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Appunti Il Cricco di Teodoro

I caratteri del Barocco

Siamo nel secolo della Controriforma. L’arte nel Seicento necessitava di imporsi mediante forza e grandiosità; grandiosità non significa solamente imponenza e spettacolarità, ma anche capacità di penetrare a fondo nelle coscienze. L’arte seicentesca doveva essere in grado di sedurre e commuovere l’osservatore, conquistando il gusto non solo attraverso la definizione dell’armonia e della razionalità (come avveniva nel Rinascimento). Doveva quindi suscitare emozioni. Ad esempio nei fedeli avrebbe dovuto suscitare pietà, devozione facendo leva su misericordia e compassione di fronte al dolore e alle sofferenze.

L'Accademia degli Incamminati

L’arte rinascimentale è sempre stata legata al singolo, il quale custodiva gelosamente la propria, senza divulgare tecniche e segreti al di fuori della propria bottega (l’arte rinascimentale è riferita alla personalità). La famiglia bolognese dei Carracci intorno al 1582 fonda la prima scuola di pittura dell’età moderna. Essa inizialmente fu chiamata “Accademia del Naturale” in quanto lo scopo era quello dello studio e della produzione dal vero; in seguito divenne l’“Accademia dei Desiderosi” (intento di rendersi gloriosi nell’arte) e infine fu denominata “Accademia degli Incamminati” in quanto questo nominativo sottolineava il percorso di maturazione artistica che ogni allievo avrebbe dovuto sostenere. La formazione era variegata (tradizione classica di Raffaello e Michelangelo, tradizione veneziana del colore, esperienza del Correggio), riferendosi a ciò si parla di classicismo Carraccesco. Secondo i Carracci la formazione di un artista doveva avvenire sia a livello pratico che teorico. Dal 1602 alla guida rimarrà solamente Ludovico e quest’accademia sarà un prototipo per altre accademie.

Caratteristiche

  • Nel 1582, la famiglia dei Carracci (Annibale, Agostino e Ludovico) fondano l’accademia bolognese degli “Incamminati”
  • Recupero modelli classici
  • Disegno dal vero
  • Formazione teorica
  • Poi vi si unì anche Caravaggio
  • Si insegnava a disegnare la realtà (un modello, natura morta) più la preparazione culturale → unione di realtà e classicismo = realtà migliorata

Agostino Carracci (1557-1602)

È il più colto dei tre. Insegna ai suoi allievi il valore di storia e classicità, in quanto le considera fonti primarie di ispirazione.

Ultima comunione di San Girolamo: Opera di Agostino Carracci, 1592 e il 1597, olio su tela, 376 x 224 cm, conservata alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In quest’opera vediamo il vecchio San Girolamo con forti caratteristiche di drammaticità. Lo vediamo sulla destra, in ginocchio pronto a ricevere l’ultima comunione, dove sta ricordando la lunga penitenza nel deserto (lo allude il teschio ai suoi piedi). Esso presenta un mantello vermiglio che ricopre le nudità di un corpo anziano ma che presenta ancora un’anatomia possente. La prospettiva è centrale e il punto di fuga corrisponde alla testa del sacerdote che sta somministrando la comunione. Lo sfondo è classicheggiante (colonne con capitelli compositi e una doppia arcata a tutto sesto) al di là della quale vediamo un paesaggio naturale inondato dalla luce del tramonto (simbolicamente significa la fine della vita terrena, che è una derivazione della scuola veneta del colore). Vediamo che sono presenti diversi confratelli con varie attitudini differenti (c’è chi scrive, chi guarda con affetto pietoso); vediamo che due di essi levano stupiti gli occhi al cielo poiché si accorgono della presenza soprannaturale dei due angeli. Essi si librano in prospettiva sopra l’intero gruppo e occupano solo il quarto superiore del dipinto (rimarcando quindi la distanza fra dimensione umana e divina). San Girolamo si appresta a raggiungerli.

Ludovico Carracci (1555-1619)

Sicuramente meno intellettuale del cugino e diede un contributo all’Accademia dal lato tecnico-pratico. Rappresenta sempre i personaggi sacri in modo che essi ispirino pietà, modestia, santità e devozione.

