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Appunti Diritto Penale

Appunti completi lezioni di Diritto Penale del corso SCIS univeristà di Bologna, sede di Forlì basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Mantovani, dell'università degli Studi di Bologna - Unibo. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto penale docente Prof. M. Mantovani

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ESTRATTO DOCUMENTO

Qualora il reo sia in possesso di beni di persone estranee al reato, che non si possono sottrarre, verranno a

lui confiscati i propri beni disponibili per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto.

RIPARAZIONE PECUNIARIA: art. 322 quater c.p. - Valida per P.U. e per Inc. di P.S., ai quali è ordinato il

pagamento di una somma pari all'ammontare di quanto indebitamente ricevuto, a titolo riparatorio in

favore della P.A. alla quale appartengono. I reati sono previsti dagli articoli 314, 317, 318, 319, 319-ter (in

favore della giustizia), 319-quater, 320, 322-bis.

ABUSO D’UFFICIO: art. 323 c.p. - “ Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di

pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero

omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti , intenzionalmente

procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno

”.

a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità

È stato oggetto negli ultimi anni di due riforme legislative, la l. n. 86/1990 e la l. n. 234/1997, che ne hanno

modificato l'assetto, ridimensionando l'astrattezza, aumentando la tassatività della norma e ridefinendo la

fattispecie criminosa entro più delimitati confini. La nuova formulazione subordina l'illecito penale al

verificarsi di determinate condotte che intenzionalmente procurano un danno ingiusto o un ingiusto

vantaggio (solo la condotta produttrice del danno o dell'ingiusto vantaggio può integrare il reato).

Per integrare l'elemento oggettivo del reato, la condotta deve essere compiuta nello svolgimento delle

funzioni o del servizio. Il soggetto attivo deve cioè perpetrare l'abuso nella veste di P.U. o Inc. di P.S.

L'abuso richiesto per l’integrazione della fattispecie deve intendersi come esercizio del potere per scopi

diversi da quelli imposti dalla natura della funzione.

La nuova legislativa del 1997 ha trasformato l'abuso d'ufficio da reato di mera condotta a reato di evento:

mentre nel previgente testo veniva punito qualsiasi atto o fatto materiale posto in essere dall'agente in

violazione di un dovere inerente al suo ufficio, nell'attuale testo il reato può dirsi integrato solo quando

‘l'agente procuri a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrechi ad altri un danno

ingiusto’. La norma incriminatrice non fornisce alcuna ulteriore specificazione sulla condotta, pretendendo

soltanto che il danno o il vantaggio ingiusto siano arrecati con violazione di norma di legge o di

regolamento o con l'omessa astensione. L'attuale formulazione della fattispecie delinea il dolo

generico che, dal momento che la fattispecie evento costituisce il fine dell’agente, assume la forma

necessaria del “dolo intenzionale”.

Es. - Il medico specialista di una struttura pubblica, per conseguire un vantaggio patrimoniale, indirizza i

pazienti verso un laboratorio privato del quale è socio per compiere esami che potevano eseguirsi in

struttura pubblica (Cass. n. 27936/2008).

Condotta: violazione dell’obbligo di astensione

Oggetto: vantaggio patrimoniale

Dolo: generico a forma intenzionale

Reato: di evento

RIFIUTO DI ATTI D’UFFICIO. OMISSIONE: art. 328 c.p. - “ Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che

indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e

sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

Fuori dei casi previsti dal primo comma il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla

richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la

reclusione fino ad un anno o con la multa fino a 1.032 euro. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta

”.

giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa

La norma è frutto della riforma del 1990, la quale restringe l’ambito di operatività del primo comma alla

sola ipotesi del rifiuto (dove precedentemente era inserita anche l’omissione).

Il rifiuto d'atto d'ufficio è un reato che si verifica se un P.U. o un dipendente pubblico rifiuta in maniera

diretta di esercitare una sua mansione, sia a seguito di un ordine di un proprio superiore, che a fronte di

una situazione che richiede, per legge, un'immediata e obbligatoria reazione. Il reato è tale solo a fronte di

un rifiuto non adeguatamente motivato, pertanto indebito. La fattispecie mira a garantire l’effettiva

attuazione delle funzioni o del servizio attraverso la realizzazione degli atti ad essa necessari. Pertanto il

reato si configura solo qualora l’atto sia oggettivamente mancante.

