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Capitolo 1 – La formazione della civiltà greca

1. Preistoria e protostoria

Le prime tracce di presenza umana in Grecia risalgono a 40.000 anni prima di Cristo (Paleolitico. Dal Nord, le

popolazioni seminomadi si spinsero fino all’Argolide, all’Eubea e alle isole, diventando sedentarie nel corso

del VII millennio. Si apre così il Neolitico, che in Grecia si situa tra il 6000 e il 3000: la popolazione si dedica

all’agricoltura e all’allevamento, compaiono la ceramica, strumenti di pietra levigata e i primi oggetti in

metallo (rame e oro) martellato. I siti più importanti sono nel Nord e nelle isole. I cambiamenti del Neolitico

furono probabilmente influenzati dai contatti (molto frequenti) con le popolazioni del Vicino Oriente e dei

Balcani, anche se in alcuni casi si ebbe un’evoluzione autoctona.

Il periodo che va dal 3500 al 1100 ca. è l’Età del Bronzo. Il Nord (Macedonia, Tessaglia) perde importanza

rispetto al Meridione e alle isole: le grandi civiltà di questo periodo, quella micenea e quella minoica, si

svilupparono rispettivamente nel Peloponneso e a Creta. Le reti di scambio si ampliano ulteriormente: la

ricerca dei metalli si spinge fino a Cipro, al Lazio, alla Spagna, alle isole britanniche, alla Sassonia e, a Oriente,

fino al Caucaso. Si sviluppano i centri definiti “proto-urbani” (villaggi circondati da mura) e diverse aree

regionali con caratteri culturali distinti, anche se gli elementi in comune rimangono numerosi.

2. La civiltà minoica

Verso il 2000, l’Egeo si divise in due aree che conobbero uno sviluppo diverso nei due secoli successivi: Creta

e le Cicladi videro un’espansione delle città (palazzi) e un intenso livello di scambi; il Peloponneso e la Grecia

continentale conobbero invece una forte regressione culturale.

Creta assunse un ruolo di primo piano nel periodo dei primi palazzi (Festo, Cnosso: 2000-1700), ma

soprattutto in quello dei secondi palazzi (1700-1450), apogeo della civiltà minoica. In questa fase, i palazzi

distrutti o da eventi naturali o da lotte interne, furono ricostruiti in forme più complesse e ad essi si

aggiunsero altri insediamenti (Mallia, Zakros, Haghia Triada).

La potenza egemone era Cnosso, la città del leggendario re Minosse. Secondo Tucidide (Storie, Archeologia),

egli fu il più antico possessore di una flotta e il primo “thalassokrator” (colonizza le isole, sconfigge i pirati…).

Anche se questa ricostruzione è modellata sull’Atene del V secolo, Creta aveva certamente un vasto raggio

di influenza.

Il sistema palaziale era una forma di organizzazione fortemente centralizzata: il palazzo non era solo la sede

del potere politico, ma svolgeva anche funzioni economiche (gestione e redistribuzione), religiose e culturali.

L’adozione di tale sistema era dovuta all’influenza del Vicino Oriente, ma anche alla necessità di gestire al

meglio la coltivazione della “triade mediterranea” (vite, ulivo, cereali).

I palazzi avevano strutture complesse (Labirinto): attorno a un grande cortile centrale, si raggruppavano

stanze di servizio, di abitazione e di ricevimento, sale di culto, teatri, magazzini, uffici, laboratori… Molti di

questi ambienti erano riccamente decorati. I palazzi erano circondati da un abitato e non avevano

fortificazioni.

Per la contabilità, si usavano i sigilli (ne sono stati ritrovati tantissimi), ma anche un sistema di scrittura

autoctono, scoperto da Arthur Evans. Abbiamo prima una scrittura “geroglifica” (ideogrammi), poi la

cosiddetta “Lineare A”, entrambe non decifrate. Intorno al 1450 invece compare la “Lineare B”, portata dai

Micenei che avevano conquistato l’isola.

Non sappiamo se si possa parlare (come Evans) di “teocrazia” minoica, con un re-sacerdote, ma sicuramente

la religione era un componente importante nella vita del palazzo: si trovano infatti ambienti, oggetti e

decorazioni dedicati al culto. La divinità principale era la Potnia (signora), affiancata da animali.

La centralizzazione favorisce la produzione artistica: ricordiamo la ceramica nello “stile di Kamares” (polipo

e altri motivi naturalistici), oltre a opere di metallurgia e oreficeria. Questi manufatti sono stati ritrovati in

Egitto, a Cipro, nelle isole dell’Egeo (a Tera, Rodi e Citera sono stati ritrovati dei veri e propri insediamenti

minoici, con tanto di palazzi) e sulle coste dell’Asia Minore: segno che la talassocrazia di cui parlava Tucidide

non era del tutto falsa.

