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Appunti di Storia della lingua italiana (lezioni complete) Appunti scolastici Premium

Lezioni complete del corso di Storia della lingua italiana dell'anno accademico 2014/2015. Il contenuto del corso riguarda il Purgatorio.

Gli appunti sono precisi, completi e di contenuto. La valutazione che ho conseguito all'esame è di 26/30. Scarica il filoe in formato PDF!

Esame di Storia della lingua italiana docente Prof. V. Formentin

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ESTRATTO DOCUMENTO

eccellenza.

Vidi è un verbo energico si semanticamente che strutturalmente, l'uso delle parole vuole

dimostrare una certe elevazione morale del soggetto, con riverenza.

Degno è parola meritevole, dignità anche nel modo di porsi.

Che più ha funzione di aggettivo comparativo, cioè di maggiore con una consecutiva, una delle

dipendenti preferite da Dante perché tende a concatenare il discorso, è costrutto affine al metro

delle terzine.

Nella consecutiva è stato espulso per ellissi il sostantivo di reverenza.

Poi abbiamo il verbo dee, la ''v'' intervocalica dell'italiano deve come desinenza dell'imperfetto, qui

avviene un dileguo, non una sincope, perché deve riguardare una vocale il secondo caso.

(v. 35- 42)

Versi 35-36 Lunga la barba e di pel bianco mista

 “ ” segue la descrizione di Catone, morto

per protesta alla tirannide. La fonte principale è la Farsalia di Lucano a cui Dante aggiunge

particolare. Il primo è un verso a cornice, due aggettivi riferiti alla barba. La barba lunga deriva da

Lucano mentre il termine brizzolato lo aggiunge Dante.

portava, a' suoi capelli simigliante

“ ” Questi capelli divisi in ordine preciso ricordano un aspetto

dignitoso, gli danno quasi un’investitura sacerdotale.

Catone raffigura sacerdote laico della libertà, poi ha dovuto credere in Cristo venuto, viene

salvato come pagano perché va giudicato in base alla sua etica.

Viene visto un po' come Socrate, ma Catone è una sorta di figura con il suo suicidio, che non va

punita, ricorda la croce di Cristo. Suicidio è immolarsi per i popoli e per la libertà, non si risolve

l'aporia, ma si risolve solo poeticamente.

Versi 37-39 Li raggi de le quattro luci sante fregiavan sì la sua faccia di lume

 “ ”  questo suo

valore di secondo Cristo lo vediamo nei versi successivi, con le quattro virtù cardinali che irrorano

il suo viso, la potenza di queste virtù già seguite da anime più elette dei pagani.

“ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.” ancora è presente una consecutiva, anche qui

troviamo un dileguo in vedea, la ''a'' finale è etimologica di VIDEBAM, nell'italiano antico le forme

della prima persona singolare e della terza dell'imperfetto erano uguali, vedeva.

E’ verso la fine del '300 e poi con frequenza nel '400 che la desinenza della prima persona

singolare cambia nel nostro vedevo. Le forme del fiorentino parlato restano in alcuni autori come

Pascoli, nel fiorentino parlato il mutamento in ''o'' della desinenza per distinguere le due persone

avviene in questo momento, così si spiega come estensione analogica della desinenza del

presente amo\ ama a dato origine per estensione analogica a amavo\amava.

L'analogia è propria della categoria verbale.

sole

Il qui rappresenta la grazia di dio, equiparazione del pagano con le sue virtù cardinali all'etica

cristiano, con un salto poetico di Dante. È equivalente storico di Cristo. Assimilazione all'aura

cristiana è posta con congiuntivo irreale. Questo isolamento morale precedente, corrisponde poi al

modo di rispondere che segue dopo, molto aggressivo con domande immediate.

Versi 40-42  “diss' el, movendo quelle oneste piume”  oneste si rifà alla sua visione

decorosa per etimologia latina, oneste piume è una metonimia che ricorda le lanose gote di

Caronte nel III canto dell'Inferno. 24 febbraio 2015

(v. 40- 48)

Catone è come un sacerdote laico, la movenza delle sue domande incalzanti ricorda la figura del

confessore → della coscienza.

La prima domanda è una richiesta di spiegazione di queste due anime: Dante è un'anima ancora

cieco fiume

in gioco, capace di decidere la sua sorte. Tali anime provengono dal " "→ non ha

valore attivo (che non vede) ma vale passivamente (che non è visto) →canaletto scavato nella

roccia che collega il centro della terra all'isola.

diss'el, movendo quelle oneste piume

Verso 42 → " → sintagma: indica l'ordine di sequenza

delle parole nella frase. Tale verso è didascalico: rivolto al lettore per dargli informazioni.

Il nostro sistema è dotato di un sistema interpuntivo più chiaro rispetto a quello medioevale: noi

abbiamo un avviato sistema paragrafamatico:

- sistema di interpunzione (→punto, virgolette etc.);

- di elementi diacritici (→distintivi: accenti (→grave e acuto, distinguono il timbro vocale

negli ossitoni). Nel Friulano abbiamo anche l'accento circonflesso: la vocale è

fonologicamente lunga. →Croce e Contini usano l'accento circonflesso: princîpi o prîncipi.

Tale sistema è un prodotto della cultura italiana rinascimentale, è un'estensione del sistema greco

ed ha dei nomi precisi come genitori: Pietro Bembo e Aldo Manuzio; insieme pubblicano classici

greci e latini. Questo sistema garantisce una maggiore leggibilità dei testi anche ai testi latini;

nasce il corsivo.

Il punto interrogativo nasce già nel '400: esso aveva anche funzione di punto esclamativo.

Dante tratta i versi didascalici con grande capacità, integrandoli benissimo nel poema.

Son le leggi d'abisso così rotte? O è mutato in ciel novo consiglio, che,

Versi 46-48 →"

dannati, venite a le mie grotte? " →rimanda a crypta in greco. La "y" è un suono greco che verrà

poi adattato dal latino. La "y" è vocale arrotondata (→la bocca è a forma di cuoricino) e

palatalizzata (→la lingua sale verso il palato).

Crypta viene adattato in latino come crŭpta; in toscano "grotta" viene aperta. Il fenomeno che

porta da crŭpta all'italiano grotta è un fenomeno di assimilazione regressiva e parziale del

tratto di sonorità: il secondo elemento non è stato assimilato completamente, influisce sul primo;

essa è limitata al tratto di sonorità. →Fenomeni simili sono: lagrima e lacrima.

(v. 49- 60)

Virgilio è definito il duca (con u breve)→latinismo, dux, ducis →metaplasma→cambio di

declinazione. L'accusativo dŭcem ha dei continuatori popolari a cominciare dal veneto dose (o

chiusa). La pronuncia di parole dotte tende al timbro aperto→vocale incerta, vocale aperta.

mi diè di piglio

Egli afferra Dante → " " →non è una forma dialettale, significa prendere.

Il consiglio di Virgilio a Dante di abbassare lo sguardo e inginocchiarsi viene espresso da Dante

e con parole e con mani e con cenni

autore mediante il polisindeto " ".

Verso 52 → Poscia rispuose lui →continuatore di pŏstea → la o non è chiusa; esso passa

Ostjum

attraverso pŏstja (diventa una sibilante palatare doppia). → uscio; processo di

metafonesi: innalzamento della metafonetica.

Rispuose lui →è un dativo, ma noi dobbiamo porre la preposizione (a); in italiano moderno cui

può essere usato con o senza preposizione.

Illui → dal tipo ille, illa, illud → sul pronome relativo → ille omo, cui dedi panem fugivit →sul cui,

per analogia, si è formato un dativo (→ illui, illei).

Il nostro lui è generato tramite aferesi della prima sillaba: originariamente lei e lui erano dativi.

Virgilio fa un discorso a Catone di sapiente retorica: rispondendo ad un allocutore è bene

adottarne la stessa tonalità stilistica. Il discorso si snoda secondo i principi, esso ha una funzione

informativa: deve rispondere alle giuste domande di Catone e subito mette in chiaro che il loro

viaggio non è il risultato di un atto di superbia e orgoglio, ma è voluto da Dio.

donna per li cui prieghi

" ": il cui che è originariamente dativo, ha conservato quelle funzioni e ha

assommato le funzioni del genitivo.

Nel caso invece del pronome personale loro, la forma dismessa è quella del dativo, ma conserva

la funzione di genitivo (→la loro casa, la casa di quelli) e di dativo. Il campo dei pronomi è il

settore in cui il sistema pluri-casuale del latino si conserva meglio; nel sistema del nome

abbiamo avuto una tragica riduzione. Il friulano ha un sistema più ricco di quello italiano, per

quanto riguarda i pronomi tonici (pronomi tonici che di solito sono dopo proposizione) rimanda ai

tre casi del latino → (ego, me (accusativo) e mihi). *vedi, morfologia storica.

Verso 56-57 Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi di nostra condizion com' ell' è vera

→ " "

Di nostra condizion

→ →prolessi →anticipazione del tema del discorso; segue una secondaria

che porta avanti lo stesso tema.

"com'ell'" → forma apocopata;

non puote il mio che a te si nieghi

" "→ ellissi →elemento che viene espulso per ellissi→ in

questo caso "volere".

"Questi" →pronome maschile singolare, forma letteraria e desueta, complessità casuale che si è

meglio conservata. Questi è una forma nominativale analogica. La "i" finale non è di origine

etimologica ma analogica.

Questo

, in italiano, deriva da una forma presentativa del dimostrativo latino → iste, ista, istud →

avverbio presentativo → in latino abbiamo due verbi di questo tipo "ecce ed eccum".

Ĕccum + ĭstum= questo

Ĕccum + ĭllum = quello

Però la forma in i di "Questi" come è spiegata? Viene dalla ī del pronome relativo:

quī: nominativo (soggetto) → "chi";

– quem: accusativo (oggetto) → è una delle radici del nostro "che";

"ille quī edit panem" : ille ha assunto per analogia la ī di quī → dà il nostro "egli", ha origine dalla ī

di quī che esprime una forma nominativale, ma di origine anche analogica.

Nel caso di Dante abbiamo un significato analogico ma anche sintattico.

Verso 55 questi non vide mai l'ultima sera ma per la sua follia le fu sì presso

→ " " →valore

duplice di morte fisica o spirituale.

(v. 61- 69)

Verso 62 → "per lui campare" → "lui" assume tutte le funzioni sintattiche a parte quella di

soggetto. L'uso del pronome tonico tra preposizione e verbo non è presente in italiano moderno, si

incontra nell'italiano antico per francesismo → in francese si usano pronomi tonici o atoni.

E' un'interposizione del pronome personale tra preposizione e infinito che sa di francese.

Verso 64 → "Mostrata ho lui tutta la gente ria"; sempre "lui" dativo →nei versi successivi c'è

una captatio benevolentiae.

"che purgan sè" → forma tonica;

- che si purgano

- " " → forma atona;

→che purgan sè sotto la tua balìa → gallicismo;

Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti → condizionale in "ia" → non era autoctono di Firenze. Forme

di condizionale di essere in italiano antico:

ei: "sarei", "sarebbi";

- ia: "saria"

- ora: "fora";

-

Verso 69 → confucerlo a vederti e a udirti;

(v. 70- 81)

Versi 70-72 → Catone si è immolato per la libertà, è una sorta di redentore laico. La finezza

psicologica del verso sta nel fatto che non si spiattella in modo adulatorio il nome di Catone, ma a

lui si allude con raffinatezza attraverso un pronome indefinito (chi).

Come sa chi per lei vita rifiuta

obliquo →forma che si usa dopo una proposizione;

- vedo lei → oggetto;

- per lei → obliquo;

Verso 75 vesta

→ → metaplasma →cambio di declinazione → un sostantivo di terza latina che

ha "e" finale in accusativo, assume una desinenza più trasparente in "a". → Salvatore Satta, Il

giorno del giudizio.

Minosse, giudice infernale, è in realtà un ministro → chi giudica è un altro. Ricorda inoltre

l'immagine di Marzia, la moglie di Catone, ricordata anche in un verso del IV Canto dell'Inferno.

Virgilio insinua nell'interlocutore un ricordo terreno: l'amore familiare per la cara e dolce sposa che

si è meritata il Limbo degl spiriti magni.

Santo petto

" " → metonimia;

Verso 81 Lasciane andare

" " → pronome atono di prima persona plurale; il nostro "lasciaci" trae

forma da una forma avverbiale.

Ecce hic → da cui il nostro "ci" locativo che ha assunto anche valore pronominale di prima

persona. Il "vi" di seconda persona probabile rimandi a "ĭbĭ". 26 febbraio 2015

Clisi → concetto che appartiene alla fonosintassi, non è puramente accentuativo, è un

appoggiarsi di una particella atona (come il pronome personale) in relazione al verbo.

E' il concetto iperonimo, di essa si distinguono due forme:

- proclisi: la particella atona si appoggia alla forma verbale che segue (→ mi chiamo);

lasciane

- enclisi: la particella atona si appoggia alla forma verbale che precede (→ v. 82);

essa si distingue dalla proclisi perché viene graficamente rappresentata attraverso

un'unione.

La clisi ha un aspetto accentuativo e sintattico perché indica un'intima solidarietà tra clitico e il

verbo.

La norma ortografica: i due fenomeni clitici erano equiparati durante l'età antica: "Dante nelascia

soli" e "lasciane".

Verso 81 ti piega

→Altri esempi " " →il "ti" è proclitico.

Italiano moderno: proclisi con l'indicativo ma non con l'imperativo; l'enclisi si usa di solito con

l'imperativo.

(v. 82- 95)

Ricchi di doppioni morfologici (fei, forma doppione di feci).

Verso 89 non mi può

→" " →proclisi;

Verso 92 Mestier lusinghe"

→" → gallicismo e provenzalismo; in latino tardo "ministerium est"

signifiva "c'è la necessità di...";

Eccum hic → forma tonica di qui;

ecce hic → forma atona, ci;

Verso 93 Bastisi

→ " " → enclisi;

richegge → chiedere, in latino quaerere; le due r si sino dissibilate facendo prendere ad una delle

R la forma D.

La doppia G grafica è di origine analogica → si può rappresentare come una proporzione vedo:

chiedo=veggio: x

video>vidjo

→affricata palatale sonora doppia come podjum →poggio;

Deittici:

- questo: vicino a me;

- codesto: lontano da me ma vicino al mio interlocutore;

- quello: lontano da entrambi;

→valgono anche per gli avverbi: qui, costinci e là;

Questi deittici si sono semplificati in un sistema binario: nel toscano no, anche i dialetti centro-

meridionali sono più vicini a questo sistema.

Attilio Bartoli Lance, famoso paleografo, ha dedicato un libro intitolato Scrivere l'italiano: in

copertina è presente la foto della dettatura della lettera di Totò e la Mala femmina. Spesso

"codesta" era una spia di stile epistolare, emerge nell'epistolario di Cicerone.

Verso 95 si ch'ogne sucidume quindi stinghe

→ " " → rimanda a stingere, ex stinguere; la forma

etimologica è sudicius → fenomeno generale → metatesi reciproca o sillabica: si sono

scambiate di posto le due consonanti di due sillabe continue.

La forma sudicio per un periodo è stata stigmatizzata ma ad oggi si è imposta.

(v. 96- 106 )

Verso 97 l'occhio sorpriso

→L'occhio è infastidito e sorpreso " " → la i tonica è curiosa; essa si

spiega per francesismo; esso può essere anche inteso come sicilianismo (→poeti siculo-toscani);

quasi un latinismo sintattico.

Versi 100 – 108

Catone descrive il paesaggio senza gente, il Purgatorio è un'isoletta →diminutivo affettivo;

Verso 100 questa isoletta intorno ad imo ad imo

→" " → rafforzativo → proprio nella parte più

bassa;

Verso 101 la giù colà dove la batte l'onda

→" " → gli accenti imitano il suono della battigia;

Verso 102 porta di giunchi sovra'l molle limo

→ " ": portare nel senso del latino; porta di giunchi

→ partitivo, significa "fa nascere giunchi". Il toscano conosce il partitivo come avente funzione

indefinita.

Emerge un forte allegorismo rispetto a quello meccanico dell'Inferno; i giunchi sono simbolo di

semplicità e umiltà.

