Diritto comune
Lezione 1 (24/09/18)
Nell'11 secolo ci fu un rinnovamento che investe l'Europa ma anche il campo del diritto e sotto il profilo giuridico prende il nome di rinascimento giuridico. Nasce una scienza giuridica incentrata sul diritto romano. Viene meno la tipica concezione precedente che vedeva il diritto inserito nelle arti liberali, non era una disciplina scientifica. Con la scuola dei glossatori il diritto diventa una branca scientifica autonoma dalla retorica.
La figura di Irnerio giganteggia a Bologna, ma prima di esso ci fu Pepone. Ci sono varie fonti su Pepone tra cui Odofredo che raccontava ai suoi studenti aneddoti relativi alla scuola dei glossatori. In una sua glossa fa riferimento a Pepone che assume l'iniziativa di insegnare il diritto romano a Bologna ma non ebbe grande successo (nominis fuit). Però ci sono anche degli elogi, Rodolfo Ornero, maestro di arti liberali che dà un giudizio molto più positivo e lo definisce come (aurora surgens), l'aurora che sorge. Per lui ridà vita all'insegnamento del diritto romano.
La prima opera interpretativa di diritto giustinianeo è una summa, un riassunto della compilazione giustinianea che sono le Istituzioni. In questa opera viene fatto il nome di un solo giurista, che è Pepone. Sicuramente ci fu Pepone che insegnò diritto romano ma la storiografia ritiene che l'insegnamento di Pepone avvenne nelle scuole di arti liberali e quindi non è uno studio specialistico ma incardinato nel vecchio sistema di insegnamento delle arti liberali. Nel medioevo i centri di insegnamento furono le chiese.
Un altro documento importante su Pepone è il processo Placido di Marturi, che si svolse nel 1086, compare tra gli esperti Pepo visto come doctor legis. Si tratta del primo processo dove si trova un utilizzo preciso del digesto giustinianeo, parte più tecnica e complessa, parte che venne più trascurata nel medioevo. Soggetto del processo erano delle terre di un monastero, che richiedeva la restituzione di queste terre ma di cui aveva ricevuto uno spossessamento 80 anni prima. Queste terre erano state donate ma poi private ad opera di un marchese della zona.
Il monastero si era attivato per la restituzione e aveva presentato istanza davanti ai giudici, che non avevano dato corso a queste richieste di giustizia in quanto corrotti. Col corso del tempo passa la prescrizione e quindi non si poteva far valere il proprio diritto e quindi il monastero si rivolge a Beatrice di Canossa e quindi si attuò il processo e venne esibita una norma del digesto che era calzante con il caso concreto. Si trattava di un passo di Ulpiano, il digesto è una raccolta di frammenti di opere di giuristi della Roma classica. Questo passo consentiva la restituzione della facoltà di difendere in giudizio il proprio diritto anche a termini scaduti. Infine, la causa venne vinta dal monastero.
Pepone compare in altri giudizi toscani del tempo e prevale la tesi secondo cui fosse di origine francese in quanto molto popolare in Francia e questo supporta le relazioni culturali tra Francia del sud e Toscana. Altra notizia di Pepone viene data da Rodolfo Ornero, per quanto riguarda una critica su un giudizio in Lombardia a cui partecipò Enrico IV, che inflisse una sanzione pecuniaria all'omicidio di un servo, in linea con il diritto longobardo. Pepone invoca invece l'applicazione della pena capitale. Questa richiesta è fondata sul principio di eguaglianza, diritto di uguaglianza previsto dal diritto della chiesa.
Siamo in un momento storico (XI sec.) in cui era molto acceso il contrasto tra Chiesa e Impero, siamo in pieno clima di riforme e di lotte per le investiture. Questo richiamo di Pepone al diritto della Chiesa intravede un Pepone schierato quindi dalla parte della Chiesa, in contrasto con il potere imperiale che vendicava un diritto di controllo della Chiesa, rivela un fanatismo religioso. In questo stesso testo si dice che Pepone insegnava il diritto romano contenuto nel codice e nelle istituzioni giustinianee e non del digesto, questo insegnamento venne tenuto però non svincolato dalla retorica. Forse è un ecclesiastico vista la sua critica nei confronti della sentenza imperiale.
