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Appunti di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici (2015) - prof. Cappperucci V.

Rielaborazione di appunti presi durante il corso di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici.

Comodissimo indice finale

Contenuti in breve:

I parte: Dal partito notabilare ai partiti di integrazione sociale
Analisi del partito politico (approcci teorici, definizioni, origini, evoluzione)
Confronto tra due modelli: modello anglosassone e modello continentale
I... Vedi di più

Esame di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici docente Prof. V. Capperucci

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Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Il Partito operaio parte da un presupposto completamente diverso: il recupero del marxismo ortodosso.

Bisogna dare il potere, che adesso gestisce la borghesia, agli operai. Questo, rispetto alla scelta politica

si traduce nella nascita di un partito che abbia le caratteristiche del partito ipotizzato da Marx: un

partito di avanguardie rivoluzionarie che guidi gli operai di fabbrica (e solo loro) verso la rivoluzione.

Dunque, borghesia contro il proletariato. Il fulcro della vita degli operai è la fabbrica e quindi le lotte

economiche e sindacali. Gli operaisti non si sporcano le mani con la politica, sono fuori dal sistema, e

agiscono come forza antisistemica

Avvicinamento tra i due nuclei

Nell’86 vi è un tentativo di fusione dei due nuclei, ma non ce n’è la possibilità perché non si trova un

terreno di convergenza sia perché ormai il Partito socialista rivoluzionario è un partito che sta in

Parlamento (mentre il Partito operaio italiano no) sia perché le linee politiche e ideologiche continuano ad

essere estremamente divergenti.

Due fattori incidono sull’ammorbidimento dei rapporti fra i due nuclei

Esiste e diventa sempre più evidente un fortissimo scarto fra il socialismo italiano — diviso in questi

• due nuclei — e il socialismo europeo del resto dell’Europa:

‣ L’Spd è diventato un partito fortissimo, conquistando una centralità politica, istituzionale e sociale

enorme e anche per quanto riguarda l’organizzazione, ossia lo sviluppo territoriale nazionale del

partito stesso

‣ Nasce la Seconda Internazionale (1889) e dentro la Seconda Internazionale il ruolo chiave dell’Spd

detta ormai completamente i tempi dello sviluppo dell’azione dei partiti socialisti europei

• Anche in Italia si comincia a conoscere Marx: nel 1886 viene tradotto Il Capitale, nel 1888 viene

tradotto anche Il manifesto del Partito comunista).

Inoltre, comincia a svolgere un ruolo fondamentale un filosofo, il cui contributo sarebbe stato

fondamentale alla nascita del Psi: Arturo Labriola. Labriola legge Marx e ha grandi contatti con la

socialdemocrazia tedesca e comincia a tenere alla Sapienza delle lezioni proprio sul marxismo,

diffondendo le istanze e i principi dei documenti fondativi del socialismo europeo anche in Italia.

Un contributo altrettanto rilevante nel tentativo di superare la divisione fra i due tronconi viene da Filippo

Turati. Il pensiero di Turati era che l’ideologia e il pensiero politico erano arrivati in Italia, tuttavia

mancava un partito che riunisse tutte le associazioni esistenti in difesa del mondo del lavoro e le

costringesse all’interno di un progetto politico unitario. Turati, per superare questa situazione di impasse

rispetto alla mancanza del partito, comincia fondando, nel 1889, un’altra organizzazione (la Lega

socialista milanese) e un nuovo foglio stampa: Critica sociale. Vi sono dunque due ambiti di azione, con

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l’idea di dare vita ad un organismo completamente nuovo, che deve servire per la fondazione di un partito

unitario. Le idee della Lega socialista milanese vengono interamente affidate a Critica sociale, che

diventa l’organo sociale del nuovo raggruppamento politico e che si propone sostanzialmente l’obiettivo

di educare al nuovo progetto politico, ossia alla diffusione delle istanze e delle idee del marxismo.

L’obiettivo principale di Turati è proprio quello di riavvicinare i due tronconi del socialismo italiano.

La prima sfida per Turati e Labriola è la ricerca di un terreno di convergenza fra i romagnoli (Costa e i

socialisti rivoluzionari) e gli operaisti milanesi.

La seconda sfida è la rottura definitiva anche con quel poco che restava della tradizione anarchica (in

Italia la persistenza degli ideali anarchici è fortissima). Per arrivare alla formazione di un partito unitario

bisogna sconfiggere completamente tutte quelle tendenze che ancora in Italia esistevano (soprattutto

nell’Italia centro-meridionale). A tal fine, nel 1891 Turati convoca un congresso internazionale, il

Congresso nazionale operaio di Milano, in cui riunisce il partito operaista e fa approvare una mozione

di maggioranza con cui di fatto gli anarchici vengono completamente espulsi da qualsiasi organizzazione

del partito. Il socialismo va in una direzione opposta rispetto a quella prevista dagli anarchici: la vittoria

operaista sugli anarchici.

Per fondere i romagnoli con gli operaisti milanesi, nel 1892, si deve trovare una piattaforma

programmatica e ideologica comune. Viene convocato un secondo Congresso nazionale operaio di

Genova al quale partecipano la componente operaista e quella romagnola. Turati spiega ai delegati

romagnoli e operaisti l’esigenza di un partito operaio. Lasciare che la difesa della classe lavoratrice venga

sparpagliata e frantumata significa avere un elemento di forte debolezza politica rispetto alle istituzioni e

alla classe dirigente liberale; il socialismo è più efficiente se combatte in maniera unitaria.

Si apre un enorme dibattito, che vede soprattutto la componente operaista fortemente contraria alla

proposta politica turatiana. Di fronte al timore della sconfitta della propria proposta politica, il giorno

seguente Turati, Anna Kuliscioff e un altro esponente della loro corrente politica, Trampolini, organizzano

una riunione segreta vicino alla sede in cui si svolgeva il Congresso, durante la quale inizia una serie di

trattative che riesce a convincere molti dei delegati sia operaisti sia romagnoli sull’esigenza di

compattarsi intorno alla linea politica proposta da Turati.

Tornati in Congresso, viene messa ai voti la mozione di fusione dei due nuclei all’interno di nucleo

unitario e questa ottiene la maggioranza dei delegati presenti al Congresso. Il 15 agosto 1892 nasce il

Partito dei lavoratori italiani (Pli); non socialista ma dei lavoratori (per evitare che si creino, intorno al

nome, le stesse fratture che avevano impedito per circa 7 anni ai due tronconi del socialismo di

convergere su una piattaforma unitaria). La definizione definitiva di Partito socialista italiano si avrà

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soltanto nel 1897, quando gli equilibri interni cambiano ed è possibile cambiare anche la definizione del

Partito.

FUSIONE DEI DUE NUCLEI

La conversione più grossa la fanno gli operaisti (tutto sommato, Costa è abbastanza d’accordo col

progetto politico di Turati), sulla base di una garanzia che Turati dà loro, ossia che l’obiettivo

fondamentale dell’azione politica del partito nuovo che sta sorgendo sarà la rivoluzione. Turati sa già che

non farà la rivoluzione nell’immediato, perché non ci sono le condizioni in Italia, ma se avesse detto al

Congresso di Genova che dava vita a un partito riformista, non avrebbe ottenuto alcun risultato, per cui fa

un po’ quello che fa il centro dell’Spd, ossia sostiene che il Partito dei lavoratori italiani sia un partito

marxista (Turati è un marxista) e che perciò non rinuncia alla rivoluzione, che è l’obiettivo principale del

Partito, lo strumento di lotta politica fondamentale. Tuttavia, se e fino a che le circostanze non

consentiranno di dare vita al processo rivoluzionario, si sceglie una via legalitaria (così recupera il

sostegno di Costa). Sin dalle origini, il Partito nasce strutturato secondo la doppia strategia (programma

minimo e programma massimo) seguita dall’Spd. Su questa base, Turati riesce a far convergere i due

nuclei del socialismo italiano. La convergenza, dunque, avviene sulla base di un compromesso,

compromesso che avviene sull’impostazione della strategia in due tempi, fermo restando che sul piano

ideologico il Partito dei lavoratori italiani è un partito di chiara matrice marxista (non è ancora un partito

socialdemocratico).

Una volta operata la fusione dei due tronconi, Turati ha tre sfide davanti a sé:

Cercare di omogeneizzare la classe di riferimento, cioè fare di questa disomogeneità sociale (a base

• sociale è composita, proletaria, sì, ma molto popolare, anzi forse molto più popolare che proletaria,

considerando la condizione soprattutto dell’Italia centro-meridionale) un’unica classe sociale di

riferiemento. Il programma è di ispirazione marxista, per cui anche il Partito deve essere fondato sulla

base del riferimento a quel modello ideologico

Lasciare integro il riferimento al marxismo, ossia adattare il marxismo anche alle diverse istanze

• economiche e sociali della società italiana

• Dare vita a un vero e proprio partito nazionale, uscendo dall’esperienza romagnola e milanese e

creando un partito nazionale

In questo tentativo di trovare un’identità per il Partito c’è una serie di circostanze che segna una battuta di

arresto del tentativo di rafforzamento e consolidamento del Partito dei lavoratori italiani: nel 1894 va al

potere Crispi — a causa della pesantissima crisi economica che colpisce tutta l’Europa, che dà vita a

sollevazioni contro le quali si reagisce attraverso una coalizione fra i grandi proprietari del Nord e i grandi

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proprietari terrieri e agricoli del Sud, che chiedono l’instaurazione di un governo forte, che sia in grado di

approvare tutta una serie di misure capaci di soffocare l’ondata di rivolta che si sta diffondendo in tutto il

Paese — e l’Italia vive una prima svolta autoritaria: fortissimo accentramento dei poteri da parte del

governo, forte esautoramento delle prerogative parlamentari, massiccio uso della forza rispetto alle

contestazioni sociali.

Crispi proclama lo stato d’assedio per le regioni dell’Italia meridionali, manda l’esercito e soffoca

qualsiasi moto di ribellione. Inoltre, fa adottare delle misure — le leggi antianarchiche — che avevano

l’obiettivo di distruggere completamente l’anarchismo, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, ma che

finiscono di fatto per tradursi in leggi antisocialiste, visto che ormai l’anarchismo era pesantemente

indebolito. Nel 1895, il Partito dei lavoratori italiani, sulla base delle restrizioni imposte dal governo

Crispi, viene messo fuori legge (è un po’ quello che fa Bismarck contro il partito socialista tedesco). In

questo nuovo contesto (terza fase) inizia, all’interno del Partito dei lavoratori italiani, una forte riflessione

sulle strade che devono o possono essere seguite in questo nuovo contesto di clandestinità viene da

Engels. Turati scrive ad Engels e gli chiede quale sia la via che il Partito deve seguire, di fronte a due

possibili alternative:

Rimanere di fatto in una posizione antisistemica, nella clandestinità, e attendere il momento adatto

• perché si possa fare la rivoluzione

• Cercare di abbandonare per il momento i termini rigidi della lotta di classe e trovare un accordo con

tutte quante le altre forze di opposizione che provano a contrastare l’autoritarismo crispino. Engels

suggerisce questa soluzione come l’unica strada possibile per la sopravvivenza del socialismo italiano

grosso fronte di opposizione nel 1894, a Milano, nasce la Lega italiana per la difesa delle libertà:

➝ ➝

organizzazione che raggruppa tutti quanti i movimenti dei partiti politici che intendono fare

opposizione al progetto crispino, ossia socialisti, radicali e repubblicani.

È un momento importante di affermazione del socialismo italiano, perché questo fronte comune

consente un compromesso con le altre forze politiche, che legittima — forte dell’investitura autorevole

di Engels, che aveva scritto il Manifesto — l’ipotesi che in condizioni di emergenza del sistema

politico e sociale si possa istituzionalizzare il marxismo: il Partito è legittimato ad abbandonare

temporaneamente il programma massimo e ad elaborare una strategia intermedia ufficiale che passi

attraverso le altre forze politiche di opposizione. Nel momento in cui l’esigenza sarà finita, il Partito

recupererà l’intransigentismo di classe. Ancora una volta viene seguito il programma in due tempi.

In questa fase si fa anche un progresso importante. Dal punto di vista politico e strutturale/organizzativo

va imitata l’Spd, vanno create le premesse affinché, pur in clima di clandestinità, il Partito possa

sviluppare una struttura organizzata il più possibile simile al modello della socialdemocrazia tedesca:

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• Adesioni individuali: quando nasce il Pli, le adesioni sono collettive, ossia si aderisce per gruppi

(società, cooperative, gruppi di mutuo soccorso). Nel clima di clandestinità va adottato il modello

dell’Spd, perché è più facile l’adesione individuale in clima di clandestinità

Diffusione nazionale: va potenziata la diffusione su tutto il territorio nazionale, creando sezioni

• Struttura: base, composta da militanti/iscritti riuniti in sezioni; sezioni raggruppate in un organismo

superiore (le federazioni); delegati delle federazioni, che in Congresso eleggono la direzione

nazionale; direzione nazionale

Il Pli svilupperà una struttura leggermente diversa da quella dell’Spd, per una serie di ragioni:

Non riuscirà ad avere una diffusione effettivamente nazionale, in qunato l’Italia ha tutta una serie di

• difficoltà legate al territorio, ai mezzi di comunicazione, ecc., per cui il Partito si sviluppa ma rimane

localizzato soltanto in alcune zone specifiche del Paese (le regioni dell’Italia settentrionale e centrale)

Ci sarà uno scarsissimo coordinamento centro-periferia. Il modello piramidale che funziona in

• Germania non funziona in Italia per le stesse ragioni che rendono difficile il raggiungimento

dell’obiettivo del partito nazionale, nonché dalla clandestinità

• La base sociale di riferimento rimane ancora fortemente eterogenea, perché ancora alla metà degli anni

’90 non esiste un proletariato diffuso in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale

Tutti questi fattori fanno del Pli, ancora negli anni ’90, un partito socialista anomalo. Le peculiarità della

classe di riferimento e delle componenti interne (massimalismo vs riformismo; rivoluzione vs riforma) del

Pli/Psi rimarranno sempre. Nel 1921 nascerà, col Congresso di Livorno, a sinistra del Psi, un partito

veramente proletario, il Partito comunista d’Italia. Si stacca dal Psi l’ala sinistra, ma le contraddizioni

interne al Partito socialista rimangono. Questo continua anche dopo la seconda guerra mondiale. Il partito

che rinasce dopo la seconda guerra mondiale — Psiup: Partito socialista italiano di unità proletaria — ha

dentro queste due componenti: la componente più riformista e quella più massimalista; tant’è che nel

1947 si spaccherà e ne uscirà Saragat, che darà vita al Partito socialdemocratico. Il vero problema

originario del Partito socialista italiano è che è veramente l’unico partito socialista europeo che nasce

senza che ci sia una specifica classe sociale di riferimento, eppure nasce sulla base di un’istanza

ideologica che prevede che la lotta abbia una sua precise classe sociale di riferimento. In Italia ci si trova

più volte costretti ad operare con quello che si ha, sviluppando tutte le peculiarità del caso italiano.

Struttura bicefala e dicotomia transigenti/intransigenti

Sul piano politico, la scelta del fronte comune delle opposizioni significa importanza del gruppo

parlamentare (come succede per l’Spd di fronte alle persecuzioni bismarckiane). Il Pli agisce, dunque,

su due fronti, sviluppando una struttura bicefala: ! 47 Schemi

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• Fronte esterno: potenziare il Partito nel rapporto con la società

• Fronte interno: unione di tutte le opposizioni, ossia potenziamento del ruolo del gruppo parlamentare,

perché il parlamentare non può essere perseguitato, in quanto coperto, nel caso italiano, dalle garanzie

dello Statuto Albertino

Non è soltanto una struttura bicefala: nel Partito sono più forti i massimalisti, quelli che all’epoca si

chiamano ancora intransigenti (Ferri, Labriola, Lazzari, Croce: matrice operaista), mentre nel gruppo

parlamentare dominano i riformisti, quelli che all’epoca vengono chiamati transigenti (Costa e,

soprattutto, Turati). A partire da questa fase si cominciano a delineare due centri direttivi del Partito, uno

che agisce dentro le istituzioni, riformista/transigente, un altro che agisce prevalentemente fuori dal

Parlamento, gli operaisti intransigenti. Durante l’autoritarismo crispino la situazione regge.

Ci sono dei momenti in cui, invece, la conflittualità diventa più forte:

Alla fine della stagione crispina: le due componenti del Psi, durante il Congresso di Imola del 1897, si

• scontrano e si spaccano, perché, chiusa la fase di emergenza, come aveva prescritto Engels, non si

doveva più cooperare. Scelgono due soluzioni diverse:

‣ Gli intransigenti vogliono tornare solo ed esclusivamente al programma massimo: rivoluzione,

dittatura del proletariato, società senza classi; nessuna collaborazione con la classe borghese

‣ I transigenti, guidati da Turati, vogliono continuare invece sulla fase intrapresa durante la fase

crispina, perché il riformismo è la strada che consente di ottenere, per il momento, maggiori

vantaggi per la classe lavoratrice. Turati vince, con una mozione maggioritaria, il confronto del

Congresso di Imola. Il controllo del Partito rimane, dunque, ai riformisti, senza che questo provochi

scissioni

• Dopo il Congresso di Imola si ha una nuova svolta autoritaria (Rudinì e Pelloux) in Italia, che avvalora

la tesi di Turati. Il Partito socialista, di fronte a questa nuova svolta autoritaria — che mette di nuovo al

centro della politica autoritaria la repressione del Partito socialista, reagisce agendo su due fronti (per

cui rimane la dicotomia transigenti/intransigenti):

‣ Perseguendo la strada di collaborazione con il fronte delle opposizioni democratiche e rafforzando

l’istituzionalizzazione del Partito (lotta parlamentare: transigenti))

‣ Continuando a potenziare l’azione di organizzazione di diffusione del Partito sul territorio. Nascono

tutti strumenti di propaganda (opuscoli, giornali, case editrici, manifesti) che hanno proprio

l’obiettivo di potenziare la presenza del Partito sul territorio (organizzazione d partito: intransigenti)

• A seguito della crisi di fine secolo ha inizio l’età giolittiana, che dà un impulso ancora diverso non

soltanto all’azione strategica del Psi, ma anche alla dialettica interna. Cambia completamente il quadro

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della storia del Partito socialista italiano (i riformisti sono ancora la maggioranza interna al Partito, per

cui dettano la linea d’azione del Partito), in quanto cambia completamente il rapporto tra la classe

politica e la società civile. Fino all’età giolittiana, i partiti di classe avevano agito interpretando istanze

di una società, o di una parte di essa, che la classe dirigente liberale non riconosceva e non accettava e

che non intende rappresentare. Con Giolitti (liberale di sinistra) questo sistema cambia, perché Giolitti

parte, nel definire la sua strategia di governo, da un presupposto completamente diverso rispetto a

quello da cui erano partiti i suoi predecessori: egli è convinto che il rafforzamento dello Stato passi

attraverso l’apertura del sistema al maggior coinvolgimento delle classi popolari, perché giunge a capo

del governo dopo quarant’anni di vita unitaria, consapevole dei rischi che il sistema ha corso lasciando

fuori fasce importanti della società. Parte, dunque, dal presupposto della necessità di aprire a quelle

forze politiche che quella società hanno voluto difendere. Con Giolitti avviene il passaggio dal

liberalismo classico alla liberaldemocrazia, sulla base della convinzione che l’allargamento della base

sociale dello Stato potesse avere come effetto quello di ridurre fortemente la conflittualità politica

(seguendo il modello inglese).

L’apertura democratica di Giolitti crea le premesse affinché questi partiti, soprattutto il Psi, possano

giocare un ruolo diverso dentro al sistema, tant’è che uno dei primi atti di Giolitti è quello di rivolgere

l’invito a Turati a sostenere i suoi governi, entrando nella maggioranza. Giolitti opera, dunque, una

fortissima apertura nei confronti dei socialisti (transigenti). Questo avrebbe portato a due effetti:

‣ Avrebbe ancor più imbrigliato il Partito socialista dentro una logica istituzionale (come per il M5s),

depotenziando il suo potere antisistemico

‣ Portandosi dentro Turati, da una posizione di forza rispetto al Psi, avrebbe acquisito il monopolio

degli interventi riformisti, ossia avrebbe tolto a Turati l’egemonia politica e ideologica riformista

(Giolitti è un riformista), ponendosi così lui alla testa del processo di riforma economica

Questa operazione non riesce, perché Turati sapeva benissimo che se avesse accettato l’offerta di

Giolitti avrebbe perso tutta la parte intransigente/massimalista del suo partito, con una probabilissima

spaccatura del Psi, che avrebbe indebolito fortemente il Partito. Difatti, i massimalisti sono

maggioritari nell’organizzazione partitica. Questo gli consente di tenere unite le due componenti del

Partito, nonché di tenere in piedi la strategia del doppio binario (perseguimento del programma

minimo attraverso la rappresentanza parlamentare, senza perdere di vista il programma massimo).