Verso 103 null'altra pianta che facesse fronda o indurasse

→ " " → l'ostinatezza del peccatore

che indurisce il proprio cuore e che non vuole abbassarsi; questo allegorismo è disciolto nella

descrizione e poeticamente riuscito.

Verso 105 però ch'a

→ " " → congiunzione causale → per hoc quid → per questo, ha infatti

valore causale, ad oggi invece avversativo;

spesso troviamo perciò, etimologicamente per ecce hoc;

(v. 106 - 107)

Verso 106 Reddita

→ → sostantivo derivato da un verbo latino→ redeo;

Verso 107 lo sol vi mosterrà →

→ dal latino monstrare, il nesso NS si è perso e ha preso piede

la forma mostrare.

Oggi diremmo "mostrerà" → passaggio da AR a ER; ma nella forma di Dante è successo il

presupposto che spiegherà le forme meridionali con doppia R. → è avvenuta una metatesi

(→cambiamento di luogo) → la R è l'elemento più propenso a spostarsi.

Il futuro è un modo finito di origine perifrastica:

I amabo;

II timebo;

III legam;

IV audiam;

Tali forme sintetiche latine sono sostituite da forme perifrastiche, dove la perifrasi è formata da:

infinito presente; forme piene o ridotte foneticamente del presente indicativo del verbo avere;

- amare + ao → amerò; *forma ridotta del verbo avere;

- timere + ao → temerò;

Il latino parlato ha lasciato cadere le forme sintetiche e assunto le forme perifrastiche. L'italiano ha

usato le forme deboli, ma in altre zone abbiamo l'uso di forme piene; senese antico → amarabbo

(→la “o” è una forma piena da habeo).

Nel futuro si è avuto il passaggio del gruppo AR atono (AMARE+AO) a quello in ER atono.

Lazzaro in fiorentino è detto Lazzero. AR nei dialetti meridionali invece si conserva.

Croce scriveva sempre interpetrare → forma corretta.

Tenere +at→ tenerà → sincope della e → tenrà → terrà; 2 marzo 2015

La parte conclusiva del canto è dedicata al tema della purificazione → importante anche per la

II cantica dove compare il pellegrinaggio.

Dante nell'antipurgatorio condividerà con le anime appena giunte che devono ancora cominciare.

Qui nel I canto, dopo la scomparsa di Catone, compare questa chiave, essa è stata messa in luce

da Auerbach.

La comprensione del Catone stoico e pagano, viene messa in luce dall'approfondimento sulle

virtù, sperimentate ancora in una visione pagana del mondo.

La proposta interpretativa figurale si adatta a Catone: Auerbach parte dalla tradizione esegetica

della Bibbia (→Antico testamento), proposta da alcuni grandi padri della chiesa, essi si rendevano

conto del pericolo di perdere di vista il rischio di una sottovalutazione dell'importanza del

Testamento.

Una volta che il figlio di Dio si incarna, l' Antico testamento rischiava di perdere senso: alcuni padri

della chiesa hanno messo a fuoco tale questione ed hanno pensato di elaborare una chiave

interpretativa delle vicende storiche narrate, che permettesse un collegamento con la buona

novella.

Sistema dell'interpretazione figurale →le vicende storiche ed i singoli personaggi appartengono

ad un percorso di più tempi, in cui un evento particolare o personaggio, è leggibile come

anticipazione di un evento o personaggio successivo.

Questo sistema crea dei vasi comunicanti e cristianizza l'Antico testamento, comporta

l'annessione con il terzo tempo→ l'oltretempo.

Nell'ideologia dantesca il racconto della Commedia, è una parte di storia: anche il destino della

singola anima oltre la morte, fa parte integrante del sistema figurale. Dopo che è avvenuto il

giudizio divino (→Minosse è uno strumento), si svela il vero significato di ciascun fatto storico-

temporale.

Dante rappresenta le varie anime puntando un faro luminoso su un personaggio rivelandone

l'essenziale: la morte è già intervenuta e ha eliminato le scorie, rivelandone il senso ultimo.

Nessun altro personaggio della Commedia è così adatto all'interpretazione di A, come Catone: il

personaggio suicida di Utica, si sacrifica per il bene del popolo.

Il sacrificio manifesta prova di fortezza, vera magnanimità, per testimoniare il concetto di libertà.

Nel Purgatorio la figura di Catone personaggio dantesco compie la figura: uno manifesta la verità

dell'altro.

Nella parte finale tornano sulla scena Virgilio e Dante, egli si è inginocchiato ed è stato assente

dalla scena durante il lungo discorso virgiliano a Catone.

Così sparì; e io sù mi levai

Ora Dante torna in gioco: " " → uso di passato remoto, esso fa

avanzare la narrazione e serve a far rientrare il personaggio. Egli si alza in piedi dopo aver seguito

Verso 110 sanza parlare, e tutto mi

con atteggiamento raccolto il discorso di Virgilio → → "

ritrassi" → ciò che è accaduto prima non è passato in vano.

sanza → mancanza → absentia (absum);

senza →forma aferetica → la forma usata da Dante è sanza → si spiega come un'apertura

timbrica → la pronuncia della "a" si abbassa rispetto a quando deve pronunciare "e".

Tale apertura era determinata da una posizione protonica di fonosintassi; La preposizione tende a

diventare atona davanti a N in fiorentino antico, per questo tende ad aprirsi in "a".

Questo ritrarsi di Dante a Virgilio indica una maggiore intimità: attraverso lo scontro con Catone; il

verbo dipinge meravigliosamente il senso di meraviglia ed incertezza.

Verso 111 → "al duca mio, e li occhi a lui drizzai" → rinnovata familiarità;

Dante e Virgilio sono due compagni di viaggio (→rimando alla tradizione dei discepoli);

Verso 113 volgianci

→ → volgiamoci (→prima persona plurale)→ forma sincopata; notiamo la

presenza del pronome enclitico.

(v. 114 - 117)

"L'alba vinceva a l'ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina".

Alcuni elementi della bellezza di questa ineffabile terzina, sono esprimibili linguisticamente.

Questa è una descrizione di luce: il momento temporale è successivo alla luminosità del cielo

color zaffiro, la luminosità avanza.

Rispetto alla terzina della sparizione di Catone, qui la terzina non si gioca su un unico tempo

verbale ma su due:

- imperfetto →vinceva, fuggia (→dileguo della V→ fricativa (→è continua, si ottiene

facendo sfregare il flusso d'aria attraverso organi della fonazione) labiodentale (→labbra e

denti sono tali organi) sonora (→vibrazione delle corde vocali).

Gli imperfetti esprimono l'aspetto imperfettivo →azione che continua e non si interrompe;

esso ci può aiutare a cogliere il movimento della luce che avviene nel tempo. La luce

cresce ed è descritta nel suo divenire.

- passato remoto → conobbi;

L'ora mattutina"

" è un'espressione tecnica che si riferisce ad un preciso significato liturgico:

nell'organizzazione della giornata secondo le ore liturgiche, essa è l'ultima ora della notte → ci

incontriamo con una caratteristica della poesia.

Le parole in poesia hanno una forte suggestione → capacità autonoma, esse a volte suggeriscono

idee complementari e poeticamente efficaci. → qui l'ora mattutina è l'ultima ora della notte ma

anche della luce del mattino. Vinceva, fuggia → ci danno l'idea della mutevolezza della luce

diurna.

"che fuggia dinanzi, sì che di lontano" →di contro all'elemento fenomenico segue un costrutto

dantesco → funziona da cemento razionale → consecutiva → rapporto di causa ed effetto.

L'effetto è ottenuto tramite la nominalizzazione del verbo → descrive un'impressione resa

sostantiva. di

La determinazione razionale è bilanciata da una locuzione verbale in senso leopardiano "

lontano ", equilibra la determinazione razionale della consecutiva, con un'impressione di

sfumatura.

(v.118- 120)

"Noi andavam per lo solingo piano,

com' om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano."

Viene introdotto il tema del pellegrinaggio attraverso un espiediente attraverso una falsa

similitudine → due compagni solitari che tornano sui propri passi per compiere il rito di

purificazione.

La similitudine è apparente perché l'elemento che si paragona alla realtà non è diverso o affine,

noi andavam per lo soligo piano

ma identico. Il rapporto che c'è tra i due pellegrini (→ ) e

che torna a la perduta strada

l'uomo ( ) emerge un rapporto di inclusione: i due personaggi

sono due casi specifici della situazione generale espressa dopo il come. Abbiamo un rapporto da

generale a particolare.

Dante e Virgilio personaggi sono esempi concreti di questo uomo: tale similitudine apparente che

collega un elemento di valore generale a casi concreti, tornerà per ben tre volte nel II canto. Il

significato è cristiano → l'esperienza individuale è ricondotta ad un significato generale → siamo

nel cuore della mentalità medioevale.

(v. 121- 136)

Verso 121 per essere in parte

→ " " → causale implicita;

Verso 124 ambo le mani in su l'erbetta sparte"

→ " → nel II canto dell'Inferno Dante dubita di

poter percorrere questo cammino, potrebbe essere mattamente temerario. L'erbetta è un

diminutivo (vedasi isoletta).

Sparte → participio di spargere → inteso qui come aprire;

Verso 126 ond'io, che fui accorto di sua arte

→ → comunità degli spiriti, una sorta di telepatia;

Verso 127 porsi ver' lui le guance lagrimose

→ → assimilazione parziale di sonorità

regressiva;

Verso 132 omo

→ dopo l'enjambement → → forte pausa → viene implicato l'episodio di Ulisse;

Verso 133 Quivi mi cinse sì com' altrui piacque

→ → quivi → eccum ibi → lì o là → MAI

"QUI"!

Altrui altri altrui

→ dativo senza preposizione; → forma nominativale singolare; → → è Dio

stesso. E' usato l'indefinito per indicare un soggetto determinato.

**Vocalismo tonico

Differenza tra vocalismo tonico e atono. Le vocali hanno subito una serie di mutamenti particolari

in posizione atona.

Il sistema del vocalismo tonico italiano è un sistema a sette fonemi che possiamo disporre su un

ideale triangolo che ha al suo vertice, in posizione centrale, la A.

Abbiamo poi un lato palatale (anteriore) e un lato velare (posteriore), indicando sempre come

riferimento la posizione della lingua.

Per formare le vocali toniche che stanno sul lato palatale la lingua si innalza e va verso il palato e

al tempo stesso verso la corona dei denti.

Il lato velare vede la lingua in una posizione verso il velo palatale e sulla parte più interna del

cavo.

Su entrambi i lati, dopo la A, abbiamo E ed O, le vocali medio-basse: stanno tra la vocale

centrale e quelle estreme, si pronunciano inoltre con la lingua più vicina al fondo.

Le vocali alte o estreme sono I ed U.

Le sette vocali hanno funzione distintiva. Nei manoscritti medioevali con <lgl> esprimiamo la

laterale palatale doppia [ lamba, lambda]. 3 marzo 2015

Lezione di tipo grammaticale

Nella poesia italiana antica sono normali delle imperfezioni, che sono connaturate in essa, come

le corrispondenza foniche in rima imperfette. Non era possibile, nel grande modello della poesia

italiana(provenzale), che in rima avessimo un sistema con corrispondenze fonologiche molto

rigorose.

Dallo schema fonico delle vocali abbiamo visto che oppone ben due diverse vocali nella zona

media, le medio-alte da una parte e le medio-basse dall'altra, con valore distintivo tra ''e'' chiusa

ed ''e'' aperta, ''o'' chiusa e ''o'' aperta.

Questa distinzione c'era anche in provenzale, essa comporta nella poesia una corrispondenza

rigorosa tra le rispettive vocali medie: una ''e'' chiusa può rimare solo con se stessa.

Non è così però nella poesia italiana, per la quale la prima imperfezione da rilevare è quella di far

rimare la vocale medio-alta con la rispettiva medio-bassa.

Nel sistema della poesia italiana questo è del tutto normale, al punto che la rima esemplare della

nostra tradizione poetica italiana, detta sanremese è ''cuore-amore'' che è imperfetta perché vede

una ''o'' aperta rimare con ''o'' chiusa. Questa rima in provenzale non è possibile, non è

eseguibile.

Questo fenomeno ha una ragione di carattere storico-culturale: è esemplificato nel I canto del

verso 8 o sante Muse, poi che vostro sono;”

Purgatorio, al dove troviamo “ e s[o]no con una

''o'' chiusa che deriva da SUM latino con ''u'' breve. La ''o'' finale è un po' strana, è un fenomeno di

analogia con altri verbi che la presentano come CANTO, AMO dove la ''o'' è etimologica.

[la ''m'' di SUM non va messa tra parentesi perché in realtà rimane in italiano in ''n'', come in tante

altre parole di origine latina in altre lingue, come REM in francese .]

''Sono'' rima con ''suono'', che deriva da SONUM con la ''o'' breve diventa S(O)NO con la ''o''

aperta e poi nel fiorentino subisce un dittongamento, cioè suddivisione di un unico suono in due; in

''suono'' abbiamo una semiconsonante ''w'' posteriore velare che precede la vocale, che è fonica.

In italiano abbiamo sempre un caso di dittongo ascendente dove la forze espiratoria batte sul

secondo elemento.

Ci sono casi anche di dittonghi discendenti, come nel caso di una ''e'' breve che si trasforma nel

dittongo ''ei'', molte lingue romanze conoscono questo tipo di dittongamento, però non è proprio

del fiorentino.

Queste due parole rimano pur avendo vocale con apertura diversa, questo ci interessa.

Verso 23 a l'altro polo, e vidi quattro stelle”

“ troviamo altri esempi ''stelle'' con ''e'' chiusa che

rima con fiammelle che ha una ''e'' aperta, e poi torniamo alla parola ''quelle'' con vocale chiusa.

verso 29 “un poco me volgendo a l'altro polo”

Ancora al ''polo'' con ''o'' aperta (un latinismo,

un prestito adattato che viene considerato parola dotta, in latino non veniva usato per indicare il

cielo) in rima con ''solo'' con ''o'' chiusa.

Questo tipo di rima non deriva dal provenzale, ma è riferibile ad una particolarità data dalla

primaria letteraria del siciliano, perché la sua lirica, della scuola fridericiana, fiorita nella seconda

metà del 1200 alla corte imperiale di Federico II, che aveva come modello il provenzale adattato

a temi prettamente amorosi perché quelli politici erano fuori discussione, è stata una delle prime

liriche a produrre qualcosa di significativo in Italia.

Sono i siciliani che iniziano storia poesia italiana e questo lo dice Dante nel suo quadro storico

della lingua volgare fatto nel De vulgari eloquentia.

Questa imperfezione ha ragione d'essere nel modello siciliano. I poeti siciliani scrivevano in

siciliano anche se non tutti erano siciliani, questa verità banale è stata nascosta anche a Dante,

ma anche agli studiosi moderni, ancora qualcuno non è convinto di questo, si pensava scrivessero

lingua diversa perché i manoscritti che ci tramanda la poesia siciliana ci sono pervenuti in una

veste profondamente toscanizzata, in traduzione per qualche ragione politico-storica.

L'ideale imperiale era in forte lotta con la chiesa, quindi la scuola letteraria di Federico II diventa

anche piena di temi politici.

Al siciliano si sostituisce il fiorentino, tranne alcune cose. La traduzione di versi rimati non poteva

essere indolore, soprattutto in rima, perché i sistemi fonologici delle vocali delle due lingue

divergevano. Dante ne era caduto, conosceva i poeti siciliani in veste toscanizzata e ha scambiato

la veste linguistica di questi manoscritti per quella originaria. Cita spesso poeti, ma lo fa in versi

toscanizzati, ritenendo che quella fosse la vera lingua, tanto che lo indica come modello di volgare

illustre.

Questo prestigio del modello siciliano equivocato e stravolto, spiega imperfezioni della lirica, in

particolare della rima.

Il sistema vocalico del fiorentino lo compariamo con quello latino facendo una diacronia.

Prendiamo il sistema già analizzato in maniera sincronica, cioè di un dato momento linguistico, e

riconduciamo quegli elementi alla loro base latina.

/u/ vocale estrema velare o posteriore < U lunga tonica del latino:

- LUNA(M) > luna

- -UTU(M)> -uto.

