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Storia romana: periodizzazione

21 aprile 753 a.C. Fondazione di Roma: veniva considerato giorno di festa in epoca fascista. 476 d.C. Fine di Roma quando il principe Odoacre depone Romolo Augustolo e dà l'avvio ai regni germanici: in questo modo viene enfatizzato il problema delle invasioni barbariche. Chi attribuisce la caduta dell'impero romano ai barbari l'attribuisce a cause esterne. Questa teoria è riemersa nel corso della storia molte volte fino al 900.

Teorie sulla caduta dell'impero romano

Rostovetz nella sua opera sostiene che una civiltà superiore come quella classica, scendendo nelle masse e abbassandosi di livello, produce al suo interno la nascita di nuovi barbari. La civiltà greco-romana fu una civiltà elitaria perché chi non era in grado si auto-eliminava dall'élite culturale del suo tempo e la cultura non era penetrata nelle masse, fatta eccezione per Atene del V secolo. Quando invece una cultura diventa democratica, si abbassa di livello per permettere a tutti di capire: nell'impero romano succede qualcosa di simile a livello culturale e sociale, la diffusione della cultura di massa che produce abbassamento di livello.

Sul piano economico-sociale accade lo stesso: vengono elevati i ceti inferiori grazie al reclutamento nell'esercito. A partire da Gaio Mario l'esercito diventa proletario e mercenario mentre prima era cittadino e i soldati erano obbligati a servire nell'esercito nei modi previsti dal proprio censo, ovvero essi si armavano a proprie spese in base alle possibilità economiche (una persona ricca indossava un'armatura completa, man mano che si scendeva di censo le spese diminuivano, la terza classe era esentata dal pagamento dell'elmo). Con Gaio Mario questo sistema di reclutamento entra in crisi e si prende atto che l'esercito censitario non ha più ragion d'essere: devono essere reclutati proletari volontari pagati dallo stato e senza più essere chiamati alle armi da esso, pertanto necessita di essere pagato: questo porterà al reclutamento anche dei non cittadini.

L'esercito romano

L'esercito diventa proletario, mercenario e non cittadino. R. diceva che Roma era diventata grande grazie a un esercito cittadino. A partire dal II sec. a.C., si creano i grandi comandi che durano molti anni, si crea un legame diretto con il comandante ed è come se i soldati non ubbidissero più a Roma ma al loro comandante, e questo si intensifica quando l'esercito diventa mercenario: meccanismo perverso per cui l'esercito mercenario diventa una forza politica perché i soldati servono il loro comandante e se il comandante decide di usurpare il potere all'impero, l'esercito lo segue.

I cittadini che servono nell'esercito non sono colti e trovano nell'esercito uno strumento di elevazione sociale: R. pensa che si tratti allora di un esercito contadino. Trae una conclusione: gli alleati erano i contadini o classi inferiori (era un conservatore). Nel III secolo tutte le masse dei ceti inferiori si alleano per creare e distruggere gli imperatori secondo il loro tornaconto generando una rivoluzione contro la civiltà classica: egli arriva a questa conclusione sulla base delle sue esperienze nella rivoluzione russa di ottobre. Era ossessionato dall'idea che le masse avrebbero distrutto prima la civiltà russa e poi quella occidentale (comunismo).

Fattori interni ed esterni nella caduta

Nella periodizzazione contano sempre barbari, ceti inferiori e preoccupazioni del presente. Gibbon ritiene che giocano due fattori: uno interno e uno esterno nella determinazione del crollo dell'impero romano: vittoria del cristianesimo (crollo dei valori tradizionali e causa interna) e barbari (causa esterna). Gibbon nel 700 precorre la teoria di Pigagnoli che riprende uno dei due elementi di Gibbon, che aveva introdotto un tema che nella storia del problema era già esistente ovvero l'incidenza del cristianesimo nel crollo del mondo antico: tale enfasi poneva il problema sulla fine cronologica dell'impero romano. Ad esempio, alcuni dicono che l'impero romano è crollato con Costantino che ha lasciato la libertà di culto ai cristiani e quando mette sugli scudi un riferimento al cristianesimo nella battaglia decisiva contro Massenzio, l'imperatore dà un'indicazione all'impero e si mette sotto Dio.

