Storia delle culture e delle civiltà politiche
Parte I - La prima guerra mondiale (1914-1918)
Lo scoppio della guerra
La causa occasionale del conflitto viene fatta risalire al 28 giugno 1914: l'attentato di Sarajevo. Un giorno particolare per i serbi, ovvero l'anniversario della sconfitta patita contro i turchi nel 1889, che segnò la fine dell'indipendenza del Regno di Serbia e l'inizio del dominio ottomano sulla regione.
L'attentato avvenne ad opera del giovane Gavrilo Princip, un fervente jugoslavo di origine serba, che cercava un riscatto e che era, quindi, partito dalla Bosnia per Belgrado. Nella capitale serba era entrato in contatto con la Giovane Bosnia, un'organizzazione legata a sua volta ad un altro movimento clandestino, la Mano Nera.
La Serbia del periodo brulicava di sentimenti irredentisti, infatti, dopo il successo delle guerre balcaniche sugli ottomani, che si erano svolte tra il 1912 e il 1913, i serbi avevano iniziato a sognare una nazione degli slavi del sud, appoggiati dalla Russia. I serbi pensavano che il sogno si potesse realizzare tramite l'unione della Bosnia Erzegovina alla Serbia, ai danni dell'Impero asburgico. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire con un processo simile a quello del Risorgimento italiano, dove la Serbia avrebbe ricoperto un ruolo simile a quello del Piemonte di Cavour e di Vittorio Emanuele, ovvero di stato guida (la rivista degli irredentisti slavi si chiamava "Piemont").
La Mano Nera era disposta anche agli attentati politici per raggiungere i propri scopi: l'attentato di Sarajevo fu proprio un atto di terrorismo ispirato dal nazionalismo serbo. I giovani nazionalisti serbo croati erano infatti convinti con questo atto di punire l'Austria, ritenuta colpevole di impedire alla Serbia di compiere la propria missione.
Il complotto di Sarajevo
La Mano Nera era conosciuta da anni dal Governo di Belgrado, e alla stampa del tempo erano già arrivate notizie di una serie di attività in corso. Già nel 1912 la Mano Nera era un'organizzazione quasi ufficiale, al punto che tanto che il Ministro della Guerra serbo ne fosse protettore, ed era parte di un movimento più ampio che voleva unificare i territori serbi. Queste idee erano condivise dalla Giovane Bosnia, un'organizzazione politica rivoluzionaria che aveva come obiettivo la liberazione dall'Impero Austro-Ungarico.
Uno dei suoi membri era Mehmed Mehmedbašić, che aveva progettato di uccidere il generale Oskar Potiorek, il governatore della Bosnia e, quindi, rappresentante dell'Impero asburgico. Nel momento in cui Mehmedbašić provò a mettere in atto il piano venne però a sapere dell'imminente visita a Sarajevo dell'erede al trono d'Austria Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, e fu quindi convinto a cambiare bersaglio.
Bisognava trovare armi e uomini disposti a perpetrare questo attentato: vennero reclutati Princip e Nedjo Čabrinović, un operaio anarchico diciannovenne. Il gruppo era composto da studenti e lavoratori giovani: tutti gli attentatori avevano un'età compresa tra i 18 e i 28 anni. Il legame che si instaurò tra i ragazzi avvenne grazie ai libri che si scambiavano, l'odio per gli Asburgo e la voglia di vedere uno stato slavo indipendente. Le armi vennero fornite da varie società segrete che covavano odio nei confronti degli Asburgo, ma che non avevano un vero e proprio progetto politico rivoluzionario di lungo periodo, quanto più volevano sostituire gli uomini ai vertici scelti dall'impero con i propri.
L'attentato del 28 giugno
Il 28 maggio Princip, Čabrinović e un compagno partirono alla volta di Sarajevo, dove erano aspettati da altri compagni, anch'essi giovani studenti. Il 27 giugno Princip diede disposizioni ai compagni e consegnò una bomba a mano e una pistola a ciascuno dei complottisti, assegnando a ognuno una posizione lungo il fiume Miljacka, lungo il quale si sarebbe tenuta la parata. Il 28 giugno i ragazzi si incontrarono in una pasticceria all'angolo del fiume, dove ricevettero anche il cianuro, sapendo che il suicidio sarebbe stata l'unica soluzione per proteggere l'organizzazione e tutelare i compagni.
Čabrinović si diresse presso la posizione che gli era stata assegnata tra la sponda del fiume e il ponte, dove sperava di poter uccidere l'arciduca senza ferire la folla. Il corteo passò davanti a Mehmedbašić, che, bloccato dal panico, non provò a estrarre né la pistola né la bomba. Fu quindi Čabrinović a lanciare la bomba, che però mancò la vettura. Subito dopo ingoiò il cianuro e si gettò nel fiume, ma l'acqua era bassa e non riuscì ad annegarsi; fu quindi arrestato.