3. La civiltà micenea

In Grecia il passaggio dal Bronzo antico al Bronzo medio (2000) non fu pacifico: molti villaggi furono distrutti

o abbandonati, scompaiono fortificazioni e magazzini, le sepolture e le ceramiche diventano più semplici.

Questi cambiamenti sono stati spesso attribuiti all’arrivo di popolazioni parlanti lingue indoeuropee (tra cui

un proto-greco), ma la storiografia più recente tende a interpretarli piuttosto come un’evoluzione endogena.

Certo, anche le migrazioni di queste popolazioni contribuirono al cambiamento.

Nonostante la regressione, continuano gli scambi con le isole, Creta, l’Anatolia e anche l’Europa continentale.

Gli influssi di queste aree contribuirono senz’altro alla nascita, tra 1750 e 1700, della civiltà micenea. Essa si

formò in Argolide (Argo, Tirinto, Micene) e Messenia, diffondendosi poi in Laconia, Attica e Beozia. Nel XVII

assunse una grande importanza Micene, caratterizzata dalle tombe “a pozzo” dell’élite guerriera (scoperte

da Heinrich Schliemann nel 1876, ci hanno restituito preziosi corredi, realizzati con materiali provenienti da

un’area estesa tra la Georgia e la Britannia).

L’ascesa dei Micenei è stata spiegata in vari modi: incursioni a Creta e contatti commerciali, invasioni di

popolazioni indoeuropee, sviluppo interno (triade mediterranea ecc.)? Tra il 1600 e il 1450 si formano vaste

comunità regionali, probabilmente a conduzione oligarchica (a questo periodo risalgono le tombe a tholos)

e fortemente centralizzata (palazzi). In campo religioso, le divinità autoctone (Zeus, Era, Atena, Artemide e

altre) si fondono a elementi minoici.

Nel corso del XV i Micenei iniziano a espandersi nell’Egeo, insediandosi a Creta e sostituendo i minoici nel

Mediterraneo Orientale, ma spingendosi anche nello Ionio e nel Basso Tirreno (ceramiche) in cerca di risorse

metallifere. L’apogeo della civiltà viene toccato tra il 1400 e il 1200, con le architetture palaziali di Micene,

Tirinto, Pilo, Atene, Tebe…

Dalle tavolette ritrovate capiamo (la Lineare B, adattamento della scrittura minoica al dialetto greco, fu

decifrata nel 1952 da Michael Ventris e John Chadwick) che i palazzi micenei ricoprivano gli stessi ruoli di

quelli minoici, anche se erano fortificati. Il cuore del palazzo era il megaron, sala di rappresentanza del wanax

(signore), e una struttura simile era riservata anche al lawagetas (capo militare). Sotto di loro c’erano

l’aristocrazia (hepetai, “compagni” del re), i funzionari (telestai), i cittadini (damos) e i servi (douloi).

Possiamo anche tracciare una carta politica della Grecia micenea. C’era l’Argolide, divisa nei due regni di

Micene e Tirinto; la Messenia con Pilo; l’Attica con Atene; la Beozia, divisa tra Tebe e Orcomeno; la Tessaglia,

con Iolco. Nel periodo di massimo splendore, la civiltà micenea esercitava un’influenza economica e culturale

che andava ben oltre questi confini (anche se non fondarono veri e propri insediamenti, i Micenei costruirono

però empori in Asia minore, Cipro, Egitto, Italia meridionale, Sardegna, penisola iberica…)

4. L’«età oscura» (1100-800 ca.)

Nel corso del XIII secolo i palazzi di Micene, Tirinto, Pilo e Tebe furono distrutti una prima volta, ricostruiti

distrutti nuovamente intorno al 1200. Di conseguenza, l’unità politica, economica e culturale che poggia sui

palazzi va in frantumi: intorno al 1100, il continente greco e le isole sono spopolati. Nel corso dell’XI secolo,

però, assistiamo a importanti cambiamenti: scompaiono le tombe a tholos, viene introdotta l’incinerazione,

in ceramica viene adottato lo stile geometrico, si passa dal bronzo al ferro (disponibile in Grecia). La Grecia

della “Dark Age” è caratterizzata da un sostanziale isolamento.

Si è parlato a lungo, sulla scia di Tucidide (I, 12, 3), di una “invasione dorica” poco successiva alla guerra di

Troia. Tuttavia, non è stato possibile collegare le innovazioni a una precisa identità dorica. Un’altra

spiegazione parla invece dei “Popoli del Mare”, che avevano colpito nello stesso periodo anche l’Egitto e il

regno ittita. Anche in questo caso, però, non si sono prove accreditate. Più accreditata è l’ipotesi legata a

cause naturali: terremoti, incendi e carestie, che avrebbero messo in crisi l’economia palaziale. Forse è in

questo contesto che ebbe luogo uno spostamento di popolazioni (vedi i “nostoi”).

