Roma arcaica
L'età arcaica secondo gli autori latini
L'età arcaica, a giudizio degli autori latini, è un'età oscura: Cicerone, nel dialogo della Repubblica, diceva che di questa età si conoscono solo i nomi dei re. Livio invece afferma che le incertezze sull'età arcaica dipendono dalla loro eccessiva antichità e dalla scarsa documentazione. Gli autori di età imperiale, come Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, nei loro scritti presentano confusioni e anacronismi perché scrivono in un'epoca tarda, cioè fine I secolo inizio II.
Nuove metodologie di ricerca
Grazie alle ricerche effettuate con nuove metodologie, siamo riusciti ad avere più chiare le vicende. Dall'800 sono nate due correnti di pensiero che parlano della ricostruzione di Roma: l'ipercritica, chiamata così perché è scettica, sostiene che non è possibile ricomporre la storia della fondazione in maniera precisa o del tutto. L'altra corrente invece crede che dalla leggenda della fondazione si possano cogliere nuclei fondamentali per ricostruire l'età arcaica.
Modello di origine per fondazione
La leggenda della fondazione nasce dall'unione di una tradizione greca (quella che narra di Enea) e di una romana (quella dei gemelli). La prima risale all'età greca, mentre la seconda è posteriore, pertanto i dotti di età ellenistica cercarono di unirle tramite una sequenza di generazioni. La leggenda narra del valoroso Enea, che da Troia arriva in Lazio, e dopo aver vinto le popolazioni autoctone, fonda la città di Lavinio, dove nasce il figlio Iulio o Ascanio. Ascanio fonda Albalonga, città dei due gemelli Romolo e Remo, che saranno allattati dalla lupa e avranno una contesa fratricida. Romolo vince e fonda ex nihilo Roma sul Palatino.
Roma si ingrandisce ed ingloba, essendo una realtà multietnica, tutte le città vicine. Questo processo di inglobamento è spiegato dal racconto del ratto delle sabine. Secondo l'antiquario Varrone, la data della fondazione sarebbe il 753 a.C., nel giorno natale del 21 aprile, giorno in cui a Roma si tenevano sul Palatino le Palilia, cioè le feste in onore della divinità delle gregge, Pale.
Conferme archeologiche
La fondazione è confermata da più elementi e scavi archeologici:
- Il motivo di Enea che già circolava nel VI secolo.
- Il bronzo della Lupa Capitolina conservata nel Palazzo dei Conservatori a Roma, che risale a questo periodo.
- I resti di una palizzata in legno e un tracciato di mura sul Palatino, databili 730 a.C.
Modello di origine per sinecismo
La parola "sinecismo" viene dal greco sunoikeo, ed indica l'unificazione di identità politiche precedentemente indipendenti in una grande città ed organizzazione statale. Questo è il modello alternativo, ma non incompatibile, a quello della fondazione. In pratica già prima della fondazione di Roma intorno al Palatino (Celio, Aventino, Esquilino, Viminale, Quirinale), vi erano dei piccoli agglomerati, testimoniati da capanne, ceramiche e armi. Questi agglomerati si sarebbero fusi con quello principale sul Palatino, dando origine ad una civitas. Ciò che lo testimonia è una festa religiosa, il Septimonium (cioè septes+montes secondo Varrone), che ricorda la fusione dei sette colli per sinecismo.
Roma nel contesto italiano
Roma si impose nel quadro dell'Italia, complesso per il numero di popolazioni, per la maggior parte indo-europee:
- Tribù alpine: si stabilirono nell'area cisalpina e sul versante padano, e sono Veneti, Celti, Liguri, Camuni.
- Etruschi: occuparono la Padania, Toscana, Umbria, alto Lazio e Campania, riunendo le città in una confederazione panetrusca, a scopo religioso, non politico.
- Italici: il nome di questi popoli (sabini, falisci, piceni) nasce da una popolazione della Calabria gli italikoi, che poi venne esteso a tutta la penisola.
- Iapigi: occuparono la Puglia e ricevettero influenze di tipo elledico-balcanico.
- Colonie della Magna Grecia: vennero fondate dalle spedizioni dalla Grecia fra VIII-VII sec. e diventarono città importanti come Cuma, Posidonia, Taranto, Crotone, Reggio, Zancle, Messina, Catania, Siracusa e Agrigento.