Dunque, durante tutta la fase giolittiana, il Partito segue la strategia del doppio binario, con la

prevalenza della componente riformista.

Questi equilibri cambiano di fronte alla guerra in Libia: quando Giolitti (1912) approva e sostiene la

• spedizione italiana in Libia, la strategia di Turati viene messa profondamente in crisi dall’ala sinistra

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del Partito, perché i marxisti ortodossi sono internazionalisti e contrari all’imperialismo. Il Partito

socialista raggiunge uno dei momenti di massima tensione, in quanto Turati non prende

immediatamente posizione rispetto alla guerra in Libia, e di fronte a questo atteggiamento di Turati il

gruppo di sinistra si ribella, sostenendo la necessità di una presa di posizione compatta da parte del Psi

di condanna dell’imperialismo giolittiano. Si avrà, dunque, all’interno del Psi, un capovolgimento dei

rapporti di forza, dovuto a due fattori:

‣ La componente di sinistra del Partito si è molto rafforzata rispetto agli anni precedenti, perché è

entrata una generazione più giovane (Gramsci, Terracini, Bordiga), che ha sviluppato una maggiore

sensibilità nei confronti delle istanze del marxismo ortodosso e che ritiene che la linea politica che

Turati ha imposto al Psi sia un tradimento al marxismo (come anche l’Spd è un tradimento al

marxismo)

‣ I riformisti (fino al 1910-12 molto compatti: Salvemini, Bonomi, Bissolati) cominciano a spaccarsi.

Si vengono a creare, all’interno dell’ala riformista, tre componenti diverse:

Una sinistra (riformisti di sinistra): Salvemini, il quale attaccherà in maniera frontale Giolitti

✦ riguardo alla guerra in Libia. Occorre scegliere una via completamente diversa rispetto a Giolitti

e al sistema giolittiano, e cioè occorre operare come forza di opposizione molto più radicale,

rafforzando i termini polemici del Psi nei confronti del sistema, spostando il Psi più a sinistra

rispetto a Turati

Un centro: Turati afferma di aver fatto tutto ciò che poteva fare, evitando che il Partito si

✦ spaccasse, e proclama la necessità di proseguire per questa strada

Una destra (riformisti di destra): Bonomi e Bissolati (che verranno poi espulsi dal Psi)

✦ sostengono che il Psi sia ormai un ramo secco, in quanto, tra compromessi tra transigenti e

intransigenti e tra programma minimo e programma massimo, non ha raggiunto nessun risultato.

Occorre fondare un partito nuovo, che sia effettivamente socialdemocratico, ossia un partito

progressista, disposto anche, qualora sia necessario, a collaborare con le maggioranze di governo

Per la prima volta nella storia del Psi post-nascita, i riformisti perdono al Congresso e vanno in

minoranza (perché vanno spaccati in queste tre correnti), mentre i massimalisti si presentano compatti

dietro la crescente leadership forte e carismatica del socialismo rivoluzionario di Benito Mussolini, il

quale chiede addirittura l’espulsione di Bonomi e Bissolati, i quali non sono socialisti, in quanto

vogliono andare al governo con Giolitti. A partire dal 1912, dunque, il Psi si schiaccia completamente

su posizioni massimaliste. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, segretario del Partito

non è più Turati ma Menotti Serrati, uno dei leader di primo piano della componente massimalista del

Partito. Le fasi che portano l’Italia all’ingresso in guerra creano per i socialisti tutta una serie di

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problemi grossi che determineranno un’ulteriore spaccatura, prima quella con Mussolini, che verrà

espulso dal Partito, e poi, nel primo dopoguerra, alla definizione di nuovi equilibri che porteranno

all’uscita della componente massimalista di Gramsci, Bordiga, Togliatti e Terracini. Quando scoppia la

prima guerra mondiale, il Psi è schierato molto più a sinistra di quanto non fosse stato dal momento

della sua fondazione.

Effetti della nascita del Psi: radicali e repubblicani

Quando nasce, nel 1892, il Partito socialista italiano è il primo partito moderno d’Italia. Esso nasce sulla

frattura fra istituzioni e società in rappresentanza di classi sociali che le istituzioni non rappresentano.Ha

origini antisistemiche, ma non esprime una prassi politica antisistemica. È dunque, un partito di

integrazione sociale: solo vocazione antisistemica non politica.

Dalla nascita del Psi deriva una conseguenza importante, che si riflette sulle scelte politiche che vengono

fatte dalle altre famiglie politiche di sinistra: repubblicani e radicali. I radicali (l’Estrema) stanno in

Parlamento, mentre i repubblicani hanno scelto di privilegiare l’interesse per la questione sociale, tant’è

che avevano fondato associazioni, ecc. Tutte le forze politiche che nascono a sinistra dopo la nascita del

Psi nascono per imitare quel modello, ma vengono completamente esautorate proprio da quel modello, sia

in termini di ruolo politico sia in termini di composizione sociale, di referente sociale, che viene

completamente assorbito dal Psi. La nascita del Psi incide sulle scelte di queste due famiglie politiche,

cambiando il loro indirizzo politico e stabilendo la necessità di dotarsi di strutture di organizzazione

politica, la necessità di creare dei partiti politici. Il processo delle due forze politiche è però inverso: i

repubblicani si organizzano e vanno dalla società verso le istituzioni; i radicali stanno dentro le istituzioni

e devono andare verso la società. Scegliendo la soluzione istituzionale, non hanno sviluppato apparati

organizzativi

Repubblicani. Nel 1895, col Congresso di Bologna, viene fondato il Partito repubblicano italiano

• (Pri), in cui converge tutto il mondo associativo di matrice repubblicana. Primo segretario del Pri sarà

Gaudenzi. Verrà fondato anche il quotidiano del Partito: Il pensiero romangolo.

I repubblicani approdano alla formazione di un partito politico, perché capiscono che, a fronte di un

avversario politico forte come il Psi, che va in gran parte a pescare sullo stesso terreno sociale ed

elettorale dei repubblicani, l’unica alternativa per poter contrastare la forza crescente del Psi è dotarsi

di una struttura, eguagliando il modello del Psi sia dal punto di vista organizzativo sia dal punto di

vista programmatico (darsi un programma unitario). Senza partiti non esiste più lotta politica. Il partito

è lo strumento determinante e strategico della lotta politica, soprattutto nei casi in cui il referente

sociale è prevalentemente lo stesso, cioè la classe dei lavoratori italiani.

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I repubblicani hanno inoltre un’ulteriore sfida: chiarire in maniera definitiva il rapporto fra l’impegno

sociale e l’impegno politico. Se fino a questo momento i repubblicani si sono mossi prevalentemente

nell’ambito sociale, il salto di qualità che devono compiere è quello di sporcarsi le mani con la

politica, giocando, attraverso il partito politico — la macchina partito —, un ruolo dentro le istituzioni,

tant’è che dal 1897 partecipano alle elezioni politiche, superando, almeno temporaneamente, la

pregiudiziale antimonarchica. Si collocano all’opposizione, all’estrema sinistra. Da quel momento la

sinistra estrema sarà formata da radicali e repubblicani. Rimane in piedi il sistema tripolare, ma il polo

di sinistra diventa più articolato.

Il programma del Partito repubblicano è molto simile a quello del movimento repubblicano:

‣ Difesa dell’ordine repubblicano, benché si accetti transitoriamente la soluzione monarchica

‣ Democrazia politica: approdo al suffragio universale (ossia passaggio da un sistema liberale a un

sistema democratico)

‣ Fortissimo e avanzato programma di democrazia sociale e dunque riformismo fortemente

progressista: riforme che vadano ad emancipare e a tutelare la condizione della classe lavoratrice.

La base sociale del partito è interclassista. I repubblicani non leggono la storia come lotta di classe

(grande differenza con il Psi e i partiti marxisti). La loro politica sociale non procede per

contrapposizione di classe, ma mira ad una generale elevazione del livello di vita delle classi

lavoratrici (artigiani, contadini, proletari).

Caratteristiche del Partito repubblicano italiano:

‣ Partito non di massa, ma che continua a ricalcare un modello fortemente notabilare

‣ Partito di intellettuali: classe dirigente di un’alta borghesia imprenditoriale

‣ L’insediamento territoriale non supera quasi mai le regioni in cui più forte era stata la tradizione

mazziniana. Non diventa, fino al secondo dopoguerra, un partito nazionale; rimane un partito

piccolo, insediato territorialmente soltanto in alcune zone del Paese (Emilia, Romagna, Toscana,

Marche)

I repubblicani pensano di parlare a una società larga, ma non lo fanno, bensì tengono la politica stretta

nelle mani di un’élite dirigente che non ha la capacità o l’attitudine ad aprirsi a un maggior

coinvolgimento della società nell’attività politica del Partito. Il Pri, oltre ad una concezione elitaria

della sua classe dirigente, soffre la fortissima concorrenza organizzativa, strutturale, propagandistica

del Psi, che schiaccia completamente il tentativo di queste forze di bilanciare l’egemonia socialista, sia

dal punto di vista politico che dal punto di vista organizzativo. Il Partito repubblicano non riesce, per

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una lunga fase, a superare questa fase di partito notabilare/personale/individualistico che ha un piccolo

nucleo federativo insediato in alcune zone.

Il Pri è un partito al limite rispetto al modello di partito moderno. Del partito moderno ha la

dimensione organizzata esterna alle istituzioni parlamentari. Rispetto ai partiti moderni manca di una

capacità di penetrazione omogenea sul territorio, ossia della capacità di realizzare la vocazione di

partito nazionale, l’essenza del partito-macchina. Secondo la definizione di partito moderno, il Partito

repubblicano è un partito moderno (tutti i partiti che nascono dopo la nascita dei partiti socialisti

europei sono ormai partiti moderni, ossia collettori del consenso sociale verso le istituzioni).

Radicali. Hanno già un ruolo politico-istituzionale, l’Estrema. Sono all’opposizione dei governi

• autoritari (Crispi, Pelloux, Depretis). La base sociale è più vicina alla medio-alta borghesia. Si dotano

di una struttura organizzativa, ossia di un partito extraparlamentare. Lo fanno quasi dieci anni dopo i

repubblicani. Il primo Partito radicale nasce nel Congresso di Roma del 1904. Ci mettono dieci anni a

nascere come partito politico per almeno due ragioni:

‣ Il contesto storico politico con cui si trovano ad operare: svolta autoritaria e cappa dei governi

autoritari

‣ Mancano le forme di associazionismo, di lotta politica organizzata (i repubblicani hanno alle spalle

40-50 anni di esperienza associazionista): mancanza di una tradizione politica organizzata. Non

avere idea di come si insedi una forza politica in un territorio è un grande problema. I repubblicani

prendono tutto ciò che c’era prima, convocano il Congresso e fondano il Partito. I radicali non

hanno strutture esterne, se non qualche piccolo comitato elettorale che si mobilita quando ci sono le

elezioni.

Punti di contatto tra radicali e liberali:

‣ Scetticismo nei confronti della massa: i liberali schifano la massa; i radicali la considerano, ma

come elemento da plasmare, da educare, da guidare

‣ Presunzione che essendo forza parlamentare (non di governo ma parlamentare) la politica si faccia

da lì, ossia dal Parlamento: l’ordine supremo del potere politico nei sistemi parlamentari è il

Parlamento e non deve esserci nessun centro decisionale fuori dal Parlamento. Solo quando non si

può fare a meno di dotarsi di un’organizzazione esterna, si crea un partito politico (in questo i

radicali vanno molto più avanti dei liberali).

Programma del Partito radicale:

• Dal punto di vista politico, i radicali insistono sull’idea di una democrazia politica, con una differenza

rispetto ai repubblicani: i repubblicani vogliono subito il suffragio universale; i radicali (e in questo si

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

avvicinano ai liberali) sono favorevoli a un progressivo allargamento del suffragio: siccome c’è un

rapporto conflittuale con la società e questa va educata, man mano il suffragio può essere esteso a

masse educate e politicizzate

Democrazia sociale: programma di vero riformismo, soprattutto in tema di regolamentazione del

• diritto dei lavoratori. Rispetto ai repubblicani c’è una differenza: il progetto di politica economica, per

i radicali, viene costruito prevalentemente sulla base dell’interesse di un ceto sociale leggermente

diverso. Non confliggono molto i referenti sociali fra repubblicani e radicali: quello dei repubblicani è

molto simile a quello del Psi, quello dei radicali è molto simile a quello della sinistra liberale, ossia la

piccola e media borghesia

‣ Scelte politiche e scelte strategiche: a un certo punto la linea politica dei radicali cambia. Se fino

all’età giolittiana erano stati all’opposizione, la svolta liberale di sinistra che Giolitti imprime al

sistema ai primi del ’900 comporta l’uscita dei radicali dall’opposizione: vi è convergenza sul

programma politico giolittiano, per cui scelgono di entrare almeno temporaneamente nelle

maggioranze parlamentari che sostengono i governi guidati da Giolitti. Questo determina due

conseguenze importanti sul piano sistemico:

L’area di centro del trasformismo si allarga: non ci sono più solo il vecchio centro-destra e il

✦ vecchio centro-sinistra (Depretis, Minghetti, Giolitti), ma entra dentro la grande area della

governabilità il Partito radicale

Si rafforza il ruolo di opposizione giocato da quella che ormai (repubblicani a parte) diventa

✦ l’unica forza di opposizione a sinistra al progetto giolittiano, ossia quella del Psi: si perfeziona

la logica tripolare del sistema, con l’opposizione forte a sinistra che diventa e rimane in

maniera incontestabile fino allo scoppio della prima guerra mondiale il Psi e la componente del

Pri che siede nelle aule parlamentari

Finché sono stati all’opposizione, i radicali hanno avuto dei tratti ideologici, culturali e programmatici

molto precisi. Quando decidono di convergere sul programma giolittiano, di fatto l’identità di questo

raggruppamento viene completamente assorbita dalla maggioranza giolittiana, anche perché se i

repubblicani hanno difficoltà a diventare partito nazionale, i radicali proprio non ci riescono. Quando

nascono, dato il grosso sforzo organizzativo che devono compiere, non riescono a superare facilmente

la sfida della costruzione di un progetto nazionale, tant’è che, come i repubblicani, rimangono insediati

solo in alcune regioni, quelle dell’Italia centro-settentrionale (a differenza dei repubblicani), dove più

forte era la presenza del ceto sociale di riferimento (Toscana, Piemonte, Lombardia, Veneto, le zone

economicamente più progredite del Paese). Questo insediamento fa sì che non si possa parlare di

partito di massa/partito-macchina/partito-organizzazione. È comunque un partito moderno.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Cattolici

Altra grande frattura nel rapporto fra la politica e la società che caratterizza la storia dei sistemi politici

europei, in particolare quelli continentali. Se per i socialisti a un certo punto arriva (in tutta Europa) il

momento di dare vita a un partito che difenda i loro interessi, per i cattolici questo processo è molto

diverso per una serie di ragioni, diverse da Stato a Stato.

Germania - Zentrum

Il primo partito a ispirazione cattolica nasce in Germania, esattamente nelle stesse condizioni che avevano

portato alla nascita dell’Spd: Germania bismarckiana, unificazione tedesca.

Nasce in Germania e in alcune regioni specifiche dell’Impero tedesco, per rappresentare la difesa di

interessi religiosi e culturali che il Reich non rappresenta: l’unificazione tedesca viene fatta nel segno di

valori che contraddicono almeno in parte i valori del cristianesimo, e cioè il liberalismo e l’illuminismo

(seppur letti in maniera autoritaria), e, soprattutto, l’affermazione assoluta del primato del protestantesimo

rispetto alle altre culture religiose. C’è, però, una parte delle regioni della Germania meridionale di

cultura cattolica (Baviera, Monaco). Dunque, l’esigenza di dare vita, dentro la struttura dell’Impero, a un

partito che difenda gli interessi dei cattolici, nasce dall’interesse di questi Stati a maggioranza cattolica di

vedere riconosciuto il proprio diritto a difendere la religione cattolica rispetto alla religione anglicana. Il

retroterra culturale è dato dagli interessi degli Stati del Sud di vedere riconosciuto sul piano politico,

economico, sociale, culturale e istituzionale il diritto dei cattolici di professare la propria religione. Il

cleavage è diverso rispetto a quello su cui nascono i partiti di sinistra. Quello dell’identità culturale è un

cleavage forte, che in Germania in qualche modo si supera, ma che in Italia (con la Santa Sede in casa) è

molto più difficile da superare. Per rappresentare gli interessi degli Stati del Sud, nel 1870, nasce il primo

partito cattolico, lo Zentrum — il centro tedesco —, il cui fondatore è Windorst, partito che ottiene

immediatamente un grandissimo successo, in quanto — non avendo cleavage economici, di classe,

istituzionali — prende esattamente la maggior parte dei voti della popolazione di quegli Stati da cui il

Partito nasce. Nel 1871 lo Zentrum nelle elezioni del Reich prende circa il 18% dei voti.

Caratteri dello Zentrum

• È un partito non nazionale, per il carattere che ha portato alla sua nascita: è insediato territorialmente e

geograficamente esclusivamente negli Stati cattolici dell’Impero

Da un punto di vista della matrice ideologica e culturale è fortemente conservatore, a causa del legame

• diretto che c’è tra il Partito e la difesa dell’identità e degli interessi culturali dei cattolici

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Formula un programma sociale piuttosto avanzato (nonostante sia molto conservatore), che porti nella

cornice politica della Germania bismarckiana a una risoluzione della questione sociale in termini di

riconoscimento di maggiori diritti a tutta la classe lavoratrice (anche in questo caso interclassista, in

quanto il cleavage non è un cleavage di classe). La base sociale cattolica è sempre interclassista: fascia

intermedia di lavoratori. Uno dei tratti che definiscono la fisionomia dei partiti cattolici è che non è

l’identità di classe che fa il partito a matrice cattolica, ma un’identità di tipo religioso

A un certo punto cambia qualcosa, in quanto, affermandosi subito, finisce sotto il mirino della politica

bismarckiana: Kulturkampf (battaglia per la civiltà), cioè persecuzioni anticattoliche. Esattamente come

era successo per i socialisti, che dopo le persecuzioni bismarckiane esplodono in termini di

organizzazione e diffusione, la stessa cosa accade per i cattolici. Se nel 1871 lo Zentrum prende circa il

16,5% dei voti, nel 1874 prende circa il 20% dei voti. Dunque, l’effetto che si ottiene rispetto alle

previsioni bismarckiane è lo stesso dell’Spd, ossia quello diametralmente opposto, che però ha delle

conseguenze nel definire sia la fisionomia organizzativa dello Zentrum sia le sue scelte politiche.

Programma dello Zentrum

Scelta politica: difendere il ruolo parlamentare (anche in questo forte somiglianza fra lo Zentrum e

• l’Spd), ossia diventare partito della costituzione, ossia partito che si pone sotto l’ombrello delle

garanzie costituzionali al fine di evitare le persecuzioni bismarckiane. Vi è un fortissimo rafforzamento

del ruolo parlamentare

Scelte organizzative e strategiche:

• ‣ Fortissimo potenziamento del Partito al di fuori del Parlamento, potenziamento dei suoi apparati,

delle sue strutture di base, delle sue sezioni: lo Zentrum si radica in maniera molto più uniforme non

soltanto nelle regioni in cui è nato, ma espandendosi anche nelle altre regioni che costituiscono

l’Impero, attraverso un’organizzazione interna molto simile a quella dell’Spd (sezioni, federazioni,

congressi e direzioni) — sebbene lo Zentrum nasca prima

‣ Ampissimo uso dei mezzi di comunicazione: questo in Germania è possibile molto più di quanto

non sia negli altri Stati nazionali (stampa, manifesti, discorsi pubblici/comizi);

‣ La base politica è interclassista, mentre la classe dirigente, come succede per tutti i partiti politici, è

soprattutto alle origini piuttosto notabilare. Progressivamente questa distanza tra base e vertice, con

il cambiare dei tempi storici e della situazione sociale, si affievolirà, ma solo raramente ci sarà una

totale identificazione ! 56 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Italia

Prima fase: anni ’60-70

Nell’Italia liberale non nasce un partito cattolico che difenda gli interessi del cattolicesimo. Fino alla fine

della prima guerra mondiale — e la nascita del Partito popolare di Sturzo —, in Italia non si forma un

partito cattolico né di ispirazione cattolica, per varie ragioni, che prendono le mosse da una questione

originaria, ossia la questione romana: il processo di unificazione italiano ha, fra le altre particolarità,

quella che crea un fossato invalicabile nei rapporti tra la Chiesa e lo Stato: a partire dal 1870 (la breccia di

Porta Pia) c’è una totale delegittimazione da parte del pontefice e della Santa Sede nei confronti delle

istituzioni del Regno d’Italia. In realtà, c’era stata già una fortissima condanna: nel 1864, Pio IX aveva

promulgato un’enciclica chiamata Quanta cura nella quale aveva condannato tutte le ideologie, in quanto

frutto di processi di secolarizzazione che rompono in maniera definitiva, netta, il rapporto fra Dio e

l’uomo. Sulla base di questa premessa, Pio IX aveva condannato la Rivoluzione francese e i sistemi

politici liberali nati dalla Rivoluzione francese, perché spezzano il principio dell’autorità divina e

costruiscono il mito della dea Ragione. Pio IX condanna anche il marxismo, perché attraverso il

materialismo storico e la lotta di classe ancora una volta la storia viene letta non più attraverso

l’intervento divino ma attraverso una laicizzazione dei rapporti sociali. Questa condanna di tutte le

principali ideologie viene fatta in un momento in cui lo Stato pontificio non ha ancora ricevuto un attacco

formale da parte del Regno di Sardegna e di quello che già esiste del Regno d’Italia.

