L’uomo, credenti e non credenti
Introduzione
L’uomo non sa chi è, fa tante cose, ha tante cose ma nessun uomo può vivere senza senso. Se l'uomo è guardato dagli occhi di Dio, diventa una persona importantissima, perché è la Bibbia che dice all'uomo che cos'è l'uomo. Credere non significa avere nessun dubbio, anzi significa avere dei dubbi e porre delle domande che l'uomo pone a Dio e che Dio pone all'uomo. Teologia quindi significa dare ragione della propria fede sia per i credenti sia per i non credenti. La differenza non è tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti. Chi crede cerca e pone delle domande a Dio. L’ateismo nasce da una visione distorta di Dio, colui che vuole sovrastare l’uomo. Spesso si ha l'idea di un Dio che vuole comandare l'uomo ma è grazie a Dio che un uomo può sentirsi libero. Giobbe che sembra un non credente invece è il vero credente, perché gli pone delle domande e lui non risponde, allora si arrabbia! Chi non fa le domande è perché ha paura. Si ha paura che queste domande non hanno una risposta. Credere significa anche essere stupiti dalla figura di Dio e questo dovrebbe essere l'atteggiamento di fondo del cristiano.
La Bibbia e il libro di Giobbe
La Bibbia è un libro di domande che Dio pone all’uomo e viceversa per tutti perché racconta un’esperienza umana ed è come uno specchio in cui l’uomo può leggere e interpretare l’esistenza. Per esempio le parabole sono un modo geniale per dire cose grandi in modo semplice ed esprimono la stima che Dio ha nei confronti dell'uomo. Spingono così l'uomo a ragionare e far vedere la stessa realtà in un'ottica diversa. La domanda dell'uomo di fronte alla morte e alla sofferenza non diventa comunque inutile. Ogni uomo sogna una pienezza di felicità che sembra non trovare da nessuna parte. La Bibbia parla di queste domande e allo stesso tempo offre un di più, c'è come una solidarietà e un di più.
Il libro di Giobbe ci aiuta a comprendere il rapporto tra ragione e fede. Giobbe rappresenta l'uomo credente che ha il coraggio di porre le domande a Dio fino in fondo. Tocca uno dei temi più scottanti: il perché della sofferenza del giusto, il perché della sofferenza, dolore e morte. L'uomo è fatto per la vita, eppure va incontro alla morte. Anche se l'uomo è ingiusto, la morte e la sofferenza sono talmente terribili che sono sempre inadeguate e non si riesce a trovare una spiegazione. Giobbe rimane comunque in dialogo con Dio, mettendolo anche quasi sotto processo, anche usando parole fortissime e lotta per trovare una spiegazione. Come mai esiste la morte, la sofferenza, anche se Dio è un Dio buono e giusto?
La Bibbia è composta da più generi letterali: tra i testi sapienziali c'è il libro di Giobbe (Antico Testamento). Partono dal fatto che l’uomo sa ragionare sulla vita e cerca di trarne norme per una vita più felice. Il testo di Giobbe è quasi una tragedia, un'opera teatrale. Giobbe è un uomo giusto, che crede in Dio, ha lavoro, salute, una famiglia, dei figli e a un certo punto viene messo alla prova da una figura che non è il diavolo, ma un ministro di Dio, incaricato di controllare la terra. Dio chiede a questa figura come sta Giobbe, risponde che crede in lui perché sta bene. Allora decide di metterlo alla prova e Giobbe viene colpito da diverse sciagure: non ha più denaro, si ammala gravemente e giunto a questa situazione, riceve la visita di 3 amici che hanno la pretesa di consolarlo. Stanno con lui per 7 giorni, caratteristica della visita di lutto. Il dialogo che avviene tra Giobbe e gli amici è un dialogo tra sordi. Prendono atto della sua sofferenza e gli amici rispondono secondo la teoria che era diffusa all'epoca ovvero la teoria della retribuzione, che segue una logica umana: se sei cattivo, allora stai male e Dio ti punisce perché non sei giusto; se hai successo e stai bene invece sei giusto.
Dietro questa teoria c'è un'immagine terribile di Dio, un Dio che risponde al male con il male. Elifaz (1° amico), gli dice che soffre perché è un peccatore, e questo è un atteggiamento di chi giudica. Bildad (2° amico) dice che saranno stati i figli a commettere qualcosa di male e la loro colpa è caduta su Giobbe ma egli continua a insistere dicendo che non è vero e che Dio non è così. Giobbe ha il coraggio di sfidare Dio e di ribellarsi a tali affermazioni, perché si fida di Dio. I primi amici possono sembrare i veri credenti, difendendo Dio, la loro fede in realtà è piccolissima, non è una relazione con un Dio vivo, ma con una formula matematica. Giobbe invece che apparentemente sfida Dio, in realtà è il vero credente: pone la domanda della sofferenza fino in fondo. Si fida che Dio è fedele, ma vuole che si rivela. Quando interviene il terzo amico, i 3 cicli di dialogo rimangono aperti: se si affrontano i problemi di Dio senza ascoltare l'uomo che soffre, il dialogo con Dio è vuoto. Giobbe riconosce Dio come creatore, Dio della vita, non della morte e in fondo Giobbe pone la domanda, lotta, sfida Dio. Provoca Dio a mostrarsi così com'è veramente.