Secondo Fiorelli, Pepone fu vescovo di Bologna in quanto c'è effettivamente un racconto in versi “Dei due papi” che narra due figure di pontefici, uno nominato dall'imperatore e uno in base ai criteri del diritto canonico. Ci troviamo di fronte a un papa e un antipapa. Questo poema ha un contenuto fantasioso e narra di un convegno volto a risolvere lo scisma tra Impero e Chiesa. A questo convegno parteciparono autorità ecclesiastiche come Pepone (clarum Pepone viene definito come la luce dei bolognesi bolognesium lumen). In questo poema si dice che Pepone fu vescovo di Bologna.
Fiorelli ha fatto indagini e ha riscontrato che negli anni 90 dell'XI sec. Vi furono due vescovi, Sigfrido e Pietro, di nomina papale e imperiale. Fiorelli ha riscontrato che il nome Pepo veniva reso in Italia come nome di Pietro e quindi sarebbero lo stesso nome. Secondo Fiorelli la nomina di vescovo sarebbe avvenuta dopo il Placito e successivamente avrebbe subito la damnatio memoriae. Lascia comunque dubbi in quanto l'epiteto di vescovo non è di poco conto e nessun altro testo dice che Pepone fosse un vescovo e lascia perplessi. Quello che si può dire è che sicuramente fu un ecclesiastico per la sua netta posizione nei confronti della Chiesa, dando al diritto romano una certa attenzione ma sempre all'interno delle scuole di arti liberali.
Il diritto romano riemerge negli ambienti ecclesiastici in clima di riforma gregoriana e non è casuale in quanto la Chiesa ha bisogno di fare leva su uno strumento tecnico per difendere le proprie pretese. In questa fase storica il diritto romano si separa dall'etica e diventa autonomo. Le norme giuridiche infatti venivano tutte considerate parte dell'etica. Con l'affermarsi della scuola di Bologna si ha una separazione sia nei confronti della retorica che dell'etica.
La figura di Irnerio oscura la fama di chi prima di lui ha intrapreso la stessa via. Irnerio non fu l'unico ma lo fece con tale vigore e carisma da oscurare la fama di chi aveva intrapreso la stessa strada. Si tratta del fenomeno della concentrazione eroica, la tendenza ad attribuire i meriti di una epoca storica alla figura più significativa. (lucerna iuris) Odofredo definisce Irnerio come la luce del diritto in quanto getta una luce chiarificatrice sul diritto romano. Irnerio era di origine germanica. Alcuni manoscritti gli affibbiano la classifica di teutonico. Grazie alle sue origini venne coinvolto nella cerchia di Enrico V, che preferiva i collaboratori tedeschi.
Curiosamente ritroviamo Irnerio anche nella cerchia di Matilde di Canossa, accesa avversaria dell'impero, che ebbe modo di coinvolgere Irnerio negli ambiti di processi da lei presieduti. Questa curiosa militanza di Irnerio si può spiegare tenendo presente che ci fu una riconciliazione tra Enrico V e Matilde di Canossa, occasione nella quale l'imperatore restituì i feudi che le aveva preso. Questa notizia venne ingigantita dai biografi ufficiali di Matilde, nominata vicaria di Impero, rappresentante di Enrico V. Molto probabilmente questo conferimento non ci fu in quanto il vicariato subentra in epoca successiva ma sicuramente ci fu un riavvicinamento e la restituzione dei feudi.
Ci sono una dozzina di documenti su di lui, come esperto di diritto nei processi, ebbe contatti con gli ambienti notarili sempre a Bologna, che indusse a modificare la formula del contratto di enfiteusi, che era il tipico contratto ricorrente di quel tempo. Odofredo ingigantisce questa notizia e la modifica affermando che Irnerio formulò un formulario notarile ma non è vero in quanto non ci è giunto. Nel 1118 Irnerio difende l'antipapa nominato dall'Impero. Il papa legittimo, eletto secondo il diritto canonico, scomunica in seguito alla nomina dell'antipapa Enrico V e i suoi seguaci e quindi si allontana dalla patria per tornare alla sua terra origine e perciò scompare dalla documentazione.