I rapporti fra Stato e Chiesa si radicalizzano in termini di esclusione reciproca in tre fasi:

• 1870: la breccia di Porta Pia e la presa di Roma, con l’annessione dei territori dello Stato pontificio

• 1871: la legge delle guarentigie, approvata dalla classe liberale, un provvedimento unilaterale (non

viene concordato con la Santa Sede) che costituisce l’atto con il quale la classe dirigente liberale

ribadisce il principio cavouriano della libera Chiesa in libero Stato e, quindi, della totale separazione

tra Chiesa e Stato e della totale laicità dello Stato. Questo provvedimento riconosce una certa identità

— anche politica — alla Chiesa: si stabilisce che la Chiesa eserciti l’attività temporale sulla Città del

Vaticano e sulla Basilica di San Giovanni in Laterano. La legge delle guarentigie garantisce la cessione

da parte dello Stato alla Chiesa di una quota annua di finanziamento e di sostentamento. Pio IX lo

condanna in maniera netta

• 1874: condanna e delegittimazione assoluta dello Stato unitario, fatto contro i cattolici, con la

promulgazione del non expedit, per cui non è opportuno che i cattolici partecipino alla vita dello Stato.

A partire dal non expedit, la frattura fra i cattolici e lo Stato è netta

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

È possibile che i cattolici continuino ad operare nello Stato unitario come parte separata? Due posizioni

diverse, a partire dal 1874:

Intransigenti: assolutamente fedeli alla linea di Pio IX, ossia convinti che il piano delle priorità per un

• cattolico sia definito anzitutto dall’obbedienza alle direttive del pontefice, il che significa che non

esiste alcuno spazio per pensare ad ipotesi di partecipazione dei cattolici alla vita politica dello Stato

unitario. Fino a che il papa non lo riterrà opportuno, i cattolici agiscono come è stato loro indicato da

Pio IX. Sul piano teorico la figura intellettuale principale di riferimento è Tapparelli D’Azeglio. La

componente intransigente sarà, almeno fino all’inizio del ’900, la componente maggioritaria dentro il

mondo cattolico. Per difendere la posizione di intransigenza, nel 1874 non c’è solo il non expedit, ma

nasce anche l’Opera dei congressi: struttura associativa presso la Santa Sede, direttamente dipendente

dai vescovi, che ha sostanzialmente l’obiettivo di coordinare l’intervento, l’organizzazione e la

presenza sociale delle organizzazioni cattoliche in modo unitario. È una struttura che serve a dettare

l’indirizzo organizzativo delle associazioni che gravitano intorno alla Chiesa (parrocchie, oratori, ecc.),

al fine di tenere insieme l’organismo associativo cattolico, tenendo ferma sul piano dottrinale la linea

dell’intransigentismo. Finché esiste, l’Opera dei congressi è la casa degli intransigenti

Transigenti: eredi di Gioberti e Baglio (neoguelfi). Idea che sia possibile una conciliazione tra

• salvaguardia dei valori cattolici e modernità politica: in termini pratici questo significa che è possibile

dotarsi di un partito i cattolici possono partecipare alla vita politica moderna senza rischiare di cadere

nella spirale della secolarizzazione, perché nel cattolicesimo stesso è prescritta l’idea della modernità,

il cattolicesimo non è un’idea statica: i principi contenuti nel Vangelo prevedono la trasformazione dei

modi di convivenza sociale. Nell’idea stessa che Dio ha fatto l’uomo libero c’è la previsione di Stati

liberali, per cui non c’è incompatibilità tra le forme moderne della politica e il dovere (non solo la

possibilità) dei cattolici di partecipare alla vita politica degli Stati moderni, perché il compito dei

cattolici è quello di indirizzare lo Stato, cioè contribuire a costruire uno Stato sensibile agli interessi e

alle istanze del mondo cattolico stesso. Sono una componente assolutamente minoritaria

Seconda fase: anni ’80 — Terza fase: anni ’90

Alcuni fattori determinano il cambiamento di questa totale egemonia della linea intransigente del Papa:

• Si pone, anche per i cattolici, la questione sociale in termini diversi (v. supra: Psi): occorre dare un

impulso maggiore all’impegno sociale della chiesa

L’ideologia marxista è diventata una realtà anche in Italia, per cui la Chiesa ha un nemico ormai ben

• strutturato, sia sul piano politico che ideologico, contro il quale combattere

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Il cambio di linea politica di Leone XIII: Rerum novarum (1894), importante perché sul piano

dottrinale getta le premesse per tutta quella che è la moderna linea cattolica. Sul piano sociale e sul

piano dell’ipotesi di un’organizzazione politica, Leone XIII apre le porte della Chiesa alla modernità,

soprattutto per quanto riguarda il piano sociale: è dovere fondamentale della Chiesa assistere,

sostenere, aiutare i lavoratori e le classi sociali meno agiate. Impegno specifico che distingue i cattolici

da tutte le altre forze sociali e politiche è appunto quello di difendere tutti i lavoratori e che vivono in

stato di bisogno, senza distinzione di classe (principio di sussidiarietà). Questa svolta è importante

perché per la prima volta il Papa non soltanto spinge, ma riconosce formalmente il primato che devono

avere i cattolici nell’attività sociale: questo atteggiamento sociale dei cattolici fa maturare in una parte

della dirigenza (Romolo Murri) dell’Opera dei congressi l’idea che se i cattolici possono agire, devono

agire in base alla dottrina sociale della Rerum novarum nella società, e possono farlo anche sul piano

politico. Se la Rerum novarum riconosce il dovere di costruire associazione che difendano la società,

questa difesa può essere fatta anche sul piano politico. Murri è un intransigente, convinto che i

cattolici debbano essere separati rispetto allo Stato, ma, sia su impulso della Rerum novarum sia

perché comincia a leggere autori francesi, comincia a elaborare l’idea che se può essere accettato un

coinvolgimento dei cattolici nella vita sociale dello Stato, può essere accettata anche una

partecipazione politica dei cattolici all’interno della vita di quello stesso Stato, perché è possibile — e

la storia lo dimostra — leggere la modernità non solo in senso negativo (crisi della tradizione), come

evoluzione della tradizione, e l’evoluzione della tradizione è in qualche modo contenuta nel Vangelo,

perché in esso è prevista tutta la storia. I cattolici, attraverso questa conciliazione fra modernità e

spiritualità/principi del Vangelo, possono effettivamente dotarsi di strutture moderne di lotta politica,

che non possono essere altro che un partito, perché il moderno strumento di lotta politica è il partito

Quarta fase: inizio ’900

Questa revisione dei principi dell’intransigentismo comincia a maturare all’interno dell’Opera dei

congressi, tant’è che, non appena diventa papa, Pio X scioglie l’Opera dei congressi (1904).

In corrispondenza dello scioglimento dell’Opera dei congressi, Murri (era un sacerdote) formalizza la sua

proposta politica e annuncia (rimane un annuncio) la nascita della prima democrazia cristiana. Murri

viene prima sospeso a divinis (1907) e poi scomunicato. Va notata l’importanza dei termini: Murri parlerà

di democrazia cristiana (Sturzo — che era uno strettissimo collaboratore di Murri nonché esponente

della fazione intransigente — non ne parlerà mai, chiamando la sua formazione politica Partito popolare),

in un contesto in cui è ancora vigente il non expedit (che viene solo parzialmente superato coi blocchi

nazionali di Giolitti: il Patto Gentiloni), proprio a sottolineare la compatibilità tra tradizione e modernità,

tra cristianesimo e democrazia (concetto che esprime potere temporale e non certo potere spirituale),

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

perché i cattolici sono pronti a conciliare se stessi con la modernità. In realtà, i cattolici non sono affatto

pronti. Non appena Murri afferma il suo programma, parte l’azione da parte della Santa Sede ed egli

viene di fatto costretto a ritirarsi dalla vita politica. I tempi non sono maturi, ma il progetto è abbozzato ed

è autonomo dalla Chiesa, in quanto non mira a fare del partito cattolico il braccio armato della Chiesa in

politica, ma mira a creare un’organizzazione che, indipendentemente dal condizionamento della Chiesa,

lotti in campo politico per difendere gli interessi dei cattolici. Anche quando i tempi saranno un po’ più

maturi, ossia dopo la prima guerra mondiale, in ogni caso la creazione di un partito di identità cattolica

che abbia nella sua matrice politica e ideologica il riferimento al cristianesimo avverrà, ma senza richiami

espliciti al cristianesimo. L’esperienza murriana segna la storia del cattolicesimo organizzato in Italia:

tutto quello che conta dopo Murri è che non bisogna fare come lui, perché l’esperienza di Murri ha

segnato il solco entro il quale la storia di un’organizzazione di ispirazione cattolica deve muoversi e i

paletti oltre i quali quella storia non può essere spinta, pena la reazione da parte della Santa Sede, che

avrebbe posto fine a quelle esperienze, proprio come era accaduto per Murri. Sturzo creerà il suo partito,

sulla base di presupposti completamente diversi da quelli su cui si era mosso Murri: l’unico modo per

vincere è non coinvolgere la Chiesa e il cristianesimo nella lotta politica, impostando un progetto politico

diverso in cui non ci sia immediata vicinanza fra democrazia e cristianesimo.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Seconda parte

DALLA PRIMA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

1914 - 1949

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Primo dopoguerra

La prima guerra mondiale rappresenta uno spartiacque per la storia, è una rivoluzione perché:

È una guerra globale: il conflitto non coinvolge solo gli Stati, ma anche gli uomini, non solo quelli

• impegnati al fronte. Coinvolge integralmente le popolazioni civili

• È la guerra dei grandi numeri, per risorse mobilitate e per il numero di popolazioni

È una guerra fortemente democratica, il cui esito avvicina la condizione dei vinti e dei vincitori

Rivoluzione della politica

Con lo scoppio della WWI avviene una rivoluzione della politica che coinvolge vari ambiti:

Le istituzioni politiche e le forme di governo: in quasi tutti i Paesi coinvolti dal conflitto si innescano

• due processi, una volta che il conflitto si è concluso

‣ Allargamento del sistema politico in senso democratico: quasi tutti i sistemi entrano in guerra

come sistemi liberali ed escono dalla guerra come liberal-democrazie. Sono sistemi che non

possono più prescindere dal rapporto fra la politica e la massa che i governi hanno mobilitato per

sostenere l’impegno bellico e alla quale non si può dire che non conta più niente

‣ Ripristino della normalità politica: la guerra viene combattuta, in nome delle eccezionalità,

attraverso governi forti. Durante la fase di svolgimento effettivo del conflitto, il centro decisionale

della vita politica degli Stati diventa il governo, piuttosto che il parlamento. I parlamenti sono

sostanzialmente impoveriti, esautorati, rispetto alla loro funzione nella fase del liberalismo puro. In

quasi tutti i Paesi, era stato sospeso il potere del parlamento e il potere era stato concentrato nelle

mani dell’organo decisionale forte, il governo. Bisogna tornare ad una condizione di normalità

‣ Sistema proporzionale: la risposta che le classi dirigenti danno a una società che vuole contare in

maniera diversa è il cambiamento delle leggi elettorali e, di conseguenza, l’introduzione di un

principio di legittimazione diverso. Tutti i Paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale, dopo la

guerra cambiano i sistemi elettorali, con una sola eccezione (la Gran Bretagna, dove la proposta di

passaggio al sistema proporzionale viene rifiutata dalla Camera dei Lord). Dunque suffragio

universale maschile e legge elettorale proporzionale: il potere politico deve poggiare su un suffragio

che proviene dal basso, legittimato dal popolo. Deve diventare effettivo il principio per cui la

sovranità è una sovranità popolare. In Italia la modifica del sistema elettorale viene introdotta nel

’19: legge elettorale proporzionale pura che consente che vengano eletti alla Camera deputati

socialisti (156) e popolari (100). Le conseguenze di questo cambiamento sono:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Crisi delle liberaldemocrazie: nel momento in cui viene introdotto il sistema proporzionale si

✦ avrà un progressivo declino delle classi dirigenti liberali, che si erano illuse di poter mantenere

una posizione centrale nel sistema, esattamente come l’avevano mantenuta prima della guerra

Avvento sul piano politico e istituzionale dei grandi partiti, dei partiti che sono diventati ormai

✦ partiti di massa: non sono più i vecchi partiti di integrazione sociale che il sistema cercava in

qualche modo di contenere il più possibile attraverso leggi elettorali restrittive, ma sono ormai

partiti che possono esprimere appieno la loro identità politica, partiti che possono legittimamente

— perché la legge elettorale glielo consente — diventare soggetti attivi del processo di decisione

politica. Cambia il rapporto del partito sia con la società (il partito, in una società che partecipa

in massa alla politica, è lo strumento moderno di lotta politica: la politica, se ha a che fare con

grandi numeri, vuole organizzazione) sia con le istituzioni (grazie alle nuove leggi elettorali è

legittimato). Questo processo vale per quasi tutti i Paesi coinvolti dal conflitto

Il rapporto fra masse e politica: la guerra elimina completamente qualsiasi filtro tra masse e politica.

• Nel 1929, un sociologo-filosofo, Ortega y Gasset, scrive La ribellione delle masse, in cui descrive, in

termini chiari e netti, il processo che ha innescato la guerra, ossia le conseguenze che determina la

guerra rispetto al rapporto masse/politica: «massa è tutto ciò che non valuta se stesso — né in bene né

in male — mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne

angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri». La guerra ha catapultato la

dimensione di massa nella vita politica. Ortega parla di politicismo integrale: con la guerra, la società è

stata completamente permeata dalla politica, e la politica è stata completamente permeata dalla massa.

La politica è entrata nella vita degli individui. Ortega però non parla tanto di individuo singolo, bensì

di massa, cioè di un’entità collettiva, la quale è un’entità collettiva particolare perché non è definibile

dal punto di vista quantitativo, ma è composta da due categorie prevalenti:

‣ Chi ha combattuto in guerra, vivendo in prima persona i sacrifici

‣ Il “signorino soddisfatto”, ossia colui che pensa che, una volta uscito dal conflitto, tutto quanto gli

sia dovuto: componente maggioritaria.

Questa massa che è uscita fuori dal conflitto è caratterizzata da un elemento comune, ossia la delega in

bianco e totale allo Stato di tutta l’autorità e di tutte le misure necessarie affinché la massa stessa stia

meglio. Ortega ritiene che questa massa debba svegliarsi: arriverà il momento in cui questa massa

uscirà dall’idea di collettivismo informe in cui tutto è soffocato dallo Stato e diventerà consapevole di

se stessa e, inevitabilmente, si ribellerà anzitutto contro quello Stato da cui è stata oppressa fino a quel

momento e cercherà nuove forme per autogovernarsi. Si potrà arrivare a sistemi più democratici o,

come nel caso dell’Italia, si potrebbe arrivare alla scelta dell’uomo forte, e quindi andare verso

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

soluzioni più autoritarie. Il pensiero di Ortega era già stato espresso da Gramsci: con la prima guerra

mondiale hanno fatto il loro ingresso in politica le “masse vergini”, cioè tutte quelle parti sociali che

fino a quel momento le condizioni avevano consentito di tenere fuori dalla vita politica ma che a

partire dalla guerra non possono più essere tenute fuori dal sistema

• Forme nuove di comunicazione politica: è con la prima guerra mondiale che la propaganda politica

diventa uno strumento di formazione politica di massa

• Nesso guerra-rivoluzione: l’avvento della rivoluzione russa determina conseguenze nel rapporto fra i

sistemi politici e le società altrettanto rilevanti rispetto a quelli fino ad ora descritti. Febbraio e ottobre

’17: presa del potere da parte di Lenin, due rivoluzioni, inizio della costruzione del potere bolscevico e

dello Stato socialista. Per la prima volta si salda in maniera definitiva il nesso tra guerra, rivoluzione e

partito: non soltanto quello che fino ad allora era un obiettivo ideologico diventa un obiettivo

realizzato (la rivoluzione si attua: dittatura del proletariato), e diventa uno spettro per tutti i Paesi

coinvolti nel conflitto, ma inoltre, l’avvento della rivoluzione russa introduce nel dibattito e nelle

forme organizzate della politica tre elementi nuovi:

‣ Cambia il riferimento e il peso dell’ideologia nella lotta politica, perché Lenin l’ideologia l’ha

realizzata: l’ideologia non è più un universo metafisico e ideologico che descrive un mondo

migliore. In termini di ricaduta politica, ciò significa che si chiudono in maniera definitiva, a partire

dalla rivoluzione russa, i margini e gli spazi del compromesso e del dialogo politico: dal ’18 in

avanti la politica è ideologia, per cui non esistono più quei margini di cui le classi dirigenti liberali

prebelliche si erano servite per realizzare i compromessi istituzionali. C’è, cioè, un margine oltre il

quale i partiti ideologici non trattano con gli altri partiti ideologici, perché l’ideologia segna i limiti

oltre il quale il compromesso non può essere accettato: le ideologie diventano confini netti.

Mussolini va al potere perché nessuno si mette d’accordo per bloccare l’ascesa del fascismo, anzi, i

liberali pensano che sia il fascismo lo strumento per difendersi dai nemici dello Stato: popolari e

socialisti. Questa rigidità del sistema ideologico condiziona in maniera determinante l’evoluzione

successiva delle forme di governo e della storia dei singoli Stati che escono dalla guerra

‣ Compare un nuovo tipo politico: il partito bolscevico, che fa la rivoluzione. Il partito bolscevico è

un partito di avanguardie rivoluzionarie (ossia di rivoluzionari di professione). Dalla guerra non

nasce solo il partito di massa, ma anche il partito di avanguardie rivoluzionarie

‣ iIl partito di avanguardie rivoluzionarie invera l’ideale rivoluzionario, lo attua, e costruisce un

nuovo tipo di Stato: dalla guerra escono le liberaldemocrazie, ma anche lo Stato creato in seguito

alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre, ossia lo Stato a partito unico, ossia uno Stato in cui tutto

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

l’assetto politico e istituzionale è inglobato e identificato con il partito bolscevico. Il ruolo del

partito si sostituisce integralmente allo Stato

Rivoluzione russa

Al partito di avanguardie rivoluzionarie si arriva dalla militanza che Lenin vive nelle file del Partito

operaio socialdemocratico russo, che viene fondato a Minsk nel 1898 e all’interno del quale convergono

fin dall’origine due anime, il cui rapporto ricorda molto il rapporto interno dei partiti socialisti europei:

Anima riformista, all’epoca capeggiata da Martov, ossia l’ala del Partito socialdemocratico russo che

• in qualche modo sposa la stessa linea sostenuta dai socialisti democratici tedeschi, ossia l’idea che a

maggior ragione, per le condizioni in cui versa la Russia (a. la Russia è un regime imperiale; b. non

esiste la classe operaia: il sistema imperiale zarista è fortemente autocratico e caratterizzato per la

maggior parte da un’economia che poggia sull’agricoltura ed esistono pochissime zone di

insediamento industriale su un territorio enormemente vasto), non si può pensare ad una traduzione

effettiva e concreta dei principi del marxismo, ma si deve invece proseguire e cercare di lottare in

difesa della classe lavoratrice attraverso una soluzione riformista: cercare di venire incontro alla

istanze dei lavoratori attraverso soluzioni di tipo riformista

• Anima massimalista, che si trova a sinistra ed è capeggiata da Lenin, convinta che invece la soluzione

riformista non sia affatto ortodossa, e che rischi di tradire gli obiettivi descritti da Marx e che

dovrebbero essere seguiti da un partito di origine marxista

Prima tappa del pensiero leniniano

Prendendo le distanze dalla linea riformista, Lenin comincia a gettare le basi teoriche di quello che poi

sarebbe stato l’esito rivoluzionario del ’17, e lo fa prendendo le mosse da uno scritto che viene pubblicato

nel 1902 — Che fare? — in cui Lenin parte da una serie di presupposti:

La storia europea ci ha insegnato che, se lasciato da solo, l’operaio non ha capacità rivoluzionarie

• autonome, per cui tende naturalmente a sviluppare una tradizione tradeunionista/sindacale: sceglierà

sempre la strada della contrattazione, della concertazione, il che significa che inevitabilmente finirà per

essere soggetto e schiacciato al dominio borghese

Tutta la teoria di Marx poggia sulla concezione dell’assetto economico come struttura e dell’assetto

• politico come sovrastruttura. L’obiettivo della rivoluzione non è distruggere solo l’assetto economico,

ma — e Marx lo descrive attraverso le fasi della dittatura del proletariato e della società senza classi —

distruggere anche l’ordinamento politico, ossia lo Stato borghese. Per fare questo c’è bisogno di uno

strumento che non sia solo uno strumento di lotta economica (ossia il sindacato, che non basta), ma

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

che sia anche uno strumento di lotta politica (il nemico storico di Lenin è l’Spd: Lenin contesta da

sinistra l’Spd, perché questo ha tradito la causa rivoluzionaria marxista, e afferma che bisogna tornare

a quella causa rivoluzionaria), che d’altronde Marx ha previsto, perché non ha detto che la lotta la

faranno i sindacati, bensì un partito. Quale partito?

