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Riassunto di storia greca, libro consigliato: Manuale di storia greca, Cinzia Bearzot Appunti scolastici Premium

Documento esaustivo e completo; tratta la storia greca antica dal Paleolitico alla conquista romana, passando per la civiltà minoica, quella micenea, l'arcaismo, la Grecia classica, l'ellenismo e l'età dei diadochi. Il documento è seguito da tre cartine geografiche.

Esame di Storia greca docente Prof. R. Vattuone

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ESTRATTO DOCUMENTO

mondo greco è costantemente interessato a fenomeni di migrazione; numerosi sono

gli empori commerciali, come Naucrati sul delta del Nilo. La colonizzazione procede

sulle rotte già battute dai micenei e dalla navigazione precoloniale. Inizialmente

prevalgono le iniziative individuali, poi, dal VII, crescono le imprese statali. Un ruolo

primario va riconosciuto ai calcidesi d’Eubea e ai corinzi. I calcidesi, di stirpe ionica,

cercano in terra coloniale quel sostentamento impedito in patria dall’accentramento

della proprietà terriera nelle mani degli ippòboti, ma anche sbocchi di mercato per i

propri manufatti e materie prime, tra cui il ferro. I corinzi, di stirpe dorica, maturarono

fin dall’VIII secolo una vocazione marinara e commerciale grazie anche alla posizione

geografica, che consentiva il controllo del golfo di Corinto e di Saronico. Intorno al 770

Calcide fondò in Campania Pitecussa (Ischia), la più antica colonia greca d’occidente,

l’isola ha restituito la coppa di Nestore dell’VIII secolo e recante la più antica iscrizione

greca in versi. Nel 733 Corinto fondò Siracusa. La spedizione destinata a fondare una

colonia era guidata da un fondatore, l’ecista, il cui nome dopo la morte era spesso

oggetto di culto eroico. Suo compito era, dopo aver chiesto una sanzione religiosa

all’impresa consultando l’oracolo di Delfi, portare alla nuova destinazione il fuoco

sacro tratto dal focolare pubblico della città d’origine e, una volta scelto il sito in base

a diversi criteri, distribuire la terra ai coloni, fondare i santuari e stabilire regole di

convivenza. Per quanto riguarda i rapporti tra madrepatria e colonia, le colonie

diventavano comunità del tutto indipendenti, mantenendo relazioni con la madrepatria

solo sul piano linguistico, religioso e culturale. La colonizzazione ebbe enormi

conseguenze sulla storia della Grecia. Diede uno straordinario impulso alla produzione

artigianale (si pensi alla diffusione della ceramica corinzia), agli scambi commerciali,

alla navigazione (le prime triremi furono costruite a Corinto). La crisi delle aristocrazie

terriere, la mobilità sociale e l’evoluzione in senso isonomico furono fortemente

accelerate dal movimento coloniale e dalla fondazione di un grande numero di nuove

comunità. Una particolare riflessione merita il rapporto dei coloni greci con le

popolazioni indigene locali. In quasi tutte le aree coloniali, il contatto con i greci

produsse tra gli indigeni nuove forme di organizzazione sociale, politica e militare.

Anche attraverso i matrimoni misti, frequenti in terra coloniale in quanto i coloni non

arrivavano in genere con la famiglia, si produsse in molte aree un processo biunivoco

di assimilazione etnico-culturale.

La legislazione

I più antichi interventi di carattere legislativo si registrano in area coloniale, emergono

in nomi di Zaleuco di Locri, Caronda di Catania e Diocle di Siracusa. Di recente si è

tentato di ascrivere la codificazione delle leggi non all’iniziativa di singoli, ma alle

comunità, che l’avrebbero poi attribuita a figure remote ed autorevoli, come gli antichi

legislatori dell’occidente e, nella madrepatria, a Licurgo di Sparta e a Dracone di

Atene. Zaleuco risalirebbe alla seconda metà del VII secolo, Caronda sarebbe stato suo

discepolo, Zaleuco avrebbe legiferato contro per i locresi (Locri Epizefiri, Magna

Grecia). Un ruolo particolare tra i legislatori della madrepatria lo ha lo spartano

Licurgo, la cui figura è da ritenere leggendaria. La sua legislazione, la cosiddetta

rhetra, si occupava prevalentemente di definire i poteri delle diverse componenti dello

stato spartano ed era all’origine del particolare ordinamento che caratterizzava Sparta

e che era conosciuto come kosmon (ordine). Tucidide attribuisce alla buona

costituzione con cui Sparta si sarebbe governata a partire dalla fine del IX secolo il

superamento dei dissidi interni e l’immunità dal fenomeno della tirannide che

caratterizzarono invece le altre città greche. Alla fine del VII secolo fu attivo, invece,

ad Atene Dracone. Oltre a una legislazione severa, avrebbe redatto anche una

costituzione, un elemento sarebbe il consiglio dei Quattrocento. Meglio nota è la legge

draconiana sull’omicidio; sottraeva spazio al regime della vendetta privata, lasciando

alla famiglia del morto l’iniziativa dell’azione penale, ma allo stato il diritto di irrogare

la pena. Un rivoluzionario intervento nell’ambito del diritto penale, che tentava di

superare i rigori dell’antica prassi della vendetta familiare riservando alla polis il ruolo

principale, in una regolamentazione più attenta e prudente dei casi di omicidio.

La tirannide

Aristotele nella Politica, interrogandosi, sull’origine dei governi tirannici, individua

diversi modelli: il tiranno demagogo che diviene tale perché appoggiato dal popolo, il

tiranno ex magistrato che conquista un potere eccezionale partendo da un ruolo

istituzionale, il tiranno il cui potere nasce dalla degenerazione di una monarchia o di

un’oligarchia. Nella madrepatria greca, le tirannidi più importanti sorsero nelle città

dell’Istmo di Corinto. Sempre nella zona dell’Istmo, a Sicione, si affermò nel 650 la

dinastia degli Ortagòridi, il cui governo ebbe un carattere spiccatamente popolare.

Clistene fu l’esponente più significativo. Riprese alcuni aspetti dello stile di vita

aristocratico, promosse la propria immagine in Grecia partecipando alle feste

panelleniche e intessendo rapporti con grandi casate straniere, come rivela il

matrimonio della figlia con l’ateniese Mègacle, della grande famiglia degli Alcmenoidi.

La dinastia degli Ortagòridi fu rovesciata dagli spartani intorno al 550.

Santuario (panellenico/relativo a tutti i greci): luogo sacro che ospita varie strutture,

tra tutte i tesori (piccoli edifici che recano l’impronta del paese d’origine)

Leghe sacre e alleanze militari

L’estrema frammentazione del mondo politico greco rese fin dall’inizio necessarie

forme di collaborazione tra i diversi stati. La debolezza politica greca era bilanciata,

infatti, dalla capacità di agire in comune. Un primo tentativo fu quello delle anfizionie o

leghe sacre che si riconoscevano in un culto comune; secondo Strabone, all’origine di

queste esperienze vi fu il fatto che popoli e città vicini, bisognosi del reciproco aiuto,

presero a celebrare insieme feste e incontri, dai quali si sviluppò un legame di

amicizia. Alcune ebbero un carattere spiccatamente etnico e culturale, come

l’anfizionia ionica di Delo, intorno al tempio di Apollo, altre ebbero carattere locale,

come quella che riuniva le popolazioni affacciate sul golfo Saronico, intorno al tempio

di Poseidone a Caluria. Un carattere panellenico ebbe, invece, l’anfizionia per

eccellenza, quella delfico-piliaca, una lega di 12 popoli: tessali, focesi, dori della Doride

e del Peloponneso, ioni dell’Eubea, della Ionia e dell’Attica, beoti, achei, locresi e altri.

Si riuniva intorno al culto di Apollo a Delfi e di Demetra ad Antela. Le leghe militari o

simmachìe, invece, sono di natura originariamente difensiva, nelle quali un gruppo di

poleis riconosceva volontariamente la guida di un’altra polis; a questa venivano

delegati il comando in guerra e la responsabilità di organizzare l’attività militare

comune, in caso di attacco a uno degli stati membri. Di questa natura furono la Lega di

Corinto, 481, istituita dai greci decisi a contrastare l’invasione dei persiani, la Lega del

Peloponneso, che riuniva diversi stati peloponnesiaci sotto l’egemonia di Sparta, le

due leghe navali costituite sotto la guida di Atene nel V (Lego delio-attica) e nel VI

(Seconda lega ateniese). Spesso le leghe militari, pur nate su un piano paritario,

degenerano in strutture egemoniche di carattere tirannico, ciò vale per la Lega

peloponnesiaca (Sparta) e per la Lega delio-attica (Atene). Il tentativo di superare la

frammentazione politica del mondo greco continuò a scontrarsi con la volontà della

singola polis di affermare se stessa e la propria autonomia a detrimento delle altre

poleis.

