Appunti di storia delle dottrine politiche
Appunti di Fabrizio Maltinti
Parte seconda
Il pensiero politico greco - 600-500 AC
Atene e Sparta rappresentavano delle forme di democrazia diretta che, purtroppo, fino ai giorni nostri, hanno dovuto subire delle modifiche peggiorative. Si trattava di una democrazia, cioè una forma partecipata del popolo non delegata né rappresentativa. Le differenziazioni sociali erano quasi scomparse. Da questa forma di democrazia partecipata, erano escluse le donne, gli schiavi ed i meteci.
500-400 AC: Clistene
Clistene attua il concetto di cittadinanza: tutti coloro che sono cittadini hanno diritti e doveri. Cittadini erano coloro che portavano redditi e potevano lavorare (sempre con l’esclusione delle donne, degli schiavi e dei meteci). Il termine democrazia viene coniato dai greci nel V secolo a.C. Per i greci, lo spazio pubblico e lo spazio religioso sono tutt’uno, in quanto, nessuna vita privata o nessuna religione devono sovrastare le altrui libertà (concetto di giustizia – pag 24). Coloro che commettevano ingiustizie od un crimine, offendevano tutta la loro discendenza (ghenos).
I greci concepiscono lo spazio pubblico come un cerchio; quindi, ogni fase della vita, parte da un punto e riparte dallo stesso punto. Il periodo che “ritorna”. La storia era concepita come una ripetizione ciclica degli stessi eventi. Un concetto che ritroviamo fino a tutto il periodo classico. Dobbiamo aspettare il periodo moderno (1800) – soprattutto la rivoluzione inglese – per vedere mutato questo concetto del tempo. Mutamento legato anche alle scoperte scientifiche che fanno percepire la scienza esatta, come il motore dei destini.
Quindi, tornando al concetto greco, l’uomo saggio che ha studiato gli avvenimenti del passato, è in grado di prevedere quello che accadrà nel futuro. Per i greci, la giustizia veniva concepita nell’animo del singolo, prima di essere esportata nel pubblico. I greci si interrogano anche su quale sia la migliore forma di governo, optando per la democrazia come scelta migliore.
La giustizia
Il concetto di giustizia conosce nell’antica Grecia svariate connotazioni. Dapprima si parla di Themis, la figlia del dio Zeus, incarnate un ordine ed una regola, divina, cosmica. Questa connotazione divina e trascendente della giustizia è quella che darà natalità alla giustizia eroica, connotata dal concetto di sangue e di ghenos, oggetto della Paideia, e se si commette crimine, è tutto il sangue, tutta la stirpe a doverne portare il peso.
Quando la società greca arcaica arriva ad uno stadio sufficientemente evoluto da svincolarsi dal concetto di stirpe, per gestire i rapporti inter-familiari che scaturiscono dalla comunità cittadina si fa ricorso alla Dike. Questa è caratterizzata al principio come una proprietà dell’animo, intrinseca, come oggettiva. La giustizia, intesa come virtù presente nell’animo degli uomini per la convivenza, sarà il concetto cardine per Platone quanto per Aristotele.
Mano a mano che il concetto di giustizia verrà monopolizzato dall’organizzazione cittadina, mano a mano che verrà affinato, contro le pretese di una sua gestione aristocratica, essa individualizzerà anche il concetto di colpa, cioè, il colpevole non macchierà più il ghenos con un suo gesto criminoso, non saranno più necessari riti di espiazione sacri di purificazione collettiva della colpa, ma diventerà puramente individuale. Si attuerà dunque un processo di laicizzazione della giustizia.
Esiodo
Esiodo può essere visto come uno dei primi liquidatori della cultura e dei concetti di giustizia eroica e aristocratica. Analizza l’Eris (la Contesa), ammettendo la sua duplice natura, negativa quando forma guerra, positiva quando stimola la competizione dei produttori. Da quindi più peso alle attività produttive, criticando apertamente quelle eroiche guerriere. Egli sovverte completamente lo schema valoriale aristocratico, avversando la prepotenza (Hybris), favorendo la giustizia (dike).
