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Parte 1 - Dalla guerra alla "grande crisi"

L'economia di guerra (1914-1918)

L'economia italiana al momento della conflagrazione bellica europea

Quando, il 28 luglio 1914, l'Austria Ungheria dichiarò guerra alla Serbia, che non aveva accettato l'ultimatum dettatole da Vienna all'indomani dell'attentato di Sarajevo, il mondo occidentale non era certo in grado di prevedere che le vicende belliche sarebbero rapidamente degenerate, fino a coinvolgere non solo l'intera Europa, ma anche gli Stati Uniti d'America. Ancor meno prevedibile era poi la durata del conflitto: si ipotizzava, infatti, visto l'enorme potenziale offensivo messo in campo da entrambe le parti, che l'uno o l'altro schieramento avrebbe avuto modo di prevalere nell'arco di alcuni mesi. In realtà il conflitto si sarebbe protratto per quattro anni e mezzo, segnando una tappa dirompente e di particolare significato nella storia dell'umanità.

Nel XIX secolo la struttura economica e il modo di produrre erano cambiati in modo radicale, consentendo un incremento demografico senza precedenti. Tali modificazioni avevano comportato vistose trasformazioni anche nella struttura sociale dei diversi paesi europei e si erano spesso create tensioni tra le nuove classi sociali. Tali tensioni erano state più volte smorzate dal binomio stato-mercato, meccanismo regolatore della vita economica. Così non era però accaduto nel 1914, quando quel tipo di equilibrio economico, che fino a quel momento era stato capace di autoalimentarsi, si ruppe in termini definitivi.

L'Italia, nonostante avesse in principio dichiarato la propria neutralità avvalendosi ad alcune clausole della triplice alleanza, non poteva certo occupare una posizione di prestigio nel panorama europeo. Nel 1914 la penisola appariva infatti come uno dei paesi economicamente meno progrediti d'Europa in quanto aveva un'enorme differenziazione nel suo sistema produttivo agricolo, un basso potenziale industriale e carenze nel terziario.

Nel ventennio precedente, l'Italia aveva manifestato uno sviluppo economico senza precedenti – soprattutto per quanto riguarda l'industria leggera – ma non erano stati superati i limiti e gli elementi di ritardo cui era soggetta. In particolare emergeva un carattere dualistico dello sviluppo della penisola: mentre il settentrione stava percorrendo la strada dello sviluppo con ritmi simili a quelli delle regioni più progredite d'Europa, il mezzogiorno era caratterizzato da condizioni di marcata arretratezza. Ciò si può osservare disaggregando gli indicatori sul PIL italiano tra le diverse aree: emerge infatti quanto vi sia un'enorme differenziazione tra lo sviluppo delle regioni del paese (USA: 100/100; Italia: 36/100 ma Nord: 49/100; Sud: 27/100). Rispetto al cinquantennio precedente, comunque, il reddito pro capite era quasi raddoppiato; vi era stata inoltre una netta espansione sei settori secondario e terziario, anche se permaneva il primato dell'agricoltura.

Il paese si vedeva costretto – per poter importare i prodotti-base necessari al sostegno del suo sviluppo – ad esportare una forte quantità di produzioni agricole, di semilavorati e di prodotti finiti di tipo manifatturiero, anche se poteva contare su un consistente contributo derivante sia dalle rimesse degli emigranti, sia dalla valuta turistica. Condizioni necessarie per il successo di una tale economia erano la pace ed un alto livello di scambi internazionali, vivacizzati da un costante e sostenuto flusso di capitali internazionali. La mancanza di queste condizioni determinò un rallentamento dell'attività produttiva. In questo clima l'Austria dichiarò guerra alla Serbia.

Risorse economiche e sforzo bellico in Europa

Le rivalità tra una nazione e l'altra, fomentate dal nazionalismo, sfociarono in conflitto aperto nell'estate del 1914. Negli anni precedenti vi erano state aperte ostilità economiche. Tali tensioni non furono le vere cause del conflitto, anche se tra le cause scatenanti la guerra non possono non essere individuate anche motivazioni di natura economica. La guerra avrebbe comunque inciso profondamente sugli equilibri economici preesistenti.

