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Appunti di diritto canonico basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Miele dell’università degli Studi di Trento - Unitn, facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea magistrale in giurisprudenza. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto canonico docente Prof. M. Miele

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Epistole Decretali

Come già detto le epistole decretali sono rescritti in cui il Pontefice (o meglio, la Cancelleria Pontificia)

risolve un caso particolare e comanda che il principio di diritto ivi applicato diventi norma universale

attraverso l’applicazione analogica.

La prima decretale risale al 385, sotto il pontificato dei Siricio, in risposta ad alcune domande dottrinali di

Imero vescovo di Tarragona. Con essa viene per la prima volta sancito il celibato ecclesiastico.

Con il passare del tempo la decretale acquisterà sempre maggiore importanza. In primo luogo perché

diretta emanazione ed espressione dell’egemonia papale (si parlerà di vero e proprio dispotismo papale).

Secondariamente perché esse erano una importante fonte di entrate (si pagava una tassa alla Cancelleria

per ottenere una risposta) e quindi il loro uso era particolarmente incoraggiato.

Il problema della diffusione delle decretali, condizione necessaria per una efficace applicazione delle stesse,

viene sin da subito affrontato ricorrendo alla compilazione di raccolte private. Inizialmente si ricorre

all’ordinamento cronologico, scomodo per lo studio. Anche l’ordinamento per argomento non riscuote

successo: non solo non esiste un metodo ben strutturato per la risoluzione delle antinomie,

secondariamente perché si continuava comunque ad applicare solo il diritto decretale più antico (si

creeranno addirittura intere raccolte di falsi antichi come le pseudoisidoriane). Questa delicata situazione

verrà risolta con il già citato Decreto di Graziano e con la nascita del diritto canonico.

Nel 1234 Papa Gregorio IX commissiona ad un illustrissimo canonista, Raimondo di Penafort, la redazione di

una raccolta di tutte le decretali al fine di renderla fonte ufficiale. Questa raccolta sarà poi nota con il nome

di Liber Extra o Decretali di Gregorio IX.

Raimondo, diversamente da Graziano prima di lui, non deve armonizzare tra loro fonti diverse ma solo

raccogliere teoricamente tutte le decretali. Al fine della buona riuscita dell’opera il Papa detta precise

istruzioni e concede a Raimondo amplissimi poteri e prerogative:

 Devono essere rimosse dalle decretali il fatto concreto e la narrazione, rendendole astratte

 Raimondo può scremare decretali al fine di risolvere contraddizioni

 Nel caso dovesse rilevare situazioni dubbie o lacune gli è concesso di chiedere alla Cancelleria

l’emissione di decretali fittizie (non false)

 Può includere e maneggiare addirittura le decretali di Gregorio IX

Il Liber Extra è pentapartito in:

 iudex

 iudicium

 clerus

 conubia

 crimen

In appendice sono contenute 11 regole iuris di portata generale.

Il Liber Extra viene promulgato attraverso la bolla Rex Pacificus. Viene altresì ordinato che il Liber Extra sia

l’unico testo usato nelle Università e abroga ogni decretale precedente se contrastante con esso.

Il Liber Extra, per quanto si avvicini, non è ancora un codice propriamente detto. Ha tuttavia molti tratti in

comune:

 Autenticità: I suoi testi sono senza ombra di dubbio autentici in quanto emanati dall’autorità

 Universalità: si applica in tutto il territorio

 Unità: ogni decretale ha lo stesso valore, non importa chi l’abbia emanata o quando

 Esclusività: tutto ciò al di fuori del Liber Extra è da considerarsi abrogato se in contrasto

Corpus Iuris Canonici

Successivamente al Liber Extra si avrà un’altra importante collezione ufficiale di decretali.

Il Liber Sextus, voluto da Papa Bonifacio VIII, comprende le decretali del periodo 1234-1298; idealmente

avrebbe dovuto essere il sesto libro del Liber Extra, anche se è comunque a sua volta pentapartito.

La collezione è molto meno corposa ma contiene una importante appendice di 88 regole iuris redatte dal

giurista Dino Mugellano.

Come per il Liber Extra la pubblicazione avvenne attraverso l’affissione sui portoni delle cattedrali e

attraverso la consegna di copie del testo a professori e studenti delle Università di Bologna e Salamanca,

affinché gli studenti di tutta Europa potessero impararne e diffonderne i contenuti una volta tornati a casa.

Successivamente alle vicende terrene di Bonifacio VIII, culminate con il famoso “schiaffo di Anagni”, la

Corte Papale venne trasferita da Roma ad Avignone. Clemente V, nuovo Papa, raccolse le nuove decretali e

alcuni canoni conciliari di Vienne in un’opera che lui stesso ritenne di scarso valore. Sarà il suo successore,

Giovanni XXII a promulgare questa collezione che sarà nota come Clementinae (o anche Liber Septimus).

Questa promulgazione non abroga però le decretali successive al Liber Sextus.