La Grecia tardo-arcaica

I greci d’Asia e delle isole

L’area geografica era divisa, su base prevalentemente linguistica, in tre zone a partire

da nord: l’Eolide, abitata da coloni giunti dalla Tessaglia e dalla Beozia, la Ionia, abitata

da coloni provenienti dall’Attica e dall’Eubea e la Doride, abitata da coloni di origine

dorica. Dopo la conquista della Lidia (regione nell’Asia Minore occidentale) da parte del

re persiano Ciro il Grande, della dinastia degli Achemenidi, che occupò Sardi nel 546,

le città greche dell’Asia minore passarono sotto il controllo dei persiani. Esistono

legami tra alcune comunità del Panionion ionico (Mileto, Efeso, Samo e altri) che non

bastarono a contrastare efficacemente la potenza persiana, anche perché autorevoli

centri di culto apollineo, come il santuario di Delfi e quello di Apollo Didimeo a Mileto,

si schierarono a favore dei persiani. All’interno, il regime tirannico fu conservato

laddove esisteva, oppure introdotto dai persiani: questi tiranni ‘’vicari’’ fondavano il

loro potere, secondo la tradizione orientale, sulla funzione di rappresentanti del Gran

Re. Il consolidamento dell’impero achemenide e la riforma amministrativa e fiscale

realizzati da Dario I, con il conseguente accentramento del sistema, accrebbero quello

scontento che sfociò, nel 499, nella rivolta ionica. Le isole Cicladi costituivano un

ponte tra il continente greco e il vicino Oriente. La piccola isola di Delo deve la sua

importanza al fattore religioso: il grande santuario di Apollo, sede di un’antica

anfizionia di carattere ionico. Infine, Creta è la più grande isola greca, in posizione

strategica tra Asia, Egitto e Grecia. Abitata da popolazioni doriche che praticavano la

pirateria e il mercenariato. Vi si trovavano numerose città come Cnosso, Lisso, Creta,

Gòrtina.

La Grecia centro-settentrionale

La Tessaglia era una grande pianura formata dal fiume Penèo e dai suoi affluenti,

circondata dalle montagne; adatta alla coltivazione dei cereali e all’allevamento. Erano

una popolazione dorica. Una parte della tradizione attribuisce ai tessali un ruolo

preponderante nella prima guerra sacra. Si è detto che tra le prerogative

dell’Anfizionia vi era quella di poter punire, in vario modo, i violatori delle norme

anfizioniche; tra questi modi vi era la guerra, denominata appunto sacra. La prima

durò dieci anni e si concluse nel 582 con l’istituzione del primo dei Giochi pitici. Fu

condotta dagli Anfizioni contro i Focesi della città costiera di Cirra, accusati di

sacrilegio in sede anfizionica dall’ateniese Solone. La guerra sarebbe stata risolta

proprio dalla Tessaglia. Altre regioni:

Macedonia: a nord della Tessaglia, costituiva uno stato federale (insieme di entità

autonome legate tra loro dal vincolo di un’alleanza) poco coeso, articolato in diversi

cantoni guidati da re guerrieri.

Epiro: a occidente della Macedonia, abitata da tribù di stirpe dorica e illirica (illiri:

popolo indoeuropeo dell’antica penisola balcanica nord-occidentale). L’organizzazione

politica era quella di uno stato federale a guida monarchica. La dinastia regnante era

quella dei Molossi

Acarnania ed Etolia: stati federali

Doride, Locride e Focide: Grecia centrale, regioni di stirpe dorica. I focesi dovevano la

loro importanza alla presenza nel territorio del santuario di Delfi. La Doride storica

corrispondeva, secondo la tradizione, alla zona dalla quale i dori scesero verso il

Peloponneso

Beozia: comprendeva le due grandi e fertili pianure di Orcomeno e Tebe. Ricca regione

agricola, caratterizzata da solide istituzioni federali

Prima guerra sacra: combattuta tra l’anfizionia delfica e la città di Crisa. Il conflitto

sorse a causa delle frequenti rapine verso i pellegrini che si recavano a Delfi da parte

della città di Crisa. La guerra portò alla sconfitta e alla distruzione di Crisa (595-585).

Atene

In età micenea l’acropoli ospitava un palazzo e Tucidide ricorda che prima del

sinecismo di Teseo l’acropoli era la città: la coscienza di questa continuità insediativa

era espressa dagli ateniesi attraverso il mito dell’autoctonia, secondo il quale il popolo

di Atene era nato dalla terra e aveva sempre abitato lo stesso territorio, diversamente

dalla maggior parte dei greci che erano invece ‘’immigrati’’ nelle loro sedi dall’estero.

Conclusasi l’epoca dei re, la monarchia sarebbe stata sostituita prima da arconti

vitalizi, poi da arconti decennali, infine da arconti annuali. Erano nove: l’eponimo, che

dava il nome all’anno; il re (basileus) che conservava competenze religiose; il

polemarco incaricato alla guida dell’esercito; i sei tesmotéti (custodi dei thesmoi, le

leggi ritenute di origine divina). Uscendo di carica, gli arconti entravano nel consiglio

dell’areopago, cosiddetto perché si riuniva sul colle di Ares. Aveva, principalmente,

competenze sui delitti di sangue. La popolazione era riunita in quattro tribù, ognuna

guidata da un phylobasileus o ‘’re della tribù’’. La Costituzione degli ateniesi di

Aristotele attribuisce a Dracone una costituzione caratterizzata dalla limitazione della

cittadinanza a quanti avevano il censo necessario per servire nell’esercito come opliti,

dalla presenza di un consiglio di 401 membri e da un ampio ruolo di controllo

dell’areopago, custode delle leggi e incaricato di controllare l’operato dei magistrati.

Solone

L’Attica soffriva per quella scarsità di terre coltivabili che è stata individuata come una

delle cause della colonizzazione. Alla fine del VII secolo il quadro sociale sembra

fortemente influenzato da problemi legati alla questione agraria. I piccoli contadini in

caso di raccolti insufficienti, erano costretti a chiedere in prestito cereali per la semina

o per la sussistenza ei grandi proprietari aristocratici, che potevano contare su raccolti

maggiori e che comunque, disponendo di eccedenze, potevano utilizzarle per

l’importazione di cereali. Finivano così per indebitarsi con i grandi proprietari,

diventandone clienti e versando loro una quota del raccolto; se non fossero stati più in

grado di farlo, sarebbero caduti in schiavitù, dal momento che i prestiti avvenivano su

garanzia personale. Questo fu il presupposto per la crescita, da parte dei piccoli

contadini, di rivendicazioni economiche e sociali e per l’aspirazione a una maggiore

eguaglianza. In Atene fu Solone a prendere in considerazione questi problemi,

avviando un processo di integrazione sociale e politica che fu il presupposto della

democrazia. Solone fu scelto come arbitro e arconte. Aristotele nella Costituzione

attribuisce a Solone la seisàchteia (lo scuotimento dei pesi); l’annullamento delle

ipoteche da cui la terra era gravata e la sua restituzione ai vecchi proprietari. A questo

provvedimento si accostò la soppressione della schiavitù per debiti, con valore

retroattivo. A Solone è anche attribuita una riforma costituzionale, che comportava la

divisione della cittadinanza in quattro classi di censo: la classe dei penacosiomedimni

(ricavato di almeno 500 medimni/unità di misura di capacità per le sostanze secche),

degli hippeis (cavalieri, almeno 300 medimni), degli zeugiti (classe media, fanteria,

almeno 200 medimni), e dei teti (nullatenenti). Terminato il mandato, Solone depose la

carica e lasciò la città, con un aperto rifiuto a dare un carattere tirannico alla propria

autorità. La sua opera, intesa all’integrazione tra le diverse parti della cittadinanza e

l’accentuazione della responsabilità comunitaria, è stata vista come un contributo

sostanziale alla scoperta della dimensione politica.

Pisistrato

Le riforme di Solone, proprio per la loro impostazione equilibrata, lasciarono aperti

molti dei preesistenti conflitti. Aristotele riferisce di anni di anarchia. In questa

situazione, esponenti di grandi famiglie aristocratiche si posero come rappresentanti

degli interessi di quanti facevano capo alle tre aree principali dell’Attica ed erano loro

legati da vincoli di carattere clientelare: i pedièi residenti nella pianura formata dai

fiumi Cefìso e Ilìsso, erano guidati da Licurgo ed erano di tendenza oligarchica; i parali,

abitanti della costa, guidati da Megacle della famiglia degli Alcmenoidi ed erano di

orientamento moderato; i diacri, zona montuosa nord-orientale, guidati da Pisistrato

che Aristotele definisce fortemente democratico, intende dire che la sua fazione

rappresentava gli interessi dei contadini più poveri e degli artigiani. Una prima fase

della carriera di Pisistrato inizia con la presa del potere nel 561. Inutilmente osteggiato

da Solone, riuscì a farsi concedere dal popolo, con uno stratagemma, una guardia del

corpo e occupò l’acropoli per sei anni. La seconda fase è costituita dall’esilio

decennale, che durò dal 556 al 546. Ma prima, tra il 561 e il 556 si allontanò da Atene

a causa dell’accordo tra Megacle e Licurgo ma, grazie al ritrovato accordo con Megacle

(sposò la figlia), rientrò in città. Poi la rottura definitiva con Megacle, causa dell’esilio.

Nel 546 ci fu il ritorno definitivo grazie a un colpo di mano sostenuto da diverse città

greche tra cui Tebe ed Argo, e diede inizio alla terza fase della tirannide che si

concluse nel 528, anno della sua morte. Si preoccupò soprattutto di favorire lo

sviluppo della piccola proprietà agraria e di migliorare la situazione della popolazione

delle campagne. A lui si deve l’introduzione della dracma, moneta con l’effige di Atena

e la civetta, che consentì di stabilire una maggiore equità nelle relazioni economico-

sociali. La sua politica di opere pubbliche, tra cui la costruzione del primo tempio di

Atena sull’acropoli, accrebbe il bisogno di manodopera e favorì lo sviluppo delle

attività artigianali. Da tutto ciò conseguirono mutamenti sociali che portarono alla

crescita di una popolazione rurale e cittadina meno dipendente dalle clientele

aristocratiche: un demos che costituirà l’interlocutore privilegiato del riformatore

democratico Clistene. Alla morte, il potere passò ai figli Ippia e Ipparco. Quest’ultimo

fu assassinato da Amodio e Aristogitone nel 514, passati alla storia come i liberatori di

Atene dalla tirannia. Ippia fu cacciato nel 511 grazie all’intervento di Cleòmene I di

Sparta, ottenuto dagli Alcmenoidi con l’appoggio di Delfi. Ippia fuggì e tentò di

rientrare con l’appoggio dei persiani. Cleòmene intendeva restaurare l’oligarchia ad

Atene, ma l’alcmenoide Clistene (figlio di Megacle, nipote di Clistene di Sicione), diede

alla storia costituzionale ateniese una svolta inaspettata instaurando la democrazia,

un sistema politico in cui tutti i maschi adulti di condizione libera avevano accesso ai

pieni diritti di cittadinanza e quindi alla partecipazione politica.