I vari paesi, una volta coinvolti nel conflitto, dovettero far fronte non solo al problema derivante dalla messa in campo delle forze armate ma anche ad una riorganizzazione su nuove basi della struttura economica interna. Il conflitto poneva in realtà al sistema economico una serie di problemi sull'allocazione e sulla distribuzione delle risorse ben diversi rispetto a quelli praticabili in condizioni di pace. In primo luogo si rivelarono particolarmente pesanti le implicazioni finanziarie. I paesi coinvolti nel conflitto adottarono strategie diverse per affrontare il problema del finanziamento:

  • L'Inghilterra adottò il prelievo fiscale, che consentiva di evitare l'indebitamento verso l'estero e l'inflazione; poteva inoltre essere misurato progressivamente. Era però una strategia impopolare e che non incentivava certo l'efficienza economica.
  • La Francia fece ricorso al debito pubblico, che permetteva di trasferire nel tempo le spese belliche. Le cartelle del debito pubblico venivano acquistate dalle banche, che aumentavano l'emissione di moneta. Vi era, di conseguenza, il rischio di andare verso l'inflazione.
  • La Germania ampliò la base monetaria, strumento che, pur consentendo di disporre di liquidità immediata, produsse negli anni successivi una forte inflazione.

Il risvolto delle decisioni finanziarie assunte da parte dei governi dei paesi belligeranti avviò quindi automaticamente un'inflazione dei prezzi e un deprezzamento delle monete. L'abbandono delle parità fisse del gold standard, assunto pressochè da tutti i paesi, contribuì all'inflazione monetaria, che portò a sua volta ad un'impennata dei prezzi all'ingrosso. Per affrontare il problema della produzione, invece, i vari stati accentuarono notevolmente l'accentramento del controllo pubblico, regolando, in particolar modo, produzione e consumi.

Il reperimento delle risorse finanziarie in Italia

Il contesto economico-finanziario precedente al conflitto era già caratterizzato dal disavanzo del bilancio dello Stato. La scelta adottata dall'Italia per risolvere il problema del finanziamento fu molto più vicina a quella della Germania piuttosto che quella dell'Inghilterra. In Italia si verificò infatti sia un'espansione dell'base monetaria, sia un massiccio indebitamento tanto interno quanto estero. Tale indebitamento coprì all'incirca i due terzi delle risorse finanziarie necessarie allo Stato per far fronte alla guerra (fonti: dati di bilancio forniti dal Ministero delle Finanze nel 1931). Vi furono anche politiche di imposizione fiscale quali l'incremento di imposte dirette, sugli affari e sui consumi, anche se tali modifiche non furono in grado di ottenere risultati rilevanti. La strada dell'indebitamento diventava, dunque, un percorso pressochè obbligato.

L'attenzione venne rivolta in primo luogo al mercato interno, che venne interessato dall'emissione di cinque prestiti nazionali, collocati sul mercato da un importante consorzio bancario guidato dalla Banca d'Italia. L'operazione ebbe un notevole successo, grazie anche alla propaganda patriottica e a tacite promesse alle imprese sottoscrittrici di titoli, che vennero assicurate che non vi sarebbe stato appesantimento della mano del fisco qualora l'operazione di collocamento del debito non avesse incontrato ostacoli. Una forma di copertura della spesa pubblica consentì nell'aumento della circolazione: fin dall'agosto del 1914 venne infatti sospesa la convertibilità della moneta in oro - venne ciò introdotta la cosiddetta "moratoria bancaria". Una serie di decreti governativi successivi elevarono il limite delle anticipazioni che la Banca d'Italia e i due Banchi di emissione meridionali erano tenuti a fare allo Stato, senza obbligo di copertura metallica.

Il pesante ricorso all'indebitamento interno non si rivelò per altro sufficiente a sostenere l'onere derivante dalla conduzione della guerra. Si dovette dunque fare ricorso all'indebitamento estero. Quando, in seguito alla dichiarazione dello stato di belligeranza, la spesa pubblica si fece via via crescente, il ricorso agli aiuti finanziari degli alleati si fece impellente: gli accordi dell'ottobre 1915 aprirono alla finanza pubblica italiana un'importante linea di credito inglese. Più avanti agli aiuti britannici si affiancarono anche quelli statunitensi. Lo scopo di questo capitale era permettere un adeguato approvvigionamento, sul mercato estero, di materie prime e di manufatti.

All'entità del debito estero era però collegato l'andamento dei tassi di cambio e, prima che intervenissero le forme di regolamentazione dei cambi, la lira si svalutò pesantemente su tutte le piazze straniere. In una situazione di questo tipo valse ben poco l'introduzione di provvedimenti mirati a svolgere un controllo dei prezzi, in quanto la crescente circolazione di carta moneta avviò una spirale inflattiva, che determinò una vistosa ascesa dei prezzi.