Dopo il latino, si perde il valore fonologico della lunghezza vocalica, che serviva per distinguere

parole da altre come in LEVIS → ''e'' breve che dava significato di ''leggero'', diverso da LEVIS →

''e'' lunga con significato di ''liscio'' . Funzionava anche in funzione atona, non solo tonica.

Ci sono ancora molti dialetti che hanno sistema simile, non in continuazione con il latino, che

conoscono la quantità vocalica distintiva, solo che questi la conoscono soltanto in posizione

tonica.

Ad un certo punto tutto ciò è decaduto, in italiano ci sono queste vocali distinte però non hanno

valore fonematico distintivo, perché la quantità vocalica è determinata dalla struttura di sillaba.

Nel latino volgare ci sono due tipi di sillabe, quelle chiuse e quelle aperte.

La parola PA.NEM del latino volgare ha una ''a'' lunga perché la sillaba è aperta o libera

indipendentemente da quale sia la sua derivazione latina, così vale anche per PI.LUM e PE.DEM.

Una sillaba libera termina in vocale.

La vocale tonica che si trova in sillaba implicata o chiusa, è automaticamente breve, come in

TER.RAM, CHAR.TAM e CAL.LEM. Una sillaba chiusa termina in consonante. ( ''. ''segna limite

sillabico)

Tornando al discorso, in LUNA(M) la ''u'' è lunga, ma era indipendente dalla struttura di sillaba.

In fiorentino-italiano questa ''u'' come anche quella della desinenza del participio sopra scritta, è

lunga e non ha valore distintivo, dipende dalla sillaba perché l'elemento è predeterminato, quindi

non può avere valore distintivo.

Ha valore distintivo la lunghezza consonantica, cioè le doppie, come tra ''rupe'' dove ''u'' è lunga e

''ruppe'' dove ''u'' è breve. Noi percepiamo solo questo.

In alcuni dialetti c'è lunghezza vocalica ma solo in posizione tonica.

/o/ chiusa la quale è derivata in diacronia < ''o'' lunga o ''u'' breve latina

- AMORE(M) > am[o]re

- CRUCE(M) > cr[o]ce.

Questi casi sono in sillaba libera, ma vale anche per quella implicata.

/o/ aperta è derivata < ''o'' breve latina

- PORTU(M) > p[o]rto;

- PORTA(M) > p[o]rta.

Questo tipo di ''o'' la troviamo solo in sillaba implicata, mentre in sillaba aperta ha subito

dittongamento.

/a/ è derivata < ''a'' lunga o breve latina.

Passiamo alla serie palatale o anteriore.

/i/ è derivata < '' i '' lunga latina

- FILU(M) > filo;

- SERVIRE > servire.

Abbiamo un errore radiofonico da ricordare:

- ''filo'' da due plurali: ''i fili'', ''le fila'';

- ''braccio'' ha: ''i bracci'', ''le braccia'';

- ''osso'' ha: ''ossi'', ''le ossa''.

I plurali che terminano in -a hanno valore collettivo, mentre la terminazione in -i maschile da un

plurale singolativo, singoli elementi sono autonomi.

Spesso ''le fila'' viene usato erroneamente come plurale di ''la fila'', ma in realtà dovrebbe essere

usato ''le file''.

/e/ chiusa è derivata < '' e '' lunga e '' i '' breve latina

- TELA(M) > tela

- -ERE > -era

- PILUM > p[e]lo.

/e/ aperta è derivata < ''e'' breve latina e la troviamo in sillaba implicata in italiano:

- TERRA(M) > t[e]rra;

- PERDIT > p[e]rde;

- VIRIDE(M) che ha dato sincope > v[e]rde.

Le vocali medio-basse sia palatali che velari, derivano da ''e'' breve e ''o'' breve. La lunghezza

vocalica ha perso valore fonologico, ma le vocali toniche in sillaba libera sono diventate

automaticamente lunghe, mentre in sillaba implicata brevi.

Questa assegnazione della lunghezza spiega la differenziazione che si ha nello sviluppo della

medesima vocale di derivazione latina in sillaba libera o implicata.

Questa differenziazione si ha per le vocale medio-basse. Tra latino classico e fiorentino c'è stato

un livello del latino volgare parlato già in epoca post-imperiale, in cui aveva valore fonologico il

timbro.

E breve >È > ''e'' aperta

Con la perdita della quantità fonologicamente distintiva si ha qualità timbrica distintiva attribuita al

latino volgare. Quando abbiamo questo collasso della quantità distintiva, la quantità diventa

riducibile in base al contesto di sillaba.

Così una vocale lunga tende a scindersi in due elementi nella sillaba libera.

Ecco alcuni esempi:

- VE.NIT > VÈ.NE > v[ j e ]ne → viene: sillaba libera;

- PER.DIT > PÈRDE > p [e]rde → perde: sillaba implicata.

È normale che un suono si sdoppi quando è lungo.

Questa è la ragione per cui la stessa vocale tonica del latino classico e del volgare hanno dato

esiti diversi a seconda della struttura di sillaba.

Queste è la regola del dittongamento toscano.

Uguale esito hanno dato le altre vocali medio-basse O breve > Ò > ''o'' aperta.

Ecco altri esempi:

- RO.TA(M) > RÒ.TA > r[wo]ta → ruota: sillaba libera;

- PORTU(M) > POR.TUM > p[o]rto → porto:sillaba implicata.

Tutto questo chiaramente capita in sillaba tonica.

Questa eccezione è l'anafonesi, parola coniata da Arrigo Castellani che ha studiato la lingua di

Dante.

Questo autore ha scritto un testo basato sui testi di carattere pratico, perché la grammatica di una

lingua si studia meglio nei testi di carattere pratico, libri di conti e dei mercanti.

Solo grazie a queste documentazione capiamo che il primato del fiorentino è un primato

relativamente tardo. La capitale culturale una volta era Pisa che aveva un volgare diverso dal

fiorentino, solo alla fine del secolo fiorisce il fiorentino.

Arrigo Castellani è stato un autore che ha elaborato una geografia della lingua Toscana.

Un esempio di anafonesi lo troviamo nella rima che deve avere corrispondenza fonica: è un

laboratorio importante per il linguista vista la corrispondenza tra le parole in rima, essa deve

essere un dato oggettivo. Fuori rima infatti non ne siamo sicuri.

verso 46 Poscia rispuose lui: «Da me non venni;

Un caso lo troviamo nel 

''novo'' → in italiano abbiamo nuovo con dittongamento toscano.

Al verso 90 abbiamo ''fora'' che deriva dal latino.

L’imperfezione delle rime

In Petrarca troviamo maggiori riscontri.

Nella rima fiorentina, molte forme che dovrebbero avere il dittongo non lo presentano, essa è una

devianza che si giustifica grazie al siciliano, che non conosceva dittongo per le vocali medio-

basse. Questa riottosità al dittongo per i toscani dipende da questo.

Spieghiamo ora la ragione della rima imperfetta ''cuore-amore'' che è specifica della lingua

italiana, e per questo viene chiamata rima italiana.

Questa imperfezione si spiega con il siciliano.

AMORE(M) → amuri siciliano le vocali medio-alte del latino volgare per esempio ''o'' lunga del

latino classico, hanno dato innalzamento anche quelle atone.

Le medio-basse hanno invece un timbro aperto.

NOVUM > siciliano ''novo''.

VENIT > siciliano ''vene''.

Succede che parole importanti, nelle lingue letterarie, siano prestiti latini o provenzalismi e si

adattino sempre con vocale aperta.

Per certe parole usiamo questi prestiti e li adattano. AMOREM a volte veniva usata la forma

siciliana ''amuri'' e a volte quella dotta, sempre siciliana, ''amori'' dove la “o” aperta si spiega

perché è un prestito.

Quindi in fiorentino siccome ''amuri'' poteva rimare con ''muri'', traducendolo in toscano diventava

''amore'' in rima con ''muri'' che dava origine ad una rima imperfetta o siciliana, ''o'' chiusa con ''u''

o ''e'' chiusa con ''i''.

''Amori'' andava in rima con ''mori'' e quindi ''muori'', qui veniva fuori ''amore'' con ''more'' in

fiorentino, ''o ''chiusa con ''o'' aperta. 5 marzo 2015

Lo schema a sette vocali è detto romanzo-comune, esso riguarda il settore lessicale popolare di

tradizione ininterrotta (→vedi incipit Promessi sposi). Ciò che è prestito (→latinismo, parole dotte)

sfugge a quanto detto la scorsa lezione.

→ Ĕ → Ē

come la Ĕ aperta del volgare, cioè Ē breve del latino classico, si comportano:

il dittongo ae

- Caelum > cielo;

- Caecum > cieco;

→ l'elemento ae si è fognato e si è assorbito dalla c palatale.

** parola rizoatona →accentato sulla desinenza; dittongo su tali forme;

- accecare →si scrive senza il dittongo → regola del dittongo mobile →

** parola rizotonica → non dittongo;

- muove →mŏvet

muovere → mŏvĕre

→ metaplasma di coniugazione → cambio di coniugazione; le forme rizoatone non

dovrebbero avere il dittongo.

Dittongo mobile → la dittongazione si è prodotta solo in posizione tonica, non in posizione atona.

Sulla base della posizione dell'accento abbiamo: dittongo sulle parole rizoatone e non dittongo su

quelle rizotoniche.

Livellamento analogico → tutto il paradigma assume una forma unica, ciò avviene sulle forme

rizotoniche che possiedono in modo regolare l'accento.

Il dittongo oe

poena(m)> p[e]na

tela(m) > t[e]la

Verso 52 Poscia rispuose

→ " " → forma analogica propria del fiorentino → pŏsuit e pōnit, le

forme rizotoniche del verbo ponere hanno una o lunga tonica (infatti in italiano porre ha la forma

breve).

In italiano moderno "egli puose" conserva il dittongo toscano; già ai tempi di Dante, solita

tendenza di livellamento analogico, succede che la forma del perfetto subisce l'attrazione

analogica del tema del presente (→cioè della o chiusa). Per analogia si è arrivati a "pose" con la o

chiusa. Il tipo rispuose che non è di diretta derivazione latina.

Puose → forma analogica da trattare come dittongamento toscano.

Verso 57 nieghi

→ " "→congiuntivo presente di negare → c'è il dittongo ie→ da "negare" la e

rizotonica di nego (e breve in latino classico). Nel tipo italiano è avvenuta una riduzione del

dittongo: le forme rizoatone senza dittongo hanno influito sulle forme rizotoniche che

originariamente avevano il dittongo ma che l'hanno dismesso.

E' il fenomeno razionale e simile al caso di "muovendo".

Il dittongo ie

Verso 53 spieghi

→ " " → explicare → la i era breve ma nel latino volgare c'è stata una rianalisi e

nel latino volgare questi verbi sono stati ri-accentati sul tema.

Qui non abbiamo lo stesso esempio di dittongo precedente: il timbro è aperto per analogia su ie

originatosi dalla e breve classica.

Prieghi invece presenta un dittongo dove in italiano moderno non ce l'ha; già il fiorentino nel corso

del '400 riduce il dittongo in questi casi. Si parla di una riduzione del dittongo toscano dopo

occlusiva ( B, P, T) + R → quando nel fiorentino dantesco noi abbiamo un regolare dittongo, per

esempio:

brĕve(m) >br[je]ve;

prĕmit > pr[je]me;

trĕmat> tr[je]ma;

In questi casi abbiamo un regolare dittongo →sono forme regolari che rispettano il dittongamento

toscano. Nella seconda metà del '300 questi dittonghi dopo occlusiva +R.

*greve(m)> gr[je]ve; in latino volgare c'era una forma concorrente "grevis";

Su e giù > coppia polare che presenta un vocalismo analogico nei due elementi:

deŏrsum> giù

sŭrsum > su

il secondo è corretto ma il primo no, secondo la regola, eppure la u di giù si spiega per analogia

con su. A riprova che non c'è un indirizzo prefabbricato ma l'analogia agisce ciecamente.

Versi 20-24 oriente, gente

→" " (e aperta, continuatore della e breve del latino classico);

mente è un esempio di vocalismo di qualità timbrica della vocale tonica condizionato → un

certo esito fonetico di un determinato suono è determinato dal contesto fonetico circostante → da

qualcosa che è vicino al suono che ci interessa.

La “e” breve del latino antico e la e aperta del latino volgare ha assunto un timbro chiuso ed ha

subito un innalzamento dovuto alla presenza della N pre-consonantica, essa ha un effetto di

chiusura che agisce a volte in modo più sistematico e a volte meno.

Nel veneto comune la chiusura delle vocali medio-basse è obbligatoria. Pontem (che avrebbe una

o breve in latino)> in fiorentino ha una o chiusa; → questo è un effetto di condizionamento

esercitato da una nasale implicata in successiva. Molti dialetti settentrionali generalizzano questo

effetto di chiusura della nasale.

Anafonesi

→ innalzamento della voce, cioè della lingua verso il palato, ovvero chiusura. Questo è il

fenomeno per cui le vocali medio-alte del latino volgare, in particolari condizioni, si sono

innalzate in I e U.

Verso 51 reverenti mi fè le gambe e 'l ciglio

→ " " → metonimia "sguardo" → ciglio è una forma

fiorentina italiana rimasta tale e quale.

cĭlju(m) ;

Verso 92 mestier lusinghe

→ " "; → la i è breve;

Tutti questi sono casi, secondo lo schema delle vocali toniche dal latino classico a quello volgare,

ci aspetteremmo che presentassero una e chiusa, come accade per i dialetti.

**

La É chiusa del latino volgare è passata a I in alcuni contesti:

- davanti a L palatale derivata da -LJ ;

*la J ha palatalizzato la doppia L precedente possedendo il tono -GL; la sillaba tonica è

doppia e implicata→ cioè chiusa → perché ogni L palatale è doppia.

- davanti a N palatale derivata da -NJ → il suono -GN;

Esempi di anafonesi:

- Consilju(m); → è diventato consiGLio;

- Familja(m); → è diventato famiGLia;

- graminea(m); → è diventata gramiGNa;

- tinea(m); → è diventata tiGNa;

- Figlio non è forma anafonetica, mentre giglio sì.

**Le forme in -one rimandano alle forme accusativali → come Jacopone, Bernardone.

- innanzi a N velare etimologica si ha lo stesso innalzamento .

Il fonema /n/ ha diverse realizzazione fonetiche mentre la N dentale si produce con la

punta della lingua, mentre sollevando e occludendo la lingua verso il velo abbiamo una N

velare.

La N dentale e la N velare sono semplici allofoni → particolare realizzazione fonetica di un

fonema condizionata automaticamente dal contesto consonantico successivo.

Il fonema N si realizza automaticamente come N dentale tra vocali; mentre ogni N velare è

automaticamente condizionata dalla presenza di una consonante velare successiva.

Invece la N di iNferno è labio-dentale.

C'è un'opposizione inglese tra N velare e N dentale: sin (N dentale →peccato); sing (N

velare →cantare) → sono coppie minime.

**Dizionario linguistico e retorico.

Vĭnco – vĭncere → la N italiana di vincere è foneticamente diversa dalla N di pane e banco,

è una nasale pre-palatale perché anticipa dal punto di vista articolatorio il suono

consonantico che segue.

**L'effetto di anafonesi si è verificato invece davanti ad N velare etimologica: essa non si

era palatalizzata ancora.

Tĭnca→ pesciolino;

Non tutta la toscana è zona anafonetica: essa è tipica del toscano centrale e occidentale.

La zona sud occidentale non è anafonetica, tanto vero che il senese ha tenca.

Mostrando un pesce che era la tinca in fiorentino e la tenca a Siena, l'esercito riconosceva

chi fosse fiorentino e chi senese. 9 marzo 2015

La parte storicamente più importante della nostra letteratura arriva fino a Bembo, nonostante a

posteriori ci siano stati altri momenti importanti → melodramma di Metastasio nel '700.

Il fiorentino di Poliziano è diverso rispetto a quello dantesco, esso ha forti differenze di carattere

morfologico. Nel tempo la lingua è mutata.