Clistene

L’aspetto fondamentale dell’opera riformatrice di Clistene fu una nuova ripartizione

della popolazione su base territoriale. Le tribù, che ad Atene erano le quattro

tradizionali tribù genetiche ioniche, divennero dieci e assunsero carattere territoriale.

Ogni tribù doveva fornire un reggimento di opliti, guidato dal tassiarco e da uno

stratego. Ogni tribù forniva 50 buleuti per la boulé dei Cinquecento: nuovo consiglio

costituito da cittadini superiori ai trent’anni, diviso in gruppi di 50 lungo le dieci parti

(pritanìe/turni) in cui era diviso l’anno amministrativo, era presieduto ogni giorno da

un pritano diverso con funzione di presidente (epìstate). Sia i buleuti che l’epistate

venivano sorteggiati per assicurare la necessaria rotazione; per lo stesso motivo non

era possibile essere buleuti per più di due volte. La funzione principale della boulé era

quella ‘’probulemantica’’, che consisteva nel preparare e introdurre i lavori

dell’assemblea (aperta a tutti i cittadini di età superiore ai vent’anni). Anche il collegio

degli arconti venne riformato: da questo momento vennero eletti uno per tribù, mentre

la decima forniva il segretario del collegio. La riforma di Clistene rivela la

preoccupazione di realizzare la piena integrazione della cittadinanza ateniese in un

sistema nuovo rispetto a quello tradizionale, in grado di realizzare la mescolanza di

vari elementi, spezzando i vincoli clientelari che costituivano la base del potere delle

grandi famiglie aristocratiche. Secondo Aristotele fu Clistene a introdurre la procedura

dell’ostracismo, che fu poi applicata per la prima volta nel 488 contro Ipparco, figlio di

Carmo. Consisteva nel designare, con un voto espresso a maggioranza da almeno

6000 votanti, un cittadino ritenuto pericoloso per lo stato. Il più votato veniva

allontanato dalla città per dieci anni, durante i quali subiva luna diminuzione di diritti

di carattere parziale: perdeva i diritti politici, manteneva quelli civili (matrimonio,

patria potestà). Alla democrazia formale si oppone la democrazia reale: molte difficoltà

si frapponevano alla realizzazione di una democrazia reale, da una parte il

mantenimento di requisiti censitari per l’accesso alle magistrature limitava l’esercizio

del potere esecutivo da parte del popolo, dall’altra, nella boulé, cui pure si accedeva

per sorteggio e senza limitazioni censitarie, non era retribuita e rappresentava quindi

un onere per il cittadino comune, che per poterla esercitare doveva abbandonare le

sue attività e rinunciare ai relativi proventi.

La costituzione spartana

La rhetra consisteva in una riforma costituzionale che prevedeva da una parte la

divisione della popolazione in tribù e in cinque suddivisioni territoriali, dall’altra

l’istituzione degli organismi fondamentali: la diarchia (funzione militare e religiosa), la

gherousia (consiglio degli anziani) e l’assemblea del popolo (detentrice di sovranità).

Furono, anche, istituiti cinque efori col compito di sorvegliare i re ed evitare abusi. I re

facevano parte, con altri ventotto membri di età superiore ai sessant’anni, scelti tra le

famiglie più importanti, della gherousia, consiglio vitalizio incaricato di preparare le

proposte da presentare all’assemblea. L’assemblea del popolo, l’apella, era composta

dagli spartiati e si riuniva una volta al mese. L’assemblea poteva solo approvare o

respingere le proposte, votando per acclamazione. Eleggeva i geronti (membri della

gherousia) e gli efori e decideva sulla pace, sulla guerra e sui trattati di alleanza.

L’assenza della facoltà di discutere le proposte e di potere giudiziario costituiva una

grave limitazione per l’assemblea popolare spartana, le cui competenze erano ben più

modeste rispetto a quelle dell’assemblea ateniese. I cittadini, gli spartiati, venivano

chiamati homoioi (gli uguali); lo stato di cittadinanza dipendeva dall’essere figli di

cittadini, dall’avere raggiunto i trent’anni, dall’aver seguito il ciclo educativo previsto

(agoghé), dall’essere in grado di dare la quota per la partecipazione ai pasti in

comune. I proventi necessari derivano dal kleros, il lotto di terra assegnato al cittadino

e coltivato dagli iloti, così da permettere loro di dedicarsi alla funzione che gli era

propria, quella del guerriero. La tradizione parla di lotti inalienabili trasmessi dal padre

al figlio primogenito, eventuali figli cadetti, privi di kleros, non potevano mantenere la

cittadinanza e decadevano tra gli inferiori. Questo regime rigidamente egalitario della

proprietà terriera è stato considerato alla base della crisi demografica, e quindi

militare e politica, di Sparta, in quanto le famiglie avrebbero avuto interesse ad avere

un solo erede. Una parte consistente della popolazione residente in Laconia era

costituita dai perieci, uomini liberi, ma privi di diritti politici, che vivevano in comunità

parzialmente autonome dal punto di vista amministrativo; contadini, artigiani,

commercianti (dal momento che queste attività erano proibite agli spartiati, il loro

peso economico era considerevole). Gli iloti coltivavano la terra degli spartiati

consegnando parte del raccolto. Non erano di status libero, discendenti di popolazioni

locali assoggettate o cadute in schiavitù. L’agoghé costituiva l’aspetto più importante

dell’ordinamento spartano: sistema educativo rigidamente controllato dallo stato e

orientato, per i maschi, alla formazione di guerrieri dotati della virtù dell’andreia

(coraggio), per le femmine, alla generazione di cittadini comunque sani e forti. I

bambini erano affidati alla famiglia fino ai sette anni, poi vivevano in comune, divisi in

classi di età. La formazione che ricevevano era soprattutto di carattere fisico

(ginnastica, caccia, uso delle armi), dal punto di vista culturale, erano coltivati musica

e canto corale. Una tappa della formazione era il ‘’rito di passaggio’’ riservato a un

gruppo selezionato di giovani spartiati, che dovevano allontanarsi dalla città per un

anno, nascondendosi di giorno e dando la caccia agli iloti di notte. Il giovane veniva

così educato al coraggio, alla sobrietà, al mestiere del soldato. Il risultato di questo

sistema fu una comunità di cittadini uniti da un forte sentimento di reciproca

uguaglianza e da una profonda solidarietà, ma in cui l’individuo era completamente

assorbito dalla collettività e chi si proponeva di emergere era visto come un pericolo;

una comunità tendenzialmente chiusa, perché timorosa degli effetti che le influenze

esterne potevano produrre sui suoi cittadini, e immobilistica, perché la sua

sopravvivenza era legata a un equilibrio sociale estremamente precario.

La Lega del Peloponneso

Dopo la conquista della Messenia, portata a termine nel VII secolo, Sparta mosse

contro gli arcadi; l’obiettivo era, secondo Erodoto, di assoggettare l’intera regione.

Nella prima metà del VI secolo, gli arcadi di Tegea, forse con l’aiuto degli argivi (Argo),

sconfissero gravemente gli spartani. Ma in seguito Sparta prevalse e le città principali

dell’Arcadia (Orcomeno, Tegea e Mantinèa) dovettero allearsi con gli spartiati.

L’adesione, poi delle città dell’Argolide, dell’isola di Egina e delle città istmiche

Corinto, Sicione e Megara, permise a Sparta di accerchiare e neutralizzare Argo

(Corinto fu una grande acquisizione, poteva fornire alla lega la flotta necessaria per

una politica egemonica non esclusivamente continentale). La lega peloponnesiaca era

un’alleanza militare dal carattere originariamente difensivo, costituita sulla base di

accordi bilaterali di carattere paritario. I membri erano autonomi ma accettavano il

comando di Sparta che, a sua volta, si impegnava a soccorrerli in caso di aggressione.

L’obiettivo della lega era la difesa della libertà degli stati peloponnesiaci da ogni

minaccia esterna. Ogni membro disponeva di un voto nel sinedrio (assemblea degli

alleati); la procedura prevedeva che l’apella spartana, sentiti gli alleati, decidesse

autonomamente; la sua deliberazione veniva poi sottoposta al sinedrio della lega che

poteva approvarla o respingerla. Dalla lega del Peloponneso rimasero esclusi gli achei

(abitanti dell’Acaia). Nel 494, il re Cleomene I inflisse agli argivi una tremenda

sconfitta a Sepia, presso Tirinto; rinunciò ad attaccare la città, accontentandosi di

azzerarne il potenziale militare, allora gli argivi furono costretti a ovviare una crisi

demografica integrando nella comunità uomini di status inferiore. Da tale

provvedimento prese le mosse un processo di democratizzazione che portò Argo a

diventare il punto di riferimento delle forze antispartane nel Peloponneso. L’accordo

tra la democratica Argo e gli stati del Peloponneso centro-settentrionale che

conobbero a loro volta un’evoluzione democratica, l’Elide e l’Arcadia, fu per Sparta una

minaccia costante che minò la sua capacità di svolgere una politica a vasto raggio,

lontano dal Peloponneso.