Gli anni intorno al 390 sono, dal punto di vista religioso e politico, anni cruciali: l'imperatore Teodosio ha proclamato il cristianesimo religione di stato e dunque tutti gli altri culti vengono perseguitati ufficialmente anche se questo avveniva già precedentemente (i pagani perseguitati furono più dei cristiani): si tratta di un elemento protomedievale (precorre il medioevo). Teodosio fa la strage di Tessalonica e Costantinopoli: quando arriva di fronte al vescovo Ambrogio, lui gli dice che per entrare in chiesa doveva prima chiedere perdono a Dio: lui si inginocchia e chiede perdono e così facendo accetta l'assoggettazione al potere religioso.

Per tali motivi anche queste date potrebbero essere prese come simbolo della fine dell'impero romano. Altri ritengono la fine dell'impero romano in seguito all'impero di Carlo Magno.

Rapporto tra tradizione orale e scritta

A Roma si inizia a scrivere intorno alla seconda guerra punica in modo consapevole mentre prima venivano tramandati ricordi anche di carattere politico, ma soprattutto venivano tramandati i mirabilia, ovvero le cose stupefacenti che accadevano, e questo perché i romani avevano un rapporto strettissimo con il loro mondo divino: non era un rapporto di amore, ma di terrore, e qualsiasi manifestazione eccentrica suscitava viva preoccupazione e il desiderio di placare gli dei; erano molto attenti a seguire cerimonie religiose che avevano lo scopo di catturare il consenso della divinità. Tutte le sconfitte venivano attribuite alla rottura della sintonia tra uomo e divinità.

I romani erano molto attenti alla ripartizione degli spazi del cielo ed erano molto attenti ai movimenti delle costellazioni: ogni dio aveva la sua parte del cielo, tale idea era stata copiata agli etruschi (vivevano a nord del Tevere occupando Toscana, Umbria, Emilia e parte della pianura padana). Ben presto questi mirabilia si concretizzarono nella stesura dei calendari: si diceva quando si poteva svolgere tranquillamente la vita pubblica (propizi), altri giorni in cui potevano esserci manifestazioni agli dei ma non poteva esserci attività comiziali e giorni in cui non si poteva fare nulla perché gli dei erano contrari.

Con l'età repubblicana iniziarono a pensare che bisognava conservare i ricordi degli anni della città e contavano gli anni conficcando dei chiodi nella parete esterna delle abitazioni. Gli anni andavano ulteriormente specificati e vennero redatti i fasti, ovvero degli eventi di vario genere: quelli più importanti erano consolari e ogni anno venivano scritti i nomi dei consoli, dei pretori in successione e appartenevano alle gentes più importanti di Roma: esistevano i clan e gli individui erano legati tra loro da un rapporto clientelare, che serviva per far provenire benefici e aiuti in caso di necessità. Il vincolo prevede anche l'intervento per la difesa fisica degli inferiori del clan. Il clan è originariamente estraneo alla vita cittadina nella sua totalità.

Ad esempio, nel 477 a.C., periodo repubblicano, la città di Roma è in guerra con i veienti e ha già alcuni possedimenti sulla riva destra del Tevere e alcuni clan che si trovano lì sono minacciati come i Fabii e alcuni veienti bruciano le loro terre per dichiarare guerra e quindi lo stato dovrebbe rispondere, ma perde tempo e allora i Fabii combattono una guerra gentilizia contro di loro: tra struttura clinica e civica non c'è sempre accordo. La gens ha una struttura clanica e nasce dal disgregamento dei clan. Tra clan e civitas c'è un rapporto conflittuale. I clan si muovevano lungo la dorsale appenninica alla ricerca di terre fertili.

Il clan dei Claudii arriva a Roma intorno al 495 e il capo si chiamava Atta Clausus e arriva dalla Sabina da cui provenivano altri re di Roma come Numa Pompilio e arriva a Roma con 5000 uomini e dice di volere le terre per loro e i romani sono tentati a dire no, ma alla fine dice loro di venire ad abitare dentro la città con la famiglia mentre gli altri rimangono fuori e in cambio hanno terre da coltivare ma per farlo devono diventare cittadini di Roma e sottostare al pagamento dei tributi e al reclutamento. Atta accetta e il suo nome viene romanizzato in Appius Claudius e ha inizio la gens Claudia.

I clan e la civitas

In età monarchica il re è Tarquinio Prisco e dalla città di Vulci si muove un grande clan comandato da due fratelli verso Roma e vi si insidia sul colle Celio. Questi clan avevano una grande potenza militare e minacciavano i romani. Dopo un secolo un altro capo clan, Appio, arriva con 4000 uomini e chiede i campi ma i romani chiudono le porte perché sono in grado di sostenere l'urto di un clan e può opporsi.