Quando Bembo afferma di seguire Petrarca per la lirica e Boccaccio per la prosa, addita il

fiorentino di Poliziano e Machiavelli, il cui fiorentino è cambiato. La proposta arcaizzante di Bembo

è dovuta anche al fattore politico. Boiardo scrive bellissime liriche degli amorum libri e il poema

cavalleresco l'Orlando innamorato, ma la sua lingua è fortemente intrisa di forme emiliane e

padane. Egli non conosce l'anafonesi.

Nell'anafonesi, quando la base etimologica della N è diversa, l'innalzamento non si presenta:

pegno → pĭgnus;

– segno → sĭgnum;

→ non presenta l'anafonesi perché tali parole non rientrano nelle condizioni enunciate

dell'anafonesi.

L'esito di GN in fiorentino è identico a quello di NJ, questo fa pensare agli apprendisti che queste

forme siano eccezioni dell'anafonesi.

Legno → lĭgnum;

Anaptissi o epentasi: inserimento o inserzione di un suono vocalico o consonantico tra due

suoni. GN anaptissi o epentasi vocalica è presente in legna che veniva pronunciata come leg ona.

Un esempio estremo è il pissicologo.

La "o" chiusa è più restia all'anafonesi, il suo sviluppo è meno regolare:

l'innalzamento si ha soltanto davanti a N velare etimologica, esso è del tutto sporadico;

ĭunco(m) → è un caso di anafonesi → la "o" chiusa del latino volgare si è innalzata a "u" davanti a

N velare etimologica che è rimasta tale.

Alcune forme anafonetiche:

IUNCO(M)

JONCU(M)> ginnco;

IUNGO > giunco;

PUNGO > pungo;

MUNGO> mungo;

UNGO> ungo;

Anche i relativi participi come giunto, punto, munto etc., sono forme anafonetiche.

Due grandi dialettali dell'800: Verri e Porta.

*LUNGO non è un caso di anafonesi: piccolo rebus storico-linguistico. Il latino ha longus con una

"o" breve. Davanti a N implicata le vocali medio-basse tendono a chiudersi per l'influsso della

nasale (→ponte, conte).

TRUNCU(M) >tronco

SPELUNCA(M) >spelonca

UNCIA(M) >oncia

*UNCIA è un'eccezione, bisogna sempre rifarsi alla N velare etimologica. Nel caso della vocale

medio-alta posteriore si è applicata con un minor tasso di regolarità e sistematicità.

Da sapere

*dittongamento toscano;

*anafonesi;

*raddoppiamento fonosintattico;

*comportamento sintattico dei clitici;

Verso 113 → "volgianci" → →

volgiamoci congiuntivo esortativo che ha clisi anche in italiano

lasciane

moderno. Lo stesso vale per " ". ;

L'enclisi nell'italiano moderno è obbligatoria con le forme imperative (Lasciami andare!) la legge

che ordinava la posizione del clitico rispetto al verbo era di tipo diverso, nonostante queste

apparenti sovrapposizioni.

Legge di Adolf Tobler e Adolf Mussafia

legge dell'obbligo dell'enclisi →

Essa è detta continuità del pronome atono al verbo.

*Adolf Tobler ha notato in francese antico una regolarità sintattica secondo cui i clitici si collocano

obbligatoriamente dopo il verbo in certe condizioni.

*Adolf Mussafia si dedicò, non avendo un'ampia biblioteca, a verificare la tenuta delle legge di

Tobbler nell'italiano antico nella Commedia.

Le leggi hanno qualche elemento di analogie con le leggi delle scienze dure. Mentre però le leggi

chimiche hanno un valore predittivo, che le leggi linguistiche per loro natura non hanno, sono

sempre descrittive.

- nella lingua italiana antica l'enclisi era obbligatoria in posizione iniziale di enunciato .

Ruppemi l'alto sonno nella testa

un greve truono, sì ch'io mi riscossi

come persona ch'è per forza desta

IV canto dell'Inferno →Dante si trova inspiegabilmente dall'altra parte dell'Acheronte e

sviene.

Ruppemi →Ad inizio di frase, dopo un punto, abbiamo un'enclisi iniziale. Dante non

avrebbe potuto dire "Mi ruppe". Fino a metà del '300 tutti i testi antichi rispettavano questa

legge.

Questa regolarità sintattica era propria della lingua parlata, delle fasi romanze antiche. Poi,

nella lingua letteraria, che ha i suoi antichi modelli, l'enclisi per inerzia culturale e stilistica

tende a sopravvivere molto a lungo. Anche in Leopardi e Ariosto troviamo l'enclisi in

posizione iniziale di enunciato.

Mi riscossi →All'interno di frase è normale la proclisi: non c'è stata un'innovazione

dall'italiano antico a quello moderno. In realtà però nella lingua di Dante l'enclisi era anche

possibile all'interno di frase: dunque la posizione originaria, nel latino volgare, era l'enclisi.

Alcune varietà romanze hanno conservato tale legge, come per esempio il portoghese →

vedasi Pessoa.

I casi che abbiamo incontrato nel primo canto "lasciane" e "volgianci" di cui abbiamo forme

imperative con enclisi obbligatoria, non sono la stessa cosa delle forme rispettive italiano-

moderne, semplicemente rispettano questa legge.

Il modo imperativo, in Dante, si comporta esattamente come l'indicativo: obbligo dell'enclisi

in posizione iniziale e possibilità della proclisi all'interno di frase.

e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno

Canto V Inferno → Paolo e Francesca <3.

Priega → modo imperativo → pregali;

→L'imperativo si comportava come l'indicativo; nel XV secolo abbiamo una

cristallizzazione: l'enclisi diventa obbligatoria con l'imperativo, mentre diventa

obbligatoria la proclisi con le forme verbali di altre forme.

- si ha l'obbligo dell'enclisi all'inizio di una frase sia principale o secondaria collegata

da una "e" o da "ma" alla proposizione precedente.

"Poi si rivolse e ripassossi 'l guazzo"

XII canto dell'Inferno → Dante passa il Flegetonte; egli sale sulla groppa di Nesso, un

centauro. Poi

Non viola la norma perché in prima posizione abbiamo l'avverbio . L'enclisi dopo "e"

nelle varietà italo-romanze resiste di più: nella seconda metà del '400 ci sono varietà che

applicano rigorosamente l'enclisi dopo "e".

"Partiti, bestia, che questi non vene

ammaestrato dalla tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene"

Partiti: imperativo →prima legge di Tobler; nei libretti musicali troviamo l'imperativo tragico

→uso con proclisi della particella riflessiva o pronominale.

Vene

: ci aspetteremmo secondo la regola del dittongamento toscano un "viene", qui

emerge l'influenza del siciliano. Non è una forma monottongata: non sono due suoni vocali

che sono diventati uno solo.

Vene - pene → rima imperfetta → pene → poena → oe si è monotongato in "e" lunga cioè

una "e" chiusa in latino volgare.

Questi →" i "di origine nominativale, parente stretta della "i" di "egli". Virgilio parla con

Dante in riferimento al Minotauro, ammaestrato dalla sorella Arianna.

Ma vassi → obbligo dell'enclisi dopo ma, forma di riflessivo con verbo intransitivo → si va

→ indica un'azione riflessa sul soggetto.

- Enclisi obbligatoria all'inizio di frase principale post-posta alla sua principale.

Quando tu sarai nel dolce mondo,

"

priegoti che ella mente altrui mi rechi ".

VI canto dell'Inferno, Ciacco.

Questa legge è una forma attenuata e discende dalla prima legge, in realtà segue ad una

pausa.

Le tre condizioni delle leggi vanno intese in senso scalare: l'obbligo dell'enclisi è categorico nel

caso della prima posizione, ammette nella lingua antica alcune eccezioni nella seconda

condizione. Già nella Commedia l'uso è oscillante nella terza condizione. 10 Marzo 2015

Canto II

È uno dei vertici della poesia dantesca, è uno dei punti salienti del Purgatorio. Il secondo canto

vede l'inizio del popolamento del Purgatorio, ci sono elementi di novità per quanto riguarda la

presentazione umana, più che quella paesaggistica, nonostante sia continua con quanto

presentato nel primo canto.

Cominciamo a conoscere alcuni abitatori del monte oltre a Catone, che fa la comparsa anche in

questo canto, in chiara continuazione con il primo per la sua caratteristica di scomparire e

comparire bruscamente.

Dante, con intelligenza, presenta le anime del Purgatorio sotto una luce particolare, cioè nel

momento in cui approdano alla nuova terra. Questo elemento è in continuità con quanto accade

nell'inferno, ma allo stesso tempo è in antitesi. Nell'inferno infatti non c'è una messa a fuoco del

gruppo delle anime dei dannati, ci sono immagini di massa, le anime non erano ancora state

traghettate e a nessuno concede un primo piano, sono solo una moltitudine, come ad indicare il

grande numero delle anime che sono dannate.

È un'immagine virgiliano- omerica dell'approdo. La foce del Tevere ha caricato le anime che sono

giunte nell'isoletta del purgatorio.

Il tocco geniale di Dante è di darci questo contatto con le anime del Purgatorio con questa aurea

così purgatoriale, di stupefatta meraviglia, è un tema della novità e dell'inesperienza in tutte le sue

varie forme. Essa emerge anche nell’incontro di Dante con l'amico musico Casella che è svolto in

questa chiave. Questo tema che è già annunciato nel primo canto, lo possiamo definire il tema di

Casella. Tema che viene ripreso, ma viene svolto da Dante in modo rappresentativo, incidono

nell'azione.

Altro elemento importante del Purgatorio, in senso contrastivo, che viene annunciato nell'anti-

Purgatorio, è il presentarsi a gruppi delle anime, la coralità del Purgatorio come ha detto

Francesco De Sanctis. Il carattere individuale della rappresentazione appartiene all'Inferno. Ci

sono figure importanti anche nel Purgatorio, come Casella, ma sono individualità che si staccano

da un gruppo. Sono però rare le figure solitarie, come Sorbello. Ma non è la nota fondamentale. Di

solito c'è una situazione di individualità che è composta da più di una anima.

De Sanctis ha spiegato questo contrapponendo l'odio come sentimento dominante dell'Inferno,

che isola e crea solitudine che dà rilievo alla singola individualità, all'amore del Purgatorio il cui

punto fondamentale è quella dell'armonia che come sappiamo per essere tale deve essere

composta da più note che siano legate.

Tutto è da intendersi come una tendenza.

C'è questo inizio astronomico, tipico della visione dell'uomo medioevale che di solito i lettori della

commedia non gradiscono, viene spesso inteso crocianamente come una inserzione strutturale.

Ha un senso supremo, ma anche poetico, ha funzione di incardinare la vicenda dei singoli, dei

poveri pellegrini, Dante e i personaggi, entro una legge cosmica universale.

Il senso di queste prime terzine non è diverso da quello visto nei versi 118 con la finta similitudine.

Visione generale del canto

Le false similitudini che compaiono nel primo canto, che collegano un caso generale a quello

particolare, hanno una funzione di unire il senso, come nel caso di queste prime terzine. Tutti i

primi canti hanno questo senso di legare l'anima pellegrina alla dimensione del giudizio divino. È

sempre una questa visione di faccia a faccia con Dio.

La responsabilità penale è sempre personale, Dio è il giudice supremo, l'individuo è sempre

implicato.

Ognuno di noi in queste prime terzine si sente docile fibra dell'universo. Dal verso 1 al 9 troviamo

questo inizio cosmologico. Dopo inizia il racconto in misura umana.

Verso 11“come gente che pensa a suo cammino”  troviamo subito una falsa similitudine al

verso 54 “come colui che nove cose assaggia”,

verso 11; la seconda la troviamo al  mentre

verso 57 “di mezzo 'l ciel cacciato

una ripresa minore del tema cosmologico si trova anche al 

Capricorno”.

Verso 63 “ma noi siam peregrin come voi siete.”

 un'altra similitudine, similmente falsa

perché si riferisce comunque ad esperienze personali.

verso 69 “L'anime, che si fuor di me accorte, per lo spirare, ch'i' era ancor

Dal verso 66 al 

vivo, maravigliando diventaro smorte.” troviamo un tema odiato da Croce, cioè quello delle

anime che si rendono conto di Dante, le ombre si comparano al corpo, qui è svolto in maniera

nuova. La meraviglia ritorna anche qui.

verso 70 “E come a messagger che porta ulivo”

Al invece troviamo una vera similitudine 

“così al viso mio s'affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi oblïando d'ire a farsi

belle.”  verso 73

dal è introdotto un altro tema riguardante le anime, esse erano animate dal

giusto desiderio di proseguire verso il monte del Purgatorio, per cominciare il processo di

purgazione.

Di fronte alla novità del luogo sono spaesate e si insinua il motivo della colpa, la meraviglia e la

curiosità, come sentimenti umani, di vedersi davanti ad un vivo, le distrae dal loro scopo primario

di cui non sanno bene i dettagli. C'è colpa in questa perdita di tempo, si perde lo scopo principale.

Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi.”

Adesso giunge Casella: “ C'è una osmosi

tra Dante e queste anime, cioè una comunicazione sentimentale. La predisposizione ad accogliere

in sé i sentimenti altrui è qualcosa di nuovo, ed è un elemento caratteristico del Purgatorio, grazie

alla coralità si ha una sintonia focalizzate sulla stessa lunghezza d'onda.

La meraviglia delle anime si comunica a Dante. Questa comunicazione è possibile solo nel regno

del bene, l'amore chiama amore, ricordando l'ideologia cortese dell'amore di Paolo e Francesca,

ma questo tipo di amore è diverso, è un magnetismo sano, le anime si vogliono naturalmente

bene, non sono isolate.

I movimenti dell'anima che riconosce Dante sono come quelli che si fanno davanti ad una

specchio, non è lui a riconoscere l'anima, ma viene riconosciuto, però si muove comunque a sua

volta grazie a questa comunicazione. Sembra come una pecorella che quindi le altre senza

pensare, c'è specularità di sentimento con una fiducia nell'altro.

È quasi un atteggiamento infantile, un neonato muove i suoi movimenti sul genitore a cui si affida.

“Rispuosemi: «Così com' io t'amai nel mortal corpo, così t'amo sciolta: però m'arresto; ma

tu perché vai?»” versi 88 e 89

Nei abbiamo una dichiarazione d'amore di Casella a Dante, di

tipo cristiano con una logica più universale, rispetto a quella di Paolo e Francesca che era

dominata dai sensi.

Questo è l'amore dell'uomo nel paradiso terrestre, disposizione naturale dell'uomo a volere il bene

del prossimo, ha funzione ideologica per darci valore generale.

verso 90

Nel la cordialità del Purgatorio si esplicita in questo tema dell'amicizia, chi vuole bene

non parla di sé ma vuole sapere dell'altro ed è impaziente. Casella come prima cosa vuole sapere

del suo amico, infatti non viene neanche nominato con il proprio nome, perché per lui non è

importante al momento.

Dante è contagiato da questa volontà di sapere dell'altro, da questa postposizione di sé. Questo è

l'elemento che distingue l'amore cristiano dagli altri, sano che per Dante non si preoccupa di se

stesso, anteposizione dell'altro. Quindi anche Dante chiede a Casella perché sia lì dove si trova.

Di Casella non sappiamo nulla storicamente, Dante ci dice che era musico e suo amico, metteva

in musica testi poetici danteschi e probabilmente di altri poeti del tempo.

Veniamo a sapere dalla domanda di Dante che è morto poco prima della primavera del 1300. E lui

chiede come mai solo ora si trova qui, doveva essere passato molto tempo. Voleva mettere

Casella nel Purgatorio, ma si trova davanti il dato biografico per cui era morto un anno prima,

riesce a farlo degnamente attraverso le parole di Casella.

L'anno santo ha permesso l'indulgenza penaria, da grande beneficio alle anime, vengono abbonati

molti debiti. Le anime pagano con la purgazione.

verso 101 “dove l'acqua di Tevero s'insala”

Nel  troviamo un dato interessante, Dante ci

illustra il luogo di partenza delle anime che devono andare nel Purgatorio, cioè la foce del Tevere.

''Tevero'' qui è un metaplasma.