L'omissione di atto d'ufficio si configura invece a fronte di una mancata risposta, e non a fronte di un

esplicito e diretto diniego. In sostanza, il silenzio è omissione. Perché vi sia omissione sono necessari tre

requisiti: 1) la richiesta formale dell'interessato; 2) il mancato compimento dell'atto entro 30 giorni dalla

ricezione della richiesta; 3) la mancata esposizione delle ragioni del ritardo.

Oggetto di tutela della norma risultano sia il corretto andamento della P.A. sia la posizione del singolo

richiedente, il quale risulta danneggiato forse più che la prima.

Condotta: rifiuto/omissione

Oggetto: -

Dolo: generico

Reato: di evento

TITOLO V – Delitti contro l’ORDINE PUBBLICO

ORDINE PUBBLICO - In senso materiale, è inteso come regola minima di pacifica convivenza e pace sociale

e, nella dimensione soggettiva, come affidamento in esso riposto dai singoli. Insieme di norme

fondamentali la cui osservanza e attuazione è ritenuta indispensabile per la pacifica convivenza.

Dalla Costituzione l’ordine pubblico risulta richiamato più volte in più articoli e a vario titolo, isolatamente o

in collegamento con altri elementi (sicurezza, incolumità, buon costume, ecc.)

Sono reati COMUNI, perchè compiuti da chiunque.

BENE GIURIDICO - Ordine Pubblico.

Valore o interesse tutelato, pre-esistente alla norma e costituzionalmente riconosciuto.

ISTIGAZIONE A DELINQUERE: art. 414 c.p. - “ Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il

solo fatto dell'istigazione : 1) con la reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti; 2) con la

reclusione fino a un anno, ovvero con la multa fino a 206 euro, se trattasi di istigazione a commettere contravvenzioni. ”.

Se si tratta di istigazione a commettere uno o più delitti e una o più contravvenzioni, si applica la pena stabilita nel numero 1 [...]

I reati sono configurabili per il solo fatto dell’istigazione: con ciò s'intende qualsiasi fatto diretto a suscitare

o a rafforzare in altri il proposito criminoso di delinquere o di perpetrare i fatti illeciti indicati. Non appare

necessario che tale istigazione sia accolta e che porti dunque alla commissione del fatto.

La pubblicità (intesa come istigazione che avviene in un luogo pubblico, aperto ad esso o rivolta ad una

pluralità di persone) viene considerata un elemento essenziale del reato, dal momento che nello stesso si

situa la portata lesiva della fattispecie, cosi come anche l’indeterminatezza dei destinatari. La norma è

diretta a tutelare l'ordine pubblico, inteso come buon assetto e regolare andamento della vita sociale, che

potrebbe quindi risultare minacciata dalle condotte di istigazione e apologia.

Condotta: istigazione

Oggetto: -

Dolo: generico

Reato: di pericolo

ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE: art. 416 c.p. -“ 1) Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più

delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette

anni . 2) Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena è della reclusione da uno a cinque anni . 3) I capi soggiacciono alla

stessa pena stabilita per i promotori . 4) Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie, si applica la reclusione da

”.

cinque a quindici anni. 5) La pena è aumentata se il numero degli associati è di dieci o più [...].

Si tratta di fattispecie plurisoggettiva necessaria. Si caratterizza per un vincolo associativo tendenzialmente

permanente, destinato a durare anche oltre la realizzazione dei delitti programmati, per l’indeterminatezza

del programma criminoso e per una struttura organizzativa idonea a realizzare gli obiettivi delittuosi

prefissati. Non è necessaria un’organizzazione formale, ed è sufficiente la consapevolezza da parte di

ciascun associato di far parte del sodalizio e di partecipare, con contributo causale, alla realizzazione del

programma criminale.

Essendo un reato di pericolo, è sufficiente la costituzione dell’associazione ai fini della punibilità del delitto.

Gli associati vengono "...per ciò solo..." puniti, cioè per il solo fatto di appartenere all'associazione,

indipendentemente dalla commissione o meno dei delitti contemplati dal programma di delinquenza.

Questo perché il semplice fatto di essere a conoscenza dell'esistenza di un'associazione per delinquere

genera inevitabilmente "allarme sociale" con conseguente pericolo per la tranquillità e la pace pubblica

(fattispecie di pericolo).