È in questo modo formato quello che sarà conosciuto come Corpus Iuris Canonici. Ricapitolando:

 Decretum Magistri Gratiani

 Liber Extra

 Liber Sextus

 Clementinae

Successivamente se ne considerarono parte anche le Extravagantes Johannis XXI, raccolta di decretali

redatta all’incirca nel 1317 e le Extravagantes communes, raccolta privata di decretali realizzata da

Giovanni di Chappuis.

Il nome di Corpus Iuris Canonici appare per la prima volta durante i lavori del Concilio di Basilea. È chiara

l’allusione al Corpus Iuris Civilis: nell’ottica universalistica è una riproposizione della teorie elle due spade.

Sarà Papa Gregorio XIII ad ordinare la pubblicazione del CorIC, al fine di garantirne migliore diffusione.

Pubblicazione che non deve venire fraintesa con la promulgazione: le opere che formano il CorIC

rimangono in vigore ciascuna della propria forza.

Particolarmente illuminanti sono i primi 20 canoni del CorIC, ovvero l’inizio del Decreto, in cui viene

illustrato da Graziano il sistema gerarchico delle fonti dello ius commune.

 Diritto naturale divino e positivo

 L’autorità del Papa in quanto Vicario di Cristo. Il Pontefice può farsi interprete autoritativo del diritto

divino stesso: si giungerà a definirlo Vicario di Dio

 Le norme emanate dai Pontefici, nelle varie forme con cui questo avviene

 Le Costituzioni Imperiali antiche

 Le recenti leggi secolari

 I diritti particolari, come gli statuti corporativi

 Statuti locali e consuetudini ecclesiastiche

È evidente come ogni forma di diritto positivo sia comunque sottomessa al diritto divino, a cui funge da

mero sussidio.

La Cancelleria Imperiale, quale rappresentazione massima del potere secolare, è ferma nel rigettare tale

pretesa. Di converso il Papa ricorre ad uno strumento religioso per affermarla e riaffermarla: l’unzione

regia.

Siccome l’imperatore era legittimato al trono solo dopo aver ricevuto l’unzione regia, i Papi sostenevano

che tale unzione fosse una legittimazione non dovuta ma a discrezione del Pontefice che poteva quindi

estendersi fino alla singola potestà regia; dottrina dell’epoca parlò addirittura di unzione regia come

sacramento a sé stante.

Diversamente, gli Imperatori e i loro cortigiani sovente sostenevano che il potere imperiale discendesse

direttamente da Dio e che il rito dell’unzione avesse mera funzione di tramite.

Concilio di Trento

Con il Concilio di Trento diventa inequivocabile ed incontestabile la fine della pretesa universalistica della

Chiesa su cui si era basata tutta la precedente esperienza canonica: “Una sola chiesa un solo Impero”.

Oltre alla frattura tra Stati confessionalmente cattolici e Stati Protestanti, gli stessi Stati cattolici decidono di

recepire i decreti conciliari a loro discrezione, la cosiddetta giurisdizionalizzazione, esprimendo la loro

sovranità nei confronti della Chiesa.

Per motivi storici le dinastie borboniche recepirono pochissimi canoni conciliari; in Francia addirittura

nessuno. Per giunta ne fu pure proibita la pubblicazione.

In Spagna furono pubblicati tutti i decreti, fermo restando i diritti reali: lo Stato affermava la sua sovranità.

Nei territori dell’Impero la ricezione fu più estesa, anche perché fu proprio Carlo V a volere maggiormente il

Concilio (il Papa invece avrebbe preferito evitare, soprattutto per paura di essere accusato di pratiche

simoniache).

Nel territorio della Repubblica di Venezia non avrebbe potuto applicarsi nessun decreto se non con il placet

del Serenissimo Principe.

Un esempio della frammentazione avutasi all’interno del mondo cattolico era evidente nel regime

dell’istituto matrimoniale.

Precedentemente al Concilio il matrimonio era inteso come istituto consensualistico, quasi un negozio.

Bastava che i nubendi esprimessero il loro consenso di fronte a qualcuno capace di essere testimone e si

avrebbe avuto matrimonio canonicamente valido.

I decreti conciliari invece avevano introdotto la necessità ad validitatem di prestare il consenso davanti al

proprio parroco o al vescovo territoriale.

Ciò è evidente in due famosissime opere: nei Promessi Sposi Renzo e Lucia cercano di manifestare il

consenso davanti a don Abbondio, il loro parroco.

############## viceversa, essendo ambientata in Francia, il problema è solamente fare in modo che i due

scambino il loro consenso, senza che ci sia bisogno di intervento ecclesiastico.

Con la Chiesa scissa e la sfera cattolica così frammentata finisce l’epoca del diritto decretale, mancando le

basi per una efficace diffusione. I Pontefici inoltre iniziano a preferire strumenti legislativi dotati di

astrattezza e generalità, come le Bolle e le Costituzioni Apostoliche.