''s'insala'' è una formazione verbale tipicamente dantesca, un composto parasintetico, sono quei

verbi derivati da una base lessicale, in questo caso il sostantivo ''sale'', che attraverso due diversi

morfemi, uno prefissale ''in'' e l'altro suffissale ovvero la desinenza verbale, hanno creato questi

composti. Di solito vengono usati sostantivi della prima in -a, ancora oggi possiamo formare dei

neologismi simili, come ''insediare''. Dante, che ha questo senso dinamico della lingua, ne fa uso

molto spesso.

Verso 103 “però che sempre quivi si ricoglie”

 ''quivi'' significa lì anche in questo contesto,

non può essere ambiguo.

Il senso della pena fisica di Dante, del suo pellegrinaggio dall'Inferno al Purgatorio, è amplificato

verso 109 “di ciò ti piaccia

dai continui enjambement, ne troviamo uno molto forte al 

consolare alquanto // l'anima mia”. Una mancanza di pausa dà senso di angoscia.

''alquanto'' è una parola che ha differenza semantica oggi rispetto all'italiano antico, per noi

significa ''tanto'', per l'italiano antico ha sfumatura di ''un poco''.

Subito attacca senza una didascalia perché tra amici si fa così. La didascalia mette qualcosa

d'ostacolo alla richiesta dell'amico rispetto alla soddisfazione, l'amico svolge una azione

immediata, l'amico soddisfa i bisogni dell'altro senza quasi che egli chieda qualcosa. Casella dà

una espressione molto forte che può dare molto di più di mille parole.

“Amor che ne la mente mi ragiona'” la canzone che troviamo è di Dante, che noi lo conosciamo

come terza canzone commentato nel terzo trattato nel Convivio che viene vista in senso filosofico,

ma in origine aveva una chiave stilnovistica.

Il motivo della dolcezza è espresso dall'artificio retorico della figura etimologica, perché viene

variata in base al contesto. Gli scrittori medioevali cercavano la ripetizione, è modo di abbellire la

frase però attraverso una variazione stilistica, come con il poliptoto.

Attraverso la ripetizione lo scrittore del medioevo cerca di arrivare ad una persuasione come con il

sistema della ninna-nanna.

verso 116 “ch'eran con lui parevan sì contenti”

Al troviamo un ''parevan'' che sembra un

errore. Nella lingua antica il verbo si accorda con l'ultimo dei soggetti che in questo caso è ''quella

gente'' che però in italiano è singolare, quindi si tratta di una concordanza a senso. Il soggetto è

un singolare collettivo e determina uso voce verbale plurale. In Italiano nello scritto dovrebbe

essere evitato.

verso 117 come a nessun toccasse altro la mente.”

Nel c'è un'altra falsa similitudine  “

verso 119 a le sue note; ed ecco il veglio onesto”

Troviamo al  “ ''ed ecco '' stilema di origine

biblica e introduce argomento di novità narrativa. Dante lo usa per introdurre forti novità. Ritorna

per l'apparizione subitanea di Catone.

Verso 122 “Correte al monte a spogliarvi lo scoglio”

 lo ''scoglio'' è la scorza del peccato che

viene abbandonato, ricorda la pelle morta del serpente. Torna il tema della coralità e della

concordia con la metafora dei colombi.

verso 132 “com' om che va, né sa dove

Altra similitudine al , dopo la scomparsa di Catone 

rïesca;”.

L'inizio cosmologico è molto importante. Dante vuole indicarci sempre l'ora del tempo e lo fa

proprio in questo inizio. Per indicarci l'ora dell'alba, dà un quadro astrale, ci dà l'ora di diversi

luoghi, però in modo universale per fare legame.

Nessuno è solo, tutti siamo collegati a Dio, grazie all'ordine che Dante mostra nel primo canto del

Purgatorio, tutti facciamo parte di un ingranaggio universale. Per fare questo Dante esprime l'ora

attraverso ad un astrolabio, ma non lo fa solo con la grandiosità del Purgatorio, ma lo fa anche

degli altri punti cardinali. Gerusalemme è per prima, agli antipodi, poi del Gange ovvero

dell'estremo oriente. Quindi da l'ora del Purgatorio. Ogni singolo evento è preso in una rete, tutto è

correlato.

''Orizzonte'' è una parola greca molto utilizzata da Dante. A Gerusalemme c'era il tramonto, stessa

ora in cui era iniziato il viaggio di Dante.

E la notte, quasi personificata che comprende periodo ampio è vista come un astro che gira

intorno alla terra opposta al sole. In India la notte usciva in unione con la costellazione della

Bilancia, che non è in congiunzione con il periodo dell'equinozio di primavera. In India è

mezzanotte.

La consecutiva classica di Dante mostra poi l'ora del Purgatorio, come visione universale. L'alba è

personifica in Aurora. Le sue guance prima sono bianche come quella luce che risplende nel cielo

prima dell'alba che poi muta in rosso. 12 marzo 2015

Dal verso 9 riprendiamo, dopo l'introduzione di carattere astronomico, una perifrasi non nuova al panorama

della commedia, infatti la troviamo anche nell'inferno per indicare lo scandire del tempo durante questo

cammino che Dante fa.

Dante ha scelto di iniziare così, con una complicazione scientifico-filosofica, anche molto forzate come la

personificazione della ''notte''.

Se guardiamo al passato di Dante, più che alle terzine dell'Inferno che avevano un carattere adeguato al

registro comico, che si rifanno al genio popolare, questo inizio così prezioso si rifà all'esperienza petrosa.

Dopo riprende in modo più pietoso, riprende il tema dell'incertezza del soggetto che desidera.

C'è una connessione con il primo canto con questo stilema della falsa similitudine o apparente, che serve a

legare generale con particolare.

Verso 10 Noi eravam lunghesso mare ancora Lunghesso

 “ è costituito da “lungo” più “esso”, così

” 

“esso” diventa indeclinabile come l'avverbio a cui si lega, la -o non è propria di una declinazione, sarebbe

uguale anche al femminile.

lunghesso

Questo attaccato ha un effetto strano, nel '500 gli studiosi dicevano che non avesse alcun valore,

ma in origine questa forma rafforzata ha un effetto di rafforzamento della determinazione.

Verso 12 “che va col cuore e col corpo dimora”

 troviamo un chiasmo con schema verbo-sintagma,

sintagma-verbo.

''Cuore'' è un caso di dittongamento toscano  deriva da COR latina. Il suo accusativo è COR, ma sembra che

non sia spiegata una delle leggi del dittongamento toscano. Qui troviamo una ''o'' breve tonica però non si

trova in sillaba libera.

Nel latino volgare è stata ricostruita una forma bisillabica, CORE come fosse MARE, viene così parificato a

questo secondo paradigma che ha come accusativo MARE, da imparisillabo diventa parisillabo.

Verso 13 Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino

 è uno stilema biblico che caratterizza la nostra cantica

ed è il primo che Dante utilizza per mostrare l'apparizione angelica. Questa terzina è musicalmente simile

alla melodia astrale dell'inizio con l'utilizzo di Marte.

Verso 14 per li grossi vapor Marte rosseggia per

 “ Il che troviamo, ha una sfumatura causale. Il

”  Vapor

colore rosso diventa più evidente se è presente del vapore. presenta una apocope di vocale finale, che

tra l'altro ha valore morfologico, di solito l'apocope coinvolge sempre la morfologia.

Le apocopi ''vapor'' e ''mar'' però non hanno lo stesso indice di frequenza.

Nei dialetti meridionali non c'è fenomeno dell'apocope. Nei dialetti settentrionali è presente per

fonologizzazione delle forme apocopate.

Siccome l'apocope coinvolge la morfologia, bisogna sottolineare che il tipo di vocale implicata non è neutra,

non è senza significato. Quelle che sono desinenza di plurale tendono a cadere meno, l'apocope è sensibile

alla morfologia.

Verso 15 “giù nel ponente sovra 'l suol marino” suol

 deriva da SOLUM con ''o'' aperta, non da

SOLUM con ''o'' chiusa che ha dato il nostro SOLO; in questo caso è presente ancora una apocope normale,

però non tutte consonanti sono uguali davanti all'apocope, la ''m'' è la più restia, ''vediam'' è possibile ma

meno frequente.

Verso 16-18  “cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir sì ratto,

che 'l muover suo nessun volar pareggia.”

Questa terzina ci dà il tono della vista per l'apparizione dell'angelo sotto uno sfondo lucente. La similitudine

anche qui ci prepara a questa parte astrale.

Troviamo un tema usato da Dante in precedenza, quello della distesa astrale e dello sguardo che si distende

verso l'orizzonte che da un effetto rilassante per la vista.

versi 13-16 qual cotal

Ai abbiamo un legame forte tra '' '' e '' '', questa terzina mostra una comparazione

minuziosamente piena di interpunzioni, che sono tarde, ma certamente è presente intrinsecamente ai versi. È

uno snodarsi della frase tra incisi preziosi. L'apparizione è il termine di paragone tra i due nessi.

Verso 16 veggia

 troviamo che è un chiaro esito della presenza di iod [j]. Deriva da VIDEA(M) latino, che

ha dato nel latino volgare VIDJA(M) (''e'' si è consonantizzata in j) con rafforzamento sulla ''d'' che quindi ha

dato ''veggia''.

Il nesso dj ha dato due diversi esiti in italiano:

• me[ddZ]o MEDJU(M) -> affricata dentale;

• ve[dd*]o VIDEO -> affricata palatale sonora.

In italiano moderno ''vedo'' è una forma analogica, si rifà sul tipo di credo.

Nella Commedia ''se'' ha valore di desiderativo, ottativo come UTINAM. Con questo valore Dante indica un

augurio cristiano per la salvezza.

L'apparizione dell'angelo punta tutto sull'elemento visivo, ma è una serie di immagini. Questa

rappresentazione, che ricorda il volo di Gerione, è quella di un volo reale, ma non solo, mostra anche ciò che

si vede volando.

In Gerione, c'è l'impressione del volo nel buio grazie alla presenza di leggere luci. Dante crea un senso del

vento in maniera poetica che va al di là del senso puramente strutturale che assume Gerione nell'Inferno

come allegoria della frode, ma anche di mezzo di trasporto. Questa doppia struttura è una delle creazioni di

Dante.

Dante mostra anche il suo senso di terrore nei confronti della bestia ibrida, una paura tipica del Medioevo.

Croce è messo in crisi nella sua stessa impostazione strutturale della Commedia: questo passo di Gerione è

irresistibile per Croce, dovrebbe sentenziarlo come un insieme di strutture impoetiche.

Nella sua analisi infatti notiamo tutto questo, Dante ci mostra tutta la vitalità organica tipica della belva.

L'allegoria è chiara, crea un'impressione e un effetto cinematografico, grazie a questo divenire dell'immagine

in primo piano che cresce a scatti.

erso 19 Dal qual com' io un poco ebbi ritratto”

V  “ Dante si volge verso Virgilio e distoglie lo sguardo

dall'angelo, così il punto di riferimento diventa grande.

Verso 21  “rividil più lucente e maggior fatto”  finalmente la visione diventa chiara.

Verso 23 un non sapeva che bianco, e di sotto non sapeva che

 “ nasce qui come espressione di

” 

indefinitezza e viene usata per indicare una gradualità percettiva in modo da dare l'idea dell'inesperienza di

fronte a questo paesaggio.

Verso 24 “a poco a poco un altro a lui uscìo”

 è una forma che ricorda la lingua siciliana illustre

grazie alla desinenza.

Anche Virgilio dimostra di non avere delle risposte su quello che sta per capitare, il suo stupore viene

esposto con la sua mancanza di parole. verso 28 “gridò: «Fa, fa che le

Però appena si rende conto, comincia a gridare e usa un imperativo ( 

ginocchia cali.”) attenuato con desinenze congiuntivali.

versi 31-34 Vedi che sdegna li argomenti

La tensione del grido varia grazie all'anafora dei 

umani // Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo.

Dante non ama le onomatopee, però usa l'allitterazione per indicare il rumore che fanno le penne delle ali.

Verso 40  “ma chinail giuso; e quei sen venne a riva” chinail è una forma apocopata, dove emerge la

caduta di ''o'' dopo liquida. La vocale del clitico unita al verbo si comporta come qualsiasi altra vocale finale

di parola, ciò significa che verbo più enclitico da una unità lessicale.

Giuso anche è forma apocopata.

Verso 43  “Da poppa stava il celestial nocchiero” verso 25 Lo mio

abbiamo un ''il'' italiano, al 

maestro ancor non facea motto invece abbiamo ''lo'' dove l’italiano avrebbe ''il'' e così in molti altri casi.

Questo perché la distribuzione di questi articoli è diversa in italiano antico rispetto al moderno.

Le condizioni fonosintattiche viste, in cui si alterna l’uso degli articoli, sono rappresentative della generale

distribuzione nell'italiano antico. Legge di Grober*,

Quella che abbiamo visto è la uno studio pubblicato nella maggiore rivista della

filologia romanza Zeutschuft fur* Romanische Philologie. Viene messa a fuoco questa distribuzione nella

Commedia di Dante dei diversi morfi.

LO e IL e I sono le forme del singolare, LI e I per il plurale.

In Dante la forma base è LO, questa forma può ricorrere in qualsiasi condizione fonosintattica, non ha

limitazioni. verso 25

- In particolare la forma LO deve ricorrere in posizione iniziale assoluta come al .

- Invece le altre due forme (  IL e I) possono ricorrere solo all'interno di frase dopo finale vocalica.

versi 17 un lume per lo mar

- All'interno di frase dopo finale consonantica ricorre LO come ai (“

venir sì ratto”) verso 20 l'occhio per domandar lo duca mio

e al ( “ .

”)

La stessa cosa vale per gli articoli plurali, LI ricorre sempre rispetto ad I che vale come IL.

''Per lo più'' e ''per lo meno'' sono due fossili di questa legge.

Grober non mette però in relazione questa distribuzione con la loro evoluzione. Ma se la forma base è LO,

allora deve essere la forma originaria da cui si sono sviluppate le altre.

Non ci sono due diverse basi etimologiche, questa idea è:

• LO < I(L)LU(M) -> aferesi della seconda sillaba;

• IL < ILL(E) -> da cui si pensava derivasse ''l'' nella sua prima sillaba per aferesi.

Già era 'l sole a l'orizzonte

Lo vediamo nel primo verso con l'apostrofo 'l, ma questa forma è sbagliata  “

giunto”. Questo apostrofo è frutto di una rianalisi alla luce delle condizioni attuali.

Se le condizioni di distribuzione sono quelle di prima, c'è una diversa spiegazione, cioè LO è la vera forma

etimologica che si mantiene ad inizio di frase oggi.

Esempio: Mangio lo pane mangio l pane, ha subito apocope di LO -> mangio i+l pane, viene aggiunta ''i''

prostetica toscana di ''ischerzo''.

Se derivasse da ILLU(M) si avrebbe ''el'', lo troviamo infatti in nello che deriva IN ILLU(M).

IL è analizzato come breve oggi, tra '300 e '400 diventa forma base, LO forma secondaria. 16 marzo 2015

Verso 43 “con un vasello snelletto e leggero”

 on indica la gentilezza dell’oggetto ma la

: n

qualità intrinseca di questa navicella celeste. Con vasello si intende una sorta di ricettacolo,

serbatoio della scelta divina.

Verso 44 tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva

“ ” le anime non hanno peso, ricorda un paio di

episodi infernali: all’inizio dell’Inferno la chiglia della navicella infernale sprofonda nell’acqua

dell’Acheronte.

Siamo costretti ad ammirare la capacità così caratteristica di Dante di dare figurazione plastica

all’idea. I concetti astratti, un artista del medioevo, tende a rappresentarli in modo concreto, dando

per esempio caratteristiche umane (allegoria). Il Medioevo aveva tutte le potenzialità per dare un

grande teatro: di questa potenzialità sono rimaste varie tracce.

Quando Dante parla della musica, espone la questione degli spiritellila poesia si concretizza,

medievalmente, attraverso la fisiologia degli spiriti.

Verso 45-46 Da poppa stava il celestial nocchiero, tal che faria beato pur descripto; 

 due

varianti: pur descripto o per iscritto. Sono due versioni ben assortite allo stile di Dante, questo è un

argomento filologico importante. Davanti a questi casi la stampa si divide in due famiglie di pari

autorità stemmatica e ugualmente qualificate, il criterio che il filologo deve usare è quello interno:

dell’usus scribendi quale di queste due lezioni è più conveniente allo stile del poeta?