• In nessuno dei casi europei, l’iniziativa di creare un partito di classe proviene dagli operai, ma, in tutti

quanti i casi, i partiti operai marxisti sono stati creati da una minoranza più intellettuale di origine

borghese. Come ha descritto Marx, c’è bisogno di una minoranza consapevole delle leggi economiche

e politiche che possa, da una parte, aiutare gli operai a creare una coscienza di classe; dall’altra, ideare,

impostare e attuare la rivoluzione: avanguardisti rivoluzionari.

Questo modello di partito politico, per Lenin, serve a creare un nesso tra la teoria e la prassi: senza il

partito non esiste la rivoluzione e senza il partito non esiste il movimento operaio nella declinazione

marxista. Il partito precede la classe operaia (Marx non aveva detto che il partito dovesse precedere la

classe operaia, bensì che ci fosse bisogno di un’avanguardia rivoluzionaria che la guidasse). Lenin

comincia ad adattare la teoria marxista alla situazione russa, per cui non si limita a dire che c’è un partito

di avanguardisti che guida gli operai, ma dice addirittura che il partito deve in qualche modo precedere la

formazione e la strutturazione della classe operaia.

Nel Che fare? Lenin sostiene che il partito degli avanguardisti difende la causa operaia, ma non si

identifica con essa, non è fatto dagli operai di fabbrica. Successivamente cambia leggermente idea: nel

1902 non c’è stata ancora la prima rivoluzione — 1905 — e non sono ancora nati i soviet, che nascono a

seguito della rivoluzione del 1905, per cui non ci sono ancora i primi consigli di fabbrica. In questa fase è

tutto interamente nelle mani del partito di avanguardisti rivoluzionari illuminati, che sono cosa distinta

dalla classe operaia, dal movimento operaio. Sono gli avanguardisti che detengono la coscienza di classe

e che poi faranno la rivoluzione, costruiranno lo Stato senza classi, ma solo dopo interagiranno con la

base. Il rapporto partito/società, nel modello leninista, è un rapporto estremamente verticistico, in cui solo

dopo aver compiuto il progetto rivoluzionario si ingloberà la base nel nuovo tipo di regime che è stato

costruito. Il protagonista della rivoluzione è il partito, perché c’è una sorta di diffidenza rispetto agli

operai, perché si ritiene che gli operai non abbiano ancora sufficiente coscienza di classe per schierarsi in

difesa di un obiettivo rivoluzionario. Nel primo scritto, dunque, Lenin pone sostanzialmente le premesse

per l’avvento del processo rivoluzionario. Le tappe successive determinano un perfezionamento del

pensiero politico di Lenin. ! 66 Schemi

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Seconda tappa del pensiero leniniano

La seconda tappa del pensiero leniniano è contenuta in uno scritto del 1905: Due tattiche della

socialdemocrazia nella rivoluzione democratica! Prima della sua pubblicazione sono avvenuti alcuni

fatti:

Un congresso del Partito socialdemocratico russo, che si è svolto nel 1903, che ha definito in maniera

• più chiara i rapporti di forza fra la corrente di Lenin (bolscevichi) e quella di Martov (menscevichi)

per cui si sono formalizzate le due diverse strategie per impostare la lotta politica in difesa della classe

operaia:

‣ Martov e i menscevichi sono fermi sulla loro idea che la rivoluzione si possa fare attraverso un

percorso riformista

‣ Lenin e i bolscevichi sono convinti che la rivoluzione si possa fare creando lo strumento più

rivoluzionario, ossia il partito delle avanguardie rivoluzionarie

La prima rivoluzione russa. Al di là della creazione dei soviet, in realtà la rivoluzione del 1905 è un

• fallimento. Di fatto il potere dello zar non viene minimamente intaccato, se non per il fatto che lo zar

promette di convocare la Duma, assemblea elettiva. La Duma viene creata ed eletta, ma, risultando

un’assemblea sostanzialmente ingovernabile, viene sciolta.

Lenin, di fronte al fallimento della rivoluzione, elabora ulteriormente il suo progetto politico. È uno degli

scritti più importanti di Lenin, perché nelle Due tattiche Lenin definisce le modalità e i tempi del processo

rivoluzionario. Nel Che fare? definisce lo strumento: il partito di avanguardie rivoluzionarie. Nelle Due

tattiche dà per acquisito lo strumento e detta i tempi. La rivoluzione del 1905 ha insegnato che in quel

modo la rivoluzione russa non si può fare. Si deve, dunque, pensare a un processo rivoluzionario in due

fasi. Anzitutto deve avvenire la rivoluzione borghese: gli operai della fabbrica che vanno sotto il Palazzo

d’inverno a manifestare contro lo zar non hanno nessuna possibilità di ottenere alcun risultato. Bisogna

creare lo Stato borghese. D’altro canto questo è quello che Marx dice: la storia evolve e, per arrivare alla

rivoluzione proletaria, si deve passare attraverso il capitalismo e lo Stato borghese (materialismo

borghese: si seguono tutte le tappe dello sviluppo dialettico della storia, per cui va anche creato lo Stato

borghese sia sul piano politico che economico). Dunque, la prima tappa rivoluzionaria consiste nel

passaggio dall’autoritarismo dell’Impero zarista all’affermazione dello Stato borghese, sia dal punto di

vista politico sia dal punto di vista economico. Questo passaggio avviene per impulso della borghesia,

come è accaduto in Europa, e dei lavoratori. Tutti i lavoratori, compresi gli operai, insieme alla borghesia,

devono fare fronte comune per distruggere l’Impero e il potere autocratico e monocratico dello zar e

costruire un sistema liberale borghese e democratico. A tal fine bisogna anche sviluppare un capitalismo

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autonomo, che non sia più dipendente dall’estero (all’epoca lo sviluppo industriale russo dipendeva dagli

investimenti esteri). La seconda tappa rivoluzionaria è il marxismo: nel momento in cui si saranno create

le premesse per lo sviluppo della società (politica borghese ed economia capitalistica) il marxismo si

potrà verificare anche in Russia, gli operai potranno — sempre guidati dal partito di avanguardie

rivoluzionarie — compiere la loro rivoluzione e si potrà creare la società senza classi.

Terza tappa del pensiero leniniano

Lenin riprende, con una grandissima forzatura, questa impostazione del processo rivoluzionario nei due

scritti finali, pubblicati nel 1917, dopo che era stato esiliato a seguito della prima rivoluzione russa.

Quando scoppia la rivoluzione del febbraio ’17 Lenin non è in Russia (ma in Svizzera). Rientra in Russia

e sostiene che si possa finalmente fare la rivoluzione.

• Tesi di aprile: la prima ondata rivoluzionaria c’è già stata (febbraio ’17) ed è nato lo Stato borghese.

La rivoluzione di febbraio è stata prevalentemente liberaldemocratica: è stato abbattuto lo zar. Si sono

create le premesse per passare al secondo esito rivoluzionario: rovesciare definitivamente il potere

borghese e costruire il processo rivoluzionario marxista, grazie al contributo fondamentale del partito

bolscevico. È una forzatura delle due tappe perché vi è un’interpretazione della rivoluzione di febbraio

come di una rivoluzione liberaldemocratica fatta dalla borghesia e che, dunque, ha consentito di porre

le premesse per lo sviluppo di un sistema borghese e capitalistico che spetta ora ai bolscevichi

abbattere. Nonostante la forzatura, nel momento in cui torna il Russia, ci sono le condizioni perché la

componente bolscevica possa fare la rivoluzione (nell’ottobre, i bolscevichi muovono verso il Palazzo

d’inverno, destituiscono lo zar e prendono il potere). Sul piano storico le affermazioni di Lenin non

reggono, ma gli servono per dare una giustificazione filosofica e teorica all’idea che Lenin non ha fatto

la prima parte della rivoluzione ma farà la seconda parte, quella che poi raggiunge l’obiettivo finale di

rovesciare in maniera definitiva il potere dello zar e di costruire il sistema nuovo, e per porre la

componente bolscevica alla guida dello Stato nuovo.

Lo Stato nuovo viene teorizzato nell’ultima opera: Stato e rivoluzione. Viene definita, sul piano

• teorico, riprendendo i principi del marxismo, la nuova forma di Stato che si andrà a creare: una società

senza classi, in cui il ruolo egemone all’interno del sistema viene svolto da un partito unico — ossia

una dittatura a partito dominante —, che ha il monopolio della cultura politica e dell’ideologia politica,

partito che rimane di avanguardisti rivoluzionari ma che ha un preciso modello organizzativo e

strutturale, che diventerà il modello di tutti i partiti che nascono sull’esperienza leninista (questo sarà il

modello del Partito comunista d’Italia — Pcd’I). Per arrivare a cambiare la fisionomia dei partiti di

matrice leninista (partiti comunisti) si dovrà aspettare il secondo dopoguerra, e ciò non vale neanche in

! 68 Schemi

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tutti i Paesi. Fino alla fine della seconda guerra mondiale la struttura rimane sempre la stessa, e, tra

l’altro, alcuni di questi caratteri rimangono anche dopo.

Caratteristiche del partito bolscevico

• Partito di minoranza, di un’élite composta dai rivoluzionari di professione

• Rapporto vertice/base strettamente piramidale, con un bassissimo livello di partecipazione della base al

processo decisionale

Struttura militare al proprio intero: i rapporti fra gli organismi interni sono rapporti gerarchicamente

• disciplinati.Iil segretario è il massimo organo del partito; sotto al segretario c’è una direzione;

consiglio nazionale del partito; congresso. Soprattutto nelle prime fasi, la carica del segretario è una

carica ad investitura e vitalizia: non c’è nessuna possibilità di ricambio

Questa struttura viene tenuta ferma dall’ideologia: la struttura del partito è riflesso del ruolo che viene

• attribuito all’ideologia, per cui ci deve essere un unico centro decisionale forte, il segretario, che è

colui che effettivamente interpreta l’ideologia. Tutto ciò che c’è al di sotto è dipendente dal vertice.

Tutta questa struttura si regge attraverso l’adesione di tutti i livelli al vincolo ideologico, che il

segretario interpreta e traduce in scelte politiche. Questo fa dei partiti marxisti - e varrà anche per i

partiti comunisti — i partiti più solidi, meno frastagliati, meno correntizzati della storia dei partiti

moderni. La forza del vincolo ideologico è tale che sono partiti estremamente monolitici al loro interno

(appena c’è qualcuno che dissente viene fucilato). È forse l’unico partito che non sviluppa questa

dialettica interna e questo elemento è quello per cui il Pci non crolla (mentre Dc e Psi sì) quando il

sistema crolla, bensì si trasforma: la forza del vincolo ideologico e la compattezza del partito intorno

del vincolo ideologico sono tali per cui, quando c’è da fare un rovesciamento, una revisione, il partito

nella sua completezza rovescia e revisiona, mentre i partiti a basso livello di identità ideologica si

frammentano, si scindono, si spaccano

• Centralismo democratico: idea che ci sia un livello di coinvolgimento della base (ecco il riferimento

democratico) nel processo decisionale, ma ci sia un altrettanto fermo livello in cui le scelte politiche,

nonostante il coinvolgimento della base, vengono prese al vertice. Si tenta di conciliare il riferimento a

un principio democratico di partecipazione dentro ai partiti, ossia il coinvolgimento di una base, con la

legittimazione e il centralismo da parte di una minoranza di definire, prendere in mano le scelte

politiche concrete da effettuare: la base viene coinvolta fino a un certo punto, poi decide il vertice e,

nel momento in cui il vertice ha deciso, la base o si adegua o viene espulsa. In questa fase storica i

partiti sono molto molto poco democratici, anche perché sono partiti che nel caso della Russia si

trovano a dover costruire un sistema nuovo e per farlo serrano le fila

! 69 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Internazionalismo: uno dei primi atti dopo la rivoluzione russa e l’andata al potere di Lenin è la Terza

Internazionale (1919, Mosca): non più internazionale socialista (le prime due), ma la prima

internazionale comunista (Komintern = Comintern). Ciò che viene deciso al secondo congresso del

Komintern è quello che inciderà sul processo che porta alla nascita dei partiti comunisti occidentali.

Lenin, nel secondo congresso (1920, Pietrogrado), fa approvare le 21 condizioni, ossia i requisiti per

essere ammessi alla Terza Internazionale. Due di questi requisiti sono più importanti:

‣ Acquisire la definizione di partito comunista. L’obiettivo è quello di rompere con la tradizione

socialista, di marcare la netta differenza: il nemico di Lenin è il socialismo europeo, che ha tradito

la rivoluzione. Lenin la rivoluzione l’ha fatta, perciò detta le condizioni della lotta di classe:

affermazione del primato del comunismo sovietico, il che significa che tutti i partiti che aderiscono

alla Terza Internazionale devono chiamarsi partiti comunisti. Non c’è spazio per il socialismo

‣ Espellere dalle fila dei partiti la componente riformista del socialismo europeo (Bernstein in

Germania; Bonomi, Bissolati e Turati in Italia). Le componenti massimaliste del socialismo europeo

per aderire alla Terza Internazionale devono liberarsi delle componenti riformiste. Questo è

praticamente impossibile, tant’è che non ci saranno adesioni da parte dei partiti socialisti europei

alla Terza Internazionale, ma nasceranno dai partiti socialisti europei gruppi a sinistra che si

staccheranno dai partiti socialisti e andranno a formare le sezioni nazionali della Terza

Internazionale (è il caso della Francia e dell’Italia — con la nascita del Pcd’I. Questi caratteri

consentono al Pcd’I di essere l’unico partito che sopravvive durante il fascismo. Scompariranno

tutti: socialisti, cattolici. L’unico partito che mantiene in vita delle cellule operative sul territorio

italiano — e che, non ha caso, ha un ruolo fondamentale nella resistenza — durante il ventennio

fascista è il Partito comunista d’Italia, tant’è che è l’unico partito che, quando crolla il fascismo,

non si rifonda: cambia modello, cambia struttura, ma non si rifonda; gli altri partiti si fondano o

rifondano).

Partito milizia

Da tutte quante le caratteristiche del conflitto bellico sono usciti tre diversi modelli di partito:

il partito di massa, che è quello attraverso cui si salda il nuovo nesso società/politica, che, nel caso

• italiano, acquista le dimensioni del Psi di Menotti Serrati e del Partito popolare di Sturzo

• il partito che passa attraverso l’esperienza rivoluzionaria russa e crea una forma di partito

completamente opposta al partito di massa, ossia un partito di minoranze avanguardiste rivoluzionarie

che hanno con la base un rapporto completamente diverso rispetto ai partiti di massa

• il partito milizia. ! 70 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Dalla guerra, soprattutto dalle reazioni che la guerra e la rivoluzione russa determinano, comincerà a

delinearsi per reazione un altro modello di partito (oltre a quello rivoluzionario e a quello di massa): il

partito milizia, che assume i tratti, in Italia, dei Fasci di combattimento, e che rappresenta in qualche

modo una sorta di modello intermedio fra i due partiti precedenti, ossia un partito che all’origine è

composto prevalentemente e ha volontà prevalentemente rivoluzionarie nella sua fase movimentista, ma

che, nel passaggio dalla fase movimentista alla fase del fascismo regime, finirà per saldare in maniera

indissolubile il rapporto fra la massa e lo Stato.

A partire da un certo tipo di modello politico, la milizia, si realizzano una forma di Stato e un certo tipo di

partito politico in cui il partito diventa, in maniera diversa dall’Unione sovietica e dalla Germania

hitleriana, l’elemento di connessione tra la società e le istituzioni. Questo aspetto è importante, perché

rappresenta la vera identità che il fascismo lascia all’Italia repubblicana: l’importanza, il riconoscimento,

il definitivo ingresso del partito politico come strumento di organizzazione della lotta politica dentro le

istituzioni è la vera, unica e non controversa eredità che la classe politica dell’Italia repubblicana si

troverà a gestire una volta caduto il fascismo. Con il fascismo si perfeziona l’inserimento dei partiti nello

Stato, al punto tale da diventare Stato a partito unico, per cui, nel momento in cui il fascismo cade, la

politica non può che essere fatta attraverso i partiti. Dopo il fascismo e attraverso il fascismo, i partiti

saldano in maniera indissolubile la loro dimensione sociale alla loro dimensione istituzionale. Dopo il

fascismo la storia politica e istituzionale italiana non può che essere fatta attraverso la storia dei partiti che

dentro quelle istituzioni siedono e che in qualche modo quelle istituzioni le costruiscono: ruolo dei partiti

antifascisti nella stesura della Costituzione.

Caso italiano

Dopo la prima guerra mondiale anche in Italia il sistema cambia:

È cambiato il rapporto fra società civile e politica

• Cambia la legge elettorale: fino a quel momento maggioritaria e uninominale, diviene, nel 1919, a

suffragio universale (cittadini maschi dai 21 anni) e proporzionale pura. Si afferma così la piena

legittimazione sul piano istituzionale del partito come organizzazione politica. Per la prima volta

vengono introdotti i regolamenti parlamentari, per cui si prevede che in Parlamento i rappresentanti

siano suddivisi in gruppi politici. Gli eletti divengono emanazione degli elettorati dei partiti e quindi

per forza di cose sono controllati dai partiti stessi. Tuttavia, questo non vuol dire che venga meno la

libertà di mandato. Si avvera l’incubo dei liberali, l’azione istituzionale si sposta dall’interesse

! 71 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

nazionale all’interesse di partito, perciò la storia politica dal 1919 in avanti non può essere letta se non

considerando il sistema dei partiti

compaiono nuovi modelli di partito (v. supra).

Effetti politici

Conseguenza di tutto ciò è il tramonto del liberalismo politico.

Liberali

Con l’avvento della modernità i liberali si spaccano, in quanto non tutti sono concordi con la scelta

partitica:

• L’idea del Partito liberale italiano (Pli), che nasce nel 1922, viene da Sonnino

Prevalse per qualche tempo la posizione giolittiana contraria alla formazione di un partito politico e la

• cui parola d’ordine era “trasformismo”. Ma questa era una formula antiquata ormai rispetto

all’evolversi dei tempi

• Amendola conveniva con Sonnino per la costituzione del partito, ma indicava come modello il partito

della nazione, per contrastare partiti di classe (Psi) o religiosi (Ppi). Così facendo, un grande partito di

centro avrebbe tagliato le ali estreme.

Con l’introduzione del sistema proporzionale il sistema liberale, pur credendo di riuscire a controllare il

risultato elettorale, nei fatti invece declina e scompare. Rimarrà la cultura liberale ma dal punto di vista

organizzativo i liberali non saranno mai più in grado di unirsi e costituire una forza politica rilevante. Il

Pli è un partito che nasce e muore a seguito dello scioglimento dei partiti non fascisti (dopo l’Aventino).

Con la caduta del fascismo i liberali saranno l’unica forza politica ad avere problemi a riorganizzarsi,

perché non hanno avuto il tempo di formare una base e perché rimane forte la natura variegata e

pluralistica della corrente. Ulteriore elemento di debolezza dei liberali è la mancanza di una cultura

sostanzialmente istituzionale: la loro forza era nel controllo del Parlamento e del governo; una volta

venuto meno questo elemento essi divengono insignificanti nel fare politica al di fuori delle istituzioni,

nella società.