All'interno di questi clan che si insediavano nelle città succede qualcosa: si devono adattare alla vita cittadina e anche se permane la differenza tra clan e corpo civico, la civitas si dimostra più forte perché il clan rinuncia ad alcuni elementi caratteristici del clan e si comprese che la giustizia non poteva essere gestita dai capi clan ma occorrevano delle figure amministrative della giustizia in nome di tutto il corpo civico e questo determina uno sgretolamento in grandi gruppi che potevano comprendere al massimo poche centinaia di individui: nascono piccoli clan che formano le gentes ovvero grandi gruppi di persone che hanno in comune una caratteristica ovvero l'antenato comune: ogni discendente del clan mantiene nel suo nome quello della gens ed avendo il tria nomina quello in mezzo è il gentilizio e il nomen. Anche la gens si regge sul principio clientelare ed è una riproduzione del grande clan arcaico.

Gens: unità composita formata da varie famiglie che riconoscono un antenato in comune pur non essendo membri di una stessa famiglia. La gens in seguito si disgregherà in varie famiglie. Ogni gens aveva i propri sacra (festività religiose) ed erano diversi anche dal punto di vista politico.

Queste aggregazioni tendono a diminuire man mano che si sviluppa la vita civitas: la città si dà istituzioni politiche che riguardano tutta la cittadinanza. L'organizzazione gentilizia non è frutto della civitas (preesistente): la civitas nasce dall'accostamento delle varie gentes.

Esempi di clan e tradizione scritta

Altri esempi di clan: principati etruschi, i principi prendono il comando nelle loro città e tendono a insediarsi in una città preesistente. A Murlo ci sono le tracce di un grande palazzo polifunzionale (residenze per mobili, clienti) il tutto fa capo a un cortile nel quale si ritrovavano in caso di necessità. Sui tetti degli edifici c'erano statue o busti. La città sembra essere un complesso monumentale che rappresentava l'insediamento di un clan. L'insediamento stesso porta a un accostamento del clan alla civitas già esistente e questo porta alla separazione in gentes. Le gentes a Roma detengono il potere politico, economico e religioso.

A partire dal III a.C., i cittadini romani hanno il tria nomina: carattere distintivo del cittadino romano. Un altro tratto distintivo è l'appartenenza a una tribù territoriale o distretto vagamente legata al luogo di residenza. Il cittadino romano si distingue per questi due motivi. Inizialmente i nomi erano solo due: uno personale e l'altro simbolo dell'appartenenza al clan. Nella forma scritta il nome personale è l'unico a poter essere abbreviato, il gentilizio e l'ultima parte no.

Nome personale: prenomen (pochi). Gentilizio: nomen finisce quasi sempre con la desinenza -ius, molti.

Inizialmente c'erano questi due, più tardi per distinguere i membri delle gentes venne introdotto il cognomen: simile al soprannome e legato personalmente alle caratteristiche della persona, inizialmente non erano ereditari, mentre successivamente lo diventano e distinguono le famiglie. Sono legati a caratteristiche fisiche. Il cognomen non fu mai del tutto obbligatorio, il più noto caso è quello della famiglia di Pompeo: Gneus Pompeius. Quando ci sono solo i due elementi non si può sapere se sono cittadini romani, a questo punto vengono in soccorso le indicazioni della tribù.

Le donne hanno come nome obbligatorio un nome femminile tratto dal gentilizio, quando erano più di una nelle famiglie inizialmente venivano distinte aggiungendo un numero (prima, seconda, terza), altre volte si aggiungeva un secondo nome tratto ad esempio dal nome della mamma (es. mamma Claudia, figlia Claudilla). In età imperiale la nomenclatura si arricchisce e ci sono personaggi con tre o quattro cognomina, a ingigantire la loro nomenclatura contribuisce l'istituto dell'adozione.

Adozione e nomenclatura

L'adozione era di due tipi: si poteva adottare un bambino o un adulto, lo scopo era creare un'alleanza politica tra due famiglie o per motivi economici. Le grandi famiglie gentilizie tendevano a impoverirsi nel giro di poche generazioni: reggevano le fortune sui possessi terrieri immensi ma questa proprietà privata era minata alla base dal principio secondo cui i figli erano tutti eredi della fortuna del padre e anche le donne: posizione di primo piano che aveva anche la donna etrusca: padrona in casa e responsabile della prima educazione dei figli, contribuivano anche alla politica interfamiliare, aveva anche capacità giuridica propria come quella di ereditare. Non c'era a Roma l'istituto del maggiorasco secondo cui eredita solo il primogenito, mentre gli altri andavano a fare i cavalieri e le donne andavano in convento (Italia 600). Il risultato era una frammentazione della proprietà terriera, in questo modo le famiglie si impoverivano e allora ricorrevano alle alleanze matrimoniali: i discendenti delle famiglie ricche sposavano donne ricche, ma si poteva anche ricorrere all'adozione: l'adottato porta come nei matrimoni il patrimonio, per questo l'adozione veniva permessa anche tra adulti e quindi l'adottante poteva essere più giovane dell'adottato. In questo caso il vecchio può introdurre il giovane in politica per procurargli un ritorno a lui e alle figlie.

