Storia dell'architettura
Giovanni Battista Piranesi
Giovanni Battista Piranesi (1700) dedica la sua vita all’investigazione del mondo antico, in particolare per le antichità romane. Egli, oltre a codificare l’antico, lo considera come repertorio di modelli assoluti ai quali attingere per produrre nuova arte. Per poter produrre l’arte assoluta, l’arte della bellezza, bisogna che l’antico diventi un modello.
Piranesi rivendica al soggetto la capacità di definire ciò che è bello (concetto del gusto). Il gusto è l’attribuzione ad un ambito sensoriale di un nuovo ruolo che prima era definito soprattutto tramite gli occhi. Il gusto è sensibilità personale. Ora il soggetto svolge il ruolo di arbitro, mentre prima si faceva riferimento ad un archetipo assoluto. È una svolta fondamentale per l’occidente perché apre la via al relativismo, alla soggettivazione del mondo (che è l’essenza della condizione moderna). Il soggetto diventa giudice ed arbitro nei confronti di valori trascendenti.
Della Magnificenza Ed Architettura De’ Romani
Nel 1761, Piranesi dialoga con Gian Battista Leroy, studioso francese dell’antico che va in Grecia e pubblica “I bei monumenti della Grecia”. Questo viaggio porta in occidente le immagini degli ordini architettonici dell’antica Grecia.
Piranesi estrapola da Leroy una serie di immagini riguardanti le colonne e le assembla in una tavola. In questo contesto viene attribuito ai modelli storici un valore fondativo (un modello è un fondamento). I modelli storici sono i modelli perfetti della bellezza. In questo modo si crea una conflittualità sull’origine della bellezza perché quest’ultima è sia posta nel tempo sia all’origine della forma. Il primato del tempo diventa il primato ideale assoluto: ciò che è stato all’origine è ciò che dà la regola alla forma.
L’architettura classica nasce in Grecia o dalla tradizione etrusco-romana? Piranesi si schiera a favore dell’architettura etrusca. Questo dibattito nasce per definire l’origine del modello da imitare per fondare l’arte nuova, per dare una regola assoluta all’arte (e all’architettura).
In questa tavola, ai lati delle due colonne in alto, Piranesi ha tratteggiato due linee sottili tratteggiate (sono dei fili a piombo). Li ha messi per far notare al lettore che le colonne sono un po’ panciute (entasi, rigonfiamento). Secondo Piranesi questo rigonfiamento non è stato inventato dai Greci ma dagli Italici. Questa tavola è stata fatta per polemizzare contro i sostenitori del primato della Grecia e rivendicare il primato dell’architettura etrusco-italica.
Le colonne sono organizzate sulla tavola tutte con lo stesso diametro, ma con differenti altezze. Piranesi usa una rappresentazione sinottica (schematica) per mettere in evidenza il rapporto modulare tra diametro e altezza di ogni colonna. Leroy aveva ipotizzato una classificazione dell’ordine dorico (1758). Piranesi la riprende e gli dà una configurazione grafica, in cui le colonne vengono disposte secondo una scala, corrispondente ad una conversione temporale. Questo tavola visualizza la concezione elaborata da Leroy: cioè che la colonna dorica nel tempo si sia evoluta e abbia assunto proporzioni sempre più slanciate.
Secondo Piranesi avvengono due processi: un processo di sviluppo della temporalità e un processo di sviluppo della forma. Questi processi sono collegati tra di loro: al passare del tempo corrisponde un ciclo di sviluppo della forma che nel tempo assume configurazioni sempre più slanciate. Leroy osserva che il dorico, essendo il più antico, ha subito nel tempo le modificazioni più elevate. Questa considerazione è stata rivoluzionaria perché mette in relazione la forma ed il tempo (evidenziando come quest’ultimo dia il via ad un processo di modifica). Il tempo induce dunque un processo di alterazione della forma. Tempo e forma sono legati da un rapporto di specularità, casualità: nella forma possiamo leggere le tracce del tempo. Il tempo imprime sulla forma il proprio marchio.
Si inizia a dare un ordine agli oggetti usando la categoria del tempo e assumendo l’analisi della forma come strumento di misurazione dell’evolvere del tempo. Forma e tempo vengono messe in relazione. Le prime due colonne sulla tavola sono invertite (la prima è più alta della seconda) però la prima riporta “fig. II” mentre l’altra “fig.I”, quasi come se Piranesi volesse rinstaurare l’ordine.