Radicali

L’altra famiglia che prova a darsi una organizzazione politica un po’ più ampia è quella dei radicali, i

quali nel 1922 fondano il Partito della democrazia sociale e radicale. Questo partito nasce per

rafforzare l’asse contro i popolari di Sturzo e i fascisti. Anche loro cadranno con la messa al bando dei

partiti, addirittura più sfigati dei liberali. Il partito dei radicali è personalistico notabilare e clientelare.

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Socialisti

La rivoluzione russa, con la produzione del partito di avanguardie rivoluzionarie, produce conseguenze in

Italia su tutte le famiglie politiche ma soprattutto sul Partito socialista italiano, perché rompe

definitivamente con la tradizione socialista europea. Il Psi, poco prima della prima guerra mondiale, si era

spostato sulle posizioni della componente massimalista. Quando scoppia la guerra, gli interventisti —

come p.e. Mussolini — all’interno del Psi vengono espulsi. Il partito, dopo una iniziale posizione di

neutralismo attivo, cambia a causa delle posizioni dei partiti socialisti europei: viene abbracciata così la

formula “né aderire (massimalisti) né sabotare (riformisti)”. Durante il conflitto però avviene la

rivoluzione russa e nel Psi la corrente massimalista si rinforza, anche grazie al parziale successo del

biennio rosso. Ad un certo punto, però, Lenin chiede ai massimalisti di scegliere: aderire alla Terza

Internazionale significava troncare con la storia del partito ed espellere l’area minoritaria del partito. Ci

sono tre risposte differenti nel Psi:

Turati (riformista) dice no: bisogna seguire il socialismo europeo

• Menotti Serrati (massimalista) vuole attendere e vedere come si sviluppano gli equilibri interni

• la sinistra estrema (nata a seguito della rivoluzione russa a sinistra dell’ala massimalista) vorrebbe

aderire alla Terza Internazionale. La sinistra estrema è molto più giovane, non ha vissuto la genesi del

Psi e ha una profonda fede nel pensiero marxista. Essa si articola intorno a due nuclei principali:

‣ Napoli rivista Soviet (Bordiga)

‣ Torino Ordine nuovo (Tasca, Togliatti, Gramsci).

Il gruppo dirigente (Menotti Serrati) decide infine di non aderire per il momento alla Terza Internazionale.

La sinistra estrema rompe, perciò, nel Congresso di Livorno (gennaio 1921), con il Psi e dà vita al

Partito comunista d’Italia (Pcd’I). Turati aveva percepito che il modello leninista avrebbe prodotto una

forma dittatoriale di gestione del potere. La sinistra italiana è dunque spaccata in due tronconi: Psi e

Pcd’I. Dopo la spaccatura di Livorno, e con l’emergere dello squadrismo fascista, il Psi si spacca

ulteriormente sulla strategia politica da adottare. Turati ritiene che l’unica strategia per arginare il

fascismo sia creare una opposizione trasversale di tutte le opposizioni democratiche, i massimalisti invece

chiudono a qualsiasi forma di collaborazione con le altre forze politiche, opposizione isolata a tutto il

sistema. Si valuta l’ipotesi di aderire alla Terza Internazionale e così rifondersi con il Pcd’I. La

conseguenza è un ulteriore scissione del Psi nel Congresso del 1922: la componente di Turati esce e

fonda il Partito socialista unitario (Psu).

La sinistra quindi, alle soglie dell’avvento del fascismo, è divisa in tre parti:

Pcd’I

• ! 73 Schemi

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• Psi

• Psu.

Tutto ciò si interrompe con il regime fascista: dopo la caduta del fascismo la famiglia socialista si

riconsolida: i socialisti si riuniscono nel Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup).

Ovviamente il Pcd’I resta fuori da questa logica.

Il simbolo del Psi: falce e martello (lavoratori delle fabbriche e delle campagne) che poggiano su un libro

(cultura) con sfondo il sol dell’avvenire (rivoluzione).

Partito comunista d’Italia

Il Pcd’I quando nasce è un partito leninista, il braccio italiano della Terza internazionale.

Caratteristiche del Pcd’I

• Primato del partito

Culto, ideologia e organizzazione

• Centralizzazione

• Fedeltà internazionale.

Nel Pcd’I si crea subito una frattura fra Bordiga e Gramsci, relativamente al rapporto fra il partito e la

massa:

• secondo Bordiga, il partito deve agire come una forza meccanica: il fine è la rivoluzione,

l’abbattimento dello stato borghese e l’avvento della dittatura del proletariato. Questa visione

prescinde dalla massa: gli operai sono cosa diversa dal partito e da soli non sviluppano coscienza di

classe. Solo una volta realizzata la rivoluzione c’è l’avvicinamento alla massa

• Gramsci parte da una concezione del rapporto fra partito e masse secondo cui il partito è una totalità

vivente e organica che non esiste senza la sua massa: esso non può essere solo una macchina

rivoluzionaria. Il partito deve quindi coinvolgere la massa nella fase della sua educazione alla politica.

Inizialmente prevale la posizione di Bordiga: quello di Bordiga rappresenta, infatti, il modello di partito

più funzionale. Esso sarà l’unico partito a sopravvivere durante il fascismo.

Caratteri definitivi

• Organizzazione: partito milizia

• Antisistemico: lotta di classe e lotta clandestina ! 74 Schemi

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• Elitario, di avanguardie

• Verticistico

Agisce per cellule: unità, disciplina, gerarchia.

Togliatti, a seguito della caduta del fascismo, riprende il pensiero di Gramsci.

Dopo la seconda guerra mondiale il modello elitario salta. I partiti comunisti avranno caratteristiche

diverse dall’originario partito di avanguardia rivoluzionaria divenendo partiti di massa.

Partiti di massa

Il modello forte che esce dalla guerra è il partito di massa che ha come caratteristiche:

dimensione:

• ‣ quantità

‣ qualità

• organizzazione:

‣ statuto

‣ struttura

• ideologia: un riferimento programmatico che poggia su una ideologia precisa e punta su una funzione

educativa della società

la sfera d’azione dei partiti diviene sociale e politica; è legittimo che i partiti partecipino al gioco

• politico

• la comunicazione sviluppata durante la guerra diviene strumento di educazione sociale e propaganda

politica.

Partito socialista italiano

Il Psi, dopo la prima guerra mondiale, è già un partito di massa.

Partito popolare italiano

Il Partito popolare italiano (Ppi) è il primo partito politico di massa che si riferisce sul piano valoriale al

cattolicesimo.

Viene fondato da don Luigi Sturzo nel 1919 ed è un appello agli uomini liberi e forti.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Caratteristiche del partito

Nazionale

• Aconfessionale: non è il partito della Chiesa cattolica. Il programma è laico e il partito accetta le

• istituzioni secolarizzate dello Stato. La questione romana è ancora aperta, non ci sono rapporti

diplomatici fra Chiesa e Stato: la questione sarà chiusa solo nel 1929, coi Patti lateranensi. Per Sturzo

il cristianesimo e la politica non sono compatibili perché il primo è universale e trascendentale mentre

la seconda è secolarizzata. Sturzo non voleva fare la fine di Murri per cui afferma che non è il

cristianesimo che definisce direttamente la linea del Ppi. Il Ppi non è emanazione diretta delle

gerarchie ecclesiastiche ma agisce in maniera del tutto autonoma: l’autonomia amministrativa è uno

dei cavalli di battaglia di Sturzo, che fu uno dei primi fautori della creazione delle Regioni. I cattolici,

già impegnati nel sociale devono fare il salto di qualità e scendere in politica

• Interclassista: intercetta le istanze della classe media avendo poco appeal sugli operai e sulla vecchia

aristocrazia. Generalmente l’elettore italiano è definito come moderato e Sturzo vuole intercettare il

grosso di questo centro

Popolare e democratico: lotta per la democratizzazione dello Stato

• Programmatico la ricerca di voti viene portata avanti sulla base del riconoscimento del

programma:

‣ difesa della famiglia

‣ allargamento del suffragio anche alle donne

‣ legislazione sociale avanzata: riformismo

‣ riconoscimento delle autonomie

‣ ordine internazionale pacifico e pieno sostegno alla Società delle Nazioni libera determinazione

dei popoli

• Centrista: il centrismo definisce l’identità del partito. È il partito dei moderati

• Organizzato

Pedagogia

All’interno del Ppi c’è un conflitto abbastanza forte con l’avvento al potere di Mussolini. Sturzo è

contrario e viene messo in minoranza. Nel 1923 prende una posizione netta contro la legge elettorale

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Acerbo, per cui Mussolini si rivolge al Papa che manda via Sturzo dal Ppi. Dopo una piccola fase del

triumvirato, viene nominato segretario De Gasperi che andrà sull’Aventino.

Il Ppi verrà sciolto con gli altri partiti.

Dopo la seconda guerra mondiale nascerà la Democrazia cristiana che non va considerata erede del Ppi;

solo il simbolo è lo stesso (scudo crociato con scritta libertas, che richiama la libertà dei vecchi comuni).

Partito milizia

Nell’alveo dei rivoluzionari integralisti dopo la prima guerra mondiale troviamo anche i cosiddetti

massimalisti dei ceti medi, che trovarono espressione nel Partito fascista. Questi movimenti

consideravano la democrazia liberale l’ostacolo principale da abbattere per potere avviare la realizzazione

della loro concezione politica. Pur servendosi della Camera come tribuna, i movimenti rivoluzionari

disprezzavano il regime parlamentare e dichiaravano apertamente di volerlo abolire. Intanto, in attesa del

potere, contrapponevano la politica della piazza alla politica del Parlamento.

Due rapporti fondamentali:

partito/società

• partito/Stato.

Caratteristiche del partito milizia dei fascisti

Organizzazione

• Gerarchia

• Disciplina

Militarizzazione della politica: punto più saliente, gli altri punti sono simili al partito d’avanguardia.

• Il movimento fascista delle origini aveva come struttura di base le squadre d’azione e seguiva il

principio di unità, disciplina e violenza. Con la denominazione di partito milizia non si intende definire

solo le caratteristiche militaresche e neppure la peculiarità di un partito armato. Il partito fascista

incorporava nella sua stessa essenza e identità politica, nella concezione della propria natura e

funzione, l’idea di una milizia armata di credenti e di combattenti, uniti dalla fede in un’ideologia

integralista trasformata in religione politica, fondata sul mito della nazione, concepita come una

divinità laica, e come tale, collocata al vertice supremo dei valori individuali e collettivi. La

militarizzazione e la sacralizzazione della politica erano elementi complementari nella concezione

fascista. Lo squadrismo non era solo una forza armata, ma era anche una mentalità, una cultura

politica, uno stile di vita, fondato sull’esaltazione della violenza, della virilità, che ebbero espressione

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

non soltanto nell’organizzazione militaresca, ma anche in un vistoso apparato di riti, miti, simboli, inni

e canti, che divennero uno dei caratteri principali del partito fascista. Dallo squadrismo derivò anche la

pretesa del partito fascista di avere una condizione di diversità privilegiata, che si poneva al di sopra

degli altri partiti e al di sopra della legge, perché i fascisti si consideravano gli eletti della nazione, i

difensori della sua integrità contro qualsiasi palese od occulto nemico interno, i custodi della sua

sacralità artefici della sua futura grandezza

• Risorse simboliche.

Partito nazionale fascista

Il passaggio alla creazione del partito è voluta da Mussolini, nel 1921: si va verso l’istituzionalizzazione,

la prima tappa di costruzione del regime. Questo crea una frattura interna, che segnerà tutta la storia del

partito fascista:

Augusto Turati: gli oppositori al progetto mussoliniano sono gli ex squadristi e i ras locali. Sono

• fermi oppositori della costruzione del partito, perché ritengono che, rinunciando all’azione

rivoluzionaria costante, venga di fatto rinnegato completamente il significato del fascismo.

L’istituzionalizzazione della lotta determina la rinuncia alla rivoluzione e alla lotta stessa

Mussolini: il progetto del duce era quello di controllare il partito dalle istituzioni, mentre i vari

• segretari del Pnf cercheranno di riservare al partito delle prerogative. Per questo l’Italia fascista non

viene considerata un esempio di totalitarismo. Il partito deve educare e formare la società fascista, esso

costruisce il consenso e mobilità la società.

Si crea un cortocircuito:

Primato riconosciuto alle istituzioni, perché Mussolini non costruisce il regime dal partito, ma grazie a

• esso. La sede da cui si costruirà il regime sarà lo Stato

• Primato del partito (quindi doppio livello di potere): il partito non sarà mai assorbito nello Stato.

Questo doppio livello permane, ed è una delle ragioni per cui il fascismo non viene considerato un

totalitarismo perfetto. Mussolini costruisce il regime grazie al partito ma è tramite lo Stato che esercita

il vero potere. Non ci sarà mai identificazione tra l’assetto istituzionale e il partito. Questo è l’elemento

di vulnerabilità del fascismo (infatti il duce sarà sfiduciato dal gran consiglio del fascismo). Mussolini

ha bisogno del partito per mobilitare la società e per il carattere pedagogico ed educatore. La

personalizzazione del potere ha bisogno del consenso, costruito grazie al partito. Non esiste regime

senza partito: il partito è il braccio armato del regime dentro la società. Deve costruire una rivoluzione

civile. Il partito è il grande strumento di collegamento tra la società e le istituzioni. Questo determina il

dualismo. Permane il dualismo, ma c’è un’importanza fondamentale del partito. Con il fascismo il

! 78 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

partito entra definitivamente nelle istituzioni, nonostante il fascismo sia stato un regime anomalo. Il

rapporto tra la massa e la politica sarà indissolubile. La politica senza partiti non si farà più. Gli aspetti

che servono per studiare l’Italia repubblicana sono le anomalie del fascismo: una di queste è il rapporto

partito/istituzioni. Questa doppia anima non si troverà in nessun altro Paese. Ma senza il partito il

fascismo non esiste. Questo peserà quando il fascismo cadrà, perché non si passerà da un totalitarismo

perfetto alla democrazia, ma ci sarà anche una certa continuità.

Interpretazioni del fascismo

Liberale (Croce, Pli): il fascismo è una parentesi della politica italiana, un momento di crisi valoriale,

• di smarrimento di coscienza dei popoli europei. La messa in crisi della difesa delle libertà individuali

ha favorito l’avvento dell’uomo forte. Con la caduta del fascismo torneranno la libertà e la dignità

dell’uomo. Il sistema nuovo che va costituito deve guardare al passato pre-fascista: monarchia liberale

e democratica

Marxista (comunisti e socialisti): il fascismo è espressione del dominio dell’alta borghesia per cercare

• di contrastare la sollevazione popolare, una forza politica volta a soffocare il movimento degli operai e

dei lavoratori nell’interesse dei capitalisti. Esso è l’ultimo stadio della lotta di classe. La resistenza

antifascista assume un valore morale ideologico e politico (la rivoluzione degli oppressi): dopo il

fascismo deve nascere uno Stato nuovo in totale discontinuità sia con il fascismo che con il liberalismo

• Cattolica (Augusto del Noce): il fascismo è lo stadio finale del processo di forte secolarizzazione

ideologica che spezza in maniera definitiva il legame fra Dio e l’uomo e di conseguenza rompe il

rapporto diretto fra religione e potere. È l’ultima conseguenza derivante dalla Rivoluzione francese,

esaltazione del primato della ragione, che si perfeziona nel marxismo e infine nel fascismo. Quindi il

nuovo ordine deve rompere il processo di secolarizzazione e riallacciare il rapporto fra Dio e l’uomo: il

nuovo Stato deve essere cristiano

Radicale (Salvemini): lettura più debole, secondo cui il fascismo e il nazismo sono espressione di mali

• endemici delle due società, italiana e tedesca. Era inevitabile che il fascismo arrivasse perché l’uomo

forte era l’unica soluzione a cui un Paese incivile e analfabeta come l’Italia potesse arrivare: ad un

certo punto sono gli italiani stessi che chiedono la dittatura perché è l’unico sistema che garantisce la

governabilità. Il fenomeno è visto come ciclico, nel caso in cui gli italiani non acquisiscano un minimo

senso civico. In Germania ad un certo punto la società ha caratteri che si rispecchiamo nell’uomo forte.

Nel momento in cui le forze politiche devono confrontarsi con l’esperienza politica del fascismo lo fanno

sulla base di due problemi, ai quali daranno risposte diverse:

Continuità o rottura con lo stato fascista (modello costituzionale)

• ! 79 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Limite oltre il quale il partito non possa spingersi nel rapporto con le istituzioni. Per questo la

storiografia leggerà la storia come storia dei partiti. Il primato assoluto dei partiti nel sistema, la storia

delle istituzioni e della società è storia dei partiti (La Repubblica dei partiti di Scoppola). Ma questo è

vero? C’è uno spazio tra le istituzioni e i partiti?

I partiti dei Cln daranno risposte differenziate, sulla base delle interpretazioni.

Già l’innovazione dei regolamenti parlamentari portò all’affermazione del primato del partito nei

confronti dei parlamentari, collocando i partiti organizzati al centro della rappresentanza politica e

facendo dei partiti i protagonisti principali della vita politica. Era nato lo Stato dei partiti, cioè uno Stato

nel quale i partiti politici sono organi indispensabili e fondamentali per l’espressione della volontà dei

governati, per la mediazione fra lo Stato e la società, per la formazione della classe politica, per il

funzionamento delle istituzioni rappresentative, per la scelta e la revoca dei governanti. Ma l’Italia

divenne anche il campo di battaglia fra partiti che si consideravano antesignani e futuri artefici di uno

Stato nuovo, e che fra di loro erano incompatibili per la radicale diversità di concezione della politica,

dello Stato e anche del partito. E in questa battaglia, che segnò la fine dello Stato liberale, l’incapacità dei

partiti democratici di unirsi per salvaguardare le libertà civili e politiche, con le istituzioni del nuovo Stato

dei partiti, fu la condizione principale che rese possibile la nascita di uno Stato-partito dopo l’ascesa del

fascismo al potere. Fasi del fascismo

1922-1925 Dalla marcia su Roma al discorso del 3 gennaio: stabilizzazione del potere fascista caratterizzata dal

costituirsi di un determinato tipo di rapporti tra il fascismo e la classe dirigente e le istituzioni

tradizionali

1925-1929 Dal discorso di Mussolini del 3 gennaio alla Conciliazione e al ’plebiscito’ del 1929: il regime

fascista venne progressivamente prendendo corpo a tutti i livelli

1929-1936 Dal ’plebiscito’ del 1929 alla conclusione della vicenda etiopica nell’estate 1936: crisi del 1931 con

la S. Sede per l’Azione Cattolica determinata dalla necessità per il fascismo di non farsi sfuggire il

monopolio della formazione della gioventù

1936-1945 Dalla guerra d’Etiopia alla fine della seconda guerra mondiale: politica espansiva; politica estera

sempre più legata a quella hitleriana

Dal partito dominante al partito unico

Nel periodo a cavallo del 1925-26, il fascismo attuò lo smantellamento del regime parlamentare e,

simultaneamente, pose le fondamenta dello Stato a partito unico.

Ma le idee dei fascisti per la creazione dello Stato nuovo non erano univoche (p.e. il segretario del Pnf —

Bianchi — aveva parlato della necessità di una riforma costituzionale subito dopo la marcia su Roma: la

sua proposta di legge elettorale maggioritaria doveva essere un primo passo verso questa direzione).

! 80 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• I fascisti sindacalisti proponevano progetti vari di un nuovo Stato sindacale, concepito come

organizzazione politica delle forze produttive unificate sotto l’egida del fascismo.

Con l’adesione al fascismo di Giovanni Gentile e di giovani filosofi, il problema della trasformazione

• dello stato era Stato più saldamente congiunto al problema della rigenerazione del popolo italiano. Nel

1924 il Pnf affrontò il tema della trasformazione dello Stato, proponendo la formazione di una

commissione di studio (sostituita in seguito da una commissione governativa presieduta da Gentile).

Le proposte presentate a Mussolini lo irritarono e scontentarono i fascisti, perché erano modesti

correttivi autoritari piuttosto che riforme rivoluzionarie.

Dopo il 3 gennaio 1925, i membri del direttorio nazionale furono tutti confermati. Erano esponenti del

fascismo integralista, rappresentanti del fascismo giovane e rivoluzionario. L’interprete della nuova

politica del Pnf fu Farinacci, nominato segretario nel 1925. Mussolini aveva bisogno della piena

collaborazione e del consenso unanime di un partito unito, forte ed efficiente, come strumento di

pressione e di ricatto nei confronti degli avversari e degli stessi fiancheggiatori, e come principale

cooperatore nell’impresa di trasformazione dello Stato. Per il duce la scelta di Farinacci era obbligata. Ma

Farinacci, oltre ad essere uno dei ras provinciali più forti, godeva di molto prestigio tra la massa dei

fascisti intransigenti, di cui era diventato interprete. Criticava spesso Mussolini, proclamando la

necessità di una seconda ondata per continuare la rivoluzione fascista. La sua azione di riorganizzazione e

di epurazione fu, tuttavia, efficace per ridare al Partito una organizzazione più unitaria. Impiegò il Partito

anche nel campo sindacale (accordi di Palazzo Vidoni: riconoscimento reciproco). Contrastò ogni

tentativo delle altre organizzazione del fascismo di avere una propria autonomia.