I greci d’occidente

Il movimento coloniale aveva portato i greci in tutto il Mediterraneo occidentale: l’Italia

ionica e tirrenica, la Sicilia, l’Africa settentrionale, le coste della Gallia e dell’Iberia. La

tirannide siceliota ebbe una svolta con l’ascesa al potere di Ippocrate di Gela. Mostrò

subito un’inedita volontà di espansione a danno delle altre città siceliote e calcidesi;

Siracusa, se pur sconfitta, evitò la schiavitù consegnando la città di Camarina. Nelle

zone conquistate insediò dei vicari, nello specifico rifondò Camarina e vi insediò i

propri mercenari. I figli incontrarono l’opposizione degli aristocratici, ma Gelone, che

durante la tirannia di Ippocrate ricoprì la carica di ipparco (comandante della

cavalleria), se ne assunse la protezione, con l’appoggio dei mercenari e del popolo, e

inaugurò un governo personale dando il via alla dinastia dei Dinomenidi. In Italia

meridionale, le colonie achee ebbero una forte unità culturale ed economica che trovò

espressione nell’omogeneità della monetazione; Il concetto di Magna Grecia, che nella

sua complessità include elementi diversi, culturali, economici e politici, sembra far

riferimento proprio all’area di influenza achea. La colonia achea più antica, Sibari

(720), aveva un governo oligarchico ed era celebre per il lusso, fu madrepatria di

Posidonia e Metaponto. Nella seconda metà del VII secolo, alleata con Crotone e

Metaponto, si scontrò con Siri. Crotone, anch’essa oligarchica, si scontrò con Locri

Epizefiri, da cui fu però sconfitta. Quando, intorno al 530, giunse a Crotone Pitagora di

Samo, la comunità fu riorganizzata in base ai principi etico-politici che si rifacevano al

modello spartano. Taranto distrusse Sibari e divenne la più importante colonia greca

dell’Italia meridionale.

Il quinto secolo

Le guerre persiane: uno scontro di civiltà

La formazione dell’impero persiano si colloca nella seconda metà del VI secolo. Nel

550 Ciro il Grande, re dei persiani, sconfisse il re dei medi Astiage e conquistò la

capitale del suo regno; nel 546 annesse il regno di Creso, re di Lidia; nel 539 entrò a

Babilonia. Suo figlio Cambise portò a termine la conquista dell’Egitto. L’assestamento

definitivo dell’impero si ebbe con il re Dario I. La struttura era quella di un grande

impero sovranazionale, molto decentralizzato, in cui il sovrano delegava la propria

autorità a governanti locali, i satrapi. Proprio Dario divisi l’impero in 20 satrapie,

ognuna assicurava un certo gettito fiscale, rifornimenti e contingenti militari per

l’esercito e la flotta. Verso il 500, la Persia di Dario controllava l’intero bacino orientale

del Mediterraneo e la convivenza con i greci d’Asia minore e delle isole prospicienti

iniziò a farsi sottile. Ciro il Grande – Cambise – Dario I – Serse – Artaserse I – Serse II

La rivolta ionica

I greci d’Asia minore avevano convissuto felicemente con il regno di Lidia ma, dopo la

caduta di Sardi (capitale della Lidia) ad opera dei persiani, questi imposero agli ioni il

versamento del tributo, favorirono governi tirannici e richiesero contingenti militari; il

crescente malcontento trovò espressione nella rivolta ionica. La rivolta sarebbe il

frutto di una serie di fattori: il risveglio del sentimento nazionale greco, la

preoccupazione di Mileto per la crisi degli scambi commerciali con le sue colonie

dell’area del Mar Nero, l’intolleranza verso l’accresciuta pressione fiscale e il

risentimento verso i tiranni filopersiani. La rivolta prese le mosse dall’iniziativa di

Aristagora, genero di Istieo, consigliere di Dario. Quando Nasso si ribellò nel 502, i

governanti persiani dell’isola chiesero aiuto ad Aristagora ed egli assunse il controllo di

Nasso. Si alleò col satrapo di Lidia Artaferne che gli consegnò una flotta di navi. Ma

Aristagora litigò con l’ammiraglio Megabate che informò gli abitanti di Nasso

dell’arrivo della flotta. L’invasione fallì e, col tentativo di salvarsi dall’irritazione dei

persiani, cominciò a progettare un piano di rivolta con l’aiuto di Mileto e altre città

della Ionia. Aveva a Mileto il supporto della maggior parte dei cittadini e venne

stabilita una democrazia. Presto anche altre città e isole ioniche si ribellarono a loro

volta contro i persiani abbattendo le tirannie e istituendo democrazie, e dando così

inizio alla rivolta ionica. Nel 499 Aristagora, consapevole della necessità di ricevere

aiuti dalla madrepatria, si recò a Sparta, allora riconosciuta come prima città greca. Ma

Cleomene, saputo che il viaggio dal mare dalla Ionia alla corte del Gran Re richiedeva

tre mesi di marcia, rifiutò (come di consueto Sparta arretrava di fronte all’idea di

allontanarsi troppo e troppo a lungo dal Peloponneso). Allora si recò ad Atene e

ottenne venti navi. Determinante furono la comune origine ionica e l’odio contro i

tiranni. Nel 498 le città greche d’Asia, riunite in una lega con sede al Panionion

(località della costa microasiatica), ottennero alcuni successi. Riuscirono ad avanzare

fino a Sardi e a incendiarla ma nel 497 iniziò la vera risposta persiana: Cipro, Caria ed

Ellesponto che si erano uniti alla causa, furono riconquistati e Aristagora fuggì in

Tracia. Nel 494 i persiani avevano ormai ripreso il controllo della situazione. Quando la

flotta fenicia attaccò Mileto, le città greche della costa meridionale (Rodi e Alicarnasso)

fecero pace con la Persia. A Lade, di fronte a Mileto, i greci furono sconfitti in una

battaglia navale. Mileto fu presa e il santuario di Apollo a Didima dato alle fiamme.

La prima guerra persiana (492-490)

Dopo la fine della rivolta ionica, l’ateniese Milziade fu costretto a riparare in Atene. Nel

492 Mardonio fu inviato in Macedonia e in Tracia con l’intenzione di conquistarle ma fu

sconfitto; ma ancora nel 491, mentre le forze persiane si raccoglievano in Cilicia,

ambasciatori del re furono mandati in tutta la Grecia a chiedere ‘’acqua e terra’’, cioè

un atto di sottomissione. Molti risposero positivamente (gli abitanti delle isole,

compresa Egina, e altri). Atene e Sparta, invece, si opposero in un netto rifiuto,

uccidendo gli araldi. Nel 490 prese il via quella che si presentava come una spedizione

punitiva contro Atene ed Eretria, colpevoli di aver aiutato gli ioni ribelli, ma che aveva

certamente l’obiettivo di estendere il controllo persiano nell’Egeo. I persiani, guidati da

Artaferne, puntarono prima le Cicladi (conquistarono Nasso) e poi l’Eubea

distruggendo l’Eretria, allora giunsero in Attica sbarcando a Maratona. Milziade, eletto

stratego, convinse gli ateniesi a uscire dalla città e a farsi incontro ai nemici a

Maratona. La sproporzione delle forze a favore persiano non fermò Milziade che

attaccò battaglia: l’esercito greco sfondò ai lati e cedette al centro aggirando l’armata

persiana. La spedizione persiana fu un insuccesso parziale: Atene aveva resistito ma

Eretria era stata punita e Nasso e le Cicladi conquistate.

Tra le due guerre

Dopo il ritiro della flotta persiana, le Cicladi rimasero sotto il controllo della Persia. Il

conflitto tra Atene ed Egina, acuitosi con il medismo dell’isola, continuò in forma di

guerra aperta. Ma in questo decennio, interessanti sono le novità interne che

interessano Atene; ci fu la prima applicazione dell’ostracismo contro Ipparco di Carmi,

parente dei Pisistratidi e fu introdotto il sorteggio degli arconti, ciò comportò una

diminuzione dell’importanza della magistratura, che pure restava ancora appannaggio

delle prime due classi di censo, a vantaggio della strategia, che restò elettiva. Nel 483

Temistocle propose con la legge navale di impiegare i proventi delle miniere d’argento

del Laurion per la costruzione di una flotta; l’assemblea fu convinta e si avviò la

costruzione. Intanto, la corte persiana stava sempre più diventando un asilo per i greci

delusi dalle vicende nella madrepatria, vi si recarono membri della famiglia dei

Pisistratidi, l’ateniese Ippia, lo spartano Demarato e altri).