Come per le raccolte di decretali queste verranno raccolte in collezioni private, i Bullaria.

Con la fine del Periodo Avignonese e il Concilio di Trento è momento di grande rinnovamento all’interno

della Chiesa. Sarà un Papa, Sisto V, a mettere in atto una delle più importanti riforme riguardanti la

struttura delle gerarchie ecclesiastiche: la creazione dell’attuale Curia Romana.

Precedentemente alla bolla Immensa Aeterni Dei (1588), ad aiutare il Pontefice nella gestione della Chiesa

era la Cancelleria Apostolica e il Concistoro dei Cardinali. Successivamente la Curia sarà integrata da:

 La Penitenzieria Apostolica

 Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica

 La (Sacra) Rota Romana

I quali, in base alla singola competenza, emettevano decreta, responsa e decisioni.

Vennero inoltre create 15 congregazioni, una specie di ministeri, coi loro precisi compiti e relativi

“regolamenti”. Particolarmente importante la Congregazione deputata all’interpretazione autentica dei

decreti tridentini.

Dal Corpus al Codex Iuris Canonici

A questo punto l’ordinamento canonico è così strutturato:

 Corpus Iuris Canonici

 Volumi dei Decreti del Concilio di Trento (e relativa interpretazione autentica)

 Bullaria (raccolte private di Bolle e Costituzioni Apostoliche)

 Decreti e Responsa delle Congregazioni

Rispetto ai tempi di Graziano e del diritto decretale, i singoli Stati applicano allora la loro sovranità

attraverso il processo cd di giurisdizionalizzazione, diventando quindi essi stessi una fonte del diritto

canonico. Anche illustri canonisti come Van Espen sosterranno la necessità dell’intervento secolare per la

validità delle norme canoniche, fossero anche meramente ecclesiastiche.

L’avvento e la diffusione del liberalismo le prerogative papali saranno nei fatti azzerate: è la fine del braccio

secolare della Santa Romana Chiesa, finalmente entità distinta dallo Stato laico.

Durante il Concilio Vaticano I avviene la cd breccia di Porta Pia, che segna la fine del millenario Stato

Pontificio e rende il Papa (momentaneamente) privo di potere temporale.

Il Concilio, prima della sua interruzione, produsse comunque un importante orientamento: preso atto dello

stato di cose, molti vescovi manifestarono la necessità sentita di un rinnovamento dell'ordinamento

canonico. I vescovi napoletani parlarono in merito di “foresta normativa”. Venne pertanto avanzata la

prima richiesta di codificazione del diritto canonico.

Nel 1917, quindi precedentemente alla stipula del Concordato con l’Italia che ridarà alla Chiesa un suo

stato, Papa Pio X promulga il Codex iuris Canonici.

Esso è un codice propriamente detto, nel senso moderno del termine e non ha quindi mancato di sollevare

obiezioni critiche. Il presupposto dei codici sulla scia di quello napoleonico è l'uguaglianza dei soggetti a cui

ci si rivolge. Ciò però non è compatibile con il fine ultimo dell'ordinamento canonico: per raggiungere la

salvezza della singola anima è necessario prevedere opportune eccezioni (pensiero di Francesco Ruffini ).

Nel codice sono quindi presenti istituti particolarissimi come la dispensa, il privilegio e la consuetudine

contra legem.

Risposta alla domanda di interesse generale

Le regole iuris sono appendici alle raccolte di decretali e contengono principi di carattere generale sul

diritto canonico.

Esempio: ratio peccati, l’agire per prevenire il verificarsi di una situazione peccaminosa.

Attraverso questa ratio il Papa avrebbe potuto intromettersi in praticamente ogni affare civile, visto che per

lungo tempo i cives erano necessariamente anche fideles.

Qualche esempio: nella stipula di un contratto era pratica frequente suggellare il consenso con un

giuramento, la chiamata alla divinità. Onde evitare atti blasfemi allora si aveva che la giurisdizione sarebbe

stata a carico dei tribunali ecclesiastici, gli unici competenti a giudicare delle cose divine e per loro natura

sotto l'autorità del RP, supremo giudice.

O ancora: la legittimità di un erede dipende dalla validità del matrimonio. Essendo una questione

concernente la sfera ecclesiastica era il Papa a riservarsi la legittimazione dei figli di un sovrano, potendo

quindi così influenzare le successioni al trono.

La ratio peccati potevi invertire anche il regime di alcuni istituti.

L'usucapione richiede tempo, possesso e buona fede soggettiva. Se la buona fede è presente al momento

dell'inizio del possesso è sufficiente e non nuoce se in seguito si viene a conoscenza dell'altrui diritto sulla

cosa. Ragionando in un'ottica di ratio peccati ciò non vale poiché il venir meno della buona fede rende

l'azione non dissimile al furto e quindi dannosa per l'anima in quanto contraria al Decalogo.

La Legge Canonica generale

Fermo restando il diritto divino naturale e positivo l'ordinamento conosce anche la legge positiva generale.