Al Congresso nazionale del 1925, Mussolini tratteggiò il programma totalitario del regime, che a prima

vista poteva coincidere con la politica di Farinacci. Il ras di Cremona voleva tenere il partito sul piede di

guerra per sconfiggere i nemici della rivoluzione (primato del partito, una diarchia tra partito e

governo, tra segretario e duce). Farinacci fu costretto a rassegnare le dimissioni nel 1926, e non tornò mai

più al centro della politica.

Altri passaggi

Leggi fascistissime

• Lotta con la massoneria

• Scioglimento di tutti i partiti

Istituzione del tribunale speciale e dell’Ovra (Organizzazione per la vigilanza e la repressione

• dell’antifascismo)

• Legge elettorale (porta il regime al plebiscito) ! 81 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo

• Rappresentanza organizzata: inquadramento delle masse nelle istituzioni politiche e sociali

Rivoluzione antropologica per rigenerare la nazione e creare una nuova razza di italiani.

Partito totalitario

Tra il 1925 e il 1929, il partito fascista subì una trasformazione che lo inquadrò nel nuovo ordinamento

costituzionale. Non perse la sua identità di partito milizia, ma i compiti vennero adattati alle diverse fasi

della costruzione dello Stato totalitario. Si comincia a parlare di religione fascista. Dalla necessaria

convivenza di vecchio e nuovo nel regime fascista, derivò una divaricazione tra chi era fautore di un

fascismo autoritario (in cui si considerava esaurito il suo compito con la soppressione dello Stato dei

partiti) e chi prevedeva un modello totalitario (in cui il Partito doveva essere la base del nuovo Stato

fascista).

Ma l’evoluzione del Partito (statuto 1926) sarà all’antitesi del progetto di Farinacci: venne abolita la

democrazia interna, fu eliminato l’organo del Congresso nazionale, fu eliminato il principio della

elettività delle cariche. Il duce volle eliminare anche ogni conflitto di poteri nelle province fra

rappresentanti del Partito e del governo, ribadendo che la più alta autorità della provincia era il prefetto, al

quale il segretario federale doveva rispetto e obbedienza. Mussolini nel 1929 disse: «Il partito non è che

una forza civile e volontaria agli ordini dello Stato. Ogni dualismo di autorità e di gerarchia è scomparso

[…] se nel fascismo tutto è nello Stato, anche il Partito non può sfuggire a tale inesorabile necessità, e

deve quindi collaborare subordinatamente cogli organi dello Stato».

Cesarismo totalitario: il duce è un’istituzione politica. Il primato del duce ebbe uno sviluppo parallelo

nell’ordinamento del Pnf e nello Stato. Si cercò di ridurre la figura del monarca ad un simulacro

simbolico (forse la maggioranza dei fascisti avrebbe voluto la fine della monarchia). Spettava soprattutto

al partito svolgere la funzione di grande pedagogo.

La formula della subordinazione del partito allo Stato fu in realtà una finzione giuridica, dietro la quale si

agitavano le ambizioni del partito totalitario, che si considerava il depositario dell’idea rivoluzionaria e

non si era rassegnato a vivere un sistema politico ancora ibrido, dove le istituzioni del vecchio Stato

monarchico convivevano ancora, in contrasto con le nuove istituzioni dello Stato totalitario in

costruzione. I segretari che furono alla guida del Pnf dopo il 1925, senza mai contrastare il duce,

compirono un lavorio paziente e costante per ampliare il potere del Partito, tramite:

• L’infiltrazione (per esempio, lotta del partito all’ascesa nella gerarchia militare)

• Il controllo diretto nei confronti delle organizzazioni di massa del regime, come i sindacati fascisti

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• L’annessione verso organizzazioni ritenute strumenti indispensabili per l’attuazione dell’esperimento

totalitario, come i Balilla. ! 83 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Terza parte

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA

1943 - 2006

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

La parabola dei partiti della Prima Repubblica

! Macrodinamiche della transizione

Transizione (1943-48)

La prima fase dell’affermazione dell’istituzione partito si apre con il 1943, anno in cui cade il fascismo: si

apre la lunga transizione verso la nascita e la costruzione di un nuovo ordine politico e istituzionale.

Questa complessa fase di transizione dura cinque anni.

Centrismo degasperiano (1948-53)

La fase di transizione si conclude nel 1948, anno in cui vi è un momento di volta per la storia italiana,

perché:

entra in vigore la Costituzione (1° gennaio)

• con le elezioni del 1948, comincia la I legislatura dell’Italia repubblicana.

Inizia la stabilizzazione del sistema. Questa prima fase repubblicana va dal 1948 al 1953, altro momento

di svolta per la storia politica italiana, perché finisce l’età del centrismo: presenza ininterrotta di De

Gasperi alla presidenza del Consiglio. Il primo governo De Gasperi è del dicembre 1945; l’ultimo e

ottavo governo De Gasperi, che non ottiene la fiducia, è del 1953.

Numerose svolte (1953-63)

• Nel 1953 inizia la II legislatura, con una modifica che investe il sistema elettorale: a partire dal 1948

(in realtà già per le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946) la legge elettorale era una legge

elettorale proporzionale, che prevede che il territorio nazionale venga diviso in collegi plurinominali di

eguale grandezza e che possano esercitare il diritto di voto tutti i cittadini senza distinzione di sesso

che abbiano raggiunto il ventunesimo anno di età. Nel 1953 questo sistema cambia, e viene introdotta

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

quella che le opposizioni chiameranno la legge truffa: un tentativo di correggere il sistema elettorale

approvato nel 1946 in senso maggioritario, che prevedeva l’assegnazione al partito o alla coalizione di

partiti che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti i 2/3 dei voti. La logica è quella di rendere più stabili le

maggioranze che sostengono il governo, a fronte dell’instabilità mostrata dai governi De Gasperi. La

legge passa nonostante le fortissime opposizioni, ma il premio di maggioranza non scatta, perché

nessun partito o coalizione di partiti raggiunge il quorum necessario per far scattare il premio.

L’operazione di De Gasperi non riesce. A partire dal 1953, fatte le elezioni per la II legislatura, si

ritorna al sistema proporzionale puro.

Il 1953 è un momento di svolta anche sul piano delle forze partitiche. Nel 1954 muore De Gasperi e

• alla guida della Dc, partito cardine del sistema, succede Fanfani, politico che dà alla Dc un’indirizzo

economico, di politica interna ed estera completamente diverso rispetto a quello dato da De Gasperi.

Fanfani è della seconda generazione democristiana, la quale ha vissuto in maniera più forte rispetto

alla prima generazione la fascistizzazione e che, perciò stesso ha tentato di elaborare una proposta

cattolica antifascista, ma risentendo delle forti influenze che il fascismo aveva avuto sulla sua

formazione.

Nel 1953 muore Stalin, e pare esserci la prima distensione: idea che la tensione tra i due blocchi possa

• leggermente scendere e ci possano essere i presupposti per avviare un dialogo tra forze politiche fino a

quel momento chiuse nella logica della guerra fredda, dialogo che poi non si avvia.

Tutto questo insieme di fattori interni ed esterni fa pensare che si possano creare nuovi sistemi di

alleanze. Tra il 1953 e il 1954 il partito cardine del sistema, guidato dalla seconda generazione, a fronte

delle modifiche internazionali, comincia a pensare che si possa guardare oltre il centrismo, cioè comincia

a pensare che il fallimento della legge truffa, e quindi il fatto che non si possano costruire maggioranze

stabili attraverso il sistema elettorale, possa essere superato modificando il sistema di alleanze. Il

centrismo è ormai insufficiente, in quanto troppo instabile.

Neocentrismo: si cerca di governare il sistema in vista dell’apertura verso forze politiche nuove: il Psi.

Centro-sinistra (1963-73)

Dal 1963 al 1973 in Italia si inaugura la stagione del centro-sinistra. Nel dicembre del 1963, Aldo Moro

(che è l’uomo di questa fase) dà vita al primo governo organico di centro-sinistra, che è il governo in cui

il Partito socialista (uscito dal governo, poco dopo la scissione di Palazzo Barberini, ovvero nel maggio

1947, in cui finiscono i governi tripartiti, ossia di coalizione nazionale) rientra in maggioranza: governo

Moro-Nenni.

È un processo lungo. ! 86 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

Compromesso storico (1973-78)

Dal punto di vista formale, questo centro-sinistra rimane in piedi abbastanza, benché con delle dinamiche

interne piuttosto conflittuali tra Psi e Dc, finché non avviene un’altra svolta nella costruzione dei sistemi

di alleanze nonché rispetto alle linee politiche dei partiti che ne sono coinvolti, ovvero la strategia del

compromesso storico lanciata da Berlinguer (Segretario del Pci): ricompattare insieme le forze dell’arco

costituzionale (quelle che hanno scritto la Costituzione: Dc e Partito comunista) e riportarle insieme al

governo. Per far accettare alla Dc questa proposta Moro impiega 5 anni: nel 1978 — il giorno del

rapimento di Moro — il governo che avrebbe dovuto ricevere l’appoggio — voto di fiducia — anche del

Partito comunista (il governo Andreotti) non lo fa. Di fatto il compromesso storico non si realizza mai,

rimane un’ipotesi accennata, costruita, ma concretamente non si avranno mai maggioranze Democrazia

cristiana-Partito comunista che sostengono lo stesso governo.

Crisi del sistema dei partiti (1978-92)

Si apre l’ultimo grande periodo, periodo di iniziale e poi strutturale crisi dei partiti.

La Prima Repubblica non cade nel 1992-94, o meglio, lì cambia il sistema: compaiono forze politiche

nuove, c’è Tangentopoli. Tangentopoli però è l’ultima spallata a un sistema che è già in crisi da tanti anni.

Il crollo della Prima Repubblica è un processo lungo, che affonda le proprie radici in questa fase storica.

Una parte importante della storiografia afferma che la crisi dei partiti inizia tra la fine degli anni ’60 e

l’inizio degli anni ’70: la crisi di uno scollamento crescente fra la società civile e i partiti politici: la

società non riconosce più quei partiti come i soggetti titolati a rappresentare le proprie istanze, partiti

arrotolati sempre più su se stessi. A cavallo degli anni ’60 e 1970 si manifestano per la prima volta forme

aperte di contestazione nei confronti del sistema: nascita di movimenti autonomi, che si distaccano dai

partiti tradizionali e che hanno l’obiettivo di legittimare il sistema. Negli anni ’80, però i quorum

elettorali dei vari partiti cambiano pochissimo (cresce un po’ il Pci, cresce il Psi di Craxi ma non quanto

avrebbe voluto, vi sono piccole contrazioni della Dc). Dal punto di vista elettorale, questi partiti

rimangono forti e rimane alto il quorum del partito che più si è identificato con questo schifo che la

società ha rivolto addosso ai partiti, ossia la Dc. Allora perché diciamo che c’è un trend di lungo periodo

che porta alla crisi del sistema? Il quorum elettorale che non cambia è un quorum diverso. La Dc è il

partito cardine di tutta la storia politica italiana, è un partito che, col picco del 48% nel 1948, tiene una

percentuale stabile che oscilla fra il 34% e il 48%. Cambia però chi vota la Dc, soprattutto per quanto

riguarda la distribuzione territoriale: fino a un certo punto la Dc è fortissima in alcune zone — le

tradizionali Regioni bianche: Lombardia, Veneto; a partire dagli anni ’70, per la Dc cambia

completamente l’insediamento territoriale del voto: si rafforza moltissimo nelle regioni dell’area centro-

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

meridionale — soprattutto in Campania, Puglia e Molise. I partiti hanno perso il voto di appartenenza, il

voto di identità. Il quorum non cambia perché quel voto di identità viene sostituito dal voto di scambio, il

voto comprato. Questo fa sì che, nel momento in cui i partiti non hanno più soldi da spendere (Sme,

vincoli monetari) e quindi non hanno più la possibilità di comprare il voto, questi partiti (che erano stati al

centro delle dinamiche politiche e istituzionali e che più avevano lavorato in questa commistione fra

economia, società e politica) esplodono o implodono. La perdita del voto di identità, come zoccolo duro,

è un processo di lungo periodo che di certo non comincia con Tangentopoli, bensì nel momento in cui i

partiti perdono il contatto con la società, e questo processo di perdita del contatto con la società vale,

soprattutto per i partiti di governo, che sono nella posizione più scomoda rispetto a questi processi, già a

partire dall’inizio degli anni ’70: non capiscono il ’68, non sanno dare una risposta al ’68, non capiscono

la strategia della tensione (anni di piombo: terrorismo fascista e terrorismo di Stato), danno solo risposte

critiche alla strategia della tensione e a un certo punto si perdono la società e questa società o trova altre

forme di partecipazione (movimenti: la Lega nasce proprio erodendo il voto identitario della Dc) oppure

si astiene, ma questo è un periodo di lungo periodo. I partiti cominciano ad agire, all’inizio degli anni ’70,

come giganti dai piedi d’argilla: i partiti crescono, le maggioranze di governo crescono, colonizzano tutta

l’economica pubblica, ma perdono un elettorato che si riconosca a livello identitario in quel partito

politico.

Due letture della parabola italiana

Bipartitismo imperfetto

Di fronte a questa parabola, c’è una lettura complessiva della storia del sistema data da Giorgio Galli che,

in un libro pubblicato negli anni ’60 — Bipartitismo imperfetto —, sostiene che l’Italia sia un sistema

sostanzialmente anomalo: essa è una forma di democrazia parlamentare anomala in quanto

ipoteticamente potrebbe funzionare come modello perfetto, bipartitico, perché ci sono due grandi partiti

— Dc e Pci, che, in sostanza, rappresentano i due riferimenti principali della vita italiana —, tuttavia la

competizione avviene in condizioni che impediscono in assoluto la regola dell’alternanza. Non succede

mai che il Pci da forza di opposizione possa diventare forza di governo e non succede mai, per una serie

di vincoli interni ed esterni — guerra fredda, quorum elettorali —, che la Dc possa diventare

effettivamente partito di minoranza.

Pluralismo polarizzato

A questa lettura risponde, dopo qualche anno, Giovanni Sartori, che parte dall’interpretazione della storia

del sistema italiano (come aveva fatto Galli) e sostiene che il modello disegnato da Galli non funziona

bene, perché è troppo semplicistico: la storia politica italiana non è fatta solo da questi due soggetti

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

politici — e vero che sono i più grandi in termini elettorali e di iscritti —; bisogna considerare l’insieme

degli attori che compongono il sistema, per cui non si può parlare di bipartitismo imperfetto, perché non è

sufficientemente aderente a descrivere il caso italiano, bensì di pluralismo polarizzato: i sistemi pluralisti

sono quelli a cui partecipano almeno cinque attori (partiti) politici, ossia sistemi caratterizzati da un’alta

frammentazione politica. Se dall’analisi degli attori politici si passa ad analizzare il sistema, non si trova

solo un alto tasso di frammentazione politica, ma anche una formula costante di stabilizzazione dei partiti,

ossia un partito — o una coalizione di partiti — di centro e, esattamente corrispondenti ed equidistanti,

forze antisistemiche, partiti antisistemici: c’è un centro che va stabilmente al governo e ci sono due aree

estreme che hanno come obiettivo quello di muovere nei confronti del centro una doppia opposizione, in

chiave antisistemica. Di fondo, il modello politico-istituzionale italiano, dunque, non è bipartitico, ma

pluripartitico. Come si aggregano queste forme partitiche e a che schema istituzionale danno luogo? Non

a un bipartitismo imperfetto, ma a un sistema in cui il Paese si governa dal centro ed esiste un partito — o

una coalizione di partiti — che governa il sistema dal centro. Rispetto a questo centro esisteranno sempre

delle forze più polarizzate di destra e di sinistra che agiranno in chiave antisistemica con lo scopo di

esercitare una pressione centrifuga sul centro (non è altro che il modello trasformistico di Depretis, che si

autoalimenta in continuazione nella storia politica italiana). Mai nella storia politica italiana a un’elezione

(fino alla Seconda Repubblica) con un tasso alto di frammentazione partitica, con una legge elettorale

proporzionale, con un partito di centro forte in termini elettorali e numerici si verifica la regola

dell’alternanza; al massimo la governabilità si ottiene allargando l’insieme dei partiti che sostengono il

governo stesso, ossia che fanno parte della maggioranza parlamentare. Si esce da questa logica quando si

entra, negli anni ’80, nella logica del pentapartito, che altro non è che un recupero di un centro-sinistra

mezzo scassato con forze politiche nuove con Craxi da una parte e De Mita dall’altro che cercano di

tenere in piedi il sistema. La storia della Prima Repubblica ruota tutta intorno all’allargamento all’infinito

(fino addirittura a comprendere il Partito comunista) dell’area di centro, con una totale e continua

esclusione della destra missina: la pregiudiziale che rimane in piedi è sempre quella nei confronti del

Movimento sociale italiano, che rimane sempre fuori da quell’area politica.

Transizione (1943-48)

Il re scappa, c’è l’armistizio, c’è la Repubblica di Salò al Nord, l’Italia è divisa in due, vi è un vuoto di

potere, l’esercito è allo sbando, gli alleati sono in casa. L’unica cosa che rimane in piedi è la Chiesa.

È caduto il compromesso autoritario (che aveva consentito al fascismo di reggersi). Questo vuoto

politico-istituzionale con qualcosa va colmato.

Questa fase si suddivide a sua volta in tre sottofasi: ! 89 Schemi

M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• 1943-45:

‣ due governi Badoglio (luglio 1943 — giugno 1944): governi militari, non ci sono forze che li

sostengano, sono i governi del fascismo senza Mussolini. A giugno del 1944, in Italia Vittorio

Emanuele III cede i poteri al figlio Umberto II e viene istituita la luogotenenza: soluzione di

compromesso in attesa che si faccia il referendum istituzionale

‣ due governi Bonomi (giugno 1944 — giugno 1945): da Bonomi in avanti governi di unità

antifascista, ossia i governi dei Comitati di liberazione nazionale (Cln)

1945-47: governi Parri (giugno 1945 — dicembre 1945)

• 1947-48: governi De Gasperi (dicembre 1945 — 1947)

Prima sottofase della transizione

Quel vuoto politico e istituzionale causato dalla caduta del fascismo e dallo sbando dei poteri esistenti

(fatta eccezione per la Chiesa) viene parzialmente colmato. Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, nella

fase di declino del regime fascista, quelli che saranno i partiti antifascisti hanno cominciato a ricostituirsi

o a costituirsi. Il giorno dopo la caduta di Mussolini (che avviene il 25 luglio 1943), essi danno vita al

Comitato delle opposizioni: organismo unitario (molto ristretto) in cui siedono i leader delle forze

politiche, che, dopo il proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943, diventerà Comitato di

liberazione nazionale. I partiti antifascisti (struttura esarchica: i governi dell’esarchia sono quelli

sostenuti dal Cln) che non solo siedono nel Comitato di liberazione nazionale ma cominciano a impostare

delle linee politiche che servono a dare una risposta al vuoto istituzionale in cui si trova il Paese sono, da

sinistra a destra:

Pcd’I Psiup Pda Dl Dc Pli

Partito comunista d’Italia (Pcd’I)

In mano a Secchia e Longo (non c’è Togliatti, che è in Unione Sovietica come braccio destro di Stalin).