Eschilo
Anche Eschilo è critico dello schema valoriale aristocratico, poiché nella sua trilogia, l’Orestea, egli ritiene sia opportuno rompere lo schema imperante della catena causale colpa – giustizia – vendetta – vendetta – nuova colpa. Nelle sue tragedie mette in scena l’istituzione della giustizia nelle città come un evento fondamentale, che si tiene in mezzo tra anarchia e despotismo, e che si incarna nei Nomoi (le leggi).
Erodoto
Erodoto attraverso il Logos Tripolitikos ci espone la visione delle tre forme di governo più lampanti: democrazia, oligarchia, monarchia. Nella sua opera ogni personaggio è sostenitore di una delle tre, elencandone i pregi, screditando le altre due. Erodoto non prende posizione, gli si riconosce il merito di aver usato per primo il termine democrazia.
428-347 AC: Platone
Per Platone due caratteristiche devono appartenere all’uomo politico: la misura e la giustizia, tutto rapportato al bene comune. Per Platone, quindi, solo i filosofi possono governare uno stato democratico, in quanto "capaci di governare le pulsioni proprie e quelle altrui". Il filosofo deve circondarsi di “tecnici” per “gestire” la Poleis, secondo il concetto della divisione del lavoro. Platone teorizzava anche che i filosofi non dovevano possedere alcuna proprietà e nemmeno una famiglia.
Il mito della caverna di Platone
Si immaginino dei prigionieri che siano stati incatenati, fin dall'infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo sono bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati possano solo fissare il muro dinanzi a loro. Si pensi, inoltre, che alle spalle dei prigionieri sia stato acceso un enorme fuoco e che, tra il fuoco ed i prigionieri, corra una strada rialzata. Lungo questa strada sia stato eretto un muricciolo, lungo il quale alcuni uomini portano forme di vari oggetti, animali, piante e persone.
Le forme proietterebbero la propria ombra sul muro e questo attrarrebbe l'attenzione dei prigionieri. Se qualcuno degli uomini che trasportano queste forme parlasse, si formerebbe nella caverna un'eco che spingerebbe i prigionieri a pensare che questa voce provenga dalle ombre che vedono passare sul muro. Mentre un personaggio esterno avrebbe un'idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (ricordando che sono incatenati fin dall'infanzia), sarebbero portati ad interpretare le ombre "parlanti" come oggetti, animali, piante e persone reali.
Si supponga che un prigioniero venga liberato dalle catene e sia costretto a rimanere in piedi, con la faccia rivolta verso l'uscita della caverna: in primo luogo, i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del sole ed egli proverebbe dolore. Inoltre, le forme portate dagli uomini lungo il muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre alle quali è abituato; persino se gli fossero mostrati quegli oggetti e gli fosse indicata la fonte di luce, il prigioniero rimarrebbe comunque dubbioso e, soffrendo nel fissare il fuoco, preferirebbe volgersi verso le ombre.
Allo stesso modo, se il malcapitato fosse costretto ad uscire dalla caverna e venisse esposto alla diretta luce del sole, rimarrebbe accecato e non riuscirebbe a vedere alcunché. Il prigioniero si troverebbe sicuramente a disagio e s'irriterebbe per essere stato trascinato a viva forza in quel luogo. Volendo abituarsi alla nuova situazione, il prigioniero riuscirebbe inizialmente a distinguere soltanto le ombre delle persone e le loro immagini riflesse nell'acqua; solo con il passare del tempo potrebbe sostenere la luce e guardare gli oggetti stessi.
Successivamente, egli potrebbe, di notte, volgere lo sguardo al cielo, ammirando i corpi celesti con maggior facilità che di giorno. Infine, il prigioniero liberato sarebbe capace di vedere il sole stesso, invece che il suo riflesso nell'acqua, e capirebbe che era il sole stesso la causa di tutto quello che vedevano lui ed i suoi compagni all’interno della caverna.
Resosi conto della situazione, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà: il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna; durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri, in quanto sarebbe tornato dall'ascesa con "gli occhi rovinati".
Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento e, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte.