La seconda guerra persiana (480-479)

Dario morì e subentrò suo figlio Serse che ne condivise i piani. Nel 483 iniziarono i

lavori per la nuova spedizione; l’esercito avrebbe dovuto passare l’Ellesponto su un

ponte di barche e poi raggiungere la Grecia via terra attraverso la Tracia e la

Macedonia. Anche Serse chiese la sottomissione dei greci, tramite ambasciatori, prima

di iniziare la spedizione e la ottenne dai macedoni e da gran parte della Grecia centro-

settentrionale. Nel 480 passarono l’Ellesponto. I greci pronti a difendersi si riunirono a

Corinto con l’intenzione di organizzare la resistenza; si formò la Lega degli Hellanes

che comprendeva Sparta e Atene. Il comando fu affidato a Sparta. Nella primavera del

480 i tessali inviarono a Corinto ambasciatori, dichiarandosi disponibili a combattere

con i greci se la Tessaglia fosse stata inclusa nel piano di difesa. Ma una spedizione

verificò che il passo del monte Olimpo, che assicurava comunicazione tra Macedonia e

Tessaglia, non era difendibile, inoltre i tessali non furono considerati affidabili. I greci si

trovarono sin da subito in disaccordo sulla prima linea di difesa; i peloponnesiaci

intendevano attestarsi sull’Istmo di Corinto, Atene voleva tentare una difesa alle

Termopili (stretto passaggio tra il mare e le pendici del monte Eta che collegava la

Tessaglia con la Grecia centrale. Nell’agosto del 480 furono mandati opliti, tra i quali

300 spartiati, alle Termopili guidati dal re Leonida, né Sparta né altri peloponnesiaci

inviarono rinforzi per dimostrare che tentativi di difesa diversi dalla linea dell’Istmo

erano destinati all’insuccesso. Intanto la flotta greca si attestava al capo Artemisio,

sulla costa settentrionale dell’Eubea. All’avvicinarsi delle forze preponderanti dei

persiani, il grosso dei greci fu fatto rientrare; Leonida trattenne solo i 300 spartiati, i

700 tepsiesi (Tepsie) e il contingente dei tebani. Dopo tre giorni di resistenza, Leonida

fu accerchiato dai persiani che giunsero da un sentiero mostrato dal traditore Efiàlte.

Invece le navi greche riuscirono a contrastare facilmente la flotta persiana

all’Artemisio, infliggendole molte perdite e ritirandosi a Salamina. L’esercito persiano

dal passo delle Termopili dilagò nella Grecia centrale, raggiunge l’Attica e diede alle

fiamme l’acropoli di Atene. La popolazione ateniese, su consiglio di Temistocle, era già

stata evacuata. La decisione ateniese di combattere via mare fu, secondo Erodoto,

decisiva per la salvezza della Grecia. Si determinò, allora, un nuovo conflitto tra i greci

sul luogo in cui attaccare battaglia navale con i persiani. Alla fine, Temistocle ottenne

di combattere a Salamina. Alla fine di settembre del 480 la flotta greca costrinse

quella persiana a dare battaglia nello stretto braccio di mare tra Salamina e l’Attica;

nello scontro le vani persiane non poterono far valere la loro superiorità numerica, non

riuscendo a manovrare, vennero in gran parte distrutte. Ma Serse evidentemente

riteneva di poter ancora vincere in uno scontro via terra, dal momento che lasciò

Mardonio in Tessaglia. Questo invase nel 479 l’Attica, che fu nuovamente evacuata, e

gli spartani si concentrarono all’Istmo sotto il comando di Pausania, reggente in nome

del figlio minorenne del defunto Leonida. Mardonio, allora, si ritirò in Beozia e si

accampò nel territorio di Platea: qui 11.000 soldati greci si scontrarono contro 300.000

persiani. La morte di Mardonio sancì la vittoria dei greci che, sotto Pausania, travolsero

il nemico. Nel frattempo, a Capo Mìcale in Ionia, una flotta greca guidata dall’ateniese

Santippo e dal re spartano Leotichida, ebbe la meglio su quella persiana: le navi

furono date alle fiamme. Infine, dopo che Leotichida fece ritorno a Sparta, Lisippo,

insieme ai greci della Ionia, prese Sesto, ultima base persiana in Europa. Ciò che di

importante emerse dalle guerre persiane è un’embrionale coscienza panellenica che

consentì loro di superare i più accesi localismi.

Greci e barbari in occidente

Gelone, divenuto tiranno di Gela, si impadronì di Siracusa nel 485 e ne divenne

tiranno, lasciando Gela al fratello Ierone. In politica estera, Gelone stabilì un patto

Terone, tiranno di Agrigento. Terone attaccò e conquisto Imera cacciandone il tiranno

filopunico. La vicenda, secondo Erodoto, fu alla base dello scontro con Cartagine che

culminò con la battaglia di Imera del 480: il tiranno filopunico chiese, infatti, aiuto ai

cartaginesi contro Agrigento e Siracusa, sua alleata. La vittoria di Gelone e Terone

contro Amilcare a Imera restò nella memoria dei sicelioti come uno straordinario

successo che assicurò alla Sicilia decenni di pace e sicurezza. Cosa più importante, si

diffuse l’idea che la tirannide fosse necessaria per organizzare un’efficace resistenza

anticartaginese in Sicilia. Sicelioti: greci di Sicilia. A Gelone successe Ierone, il fratello.

Questo, come il fratello, dedicò attenzione alla lotta contro i barbari a favore della

grecità, ma il suo obiettivo non erano i cartaginesi, bensì gli etruschi. Gli etruschi

minacciavano la città campana di Cuma che chiese aiuto a Siracusa che sconfisse gli

etruschi sul mare nel 474. A Ierone successe Trasibulo che, dovendo ritirarsi a Locri

perché in contrasto coi siracusani, pose fine alla dinastia dei Dinomenidi.

Atene e Sparta

Secondo Tucidide gli Ioni d’Asia, liberati dal giogo persiano chiesero agli ateniesi di

diventare loro egemoni. Sparta rinunciò all’impegno nell’Egeo; essi erano del tutto

disinteressati alla continuazione della guerra contro la Persia, che avrebbe costretto

Sparta ad impegnarsi in un settore operativo lontano dal Peloponneso, a tutela di

interessi a loro estranei. Non volevano che i loro concittadini entrassero in contatto

con il mondo esterno, con il rischio di destabilizzare un già precario sistema sociale, in

più, volevano evitare di impegnarsi militarmente lontano dalla patria. Si venne così a

formare un equilibrio basato sul bipolarismo, che dipendeva dalla spartizione delle

sfere di influenza sulla base della vocazione continentale di Sparta, potenza oplitica, e

di quella marinara di Atene, potenza navale.

La lega delio-attica

Lo strumento principale dell’egemonia ateniese fu la lega navale istituita nel 478. Lega

delio-attica in quanto l’egemone era Atene e la sede nell’isola di Delo. Si trattava di

un’alleanza militare difensiva, nata dalla volontà di continuare la guerra contro la

Persia (gli Ioni, se pur liberi, erano comunque minacciati dalla presenza persiana in

Asia). Piano piano però, l’autonomia degli alleati iniziò ad essere minata e Atene iniziò

ad accentrare nelle proprie mani tutto il potere; un elemento lampante fu lo

spostamento in casa ateniese della cassa della lega con il conseguente uso delle

risorse comuni per gli interessi ateniesi.

La pentecontetia

Questo è il termine con cui Tucidide chiama i circa cinquant’anni compresi tra il 478 e

il 431, tra la presa di Sesto e l’inizio della guerra del Peloponneso. Tra il 471 e il 462 ad

Atene l’uomo più importante era Cimone; sotto di lui la lega delio-attica riprese in

grande stile la sua attività contro la Persia collezionando una serie di piccola

conquiste. L’ultima missione di Cimone fu la repressione di una rivolta scoppiata

sull’isola di Taso. Al suo ritorno fu messo sotto processo da diversi avversari, tra i quali

il giovane Pericle, per aver ricevuto denaro da Alessandro, re di Macedonia; il re, che

aveva sostenuto i tasi ribelli, avrebbe ottenuto in cambio che Cimone non attaccasse

la Macedonia. Fu assolto ma la frattura con i democratici non si sanò. Nel 464 Sparta

chiese aiuto ad Atene a causa di ribelli asserragliati nella fortezza del monte Itome.

Atene, mossa da Cimone (Efialte espresse parere contrario), intraprese la spedizione di

soccorso; dal momento l’intervento non risultò risolutivo, Sparta dichiarò di non

averne più bisogno. Sparta si preoccupò che gli ateniesi potessero serbare qualche

sorpresa. L’episodio evidenzia il clima di sospetto sorto tra potenze dal carattere

profondamente diverso, l’una statica e tradizionalista, l’altra intensamente dinamica e

innovativa. Cimone cadde nel consenso, fu ostracizzato e aprì la strada ad Efialte che

nel 462 pose fine al governo dell’areopago. Dopo un primo momento di nuove ostilità,

Atene e Persia si attennero a un tacito accordo di non interferenza, che la tradizione

ateniese ricorda come pace di Callia, datata 449. Ma la fine della guerra ebbe una

grave conseguenza: svuotò di significato la lega delio-attica, continuazione ideale

della lega degli Hellanes, riducendola agli occhi degli stessi a uno strumento di

oppressione imperialistica. In Grecia la svolta politica del 462 determinò una grave

destabilizzazione, aprendo un periodo che potremmo chiamare di ‘’guerra fredda’’:

una serie di guerre locali fra blocco peloponnesiaco e blocco ateniese si trascinò fino al

446, quando il concreto rischio di un conflitto globale indusse le parti a riproporre un

equilibrio basato sulla divisione delle sfere di influenza. Subito dopo la rottura tra

Sparta e Atene, Megara, attaccata da Corinto, passò agli ateniesi che occuparono i

porti megaresi, da questo momento, secondo Tucidide, i corinzi svilupparono quell’odio

che sarà uno dei fattori scatenanti della guerra del Peloponneso.