Età monarchica
L'età monarchica è un'età che copre 244 anni e che vede la successione di otto re: Romolo, Tito Tazio (correggente di Romolo, a lui premorto), Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo. Sicuramente c'è stata un'età repubblicana, perché ce la testimoniano: le fonti letterarie, le parole che sono rimaste nel lessico in età repubblicana, come rex, interrex ecc... e il Niger Lapis, un'epigrafe in latino arcaico che conteneva una normativa sacrale emanata dal re.
Struttura della società monarchica
La società monarchica è organizzata in:
- Familiae: composte da familiari e schiavi, guidate ciascuna da un pater familias.
- Gens: gruppi di familiae che riconoscevano un antenato comune con gli stessi usi e costumi.
- Rex: la cui carica non era ereditaria, ma elettiva. Aveva poteri politici e religiosi.
- Senatus: era un consiglio di 300 anziani che eleggeva il re. Avevano la possibilità di revocare il potere religioso al re e di fare le veci di questo quando era assente.
I primi re cambiarono l'assetto sociale della città: divisero la cittadinanza in 3 tribù con un processo di assestamento graduale. Ogni tribù era divisa in 10 curie (per un totale di 30 curie), che fornivano all'esercito ciascuna 100 uomini. Tutto il popolo si riuniva in una assemblea chiamata comizio curiato, dalle curie, che conferiva l'imperium al re. Il contributo più grande venne dato dai re etruschi, che cambiarono l'assetto urbanistico della città, come la pavimentazione del foro e la costruzione della Cloaca Maxima.
Le riforme di Servio Tullio
In particolare fu Servio Tullio che dette un grande contributo all'aspetto sociale. A lui si attribuiscono:
- Riforma dell'esercito
- Riforma della popolazione
- Riforma del territorio
La monarchia crolla nel 509 a.C., quando, secondo la tradizione, il re Tarquinio il Superbo venne scacciato con suo figlio in seguito all'oltraggio recato a Lucrezia, moglie di un importante aristocratico. In realtà Tarquinio venne scacciato per motivi diversi da questo: si stava stabilendo un governo tirannico. Per l'indebolimento della città aveva chiesto aiuto alla monarchia di Chiusi, governata dal re Porsenna, che si voleva impadronire di Roma. Infatti, secondo alcune fonti, sarebbe stato Porsenna a scacciare Tarquinio per avere il controllo totale di Roma. Roma, scacciando Tarquinio, decide di staccarsi da Porsenna. Minaccia costituita dai latini, alleati con il tiranno Aristodemo, che vedevano nella coalizione Roma - Chiusi un pericolo. I latini si scontrarono con Porsenna nella battaglia di Aricia del 504. Staccandosi da Chiusi e facendo finire la monarchia, Roma stabilisce un governo repubblicano con un collegio di due magistrati supremi, i consoli, eletti dai centuriati.
Roma repubblicana
La formazione del governo repubblicano
Negli anni della Repubblica, Roma assume un grande prestigio sia politico che economico. Il passaggio da società arcaica ad una più articolata e complessa comportò difficoltà dei settori meno importanti e delusioni delle aspettative dei ceti emergenti. Le cariche della repubblica erano:
- Pretori
- Edili
- Censori
- Questori
- Consoli: i consoli erano la carica più importante. Venivano eletti dai comizi centuriati, ed avevano il comando dell'esercito, l'imperium, e il diritto di convocare le assemblee popolari più il senato.
Inizialmente, come riporta Tacito negli Annales, venivano chiamati "pretori", cioè con un nome diverso, come spesso accadeva nelle fonti letterarie che sono legate al loro tempo. L'idea della collegialità, cioè il fatto che governassero sempre in due, comportava che i consoli si controllassero a vicenda, e l'annualità della carica, ovvero il cambiamento ogni anno dei due consoli, comportava che non si stabilisse né di nuovo una monarchia, né una tirannide, forma di governo invisa ai romani. Plutarco nella bio su Publicola si esprime su questo tema: la morte era il giusto fio da pagare per chi complottava contro lo stato e chi voleva instaurare una tirannide. L'accusa di voler stabilire una tirannide, cioè l'accusa di perduellio, di alto tradimento, venne rivolta a Spurio Cassio (che aveva fatto il foedum cassianum, per ricomporre la lega latina, e fatto tre volte console).
Il ruolo del dictator
Il dictator era l'unica carica che aveva poteri tipici della tirannide, ma era una carica che veniva data solo in casi di emergenza o militare o politica. Durava solo sei mesi e aveva tutti i poteri dei consoli. In età repubblicana, avviene una crisi di tipo economico e sociale fra VI e V sec., in cui molti avevano difficoltà di approvvigionamento, non avevano terre e si trovavano in situazioni di indebitamento.