Ai fini della sussistenza del dolo è necessaria non solo la volontà di associarsi ma altresì

la consapevolezza di associarsi con almeno altre due persone allo scopo ulteriore di commettere una

pluralità indeterminata di delitti. L’articolo distingue poi la promozione, la costituzione e l’organizzazione

dalla semplice partecipazione all'associazione prevedendo la reclusione da tre a sette anni nei primi 3 casi e

la reclusione da uno a cinque anni nell’ultimo.

L’articolo prevede una aggravante comune, il numero degli associati, e due a effetto speciale, la scorreria in

armi e la finalità criminosa volta ai delitti di schiavitù e tratta di esseri umani.

CRIMINALITÀ D’IMPRESA: pone il problema dell’individuazione dei soggetti facenti parte consapevolmente

e volontariamente dell’associazione. Due tipi: ente ‘apparentemente’ lecito (le associazioni creano imprese

fittizie per lo svolgimento degli illeciti protetti da uno “schermo” di finta legalità) e illegalità parallela allo

svolgersi di attività lecite (l’associazione per delinquere nasce e opera nell’ente legittimo, il quale funge da

protezione e opera invece nella legalità)

Condotta: a forma libera

Oggetto: commissione di crimini

Dolo: specifico (volontà di far parte dell’associazione)

Reato: di mera condotta/di pericolo

ASSOCIAZIONI DI TIPO MAFIOSO ANCHE STRANIERE: art. 416 bis c.p. - “ 1) Chiunque fa parte di un'associazione di

tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da dieci a quindici anni . 2) Coloro che promuovono, dirigono o

organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da dodici a diciotto anni. 3) L'associazione è di tipo mafioso

quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di

assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque

il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi

ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in

occasione di consultazioni elettorali . 4) Se l'associazione è armata si applica la pena della reclusione da dodici a venti anni nei casi

previsti dal primo comma e da quindici a ventisei anni nei casi previsti dal secondo comma. 5) L'associazione si considera armata

quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell'associazione, di armi o materie esplodenti ,

anche se occultate o tenute in luogo di deposito. 6) Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il

controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti

sono aumentate da un terzo alla metà. 7) Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o

furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego. 8)

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra, alla 'ndrangheta e alle altre associazioni, comunque

localmente denominate, anche straniere , che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi

”.

corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso

Le principali leggi antimafia vengono formulate successivamente al compimento di grandi delitti:

1965 - Misure di prevenzione e aggravio di pena.

1975 - Misure preventive e repressive del fenomeno che operano parallelamente.

1982 - “Legge Rognoni-La Torre”. Adozione di specifiche fattispecie repressive riferibili alla mafia.

La definizione dell’associazione mafiosa è incentrata su tre caratteristiche: 1) la forza di intimidazione del

vincolo mafioso, se esistente, è idonea a produrre quale effetto l’«assoggettamento» dei consociati o delle

sue vittime al potere dell’organizzazione criminale(assoggettamento che, a sua volta, si qualifica sotto il

profilo dell’«omertà» per un sostanziale rifiuto di collaborare con le istituzioni); 2) il metodo con cui si

avvalgono di tale forza intimidatrice, cioè concretamente (minacce), larvatamente (indirettamente) o senza

alcuna esplicazione (l’associazione ha raggiunto una tale forza intimidatrice da rendere superflua

l’estrinsecazione, la cosiddetta “fama”); 3) il programma del sodalizio, ovvero la persecuzione degli scopi

delineati in fattispecie (comma 3 e 6).

Condotta: a forma libera

Oggetto: -

Dolo: specifico (volontà di far parte dell’associazione)

Reato: di mera condotta/di pericolo

SCAMBIO ELETTORALE POLITICO - MAFIOSO: art. 416 ter c.p. - “ Chiunque accetta la promessa di procurare voti

mediante le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 416-bis in cambio dell'erogazione o della promessa di erogazione di denaro

o di altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. ”.

La stessa pena si applica a chi promette di procurare voti con le modalità di cui al primo comma

La fattispecie, introdotta all'interno del nostro codice penale dal D.L. n. 306/1992, e modificata dalla legge 7

agosto 1992, n. 356 al fine di contrastare i legami politico-mafiosi, configura un autonomo reato

strettamente connesso con quello di cui all'art. 416bis c.p., in quanto contempla la stessa pena per chi

ottiene la promessa dei voti dalla criminalità organizzata in cambio della erogazione di denaro. Con la

modifica del 2014, si rinnova il trattamento sanzionatorio, alla pena della reclusione da 4 a 10 anni.