La seconda guerra sacra: 448-446. I peloponnesiaci, guidati dagli spartani,

intervennero in appoggio alla Doride, contro i focesi che l’attaccavano. Questi furono

costretti alla ritirata, ma i peloponnesiaci intervennero anche sul santuario di Delfi,

cercando di assumerne il controllo. Dal 462, infatti, era sotto il controllo dei focesi

(appoggiati dagli ateniesi). La coalizione comprendente Atene, Argo e Tessaglia si

scontrò con gli spartani e i loro alleati in Beozia, a Tànagra, nel 457: Sparta ebbe la

meglio. Due mesi dopo gli ateniesi ebbero una rivincita che permise loro di recuperare

il controllo della Grecia centrale, a Enofita: Delfi tornò ai focesi.

Fu conclusa da Sparta e Atene una pace trentennale nel 446.

La riforma democratica di Efialte

Consistette nel sottrarre all’areopago tutte quelle competenze aggiunte che il consiglio

aveva accumulato in materia di controllo della vita politica e costituzionale e che gli

consentivano di essere ‘’guardiano della politeia/costituzione’’. Le competenze furono

limitate alla giurisdizione sui delitti di sangue e a poche altre questioni di natura

religioso-sacrale (purificazione dell’areopago, tornare alla configurazione tradizionale).

Pericle e la democrazia reale

Pericle. Figlio di Santippo e di Agariste, nipote di Clistene, apparteneva per padre alla

famiglia dei Buzigi, per parte di madre a quella degli Alcmenoidi. Fu il successore di

Efialte alla guida dei democratici e godette di ampio consenso popolare, fu eletto

stratego per ben quindici volte. Tucidide spiega le ragioni di questo consenso: <<forte

della sua dignità familiare e della sua intelligenza, chiaramente incorruttibile al

denaro, sapeva controllare il popolo senza limitarne la libertà, e non era da lui guidato

più di quanto egli stesso non lo guidasse>>. All’iniziativa di Pericle è attribuita

l’introduzione del misthòs, la retribuzione delle cariche pubbliche. Nello stesso

periodo, 457, l’accesso all’arcontato fu esteso ai membri della terza classe soloniana

degli zeugìti. Non è, invece, sicura l’istituzione già da parte di Pericle del fondo che

consentiva agli ateniesi di accedere gratuitamente agli spettacoli teatrali e che

mostrava l’interesse pubblico alla formazione culturale di quel demos di cui si favoriva

la partecipazione politica (tanto più che il teatro tragico e comico greco affrontava,

accanto ai temi universali, anche temi legati alla quotidiana esperienza politica degli

ateniesi). Tutti i cittadini erano chiamati, nella democrazia ateniese, all’assunzione

delle responsabilità di governo. Tali responsabilità comportano il rivestimento delle

magistrature, la partecipazione all’assemblea e l’esercizio del potere giudiziario nei

tribunali. Al problema del sistema del sorteggio, osteggiato per presunta indifferenza

nei confronti delle cariche pubbliche, Atene rispondeva avvalorando la propria

prospettiva meritocratica: il sistema della designazione per elezione rimase in vigore

per quelle magistrature che richiedevano una sicura competenza, come la strategia.

Ma all’assunzione di quelle responsabilità di governo che non richiedevano

competenze tecniche il cittadino era qualificato, secondo il parere democratico, dalla

sua stessa qualità di polìtes. L’organo principale era l’assemblea popolare (ekklesia),

formata da cittadini superiori ai vent’anni, era lo sviluppo dell’originaria assemblea del

popolo in armi, ed era presente, quindi, anche in realtà non democratiche come Sparta

(apella). Ma il vero carattere democratico di Atene si esplicita nel diritto di discutere le

proposte che venivano portate davanti all’assemblea dalla boulé. Il cittadino ateniese,

così, non solo godeva del diritto di voto, ma anche del diritto di parola, che non veniva

riconosciuto ai membri delle assemblee non democratiche. Le critiche principali rivolte

al sistema democratico, erano legate alla convinzione che per partecipare al governo

dello stato occorresse essere qualificati dalla nascita, dalla ricchezza o dalla

formazione culturale. Uno sviluppo particolare alla discussione tra democratici ed

antidemocratici, l’ebbe la convinzione della necessità del rapporto tra democrazia ed

imperialismo, finalizzato, soprattutto a coprire i costi della democrazia. La polemica

contro la città democratica mantenuta dal tributo degli alleati fu il cavallo di battaglia

dell’opposizione a Pericle, che rispose che i contributi servivano da una parte a

retribuire il popolo, dall’altra ad abbellire di statue e templi Atene. L’attività edilizia

promossa da Pericle toccò, infatti, grandi lavori come il restauro dell’acropoli, poi il

tempio di Atena, costruito da Ictino e Callicrate tra il 447 e il 438, di cui Fidia fu autore

della decorazione e della statua crisoelefantina della dea. L’opposizione a Pericle prese

il volto di Tucidide di Melesia, parente di Cimone, e s’incentrò, appunto,

sull’illegittimità dell’uso dei tributi per i bisogni di Atene. Tucidide divenne impopolare

e fu ostracizzato nel 443, il partito d’opposizione sciolto. Nel 451, Pericle fece votare

una legge che limitava l’accesso alla cittadinanza di pieno diritto ai figli di padre e di

madre ateniesi, escludendone i nati da matrimoni con stranieri. La legge può

rimandare a motivazioni ideali, come la volontà di preservare la purezza etnica del

corpo civico, o più pratiche, come il bisogno di fronteggiare una crescita demografica o

la volontà di colpire le partiche aristocratiche (era loro uso contrarre matrimonio con

aristocratici stranieri). In ogni caso, mette in evidenza la progressiva chiusura della

democrazia, che, quanto più offriva ai propri cittadini il pieno godimento dei diritti e

dei privilegi connessi al loro status, tanto più tentava di limitarne la possibilità di

fruizione. Detto questo, in tutte le poleis, stranieri, donne e schiavi non avevano diritto

di cittadinanza, se pur residenti. Ad Atene la donna libera e cittadina era definita dal

matrimonio – nel quale svolgeva un ruolo passivo –, dalla procreazione – obiettivo la

generazione di figli legittimi –, e dal lavoro domestico. Viveva segregata nell’oikos,

fuori da ogni dimensione politica, la donna aveva il ruolo unico di trasmissione della

cittadinanza.

La guerra del Peloponneso (431-405)

Durante il cinquantennio di guerra strisciante, spesso si era fiorato il conflitto globale,

ma rispetto delle sfere d’influenza reciproca lo evitò. Ma, a partire dal 435, la

situazione degenerò per i casi di Corcira, Potidèa e per il blocco di Megara:

Corcira; Epidamno, colonia corcirese, divenne una città democratica, gli aristocratici

esiliati chiesero aiuto a Corcira, gli epidamni a Corinto. Corcira, alleata di Atene, fa

mettere sotto assedio navale la città e Corinto risponde. Il primo scontro fu a favore

dei corciresi ma la battaglia risolutiva, alle isole Sìbota, fu vinta dai corinzi. Tuttavia, gli

ateniesi impedirono ai corinzi lo sbarco a Corcira, vanificando di fatto la vittoria.

L’intervento di Atene fu ritenuto dai peloponnesiaci una violazione del trattato di pace.

Potidèa: Città nella Calcidica. La città entrò nella lega di Atene, ma mantenne una

certa dipendenza dalla madrepatria Corinto che ogni anno mandava suoi magistrati

detti epidemiurghi. Nel 432 Potidea si ribellò all’alleanza ateniese e si unì ai corinzi; ne

seguì una spedizione ateniese, che sconfisse i pontidesi in un’accanita battaglia, e un

memorabile assedio alla città che dovette arrendersi nel secondo anno della guerra

del Peloponneso.

Il blocco di Megara: i corinzi chiesero, nel 432, una riunione della lega, durante la

quale accusarono gli ateniesi di aver violato il trattato. Furono sostenuti dai megaresi,

che denunciavano di essere impediti di accedere ai porti dell’impero ateniese e al

mercato dell’Attica. I megaresi furono certamente colpiti in quanto amici dei corinzi, fu

un colpo duro, l’embargo (interruzione relazioni economiche tra stato e stato), per una

città che viveva di commerci, era rovinoso.

Nel dibattito del 432, gli ateniesi invitano gli spartani a cercare un accordo diplomatico

e a non lasciarsi influenzare da opinioni e accuse altrui. L’assemblea spartana, però, si

espresse favorevole alla guerra, convenendo che gli ateniesi avevano violato il trattato

(ovviamente temevano la crescita della potenza ateniese). In realtà, anche Pericle era

determinato a combattere una guerra diventata ormai inevitabile, il suo fu un

tentativo di prendere tempo.