Fu un fatto del tutto casuale che l'insegnamento del diritto romano nacque a Bologna, in quanto casualmente abitava lì. Il suo insegnamento all'inizio era privatistico, studia per suo interesse personale studia il diritto romano e poi la trasmette ai suoi studenti presso la sua abitazione. Così sarà anche per le successive scuole. Solo agli inizi del 200 queste scuole private vengono riunite in un unico edificio pubblico le scuole dei singoli maestri. L'università avrà una collocazione stabile dal 200. C'è uno storico del diritto, Fitting, che attribuisce ad Irnerio numerosissime opere sulla base di analogia di argomento. Laddove Fitting ritrova corrispondenze in alcune opere le attribuiva a lui. Era molto probabile che comunque le analogie derivassero dai suoi allievi che sviluppavano le tesi di Irnerio e quindi la storiografia ha sfrondato le opere originalmente attribuite a Irnerio. Le glosse sono di per certo di Irnerio in quanto siglate da lui stesso. Inizialmente la sigla era un asterisco in quanto era l'unico glossatore. Col tempo inizia anche lui a siglarle.
Matilde lo coinvolge come giudice e avvocato nei processi. Secondo una notizia divulgata nelle cronache del tempo, rivolse la richiesta di renovare librus legum a Irnerio, di riportare alla luce i testi della compilazione giustinianea che avevano subito una dimenticanza nei secoli precedenti. La richiesta di renovare librus legum, dà vita al recupero della compilazione giustinianea e la nascita della scuola di Bologna. Con il vicariato e renovare librus legum si pensava che Matilde avesse avuto il crisma dell'attività imperiale.
Agli inizi del 200 diventa fondamentale per l'università esibire un atto di fondazione da parte di un'autorità politica perché nella compilazione giustinianea e nel digesto c'era una costituzione che distingueva due tipologie di università, le scuole ufficiali che all'epoca di Giustiniano erano quelle di Costantinopoli e Berito, e quelle private che erano considerate mediocri. Alla luce di questa costituzione, le università mostrano la necessità di esibire un atto di fondazione per mostrare il loro prestigio. Quella di Bologna si affretta a fabbricare un falso privilegio imperiale, per dimostrarsi la migliore. Questo privilegio teodosianum ovvero un documento falso, si dice che Teodosio aveva distrutto la città di Bologna e poi l'aveva ricostruita.
Lezione 2 (27/09/18)
Irnerio si presenta sulla scena bolognese come filologo e esperto del linguaggio giuridico romano e in grado di saper individuare se i manoscritti fossero autentici o meno. Si tratta di ricostruire fedelmente il testo originario della compilazione giustinianea. Il digesto presentava più problemi di ricostruzione, articolato in 50 libri che ritrae passi di opere di giuristi di opere classiche, è un'opera di natura dottrinale e acquisisce con la compilazione valore di norma giuridica.
Il digesto presentava problemi filologici in quanto i glossatori si trovarono più versioni ma più manoscritti differenti che presentavano diverso contenuto tra cui un manoscritto toscano (littera pisana), più vicina al dettato originario. A questa si contrapposero versioni vulgate, di uso corrente, littera bolognesis. Altro problema riguarda le novelle, le nuove costituzioni di Giustiniano che rinnovano le costituzioni imperiali. Si trova Irnerio diverse versioni. Il primo testo conteneva 134 novelle chiamato Autenticum, che riportava in ordine cronologico tutte le costituzioni di Giustiniano, Irnerio manifesta dubbi in quanto conosceva le costituzioni imperiali nella forma di Codice di Giustiniano ma alla fine se ne convinse.
L'altra raccolta di novelle era l’Epitome iuliani. È un riassunto di novelle, di costituzioni giustinianee e quindi non si trattava di un testo originario in quanto riassunto. Scartato questo testo si convince dell'autenticità dell'altro testo e estrapola alcuni passaggi salienti e li riporta sul manoscritto contenente il codice di Giustiniano e le affianca alle costituzioni più risalenti per vedere come erano state modificate.
Il digesto non ritorna alla luce tutto insieme ma riemergono in fasi diverse tre parti. Il primo manoscritto riportato alla luce sono i primi 24 libri ovvero la metà e Irnerio la chiama Digestum Vetus. In un momento successivo ricompaiono gli ultimi 12 libri del Digesto dal 39esimo al 50esimo chiamato Digestum Novum. Mancava poi la parte centrale dal 24esimo al 38esimo, ultimo riportato alla luce, chiamato Digestum Infortiatum, che deriva dall'esclamazione di Irnerio a seguito del ritrovamento, entusiasta afferma che ius nostrum infortiatum est. I 50 libri del digesto vennero divisi dai glossatori in questi 3 volumi.