Quali che siano le cause, dalla fine del XII secolo l’economia palaziale entra in crisi, la pastorizia diventa la

principale risorsa e così la popolazione si disperde sul territorio, creando un assetto regionalista (“basileis” in

concorrenza tra loro). Terminano i viaggi, si perdono le tecniche architettoniche e la scrittura.

Tuttavia, alcune forme di spostamento e di scambio continuarono anche durante i secoli oscuri e furono il

germe per la straordinaria fioritura iniziata nell’VIII secolo. Intorno al 1000 inizia la “migrazione ionica” che

porta gli abitanti dell’Attica e dell’Eubea a colonizzare la Ionia (Dodecapoli). Contemporaneamente, gli Eoli

(come si definirono gli abitanti della Beozia e della Tessaglia) colonizzarono il Nord dell’Anatolia.

Nel corso dell’epoca oscura i santuari svolsero un ruolo essenziale come luoghi di incontro e di scambio tra

realtà diverse, sia in Asia Minore (Capo Micale, Samo, Efeso), sia in Grecia: si pensi ai grandi santuari

panellenici di Olimpia e Delfi.

5. L’alto e medio arcaismo

La cronologia tradizionale distingue tra alto arcaismo (730-580) e tardo arcaismo (580-guerre persiane). Per

Domenico Musti invece si deve distinguere tra alto arcaismo (1000-730), medio arcaismo (730-580) ecc.: in

questo modo si evidenzia l’importanza del “medioevo ellenico” nel definire la civiltà greca.

Nel periodo alto arcaico riprende l’attività agricola, c’è una crescita demografica, si formano le prime

comunità cittadine, si riscopre la scrittura… C’è ancora un assetto regionale: Grecia occidentale (arretrata,

ma c’è Olimpia), Grecia centrale (Tessaglia, Locride, Beozia), Attica (molto avanzata e in contatto con

l’Oriente), Eubea (ferro), Peloponneso orientale (Corinto, Argo, Megara, Egina, Epidauro e santuari).

Proprio per via di tale divisione, i Greci tardano a trovare un termine che li definisca nel loro insieme. Omero,

ad esempio, usava Danai, Argivi e soprattutto Achei. Solo dal VII secolo si afferma il termine Hellenes per

indicare l’insieme delle tre grandi stirpi greche: Eoli, Ioni e Dori.

MAPPA (pag. 24-25)

La maggior parte delle notizie su questo periodo sono ricavate dai poemi omerici, anche se quelle che vi

troviamo sono notizie “stratificate”, derivanti dall’epoca micenea, dall’età oscura e dall’età in cui le opere

furono scritte (IX-VIII secolo). I re presentati da Omero, ad esempio, non sono dei wanax, dei sovrani assoluti,

ma piuttosto dei basileis, il cui potere è limitato dalla cerchia degli aristocratici. L’aristocrazia si suddivide in

casate (ghene) e fratrie (phratriai), mentre la popolazione si organizza in tribù.

In Attica, in Eubea e in Argolide iniziano però a formarsi le prime poleis, che ereditano l’articolazione micenea

tra acropoli e asty, ma che estendono la loro influenza anche sulla campagna (chora). Il fattore religioso è

essenziale nella definizione di queste prime identità cittadine. A partire dall’VIII, al temenos e all’altare a cielo

aperto di origine più antica, si aggiunge il tempio, oltre a una serie di altri edifici e a un recinto che circonda

lo “spazio sacro”. I santuari interni alle città sono rari (Atene, Corinto): più spesso si trovano nella chora

(appropriazione da parte della polis), o nell’eschatìa (zona di confine).

Veniamo invece alla scrittura. Quella sillabica dei micenei viene sostituita da una scrittura alfabetica,

formatasi a partire dal IX secolo come adattamento dell’alfabeto fenicio (la più antica iscrizione greca viene

da un vaso ritrovato a Osteria dell’Osa, in Lazio, risalente al 770 ca.). Furono probabilmente gli Eubei, in

contatto con l’Oriente, a favorire la riappropriazione della scrittura.

5.1 “Poleis” e stati federali

I processi di trasformazione dell’VIII secolo danno alla Grecia classica il suo assetto caratteristico: spiccata

unità culturale (lingua, religione) e forte frazionamento politico (più di mille stati indipendenti, diversi per

tutti gli aspetti sociopolitici: la “politeia”).