L'industrializzazione forzata ed i problemi ad essa connessi

L'avvio del conflitto europeo non si era certamente rivelato favorevole per l'industria italiana, che si stava lentamente riprendendo dalla congiuntura negativa in cui si era trovata coinvolta nel 1913. Fino all'estate del 1914 l'economia italiana aveva potuto far ricorso alle importazioni, costante di fondamentale importanza per quest'ultima. Con l'inizio della guerra, gli scambi internazionali diventarono subito più complessi e più costosi. Tornarono quindi a formarsi mercati nazionali chiusi, nei quali alcune merci perdettero importanza, mentre altre, necessarie per il conflitto, registrarono per contro un rapido aumento dei prezzi.

Nel dibattito tra neutralisti e interventisti, gli industriali si dimostrarono favorevoli alla tesi di quest'ultimi in quanto stava assumendo consistenza l'ipotesi di una mobilitazione industriale che risultasse esplicitamente mirata ad un crescente impegno nella produzione bellica, da destinare in parte anche all'esportazione, a parziale compensazione delle importazioni di materie prime. L'interesse degli industriali per la posizione interventista stava tra l'altro procedendo di pari passo con l'attenuarsi delle simpatie e degli interessi che tenevano legata l'economia italiana con quella degli Imperi centrali. Stava emergendo, infatti, la consapevolezza che soltanto un'alleanza con Francia ed Inghilterra avrebbe permesso all'Italia prospettive di rifornimenti sufficienti tanto di materie prime, quanto di derrate alimentari. Gli obiettivi di taluni industriali erano l'inserimento nel giro dei grandi trust europei degli armamenti; altri imprenditori si muovevano con l'obiettivo dell'indipendenza economica della penisola.

Uno dei problemi economici da affrontare con immediatezza, una volta decisa la partecipazione al conflitto, era quello di trasformare una struttura produttiva rivolta prevalentemente ad obiettivi civili, con il preciso intento di metterla in grado di produrre su larga scala materiale bellico. L'Italia non aveva predisposto un piano di mobilitazione economica e si trovò quindi impreparata. I primi decreti vennero emanati solo nel 1914. Tali provvedimenti intervennero per ampliare la gamma dei prodotti di cui era vietata l'importazione e per regolamentare la distribuzione di scorte di carbon fossile.

Una svolta razionalizzatrice nell'azione pubblica di coordinamento delle attività produttive finalizzate allo sforzo bellico si ebbe tuttavia ad un mese di distanza dall'entrata del conflitto dell'Italia. Con il decreto del 26/06/1915 venivano emanate le disposizioni che dovevano dar vita alla cosiddetta mobilitazione industriale, finalizzata in primo luogo ad assicurare gli approvvigionamenti di cui necessitavano le forze armate. In base a tale decreto il governo aveva la facoltà di dichiarare ausiliari quegli stabilimenti industriali, la cui produzione fosse stata reputata importante ai fini bellici; essi avrebbero dovuto essere sottoposti a stretta sorveglianza; produzione e prezzi avrebbero dovuto essere controllati da appositi comitati e tutte le maestranze avrebbero potuto essere sottomesse alla disciplina militare. I comitati regionali per la produzione industriale si occuparono di garantire l'approvvigionamento di carbon fossile e di altre materie prime, della ripartizione di tali prodotti e del controllo nei confronti degli stabilimenti, affinchè le materie prime non fossero utilizzate per scopi diversi rispetto a quelli per cui erano state fornite e affinchè fossero rispettati i tempi di lavorazione e consegna. Ideatore e organizzazione della mobilitazione industriale fu il generale Alfredo Dallolio, dapprima Sottosegretario per le armi e munizioni e, dal 1917, Ministro con competenze specifiche su questo settore. Disponeva di ampi poteri e facoltà.

Questo enorme sforzo produsse dei risultati di indiscutibile rilievo: l'indice della produzione delle industrie manifatturiere salì e la quota dell'industria nella determinazione del prodotto interno lordo crebbe. Oltre il 50% delle fabbriche ausiliarie risultava collocato nel triangolo Torino-Milano-Genova. Le ordinazioni belliche ridiedero vigore alla grande industria, la cui produzione era mirata alle forniture belliche e parallelamente consentì alle imprese del settore di disporre di forti liquidità e di realizzare rilevanti profitti. Tale stato di necessità, però, non favorì una gestione oculata delle risorse pubbliche destinate alla guerra, anche se, nonostante sprechi e corruzione, l'industria italiana fu in grado di soddisfare gran parte delle richieste di materiale bellico.