L’altro criterio è la lectio difficilior: in genere tra due lezioni indifferenti è più opportuno scegliere

quella linguisticamente più preziosa e lontana dall’uso medio.

Scripto Descripto

e sono rime inclusive: rima ricca e preziosa.

SCRIPTO> ISCRITTO

La prima sillaba inizia con questa desinenza consonantica che ha, quanto a forza fonica dei

fonemi, un andamento a V. La S ha maggior forza dell’occlusiva sorda (K), la vibrante è una

liquida e la I è suono puro (è pienamente vocalica, noi cantiamo sulle vocali).

La N è una liquida quasi vocalica. Questa struttura sillabica secondo il sistema linguistico italiano

perché è preferita, in esso, una sillaba che va crescendo di potenza, come per esempio CROCE.

L’andamento non è ben formato, la I prostetica diventa il nucleo sillabico che è IS. La salita si ha

dalla testa sillabicaciò che precede il nucleo (vocale). Se la sillaba è chiusa abbiamo anche una

coda sillabica che ha sempre una diminuzione di energia fonica.

La sequenza S+ Consonante, all’interno di parola, come in questo caso, dal punto di vista della

struttura sillabica a quale sillaba appartiene?

Esempio: vespa, si sillaba ve/spa la ragione è che in italiano possiamo avere una parola che

inizia con la S impura. In realtà questa ragione però è sbagliata!

E’ sbagliata questa ragione perché parole come vespa e testa hanno una struttura trisillaba e nella

fase più antica delle lingue romanze, una parola non poteva iniziare con S impura. C’era la

prostesi o un altro sistema per aggirare la S sillabica, ovvero l’epentesi. Grazie ad esse si ovvia ad

una malformazione sillabica: si sillabava vespa come ves/pa.

Se la sillabazione fosse quella ortografica avremmo un dittongo: perché in sillaba libera

(terminante per vocale) avremmo il dittongamento toscano e diremmo tiesta, viespa; non è così, la

sillabazione corretta è ves/pa.

Una delle ragioni per le quali alcuni filologi, che non sanno nulla della struttura sillabica,

preferiscono descripto, perché pur iscripto, per i medioevali, avremmo una rima identica, essa è

una rozzezza.

Faria  uno dei tre tipi di condizionali della lingua antica, esso è una creazione romanza e neo-

latina. Il condizionale è un modo verbale perifrastico, indica l’irrealtà e come il futuro, è derivato

dalla perifrasi che si ha sommando l’infinito.

Nel caso del condizionale in EI, tipico dell’italiano moderno, esso esiste come forma

1) autonoma di passato remoto di avere Dante dice “poi ch’ei posato un poco il corpo lasso”.

Il condizionale in EI è formato dall’infinito e dal passato remoto di habeo, cioè habui.

Nel caso del condizionale in IA, è formato dall’infinito e da forme foneticamente ridotte

2) dell’imperfetto indicativo di habere.

Nel caso del condizionale del terzo tipo, abbiamo una forma latina alla base che cambia

3) funzioneil piuccheperfetto indicativo latino (fueram) assume funzione modale.

Verso 47 “e più di cento spirti entro sediero”

 

Spirti

non c’è la prostesi perché finisce per vocale: precede finale vocalica. All’interno di frasi non

c’è bisogno della prostesi dopo vocale, perché avviene una risillabazione. Non ne abbiamo

bisogno per medicare la cattiva struttura di sillaba.

Sediero  è un imperfetto >

SEDEBANT > SEDEVANO questa O finale la chiamiamo epitesi;

SEDEVANO >SEDEANO si origina per dileguo della consonante;

SEDIENO > SEDIANO  la desinenza ENO sarà sostituita da RO, che viene dal perfetto.

Verso 48 “'In exitu Isräel de Aegypto'”

  si trova nei salmi. Questo versetto è particolarmente

sfruttato da Dante. Questa citazione non è casuale, egli aveva fatto ricorso a questo versetto nel

Convivio per esemplificare la polisemia della scrittura. Tale verso si può interpretare anche in

senso morale, come affrancamento dal peccato, in senso anagogico come ultimo destino

oltremondano dell’uomo.

Ritorna il motivo della coralità degli spiriti del Purgatorio.

Verso 49 cantavan tutti insieme ad una voce”

 “ ci sono quattro espressioni che rappresentano

la coralità. Una voce da unus, unica.

Verso 51 “Poi fece il segno lor di santa croce” Lor

 ha valore di dativo, illorum del latino

cade la O finale per un fenomeno di apocope toscana.

Verso 52 “ond' ei si gittar tutti in su la piaggia”

 Parallelismo con la scena dell’Inferno, dove

Caronte raccoglie le anime dannate  similitudine delle foglie.

Emerge un individualismo infernale che si contrappone alla coralità purgatoriale.

Verso 53 ed el sen gì, come venne, veloce.”

 “ verso magico, endecasillabo con accento in

settima. Questi versi hanno una funzione ritmica ed energica, abbiamo inoltre un’allitterazione

della V. Ricorda inoltre il cursus planus: dalla scuola curiale si diffonde in tutta la cultura dettatoria

d’arte, un sistema di clausole ritmiche che ornano la frase. Prima di una pausa ci sono certe

clausole preferite, una di queste è il cursus planus.

Dal Canzoniere in poi l’endecasillabo di settima diventa fuori legge, in Dante è ancora molto

frequente.

Verso 54- 55 similitudine apparente; 17 marzo 2015

Verso 59→ "ver' noi, dicendo a noi" → ripetizione, emerge una sorta di motivo. C'è un

accumulo pronominale che introduce il tema della comunicazione e dell'immedesimazione

dell'altro. Emerge un preoccuparsi per l'altro.

"Se voi sapete// mostratene" → qui è un clitico, emerge la terza legge di Tobler e Mussafia. La

principale segue alla sua secondaria ed è posticipata.

Verso 61 Virgilio rispuose"

→ " →forma analogica su puose, il perfetto di porre è regolare

secondo le condizioni etimologiche.

Verso 63 ma noi siam peregrin come voi siete"

→ " → poliptoto verbale → il verbo essere è

coniugato in varie forme. Poliptoto significa "più casi", quindi riferito ad un verbo non è del tutto

appropriato. L'effetto d'eco e gioco di specchi è voluto.

Verso 64 Dianzi venimmo

→" " → poco tempo fa;

Verso 65 per altra via che fu si aspra e forte

→" " →ricordo della selva selvaggia (I Inferno);

Contini ne l'Interpretazione di Dante sottolinea la memorabilità della poesia dantesca. La forza

dei classici per i medioevali è la memorabilità. Il classico, per sua natura, è citabile e memorabiile

→Dante vuole essere classico, ciò emerge nella forza della Commedia. "Dante sala il sangue"

Emilio Cecchi.

Lo stesso Dante è vittima della sua citabilità, a volte consapevolmente (come in questo caso),

aspra e forte

dove il sintagma è una formula.

Contini ha sostenuto che ci sia una memorabilità inconscia e consapevole: dimostrerebbe la

coerenza della forma dantesca.

La memoria dantesca emerge nel Canzoniere e nei Trionfi, nonostante Petrarca in un certo senso

si discosti dal sommo.

Verso 66 che lo salire ormai ne parrà gioco Lo

→ " " → può ricorrere in qualsiasi contesto,

Lo

anche quello all'interno di frase; è la forma di base, essa andrebbe in un dizionario di italiano

antico andrebbe a lemma.

Parrà → forma sincopata di parerà;

Verso 67 "L'anime che si fuor di me accorte"

→ → si incontra il motivo narrativo strutturale, fa

parte del romanzo teologico-morale.

Verso 68 Per lo spirare , ch'i era ancor vivo

→ " "; espianti →quadrisillabo, coloro che fanno

espiazione; espianti→ trisillabo, espiantare una pianta;

Verso 69 Maravigliando diventaro smorte

→ " " →la meraviglia sbianca, fa impallidire;

variazione del senso della novità.

Il grande effetto è dovuto alla grande massa fonica del gerundio maravigliando: occupa tutta la

prima parte del verso, dopo la quale c'è una cesura.

Maravigliare → verbo denominale derivato da maraviglia →mirabilia (neutro plurale) → forma

assimilata del fiorentino antico. Anche Leopardi la utilizza: l'antichità nel poeta è un elemento

fondamentale dell'indefinito poetico.

Maraviglia →forma anafonetica; tutti gli altri dialetti non hanno la presenza dell'anafonesi e dicono

meraviglia.

Diventaro

ĀRUNT → forma contratta →effettivamente sincopata da cui proviene questa antica desinenza

"ARO";

AVĒRUNT

AVĚRUNT

→In italiano antico la forma in ARO è quella originaria.

Verso 70 E come a messagger che porta ulivo"

→ " →similitudine domestica → è umile;

esempi tratti dal vivere quotidiano.

Verso 71 Tragge la gente per udir novelle

→" → forma analogica →alla g latina seguita da una

vocale anteriore abbiamo un raddoppiamento;

messagger

" " →doppio francesismo→ messaggio → è derivato dal provenzale in realtà

→gallicismo→il suffisso "aggio".

Aggio > francese age

> gallicismo atge < lat. AT(I)CUM

Un suffisso è analizzabile come tale quando ce ne sono una serie: bisogna toccare con mano

quanti e quali sono i francesismi (viaggio, passaggio, messaggio, pensiero).

Verso 75 quasi obliando

→ " " →verso sigillo, introduce il tema della colpa →dimenticare il

proprio dovere è una colpa.

Verso 79 Ohi ombre vane

→ " " → verso tratto dall'Eneide, Dante imitando diventa se stesso;

Verso 81 Di maraviglia, credo, mi dipinsi"

→ " →cambia il soggetto, abbiamo

un'intercomunicabilità. La meraviglia che prima era della anime, ora è di Dante.

Verso 82 Mi dipinsi

→ →variazione di colore, vedasi "diventaro smorte".

Verso 83 Per che l'ombra sorrise e si ritrasse

→ →nesso relativo causale → qui viene infranta

la seconda condizione della legge di Tobler e Mussafia. Dovremmo avere "ritrassisi", NON si

ritrasse.

L'enclisi accetta un numero limitato di eccezioni nella Commedia nelle altre due condizioni,

scalarmente.

Verso 85 Soavemente disse ch'io posasse

→ " " → inizia il tema di Casella e la lirica

stilnovistica. Casella intonerà l'incipit della canzone di Dante. Il suo carattere musicale emerge già

Soavemente

in , avverbio intriso di stilnovismo che indica un tono di voce.

Dante non ha riconosciuto l'amico, fino ad ora è stato semplicemente mosso da una simpatia:

risonanza armonica. Lo riconoscerà sentendone la voce.

Verso 86 Allor conobbi chi era

→ " " → lo riconosce;

Verso 88 Rispuosemi

→ " " → prima legge di Tobler;

Verso 89 "Così com'io t'amai nel mortal corpo, così t'amo sciolta

→ " →poliptoto;

Però → non ha un valore avversativo in Dante ma è causale → vale come per ciò, per questo

motivo. Poliptoto pronominale → ma tu perché vai?

Verso 92 là dov'io son, fo io questo viaggio

→ " ".

Fo → sta per faccio →esito di nesso consonantico con J → è una forma analogica;

FACJO

FA[TTJ]O

viaggio →trisillabo per avere l'endecasillabo → i toscani lo pronunciano sempre come trisillabo.

Va in rima con passaggio e oltraggio → tre francesismi.

Il viatico → segno liturgico, benedizione prima di un viaggio;

La figura di Casella è affidata anche nella funzione strutturale: ci dà alcune informazioni sul

romanzo e sulla struttura.

Verso 97 chè di giusto voler lo suo si face

→" " → legge di Groebel;

Verso 99 chi ha voluto intrar, con tutta pace"

→ " → anno santo →giubileo; Ha effetti anagogici

→riguardano il destino delle anime e di abbreviare il periodo di attesa.

Verso 100 Ond'io, ch'era ora a la marina volto

→ " " → arcaismo, il nostro avverbio ora deriva

dalla forma ablativale HORA, mentre ancora deriva dalla forma accusativale HANC HORAM.

Da HORA abbiamo questo ORA che vale come Allora →a quel tempo;

dove l'acqua di Tevero s'insala → si insala →composto parasintetico → radice lessicale sale,

prefisso IN, suffisso LA.

Verso 102 "Benignamente fu' da lui ricolto"

→ → BENIGNOS → non è un caso di anafonesi,

ma come si spiega la E? E' un latinismo.

Fu' → elisione;

Verso 103 A quella foce

→" " →Foce → latino parlato;

dritta → ha funzione participiale e verbale →aggettivo verbale;

Verso 104 però che quivi si ricoglie quivi

→ " " → → lì;

chiunque → valore generalizzante, vale come qualunque; queste forme sono forme di indefinito

di valore generalizzante.

Verso 105 qual verso Acheronte non si cala

→ " " → dialefe → qual verso Acheronte;

Verso 107 amoroso canto

→ " " → ha valore specialistico, indica l'intonazione monodica della

poesia profana dello stilnovismo.

Verso 108 che mi solea quetar tutte mie doglie

→ → la musica è l'arte che quieta tutti i dolori

del soggetto, essa appaga e distrae dal dolore.

Verso 112 → osmosi, vibrazione armonica, subito dopo la richiesta inizia l'intonazione del canto

Amor che ne la mente mi ragiona

→ → prima auto-citazione del Purgatorio.

Donne che avete intelletto d'amore → Bonagiunta Orbicciani;

→ Guido Cavalcanti;

In questa cantica fa i conti col suo passato poetico. Queste auto-citazioni sono letteratura e vita:

preludono al fondamentale incontro finale.

Emerge la finezza della didascalia post-posta.

Verso 115 Lo mio maestro e io e quella gente

→" " → legge di Groebel;

Verso 116 a nessun toccasse altro

→" " → ha valore negativo;

Verso 118 ed ecco il veglio onesto

→ " " →decoroso nell'aspetto, latinismo semantico che non

ha valore morale.

Catone, rime consonantiche, si oppone alle dolci rime stilnovistiche di Casella → Che è ciò, spiriti

lenti?".

Verso 122 Correte al monte a sporgliarvi lo scoglio

→ " " → lo scoglio è la pelle del serpente;

Comparazione domestica, fa da perfetto appunto all'inizio astronomico: l'infinitamente grande e

piccolo dei colombi, tutto cementato e unificato.

Verso 130 così vi'io

→ → leggi di Groeber; 19/03/2015

III Canto

Centrale il tema dell’esclusione; coloro che, nonostante l’ingegno, non hanno avuto la grazia di

Dio, come Virgilio ( anch’esso escluso quindi):

contrapposizione tra esclusione ed inclusione.

Verso 1-3 Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna

rivolti al monte ove ragion ne fruga

Avvegna

: congiunzione subordinante verbale. Advènjat = sebbene, benché;

 Subitana improvvisa fuga;

 Dispergesse : viene dal latino; dis = prefisso, preverbio. Viene ripetuto molto volte.

 Ragion : coscienza che sprona l’uomo al pentimento e all’espiazione.

 fruga: frugare, stimolare

Verso 4 “i' mi ristrinsi a la fida compagna”  compagna: compagnia;

Verso 5 e come sare’io sanza lui corso

 “ ?” sare : forma apocopata. Essere +hebui; sarei : ar-

> atona( fiorentino, esse) , forma di dissimilazione.

Verso 6 “chi m'avria tratto su per la montagna?” avrìa : avere+ habebam, forma

sincopata.

Verso 7  “El mi parea da sé stesso rimorso ”  rimosso : principio di esclusione.

Verso 8  “o dignitosa coscïenza e netta” dignitosa.. netta: nobile e pura.

Verso 9  “come t'è picciol fallo amaro morso! “  piccìol fallo : errore, motivo di dolore.

Verso 11  “che l'onestade ad ogn' atto dismaga”  verso parasintetico;

dismaga : che menoma la dignità. Ciò che è proprio dell’uomo è la ragione, quando essa

 viene meno, si perde la propria dignità, il decoro interiore. Funzione accusativa =

perdere forza, indebolire.