In fattispecie viene punito l’accordo tra promesse, ovvero, da un lato, la promessa del mafioso, o di un suo

intermediario, di procurare voti utilizzando i metodi e la forza intimidatoria dell’associazione mafiosa e,

dall’altro, la promessa del politico di favorire la mafia promettendo la dazione di denaro o ogni altra utilità.

La condotta consiste nell'accettazione della promessa di procurare voti con le modalità mafiose, mentre

l'oggetto dello scambio è l'erogazione o la promessa di erogazione di denaro o di altra utilità, con

l'intenzione del legislatore di creare una condotta tipica a sé, quella appunto del voto di scambio. Si tratta

quindi di una autonoma fattispecie di reato, a plurisoggettività necessaria e a struttura bilaterale, inerente

al voto di scambio, riguardante i rapporti tra organizzazioni mafiose e movimenti o partiti politici.

TITOLO XII – Delitti contro la PERSONA

CAPO I – Delitti contro la vita e l’incolumità individuale

CAPO II – Delitti contro l’onore

CAPO III – Delitti contro la libertà individuale

BENE GIURIDICO - La vita e l’integrità personale (art. 2 Cost. - diritti fondamentali dell’uomo)

Valore o interesse tutelato, pre-esistente alla norma e costituzionalmente riconosciuto.

La PERSONA è il concetto base della disciplina del TITOLO XII; è un bene a dimensione individuale e

nell’attuale assetto giuridico è basilare la sua indisponibilità (impossibilità giuridica di disporre liberamente

di qualcosa). Gli illeciti contro la persona e la vita vengono sono considerati “delitti naturali”.

La VITA è presupposto necessario per il godimento di qualsiasi altro bene, diritto, interesse. Il concetto di

‘vita’ coinvolge implicazioni di tipo morale, giuridico, filosofico:

- Vitalità (= vita) - questione sui requisiti che deve possedere l’essere vivente per cui l’attacco al bene della

vita possa avere rilevanza penale.. Nel concetto di essere umano vivente devono rientrare anche il

‘monstrum’ (generato da donna ma di forma non umana) e il ‘ostentum’ (forma umana ma deforme).

- Uomo - assunzione dello status ai fini del diritto penale; viene fatta coincidere con l’inizio della transizione

dalla vita intrauterina a quella extrauterina, ovvero, con l’inizio del distacco del feto dall’utero.

- Morte - determinazione dell’avvenimento; la legge 29 dicembre 1993 n. 29 definisce la stessa come la

“cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo” (dell’attività del sist. nervoso centrale).

- Suicidio - non è punibile nel nostro ordinamento, ma la tutela della persona umana è centrale e la legge

protegge la vita anche contro la volontà del singolo che vuole commettere suicidio; sono perciò punite

determinate condotte atte ad aiutare, istigare e omettere di soccorrere la persona volontariamente suicida.

L’INCOLUMITÀ INDIVIDUALE rappresenta un bene fondamentale costituzionalmente riconosciuto; designa

la sfera di potere del singolo sulla propria dimensione corporea e psichica, e il diritto all’intangibilità della

stessa rispetto a limitazioni o intromissioni.

CAPO I – Delitti contro la vita e l’incolumità individuale

OMICIDIO: art. 575 c.p. - “ ”.

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno

L'omicidio è il delitto naturale per antonomasia, con primaria oggettività giuridica quale aggressione al

bene fondamentale della vita. Soggetto attivo dei delitti di omicidio può essere chiunque, è un reato

comune. In alcuni casi, per la configurabilità del reato è necessario che il soggetto attivo dell'omicidio sia

titolare di una posizione di garanzia: si tratta delle ipotesi di omicidio mediante omissione; ciò è elevato dal

nostro ordinamento a fattispecie delittuosa solo quando chi abbia uno specifico obbligo giuridico di

impedire l'evento lesivo non vi provveda. Soggetto passivo del reato, invece, è l'essere vivente, compreso il

feto. Esso, quale titolare del bene offeso, coincide anche con l'oggetto materiale del reato, inteso come

corpo umano su cui la condotta delittuosa ricade.

Tale reato di omicidio si caratterizza per la coscienza e la volontà di uccidere un uomo. Si distingue dal reato

di lesioni per la potenzialità lesiva maggiore della condotta.

Il tentativo è configurabile e di frequente verificazione.