Conflitti sociali nella repubblica
La situazione venne inasprita da guerre di tipo militare e sociale. La guerra sociale della prima età repubblicana è quella fra patrizi e plebei. I patrizi, secondo lo storico italiano De Sanctis, fecero una "serrata del patriziato" (485 a.C.), perché monopolizzarono tutte le cariche chiudendosi. I patrizi secondo la tradizione (Dionigi di Alicarnasso) erano stati divisi dai plebei in età monarchica da Romolo, ma questa teoria è scartata. I patrizi sono i discendenti dei membri delle originarie curie o i senatori, proprietari terrieri, patroni, cavalieri, ovvero i più agiati. Avevano il compito di detenere il potere a Roma e il sacerdozio, cioè i riti che mantenevano la pax deorum, cioè la concordia fra uomini e dei.
La plebe e la secessione dell'Aventino
I plebei sono i non-patrizi, è sì formata da coloro che avevano ottenuto un certo primato (in ascesa e benestanti), ma anche da quelli che dipendevano dai patrizi: clienti, soldati, lavoratori e piccoli proprietari terrieri. I plebei per ottenere cariche in politica, utilizzarono l'espediente della secessione con cui crearono uno stato nello stato. Si ritirarono sull'Aventino, fuori dal Pomerio, e il fatto passò alla storia come "secessione dell'Aventino". Qui fondarono in antitesi alla triade capitolina un tempio a tre divinità: Cerere, Libero e Libera.
Il problema fu che i patrizi avevano urgenza di riportare i plebei a Roma, perché gran parte di loro faceva parte dell'esercito ed avevano bisogno di loro in caso di guerra. Dovevano mantenere in una situazione di belligeranza, come c'era in quel momento a Roma, che stava combattendo con le popolazioni locali, l'unità politica e non ci dovevano essere spaccamenti a livello sociale, come quello. Menenio Agrippa si fece ambasciatore delle due parti, avendo origini plebee. Fece un discorso sulla concordia e fece tornare i plebei a Roma, concedendo un'assemblea, i concilia plebis tributa.
L'assemblea plebea
In questa assemblea potevano essere eletti membri di estrazione sociale plebea e secondo la ripartizione delle tribù territoriali. L'assemblea aveva due capi, i tribuni della plebe ed i suoi compiti erano:
- Prendere decisioni che rispecchiassero il volere del popolo, cioè i plebesciti
- Porre il diritto di veto alle decisioni dei consoli
- Condannare a morte chi andava contro i diritti della plebe
Le leggi e la plebe
La plebe contestò il patriziato anche per altri motivi: le leggi erano scritte solo in ambito religioso, non in quello politico. Le cariche religiose ovviamente spettavano ai patrizi ed erano:
- Pontefice Massimo: era la suprema carica sacerdotale ed amministravano lo ius, cioè i comportamenti sociali dei cittadini e li sanzionavano con norme regolate da loro. Organizzavano il calendario e la cronaca cittadina (degli annales ante litteram).
- Auguri: stabilivano se un'assemblea si poteva fare in quel giorno.
- Decemviri sacris faciundis: il collegio che conserva i libri sibillini.
- Salii e Feziali: mantenevano in ordine le relazioni fra religione e guerra.
- Flamini: si dedicavano al culto di un solo Dio.
- Vestali: donne patrizie che si dedicavano al culto della Dea Vesta, del focolare.
La plebe dunque rivendicava il diritto di avere delle leggi scritte. Da Roma venne infatti inviata una delegazione di senatori per Atene (notizia non attendibile), con il compito di studiare e riprodurre il codice legislativo greco. Quando ritornarono a Roma vennero sospese tutte le cariche e furono eletti dieci uomini, i decemviri (notizia attendibile), per scrivere le tavole della legge, che inizialmente erano solo 10. Vennero esposte nel foro in modo che tutti le vedessero. L'anno dopo un collegio di patrizi con Appio Claudio ne aggiunse altre due che prevedevano norme antipopolari, come il divieto di matrimonio fra patrizi e plebei. Per questo motivo ci sarà una nuova secessione fatta dal tribuno Canuleio che finirà con l'abolizione di questa legge nel 445 a.C.