Non esiste nel CIC83 una definizione di legge, poiché la nozione e il significato della legge è patrimonio

comune ad ogni uomo, essendo presente in ogni esperienza umana e discendente dal diritto divino stesso.

Stranamente però il matrimonio, che dovrebbe seguire la stessa logica viene definito.

Nel CIC83 i canoni dedicati alla legge generale ed astratta sono:

Can. 7 - La legge è istituita quando è promulgata.

Can. 8 - §1. Le leggi ecclesiastiche universali sono promulgate con l'edizione nella gazzetta ufficiale degli Acta

Apostolicae Sedis, a meno che in casi particolari non sia stato stabilito un modo diverso di promulgare; ed entrano in

vigore soltanto compiuti tre mesi dal giorno apposto al numero degli Acta, a meno che non obblighino immediatamente

per la natura delle cose oppure nella stessa legge sia stata stabilita in modo speciale ed espressamente una più breve o

una più lunga vacanza.

§2. Le leggi particolari sono promulgate nel modo determinato dal legislatore e cominciano a obbligare dopo un mese

dal giorno della promulgazione, a meno che nella stessa legge non sia stabilito un termine diverso.

Per ricavare ulteriori informazioni e cenni su come è intesa la legge canonica ci si può rifare alla massima

tomista: ordo rationis ad bonum comune, ab eo qui curam comunitatis habet, promulgata

la legge è un ordinamento della ragione per il bene comune promulgata da chi ha la potestà sulla comunità

Questa definizione è antitetica alla definizione di legge come “ordo voluntatis”, definizione che sarà usata

dai precursori del giuspositivismo.

Secondo Bobbio per individuare l'ordo rationis bisogna affidarsi alla maggioranza, salvo nel caso di diritti

fondamentali (che servono a tutelare anche le minoranze).

La necessità della razionalità e della ragionevolezza della legge è ovviamente estesa alla consuetudine.

Secondo un'altra massima: lex iniusta non est lex sed corruptio legis

Anche le dispense ed i privilegi devono in quanto lex privata (o relaxatio legis) essere dotata di

ragionevolezza, secondo giusta causa. Si parla di vista causa come epifenomeno della ragionevolezza nel

caso particolare.

La principale differenza tra legge è consuetudine e la necessità di promulgazione. Attraverso la

promulgazione vi sono:

 Esigibilità, in quanto prima non c'è legge e non può essere quindi chiesto il comportamento

 Certezza, secondo il principio di presunzione di conoscenza e autenticità del contenuto

 Iura novit curia, mentre al contrario la consuetudine va provata

Per ultimo giova ricordare: lex dubia non obligat

Per quanto riguarda invece l'interpretazione della legge i canoni rilevanti sono:

Can. 10 - Sono da ritenersi irritanti o inabilitanti solo quelle leggi con le quali si stabilisce espressamente che l'atto è

nullo o la persona è inabile.

Can. 11 - Alle leggi puramente ecclesiastiche sono tenuti i battezzati nella Chiesa cattolica o in essa accolti, e che

godono di sufficiente uso di ragione e, a meno che non sia disposto espressamente altro dal diritto, hanno compiuto il

settimo anno di età.

In altre parole le norme odiose e irritanti (che restringono e che definiscono nullità inabilità) devono

prevedere il loro effetto espressamente. È pertanto proibito ricavare tali conseguenze attraverso

interpretazione estensiva e/o analogica.

Esempio concreto: il conclave, ossia una riunione qualificata del collegio cardinalizio con lo scopo di

eleggere il RP, trova la sua regolamentazione extra codex. Nell'attuale Costituzione Apostolica sono

regolate minuziosamente tutte le questioni inerenti il cerimoniale, l'elettorato attivo e passivo, il quorum

necessario e in generale qualunque dettaglio relativo al Conclave. Se non ci fosse l'indicazione di cui il

canone 10, in assenza di indicazioni di senso contrario si ricaverebbe che l'infrazione di anche solo una delle

richieste è motivo sufficiente per dichiarare la nullità dell’elezione.

Invece la nullità è sancita solo se vengono violate le norme elettorali (composizione del collegio e quorum).

Se venisse violata la norma secondo cui il conclave deve essere svolto negli ambienti della Cappella Sistina

non si avrebbe nullità ma al più illecito.

Più nel concreto, chiunque può contrarre matrimonio purché non sia impedito nel diritto. Gli impedimenti

cd dirimenti sono elencati espressamente e tassativamente a partire dal canone 1075.

La consuetudine

La consuetudine canonica è radicalmente diversa dall'uso come inteso negli ordinamenti civili. Riferendosi

all'ordinamento italiano, informazioni sul regime della consuetudine si ricavano da:

Art. 8 Usi - Nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti gli usi hanno efficacia solo in quanto sono da essi

richiamati

Art. 15 Abrogazione delle leggi - Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del

legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perché la nuova legge regola l'intera materia

già regolata dalla legge anteriore.