Il processo di formazione delle poleis inizia prima dell’VIII secolo (la prima attestazione scritta risale però alla

seconda metà del VII secolo) ed è legato a diversi fattori: la stabilità territoriale, la crescita demografica, lo

sviluppo dell’agricoltura… La polis non è solo un’entità geografica, ma soprattutto un’entità politica, una

comunità civica basata su culti e leggi comuni, ma anche su una concezione condivisa del territorio e della

cosa pubblica (“società per azioni”, la definisce Carmine Ampolo). Tutto questo non c’era nelle città di Omero.

Certo, anche le strutture urbanistiche sono essenziali. Le polis si formano quasi sempre per un movimento

centripeto di insediamenti minori verso un centro (sinecismo), a volte fisico (trasferimento della

popolazione), a volte solamente ideologico e istituzionale. Nel centro urbano hanno sede il pritaneo (focolare

pubblico e magistrature), l’agorà (luogo di incontro e di mercato), il bouleuterion (sede del consiglio),

l’ekklesiasterion (sede dell’assemblea) e tutti gli edifici cultuali (di solito i più antichi).

Tuttavia, come fanno notare anche diversi autori antichi, lo stato di “polis” non dipende mai dalle dimensioni

e dalla magnificenza degli edifici: “sono gli uomini a fare la polis” (Tuc. VII, 77, 7). Certo, la definizione di chi

fossero i cittadini varia di città in città (nascita, proprietà, contributo militare…), ma in generale le polis (anche

quelle oligarchiche) tendono tutte a uno statuto egualitario (isonomia).

Una tappa fondamentale nella formazione delle poleis fu la “riforma oplitica”: il cuore dell’esercito non era

più formato dalla cavalleria, ma dai fanti, cioè dai contadini liberi. Essi svilupparono quindi un forte senso

comunitario e iniziarono anche a rivendicare un ruolo nel sistema politico.

La politeia era l’anima della polis, quella che doveva guidare la comunità dei cittadini al benessere. I greci

distinguevano tra tre costituzioni, come attesta per la prima volta Erodoto nel suo “Discorso Tripolitico” (III,

80-82), idealmente condotto da Otane (democrazia, per l’isonomia), Megabizo (oligarchia, perché il popolo

non sa governare) e Dario (monarchia, perché il sovrano può governare al massimo dell’efficienza).

In Grecia, però, non c’erano solo poleis, ma anche alcuni stati federali (indicati con termini generici come

ethnos o koinon). Essi erano caratterizzati dalla sympoliteia, ovvero dalla coesistenza di una cittadinanza

federale e di una locale (espressa anche dai nomi propri). Il fondamento identitario di tali comunità è il culto

comune e la sua celebrazione periodica diventa luogo anche di discussione politica. Le forme politiche sono

anche in questo caso molto varie.

Si è molto discusso sull’origine di questi stati, ma si può dire che essi fossero presenti fin dall’arcaismo. Essi

caratterizzavano la Grecia periferica (giudicata arretrata da Tucidide), quella centro-settentrionale, che era

montuosa e quindi non favorevole alle dinamiche di sinecismo: la popolazione era infatti dispersa tra villaggi,

organizzati in distretti che componevano lo stato federale. Nel corso del IV secolo, con l’indebolimento delle

poleis, gli “ethne” acquisirono un ruolo sempre maggiore (capacità di assimilazione).

I valori principali della Grecia delle poleis sono l’”autonomia” (capacità di autogovernarsi) e la “eleutheria”

(libertà in politica estera). Questi valori si affermarono pienamente nel periodo delle guerre persiane. Esse,

infatti, resero i Greci consapevoli della propria diversità culturale rispetto ai barbari, ma anche rispetto agli

abitanti degli stati federali. Solo il “polites” era veramente greco.

5.2 Il governo delle aristocrazie

Durante l’età oscura, come si è visto, le aristocrazie di proprietari terrieri e allevatori hanno eroso il potere

dei basileis. A partire dall’VIII secolo le monarchie scompaiono progressivamente (rimangono quelle di Epiro

e Macedonia), lasciando il posto a regimi aristocratici.

I privilegi dell’aristocrazia si basano sulla nascita (eredi delle stirpi eroiche) e sulla areté (virtù) che

inevitabilmente deriva da essa e che si esprime nella bellezza (kalos kai agathos) e nella ricchezza.

Quest’ultima derivava dalle terre, lavorate da liberi (teti) o schiavi, ma anche dalla guerra, dalla pirateria

(attività giudicata onorevole) e dagli scambi.

La vita aristocratica è legata all’oikos, quell’insieme di persone e beni che include la famiglia, i servi,

l’abitazione, il tesoro familiare, le terre e il bestiame. L’oikos è anche una comunità con valore giuridico e

religioso e il suo diritto continuerà a mantenersi vivo anche all&rsq

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gringoire8 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Bucciantini Veronica.
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