Le dodici tavole trattavano vari argomenti, propri di una società semplice come quella romana repubblicana del V sec.:
- Eredità
- Reati commessi dagli schiavi
- Atti di violenza per cui valeva la legge del taglione
- Rapporti di vicinato
- Rapporti fra patrono e cliente
- Diritto penale: se qualcuno ricorreva alla vendetta familiare (se uno per vendicarsi uccideva a qualcun altro un parente) aveva una forte repressione da parte dello stato.
- La provocatio ad populum: un cittadino poteva appellarsi ai centuriati se era condannato a morte e questi decidevano se condannarlo o no.
Ulteriori conquiste plebee
Ovviamente questa non fu una conquista definitiva da parte della plebe, perché non si modificavano i presupposti giuridici. La plebe ottenne anche altri privilegi:
- Tribunato militare con potestà consolare: era un gruppo di due o tre uomini che era stato nominato in alternativa al consolato, e che in caso di guerra lo aiutava. Questa carica era aperta anche ai plebei, che quindi non erano totalmente esclusi dalle cariche consolari. In questo periodo la carica è importante perché Roma combatte con le popolazioni laziali: la battaglia sul monte Algido (458 - 431) e contro la città di Veio, in cui sorsero esempi eroici come quello di Cincinnato.
- Leggi Licinie - Sestie: era un pacchetto di leggi approvato dai tribuni Licinio Stolone e Sestio Laterano, che prevedeva l'ammissione dei plebei al consolato (367 a.C.)
- Legge di Genucio: nel 342 a.C. il tribuno Genucio decretò che entrambi i consoli appartenessero a famiglie plebee.
- Questura, pretura, censura e dittatura a partire dalla fine del V inizio IV sec.
- Senato: per l'entrata dei plebei in senato si adoperò Appio Claudio Cieco, che fece costruire la via Appia, che collega Roma a Capua, che era un populista e censore nel 312 a.C.
- Decemviri sacris faciundis: nel 367 sono assegnati sia a consoli che a plebei.
- Auguri: nel 300 con la lex Ogulnia sono aperti anche ai plebei.
- Lex Hortensia: nel 287 a.C. equipara i plebesciti alle leggi votate nei comizi.
Le guerre della repubblica
Guerre contro gli Etruschi: Le guerre fra Etruschi e Romani inizialmente furono episodi bellici modesti, poi si trasformarono in conflitti fra potenze regionali che si volevano mantenere un controllo per la comunicazione e per il commercio. Inizialmente i romani attaccarono Fidene e la conquistarono, facendola staccare dall'alleanza con Veio; il conflitto venne chiuso da una tregua che durò 20 anni, una indutiae. In seguito i romani attaccarono Veio, che distava circa 20 km da uno dei principali centri artistici ed economici etruschi, su un piano di tufo sulla riva destra del Tevere. Veio venne assediata per dieci anni, come la città di Troia, e presa con uno stratagemma dal dictator Furio Camillo, che fece passare i Romani in una galleria sotterranea che consentiva l'accesso alla città. La conquista e l'annessione di Veio con i suoi territori, permise ai romani di creare altre quattro tribù rustiche.
Guerra contro i Galli: Subito dopo la presa di Veio, i Galli Senoni varcarono le Alpi e si diressero a Roma per saccheggiarla. Inflissero ai romani una grave sconfitta al fiume Allia, affluente del Tevere. Secondo gli autori greci il saccheggio avvenne nel 387 a.C., mentre per Varrone nel 390. Attorno a questa vicenda fiorisce la mitologia, come il fatto che Camillo fece subito riprendere i romani, e che vestali ed oggetti per i riti sacri vennero spostati a Cere. Non sappiamo ancora quanto fu pesante la sconfitta dagli scavi archeologici, ma sicuramente i Galli si classificarono come uno dei popoli più temuti dai Romani.
Guerra contro la Lega latina: Fra Roma e città della lega scoppiano diversi conflitti perché Roma non rispettava i limiti del foedus Cassianum. Roma riuscì a fronteggiare tutte le rivolte delle città della lega. Volsci ed Equi (390 - 381), Preneste, Tivoli e comunità latine (362), Tarquinia, Falerii ed una coalizione etrusca in cui c'era anche Cere (358 - 351), Ribellione di alcune città laziali fra 340 - 338, che fallì. I romani decisero di sciogliere la lega latina, ponendosi in posizione superiore ad ogni città laziale. Queste continuarono ad essere chiamate coloniae latinae, ma in una posizione di subalternità a Roma.
Guerre sannitiche: I Sanniti erano una popolazione bellicosa...
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