La guerra archidamica (431-421)

La guerra archidamica è la prima fase della guerra del Peloponneso, dal nome del re

spartano Archidamo. Con Sparta stavano tutti i peloponnesiaci, tranne Argo e gli achei,

poi i megaresi, i beoti, i locresi, i focesi e le colonie corinzie di Ambracia, Leucade e

Anattaro: coalizione forte in terra che poteva contare solo sulla flotta corinzia. Con

Atene erano i chii, i lesbi e tutte le città della Ionia, della Tracia e dell’Ellesponto, gli

isolani tranne Tera e Melo, i platèesi, i messeni, gli acarnani, i tessali, Corcira e

Zacinto: coalizione superiore via mare. L’iniziale strategia spartana consisteva, sotto

coniglio dei corinzi, in una serie di invasioni periodiche, perché in una guerra di

logoramento Atene avrebbe avuto la meglio. Gli ateniesi, infatti, erano tutti

asserragliati dentro le mura e non uscivano per combattere. Nel 430 intervenne un

fatto nuovo; dall’Etiopia giunse ad Atene la peste. Pericle morì ammalato e i suoi

successori furono Cleone e poi Nicia. Nel 427 caddero Platea e Mitilene (che già si era

ribellata ad Atene appoggiando gli spartani). Sempre nel 427 scoppiò a Corcira una

guerra civile tra democratici filoateniesi e oligarchici filospartani e filocorinzi; alla fine i

primi ebbero la meglio. L’intervento a Corcira si inseriva ancora una volta nella linea

anticorinzia; lo stesso si può dire della cosiddetta prima spedizione in Sicilia, condotta

nel 427, approfittando degli scontri tra Siracusa e le città calcidesi di Reggio e

Leontini. Atene aveva interesse ad alimentare questo conflitto, per evitare che gli i

siracusani rifornissero di forze Sparta. La spedizione fu una disfatta; la minaccia

dell’imperialismo ateniese animò il senso di una coscienza comune tra i sicelioti che,

sotto un unico nome, si schierarono a difesa della propria libertà. La pace di Gela

costrinse gli ateniesi alla ritirata. Nel 424 Sparta prese, grazie al generale Bràsida,

l’importante iniziativa di portare la guerra contro Atene in Tracia: una scelta

inconsueta per Sparta. Il generale Brasida, passata la Tessaglia, attaccò e prese

Anfipoli, questo provocò la defezione dei calcidesi, attratti dall’autonomia a fronte

della servitù imposta dagli ateniesi. Nel 422 Cleone tentò di riprendere Anfipoli e lui e

Brasida persero la vita. Allora il partito della pace, sostenuto a Sparta dal re

Pleistonatte e ad Atene da Nicia, ne approfittò per aprire le trattative: alla tregua

erano interessati tanto gli spartani (preoccupati dal fallimento della strategia delle

invasioni periodiche) quanto gli ateniesi (la perdita di Anfipoli e Calcidica fu un grave

colpo). Nel 421 si chiuse la pace di Nicia, il principio fu il ristabilimento dello status quo

ante. Seguì un trattato di alleanza bilaterale che riproponeva la vecchia logica del

bipolarismo.

Le Lunghe mura: mura che collegavano Atene con i suoi porti, il Pireo e il Falèro.

Dalla pace di Nicia alla spedizione in Sicilia: Alcibiade

Nonostante la pace, alcuni impegni non furono rispettati, ad esempio Anfipoli non fu

restituita alla coalizione peloponnesiaca e questo, insieme ad altri fattori a loro detta

sfavorevoli, esacerbò lo stato d’animo degli alleati spartani. Le relazioni tra Atene e

Sparta iniziarono a degenerare proprio a causa delle restituzioni, ad Atene riprese

vigore il partito della guerra mosso da Alcibiade, parente di Pericle. Promosse con

successo le alleanze di argivi, mantineesi ed elei (Elea nell’Elide) con Atene. Nel 418, a

Mantinea, gli spartani e i loro alleati si scontrarono con la coalizione guidata dagli

ateniesi e la sconfissero, tra Sparta e Argo nacque un’intesa che durò per l’intera

guerra. Nel 416 la città di Segesta richiese l’intervento ateniese contro Selinunte e

Siracusa (Sparta) e Alcibiade riuscì a farsi concedere la spedizione. Mentre si

procedeva ai preparativi, una notte vennero mutilate le Erme, colonnine raffiguranti il

dio Ermes che si trovavano in diversi luoghi di Atene. L’episodio sembrò subito un

cattivo auspicio per la spedizione e il primo accusato fu proprio Alcibiade; la sua

tendenza alla trasgressione la sua ambizione contribuirono a renderlo sospetto di

cospirazione antidemocratica e di aspirazione alla tirannide. Comunque, nel 415 la

flotta raggiunse Catania, poco tempo dopo arrivò in città la nave di Salamina,

incaricata di riportare Alcibiade ad Atene per essere giudicato. La nave di Alcibiade

seguì Salamina fino a Turi, poi fece perdere le sue tracce e si recò a Sparta. Gli ateniesi

lo condannarono a morte in contumacia (la situazione della parte chiamata in causa

che non si presenta in giudizio). Alcibiade fu spinto a Sparta dal risentimento per non

aver ottenuto in patria il riconoscimento che si aspettava, incarna proprio quel tipo di

politico dell’età postpericlea che, secondo Tucidide, anteponeva ambizioni e dissensi

personali, al bene comune. Intanto la spedizione era rimasta nelle mani di Nicia e di

Lèmaco, Siracusa fu presa d’assedio nel 414. Morto Lemaco, la situazione degenerò

nonostante l’arrivo dei rinforzi guidati da Demostene. I siracusani ebbero la meglio:

Demostene si arrese e Nicia fu sconfitto.

La guerra deceleica o ionica (413-405)

Dall’occupazione spartana di Decelèa. Alcibiade, intanto, fuggì anche da Sparta per

dei dissensi e si rifugiò presso il re Tissaferne (satrapo di Lidia e Caria), tentava di

danneggiare gli spartani per conquistare il richiamo in patria. Nel 412 la flotta ateniese

si trovava presso Samo, rimasta fedele e divenuta base per le operazioni nell’Egeo.

Alcibiade contattò gli antidemocratici ateniesi e promise di procurare ad Atene

l’appoggio del re Tissaferne e il suo denaro, Atene avrebbe dovuto instaurare un

regime non democratico. Pisandro fu inviato da Samo ad Atene per trattare la

questione. Diede, allora, avvio al colpo di stato appoggiato dalle eterie oligarchiche

che portò, nella primavera del 411, alla caduta della democrazia. L’ambasceria presso

Tissaferne andò a vuoto e Pisandro interruppe i contatti con Alcibiade. Si instaurò la

boulé dei Quattrocento, che governò con la forza. A distanza di quattro mesi furono

abbattuti da Teràmene che instaurò l’assemblea dei Cinquemila che, a sua volta, dopo

aver eliminato i principali esponenti dei 400, restaurò nel 409 la democrazia. Una

svolta importante verso Sparta si ebbe con l’arrivo di Lisandro, navarco (capo della

flotta) spartano. Nel 406 venne inviato come successore di Lisandro (secondo la

costituzione spartana, la navarchia non poteva essere iterata) Callicràtida che alienò

Ciro e incrinò i rapporti che Lisandro aveva stabilito con le città dell’Asia minore. Nel

406, alle isole Arginuse, gli ateniesi sconfissero la flotta di Callicratida. A causa di una

tempesta non fu possibile raccogliere i naufraghi; ciò scatenò una campagna in Atene

contro gli strateghi, che furono deposti dalla carica, sottoposti a processo per

tradimento e giudicati con una procedura irregolare, nonostante le opposizioni di

autorevoli voci (Socrate), gli imputati furono condannati e giustiziati. L’emotività del

popolo fu sollecitata con spregiudicate tecniche demagogiche. Secondo Senofonte,

alla regia c’era Teramene che non era stato rieletto stratego. Nel 405 Lisandro fu

nuovamente inviato nell’Egeo come luogotenente di Araco (una finzione giuridica che

si proponeva di aggirare il divieto di iterazione della navarchia). Nell’estate del 405

Lisandro colse alla sprovvista la flotta ateniese ad Egospòtami; Lisandro ottenne una

grande vittoria che fu celebrata a Delfi con un grandioso donario, il cosiddetto

monumento dei navarchi. L’impero ateniese crollò, solamente Samo restò fedele ad

Atene ottenendone un trattato di isopoliteia (scambio bilaterale dei diritti di

cittadinanza). Atene si trovò presto assediata per terra dai re Pausania II e Agide e per

mare da Lisandro senza più navi, alleati e grano. A questo punto Teramene si presentò

in assemblea promettendo, se lo avessero inviato da Lisandro che nel frattempo era

andato ad assediare Samo, di ottenere buone condizioni. Tornò con condizioni

comunque durissime: abbattere le Lunghe Mura, consegnare le navi tranne 12,

sottoscrivere un’alleanza offensiva e difensiva con Sparta. Nel 404 Atene capitolò,

Lisandro entrò nel Pireo e le Mura furono distrutte al suono del flauto.

Il quarto secolo

Dopo la vittoria spartana, Atene sarebbe stata costretta ad abbandonare la

democrazia e a designare un collegio di trenta membri tra i quali lo stesso Teramene. I

Trenta, tuttavia, trascurarono il mandato ricevuto instaurando un’oligarchia la cui

durezza meritò ai suoi esponenti il nome di trenta tiranni: essi inaugurarono un clima

di terrore, che colpì i cittadini democratici che si distinguevano per ricchezza, nascita e

reputazione, con lo scopo di redimere eventuali opposizioni e assicurarsi ricchezze. Il

governo durò circa un anno e la crisi fu avviata ancora da Teramene; si dissociò dai

comportamenti tirannici ispirati da Crizia perché, tutt’altro che umanamente sensibile,

preoccupato della caduta del regime oligarchico. Teramene e Crizia si affrontarono

davanti alla boulé. Crizia, irregolarmente, lo condannò a morte. Fu costretto a bere la

cicuta e morì brindando alla salute di Crizia. Intanto Trasibulo (nell’ultima fase della

guerra del Peloponneso fu uno dei capi della parte democratica), già esiliato dal

governo dei Trenta e rifugiatosi a Tebe dove radunò e organizzò il partito degli

oppositori democratici al regime di Crizia, nel 403 guidò la riscossa militare e politica

della fazione democratica e, sconfitti i Trenta questi passarono il potere a un collegio di

Dieci che chiese l’aiuto di Sparta. Lisandro si apprestava ad intervenire ma il re

Pausania II (re di Sparta), in odio a Lisandro di cui non condivideva le ambizioni di

potere, giunse lui stesso in Attica alla testa dell’esercito spartano e delle truppe della

Lega peloponnesiaca, e fece da mediatore tra le due parti, i democratici di Trasibulo e i

sostenitori dell’oligarchia. Sempre nel 403, Trasibulo e i suoi rientrarono ad Atene e

restaurarono la democrazia, impegnandosi a mantenere l’alleanza con Sparta e a

concedere l’amnistia ai cittadini compromessi con i Trenta. Tuttavia, dopo il ritorno

della democrazia ci furono processi e condanne a morte, come quella di Socrate: uno

dei più grandi errori giudiziari della democrazia ateniese; nel 399 il filosofo, percepito

come uno dei sofisti e come il cattivo maestro che aveva prodotto uomini del genere

di Crizia e di Alcibiade, venne colpito dall’accusa di corrompere i giovani e di non

onorare gli dei della città. Allora Socrate smaccò Atene quando riconobbe

espressamente i superiori diritti della polis e rifiutò di sottrarsi all’ingiusta condanna a

morte.