In ragione dell’intensità si possono distinguere il dolo d’impeto, quando la decisione di uccidere è

improvvisa, e il dolo di proposito, quando tra l’ideazione dell’omicidio e la realizzazione intercorre un lasso

di tempo tale da legittimare la consapevolezza dell’atto che si sta compiendo (vedi ‘ IL DOLO’).

Condotta: a forma libera (causalmente orientata)

Dolo: generico (volontà di cagionare la morte, non il fine di uccidere)

Reato: di evento

CIRCOSTANZE AGGRAVANTI: artt. 576/577 c.p. - In presenza di particolari circostanze, l'omicidio doloso si

considera aggravato e la pena ad esso applicata è quella dell'ergastolo. Si tratta, tra le tante, della

sussistenza della premeditazione o dell'utilizzo di sostanze venefiche o altri mezzi insidiosi. L'omicidio è

altresì aggravato, ma punito con la reclusione da ventiquattro a trenta anni, se il fatto è commesso contro il

coniuge, il fratello o la sorella, il padre o la madre adottivi, il figlio adottivo o un affine in linea retta.

PREMEDITAZIONE: costituisce un'aggravante del delitto di omicidio ed è considerata la forma più intensa di

dolo; richiede da un lato un notevole lasso di temo tra l'ideazione del reato e la sua concreta attuazione

(elemento cronologico) e dall'altro una preordinazione di modalità e mezzi per assicurare al piano

criminoso una possibilità di riuscita (elemento ideologico). È presente solo nei delitti di sangue.

La premeditazione è conciliabile con il vizio parziale di mente, salvo che essa si presenti come sviluppo

consequenziale della malattia, o che la malattia sia tale da sconvolgere il processo psichico di formazione

del proposito criminale. È conciliabile altresì con la circostanza della provocazione, dove lo stato d’ira può

permanere nell’intervallo temporale della premeditazione e estrinsecarsi nel compimento del reato.

INFANTICIDIO IN CONDIZIONE DI ABBANDONO MATERIALE E MORALE: art. 578 c.p - “

La madre che cagiona la

morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di

abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni.

A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi

hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi.

”.

Non si applicano le aggravanti stabilite dall'articolo 61 del codice penale

Il soggetto attivo del reato è solo la madre, si tratta pertanto di reato proprio. Il fatto tipico può consistere

tanto nell’uccisione del feto durante il parto, tanto nell’uccisione del neonato subito dopo. Può realizzarsi

anche mediante omissione, qualora la madre non presti le necessarie cure al neonato e ne cagioni, di

conseguenza, la morte. Il dolo è generico.

OMICIDIO DEL CONSENZIENTE: art. 579 c.p. - “ Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la

reclusione da sei a quindici anni. Non si applicano le aggravanti indicate nell'articolo 61. Si applicano le disposizioni relative

all'omicidio se il fatto è commesso: 1) contro una persona minore degli anni diciotto ; 2) contro una persona inferma di mente, o che

si trova in condizioni di deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti ; 3) contro una

”.

persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno

Segue il principio dell’indisponibilità della vita umana. Il requisito oggettivo è il consenso della vittima, e va

manifestato, anche se la forma estrinsecazione è libera.

Si tratta di un reato comune, di evento in senso naturalistico, di mera condotta e di danno, dove il tentativo

è pienamente configurabile il dolo si configura come generico.

ISTIGAZIONE O AIUTO AL SUICIDIO: art. 580 c.p. - “ 1)Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di

suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni.

Se il suicidio non avviene, è punito con la reclusione da uno a cinque anni, sempre che dal tentativo di suicidio derivi una lesione

personale grave o gravissima . 2) Le pene sono aumentate se la persona istigata o eccitata o aiutata si trova in una delle condizioni

indicate nei numeri 1 e 2 dell'articolo precedente. Nondimeno, se la persona suddetta è minore degli anni quattordici o comunque è

”.

priva della capacità d'intendere o di volere, si applicano le disposizioni relative all'omicidio

La condotta consiste nella partecipazione all’altrui suicidio, sia psichica che fisica. La prima ha due possibili

forme: l’induzione/determinazione di altri al suicidio, facendo sorgere in esso il proposito suicida;

il rafforzamento dell’altrui proposito, già sviluppato, di commettere suicidio. La partecipazione è fisica

quando l’agente agevola materialmente l’esecuzione del suicidio altrui. Tra le condotte partecipative ed il

risultato deve intercorrere un nesso causale. Si tratta di delitto a dolo generico.