Sono categoricamente vietate quindi le consuetudine contra legem (in quanto di livello inferiore alle legge,

fonte primaria), mentre possono essere in alcuni casi accettate le consuetudini secondum e praeter legem.

Nel diritto canonico la consuetudine invece è fonte a pieno titolo, anche nell’accezione di desuetudine.

Sono possibili consuetudine contra, praeter e secundum legem.

La consuetudine è chiamata anche “lex non scripta”, secondo un'espressione resa celebre dal cardinale

Suarez nel relativo trattato, in quanto possiede gli stessi caratteri di generalità astrattezza della legge

positiva. Si può dire che la principale differenza sta quindi nella mancanza di promulgazione e nell'assenza

quindi degli effetti a questa legati.

Secondo lo schema classico risalente all'epoca romana affinché si abbia consuetudine serve la compresenza

di due elementi: la diuturnitas e l’opinio iuris seu necessitatis.

Nella visione romana la consuetudine trovava la sua forza per il fatto che la potestà apparteneva al popolo

e se esso è in grado di creare la legge positiva attraverso procedimenti formali è anche in grado di creare un

consuetudini e di converso desuetudini attraverso il suo comportamento in cui crede di seguire il diritto.

Nell'ordinamento canonico tale visione non è accettabile, in quanto il potere sovrano non appartiene al

popolo ma, come in ogni ordinamento confessionale, alla divinità.

Can. 23 - Ha forza di legge soltanto quella consuetudine, introdotta dalla comunità dei fedeli, che sia stata approvata

dal legislatore, a norma dei canoni che seguono.

Can. 24 - §1. Nessuna consuetudine, che sia contraria al diritto divino, può ottenere forza di legge.

§2. Né può ottenere forza di legge la consuetudine contro o fuori del diritto canonico, che non sia razionale; ora la

consuetudine che è espressamente riprovata nel diritto, non è razionale.

Can. 25 - Nessuna consuetudine ottiene forza di legge, se non sarà stata osservata da una comunità capace almeno di

ricevere una legge, con l'intenzione di introdurre un diritto.

Can. 26 - A meno che non sia stata approvata in modo speciale dal legislatore competente, una consuetudine contraria

al diritto canonico vigente o che è al di fuori della legge canonica, ottiene forza di legge soltanto se sarà stata osservata

legittimamente per trenta anni continui e completi; ma contro una legge canonica che contenga la clausola che proibisce

le consuetudini future, può prevalere la sola consuetudine centenaria o immemorabile.

Can. 27 - La consuetudine è ottima interprete delle leggi.

Can. 28 - Fermo restando il disposto del can. 5, la consuetudine, sia contro sia al di fuori della legge, è revocata per

mezzo di una consuetudine o di una legge contraria; ma, se non se ne fa espressa menzione, la legge non revoca le

consuetudini centenarie o immemorabili, né la legge universale revoca le consuetudini particolari.

Innanzitutto possono porre in essere una consuetudine nel senso canonico del termine solo le persone

fisiche (i fedeli), e riunite in una cosiddetta “societas perfecta”.

È così chiamata la comunità sufficientemente ampia da essere capace di ricevere una legge (non

semplicemente una dispensa o un privilegio).

Esempio pratico: un singolo monastero non è capace di porre in essere una consuetudine, tutti i monasteri

di una ragione ragionevolmente stesa sì.

Per quanto riguarda invece il fattore psicologico, il termine usato dal legislatore è “animus iuris inducendi”,

rendibile in italiano come l’intenzione di produrre diritto.

Poiché tuttavia è arduo distinguere i vari gradi di tale consapevolezza, che è anche la consapevolezza di

violare la legge in certi casi, si assume tale criterio al ribasso. In altre parole siccome dimostrare che

l'intenzione è eccessivamente oneroso, si accetta come elemento psicologico la semplice opinio iuris, la

convinzione di agire secondo diritto.

L’opinio iuris seu necessitatis implica infatti solo uno stato di ignoranza e di buona fede soggettiva mentre

all'opposto vi è la piena consapevolezza di produrre diritto, ovvero l'animus iuris inducendi.

Non appartenendo al popolo la sovranità deve essere il legislatore ad approvare la consuetudine.

Se ciò accade successivamente si verifica per dirla con Suarez, mutamento del titolo da consuetudine a lex.

Il codice, coi suddetti canoni, regola l'approvazione preventiva: se sono soddisfatti i requisiti ivi enunciati si

la consuetudine ottiene la vim legis (forza di legge) senza bisogno di un atto di riconoscimento.

Resta da dire di un aspetto che riguarda la consuetudine in quanto lex non scripta: la ragionevolezza.