La cerimonia non fu annullata, in quanto l'arciduca intendeva mantenere i suoi impegni: si proseguì verso il municipio, dove si sarebbe tenuto un incontro con il sindaco della città. Si decise, per ragioni di sicurezza, di deviare il percorso di ritorno. Princip, sconfortato dal fallimento del complotto, si era allontanato in un caffè all'angolo. Avvenne qui una svolta: il corteo continuò il suo percorso, quando il generale Potiorek capì che si stava erroneamente percorrendo l'itinerario originario. Fermò il veicolo e chiese all'autista di girarsi. La vettura si trovò ferma davanti a Princip, che estrasse la sua pistola e sparò due colpi: il primo colpì Sofia, l'altro l'arciduca.
Princip sostenne in seguito che la sua intenzione era di uccidere solo Potiorek e l'arciduca, non Sofia. Ingurgitò il cianuro, ma la sua dose era deteriorata, venne quindi arrestato dalla polizia. Fu risparmiato dalla pena di morte per via della giovane età, ma venne condannato a 20 anni di lavori forzati, con la pena suppletiva di un giorno di isolamento in una cella buia ogni 28 giugno e un giorno di digiuno al mese. Fu rinchiuso nel carcere ceco di Terezín, dove visse in condizioni pessime fino alla morte per tubercolosi nell'aprile 1918, senza quindi vedere la fine della Guerra Mondiale che da lui stesso era iniziata.
Le conseguenze dell'attentato
La mente dell'attentato di Sarajevo era il colonnello Dimitrijević, capo dell'intelligence militare serba, guida della Mano Nera e tra gli ufficiali più estremisti dell'esercito. Vienna chiese l'estradizione dei congiurati, ma la Serbia sostenne che ciò era contrario alla propria costituzione. La Serbia poteva contare sull'appoggio della Russia zarista, le cui azioni, in caso di attacco da parte dell'Austria, erano il dilemma dell'Imperatore Francesco Giuseppe e del generale Conrad, da sempre favorevole all'invasione della Serbia. Francesco Giuseppe tuttavia avrebbe attaccato solo con l'appoggio dell'alleato tedesco: è da qui che si cominciò a delineare il conflitto continentale.
L'Europa era divisa in tre grandi aree geopolitiche: ad est la Russia, al centro la Germania e l'Impero Austro-Ungarico, a ovest la Francia e la Gran Bretagna. Ai margini di queste potenze, gli Stati in declino, come la Spagna, i giovani regni, come l'Italia, e la penisola balcanica, ovvero la polveriera d'Europa. Si respirava comunque un apparente buon clima nelle corti europee, che si guardavano in cagnesco ma che non si erano fatte la guerra dalla fine del 1800. Era, infatti, un periodo di progresso economico e democratico, nonostante le potenze fossero rette da monarchie (tranne la Francia, che viveva il suo periodo repubblicano).
Le alleanze e gli schieramenti
La differenza si vedeva in politica estera: le alleanze erano fisse, si contrapponevano due blocchi, quindi i pericoli di uno scontro erano imponenti. Le alleanze che andavano a instaurarsi erano diverse: da un lato Austria e Germania, alleate dal 1879, dall'altra Francia e Russia. La Gran Bretagna invece, ai tempi la più grande potenza marittima, si era legata alla Francia in campo coloniale. Si era creato un accordo contro la politica tedesca tra queste ultime tre potenze: la Triplice Intesa, che non era, però, un’alleanza militare.
L'Austria si incontrò con la Germania: il Kaiser avrebbe coperto le spalle all'Austria solo se la guerra fosse stata rapida e se quindi avesse potuto impedire alla potenza russa di mobilitare le proprie truppe: in caso di guerra, infatti, i tedeschi si sarebbero trovati a combattere sul fronte francese e russo, in mezzo ad una tenaglia. Si poteva ovviare al problema attraverso il Piano Schlieffen, una strategia concepita ancora nel 1905 dal generale Alfred Graf von Schlieffen in previsione di una temuta guerra su due fronti.
Il piano prevedeva una rapida mobilitazione dell'esercito, che, senza tenere conto della neutralità di Olanda e Belgio, le avrebbe invase all'improvviso, e, sfruttando l'effetto sorpresa, sarebbe dilagato attraverso le Fiandre puntando su Parigi, colpendo la Francia in un punto sguarnito (la Francia infatti non aveva posto l'esercito al nord perché confidava che i tedeschi non avrebbero attaccato in quel punto). Contemporaneamente, l'esercito tedesco avrebbe mantenuto un comportamento difensivo nelle aree della Lorena e della Mosella, con lo scopo di attirare le forze francesi in quella zona. A quel punto, dopo aver sconfitto la Francia, l'esercito si sarebbe concentrato a spalle scoperte sul fronte russo.