EUTANASIA: (nell’ordinamento italiano manca una disciplina specifica in materia)definita come

soppressione della vita altrui “pietatis causa”. La dottrina divide il concetto in tre diverse esplicazioni:

1) Eutanasia attiva - soppressione della vita di una persona mediante condotta commissiva, effettuata da

parte di famigliari o dal medico che ha in cura il paziente.

2) Eutanasia passiva - sospensione dei trattamenti di sostegno vitali del paziente. Si tratta di un rifiuto

volontario ai trattamenti salvavita e di sostegno vitale, il paziente è informato, consapevole e capace di

intendere e volere.

3) Terapia del dolore (e. indiretta) - tramite cure palliative che alleviano le sofferenze si accompagna il

paziente alla morte, il quale sceglie volontariamente di sottoporsi a questa pratica.

1) Non la si può far rientrare nell’ambito dell’art. 579 c.p., per via del concetto di pietatis causa su cui basa

l’eutanasia e anche del problema del consenso sul quale si fonda quest’ultima fattispecie: “ [...]Si applicano le

disposizioni relative all'omicidio se il fatto è commesso: [...]; 2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di

”. Lo stato di deficienza

deficienza psichica, per un'altra infermità o per l'abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti [...]

psichica può ricorrere nel caso dei malati terminali che richiedono la morte, e il quale consenso risulta

pertanto confuso, a causa del forte deterioramento psico-fisico determinato dalla malattia e dalle cure

aggressive. Di conseguenza l’eutanasia attiva potrebbe integrare gli estremi dell’omicidio doloso.

2) In caso di rinuncia ai trattamenti sanitari o interruzione di terapie si distinguono due situazioni:

- Rinuncia da parte di malato cosciente e capace di intendere e volere - il rifiuto consapevole costituisce un

diritto costituzionalmente garantito, e il medico curante ha il dovere di rispettare tale volontà. La

Cassazione sottolinea che, successivamente al consenso informato, il rifiuto delle terapie, anche quando

conduce alla morte, non può essere scambiato per eutanasia, in quanto il paziente si esprime con una

scelta sulla sua persona e il medico non è perseguibile penalmente. Da quel momento cessa l’obbligo di

cura da parte del medico e subentra l’obbligo al rispetto della volontà [Esempi - Piergiorgio Welby e

Giovanni Nuvoli].

- Interruzione del trattamento verso soggetti in stato di incoscienza - il problema si riscontra qualora non si

verifichino le condizioni per dichiarare il decesso, ma subentri invece uno stato di incoscienza irreversibile

(es. SVP) per il quale permane l’obbligo di cura da parte del medico, ma risulta impossibile per il paziente

comunicare la volontà di rinuncia alle cure(essendo in condizione clinica di non consapevolezza di sé e

dell’ambiente circostante, e pertanto giuridicamente incapace di assumere decisioni). La Cassazione,

successivamente al caso Englaro, ha pertanto formulato un principio di diritto (sent. 16 ottobre 2007, n.

21748) dove si autorizza l’interruzione dei trattamenti qualora ricorrano due circostanze: a) l’irreversibilità

della condizione di stato vegetativo del paziente, scientificamente fondata, in modo che non vi sia, in base

agli standard scientifici internazionalmente riconosciuti, alcuna possibilità di recupero della coscienza e

delle capacità di percezione; b) l’accertamento univoco della volontà del paziente, sulla base di elementi

tratti dal vissuto del medesimo, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici,

circa il rifiuto alla continuazione del trattamento.

3) Viene detta eutanasia indiretta, in quanto l’abbreviazione della vita avviene tramite effetto di ulteriori

terapie con il consenso del paziente, al quale vengono lenite le sofferenze fino al sopraggiungere della

morte. In questo caso l’esito mortale è conseguenza di una condotta conforme ai doveri professionali del

medico. L’obbligo di curare si esplica anche nell’obbligo di alleviare le sofferenze a chi è terminale.

L’anticipazione della morte a seguito delle cure palliative non configura pertanto, il reato di omicidio per il

medico che ne ha fatto ricorso, a meno che egli non abbia violato regole di cautela.


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Isara_B

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Scienze criminologiche per l'investigazione e la sicurezza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Isara_B di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Mantovani Marco Orlando.

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