Secondo una elencazione pre-codiciale sono irragionevoli le consuetudini che:

 Sono contrarie al diritto Divino positivo e naturale (anche can 24.1)

 Sono causa di occasione e incitamento a peccare

 Sono contrarie al bene comune (vedi richiamo alla massima tomista)

 Rendono possibile la rottura del nervo della disciplina ecclesiastica. In altri termini mettono in

discussione le linee essenziali e tradizionali dell'ordinamento canonico di derivazione umana. Esempio

sarebbe irragionevole la consuetudine che violasse la lex residentiae in quanto elemento essenziale

della cura d’anime

 Sono contrarie alla libertas ecclesiastica. Ad esempio la consuetudine di ricevere il placet regio per la

validità in un territorio di alcuni atti

 Se stabiliscono pratiche febbroniane, come la necessità di adattamento da parte del Vescovo diocesano

delle disposizioni pontificie

 Sono oggetto di riprovazione da parte del legislatore

Per intervenire contro la consuetudine già formata, in ordine di forza:

 Abrogazione della consuetudine, se vi è una nuova legge o consuetudine di senso opposto

 Proibizione esplicita ora e in futuro, salvo sia una consuetudine centenaria o immemorabile

 Riprovazione da parte del legislatore, facendola così diventare irragionevole

Per quanto riguarda la durata delle consuetudini vi è, sulla scorta dell'esperienza romana, una categoria

duplice di consuetudine di peculiare forza:

 Centenarie se durano almeno da 100 anni

 Immemorabili se non vi è memoria dell'inizio del comportamento, poiché sono venute meno le

generazioni in grado di ricordarlo. È un richiamo alla presunzione: si fa così perché si è sempre fatto

così

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Le leggi particolari

Sono il privilegio (da lex privata) e la dispensa, istituti peculiari dell'ordinamento canonico, irrinunciabili al

fine di garantire la salvezza della singola anima.

A riprova della loro importanza anteriormente alla prima codificazione si ritenevano inconciliabili la

necessità di astrattezza di un codice con l'ampio uso di leggi ad personam nell’esperienza canonica.

Sia il privilegio sia la dispensa sono “ius singularis”. Si usa dire che il privilegio accrescere il patrimonio

giuridico, mentre al contrario la dispensa lo impoverisce.

Il privilegio

Can. 76 - §1. Il privilegio, ossia una grazia in favore di determinate persone, sia fisiche sia giuridiche, accordata per

mezzo di un atto peculiare, può essere concesso dal legislatore come pure dall'autorità esecutiva cui il legislatore abbia

conferito tale potestà.

§2. Il possesso centenario o immemorabile induce la presunzione che il privilegio sia stato concesso.

Con grazia si intende che non sono ammessi i privilegi odiosi (quelli cioè che arrecano danno a chi li receve).

Con persone certe (determinate) si intende che la persona, sia essa fisica sia essa giuridica, deve essere

definita. Qualora vi fosse generalità e astrattezza si avrebbe legge propriamente detta.

Si dispone privilegio attraverso atto peculiare da parte del legislatore

Precedentemente si era lungo dibattuto sulla vera natura, amministrativa o legislativa, del privilegio.

Sembra che con la dichiarazione di cui il can. 76 si intende dare precedenza a chi può incidere

nell'ordinamento canonico. Chi ha la potestà esecutiva può concedere privilegio previa autorizzazione del

legislatore. Il RP può concedere ogni tipo di privilegio.

Can. 78 - §1. Il privilegio si presume perpetuo, se non si prova il contrario.

§2. Il privilegio personale, cioè quello che segue la persona, si estingue con essa.

§3. Il privilegio reale cessa con la distruzione totale della cosa o del luogo; il privilegio locale però rivive, se il luogo

viene ricostituito entro cinquanta anni.

I privilegi si distinguono in:

 Personali: seguono la persona in quanto tale, non della sua funzione pubblica, e cessano con la morte

 Reale: insistono sulle cose, non devono essere pienamente persone giuridiche ma realtà strutturate

(come potrebbe essere la Basilica del Santo). Cessa con la distruzione della cosa, ma rivive se questa è

ricostruita entro 50 anni

Can. 79 - Il privilegio cessa per revoca da parte dell'autorità competente a norma del can. 47, fermo restando il disposto

del can. 81.

Can. 80 - §1. Nessun privilegio cessa per rinuncia, a meno che questa non sia stata accettata dall'autorità competente.

§2. Qualsiasi persona fisica può rinunciare al privilegio concesso solamente in proprio favore.

§3. Le persone singole non possono rinunciare al privilegio concesso a una persona giuridica, o in ragione della dignità

del luogo o della cosa; né alla stessa persona giuridica è lecito rinunciare a un privilegio a lei concesso, se la rinuncia

torni a pregiudizio della Chiesa o di altri.

Can. 81 - Venuto meno il diritto del concedente, il privilegio non si estingue, a meno che non sia stato dato con la

clausola ad beneplacitum nostrum o con altra equipollente.

Can. 82 - Per non uso o per uso contrario un privilegio non oneroso ad altri non cessa; quello invece che ritorna a

gravame di altri, si perde, se si aggiunge la legittima prescrizione.