Il punto debole del piano era il tempo: doveva essere eseguito con rapidità perché l'impero zarista era arretrato tecnologicamente ma aveva enormi masse di uomini da reclutare (si definiva il "rullo compressore russo").
Il ruolo dell'Italia
La guerra fu decisa da Austria e Germania, membri della Triplice Alleanza, contenente anche l'Italia, che si era alleata nel 1882. Nel 1914 l'Italia però stava soffrendo i postumi della Guerra di Libia italo-turca del 1911-12. Le truppe italiane, forti di 100.000 uomini, erano state inviate da Giolitti, sotto pressione delle masse e delle industrie, contro l'Impero Ottomano, conquistando Tripoli. La guerra finì il 18 ottobre 1912, quando la Turchia, pur conservando la sovranità sulla Libia, demandò all'Italia il controllo, anche militare, della fascia costiera. Si usciva così semi vittoriosi dal conflitto, ma non si avevano uomini né armamenti per iniziare una nuova guerra.
La dichiarazione di guerra
Il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, instaurando così un effetto domino.
- Il 1 agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia, due giorni dopo alla Francia.
- Il 4 agosto il Regno Unito dichiarò guerra alla Germania, e quest'ultima al Belgio.
- Il 6 agosto l'Austria dichiarò guerra alla Russia.
- L'11 agosto la Francia dichiarò guerra all'Austria.
- Il 12 agosto la Gran Bretagna all’Austria.
- Il 23 agosto il Giappone dichiarò guerra all’Austria e il 25 alla Germania.
- Il 1 novembre la Russia alla Turchia.
- Il 2 novembre la Serbia alla Turchia.
L'Italia dichiarò la neutralità ed entrò in guerra nel 1915 ("sua maestà il re dichiara che l'Italia si considera in istato di guerra con l'Austria-Ungheria da domani").
I fronti di guerra
Si instaurarono quindi 6 fronti:
- Il fronte occidentale, tra Francia e Germania
- Il fronte greco
- Il fronte austriaco-italiano
- Il fronte meridionale o serbo
- Il fronte orientale
- Il fronte coloniale
Le cause strutturali
L'attentato di Sarajevo (casus belli)
Con la seconda rivoluzione industriale il Regno Unito si trovò a dover difendere il proprio primato mondiale, soprattutto alla luce dello sviluppo economico che aveva visto la Germania.
Le mire espansionistiche di alcuni stati
La Germania verso est, l'Impero Russo e Austro-Ungarico verso i Balcani, la Serbia, che tentava di creare un proprio stato autonomo nella regione balcanica.
Le rivendicazioni territoriali
In Francia c'era la volontà di rivincita verso l'Alsazia e la Lorena perse nella guerra franco-prussiana del 1870-71:
- Due regioni importanti dal punto di vista economico e delle materie prime.
Il pangermanesimo: volontà, da parte della Germania, di riunire tutti i popoli di cultura tedesca.
Il panslavismo: volontà di riunire tutte le minoranze slave.
In Italia era diffuso un sentimento di irredentismo, con la volontà di unire Trento e Trieste portando a compimento l'unità nazionale, che aveva cominciato a perfezionarsi nel 1861.
Molte minoranze austroungariche volevano ottenere l'indipendenza: i cechi, gli ungheresi, i bosniaci, gli italiani, i croati.
The Sleepwalkers: How Europe Went to War in 1914
Lo storico Christopher Clark scrive "The Sleepwalkers", in cui approfondisce questi temi facendo un'analisi approfondita della situazione: il Governo zarista, più di tutti ha avuto una grande responsabilità nel partecipare alla guerra, alla luce degli eventi cominciati con l'uccisione di Francesco Ferdinando a Sarajevo.
In 10 giorni decisivi, a partire da quel 28 giugno, i russi cambiarono la vicenda, trasformando gli estremisti serbi in vittime e gli austriaci, con i tedeschi, i soliti antagonisti, in modo da poter giustificare l'intervento zarista al sostegno dei fratelli slavi. Fu con la mobilitazione russa che le corti europee cominciano a pensare all'inizio della guerra e quindi a prepararsi al conflitto. I russi intervennero anche modificando le date, i documenti, inventando telegrammi per creare una narrazione che motivasse la tesi che i tedeschi stessero preparando alla guerra da oltre 7 giorni, come l' "assegno in bianco" ai danni dei serbi.