Trasfigurazione di Gesù Cristo: Opera di Ludovico Carracci, 1593 e il 1595, olio su tela, 437x 267 cm, conservata alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In quest’opera, dipinta per la chiesa bolognese di San Pietro Martire, vediamo che i personaggi sono organizzati su una diagonale e su una linea spezzata. Per quanto riguarda la diagonale essa congiunge il vertice in basso a sinistra (piede di San Pietro) con il vertice in alto a destra (oltre la testa del profeta Elia); la linea spezzata invece passa per il braccio teso di Cristo, la gamba flessa di Mosè e tra gli arti di Giovanni (destra) e di Giacomo (centro). Il salvatore, che sta compiendo un atto simbolico verso l’osservatore, indossa una veste candida e un mantello azzurro, i quali sono rigonfiati da un vento divino che lo sta innalzando al cielo. Egli ruota la testa dalla parte opposta del busto, presenta l’indice destro rivolto verso il cielo (indica la destinazione finale accanto a Dio Onnipotente). Vediamo che i tre apostoli in basso, sconvolti dall’avvenuto, vengono illuminati da una luce soprannaturale che squarcia la coltre compatta delle nubi. Vediamo che alla maestà del Cristo (dimensione di spiritualità) si contrappongono i sentimenti umani (Pietro e Giacomo gesticolano). L’atmosfera complessiva è di modesta monumentalità e rimanda ai modi della pittura manierista. La postura di Cristo deriva dall’esempio raffaellesco (più volte ripreso dai Carracci ed ai rispettivi seguaci).

Annibale Carracci (1560-1609)

È il più importante dei Carracci; esso presenta grandi capacità pittoriche che lo collocano subito al vertice dell’Accademia, alla quale si dedica più che con l’esempio che con la teoria. L’esempio è quello della perfezione raffaellesca e di una tecnica pittorica colta e raffinata, maturata sui grandi esempi del Rinascimento (colore veneto e grazia correggesca). Esso diceva che i pittori dovevano essere in grado di parlare con le mani (paragona la parola ai pennelli e ai colori per capacità di comunicare, eguagliandoli o addirittura ritenendo gli ultimi superiori). Era un abile disegnatore, con tratto morbido ma al contempo deciso (di chi non ha pentimenti); crea uno stile personale dall’armonica fusione del vigore delle forme michelangiolesche e la classicità di quelle raffaellesche.

Due tipologie di opere: Scena di genere (Il Mangiafagioli) e Origini del paesaggio classico (Fuga in Egitto).

Rematore di spalle: Opera di Annibale Carracci, 1595 e il 1596, carboncino e gessetto su carta grigia, 44,3x 45,9 cm, conservata al British Museum di Londra. Questo cartone è uno dei numerosissimi studi preparatori per il ciclo di affreschi di palazzo Farnese di Roma. Carracci vuole ricercare il bello ideale attraverso il disegno. Il corpo del rematore è in torsione, con la testa ruotata a destra e il braccio sinistro spostato indietro, mettendo così in evidenza la possente muscolatura (ripresa dai modelli michelangioleschi). Gli effetti di chiaroscuro sono ottenuti dal carboncino rado e veloce ed è stato lumeggiato qua e là con vari tocchi di gessetto; tutto ciò per dare realismo e plasticità.

Il mangiafagioli: Opera di Annibale Carracci, 1580 e il 1581, olio su tela, 57 x 68 cm, conservata alla Galleria Colonna di Roma. Quest’opera, insieme ad altre come “la bottega del macellaio” (Annibale Carracci, 1580-1581, olio su tela, 59,7 x 71 cm, Kimbell Art Museum in Texas), costituisce uno dei primi esempi della pittura di genere, molto diffusa in area fiamminga, di cui i soggetti sono attinti dalla vita quotidiana e appartengono ad un genere ritenuto minore rispetto a rappresentazioni sacre, storiche, mitologiche. Vediamo che sul tavolo sono disposti gli oggetti della mensa contadina (brocca in terraglia, bicchiere di vino, piatto con frittata, porri freschi); al centro è posta la scodella di fagioli. L’isolamento del personaggio è accentuato dallo sfondo cupo appena rischiarato dalla finestra presente sulla destra. La linea di orizzonte è situata abbastanza alta, con il punto di fuga sulla destra; ciò indica una visione decentrata, come se l’opera è stata realizzata osservando da un altro tavolo dell’osteria. L’uomo è colto nell’attimo in cui porta alla bocca i fagioli con tanta voracità tale da far sgocciolare il brodo. Gli occhi fissi, la bocca spalancata e la mano che stringe il pezzo di pane sottolineano l’appartenenza. I colori sono spenti e terrosi. La quotidianità si caratterizzerà come un filo conduttore della pittura di genere.