Alla fine del conflitto, anche comparti non specificamente vocati alla produzione bellica, purchè tecnologicamente solidi e dotati di management dinamico, seppero cogliere le opportunità offerte dal periodo bellico. Diversi i settori industriali che fecero registrare progressi straordinari:

  • Settore siderurgico. Fu il polo produttivo che manifestò lo sviluppo più consistente, sia in termini di crescita che di innovazione. Protagoniste le aziende che vantavano già consistenti dimensioni all'alba del conflitto. Tali imprese allargarono il loro nucleo e si lanciarono in acquisizioni e diversificazioni in settori connessi. Le più importanti furono la Terni, che ebbe un ruolo essenziale nel predisporre prodotti siderurgici di base; l'ILVA, fortemente integrata verticalmente e orizzontalmente; l'Ansaldo, che fu il gruppo che fece registrare il concentramento tecnologico ed economico di più vasta portata. Il gruppo dei fratelli Perrone, dal nucleo originario della meccanica, fece nascere un sistema verticale integrato, che prevedeva un polo siderurgico, degli stabilimenti che producevano energia, un polo meccanico ed un polo marittimo per trasportare le materie prime. Il capitale dell'Ansaldo, comunque, come quello dell'ILVA, era stato procurato dai fratelli Perrone attraverso una serie di operazioni spesso discusse, tra cui quelle di scalata bancaria.
  • Settore meccanico. Conobbe un notevole sviluppo. Importanti furono imprese come Alfa Romeo, Breda, Falck e FIAT che, oltre alla produzione bellica, la diversificarono operando la realizzazione di autoveicoli, motori marini e di aviazione. Un settore in particolare emerse su tutti: quello dell'industria aeronautica. Dapprima inesistente, si sviluppò durante il periodo bellico. Azienda leader del settore fu la Caproni, che nel corso della guerra creò con FIAT e Ansaldo un consorzio per razionalizzare la produzione e suddividere le commesse governative.
  • Settore chimico. Fece registrare significativi progressi durante la guerra, grazie anche alla riduzione delle importazioni della Germania che le diedero una forte spinta. La più importante azienda fu la Montecatini, dapprima produttrice di esplosivi e, successivamente, anche di fertilizzanti e altri prodotti di sintesi.
  • Settore elettrico. Riuscì a raddoppiare la produzione di energia elettrica. Grazie anche ai lauti profitti realizzati tramite tale espansione, si crearono le basi per un successivo potenziamento del settore e per la formazione di alcune holding che avrebbero assunto il controllo della produzione e distribuzione di energia elettrica in tutto il paese.
  • Altri settori. Altri settori che conobbero un notevole sviluppo furono l'industria tessile e l'industria della gomma, ove si affermò soprattutto la Pirelli.

Il rafforzamento dell'industria si era, tuttavia, in diversi casi, verificato sulla base di un ampliamento disordinato dell'attività e dietro lo stimolo degli altri prezzi garantiti dalle anticipazioni e dai sussidi statali. E non sempre si erano commisurati gli impegni alle reali potenzialità produttive del mercato.

Le produzioni agricole ed i problemi delle campagne

Il governo italiano aveva agito, fin dalla dichiarazione di neutralità, con la chiusura delle borse, con i decreti di esportazione di molte merci e con la moratoria bancaria. Da parte governativa venne successivamente assunta una serie di decisioni finalizzate al superamento delle difficoltà derivanti dalla scarsa disponibilità di materie prime (come il carbone) e di derrate alimentari (soprattutto per quanto riguarda la produzione cerealicola).

A queste esigenze si rispose sia cercando di promuovere un'intensificazione della produzione interna, sia attraverso l'incremento della produttività dei terreni, sia proponendo un incremento della superficie coltivata, sia riducendo il dazio d'importazione sul frumento (soprattutto dagli USA). Altri provvedimenti furono rivolti calmierare i prezzi di alcune derrate alimentari ed a offrire premi di produzione.

L'intervento più drastico venne comunque assunto nel febbraio 1918, quando fu decretata la mobilitazione agraria, che avrebbe dovuto provvedere al controllo delle colture e alla razionalizzazione dei prodotti agricoli.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BackstabTheory di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Carera Aldo.
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