Quando rinasce è esattamente lo stesso partito, più piccolo, che era nato nel 1921. Stato nuovo: partito di

avanguardie rivoluzionarie (carattere che gli aveva consentito di sopravvivere durante il ventennio

fascista); partito della rivoluzione palingenetica; partito schierato, almeno fino ai primi mesi del 1944, su

una posizione fortemente estrema all’interno dei Cln (sinistra estrema):

• Posizione di rottura immediata dell’ordine istituzionale: chiedere la destituzione del monarca (perché

non si può fare nessuna distinzione, per quanto riguarda le responsabilità per l’avvento del fascismo e

per il disastro della guerra, fra l’istituto monarchico e il re: condanniamo il re e, di conseguenza,

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l’istituto monarchico) e immediatamente procedere alla convocazione di un’Assemblea costituente che

decida sulla forma di Stato

Posizione rigida di mantenimento dell’ordine pubblico: cercare di normalizzare al più presto la vita

• politica e, soprattutto, disarmare i partigiani: mantenimento armato delle bande partigiane

Su questi due punti il Pcd’I mantiene una posizione rigida, minacciando di uscire dai Cln se non fosse

stato accontentato. Questa posizione porta il Cln ad una fase di fortissima tensione. Si teme che questo

equilibrio si spezzi. Per fortuna, a fine febbraio del 1944, torna Togliatti e annuncia la svolta di Salerno

(compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e Badoglio, che consentisse la formazione di un governo

di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato

di liberazione nazionale, accantonando quindi temporaneamente la questione istituzionale), che viene

fatta passare come una decisione presa da quello che sarebbe diventato il leader del Partito comunista in

totale autonomia rispetto alle direttive di Stalin. Togliatti congela le tensioni interne al Cln portando il

Pcd’I su un nuovo corso, fatto di due concetti nuovi, sintetizzati dalla svolta di Salerno:

• Partito nuovo: basta con il partito di avanguardie rivoluzionarie. Bisogna interrompere con la

tradizione leninista e dare vita a un partito di massa: il Partito comunista deve essere un partito che

sposa, insieme alla direzione verticale della politica (tipo del partito avanguardista: la base conta

comunque sempre solo fino a un certo punto; infatti il segretario viene scelto per cooptazione — e non

eletto dalla base — e la carica è vitalizia), la dimensione orizzontale, cioè deve essere un «partito di

integrazione di massa»

Democrazia progressiva: abbandono dei toni rivoluzionari e ultimativi utilizzati fino a quel momento e

• capire che la rivoluzione va costruita. L’Italia del 1944 non ha le condizioni (soprattutto internazionali:

eserciti angloamericani in casa) per poter fare la rivoluzione. Democrazia progressiva significa

progetto comunista in due tempi:

‣ il sistema va intanto cambiato dall’interno (quindi niente rottura col Cln) alle condizioni date

‣ la rivoluzione possa avverarsi in una situazione in cui le condizioni lo consentano (non si avvererà

mai).

Inoltre, Togliatti afferma che il Partito comunista debba accreditarsi come forza politica nazionale, cioè

che non debba più agire solo come braccio armato dell’Unione Sovietica, ma costruirsi e consolidare la

propria identità nazionale ed essere percepito come un attore politico nazionale: non soltanto legare le

sorti del comunismo italiano alle sorti del comunismo sovietico, ma identificare profondamente la storia

del Partito comunista alla storia della nazione, in modo da guidare la nazione verso l’esito rivoluzionario

finale. La svolta di Salerno, con l’abbandono “temporaneo” dell’ipotesi rivoluzionaria, fatto da Togliatti e

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poi ripetuto, consente di stabilizzare il sistema politico italiano ma è un suicidio per i comunisti, in quanto

porterà il Partito comunista a perdere, a partire dagli anni ’60, pezzi della sua sinistra che contesteranno il

tradimento dell’ideale rivoluzionario.

La svolta di Salerno, rispetto al Cln, cambia le carte in tavola, perché ricompone quelle fratture che tra la

fine del 1943 e l’inizio del 1944 si erano cominciate a creare. Proprio per rimarcare il carattere nazionale

del partito, Togliatti stabilisce anche che il partito non si chiami più Pcd’I (ossia sezione italiana della

Terza Internazionale), ma Partito comunista italiano (Pci). La svolta di Salerno comporta l’accettazione

del compromesso istituzionale, almeno momentaneo fino a quando un’Assemblea costituente — non il

popolo — non si fosse pronunciata sulla forma di Stato: la Luogotenenza, istituita a fine maggio/inizio

giugno del 1944. Primi atti di Umberto II: a. voto alle donne; b. istituzione di una Assemblea costituente,

che avrebbe avuto, tra gli altri incarichi, il compito di decidere sulla forma di Stato, ossia fra monarchia e

repubblica. Poi non sarà così, perché a decidere sarà, con il referendum del 2 giugno, il popolo. Il Pci

accetta la Luogotenenza, ma in cambio vuole che a decidere tra monarchia e repubblica non sia il popolo,

bensì un’assemblea, sì, eletta dal popolo, ma in cui siedono i partiti antifascisti.

Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup)

In mano a Nenni. Ripropone le stesse dinamiche pre-fasciste: rinasce (perché dal fascismo è stato

scardinato) sostanzialmente da due tronconi: il vecchio Psi, alla cui guida c’erano Romita e Nenni e una

componente ancora più di sinistra, proveniente dal Movimento di unità proletaria (Mup), che era la

componente più radicale dell’antifascismo socialista.

Nel Psiup (che rimane Psiup fino al 1947) ritroviamo le stesse fratture dell’epoca pre-fascista. Tre grandi

correnti:

i vecchi massimalisti, ora fusionisti: la componente più di sinistra, che in questa fase vogliono tornare

• con Pci e mirano a ricomporre un fronte unitario delle sinistre italiane, ossia a ricucire la scissione di

Livorno

• i riformisti: la componente più di destra, ossia il gruppo riunito intorno a Saragat, che nel 1947

daranno vita alla scissione. Idea che il partito socialista italiano debba avere esclusivamente una

vocazione istituzionale e riformista, e dunque debba prendere marcatamente le distanze rispetto, in

casa, al Partito comunista e, fuori casa, all’Unione Sovietica (ricucire i rapporti con la corrente

socialista europea e non con la dittatura staliniana);

centro: gruppo dirigente del partito, guidato da Nenni.

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Il Psiup è, in questa fase, molto orientato a sinistra. È un partito antifascista per eccellenza. Il

compromesso che viene realizzato da Nenni è quello di fiancheggiare e non fondersi con il Pci. In questa

fase il Psiup è più forte del Pci. Anche il Psiup, come il Pci, è un partito di massa.

Partito d’azione (Pda)

Di Ferruccio Parri. È un partito di intellettuali, notabilare (vecchio modello di partito), di rappresentanza

individuale, che si ispira ad alcuni elementi del socialismo e ad alcuni elementi del liberalismo di sinistra.

Ha una fortissima identità antifascista. Nasce intorno alla metà del 1942 (nel 1947 di fatto è già morto).

Quando si scoglierà vedrà i pezzi sparpagliarsi tra il Psi e il Pli.

Democrazia del lavoro (Dl)

Di Bonomi. Partito di intellettuali e a rappresentanza individuale. La famiglia politica è abbastanza simile

a quella del Pda sul piano ideologico e valorizzare: sensibilità repubblicane e socialiste. I demolaburisti

sono antifascisti più moderati: vogliono alcuni elementi di continuità col periodo pre-fascista (alcuni

demolaburisti hanno una preferenza monarchica: Vittorio Emanuele III ha sbagliato, va rimosso dalla

carica, ma l’istituto monarchico va salvato). Nel 1942 si costituisce (la base di insediamento è l’Italia

centro-settentrionale), nel 1946 è già sciolto, e i suoi componenti confluiranno in parte nel Psi e in parte

nella Dc.

Democrazia cristiana (Dc)

In mano a De Gasperi: la Dc si fonda (tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943) nella fase di transizione tra

fascismo e post-fascismo. Nasce dalla convergenza di tre gruppi:

• Gli ex popolari (De Gasperi, Gronchi, Spataro): gruppo di maggioranza. Sono quasi tutti uomini del

liberalismo classico, che hanno vissuto la loro formazione politica nella stagione dell’Italia e che, di

conseguenza, si rendono interpreti di un preciso progetto di ricostruzione dello Stato, ossia di una certa

continuità delle istituzioni politiche che si richiama alla stagione dell’Italia pre-fascista, ossia l’ultima

fase dell’Italia liberaldemocratica:

‣ Centralità del Parlamento

‣ Silenzio momentaneo sulla questione istituzionale: molti sono monarchici, ma in realtà non si

sbilanciano

‣ Importanza del partito politico come strumento di lotta politica (in questo l’influenza del fascismo è

stata forte: la politica di massa non si fa senza i partiti), ma con una clausola: il partito non deve mai

prevaricare il Parlamento. Il fulcro della vita politica di uno Stato rimane il Parlamento. Più che

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sulla forma di Stato, insistono sulla forma di governo: governo parlamentare, che riconosca un

preciso ruolo alle istituzioni parlamentari (Parlamento e governo).

‣ Dal punto di vista del rapporto con la Chiesa è il gruppo che detta la strategia politica che deve

definire il rapporto Chiesa-partito nel nuovo sistema politico-istituzionale: sono stati firmati, nel

1929, i Patti lateranensi, che rappresentano una svolta importante perché chiudono la questione

romana, attraverso un reciproco riconoscimento tra Chiesa e Stato. Con il superamento della frattura

del 1870, non c’è più il problema contro cui si era scontrato Sturzo (ossia l’impossibilità di definire

esplicitamente il partito come cristiano) e i cattolici possono partecipare alla vita dello Stato come

cattolici. De Gasperi non deve dichiarare l’aconfessionalità del suo partito. Inoltre, il vero partito

della nazione è quello cattolico, in quanto il cattolicesimo, come cultura politica e religiosa, è un

elemento che definisce l’identità stessa della storia italiana: assoluta centralità dei partiti cattolici

nella vita post-fascista. Il nuovo partito che vogliono gli ex popolari è un partito cattolico ma non è

un partito confessionale, perché un partito è confessionale fonda il programma politico sui principi

religiosi e le istituzioni politiche sono il riflesso di quanto c’è scritto nella legge fondamentale su

cui si basa l’ordinamento religioso. Gli ex popolari, proprio perché provengono dalla tradizione

liberale, sono fermi sostenitori del principio di laicità istituzionale: le istituzioni sono laiche, non c’è

nessun progetto di cristianizzazione dello Stato, ma c’è l’obiettivo di riconoscere ai cattolici il fatto

di essere una massa di manovra fondamentale per lo Stato nuovo

• Il Movimento neoguelfo d’azione (esclusivamente nell’Italia settentrionale, dove più forte è la guerra

partigiana): i cattolici resistenti (Malvestiti; Malavasi). Sono, all’interno del movimento resistenziale,

la frangia più attiva del movimento cattolico e vogliono uno Stato nuovo, che nasca in totale

discontinuità sia dal liberalismo sia dal fascismo, ossia uno Stato confessionale, che nasca, dal punto di

vista istituzionale, come riflesso delle idee, dei principi e dei valori cristiani: all’interno del nuovo

contesto istituzionale il ruolo centrale non deve averlo il Parlamento, ma va attribuito al partito, perché

è il partito cattolico che deve costruire lo Stato cattolico

• Il gruppo proveniente dalle organizzazioni giovanili del mondo cattolico (Federazione italiana dei

cattolici italiani: Moro; Movimento dei laureati cattolici: Andreotti), molto più eterogeneo. Sta più a

destra: esponenti del Partito più direttamente collegati alla Chiesa. Moro poi si distaccherà, ma

Andreotti (destra della Dc) guarda più verso i liberali, proprio perché questa componente è più

conservatrice, spesso monarchica e mira ad una certa continuità politico-istituzionale con la storia

dell’Italia liberale. La componente più giovane, che ha trascorso gli ultimi anni del fascismo alla

Cattolica di Milano (Dossetti, La Pira, Fanfani, successivamente anche Moro) forma la seconda

generazione dei giovani cattolici, tutti professori universitari e sostenitori di un progetto di costruzione

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dello Stato che assomiglia per certi versi a quello del Movimento neoguelfo: sono collocati a sinistra

del gruppo dirigente ex popolare. Sono antifascisti che si formano dentro al fascismo e che di fronte

alle tare del fascismo cominciano ad elaborare un percorso di partecipazione politica diverso per i

cattolici, un percorso fatto di riforme, di antifascismo, di costruzione di uno Stato democratico nuovo

in cui il partito abbia un ruolo centrale nelle istituzioni.

L’emergenza induce queste diverse forme del mondo cattolico a compattarsi all’interno di uno stesso

contenitore unitario. Il processo di adesione alla Dc non è scontato né consequenziale. Il gruppo dirigente

diventa immediatamente quello ex popolare e segretario diviene De Gasperi. Queste differenze interne

(che per il momento non sono correnti, ma tendenze ideali portatrici di sensibilità diverse, che

convergono dentro uno stesso contenitore unitario) porteranno la Dc a fare scelte diverse a seconda del

periodo storico. La Chiesa non è contenta della nascita della Dc. De Gasperi ha un grandissimo nemico:

papa Pio XII, il quale non vuole un partito dei cattolici che agisca laicamente in politica e, soprattutto,

non vuole che nasca un’unica organizzazione che raccolga tutti i cattolici. L’autorità che ha il potere di

organizzare e difendere gli interessi cattolici è solo il papa. La Dc non è sempre il braccio della Chiesa, e

De Gasperi farà delle lotte atroci con Pio XII per difendere l’autonomia dell’azione politica dei cattolici.

L’unica cosa che consente al Papa di non ostacolare direttamente la nascita della Dc è l’intermediazione

di uno dei suoi segretari di Stato: monsignor Montini (il futuro Paolo VI), che conosce bene De Gasperi e

che convince il papa della necessità di non schierarsi apertamente, almeno momentaneamente, contro la

Dc.

Pli

Benedetto Croce cerca di ritessere le fila di questo mondo liberale diviso in molte correnti che il fascismo

ha completamente distrutto e, fra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, queste correnti liberali convergono

all’interno di un partito unitario, di cui segretario sarà Leone Cattani. È un partito che sta

fisiologicamente a destra della Dc sui temi politici e istituzionali e che difende sul piano politico la

continuità con l’Italia pre-fascista: è un partito che ha vissuto la resistenza, ha lottato, ha fatto la guerra di

liberazione, ma considera quella fase una parentesi. Nel momento in cui ci si è liberati del fascismo e

delle truppe tedesche, il nuovo sistema che deve essere costruito è un sistema che recupera molti dei tratti

istituzionali dell’Italia liberale. Su questo fanno sponda con gli ex popolari: centralità del Parlamento e,

nella maggior parte dei casi, monarchia.

A queste forze antifasciste si unisce il Partito repubblicano (ricostituito alla fine del 1942) — di cui

segretario è Pacciardi — che però rimane fuori dal Comitato di liberazione nazionale (a causa della

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pregiudiziale monarchica) fino a quando le forze politiche non si siano pronunciate rispetto alla

democrazia e non appoggia i governi che si formano in questa prima fase di transizione: fino a quando

sarà in piedi l’istituto monarchico, i repubblicani non intendono accettare alcuna forma di

collaborazione con partiti che non hanno risolto in maniera definitiva il problema istituzionale a

favore della repubblica.

Genesi del nuovo ordine costituzionale

Il vuoto istituzionale piano piano si colma con i partiti che cominciano a sostenere i governi, a partire dal

governo Bonomi. Soprattutto, comincia a funzionare una serie di istituti il cui compito è proprio quello di

colmare, dal punto di vista istituzionale, il vuoto che si è aperto attraverso il fascismo. Il primo di questi

organismi è la Consulta nazionale. I governi Bonomi sono Stati governi di Cln.

Nel giugno 1945 succede alla guida dei governi Ferruccio Parri, leader del Partito d’azione. Il risultato

più importante del governo Parri è il lavoro della Consulta nazionale, organo non elettivo nel quale

siedono i rappresentanti di tutti i partiti antifascisti più alcuni rappresentanti del Movimento di ex

combattenti, con una funzione prevalentemente consultiva rispetto agli atti del governo, che viene

incaricata di vagliare i provvedimenti del governo in tema di materia legislativa, soprattutto per quello

che riguarda la politica fiscale, e che ha soprattutto due compiti:

• Definire la legge elettorale per eleggere l’Assemblea costituente

Stabilire attraverso quali regole verrà scelta la forma di Stato.

La Consulta apre con i partiti un dibattito importante su quello che dovrà essere il rapporto con il

fascismo. Qui le posizioni dei partiti cominciano a cambiare rispetto ai primi anni di stretto antifascismo,

perché attraverso il dibattito in seno alla Consulta emergono due aspetti importanti:

Il nuovo ordine politico-istituzionale non nasce sulla base di un riferimento esplicito all’antifascismo:

• comunisti e socialisti, in sede di Consulta, avrebbero voluto che il nuovo ordine istituzionale nascesse

fortemente intriso dei valori antifascisti, facendo precedere il nuovo assetto costituzionale, e dunque la

carta costituzionale che avrebbe dovuto dare la nuova forma allo Stato, da una sorta di punti ideali in

cui fosse esplicito il richiamo all’antifascismo, ma questo non accade. Tutto ciò che vi è a destra della

Democrazia del lavoro (Dl compresa) fa opposizione fortissima rispetto a questo inserimento di

principi e di valori perché ritiene che l’antifascismo non sia un elemento unificante sul quale far

nascere il nuovo ordine politico istituzionale; al massimo, dicono le forze più moderate, si può dire che

il nuovo ordine nasca afascista, ma non antifascista, perché non c’era una memoria comune

dell’antifascismo: l’Italia era divisa in due, vi era la Repubblica di Salò, e la destituzione di Mussolini

era stato un colpo di stato. Un esplicito richiamo antifascista avrebbe spaccato l’Italia in due. Questo

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non vuol dire che non si prendano le distanze dal fascismo, ma tutte queste forze non fanno

dell’Antifascismo il loro punto di riferimento ideale, politico e culturale. L’antifascismo vale per tutti,

l’Antifascismo invece solo per comunisti e socialisti. Questa coalizione di forze ha dentro

l’antifascismo (con intensità diverse) ma anche l’anticomunismo (da parte della destra democristiana e

di ciò che vi è alla sua destra): Dc e Pli sono molto più anticomunisti che antifascisti. La convivenza di

antifascismo e anticomunismo sarà il motivo del successo democristiano

• Non bisogna ripetere l’esperienza fascista relativamente al monopolio del partito unico, elemento sul

quale tutte le forze politiche convergono: legge elettorale di tipo proporzionale, che dia ad ogni partito

una forza parlamentare (seggi) in base ai voti che ha ottenuto, per evitare situazioni di concentrazione.

Viene approvata una legge proporzionale e plurinominale a suffragio universale (anche

femminile). Questa decisione è dettata anche dal fatto che nessun partito voglia accollarsi da solo la

responsabilità di portare da solo l’Italia fuori dalla guerra.

Caduta di Parri e primo governo De Gasperi

La Consulta lavora dalla fine di settembre del 1945 fino alle elezioni dell’Assemblea costituente (2

giugno 1946). Se nella Consulta queste forze trovano un compromesso sul piano di governo (il governo

Parri è un governo dell’esarchia), la situazione sarà meno armonica, perché tra la fine di novembre e

l’inizio di dicembre del 1945 il governo Parri va in crisi (mentre i partiti continuano a convivere in

Consulta) su due questioni:

Il problema dell’ordine pubblico: partigiani armati

• Il problema dell’epurazione: giustizia rispetto a chi si era compromesso col fascismo.

Sono i liberali ad aprire la crisi, perché temevano che rispetto a queste due questioni il governo Parri (che

è un governo della resistenza — Parri è il leader della resistenza) sia un governo troppo spostato a

sinistra, ossia che sposi troppo le richieste e la linea politica del Pci e del Psiup e che non aiuta la

normalizzazione del Paese. Rispetto a questo spostamento a sinistra, i liberali minacciano ripetutamente

l’uscita dal governo. Nelle diverse consultazioni che si susseguono per cercare di risolvere la crisi del

governo Parri la parte di sinistra chiede di riformare il governo tagliando fuori i liberali (governo a

cinque), ritenendo di essere sufficientemente forti. Completamente contraria a questa via è la Dc (la quale

perderebbe la sua sponda di ancoraggio sul principio dell’anticomunismo, della quale ha bisogno perché

da sola la componente della Dc non ce la fa a reggere l’anticomunismo: ha bisogno dell’appoggio esterno

del Pli. È in questo contesto che si afferma L’uomo qualunque, contro gli upp — uomini politici

professionisti: la Dc vuole tenere insieme tutto il Paese e quindi deve tenere insieme il governo

esarchico). Si apre una crisi profonda in seno al Cln, di cui sono protagonisti, da una parte, Togliatti e

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Nenni; dall’altra, De Gasperi e Cattani. Umberto II chiama De Gasperi e gli suggerisce di non rinunciare

al governo esarchico. I liberali chiedono una serie di garanzie per rimanere al governo. A un certo punto

De Gasperi mette le sinistre di fronte al fatto compiuto: o riprendiamo i liberali o spacchiamo il governo/

la struttura del Cln. Di fronte a questa pressione di De Gasperi, Togliatti e Nenni accettano il ritorno alla

formula a sei e propongono a De Gasperi di presiedere il nuovo governo. La situazione si risolverà

definitivamente il 16 dicembre 1945 con De Gasperi come nuovo Presidente del Consiglio. Questa crisi di

governo è importante per una serie di ragioni:

L’unità del fronte esarchico non è più così compatta: man mano che l’Italia esce dalla crisi nera del

• 1943-45 si cominciano a definire i rapporti di forza e i progetti politici

• La successione Parri-De Gasperi segna una successione dai piccoli ai grandi partiti politici alla guida

degli esecutivi

La crisi del governo Parri segna, dal punto di vista delle interpretazioni storiografiche, delle letture

• diverse: alcuni sostengono che sia la sconfitta dei partiti della resistenza, per cui alla coppia

totalitarismo-antitotalitarismo si sostituisce la coppia progressisti-conservatori (a destra della Dc

compresa): cambia la frattura e gli equilibri del Cln si spostano a destra.