Can. 83 - §1. Il privilegio cessa passato il tempo o esaurito il numero dei casi per i quali fu concesso, fermo restando il

disposto del can. 142, §2.

§2. Cessa pure, se con il progredire del tempo le circostanze, a giudizio dell'autorità competente, sono talmente

cambiate, che sia risultato nocivo o il suo uso divenga illecito.

Can. 84 - Chi abusa della potestà datagli per privilegio, merita di essere privato del privilegio stesso; di conseguenza,

l'Ordinario, ammonito invano il privilegiato, privi chi gravemente ne abusa, del privilegio che egli stesso ha concesso;

che se il privilegio fu concesso dalla Sede Apostolica, l'Ordinario è tenuto a informarla.

Il privilegio può cessare:

 Revoca, col principio dell’actus contrarius

 Privazione, pena di carattere afflittivo

 Rinuncia:

o Persona fisica: con l’accettazione dell’autorità competente, generalmente chi lo ha concesso

o Persona giuridica: può essere rinunciato dal legale rappresentante o se riguarda un collegio da

questo all’unanimità

La dispensa

La dispensa è definita con la massima “relaxatio legis in casu particolari”

Can. 85 - La dispensa, ossia l'esonero dall'osservanza di una legge puramente ecclesiastica in un caso particolare, può

essere concessa da quelli che godono di potestà esecutiva, entro i limiti della loro competenza, e altresì da quelli cui

compete la potestà di dispensare esplicitamente o implicitamente sia per lo stesso diritto sia in forza di una legittima

delega.

La dispensa può riguardare solo la legge meramente ecclesiastica. Ciò che discende dal diritto divino non

può essere dispensato neppure dal RP (anche se on è comunque possibile il ricorso).

La dispensa deve riguardare un caso concreto.

La potestà generale di emettere dispense spetta a chi è titolare della potestà esecutiva, sempre nei limiti

della propria competenza, e a chi altro è permesso dalla legge. La ratio di tale scelta è l'economicità, nel

senso di non sprecare il tempo del legislatore per il singolo caso concreto.

L'esempio più frequente di dispensa riguarda il matrimonio rato e non consumato.

Si ha matrimonio rato non consumato qualora sia avvenuto valido scambio di consenso tra i nubendi ma

non sia a questo seguita la consumazione secondo copula perfecta (erectio, penetratio, eiaculatio).

La dispensa in questo caso può essere concessa unicamente dal RP e non è un atto dovuto.

Come ogni dispensa, esse richiede giusta causa (ma in ogni caso gli atti del RP non ammettono appello).

Si usa procedere per via istruttoria; prova regina è la verginità della moglie, ma sono ammessi anche

ulteriori presunzioni come l’impotenza del marito. Non è ammessa ovviamente prova testimoniale

contraria, essendo non provabili le negazioni.

Can. 90 - §1. Non si dispensi dalla legge ecclesiastica senza giusta e ragionevole causa, tenuto conto delle circostanze

del caso e della gravità della legge dalla quale si dispensa; altrimenti la dispensa è illecita e, se non fu data dal

legislatore stesso o dal suo superiore, è anche invalida.

§2. Nel dubbio sulla sufficienza della causa la dispensa è concessa validamente e lecitamente.

Facendo riferimento alla giusta causa per la dispensazione non sono indispensabili gli atti costitutivi degli

istituti giuridici (can. 86), indicati con la formula di nervo ecclesiastico.

Esemplificando, non è possibile dispensare dall'obbligo di residenza non poiché fondato sul diritto divino

ma perché elemento costitutivo della cura d'anime.

Nel caso di indebito dispensa è utile, al fine di capirne le conseguenze, riferirsi alla sentenza 18/82 della

Corte Costituzionale relativa alle dispense di cui l'art. 34 del concordato del Laterano (matrimonio).

Secondo la corte i coniugi non sono titolari di alcun diritto soggettivo in quanto il procedimento di

accertamento papale ha carattere grazioso, non giurisdizionale.

Non essendo quindi atto dovuto neanche in presenza di giusta causa, si pone un distinguo: la dispensa

carente della ragionevolezza concessa dal legislatore è illecita, quella concessa dalla potestà esecutiva

ceteris paribus è invalida. Le dispense papali non sono in alcun modo appellabili; è divenuta celebre

espressione con cui ci si riferisce al Papa meglio informato in caso di dispensa indebita, implicando che il RP

ha sbagliato nella sua decisione.

Organi costituzionali ecclesiastici

Gli organi costituzionali ecclesiastici di diritto divino sono due:

 Il Romano Pontefice, ufficio singolare detto anche munus Petrino

 Il Collegio Episcopale, formato dell'universalità dei Vescovi

Esercitano la successione dei Dodeca, il cosiddetto depositum fidei.

Il Vescovo di Roma è successore di Pietro: la cattedra Romana prevale su quella di Antiochia poichè a Roma

Pietro sparse sangue al suo martirio.