Prima che Leroy disegnasse l’antico, si conosceva solo la tradizione romana tramite la ritrattistica di Vitruvio. A questo punto, un mondo chiuso si apre ad un mondo diverso: arrivano in Europa forme architettoniche che, pur avendo caratteri di familiarità, appaiono incompatibili.
Plinio il Vecchio
Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, è stato uno scrittore, ammiraglio e naturalista romano. Era proprio del suo stile descrivere le cose dal vivo. Egli morì infatti tra le esalazioni sulfuree dell’eruzione vulcanica del Vesuvio che distrusse Pompei, mentre cercava di osservare il fenomeno vulcanico più da vicino (per questo venne riconosciuto come primo vulcanologo della storia).
La Naturalis Historiae (37 volumi) è l’unico lavoro di Plinio il Vecchio che si sia conservato. Quest’opera è stata il testo di riferimento in materia di conoscenze scientifiche e tecniche per tutto il Rinascimento. Plinio vi ha infatti registrato tutto il sapere della sua epoca su argomenti anche molto diversi come cosmologia, geografia, antropologia, zoologia, sostanze medicinali, metallurgia e mineralogia. Grazie alla sua Naturalis Historiae conosciamo molte cose sull’architettura.
Lepenies
Lepenies ha scritto La fine della storia naturale. In questo testo evidenzia un fenomeno che definisce come la “pressione dell’esperienza”. Si verifica quando hai dei dati empirici nuovi che non riesci a metabolizzare all’interno di schemi conoscitivi concettuali già in tuo possesso, che avevi elaborato per orientarti. Per poter concettualizzare la pressione dell’esperienza devo pensarla all’interno di un ciclo di evoluzione nel tempo (Darwin). Siamo di fronte ad una rivoluzione epistemologica, che si sta sviluppando, dando risposta alla pressione dell’esperienza, con un nuovo progetto d’ordine. La crisi farà in modo che si assumerà come strumento la temporalità per poter risolvere il problema della pressione dell’esperienza. La temporalità acquisisce dunque il ruolo di asse ordinatore, con il fine di disporre un insieme di oggetti in una sequenza unitaria, organica e dotata di senso (in modo tale che eventuali varietà degli oggetti risultino comunque controllate). Si crea così una nuova forma di organizzazione del sapere detta storia.
Bernard Baumgarten
- È un monaco del ‘700.
- Ha scritto L'antichità svelata e spiegata. Baumgarten reagisce alla pressione dell’esperienza adottando come strumento concettuale il catalogo. Il catalogo è la rubricazione sistematica di tutte le occorrenze materiali.
Winckelmann (e l'invenzione della storia dell'arte)
Invenzione significa fondamento di una nuova disciplina, una nuova forma di approccio. Il concetto di stile storico nasce in questo momento. Il testo di Vitruvio conteneva già un concetto rivoluzionario poiché egli vi aveva descritto gli stili dorico, ionico e corinzio, ordini caratterizzati da una scalarità temporale, da una diversa configurazione temporale (es. il corinzio è più alto del dorico). Questo principio era dunque già esistente nella codifica vitruviana ma, a partire da qui, si sviluppa una teoria più generale, relativa allo sviluppo della forma.
Ora la pluralità degli oggetti può essere ricondotta all’interno di un sistema che consente di ordinarli, di conoscerli tutti senza conoscerli uno per uno, in base alla loro proporzione che è legata alla temporalità. [I primi antenati delle colonne non raggiungevano neanche i 4 diametri. Le colonne poi si evolvono: si arriva a 6 diametri (tempio di Teseo e Partenone ad Atene), poi ai 7 (Porta del mercato di Augusto ad Atene) fino ad arrivare ad 8 (teatro di Marcello)]. Ciò che è diverso viene metabolizzato mettendolo lungo l’asse del tempo, dentro uno schema dinamico, in grado di risolvere in sé tutte le molteplici varianti morfologiche dell’ordine attestato dall’archeologia. Noi però non possiamo datare le rovine in base alla loro forma: nasce il concetto di stile storico.