La fede NON risponde alle domande ma incita a porne altre. Giobbe era ricco e stava bene, poi le cose iniziano ad andare male e lui si lamenta: esprime tutta la sua sofferenza. Giobbe ha una fede forte: il vero credente è colui che non ha paura di porre le domande. Dio interviene nel capitolo 38 con una certa ironia, è forte e delicato. Dio pone delle domande a Giobbe con le quali lo fa ragionare e lo pone di fronte al fatto che lui ha creato tutto e per questo non può essere malvagio. Giobbe così riconosce di essere una creatura, che Dio è colui che ha creato tutto, si riconosce nella sua piccolezza e riconosce la grandezza di Dio che però non spaventa. Giobbe così non si sente più schiacciato dalla sua situazione e ciò dimostra che l’uomo è accolto nel mistero di Dio, un Dio di cui ci si può pienamente fidare perché da lui proviene soltanto il bene.
Il mistero di Dio
La fede richiede una forte ragione, non bisogna racchiuderla nella sua razionalità. Il libro di Giobbe si conclude senza una risposta nel vero senso della parola, ma si pone fine alla sofferenza e al male. Questo è appunto il libro che chiude il Vecchio Testamento. Nel Nuovo Testamento è proprio Dio che condivide la sofferenza umana: Gesù è l'uomo giusto che soffre, provando la peggiore delle pene: la crocifissione, dedicata ai peggiori criminali.
Cos'è la salvezza? La passione di Gesù
Quando Gesù aveva portato la croce sul cammino, era stato osservato anche da persone soddisfatte ma erano state coinvolte anche persone a cui non interessava: Ponzio Pilato. Anche il Cireneo è stato coinvolto senza volerlo, aiutando Gesù a portare la croce. Il dolore di Gesù era una sofferenza umana, vera e propria, è morto come un uomo. Il suo è un dolore diverso, anche lui ha avuto paura della morte ma allo stesso tempo è colui che resuscita. Ma ciò non rende la morte meno seria, al contrario la rende indimenticabile: non riguarda solo un uomo, ma tutti gli uomini.
Gesù quindi è morto per gli uomini e per la nostra salvezza e perciò la passione è un evento che tocca tutti. Ma cosa vuol dire è morto per noi e per la nostra salvezza? È avvenuto a causa del nostro peccato? Siamo noi colpevoli? È stata una riparazione di un'offesa? No, queste domande possono portare ad un’immagine distorta di Dio. La salvezza è sia il perdono dei peccati che la possibilità per l'uomo di rivivere e di amare come Gesù. La passione e la croce sono rivelazione del vero volto di Dio e di conseguenza perdono dei peccati, salvezza.
Il silenzio di Gesù durante la passione di fronte alle false accuse
Durante l’interrogatorio, dopo l’arresto di Gesù vengono trovate false testimonianze alle quali Gesù non risponde e anche lo stesso Pilato rimane stupito. Perché Gesù non dice la verità e rinuncia a difendersi: bisogna analizzare il contesto giudiziario del tempo ovvero considerare i 2 modelli per ristabilire la giustizia:
- Mispat, il vero e proprio giudizio: colui che ha subito un’ingiustizia si rivolge ad un giudice accusando colui che ha commesso il fatto. Poi si deciderà chi è il colpevole che dovrà pagare una pena. Se viene dichiarata falsa testimonianza viene punito chi l'ha pronunciata subendo ciò che avrebbe subito l'accusato.
- Rib, lite giudiziaria: colui che ha subito un’ingiustizia va direttamente dal colpevole e lo accusa, ma la finalità è la riconciliazione, non la condanna. Questo fa riconoscere a chi ha compiuto il fatto la propria colpa, liberandolo: nuovo inizio di una relazione. Accusa che in verità è l'offerta di un perdono che è già stato dato.
Gesù è il RIB in persona, è quella accusa che mira alla riconciliazione viene coinvolto in un processo che segue la logica del Mispat. L'unico modo che Gesù avrebbe per difendersi dalle false accuse è quello di accusare i suoi falsi accusatori, proclamando la propria innocenza, smascherando quei falsi testimoni. Ma se avesse fatto così, i falsi testimoni, secondo la legge del tempo, avrebbero subìto la sua condanna ovvero la crocifissione. Gesù sta in silenzio perché gli altri non devono morire. Con questo suo silenzio capovolge la situazione: dà la sua vita per amore. Non sono più gli altri a ucciderlo, ma è lui che si offre. Gesù con questa sua scelta rischia anche di non essere capito, di essere considerato debole, un fallito ma in questo modo prende la colpa delle mani dei suoi assassini e l’annulla. Non si tratta quindi di una salvezza come pagamento di un riscatto o di un'offesa fatta a Dio. In questo evento è quindi un dono.
Inscindibile unità la resurrezione e la morte. La risurrezione rivela il senso della crocifissione, è la vittoria del bene sul male; lo specifico della risurrezione è la vita vissuta da Gesù che risorge, quando qualcuno ama come Gesù...
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