L'universalità dei Vescovi succede agli apostoli. Così come con la defezione di Giuda Iscariota la pienezza di

12 venne meno ma fu subito ripristinata con ingresso di Mattia (Il numero 12 rappresenta la pienezza ed è

un riferimento alle 12 tribù di Israele), attraverso la genealogia episcopale è possibile tracciare a ritroso nel

tempo ogni Vescovo fino ad arrivare agli apostoli stessi.

Ciò ovviamente è vero solo in principio, in quanto spesso l'interesse politico di far risalire le origini di una

cattedra ad un ben specifico personaggio ha avuto ragione dell'accuratezza e verità storica. Ancora più

semplicemente spesso sono attribuzioni apologetiche o basate su dati inventati di sana pianta vista le

difficoltà storiografiche.

Oltre a questi organi costituzionali ecclesiastici di diritto Divino ne esistono altri di diritto umano come ad

esempio il Sacro collegio formato dall'insieme dei cardinali di Santa Romana chiesa.

Can. 330 - Come, per volontà del Signore, san Pietro e gli altri Apostoli costituiscono un unico Collegio, per analoga

ragione il Romano Pontefice, successore di Pietro, ed i Vescovi, successori degli Apostoli, sono tra di loro congiunti.

È scorretto parlare di sovranità: come in ogni ordinamento confessionale la sovranità appartiene alla

divinità, fermo restando il comunque inappropriato uso del termine sovranità in questo caso.

Nell'ordinamento Canonico colori quali succedono ai Dodeca hanno la potestà suprema sulla Chiesa.

Non vi è contrapposizione fra il RP e CdV. Secondo il codice il RP è sia organo monocratico sia membro

costitutivo e quindi essenziale del CdV. Per quanto ciò possa sembrare pacifico e ovvio (il RP è tale in

quanto Vescovo di Roma) tale definizione è maturata dopo un acceso scontro con le tesi conciliaristiche di

molti prelati e padri conciliari.

Riguardo al rifiuto della tesi conciliariste e della primazia conciliare vedi omonimo trattato di Bellarmino.

Rispetto al CdV il RP non è un primus Inter pares e non è neppure un presidente.

Il termine usato nel CIC83 è particolarmente indicativo: il RP è caput del CdV (can 336).

Can. 336 - Il Collegio dei Vescovi, il cui capo è il Sommo Pontefice e i cui membri sono i Vescovi in forza della

consacrazione sacramentale e della comunione gerarchica con il capo e con i membri del Collegio, e nel quale permane

ininterrottamente il corpo apostolico, insieme con il suo capo e mai senza il suo capo, è pure soggetto di suprema e

piena potestà sulla Chiesa universale.

Non si può avere CdV senza caput e non vi sono delibere del CdV senza l'assenso papale.

Siccome molti concili del primo millennio sono stati voluti dall'imperatore e non hanno visto neppure la

presenza del RP, onde evitare di dover dichiarare nulli quei fondamentali canoni conciliari, si è affermata la

teoria del presunto consenso papale.

Un'altra definizione spesso usata per la comprensione delle dinamiche fra RP e CdV è quella di organi

inadeguatamente divisi: essi hanno entrambi la medesima potestà, quindi il romano Pontefice può fare

esattamente tutto quello che può fare il Collegio di cui comunque fa parte come caput.

Tornando alla precedente definizione, nell'ordinamento Canonico la potestà discende dall'alto e ha natura

gerarchica. Il fondamento della potestà episcopale natura sacramentale. Non vi è nell’ordinamento

canonico divisione di poteri ma solo di funzioni.

#####################################lezione assistente

Potestà del Romano Pontefice e caratteri giuridici

Il RP, come già detto, è tale perché Vescovo di Roma: non è Vescovo di Roma in quanto RP.

Nel primo millennio vi era una situazione per così dire anomala: potevano essere elevati al Soglio Pontificio

solo diaconi e presbiteri. I Vescovi infatti erano ordinati per territorio e non potevano rescindere quel

legame. Con un'espressione tipica della vecchia dottrina canonica si diceva che il Vescovo instaurava con la

sua diocesi un rapporto matrimoniale; se avesse assunto due cattedre avrebbe commesso bigamia. In ogni

caso non avrebbe potuto divorziare per assumere la cattedra Romana.

Stranamente vengono inclusi nelle liste di Pontefici e vengono loro riconosciute tutte le prerogative petrine

anche ai Papi che, anche se regolarmente eletti, non hanno fatto in tempo a ricevere l'ordinazione

episcopale.

Can. 331 - Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l'ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro,

primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo

e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena,

immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente.

La delineazione di questi caratteri non è avvenuta per tramite della dottrina o per tradizionale attribuzione:

i caratteri sono stati aggiunti a mano a mano che movimenti e dottrine ereticali li mettevano in discussione.

Analizzando singolarmente i caratteri della potestà pontificia ex can. 333.1 sono:


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ius_pd45

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PADOVA, TREVISO)
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ius_pd45 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto canonico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Miele Manlio.

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