La guerra corinzia

Beoti e corinzi erano stati nel V secolo tra i più fedeli alleati di Sparta. Subito dopo la

vittoria e l’inizio dell’imperialismo condotto da Lisandro, che sfruttava la vittoria a

favore solo degli spartani, gli alleati manifestarono un malcontento che si espresse nel

rifiuto di entrambi di partecipare alla spedizione contro i democratici ateniesi richiesta

dai Dieci. Di questo malcontento approfittò la Persia: dalle vicende della guerra

deceleica i persiani avevano appreso quanto fosse utile per loro dividere il mondo

greco e tenerlo impegnato in lotte intestine (la Persia fu decisiva per la vittoria

spartana); allora inviò in Grecia Timocrate col denaro necessario per indurre Corinto,

Tebe ed Argo a far guerra a Sparta. Nel 395 un conflitto tra focesi e locresi provocò

l’intervento tebano a favore dei locresi e l’attacco spartano alla Beozia, Tebe chiese e

ottenne l’appoggio di Atene. Lisandro, in Beozia fece defezionare dalla lega beotica

Orcomeno e tentò la stessa cosa ma fallì con Aliarto. Prima di attaccare, Lisandro

avrebbe dovuto attendere l’arrivo di Pausania II, non lo fece e incappò in una sconfitta

contro Tebe nel 395 (battaglia di Aliarto). Pasuania II una volta giunto in Beozia, vide

gli ateniesi e preferì stipulare una pace, al suo ritorno fu messo sotto processo e,

quindi, scappo in Arcadia. Le città coalizzate contro Sparta costituirono un sinedrio

comune (Tebe, Corinto, Argo e Atene) con sede a Corinto. Ebbe inizio la guerra corinzia

che terminò nel 387 con la stipulazione di una pace.

Agesilao II: re di Sparta. Nel 396 salpò per l’Asia minore su consiglio di Lisandro che

pensava che i persiani stessero preparando una potente flotta da guerra; la spedizione

fu presentata come una guerra di liberazione dei greci d’Asia ma in realtà si trattava di

un tentativo di rafforzare l’egemonia di Sparta sul mare Egeo.

Le fasi della guerra; la coalizione antispartana fu sconfitta una prima volta a Nemèa,

nel medesimo anno Agesilao fu richiamato dall’Asia e sconfisse gli alleati a Coronea in

Beozia. Un terzo scontro, di esito opposto, si verificò a Cnido, in Asia minore: l’ateniese

Conone (che, fuggito a Cipro dopo la battaglia di Egospotami, combatteva per i

persiani in Asia) al comando di una flotta persiana sconfisse gli spartani. Tale vittoria

segnò la fine della talassocrazia spartana. Intanto il generale Ificrate (Atene), con i

cosiddetti peltasti, soldati armati alla leggera, otteneva successi nei dintorni di

Corinto, base della coalizione antispartana. Qui i democratici avevano espulso gli

oligarchici filospartani e avevano realizzato un accordo di isopoliteia con Argo. La

difficoltà che Sparta incontrava per terra e per mare, li indusse a cercare un accordo

con la Persia nel 392. Le trattative si svolsero a Sardi, presero parte anche gli ateniesi,

i beoti, gli argivi e i corinzi e avevano, come obiettivo comune, la fine della guerra di

Corinto. Non si arrivò a una soluzione, ma Tiribazio, satrapo della Lidia, iniziò a

finanziare segretamente Sparta. Questo terminò quando Tribazio fu richiamato a Susa

e al suo posto arrivò Struta, filoateniese.

La pace comune del 387: l’autonomia come principio di convivenza internazionale

Il re Artaserse invitò i greci ad ascoltare le condizioni di pace, che prese il nome di

pace del Re. Si trattava di una pace comune tra tutti i greci, sanciva il principio

dell’autonomia come criterio di convivenza internazionale. L’applicazione di questo

principio era tutelata da un garante, il re di Persia, che si impegnava a intervenire con

la forza contro i violatori. Per quanto riguarda le spartizioni: le città d’Asia minore e le

isole Cipro e Clazòmene al re, le altre città greche autonome (a parte Lemno, Imbro e

Sciro che, come in antico, appartengono agli ateniesi). Ma nel 382, a cinque anni dalla

pace, Sparta ne violò apertamente i fondamenti occupando la Cadmèa, la rocca di

Tebe. Nel 379, però, un gruppo di cittadini che aveva riunito gli esuli democratici che si

trovavano ad Atene, guidati da Pelopida, entrarono a Tebe di notte, uccisero i capi del

governo filospartano, chiamarono il popolo alle armi ed espulsero la guarnigione

spartana. Tutto questo fu possibile grazie all’aiuto di Atene che ricambiò il sostegno

offerto dai tebani a Trasibulo nel 403. La lega beotica su rifondata.

La seconda lega ateniese

La seconda lega ateniese nasce dai rapporti intessuti da Atene, nei primi anni del IV

secolo, con città e isole dell’Egeo. Notizie specifiche vengono dal decreto di Aristotele

del 377, dal nome del proponente. Il decreto, proprio perché Atene doveva dimostrare

di voler ripudiare la propria tradizione imperialistica, precisa dettagliatamente cosa si

intenda per ‘’libertà e autonomia’’; restare liberi ed autonomi, quindi governarsi con la

costituzione che si vuole senza ricevere guarnigioni né governatori né pagare tributi. Il

successo dell’iniziativa ateniese è dimostrato dal numero di città che vi aderirono:

circa 70. Atene pose fine all’imperialismo spartano, riacquistò potere e assicurò la lotta

alla pirateria. La lega, tuttavia, degenerò nella guerra egli alleati tra il 357 e il 355.

Atene avrebbe rispettato il decreto, ma alcuni alleati avrebbero perso interesse per la

causa e giudicato il finanziamento della lega un’inutile imposizione. La svolta sembra

identificarsi con l’alleanza tra Sparta e Atene nel 370 dopo la battaglia di Leuttra e la

fine dell’egemonia spartana, dal momento che la lega era nata in nome di un forte

carattere antispartano, ora svuotato di significato. La guerra si aprì nel 557 quando

Chio, Rodi, Cos e Bisanzio si ribellarono, probabilmente per dissensi sui contributi

finanziari. Atene subì due gravi sconfitte e fu costretta a concedere una pace che

riconosceva la secessione dei ribelli e degli alleati. Dopo la guerra, la lega restò attiva

per qualche tempo se pur notevolmente indebolita, per poi sciogliersi definitivamente

con la battaglia di Cheronea del 338.

La battaglia di Leuttra: fu combattuta in Beozia tra i tebani, guidati da Epaminonda, e

gli spartani, guidati da Cleòmbroto I, nel 371. Fu vinta dai tebani contro gli opliti

spartani e segnò il crollo del mito della potenza di Sparta. Antefatti: gli spartani

conquistarono Cadmea, Pelopida rovesciò il governo oligarchico, guerra beotica tra

Sparte e Tebe (alleata di Atene), la guerra si protrasse per otto anni, Atene uscì dal

conflitto nel 371 (congresso di Sparta del 371), l’intransigente beotarca (magistrato

della lega beotica con funzioni esecutive, militari e diplomatiche) Epaminonda

continuò e chiuse la guerra a Leuttra.

All’origine della vittoria tebana vi fu una fondamentale innovazione nell’arte militare

greca, che la tradizione attribuisce ad Epaminonda e all’altro grande condottiero

tebano Pelopida: la falange tebana o obliqua; integrava l’azione di fanteria e

cavalleria. Nella falange oplitica tradizionale (adottata dagli spartani), gli opliti erano

disposti su otto o dodici file orizzontali, e la sinistra attaccava la destra dell’avversario.

Nella falange tebana, invece, i soldati erano disposti su 50 file schierate in obliquo, in

modo da concentrare la massima forza d’urto nell’ala sinistra, appoggiata nell’azione

dalla cavalleria, che operava in modo da prendere il nemico alle spalle. Questa tecnica

fu poi appresa da Filippo II di Macedonia e verrà portata al suo massimo sviluppo da

Alessandro Magno con la falange macedone.

Epaminonda e il Peloponneso (post Leuttra)

Epaminonda si impegnò, in particolare nel Peloponneso, a sostegno dei popoli

finalmente liberati dal giogo persiano; suo intento era di organizzare stabilmente il

Peloponneso in funzione antispartana, incoraggiando lo sviluppo del federalismo

democratico. Nel 370 ci fu la prima spedizione nel Peloponneso conseguente a

un’alleanza difensiva tra Tebe, gli arcadi, gli argivi e gli elei. Epaminonda devastò la


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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sassaiola5_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Vattuone Riccardo.

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