L'adozione di un bambino prende il nome di adoptio ed esistevano delle pratiche burocratiche da espletare: le due famiglie devono contrarre una stretta alleanza politica, l'adottato prende tutti i nomi dell'adottante perdendo il suo nome originario, passa non solo a un'altra famiglia ma anche a un'altra gens: entra in quella tradizione politica e soprattutto religiosa imparando tutti i sacra della famiglia. Qualche volta l'adottato può aggiungere al tria nomina dell'adottante qualche elemento che ricordi il suo nome originario. Con questo sistema si arriva a nomenclature smisurate (personaggio con 13 nomi). Questo passaggio completo è sottolineato da un elemento importante: per adottare bisognava presentare la documentazione a un'assemblea del popolo: alla prima che ebbe Roma, ovvero il comizio curiato, perché a tutto il popolo doveva essere noto che il personaggio passava nella famiglia e poi aveva anche un carattere sacrale riguardante le adozioni e le dichiarazioni di guerra (atti della vita civica con risvolto religioso). Solo l'intero popolo romano può agire con il consenso degli dei. Il comizio curiato avrà questo potere per tutta la storia repubblicana di Roma, anche quando non avrà più un ruolo effettivo: popolo conservativo.

Tutti questi elementi sottolineano la centralità della gens, non stupisce perciò che la gens abbia contribuito in maniera decisiva a conservare il ricordo della storia della più antica Roma: molti sono ricordi gentilizi, altri sono ricordi dei pontefici, fasti: elenco dei titolari delle cariche pubbliche a partire dalla caduta dei re e che prendono il nome di magistratus: non hanno necessariamente a che fare con l'amministrazione della giustizia ma detengono una carica pubblica di diversa importanza, ben presto vengono aggiunti ai nomi delle scarne notizie su vittorie militari, calendari. Fasti e calendari sono importanti per la cronologia. Con il passare del tempo sono stati creati vari tipi di fasti e riportando nomi e vittorie diventano sinonimo di gloria.

Complesso di documenti scritti, tradizione orale gentilizia che danno notizie sull'antica Roma non di tipo storico ma antiquario e si creano due grandi correnti di conservazione del ricordo: storiografia e antiquaria: ricordi antichissimi. I romani cinque secoli dopo la fondazione ricordano molti episodi legati alla Roma più antica. Tra i testi antichi, molto importanti erano le imagines maiorum: immagine degli antenati, nelle famiglie nobili e nelle gentes più in vista c'era l'usanza di prendere l'impronta del volto del morto: prendevano l'imago di cera e poi si traeva a volte una copia in pietra nobile. Veniva poi messa nell'atrio delle gens patrizie, con il passare del tempo aumentavano e avevano la convinzione che i morti fossero ancora compartecipi della vita dei vivi: segno di continuità di presenza tra il passato e il presente della famiglia e forse giocavano un ruolo nella nascita della ritrattistica romana, molto realistica. Queste immagini collocate negli annali vedevano scritto sotto il nome e ben presto si comprese che a maggiore lustro della famiglia era meglio indicare anche altre informazioni e venivano quindi scritti gli elenchi delle magistrature: cariche religiose e politiche ricoperte, l'insieme delle cariche pubbliche prende il nome di cursus honorum. Ben presto anche questo divenne insufficiente: per dare lustro alla famiglia era necessario ricordare le azioni di guerra di cui i personaggi della famiglia si erano resi protagonisti. I ricordi gentilizi attingevano alla sfera pubblica: maggiori le imprese, maggiore il fasto: nomen, cursus honorum, imprese compiute o res gestae. Queste tre componenti rivestirono una grande importanza nel tramandare i ricordi di Roma. Le imagines servirono alla nascita della storiografia, ma non trovarono espressione storiografica per cinque secoli. Quando nacque lo fece nell'ambiente gentile.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cheroll13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Michelotto Giuseppe.
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