduto ad un prezzo superiore a quello di acquisto:

es. ho comprato obbligazioni per 100’000€ con scadenza a 10 anni e rendimento annuo del 4%.

Oggi valgono 125’000€ (somma che permette di acquistare lo stesso controvalore di rimborso); se

deciso di cedere tati titoli ottengo quindi una plusvalenza di 25’000€.

Per i titoli azionari ed equiparati ad azionari, la tassazione dipende dalla natura della partecipazione:

 

qualificata il 49,72% della plusvalenza rientra nei redditi diversi e quindi andrà a comporre il

reddito complessivo

 

non qualificata è soggetta ad imposta sostitutiva del 26%; in questo caso il contribuente può

scegliere tra diversi regimi di tassazione:

o risparmio amministrato -> la plusvalenza è tassata alla realizzazione (principio di cassa)

o risparmio gestito -> la tassazione avviene sul risultato di gestione giornaliero secondo il

criterio della maturazione (principio di competenza)

N.B. le azioni di risparmio sono sempre partecipazioni non qualificate perché attribuiscono solo

diritti patrimoniali e non amministrativi

Per i titoli obbligazionari invece la tassazione delle plusvalenze è analoga a quella dei frutti:

 obbligazioni statati o di enti sovranazionali -> 12,5%

 obbligazioni private -> 26%

Rientrano in tale categoria di redditi anche gli incrementi di valore derivanti dalla cessione a titolo oneroso

di oro grezzo e monete d’oro.

! il caso opposto è quando il valore di cessione di un titolo è inferiore al valore di acquisto: in questo caso si

genera una minusvalenza. Il legislatore permette di ‘congelare’ la minusvalenza e portarla a compensazione

delle eventuali future plusvalenze.

Plusvalenze immobiliari

Rientrano qui alcune plusvalenze, dette ‘isolate’, perché non realizzare nel contesto di un’attività

economica di tipo continuativo (esempio attività d’impresa).

E’ prevista la tassabilità per 3 ipotesi:

 plusvalenze realizzate tramite lottizzazione di terreni od opere intese a renderli edificabili e

successiva vendita

 plusvalenze derivanti dalla vendita di beni immobili acquistati o costruiti da non più di 5 anni.

Questo perché si tratta di attività speculativa

Non rientrano però le plusvalenze derivanti da immobili acquisiti a titolo di successione e

quelli adibiti ad abitazione principale per la maggior parte del tempo trascorso tra l’acquisto

e la cessione.

 plusvalenze realizzate dalla cessione a titolo oneroso di terreni edificabili

Tali plusvalenze vengono tassate, facendo concorrerle alla formazione del reddito complessivo, con le

aliquote progressive per scaglioni di reddito IRPEF.

Altri redditi diversi

Fanno parte dei redditi diversi anche varie ipotesi reddituali, che possono essere indicate mettendo in

rilievo la categoria tipica a cui sono ricollegabili, ma in cui non possono essere comprese per mancanza di

un elemento essenziale della definizione della categoria tipica:

 redditi di natura fondiaria, la cui quantificazione non è data dal catasto (elemento essenziale per

classificarlo come reddito fondiario)

 redditi dei beni immobili situati all’estero (per lo stesso motivo di prima)

 redditi da attività di lavoro autonomo esercitate in modo non abituale (l’abitualità è infatti

elemento essenziale per qualificarli come r.d.l.a.)

 redditi derivanti dall’utilizzazione di opere dell’ingegno, di brevetti industriali, formule e simili

(manca il carattere dell’abitualità)

 vincite delle lotterie, dei giochi, ecc.

 redditi derivanti dall’affitto o dalla vendita dell’azienda. In caso di vendita solo se l’imprenditore

possiede esclusivamente quell’azienda: con la cessione in questo caso, infatti, il soggetto perde la

qualità di imprenditore

 redditi che derivano dall’assunzione di obblighi di fare, non fare, permettere.

N.B. Con questa formula di chiusura di portata generale, che chiude il sistema, il legislatore lo rende

tendenzialmente comprensivo di ogni ipotesi di reddito prodotto.

Data l’eterogeneità dei redditi contenuti in questa categoria, le relative regole di determinazione non sono

uniformi. In linea generale vendono tassati al momento della realizzazione (principio di cassa), ma -a

differenza di quelli di capitale- si deducono le spese ed oneri di produzione.

Redditi d’impresa

L’art 55 del TUIR afferma che

“Sono redditi d'impresa quelli che derivano dall'esercizio di imprese commerciali. Per esercizio di imprese

commerciali si intende l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, (2 caratteristiche che

qualificano tale categoria) delle attività indicate nell'art. 2195 c.c., e delle attività indicate alle lettere b) e c)

del comma 2 dell'art. 32 che eccedono i limiti ivi stabiliti, anche se non organizzate in forma d'impresa.”