384-322 AC: Aristotele
Aristotele si discosta in molti punti dal pensiero di Platone. Aristotele non segue Platone nel pensiero di un bene radicato in se stesso e separato dai beni singoli, ma guarda con maggiore attenzione a questi ultimi ed alla molteplicità (molti uomini) che dominano la virtù. Virtù e giustizia vanno di pari passo e si devono espletare nello spazio pubblico.
Aristotele – rispetto a Platone – non è un teorico; per Aristotele, la persona che deve governare la città, deve essere un uomo politico in possesso dell’Etos, dell’etica. Platone vede la politica come una scienza teorica, Aristotele vede, invece, la politica come scienza pratica. Il filosofo, quindi, non deve essere solo colui che teorizza la politica, bensì deve essere virtuoso nell’agire e non solo nel pensare. Un uomo di Stato deve essere prudente. E la prudenza è la virtù che deve prevalere sulle altre virtù. Un uomo è prudente quando applica la “verità del giusto mezzo”.
La giustizia può essere distrubutiva o commutativa; distributiva, nel senso che viene distribuita nelle varie classi sociali; commutativa in quanto “stabilita dalla legge”. La politica è quella scienza architettonica che armonizza il vivere nelle città per il raggiungimento della felicità individuale e collettiva. La realizzazione dell’uomo, non è nella vita individuale, ma nella società. Quindi, la realizzazione dell’uomo avviene attraverso il sociale. La città deve rispettare le idee della pluralità degli individui.
Ellenismo
Dopo la guerra del Peloponneso, le guerre tra Sparta ed Atene, la nascita dell’Impero Macedone, la politica fu sminuita e questo determinò l’annientamento delle idee democratiche lasciate da Platone ed Aristotele.
Epicureismo
Dice Epicuro che il filosofo deve essere un maestro; deve vivere nascosto, lontano dalle sofferenze del vivere quotidiano.
Stoicismo
Ordine politico fondato sulla ragione e sulla convivenza.
La cultura romana – 260 AC-150 AD
La cultura romana ha uno spessore inferiore rispetto al pensiero greco, in quanto i romani erano un popolo che ha dedicato gran parte del loro tempo alla guerra per l’espansione del loro impero. Il grande pregio dei romani è stato il comopolitismo, in altri termini, anche chi era nato e viveva nelle province più lontane, si sentiva cittadino di Roma.
Nel 320 AC da monarchia diventa repubblica e lo rimarrà fino al 27 AC. Dopo un secolo di guerra civile, la repubblica cadde e Roma divenne un principato.
Il medioevo
Il pensiero politico medioevale era incentrato su principi etico-religiosi, partiva, quindi, dalla volontà di Dio; la Chiesa esercitava un potere assoluto, spirituale e temporale, il Papa era visto come un semidio e l’Imperatore non sempre gradiva questa “sudditanza” spirituale (e non solo) dal Papa. Da ciò nasce il dualismo Stato-Chiesa. Il Papa Gregorio VII, nel IX secolo, stabiliva che “il Papa è superiore a tutti i Vescovi ed egli può esautorare l’Imperatore; inoltre il Papa non può essere sottoposto a giudizio”.
Tommaso d’Acquino sosteneva che la legge naturale è il collante tra la legge divina e quella terrena. Egli sosteneva la monarchia quale migliore forma di governo in quanto un uomo solo al governo avrebbe potuto garantire il controllo del territorio e la pace dei sudditi. Tuttavia, per impedire che la monarchia sfoci in tirannide, è necessario vi siano leggi che limitino il potere del monarca.
Sant’Agostino sosteneva che ci dovesse essere collaborazione tra i due poteri universali, lo Stato e la Chiesa, e che gli imperi, senza il riconoscimento papale, non potessero esistere. Intorno al 1300, nuove figure di rilievo iniziano a mettere in discussione l’egemonia della Chiesa e dell’Impero, vedendo la Chiesa come sola guida spirituale e ritenendo l’impero, un’istituzione da superare. In Francia nacquero i Comuni per creare una prima forma di autonomia dalla Chiesa e dall’Impero. In Italia, Dante fu paladino dell’Impero.