L'assegno in bianco era un telegramma del 6 luglio 1914, inviato dal cancelliere tedesco Hollweg al suo ambasciatore a Vienna, che ufficializzava la posizione della Germania nei confronti degli accadimenti e che spingeva l'Austria ad intervenire rapidamente, così da mettere l'Europa di fronte al fatto compiuto. Si leggeva "l'imperatore Francesco Giuseppe può confidare nell'appoggio del Kaiser come previsto dagli obblighi dell'alleanza e della loro antica amicizia".
Gli inglesi si adeguarono alla narrativa fornita dalla Russia, che incolpava interamente l'Austria e la Germania. Il 18 luglio il Ministro degli esteri tedesco Von Jagow scrisse al suo ambasciatore a Londra, affermando che la Russia non era pronta per la guerra.
Clark analizza anche la posizione della Serbia e delinea il 1903 come il primo vero punto di partenza: l'11 giugno alcune decine di ufficiali dell'esercito serbo entrarono nel palazzo di Belgrado per assassinare il re Alessandro e sua moglie. Anche se l'azione portò a una svolta democratica, la Serbia lasciò in eredità al Paese una rete di cospirazione nazionalistica, che comprendeva anche l'alto ufficiale Dimitrijević (il creatore del gruppo terroristico della Mano Nera che aveva organizzato l'assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando).
Per quanto riguarda la Germania, i generali tedeschi erano convinti che il conflitto dovesse rimanere localizzato: non volevano trascinarsi in una guerra totale, ma condurre una serie di battaglie per raggiungere i propri obiettivi strategici, per poi consolidare la situazione acquisendo nuovi territori. L'Austria sapeva che il proprio intervento, appoggiato dal Kaiser, contro i terroristi sarebbe stata una violazione della sovranità della Serbia.
Secondo Clark, tuttavia, l'ultimatum di 48 ore non fu così duro com'è stato giudicato da molti storici, e la risposta di Belgrado fu in realtà vuota di fatti concreti. La gravità della situazione fu poi aumentata dagli inglesi: il Ministro degli esteri britannico Edward Grey giudicò l'ultimatum come "il documento più duro che mai uno Stato abbia indirizzato a un altro Stato"; per Churchill era " ". In realtà si trattava di una forte esagerazione: in quel luglio del 1914 ogni stato europeo voleva la guerra, perché era l'unico modo per ottenere nuovi territori.
Sabato 25 luglio Belgrado accettò tutte le condizioni poste dagli austriaci, ma, poiché nel pomeriggio il Governo serbo aveva ricevuto le ultime notizie dall'ambasciatore in Russia, con la conferma dei forti sentimenti filo-serbi che si respiravano a San Pietroburgo, rimise in discussione le decisioni prese nel mattino: la Serbia il pomeriggio era pronta a entrare in guerra. Due minuti prima delle 18 (l'ora della scadenza) Belgrado accettò 9 condizioni su 10: vietare la propaganda anti-austriaca, reprimere i movimenti sovversivi, processare le persone coinvolte nell'assassinio, ma, quanto alla richiesta dell'Austria di partecipare all'inchiesta giudiziaria su territorio serbo, la Serbia si appellava al Tribunale Internazionale dell'Aia.
Prima dell'entrata in guerra, il Ministro inglese Grey aveva proposto che si tenesse una Conferenza di Pace a Londra tra i rappresentanti di Francia, Germania, Italia, Russia e Regno Unito per trovare il modo di impedire complicazioni: le risposte furono tutte fredde, e solo Roma aderì alla proposta. Tutti gli Stati volevano entrare in guerra nonostante non fossero militarmente pronti a sostenere un conflitto prolungato.
Conrad provò a spiegare che l'Austria sarebbe stata pronta all'invasione della Serbia soltanto dopo qualche settimana, perché solo una parte delle forze asburgiche era schierata sul confine, mentre la maggior parte era situata sul confine polacco. C'era quindi una necessità di spostare numerose truppe, mentre il Kaiser premeva per un'azione veloce che eliminasse la possibilità di estensione del conflitto.
Il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, con il pretesto che quest'ultima non avesse accettato tutte le 10 condizioni dell'ultimatum. Il Kaiser lesse il testo integrale dell'ultimatum e scrisse al Ministro degli esteri, dicendo "le richieste della monarchia asburgica siano state completamente soddisfatte, le poche riserve avanzate dalla Serbia su alcuni punti possono essere tutte superate attraverso i negoziati". Il Kaiser sosteneva quindi che non c'era motivo di guerra, che la Serbia avesse soddisfatto Vienna e che... (testo troncato per lunghezza).
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