(l’organizzazione non è quindi un elemento qualificante)

Quindi rientrano le seguenti attività:

o un’attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi;

o un’attività intermediaria nella circolazione dei beni;

o un’attività di trasporto per terra, o per acqua o per aria;

o un’attività bancaria o assicurativa;

o altre attività ausiliarie delle precedenti

o allevamento

o coltivazione del fondo

In questo primo comma si fa riferimento alla definizione di imprenditore del Codice civile; art 2082

“Sono inoltre considerati redditi d'impresa:

a) i redditi derivanti dall'esercizio di attività organizzate in forma d'impresa dirette alla prestazione di servizi

che non rientrano nell'art. 2195 c.c.;

b) i redditi derivanti dall'attività di sfruttamento di miniere, cave, torbiere, saline, laghi, stagni e altre acque

interne;

c) i redditi dei terreni, per la parte derivante dall'esercizio delle attività agricole di cui all'articolo 32, pur se

nei limiti ivi stabiliti, ove spettino alle società in nome collettivo e in accomandita semplice nonché alle

stabili organizzazioni di persone fisiche non residenti esercenti attività di impresa.

Le disposizioni in materia di imposte sui redditi che fanno riferimento alle attività commerciali si applicano,

se non risulta diversamente, a tutte le attività indicate nel presente articolo.”

Quindi in definitiva il redditi d’impresa possono essere realizzati da:

- persone fisiche che svolgono attività commerciale (imprenditori individuali)

- persone fisiche che svolgono attività commerciale in forma collettiva

 società di capitali

 s.n.c. e s.a.s. (art 6 comma 3)

 società di persone (ricordiamo il principio di trasparenza)

 enti commerciali

 enti non commerciali solo in forma residuale

Fino al 2003 (riforma delle società che poi ha comportato riforma tributaria) la disciplina del reddito

d’impresa era individuata all’interno di quella dell’imprenditore commerciale. Ora le disposizioni

fondamentali si ritrovano all’interno dell’IRES, mentre le deroghe sono nella disciplina dell’IRPEF.

Le norme fiscali sul reddito d’impresa non costituiscono dunque una disciplina organica, ma si limitano ad

imporre delle variazioni.

Base imponibile

Il punto di partenza è il risultato dell’esercizio dell’attività. Questo possiamo desumerlo dalla contabilità:

ricordiamo che il regime naturale per le imprese commerciali è la contabilità ordinaria a meno che, entro

determinati limiti di volume di affare, non si risulti un’impresa minore che adotta il regime di contabilità

semplificata.

Una volta individuato il “risultato prima delle imposte” (l’art 83 lo definisce utile o perdita d’esercizio) si

apportano variazioni in aumento o in diminuzione in base a quanto disposto dal Testo Unico.

N.B. è questo il sistema della dipendenza del reddito fiscale da quello civilistico. Si tratta di dipendenza

parziale, perché il reddito fiscalmente rilevante non si identifica, tout court, con il risultato del CE.

Possiamo avere quattro tipi di variazioni:

o variazioni in aumento di un componente positivo del CE

o variazioni in aumento che eliminano o riducono un componente negativo del CE

o variazioni in diminuzione per eliminare o ridurre un componente positivo del CE

o variazioni in diminuzione per dedurre i componenti negativi non presenti nel CE

Norme generali sulla determinazione del reddito: i principi

Tali disposizioni si trovano all’art 109

L’attività di impresa è un continuum che viene convenzionalmente frazionato in esercizi sociali annuali. Ad

ogni esercizio corrisponde un periodo d’imposta.

L’imputazione dei componenti negativi e positivi che concorrono a determinare il reddito d’impresa deve

essere conforme al principio di competenza economica; in base a tale principio assume rilievo il momento

in cui si verifica il negozio giuridico da cui deriva il componente reddituale:

o i ricavi devono essere imputati all’esercizio in cui sono conseguiti in senso economico, ossia quando

avviene lo scambio con i terzi; in particolare

 cessioni di beni mobili -> è rilevante la data della consegna o della spedizione

 cessioni di beni immobili e aziende -> è rilevante la data di stipulazione dell’atto

 prestazioni di servizio -> è rilevante la data in cui la prestazione è ultimata. In caso di

prestazioni periodiche rileva la data di maturazione dei corrispettivi

o i costi assumono rilievo quando sono realizzati i ricavi che contribuiscono a produrre (principio di

correlazione dei costi ai ricavi); valgono le stesse regole dette per i ricavi.

N.B. i costi non sono tutti deducibili nel periodo in cui si considerano sostenuti: il principio

di competenza economica comporta che i costi siano correlati ai ricavi. I costi pluriennali

devono quindi essere dedotti nei diversi esercizi in cui concorrono a produrre ricavi.

Es. rimanenze, ammortamenti, spese relative a più esercizi

! le norme in materia di competenza determinano una variazione temporanea.

Es. la norma impone di differire un costo, quando nell’esercizio di competenza, non è certo nell’an e nel

quantum, produce una variazione di natura temporanea (in aumento); quando il costo diventerà certo

allora sarà dedotto ai fini fiscali (variazione in diminuzione)

Vi sono norme che derogano il principio di competenza:

i costi e i ricavi non sono da imputare all’esercizio di competenza se non sono certi nell’an e nel quantum;

in tal caso devono essere imputati nel periodo in cui divengono certi e quantificabili con criteri oggettivi.