Seconda sottofase della transizione

Tutta la prima parte del 1946 è in proiezione per l’importantissimo appuntamento del 2 giugno, in realtà

doppio appuntamento:

• Referendum costituzionale

Elezioni per lo svolgimento dell’Assemblea costituente.

Tutti i mesi che precedono questi due appuntamenti sono caratterizzati dalla strategia, da parte dei partiti

politici, per arrivare a quegli appuntamenti con la massima forza possibile.

Per quanto riguarda il referendum costituzionale, i congressi dei partiti — salvo quelli di sinistra — non si

pronunciano esplicitamente. L’unica mossa esplicita oltre le sinistre la fa il re detronizzato, Vittorio

Emanuele III, che a un mese dallo svolgimento del referendum abdica in favore del figlio Umberto II

luogotenente (re di maggio) nella convinzione che un ricambio ai vertici dell’istituto monarchico potesse

rafforzare l’immagine della monarchia e cementare ulteriormente il voto a favore dell’istituto monarchico

intorno a Umberto II.

Viene ufficializzata la legge elettorale per l’elezione dell’Assemblea costituente mediante il d. lgs.

luogotenenziale n. 74: sistema elettorale proporzionale, liste concorrenti, circoscrizioni, soglia dei 21 anni

per l’esercizio del voto. Devono essere eletti 573 deputati in totale che andranno a sedere nell’Assemblea

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costituente: i partiti si contano e la Dc è il primo partito del Paese con un quorum che va al 35,5%; a

grandissima sorpresa, il secondo partito è il Psiup (20,7% circa); il Pci prende il 19%; decisamente

staccati gli altri: Pri (4,4%); Udn (Unione democratica nazionale: blocco che riunisce il Pli e i

demolaburisti — 7,4); Bnl (Blocco nazionale delle libertà - 2%); Uq (L’uomo qualunque — 5,4%). La Dc

deve arginare la crescita di quel fronte qualunquista, movimento di protesta contro i partiti, che toglie voti

al Sud alla Dc e al Pli.

Da questo risultato che tipo di equilibrio in termini governativi esce? Alcuni partiti dell’esapartito

scompaiono: Pda e Dl. Il governo è sostenuto dagli altri quattro più i repubblicani, essendo stata chiusa la

pregiudiziale repubblicana. Il governo è comunque nelle mani De Gasperi, il Presidente della Repubblica

provvisorio è De Nicola. L’autunno del 1946, per i rapporti di forza interni, è un periodo delicato per due

ragioni:

• Ragioni internazionali: cortina di ferro (discorso di Fulton di Churchill); rapporti più tesi con Urss (la

guerra fredda si comincia ad affacciare)

Si svolgono delle elezioni amministrative (in alcuni comuni dell’Italia centro-meridionale) in cui la Dc

• perde molti voti nelle regioni in cui era stata più forte, a vantaggio dell’Uq (c’è qualcosa che non va

bene del governo De Gasperi all’elettorato tradizionale; era chiara la crescita della destra anti-politica

in opposizione ai professionisti della politica). ! 99 Schemi

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Di fronte ai risultati delle elezioni del 1946 le tre parti della Dc danno tre interpretazioni:

• Destra (Andreotti, Pelle): il nostro elettorato ci punisce perché siamo al governo con i comunisti (forze

atee, che rispondono all’Urss e sono violente, armate). La soluzione è staccarsi dal Pci e dal Psiup

(infatti l’elettorato che vota L’uomo qualunque è moderato e conservatore)

• Sinistra: la Repubblica è nata sull’accordo antifascista. Lo scopo della Dc è mantenere in piedi questo

accordo antifascista (quindi proseguire nell’accordo con la sinistra)

• Maggioranza degasperiana: sono stati persi voti, ma alle amministrative, che sono elezioni diverse

da quelle politiche. La linea da seguire sarà attendista, senza scelte di rottura.

Visione di De Gasperi del rapporto Stato/partito

La concezione degasperiana della politica è piramidale: la sede della decisione politica è nel Parlamento e

nel governo (legato al Parlamento dal rapporto di fiducia), il che significa che, rispetto a questi rapporti,

c’è una precisa collocazione del ruolo del partito. Difatti, nelle società di massa il partito è uno strumento

fondamentale, ma c’è un punto in cui l’azione del partito cessa, ossia nel momento in cui si passa dalla

dialettica partitica alla scelta istituzionale.

Il giorno in cui De Gasperi accetta di formare il governo, lascerà la Dc, dimettendosi da segretario del

partito. Dietro questo c’è una precisa visione politica. Motiva questa decisione con due ragioni:

• Ragione pratica: da Presidente del Consiglio, dovrà assumere una serie di decisioni pesanti per l’Italia

e non intende far ricadere direttamente sulla Dc la responsabilità di quelle scelte

Ragione politica: non vuole confondere il ruolo partitico con il ruolo politico istituzionale. Non può

• essere sia segretario che Presidente; un conto è la politica del partito e un conto è il ruolo istituzionale.

Le due dinamiche non possono essere confuse.

Queste ragioni nascondono una visione dello Stato. De Gasperi è un liberale, che prima di aver militato

nel Ppi era stato deputato nel Parlamento asburgico. La sua formazione sta nella storia mitteleuropea.

La sua concezione della politica è piramidale. La politica la fanno le istituzioni. Governo e Parlamento al

vertice; il partito, che è uno strumento fondamentale per la politica, alla base: l’azione del partito cessa di

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fronte alla scelta istituzionale. È uno dei più ferrei sostenitori della libertà di mandato. Bisogna far sì che

il centro della politica non sia la segreteria del partito (con Fanfani, nella seconda metà degli anni ’50,

cambierà completamente). De Gasperi è l’unico argine contro l’ingerenza dei partiti. I gruppi

parlamentari hanno una forza politica in più rispetto alla segreteria, che non deve dettare la linea politica.

Non si può parlare di Repubblica dei Partiti da subito. L’argine contro i partiti è De Gasperi. Questa

concezione è così forte che sarà lui a far approvare la legge truffa: la proporzionale rafforza il ruolo del

partito; per avere governi efficienti, bisogna avere maggioranze stabili.

Questa visione è esplicitata proprio nel dicembre del 1945. Tranne per l’eccezione di Fanfani, la regola di

non cumulazione delle cariche verrà sempre rispettata.

De Gasperi, dunque, lascerà la segreteria, ma rimarrà il leader della Dc. La Dc si muove dietro De

Gasperi, che la dirigerà dal governo. Le doti di leadership sono accettate dalla Dc, ma De Gasperi non ha

doti carismatiche, ha le caratteristiche dello statista, un uomo che sa governare e che capisce l’indirizzo di

governo. Si parla di leadership fredda. C’era una fortissima stima reciproca tra Togliatti e De Gasperi.

Terza sottofase della transizione

Il 1947 è un anno di svolta: inizia il centrismo degasperiano.

Inoltre, nel giugno 1946 era nato il Partito nazionale monarchico, nel dicembre il Movimento sociale

italiano. All’inizio del 1947 si accelerano i fenomeni per tali ragioni:

• De Gasperi va negli Usa (primo viaggio come Presidente del Consiglio) a chiedere soldi (accredita il

suo governo presso quelli Usa per chiedere fondi per la ricostruzione. L’Italia era un Paese distrutto:

servivano soldi, investitori esterni, interni non ce ne sono)

In coincidenza di ciò, si svolge un congresso straordinario del Psiup richiesto dalla minoranza interna

• guidata da Saragat, che lo chiede in merito al rapporto con i comunisti. Saragat è vicino a De Gasperi

su questo tema e ritiene che un Psiup schiacciato alle posizioni del Pci e legato a Mosca (come vuole

Nenni) porterà alla sua rovina: «noi siamo socialisti europei, non staliniani». Il Psiup non deve essere

un partito marxista. Indirizzo più legato all’Spd. Questo porta alla scissione di palazzo Barberini: la

componente di Saragat decide di uscire e fonda il Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli, che poi

diventerà Psdi). Il partito socialista riacquista il suo nome Psi dal gennaio 1947.

De Gasperi viene informato (era il secondo partito che sosteneva il governo). De Gasperi fece un rimpasto

e non aprì una crisi di governo (il Psli esce dalla maggioranza), perché voleva mantenere la struttura (Pci-

Psi vs Pri-Dc-Pli) fino al raggiungimento di alcuni obiettivi:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

• Fare approvare il Concordato in Costituzione (art. 5, poi art. 7) col voto delle sinistre (vuole che sia

riconosciuto anche da esse)

Firma del trattato di pace (firmato nel febbraio 1947, prevede clausole punitive e De Gasperi non vuole

• firmarlo da solo: la responsabilità deve cadere su tutti i partiti, è un atto di responsabilità nazionale.

Verrà ratificato nel settembre 1947).

Nascita del governo monocolore

Chiuse queste questioni, a maggio, De Gasperi apre la crisi di governo.

Nell’aprile 1947, Truman inaugura una cristallizzazione delle relazioni fra i due blocchi (atto più

importante che precede la dottrina Truman: contenimento). Segue il piano Marshall: un piano di aiuti

economici a cui possono accedere tutti i Paesi che devono affrontare la ricostruzione (non fu offerto solo

agli occidentali). Per aderire, i governi devono dare agli Usa garanzie di stabilità interna. Deve essere

assicurata la governabilità.

De Gasperi diffonde via radio a maggio un discorso in cui, senza preavviso, dichiara che la

collaborazione con Psi e Pci chiusa. Crea un governo monocolore, il quarto governo De Gasperi,

composto esclusivamente da democristiani. Egli spiega tale scelta come una necessità contingente, non

tanto legata alla condizione posta dagli Usa, ma soprattutto adducendo una motivazione interna: il nostro

sistema economico ha bisogno di investimenti per riprendersi; fino a che saremo al governo con Psi e Pci,

i capitalisti non investiranno poiché il governo non è affidabile per investite capitali (sono collettivisti).

Il primo atto: nomina Einaudi (liberale e liberista) al ministero dell’Economia.

Reazione delle sinistre, patto di Varsavia, scontro ideologico

Inizialmente non succede nulla. Togliatti ritiene che sia una scelta temporanea, che la Dc non potrà fare a

meno delle sinistre e che sarà una decisione contingente. Ma, nel settembre 1947, nasce il Cominform,

ufficio d’informazione dei partiti comunisti creato in seguito a decisione della conferenza tenutasi fra i

rappresentanti dei partiti comunisti di Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria,

Iugoslavia, Italia e Francia — aderirono in seguito il partito olandese e quello albanese. Rispetto al

disciolto Comintern, il C.ominform rappresentava una forma di collegamento meno impegnativa, limitata

peraltro ai partiti comunisti europei (Patto di Varsavia: 1955). Ciò si traduce in una radicalizzazione della

scelta fatta dalla Dc: non è più possibile riammettere le sinistre. L’Italia già gravità nel blocco

occidentale. La scelta che era transitoria diventa definitiva. Il governo comincia ad identificarsi con la

difesa della nazione e del mondo cattolico. Si creano le premesse perché il confronto politico rifletta i

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termini del confronto dialettico sul campo internazionale: i rapporti di forza sono speculari a quelli

internazionali (bipolari).

I termini in cui si imposta il dibattito politico per la prima campagna elettorale sono quelli di uno

scontro di civiltà: bene (moderati) contro il male (comunisti), i nemici della patria; si scontrano sui valori

di fondo. Il governo del 1947 si rimpasta presto: alla fine del 1947 (a guerra fredda già scoppiata), per

rafforzare la Dc rispetto alle sinistre di opposizione, entrano al governo i partiti della piccola intesa, i

partiti laici, ossia Psli, Pri e Pli.

Questa è la formula finale centrismo degasperiano (Dc + centro-sinistra + centro-destra). In un solo

anno si passa ad una coalizione in cui i partiti Antifascisti non ci sono più.

Centrismo degasperiano (1948-53)

Elezioni del 18 aprile 1948

Sono le prime elezioni con il proporzionale puro. Vi è un’affluenza del 92% (la maggior nella storia

italiana). Votando Dc gli italiani abbracciano il capitalismo e il Patto atlantico. Da qui ci sarà l’inizio

dell’egemonia della Dc.

Scontro bipolare, riflesso interno del quadro internazionale:

Fronte democratico popolare: i nemici sono l’America, De Gasperi e il Vaticano. De Gasperi è

• attaccato in quanto straniero (austriaco), ma in realtà sono più i comunisti ad essere legati a Mosca

• altri:

‣ La Dc punta sugli aiuti americani e sul considerare i comunisti come i cattivi (Stalin in primis);

‣ Msi «non rinnegare e non restaurare»

‣ Uq grande lascito elettorale «Si stava meglio quando si stava peggio».

➝ ➝

La Dc vince con il quorum più alto della sua storia (quasi 48,5%). Avrebbe potuto fare un governo

monocolore, ma non lo fa: centrismo. Dal 1948 (dal dicembre del 1947), la Dc sceglie non un governo

monocolore (anche se potrebbe) ma un governo di alleanza: il centrismo è una formula rigida, che

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prevede le mezze ali di sinistra (Psli e Pri) e mezza ala di destra (Pli). De Gasperi ha bisogno di

coprire la Dc a sinistra e a destra poiché ha forze fuori dall’area di maggioranza con le quali rapportarsi e

dalle quali non può essere schiacciato. La sua logica è governare il sistema dal centro (mediazione e

centrismo ripresi da Sturzo) attraverso un accordo tra il partito maggioritario di centro e quelle forze

politiche parlamentari che rappresentano i valori moderati dell’uno e dell’altro schieramento (centro-

sinistra e centro-destra).

Centrismo come modello tripolare

Livello di sistema: il centrismo è un modello tripolare che ha:

• ‣ un centro (Dc e mezze ali)

‣ un’ala di sinistra (Pci e Psi)

‣ un’ala di destra (Pnm — Partito nazionale monarchico — e Msi)

Livello di governo: lo stesso modello tripolare. De Gasperi costruisce sul piano di governo un

• equilibrio che rifletta i rapporti sul piano sistemico ma costruendoli in chiave moderata. Le ali

moderate gli servono per dialogare con quelle estreme. La Dc è la sintesi di anticomunismo e

antifascismo (con la a minuscola: che si avvicina alle mezze ali). La Dc unisce le a minuscole

nell’equilibrio centrista. Tale rete di equilibri ha come scopo sottrarre la Dc dall’accusa di costituire

governi di destra o sinistra e di assorbire antifascismo (dell’Assemblea costituente) e anticomunismo

(dal 1947 specialmente), ovvero i principi di legittimazione dell’Italia repubblicana che de Gasperi

vuole tenere nella loro versione moderata. ! 104 Schemi

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• Livello di partito: le parti di destra e sinistra della Dc gli servono per comunicare con le mezze ali,

così come le mezze ali gli servono per comunicare con le ali estreme. È un sistema piramidale che

mantiene sempre lo stesso andamento (in tutti i livelli).

Crisi del centrismo

La destra è ancora poco importante (0,7%), ma in questi anni crescerà e creerà le condizioni per

l’instabilità dell’equilibrio centrista: la crescita delle ali estrema rischia di schiacciare il centro, ma esse

non hanno un progetto politico comune e non possono costruire quello che può fare il centro.

Per sottrarre il governo a una logica di contrattazione che rischia di essere instabile, De Gasperi introduce

il premio di maggioranza con la legge truffa: 50% + 1 dei voti = 2/3 dei seggi (al partito o alla coalizione

che lo raggiunge). Dunque, sottrarre al potere condizionante dei partiti il governo e farlo poggiare su una

maggioranza solida con un premio largo. Nel 1953 si vota con questa legge elettorale, ma il premio non

scatta (nessuno raggiunge il 50%). Di conseguenza finisce la stagione degasperiana e si inaugura la

ricerca di un nuovo sistema, in cui una Dc meno forte deve fare i conti con un sistema partitico forte. La

Dc nel 1953 è nel mirino di chi è contrario alla legge truffa, che renderebbe la Dc fortissima e gli altri

partiti irrilevanti. Bloccare il dominio della Dc sul sistema è ciò accomuna destre e sinistre. Gli

estremismi stanno crescendo e sono più attivi nella propaganda antidemocristiana.

Neocentrismo e nascita del centro-sinistra (1953-63)

Elezioni del 7 giugno 1953

Con le elezioni del 1953 si forma l’ottavo governo de Gasperi. La Dc perde voti nel centro-sud. L’Msi

passa dallo 0,72% al 5,84% (voti tolti alla Dc). Il Partito nazionale monarchico passa dallo 0,7% al

6,85%. C’è stata la legge agraria che ha penalizzato i latifondisti, quindi la Dc perde i voti a vantaggio

delle destre. La Dc ha paura della sinistra ma non compete con essa in termini di elettorato, mentre vi

compete con le destre.

Dunque, q ualcosa cambia. Per De Gasperi il sistema politico post-fascista che si sta costruendo non può

che costituirsi con gli equilibri che abbiamo visto, stabilizzando le maggioranze che sostengono i governi,

facendo rientrare tutti e due i motivi ideologici in cui la Repubblica è stata creata (anti). Senza il quadro

internazionale il centrismo non sarebbe stato possibile: la logica bipolare introduce, accanto

all’antifascismo, l’anticomunismo. La Dc diventa la diga contro il comunismo, l’argine estremo contro la

minaccia totalitaria. Nel modello degasperiano tutto si tiene: troviamo idee moderate con canali di

comunicazione con la sinistra e la destra. Se ti sposti dal centro si deriva a destra o a sinistra. Tutti

parleranno di democrazia debole. La strategia del centrismo deriva anche dalle minacce eversive di destra

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici

e sinistra, dall’interno, non solo a livello internazionale. Dal 1948 in avanti si capisce che l’Italia è un

Paese ad altissima frammentazione partitica. Occorre trovare delle formule di governo (centrismo) che

diano una soluzione alla frammentazione. Tutto questo nel 1953 salta.

Tra il 1950 e il 1952 cambiano alcune cose:

• Piano internazionale: c’è il grande rischio di una terza guerra mondiale (guerra di Corea). Poi scemerà

dopo il 1953, ma in questa fase la guerra fredda è acutizzata, quindi la Dc può utilizzare con forza la

bandiera dell’anticomunismo.

Elezioni amministrative: prevalentemente al centro-sud. Nel 1952 si vota anche a Roma, una città

• strategica, perché sono forti le estreme destre. In queste elezioni amministrative la Dc perderà molti

voti, che accresceranno la consistenza elettorale dei monarchici e del Msi. La destra crescerà per due

ragioni:

‣ L’elettorato democristiano ritiene che la Dc abbia nei confronti dei comunisti una linea troppo

morbida, che porta a prendersela con i neofascisti (vorrebbero la messa fuori legge del Pci come il

Pnf);

‣ La riforma agraria, approvata nel 1950: interverrà sulle grandi proprietà, ridistribuendole ai

lavoratori. Questa misura per l’elettorato democristiano sarà impopolare.

Scarto tra costituzione formale e costituzione materiale

La sinistra crescerà perché non starà al governo. Cresceranno anche le destre. La formula centrista rischia

di essere schiacciata dalla crescita delle due estreme. Da qui nasce l’esigenza di De Gasperi di introdurre

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DESCRIZIONE APPUNTO

Rielaborazione di appunti presi durante il corso di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici.

Comodissimo indice finale

Contenuti in breve:

I parte: Dal partito notabilare ai partiti di integrazione sociale
Analisi del partito politico (approcci teorici, definizioni, origini, evoluzione)
Confronto tra due modelli: modello anglosassone e modello continentale
I partiti della società: socialisti, cattolici

II parte: Dalla prima alla seconda guerra mondiale
Primo dopoguerra
Rivoluzione russa
Partito milizia
Caso italiano (partiti di massa e partito milizia ➝ fascismo)

III parte: Dalla Prima Repubblica alla Seconda Repubblica
Parabola dei partiti della Prima Repubblica (centrismo degasperiano, centro-sinistra, compromesso storico, crisi del sistema dei partiti)
Seconda Repubblica (Berlusconi, Forza Italia, Alleanza nazionale e leghe)

Ruolo e funzione del Presidente della Repubblica


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mrt.dng di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Guido Carli - Luiss o del prof Capperucci Vera.

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