Winckelmann (1717-1768) è stato un bibliotecario, storico dell’arte e archeologo tedesco. Fu il primo ad adottare, nella storia dell’arte, il criterio di evoluzione degli stili cronologicamente distinguibili uno dall’altro. È stato uno fra i massimi teorici ed esponenti del neoclassicismo. Winckelmann è considerato il fondatore dell’archeologia moderna per aver pubblicato la Storia delle arti del disegno presso gli antichi, in cui la storia dell’arte antica è ricostruita in base alle scoperte archeologiche.
Egli ha messo in relazione il tempo e la forma in modo qualitativo: il tempo della libertà imprime nella forma un carattere di bellezza. Pubblica il libro Pensiero sull’imitazione dell’arte antica, che sostiene che, per raggiungere la vera bellezza, dobbiamo imitare. Quindi il gusto, che è soggettivo, deve essere formato all’imitazione dell’antico. L’imitazione è la cerniera attraverso la quale il soggetto fonda la propria arte in un’alterità. Il soggetto non è arbitro della bellezza, ma la bellezza è riposta nella forma assoluta e il soggetto, per creare la bellezza, può e deve imitarla.
Si dipinge la Grecia come modello assoluto. L’operazione che fa Winckelmann in realtà è insostenibile perché non parla più di bellezza assoluta. Egli dice che noi dobbiamo imitare l’idea dell’arte, ma questa idea è incarnata nel tempo (perché dobbiamo imitare la Grecia); quindi assumere un contingente storico adesso equivale ad un valore assoluto. La bellezza è imitare le opere: un momento della storia (o una produzione empirica) viene assunto come depositario dell’assoluto. Questa cosa però non funziona perché, per poterla fare, ci si ritrova a distruggere la materialità degli oggetti (dobbiamo assumere la bellezza della materia però, quando ci si trova davanti la materia, dobbiamo distruggerla).
Per Winckelmann la bellezza è come un punto geometrico: non ha immagine, non ha sostanza. È un’arte che, volendo raggiungere la bellezza e postulandola nel tempo, agisce sulle forme temporali riducendole al quasi nulla (senza colore, ombra, forma…). È un’operazione tecnica complessa.
Nell’opera La storia dell’arte dell’antichità (testo del 59) egli affronta il problema del dorico. Winckelmann guarda le antichità italiane ed estende le sue osservazioni sull’antico tempio di Girgenti (Sicilia), dove inizia ad elaborare la teoria del rapporto tra forma e tempo (come quella di Leroy). A quel tempo il canone era di 6 diametri. Winckelmann invece riporta una tiratura dimensionale anomala: le colonne sono di 5 diametri (esclusi i capitelli).
Questa osservazione verrà metabolizzata successivamente in una nuova opera intitolata Osservazioni sopra l’architettura degli antichi (62). Nel 64 scriverà La storia dell’arte nell’antichità. Queste due opere sono radicalmente diverse. La storia dell’arte dell’antichità è fondata sull’evoluzione dell’analisi della forma nel corso del tempo. Egli dice che non c’è bisogno di declinare ogni oggetto, ma basta identificare il ciclo generale di evoluzione della forma nel tempo. Posso dunque considerare solo gli elementi più importanti. Tra forma e tempo c’è una specularità: c’è un evoluzione della forma nel tempo.
Il testo Osservazioni sopra l’architettura degli antichi prende come modello l’oggetto architettonico e lo smembra. Parla dunque dei materiali, degli elementi, delle colonne, delle coperture… Quando siamo di fronte ad un edificio lo isoliamo rispetto al ciclo del tempo, lo sterilizziamo: non c’è tempo, esiste solo un oggetto che viene analizzato e descritto. Il quadro descrittivo che ottengo sarà atemporale (dunque non c’è storia, non c’è stile, non c’è evoluzione). Solo un capitolo di questo libro cambia del tutto registro. È il capitolo sull’ordine dorico. L’ordine dorico sollecita una relazione, il dorico ha avuto un’evoluzione nel tempo. Egli riporta “ci restano modelli di colonne dell’ordine dorico dal tempo della loro prima origine. L’altezza delle colonne che dovrebbe essere 6 diametri, non ne ha neppure 5 e al vecchio tempio di Corinto le colonne hanno solo 4 diametri compresi i capitelli”.