Accanto al principio generale sopra citato vi è anche il principio di inerenza: questo è un nesso funzionale

che lega il costo alla vita dell’impresa. Un costo, che non è sostenuto in funzione della produzione dei ricavi,

non è deducibile; non è, infatti, un costo funzionale alla produzione del reddito ma solamente una forma di

impiego del reddito prodotto.

Beni dell’impresa

Art 65

Una questione molto importante riguarda l’identificazione dei beni relativi all’impresa. Qualificare un bene

come relativo all’impresa significa che esso è soggetto al sistema di regole che concernono il reddito

d’impresa.

Il processo di identificazione può avvenire attraverso una doppia qualificazione:

 Qualificazione soggettiva

Dobbiamo fare una distinzione tra

o imprenditore l’annotazione nell’inventari ha natura costitutiva: solamente i beni che compaiono

nell’inventario sono beni dell’impresa (produttivi di reddito d’impresa); tutti gli altri beni

appartengono alla sfera personale dell’imprenditore

o società commerciali di persone/società di capitali a prescindere dal fatto che le società di

persone non siano soggetti passivi IRES e IRPEF, sorge in ogni caso il problema di comprendere se

un bene appartiene alla società: in tal caso si fa riferimento ai beni che appaiono nelle scritture

contabili (S.P.).

N.B. in questo caso, a differenza dell’imprenditore individuale, non vi è alcun dubbio sul

concetto di appartenenza dei beni all’impresa: i beni facenti parte del patrimonio

individuale dei soci sono ben distinti da quelli della società.

 Qualificazione oggettiva

In base all’oggetto possiamo distinguere diverse categorie di beni:

o Beni merce -> questi sono l’oggetto dell’attività di impresa. Sono ovviamente equiparabili alle

prestazioni di servizi.

Possono dare origine a ricavi; costi; rimanenze

o Beni strumentali -> il legislatore non da una definizione di strumentalità; dobbiamo quindi derivarla

dalla disciplina aziendale:

sono strumentali i beni utilizzati per lo svolgimento dell’attività d’impresa.

A livello fiscale posso comprendere se sono di fronte ad un bene strumentale se questo viene

ammortizzato. (art 102)

Possono dare origine a componenti positivi di reddito attraverso una plusvalenza, e viceversa.

o Beni di puro investimento -> la società può avere beni, che non so né merce né strumentali, ma di

puro investimento o meramente patrimoniali.

Es. attività finanziarie (non sono infatti ammortizzabili)

A proposito di queste, la società può decidere come classificarle e, tale scelta, andrà ad impattare

sulla natura del componente reddituale in caso di cessione:

o breve termine -> attivo circolante generano ricavi per l’intero importo

o medio/lungo termine -> immobilizzazioni finanziarie generano una plusvalenza

patrimoniale

N.B. per stabilire la categoria di appartenenza di un bene, bisogna aver riguardo alla sua relazione con

l’attività di impresa, non al bene in se: un macchinario o un immobile sono beni-merce per l’impresa che li

costruisce; sono beni strumentali per l’impresa che li utilizza.

Disciplina delle perdite

E’ importante ricordare la distinzione tra contabilità ordinaria e semplificata: le società di persone e gli

imprenditori individuali, che non superano determinati livelli di affari possono optare per la contabilità

semplificata. Ciò andrà ad impattare sulla disciplina delle perdite.

Per le società di capitali il regime naturale è quello della contabilità ordinaria: la perdita in questo caso può

essere portata a compensazione solo per l’80% del reddito imponibile dei successivi periodi d’imposta

N.B. se l’attività è stata costituita da meno di 3 anni le perdite possono essere compensate per l’intero

importo

I componenti positivi: i ricavi

Le norme in materia di componenti positivi, all’art 85, disciplinano:

o criteri di identificazione

o fattispecie rilevanti

o criteri di determinazione

In particolare sono ricavi:

o corrispettivi delle cessioni di beni compresi nell’attivo circolante

o corrispettivi delle cessioni di beni e prestazioni di servizio (oggetto dell’attività d’impresa)

o corrispettivi delle cessioni di materie prime, semilavorati ecc. acquistati o prodotti per essere

utilizzati nella produzione

o indennità a titolo di risarcimento, anche in forma assicurativa, per la perdita o il danneggiamento di

beni

o contributi in denaro (o valore normale per quelli in natura) spettanti sotto qualsiasi denominazione

in base a contratto

o contributi spettanti esclusivamente in conto esercizio a norma di legge

o quando un bene-merce fuoriesce dall’impresa senza corrispettivo (es. caso di autoconsumo o

cessione gratuita)

Plusvalenze patrimoniali

Disciplina all’art 86

La plusvalenza è la differenza tra un valore finale ed un valore-base; quest’ultimo è il valore fiscalmente

riconosciuto, ossia il costo del bene incrementato o ridotto dalle variazioni derivanti dall’applicazione delle

norme tributarie. (classico esempio ammortamento)

Le plusvalenze sono tassate quando:


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e management (COMO - VARESE)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher maxim94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Mauro Michele.

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