Cusano era un conciliarista, fautore della supremazia della maggioranza sul pontefice, enunciando il principio secondo cui la verità giace nella maggioranza dei fedeli, criticando l’infallibilità pontificia, negando le differenze ontologiche tra capo e membra della chiesa.
Umanesimo politico
Tra il duecento e il trecento, la nascita dei comuni favorì lo sviluppo della corrente ideologica umanista, la quale aveva in Firenze la sua capitale. Di questi tempi viene anche riaffermata l’eccellenza della vita politica e del suo valore rispetto alla vita contemplativa monastica e si riscoprì in maniera concreta la cultura classica. Questa esaltazione della libertà e dei valori degli antichi portò anche ad un cambiamento spirituale, e sull’umanesimo in generale, promuovendo una filosofia dell’azione individuale nella società. Questa era la rinascita della virtù secondo la visione romana, cioè quella forza interiore a cui ciascuno poteva tendere se ricercata, conseguentemente la nobiltà di nascita, ma anche quella di denaro, perdevano la loro posizione di rilievo a favore del prestigio di coloro che lavoravano per il bene pubblico secondo virtù.
Qualunque forma di governo viene scelta dall’uomo (umanesimo politico). L’umanesimo fu dunque giustificazione teorica per la nascita di nuove classi.
Machiavelli
Machiavelli cercò di costruire una teoria politica fondata sulla ragione, e sulle virtù riscoperte, a sfavore della morale ed etica cattolica. Per prima cosa inserisce la contingenza, la sorte, come elemento fondamentale per l’analisi del reale, imprescindibile per qualunque giudizio, attuando una concezione neopagana che negava la provvidenzialità. L’unico modo per opporsi a questo è mediante lo sfruttamento della virtù, che l’uomo può ricercare per vincere la contingenza, non adeguandosi passivamente ad essa. Machiavelli si pone per un’analisi profonda del reale, che non sfocia in scetticismo, ma coglie la sua difficile interpretazione, e caratterizza il successo non solo come prodotto della volontà e della saggezza, ma anche come risultante della sorte.
Con il passare degli anni, Machiavelli perderà questa fiducia nella capacità umane, ma l’agire sarà sempre più soggetto alle difficoltà. Quello che eleva Machiavelli, rispetto agli altri pensatori è un approccio innovativo al reale, con un’osservazione spregiudicata e realistica delle cose umane, offrendo un modello non più assoluto, ma fondato sulla storia (Roma), sulla virtù, e sulla contingenza.
Nei “Discorsi”, Machiavelli ricerca la praticità, opera un confronto tra la crisi della repubblica romana e quella contemporanea fiorentina, contemplando per primo l’utilizzo di mezzi non consoni all’ideale di uomo puro per salvare la civiltà da baratro. Il problema centrale è il mutamento, la contingenza e la sorte, come arginare la loro pressione sulle cose umane. Machiavelli considera, la politica come un campo di forze aperto allo scontro e alla formazione di nuove egemonie, dove il ciclo delle forme politiche è influenzato anche dagli altri stati, che non sono spettatori, ma anche soggetti interessati a sfruttare i travagli altrui, poiché mirano ad accrescere la propria potenza, la quale è il vero fine della politica.
Machiavelli ritiene che lo stato misto, con la più alta partecipazione sia il più stabile, dunque il migliore, poiché si pone in modo solido alle sempre possibili transizioni. Machiavelli è rivoluzionario anche perché rompe con il concetto di bene politico identificato con la concordia, anzi, a suo avviso, è il conflitto, che se ben canalizzato può portare ad uno stato efficiente e stabile. Secondo lui Roma è rimasta libera per il conflitto tra patrizi e plebei, il quale è stato incanalato attraverso le istituzioni, producendo i grandiosi effetti che conosciamo. Inoltre altra mossa vincente di Roma è stata porre la guardia della politica nelle mani della plebe con i loro tribuni. Come Marsilio da Padova crede che il popolo intero sia più savio del singolo principe.
Ne “Il Principe” Machiavelli prova a individuare una forma politica avente la virtù, capace di agire in un mondo che diventa sempre più insicuro. “Il Principe” è una spiegazione pratica di come liberare l’Italia dai barbari, salvando mediante una potestà regia, l’organismo politico.
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