Leroy, dalla descrizione che dà degli antichi monumenti della Grecia, fissa 3 epoche: colonne che non passano i 4 diametri di altezza (come quelle di Corinto); quelle del secondo tempo (Tempio di Teseo); quelle del terzo (Tempio di Augusto, alto 6 diametri). In Winckelmann questo schema si amplia: esso diventa una teoria generale con il fine di comprendere i fenomeni artistici in quanto manifestazioni di processi. Lo studio dell’architettura è quindi un criterio di interpretazione generale aperto, flessibile, attuo ad assimilare le anomalie perché in grado di dominare concettualmente tutte le possibili declinazioni della forma.
Winckelmann elabora l’ipotesi che la forma evolve nel tempo, e il tempo non sia neutro: è il tempo delle civiltà. Lo stile è sia una registrazione dell’architettura nel tempo che fa modificare la forma sia uno specchio della civiltà. La forma non è solo un oggetto che evolve, ma è anche il luogo, il rispecchiamento della cultura della civiltà.
Secondo W. il ciclo evolutivo di uno stile ha un’ascesa e un declino, i quali sono scandibili in 4 tempi (allo schema di Leroy manca dunque un tempo ulteriore). Questo tempo è la quarta fase, la quale sarà il momento di decadenza del dorico. Questo declino diventa lo specchio della corruzione che riguarda invece non il ciclo temporale ma quello politico.
La mera analisi di oggetti si è trasformata in un linguaggio attraverso il quale le città esprimono se stesse, si manifestano. La fenomenologia della forma artistica riflette la fenomenologia del dominio politico (diventa un luogo di scrittura del potere). La storia dell’arte diventa così un sottile esercizio di interpretazione volto a riconoscere il tipo di rapporti, influssi… al fine di ricomporre i quadri correnti, dentro i quali potrà attuarsi quel gioco di relazioni fra tempo e forma, quella temporalizzazione dell’arte antica, che è frutto della rivoluzione esistente del 700. A questo punto si può parlare di nascita di storia dell’architettura. L’approccio che noi conosciamo come storia dell’architettura è un approccio che non è inscritto da sempre nella cultura occidentale. Utilizzare il tempo per organizzare secondo schemi razionalmente dominabili l’insieme dei dati artistici, dei manufatti artistici è un processo che si verifica nel corso del 18 secolo, intorno a Winckelmann (che è colui che darà forma compiuta a questo processo e a questa concettualizzazione, in relazione al fenomeno di accrescimento della pressione dell’esperienza).
Abbiamo notato come l’occidente si sia aperto all’oriente, come, tramite l’investigazione (navi che arrivano da paesi egemonici come Francia e Inghilterra), si portino in occidente forme inedite, nuove, sconosciute. Quello che quindi sembrava un linguaggio ormai cristallizzato in una dimensione atemporale della ritrattistica architettonica, incontra il cosiddetto “straniero”. Abbiamo notato come, di fronte a questo dorico tozzo (Leroy e poi Winckelmann), si elabori una teoria dell’interpretazione di questo fenomeno che utilizza il tempo come strumento di organizzazione dei dati empirici, materiali.
L’utilizzo del tempo costituisce, rispetto alle forme precedenti di organizzazione dei dati empirici, una forma più efficace ed economica in quanto consente di superare la forma del catalogo (cioè della raccolta sistematica di tutti gli atti), e di elaborare delle categorie generali (che considerano il tempo nel concetto di stile, ovvero di forma temporalizzata che ha consentito di dare un nuovo ordine e un nuovo dominio concettuale efficace di questo accresciuto accesso di dati alla conoscenza empirica).
In Winckelmann questo processo, questo schema concettuale riceve un’elaborazione ulteriore. Il concetto di temporalità non era interpretato in termini cronologici ma in termini di una temporalità qualitativa, umana, di una temporalità storico-sociale, che come tale si rapporta al mondo delle forme secondo un processo definito come una sorta di “rispecchiamento”. Le forme rivelano nella propria struttura morfologica dei caratteri del tempo che le ha prodotte. A questo punto si può anche introdurre una nuova categoria, la categoria del simbolico. Le forme diventano dunque linguaggio, simboli, un luogo di scrittura della temporalità storica. Da questo punto, a partire dalla storia dell’arte dell’antichità di Winckelmann, nascerà la disciplina della storia dell’arte.
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Appunti di Storia dell'architettura I
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