Onestade : onestà; base latina: onestate. Nel passaggio dal latino al fiorentino, le

 occlusive sorde si sono conservate. Ade : caratteristiche dell’italiano antico e del fiorentino

antico: forma apocopata.

Verso 13-15 “lo 'ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi 'l viso mio incontr' al poggio

che 'nverso 'l ciel più alto si dislaga.”

vv.13 – 15 : massa della montagna, minacciosa ( montagna più alta della terra).

 ‘intento : intento. Intentio degli scolastici, il pensiero in quanto si rivolge ad un oggetto.

 Dante ha qui la prima vaga percezione che la vita nel Purgatorio non è facile: difficoltà della

purificazione.

vaga :desiderosa: di vedere e conoscere cose nuove.

 dislaga : dis+lago  neologismo dantesco. Allontanandosi in altezza.

 poggio : monte

Verso 16-18  “Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio

rotto m'era dinanzi a la figura

ch'avëa in me de' suoi raggi l'appoggio.”

Lo sol : il sole; novità nell’ombra.

 figura : corpo fisico.

 ch’avrea : pronome relativo che ha un’antecendente lessicale, ossia Lo sol. Il sole

 appoggiava i suoi raggi sulla figura, creando l’ombra.

Verso 22  “e 'l mio conforto: «Perché pur diffidi?”

pur: 

deriva dal latino pure ancora.. “perché continui a diffidare”.

 altro significato: soltanto, solo.

In questo verso c’è un poliptoto: figura retorica che consiste nel ripetere una parola già usata a

breve distanza, modificandone il caso (o, nelle lingue non flessive, la funzione sintattica), il

genere, il numero, il modo e il tempo: In questo caso c’è un accumulo di pronomi, che hanno

funzione poetica -> compenetrazione poetica dei due soggetti.

Verso 23  “a dir mi cominciò tutto rivolto  tutto : valore avverbiale . Tutto rivolto: rivolgendosi

a me con tutta la persona, con affettuosa sollecitudine.

Verso 25-27 “Vespero è già colà dov' è sepolto

lo corpo dentro al quale s’aombra;

Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto”.

E’ già l’ora del Vespro. Nel Purgatorio il sole è già sorto e tramontato a Gerusalemme, nell’Italia

meridionale, ( a 45 gradi di longitudine dalla Palestina, secondo i calcoli di Dante,) siamo già a

pomeriggio inoltrato.

Dante anticipa sommessamente il tema dell’esclusione e della separazione. Esclusione

dell’anima dal corpo. Traslazione del corpo di Virgilio da Brindisi a Brindisi -> Virgilio muore a

Brindisi nel19 a.C e per volontà di Augusto viene traslato a Napoli, dove viene seppellito.

Verso 27  s’aombra : costrutto parasintetico.

Verso 33 “che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli” come fa : uso vicario del verbo fare. Qui “

 “simili corpi la Virtù dispone”).

fa” è la copia di dispone ( v.32

Verso 37-39 “State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;”

quia: nel latino medievale introduceva una proposizione dichiarativa, quindi equivaleva al

 nostro che: Virgilio intende dire che gli uomini devono accontentarsi di sapere ciò che è

stato loro dichiarato nelle Sacre Scritture.

mestier: significa essere necessario.

Verso 41 “tai che sarebbe lor disio quetato”

discio: desiderio.

Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei nuovi dialetti, 3 volumi.

Ipotesi sulla sonorizzazione : sonorizzazione come prestiti lessicali singoli, dai dialetti settentrionali

( in età molto arcaica)

AIS : atlante italo- svizzero, scritto nei primi anni nel Novecento . 24 marzo 2015

Il personaggio di Virgilio assume caratteristiche di umanità non sospettate, date in buona parte

dagli elementi narrativi e dallo svolgimento narrativo della seconda cantica.

Virgilio si confronta con il mondo degli eletti, in una dimensione degli espianti, è un momento

intermedio prima della beatitudine.

Virgilio incontra il poeta latino Stazio prima della salita del monte: emerge la rappresentazione

plastica di caratteristiche fondamentali dell'umanità. Si può dire che la vera cantica di Virgilio sia

la seconda e non la prima.

Nel Purgatorio ci sono momenti di grande assunzione di umanità: c'è una presa di coscienza della

propria umanità all'interno del mondo dantesco.

Dal verso 45 comincia una seconda sezione del canto: il tema della separazione dell'anima dal

corpo e della traslazione.

Verso 47 quivi trovammo la roccia sì erta

→ ; viene dal participio del latino volgare erctus; ercta

ha valore aggettivale ma anche sostantivale. Ergersi significa mettersi in piedi; nell'italiano all'erta

→all'erta →allerta →concrezione dell'articolo: quello che è originariamente l'articolo, è

rianalizzato dalla coscienza dei parlanti come facente parte della parola. Il fenomeno contrario è

detto discrezione dell'articolo: parole che iniziano con L etimologica, vengono rianalizzate dai

parlanti come un unica parola. Si rianalizza lusciniolum come l'usignolo.

Nell'italiano non si fa sentire il limite di parola: esso si sente chiaramente nel tedesco. Ciò

favorisce il fenomeno di concrezione e discrezione.

Verso 48 che 'ndarno vi sarien le gambe pronte indarno

→" "→ è un arcaismo e forma aulica,

nei dialetti settentrionali è ancora vitale. L'etimo di tale avverbio è oscuro.

Sarien →condizionale di tipo due (imperfetto di avere).

Verso 50 la più rotta ruina è una scala"

→ " → iperbole;

Verso 53 disse 'l maestro mio fermando 'l passo"

→ ;

Gli elementi danteschi hanno un valore plastico e un doppiofondo allegorico: Virgilio che ferma il

passo può avere un significato allegorico, come l'incertezza della ragione non assistita dalla

grazia.

Questo elemento narrativo, cioè il modo in cui Dante rappresenta il camminare, è molto

importante: la fantasia dantesca scompone il movimento fisiologico del camminare.

Tale tema è presente nel I canto dell'Inferno. L'incertezza è un elemento narrativo molto presente

Nessun tuo passo caggia Virgilio

ed allegorico → → particolarità imprevedibile della fantasia

di Dante.

Verso 55 essaminava del cammin la mente"

→ " ; la x inter-vocalica in parole semi-dotte ha

questo esito: -X- → SS.

La X inter-vocalica ha diversi esiti:

- EXAMINARE >essaminare;

- EX in posizione iniziale ha dato come esito popolare una sibilante palatale sorda; per

esempio:

EXAMEN > ESAME [z] → è una sibilante sonora nell'italiano moderno;

> SCIAME → continuatore popolare, inteso come sciame d'api;

*è una parola dotta, come dice il suo stesso significato: fa parte dell'ambito intellettuale.

*allotropia: fenomeno che si ha quando ad una stessa base etimologica convengono due diversi

esiti: uno popolare e uno dotto. Un esempio è EXAMEN, da cui provengono ESAME e SCIAME.

Un altro esempio su DISCUM (tavola rotonda):

DISCUM > DISCO

> DESCO

SPATIUM >SPAZIO

>SPAZZO (-ARE)

del cammin → latinismo morfosintattico; del cammin → viene da de+ablativo. Esaminare la

Verso 56 e io mirava suso intorno al

mente significa pensare al cammino da percorrere. → "

sasso miror

" →desinenza etimologica→ è un verbo deponente; i deponenti non continuano e

sono stati sostituiti dagli equivalenti di forma attiva (mori-morire; miror-miro).

Verso 57-59 →Secondo momento: è l'incontro con il gruppo degli scomunicati. Tale masnada

ha in comune con Casella, la tardiva riconciliazione con Dio. Alcuni sono addirittura morti in

contumacia: in uno stato di ribellione pubblica dei fedeli, nei confronti della Santa chiesa. Il terzo

canto è capace di incarnare l'idea in una forma plastica. Siamo arrivati alla suprema incarnazione

di Virgilio allegoria. Dante deve esprimere plasticamente, anche attraverso la lingua, la

grammatica ed i suoni, il concetto astratto del destino. da man sinistra

Le anime si muovono lentamente, al di sotto della soglia della percezione →

m'apparì una gente d'anime, che movieno i piè ver' noi, e non pareva, sì venïan lente" →

parere ha un valore fenomenico, in latino significa manifestarsi alla vista. Questo elemento ha

valore di contrappasso: di rappresentazione plastica di uno stato psicologico o anagogico, ha

valore di destino ultimo. Il quarto senso è anagogico → riguarda la vita dell'anima dopo la morte.

Tale motivo, come direbbe Croce, è di genere strutturale. Dante traduce questo elemento

strutturale o astratto in poesia, attraverso la lingua e la sintassi. In questi versi la punteggiatura è

molto importante: non corrisponde all'interpunzione medioevale; qui emerge una pausa dura

ritmico-logica delle terzine.

In tutte le parti in cui il tema del gruppo di anime degli scomunicati viene rappresentato nel proprio

movimento corale, emerge una sintassi imitativa: si tratta di una sintassi che indugia,

caratterizzata da:

enjambment: figura metrico-sintattica in cui c'è una sfasatura tra l'unità del verso e quella

 sintattica;

Noi abbiamo una gente // d'anime in rejet (è la parte che sta dopo il verso, in rigetto). Il

legame tra sostantivo e specificazione, in questo caso, non è fortissimo.

Esempi molto forti sono quelli che rompono un sintagma sostantivo-aggettivo, oppure verbo

e complemento oggetto.

Quando avviene questa rottura, ci sono vari gradi di forza che corrispondono alla forza dei

legami sintattici. In questo caso abbiamo una valorizzazione della pausatura.

Nella commedia si evidenziano due valori stilistici dell'enjambment:

- frazionare il discorso con una pausatura;

- aumentare l'elemento di liquidità →coesione;

Verso 67 Ancora era quel popol di lontano

→" →variante di gente d'anime;

,"

Verso 68 i' dico dopo i nostri mille passi" in

→" → cidentale esplicativa, effetto ritardante quasi

guicciardiniano.

Verso 69 quanto un buon gittator trarria con mano"

→" →trarrebbe →forma del verbo trarre;

condizionale di tipo due;

Verso 72 com' a guardar, chi va dubbiando, stassi."

→ " → la sintassi razionale sarebbe:

come chi va dubbiando si ferma a guardare. L'inversione con i suoi elementi di innaturalezza e

con l'obbligo per il lettore di costruire. Dante esprime il movimento lento.

C'è un problema: la virgola deve essere posta dopo dubbiando o dopo va? E' un effetto della

sintassi. L'interpretazione giusta è una sola ma non la conosciamo.

Stassi → esempio di enclisi →non rispetta nessuna legge di Tobler. Ora in italiano moderno lo

avvertiamo, ovviamente, come un errore. Ma nella storia dell'italiano erano accettate. Questo

stassi non è un congiuntivo imperfetto ma si traduce con si sta.

Potremmo dire che l'enclisi è fomentata da una pausa sintattica (la virgola), però è una

spiegazione un po' troppo sottile.

L'enclisi è sempre possibile in italiano antico perché è la posizione ordinaria delle particelle atone

pronominali.

La S del pronome è raddoppiata: la S di SI è rafforzata, queste forme enclitiche hanno spesso

questo raddoppiamento.

Si hanno dopo verbi come STA, cioè monosillabi tonici, o dopo forme ossitone (tronche); o dopo

accenti.

Virgilio si rivolge ai penitenti e chiede dove la montagna presenti un pendio meno erto. C'è un'altra

rappresentazione delle anime che ricorre alla similitudine, una comparatio domestica, come quella

dei colombi.

Verso 79-81 Come le pecorelle escon del chiuso a una, a due, a tre, e l'altre stanno

→ "

timidette atterrando l'occhio e 'l muso; "

La similitudine delle pecorelle è riciclata da Dante: egli la riutilizza, essa risale dal Convivio.

Avviene una transvalutazione, un cambio di segno: nel Convivio la similitudine indicava un

elemento negativo (→la passività degli intelletti pigri), nella cantica indica il carattere ingenuo e

buono, la semplicità e la coralità, di tali anime.

E sta per et.

Verso 82 semplici e quete, e lo 'mperché non sanno 'mperché

→" → → IN + PER+ QUID.

"

L'italiano antico preferisce l'aferesi all'elisione dell'articolo.

→l'interrato; → abbiamo un'elisione dell'articolo; l'italiano antico preferiva l'aferesi della I.

→l'Infarinato → in italiano antico si preferiva lo'nfarinato.

Verso 91 → "restaro, e trasser sé in dietro alquanto" → avverbio di quantità che indica una

quantità modica, come poco.

Verso 93 →"non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto" → fenno → forma non propriamente

toscana, è propria dei dialetti toscali occidentali (→lucchese e pisano). Sappiendo è una forma

particolare in fiorentino.

Verso 102 → "coi dossi de le man faccendo insegna ;" Tali forme si spiegano come un

gerundio formato sul tema del congiuntivo presente. Per i verbi speciali (avere-essere-sapere-

fare), le forme del gerundio risultano formate non sul tema del presente (→come il nostro

sapendo), ma sul tema del congiuntivo presente (non su SA ma su→sappia).

L'importanza di J:

SAPJA(M)>SAPPIA;

 SEPJA(M)> SEPPIA;

 APIA(M) > APPIA;

 VENDEMJUA > VENDEMMIA;

 Le bi-lab. come P e M raddoppiano J.

Faccendo è la forma antica, facendo non esiste in fiorentino antico. C'è un residuo di questo

esito: faccenda, da facienda.

FACCIO < FACJO

FACCENDO < FACJENDO;

Il gerundio italiano deriva dalla forma dell'ablativo, non dall'accusativo. Ce lo dicono i dialetti

italiani mediani: fascia di Lazio, Umbria e Marche. In questi dialetti U e O finale sono distinte su

base etimologica.

LUPU < LUPU(M)

OTTO <OCTO

Non è avvenuta la collisione di U finale e O finale. 26 marzo 2015

Verso 94 → "per che 'l lume del sole è fesso";

per che → per la quale;

fesso

: participio di fendere; fesso viene dall’innalzamento vocalico di fisso. La fessa a Napoli è

l'organo femminile.

Verso 97 → "non vi maravigliate, ma credete" → si fa appello alla fede, ciò è possibile perché

Non vi maravigliate →

siamo nel Purgatorio. è un imperativo non prevede l'uso dell'enclisi. Qui

abbiamo l'avverbio di negazione, esso vale da primo elemento della frase.

La L palatale è foneticamente doppia: J ha rafforzato la L precedente.

trigramma: tre elementi grafici per indicare un suono solo;

tetragramma: quattro elementi grafici per indicare un suono solo;

Maravigliate è un trigramma.

verso 44 → O dolce padre, volgiti →

Canto IV, Dante rivolge tali parole a Virgilio dicendo " " ha

l'enclisi non in quanto imperativo ma perché è il primo costituente della frase: il vocativo nella

sintassi antica non vale come primo costituente della frase, è come se fossi fuori dalla frase. La

frase dal punto di vista sintattico spiega l'enclisi, secondo la legge di Tobler e Mussafia.

Verso 98 → "che non sanza virtù che da ciel vegna" → si nota la differenza rispetto alla

morfosintassi dell'italiano moderno: noi con cielo avremmo la forma articolata ( da cielo), qui

da ciel.

invece abbiamo Visto che l'articolo determinativo determina, parole che indicano sostanze

assolute, come il cielo, non si usa il determinativo.

Oggi diciamo "siamo caduti a terra", non dalla terra → non bisogna determinare una sostanza,

non è necessario.

Verso 101 intrate innanzi

→ " " →precedeteci;

C'è una figura che si stacca dal coro: è Manfredi. La sua presentazione evita ogni protagonismo,

è una voce che si stacca sommessamente.

Verso 104 tu se'

→ → quell'apostrofo è in più, è un errore. Lo fece notare Castellani ad una

riunione della Crusca. Viene dimostrato nella rivista Gli studi linguistici italiani. Si può dimostrare

che SEI è una forma costruita per analogia che deriva da *SES.

L'argomento fondamentale della dimostrazione sta nel fatto che nel fiorentino duecentesco la

forma Sé produce un raddoppiamento fonosintattico. "Sé tu" → pronunciato come Se ttu.