Galleria di Palazzo Farnese

Quando Annibale si trasferisce definitivamente a Roma affina la propria conoscenza classica e studia da vicino i grandi cicli vaticani di Michelangelo e Donatello. Su incarico del cardinale Odoardo Farnese affrescò le volte e le lunette del camerino del palazzo di famiglia. Ciò fu un pretesto per la realizzazione degli affreschi della galleria di detto palazzo. Esso fu il ciclo pittorico più lungo e impegnativo della sua vita. La complessa figurazione è a carattere mitologico ispirata allo stesso Odoardo. Il soggetto principale è l’amore degli dei (tema trattato nel Quattrocento e nel Cinquecento in quanto permetteva agli artisti di liberare il proprio estro creativo). Sulla volta a botte della galleria crea l’illusione di 9 dipinti appesi (con le loro cornici dorate) come se rappresentasse una sfarzosa pinacoteca. Dietro ad essi rappresenta una finta struttura architettonica prospetticamente aperta sul cielo (essa è incorniciata e sorretta da statue e medaglioni, anch’essi dipinti. Al centro della volta spicca, per dimensione e importanza “il trionfo di Bacco e Arianna”, raffigurante il loro corteo nuziale. I due personaggi principali avanzano su due carri (Bacco su un carro dorato trainato da tigri, mentre Arianna su un carro argenteo trainato da arieti). I due sposi sono contornati da satiri e menadi danzanti (al ritmo di tamburelli, piatti e corni). Su un asino in testa alla carovana appare il vecchio Sileno (satiro precettore del giovane Bacco). È inoltre presente un festoso svolazzare di putti e amorini, variatamente affaccendati, simbolo di grazia e di spensieratezza. È una composizione equilibrata in quanto i personaggi di destra e di sinistra corrispondono per numero composizione. finti quadri appesi) e di spazi illusori (il soffitto aperto sul cielo). Il rigido classicismo compositivo viene in parte contraddetto: i gesti e gli atteggiamenti degli dei e degli eroi mitologici vengono rivisitati in base alla sensibilità dell’artista. Lo studio preliminare è stato severo così da togliere qualsiasi senso di spontaneità (per l’intero ciclo vennero eseguiti quasi mille tra bozzetti, cartoni e disegni preparatori; Annibale fu aiutato dal fratello Agostino).

Caravaggio (1571 - 1610)

Si è creduto che Michelangelo Merisi da Caravaggio fosse nato a Caravaggio (paese della Bassa Bergamasca), in realtà nel suo certificato di battesimo rinvenuto del 2007 è attestato che come egli sia in verità nato a Milano. Quando Michelangelo ha 5 anni (durante la peste) la famiglia si trasferisce dal marchese di Caravaggio. Tornerà a Milano dove studierà con Simone Perdersano; nel 1592 si trasferisce a Roma, dove entra in contatto con il Cavalier d’Arpino, nella cui bottega lavora per qualche tempo, dove si distingue subito per la straordinaria bravura nel dipingere le nature morte, ossia composizioni con soggetti inanimati (generalmente fiori e frutta) e scene di genere. Grazie a ciò a Roma nel 1595 incontra il cardinale Francesco Maria del monte, il quale fa trasferire Caravaggio nel suo palazzo, in questo momento esso conosce la gloria ed è definito il miglior pittore a Roma. Di Caravaggio non abbiamo praticamente niente di scritto, a parte una documentazione di un interrogatorio, dove Michelangelo fu querelato dal Cavalier D’Arpino poiché ha scritto poesie dove lo derideva con il padre di Artemisia Gentileschi. In questa trascrizione viene chiesto a Caravaggio chi sono i valentuomini ed egli risponde: chi sa imitare le cose naturali. Caravaggio è un uomo violento e irrequieto, infatti durante una rissa nel 1606, dove difenderà la sua modella preferita (Lena Antoniacci) la quale era stata presa di mira da un gruppo di bravi, ucciderà Ranuccio Tommasoni. Da questo momento Caravaggio così non è più pittore del clero ma è un latitante, deve lasciare Roma, è condannato a morte (condanna a morte in contumacia). Da allora inizia la sua avventurosa e tragica fuga da Roma che inizialmente lo porta a Napoli (1606-1607) e poi subito a Malta (1607), dove lavora per i Cavalieri dell’Ordine e da dove nuovamente fugge, l’anno successivo, nascondendosi a Siracusa e in varie altre città della Sicilia. Nel 1609 è ancora a Napoli, ove è ferito in un ulteriore agguato, e infine a Porto Ercole, nella Maremma grossetana, dove nel 1610 muore, solo e disperato (senza nessun allievo), stroncato dalla malaria e dagli strapazzi.