Il quarto volume venne dedicato al codice, insieme di costituzioni imperiali, composto da 12 libri. I glossatori decisero di separare gli ultimi libri poiché i primi 9 erano di diritto privato e più utili alla realtà del tempo. Gli ultimi 3 libri riguardavano il diritto pubblico in impostazione del tardo impero romano che non avevano nulla a che fare con l'assetto politico del tempo. Il quarto volume quindi è il Codex. Il quinto volume riguarda le novelle. Irnerio ritenne 97 valide e 40 le scartò e le divise in 9 raggruppamenti. Questi raggruppamenti vengono chiamati Collationes. Venne aggiunto una decima collatio, un insieme di consuetudini e costituzioni in materia di feudo (Libri Feudorum) insieme al trattato di pace di Costanza, con cui Barbarossa riconosceva l'autonomia dei comuni della lega Lombarda.
A completamento di questo quinto volume gli ultimi tre libri del codice in materia di diritto pubblico e i 4 libri delle istituzioni di Giustiniano. Questi volumi si chiamano Corpus Iuris Civilis, nominati dai glossatori per definire un corpo normativo uniforme, unitario, qualcosa in cui tutte le parti sono collegate l'una all'altra. Questa compilazione tornava a essere vigente alla fine del 12esimo secolo senza che vi fosse un atto normativo imposto ma in un modo del tutto spontaneo.
Da cosa è determinato questo recupero? Da tanti fattori. Innanzitutto, il grande sviluppo demografico alla fine dell'11esimo secolo, la rifioritura del commercio, la nascita degli ordinamenti comunali, il complicarsi della vita ad ogni livello rispetto all'epoca più semplice snodata al tempo del Medioevo che rende insufficiente per la vita del diritto il diritto consuetudinario su cui si basava il diritto nei secoli precedenti. Il diritto in grado di rispondere ai bisogni di una società più evoluta era il diritto romano. Il diritto romano aveva il vantaggio di essere posto in essere dall'imperatore.
Riguardo Irnerio ci sono teorie sulle quali riemergono le sue convinzioni politiche. Ci sono teorie di Irnerio esposte nelle sue glosse che attestano la sua militanza sul versante imperiale, in particolare una, lex regia de imperio vespasiani, che rappresenta un momento importante in quanto sancisce il passaggio dalla Roma repubblicana a quella imperiale, il popolo romano consegna tutto il potere politico nelle mani dell'imperatore. Irnerio si rifà a questa legge per spiegare un contrasto tra due norme della compilazione, talmente ampia nei suoi contenuti e ricca di contraddizioni. L'attività dei glossatori fu quella di dimostrare come i contrasti tra le norme fossero solo apparenti.
Questo contrasto riguarda la legge e consuetudine. Nel digesto c'era infatti un passo dell'opera del giurista Salvio Giuliano che metteva sullo stesso piano la legge e consuetudine. Quindi alla luce di questa parità poteva succedere che una consuetudine di contenuto diverso rispetto alla legge abrogasse una legge previgente. Nel codice c'era una costituzione di Costantino che stabiliva una gerarchia delle fonti al cui vertice il diritto naturale poi la legge positiva e infine le consuetudini. La consuetudine quindi in questo caso non può abrogare la legge superiore in quanto non è nello stesso piano. Costantino esclude quello che Giuliano ammetteva senza sollevare alcuna obiezione. La desuetudine è l'abrogazione di una legge da una consuetudine di diverso contenuto che Costantino esclude.
Irnerio dà spiegazione storica dei due pov. Irnerio dice che Giuliano diceva cose giuste nel suo tempo, nella Roma repubblicana quando il popolo aveva tutto il potere politico nelle mani e quindi sia la consuetudine intesa come fonte di estrazione popolare e anche la legge in quanto il popolo ne era detentore erano sullo stesso livello. Irnerio con la lex regio de impero vespasiani dice che il potere si è trasferito nelle mani dell'imperatore e quindi la legge non è più uno strumento popolare e quindi le norme dell'imperatore sono superiori rispetto alle consuetudini emanate dal popolo.
Negli anni di Irnerio, le consuetudini cittadine divergenti dalla legge imperiali (diritto romano) erano il simbolo più importante dell'autonomie comunali, di quegli ordinamenti che in quegli anni volevano che fosse riconosciuta la propria autonomia dall'imperatore Barbarossa. La glossa di Irnerio è quindi è uno strumento di difesa del potere imperiale, è una glossa in cui emerge in modo limpido la sua militanza imperiale. Con la vittoria militare sul campo verrà meno la supremazia della legge imperiale con la pace di Costanza, dove l&[testo tagliato]
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