"Si rifa' letti" → non c'è un raddoppiamento fonosintattico, perché, in ragione di questo apostrofo,

si è ridotto il dittongo discendente "rifai", la semi-vocale i cade. Quando essa cade il

raddoppiamento è bloccato: c'è un segmento vocalico che blocca il fenomeno.

Se noi avessimo SEI come forma di base e da esso derivasse SE', avremmo Se tu senza

raddoppiamento.

Verso 105 pon mente

→ → forma apocopata di poni; indica "guarda fissamente".

Dante non poteva ricordarsi di Manfredi, egli muore nel '66 mentre Dante nasce prima.

Verso 106 guardail fiso"

→ " → attualizzazione di pon mente; apocope di o finale di guardai lo.

Verso 107 Biondo era e bello e di gentile aspetto"

→ " → famoso distico;

Manfredi rappresenta l'ideale imperiale e la giustizia: Dante si affretterà a dissipare ogni dubbio

sollevato dai malevoli guelfi, sulla legittimità della nascita e della successione regale. Egli era figlio

di Federico II, ma illegittimo; ma legittimato in punto di morte dal padre.

La successione di Manfredi deve considerarsi legittima, la sua sconfitta storica causata dopo la

morte del padre nel 1250, Manfredi eredita la corona del regno siciliano. Per contrastare Manfredi,

che aveva usurpato il regno a Corrado IV e Corradino, il papa chiama in Italia la potenza francese,

il ramo cadetto degli Angiò.

Battaglia di Benevento (1266): viene sconfitto da Carlo d'Angiò che diventa Carlo I e riceve in

feudo il regno dal Papa. Le morti segnano il tracollo della potenza normanno-sveva in Italia.

Dante, in modo estremamente sommesso, svolge una polemica contro la Chiesa: emerge lo

sviamento del potere in sé spirituale, della Chiesa, che ha voluto invadere il campo temporale.

Manfredi è un personaggio che sta nei limiti.

verso 107 e 108

Il sono fatti per entrarci nella memoria.

Biondo era →L'anticipazione dell'aggettivo e della messa in secondo piano della copula,

sottolinea l'ammirazione. Tale verso è stato ispirato dalla Chanson de Roland.

Nella presentazione di Orlando: bels fut et forz et de grant vassalage → -aticum.

Si conservano due casi: nella zona francese gallo-romanza si conservano due casi, nella lingua

d'oc e d'oil. I casi del latino si sono ridotti a due, mentre in quella italo-romanza a uno.

BELLUS > bels →forma nominativale, si riferisce al soggetto;

BELLUM > bel

Gentile aspetto → la nobiltà è d'animo, non per sangue. Chi è nobile di natura ma è d'animo

gretto e rozzo, è come il fango. La vera nobiltà è quella del cuore.

Verso 108 ma l'un de' cigli un colpo avea diviso"

→ " → fa da contrapposizione alla distesa e

lenta elencazione delle qualità fisiche e morali.

C'è un ritmo discendente, mette in risalto la gravità dei colpi. Dante si rende conto di aver di fronte

una persona di grande valore e coraggio, non ha le ferite sulla schiena. Allora il poeta assume un

atteggiamento umile.

Verso 109 disdetto

→ → negato di averlo conosciuto;

Verso 111 Mostrommi

→ → seconda legge di Tobler e Mussafia + raddoppiamento

fonosintattico.

Verso 113 nepote di Costanza imperadrice

→ " " →Manfredi è nipote di Costanza, moglie di

Arrigo VII. Questa unione preoccupò moltissimo il papa. Tale verso indica l'eredità legittima di

Manfredi.

Comincia il contro-canto politico e polemico nei confronti della Chiesa e nei confronti delle voci

malevole della Chiesa.

Manfredi fu scomunicato e morì in contumacia di santa chiesa → la polemica di Manfredi non

emerge in toni aperti però le cose che dice sono di grande chiarezza e fermezza.

Imperator, imperatoris, imperatorix → forma di sonorizzazione tra vocale ed R. Questo

fenomeno è particolarmente evidente del toscano antico nei sostantivi in ADORE, IDORE (→es,

imperadore).

Si parla di pronuncia imitativa: si specifica con l'influenza delle lingue gallo-romanze di prestigio:

francese e provenzale che sonorizzano e fanno dileguare le occlusive sorde latine. Questi suffissi

sono particolarmente caratteristici di alcuni termini connotati letterariamente come IMPERADORE,

SERVIDORE.

Innalzamento di E atona ad I → anche in fonosintassi.

FORZ

FORTIS

La Z è una fricata dentale sorda: suono complesso formato da una occlusione più una affricativa

omorgana (→dello stesso punto di articolazione).

Questa sua natura composita risulta chiarissima con la famosa prova di laboratorio di sentire una

registrazione al contrario: le Z sono tutte pronunciate TS.

Innalzamento → perché E è una vocale più bassa di I;

FENESTA > finestra

ANĬMA > ANEMA> anima

REVELARE> rivelare

DĒSCENDERE > discendere;

dē nocte > di notte;

tutti i pronomi clitici > dē nocte;

*forme dell'accusativo atone. Hanno la stessa origine di di > dalla tendenza di innalzare E atona

in protonia o postonia sintattica. nepote

C'è una serie, nel fiorentino dantesco, di parole che fanno eccezione a questa: come . Non

è un latinismo:

NEPOTE (M) > nipote

SENIORE (M) > segnore

PRE(N)SIONE (M) > NS si è semplificato in S.

PRESIONE > pregione

prigione o prigioniero;

PREGIONE

> allotropia per differenza di genere > lo prigione, la prigione;

MELIORE (M) > megliore

ME(N)SE (M) > mese;

T O (N) SU (M) > toso > parola popolare in cui il nesso NS si è semplificato.

EXPE (N) SA > spesa;

NS conservato è una spia di latinismo.

Queste eccezioni si possono razionalizzare? Nel 1957 nell'Intorduzione linguistica ai testi

linguistici del Duecento Castellani mette a fuoco queste regole di eccezionalità nel fiorentino, le

elenca come eccezioni puntuali. Egli ha cambiato nome da Enrico ad Arrigo, si chiamava il Nitido,

e poi cambiò con l'Attardato. Voleva combattere la battaglia della lingua con atteggiamenti un po'

fuori moda.

Smog > smoke e fogg > Castellani propone la creazione di una parola macedonia → Fubbia >

fumo e nebbia.

Castellani evidenzia questa serie di eccezioni senza spiegarle, per spiegare queste forme

dovremmo illustrare una questione di morfologia storica.

Abbiamo detto che il provenzale, in età storica, fino al Duecento, è passato da una fase di bi-

casualità, in cui il sistema del latino si era semplificato in modo meno drastico.

IMPERATOR > a. fr. Emperaire

IMPERATORE (M) > emperaor;

Nonostante le parole italiane derivino al 99% dell'accusativo, alcune derivano dal nominativo.

Ladro < LATRO

prete < PRE (S) BYTER

moglie < MULIER

uomo < HOMO

SARTOR > sarto

Ci sono anche forme derivate dall'accusativo, come → SARTORE(M) > sartor(e)

*sono sempre nomi che indicano persone → questi elementi indicano elementi agenti.

In italiano NEPOTE deriva dall'accusativo NEPOTE(M) e dal nominativo NEPOS → nipote. Vedasi

Ippolito Nievo. marzo 2015

30

Nella ricchezza lessicale della lingua italiana e diacronica, questi nomi che derivano dal

nominativo latino e hanno un significato personale, avente funzione di soggetto. Noi siamo in

grado, accanto a ciascuna di tali forme nominativali, siamo in grado di mettere una forma

accusativale.

Moglie < MULIER mogliere < MULJERE (M)

Ladro < LATRO ladrone < LATRŌNE(M);

Sarto < SARTOR sartore < SARTŌRE(M);

Nievo < NĔPOS nevodo < NĔPŌTE(M);

Suora < SŎROR soror < SŎRORE(M)

seror

Si danno casi di convivenza della forma nominativale e accusativale: a Venezia convivevano

nevodo e nevo.

Lì dove gli elementi di queste coppie siano attestati, per esempio nei testi antichi, esse non sono

distinte sulla base della funzione sintattica: questa è una differenza della situazione italo-romanza

rispetto a quella gallo-romanza.

Nel francese antico c'è una corrispondenza biunivoca tra forma e corrispondenza sintattica; inoltre

lo stato bi-casuale non riguarda solo i nomi personali bensì tutti i sostantivi. Da questo quadro

complessivo si può ricavare per induzione la conclusione che nel sistema linguistico italo-romanzo

derivato dal latino in età pre-documentaria (dall' VIII secolo all'XI) le varietà italo-romanze, con

ogni probabilità, hanno attraversato un momento in cui doveva, almeno per i nomi indicanti

persone, essere valido un sistema bi-casuale di tipo gallo-romanzo.

NEPOTE >

MEGLIORE>

PREGIONE>

La conservazione della vocale protonica della E rinvia con una solidarietà paradigmatica con la

forma nominativale.

*niepo

meglio (avverbio che deriva da MELIUS > comparativo di maggioranza di BENE)

Nella forma italiana meglio, usata come avverbio, è confluita anche la forma comparativale

MELIOR.

"La meglio mela va sempre al peggio corpo" → meglio e peggio sono aggettivi, come sottolinea il

dialettologo Clemente Merlo, fondatore della rivista l'Italia dialettale, allievo di Carlo Salvioni, a sua

volta allievo di Ascoli. Questa è la triade della dialettologia italiana: Merlo – Salvioni – Ascoli.

*pregio < PREHĒ(N)SIO

PRĒ(N)SIO

Verso 114 ond'io ti priego che, quando tu riedi, priego

→" " → →precor (deponente). La

sonora dell'italiano pregare è un caso di sonorizzazione imitativa. La presenza del dittongo è

regolare perché la E è breve, infatti in italiano moderno diciamo prego con E aperta.

Nel XIV secolo, per influenze della toscana occidentale, il fiorentino ha ridotto il dittongo e

monottongato nei casi in cui essi seguiva occlusiva + R.

Riedi riedo

→ forma di redire → ; forma regolare per il dittongo toscano fiorentino;

Verso 115 vadi a mia bella figlia

→ " " → non è un errore fantozziano ma un congiuntivo: le

desinenze del congiuntivo sono ballerine, perché siamo nel regno dell'analogia, come dice Carlo

Salvioni. Gli scambi analogici sono frequenti.

Verso 116 → "de l'onor di Cicilia e d'Aragona" → forma assimilata di Sicilia. Emerge una

punta di critica verso gli Angiò che vengono sbeffeggiati poiché hanno perso la corona.

Verso 117 e dichi 'l vero a lei

→ " "→ l'uscita con la forma velare (chi) invece che palatale (ca);

etimologicamente avremmo DICAS, da cui abbiamo prima di tutto diche (palatalizzazione di S che

prima di cadere ha palatalizzato la E).

L'affermazione è polemica contro coloro che l'avevano condannato e scomunicato.

Nel XXV dell'Inferno troveremo la conclusione dell'episodio di Vanni e ad un certo punto dice

Dante "un serpente mi fu amico", esso salta addosso a Fucci e lo morde. A quel punto "mi fuor le

serpi amiche", quasi dicesse "non fo' che tu diche".

Emerge la supplica di un'anima purgante che chiede a Dante di ricordarla nel mondo terreno:

grazie alle preghiere dei vivi ci sono degli sconti di pena.

Inoltre, Dante vuole ristabilire la verità di Dio e della prospettiva eterna, rispetto alla prospettiva

miope ed interessata dell'uomo. Il pontefice, presuntuoso, vuole predeterminare il giudizio di Dio.

Verso 118 - 119 Poscia che io ebbi rotta la persona"

→ " → trapassato remoto; il verso è

molto violento. La persona sta per colpo fisico.

"di due punte mortali, io mi rendei" → si rievoca la crisi della morte che comporta il faccia a

Io mi rendei

faccia con Dio e ciò che è al di fuori ogni giudizio umano. " " → verbo dell'arrendersi

del prigioniero, è una dedizione totale, un abbandonarsi in Dio.

Verso 120 piangendo, a quei che volontier perdona."

→ " → un semplice gerundio seguito da

Volontier

perifrasi. è avverbio proveniente dal francese antico VOLENTIERS. Rispetto all'etimo

latino VOLŬNTARIE la U breve si è evoluta in O, ma se si muove dal francese antico, la forma

dantesca è assimilata, cioè con la E protonica che si è assimilata alla O pro-protonica.

Verso 121 Orribil furon li peccati miei

→ " " → doppia apocope che serve a rendere ancora più

bene questo verso sillabato. Esso è un verso secco e di isolamento sintattico, esso serve a

mettere in evidenza la gravità di quel passato.

Emerge il ricordo post-mortem della stupida vendetta, anche se rispettosa della lettera della legge

della Chiesa, che prescriveva che il corpo degli scomunicati fosse disperso.

Verso 124 Se 'l pastor di Cosenza

→ " " → nome molto forte che indica un odio inestinguibile, un

nemico politico. Egli viene messo alla caccia di Dante da Clemente IV.

Verso 126 avesse in Dio ben letta questa faccia

→ " " → condizionale ipotetica che fa parte

della misura. La faccia della misericordia però, non è stata letta.

Secondo la tradizione l'esercito francese angioino avrebbe sepolto il corpo del valoro nemico dopo

la sconfitta di Benevento, in co del ponte → Verso 128 → vale come CĀPUT, è una forma

monottongata che si spiega con il dileguo della P occlusiva sorda bi-labiale intervocalica.

CĀPUT > cavo

cov

co

Questa forma non è toscana ma settentrionale, essa viene usata e rimproverata a Dante.

Verso 129 "sotto la guardia de la grave mora

→ " → peso;

Verso 130 di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde

→ " " → regno di Napoli, andrebbe con la

maiuscola; il fiume è il Garigliano.

Verso 132 dov'è le trasmutò a lume spento

→ " " → il tema dello spostamento del cadavere

ricorda quella di Virgilio. La mancanza del sole indica l'assenza della grazia → non c'erano inoltre

candele, indizio di dannazione. Verso 133-135

Dante escogita un criterio che permette di salvare capre e cavoli → ;

"Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l'etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde ".

La scomunica del pontefice è molto grave ma non tanto da escludere la possibilità della salvezza.

Maladizion → la E protonica è assimilata e diventa A;

Fior → vuol dire un po';

del verde → partitivo → espressione di quantità;

Il verde metaforico della speranza può indicare il colore della vegetazione, come simbolo, oppure

forse più probabilmente l'usanza di indicare con un colore verde, la parte finale delle candele.

"Sono al verde" → sono arrivata alla fine.

Anche Manfredi svolge una funzione strutturale, ci dice qualcosa della struttura del romanzo

teologico morale dell'oltremondo. Egli dice una regola che si applica agli scomunicati, essa

prescrive, per lo scomunicato riconciliatosi con Dio, un ritardo nell'inizio del processo di

purificazione. Si viene relegati nell'anti-purgatorio dantesco.

Verso 136 Vero è che quale in contumacia more

→ " ";

Vero → sta per "tuttavia è vero";

quale → chiunque;

contumacia → tecnicismo giuridico →colui che non si presenta in tribunale e si ribella all'autorità;

Verso 138 star li convien da questa ripa in fore

→ " " → convenire → verbo impersonale che

regge il complemento di termine. Significa "essere necessario".

Ripa → monte;

Nell'oltre mondo l'ostinazione caparbia viene punita trenta volte in più. La sintassi è piena di

iperbati e di incisi. Questa alterazione dell'ordine naturale delle parole ha un senso stilistico: Leo

Spitzer è un linguista molto noto, principio da lui coniato " ad ogni intenzione di espressione

corrisponde una deviazione dalla norma nella lingua".

Si potrebbe indicare un corrispettivo stilistico di un atteggiamento mentale e psicologico da

giurista. Si parla di casuistica: ad ogni singolo peccato si cerca un'adeguata pena.

Verso 140 in sua presunzion, se tal decreto

→ " " → sempre termine giuridico;


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AUTORE

Erichto

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Erichto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Formentin Vittorio.

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