Realizza sostanzialmente nature morte, scene di genere e soggetti mitologici. In questo momento a Roma sono presenti due correnti artistiche:

  • Quella umanesimo-rinascimentale: che presenta al meglio il concetto di bellezza come ideale di perfezione;
  • L’arte del dipingere così com’è, del dipingere al naturale.

L’arte di Caravaggio si può dividere in 3 periodi:

  1. 1594 – 1600: pitture di collezionisti privati;
  2. 1600 – 1606: pittura pubblica (pale d’altare). Sono gli anni migliori;
  3. 1606 – 1610: stile tragico/drammatico.

Confronto con Caravaggio e El Greco

El Greco si forma a Creta (al tempo sotto la Repubblica veneziana, vivendo quindi tra cultura veneziana e di Roma), quando si trasferisce il Spagna tenta di imporsi come erede della pittura veneta del 500 ma Filippo II re di Spagna non sembra intenzionato ad accogliere questa idea. Un esempio è l’olio su tela “la sepultura del conte Orgaz”, 480 x 360 cm, conservato a Toledo nella chiesa di Santo Tomè. Pala alquanto sproporzionata, è in assoluto l’opera più complessa di El Greco. La pittura di El Greco è una pittura rapida guizzante. Abile ritrattista. La composizione pittorica del volto è incredibile. Attenzione ai dettagli: la cotta (toga dorata) ripresa dalla pittura veneta. El Greco, al contrario di Caravaggio, era il pittore sbagliato nel posto sbagliato.

Se Caravaggio si fosse formato a Roma, probabilmente avrebbe avuto le idee molto più vicine al Cavalier D’Arpino, e quindi non avrebbe ottenuto questo successo. Il cavalier D’Arpino realizza “Diana e Atteone”, olio su tela, 1600-1602, 50,3 x 68 cm, museo del Louvre di Parigi.

Testa di Medusa

Opera di Caravaggio, 1597-1598, olio su tela riportato su tavola, 60 x 55 cm, conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Commissione del cardinal Del Monte, si tratta di un olio su tela che viene realizzato incollando la tela su uno scudo di legno. Vediamo la testa di Medusa mozzata e sanguinante. Viene rappresentata nel momento in cui viene recisa la testa. La bocca spalancata che rappresenta l’ultimo grido, gli occhi roteano atterriti come se volessero conservare per un attimo la vita. Mai un ritratto era stato così crudo e impietoso. Il tema di Medusa si era già visto con Cellini.

Canestra di frutta

(natura morta) Opera di Caravaggio, 1595-1596, olio su tela, 31 x 47 cm, conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Fu commissionata al cardinale Del Monte e acquistata dal cardinale Borromeo. Il soggetto è una semplice canestra di frutta in vimini intrecciato. Caravaggio osserva attentamente la realtà, indagandone dal naturale ogni aspetto con particolare attenzione. Sembra presentare un’apparente e disadorna semplicità dell’insieme è una composizione studiatissima. La visione è perfettamente frontale e occupa un ideale semicerchio avente come diametro il lato inferiore del dipinto; questa scelta, che rendeva più difficile la rappresentazione della profondità prospettica, viene risolta in modo molto semplice e raffinato: fa sporgere la canestra dal piano di appoggio per avvicinarla all’osservatore. Inoltre, allontana la percezione dello sfondo, di colore neutro, inondandolo di una luce calda e diffusa, in modo da fare risaltare i toni freddi di foglie e frutta. Vediamo che le foglie della vite sono accartocciate (non fresche), le foglie della pesca sono forate (grandine o parassiti), la mela intaccata, foglie della cotogna maculate e i grappoli d’uva che hanno degli acini mancanti o schiacciati, ciò significa che è stata rappresentata una realtà oggettiva, priva di qualsiasi correzione e abbellimento. Questo è il suo modo di osservare la realtà umana, sempre dominata da bruttura e morte. Borromeo cercherà un altro dipinto da affiancarvi, ma non riesce a trovarne un altro così meraviglioso (generalmente le nature morte vengono esposte in coppia o in doppia coppia). Con quest’opera Caravaggio vuole quindi sottolineare il tempo che passa. Inoltre, pur trovandosi al centro non è centrata rispetto al dipinto, la mediana orizzontale indica il punto di vista dell’osservatore e sancisce la divisione tra il soggetto e un spazio vuoto nella parte alta del dipinto, con sfondo chiaro. La canestra sembra disordinata a causa di quell’ombra sotto al cestino, sembra fuori posto, in questo modo viene voglia all’osservatore di riordinarla. Questo perché utilizza i 5 sensi per ri

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marinacibotto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Boeri Elisa.
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