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Lezioni di storia della lingua italiana – Matteo Motolese (parte generale)
24/10/2018
Prime testimonianze del volgare: si legano ad ambienti che nel Medioevo avevano maggiore consuetudine
con la scrittura chierici, notai (usavano il latino nella loro professione, il volgare solo in casi eccezionali) e
mercanti > i primi due frequentavano scuole in cui si insegnava il latino (spesso attraverso il volgare); i
mercanti frequentavano scuole in cui si insegnava il volgare poiché ne avevano bisogno per il loro mestiere.
Testi volgari del 1200 a Firenze vario tipo, soprattutto:
- Iscrizioni;
- Testi notarili;
- Glossari (per gestire il latino);
- Versi di scarso valore letterario. 1
Catacomba di Commodilla > scoperto affresco (primi ‘900) sul quale successivamente sono state incise delle
scritte con dei chiodi. Nelle catacombe sono presenti molte epigrafi descriventi le identità dei vari defunti,
inerenti al periodo in cui erano utilizzate come cimitero (IV-V sec.), inoltre ci sono anche figure per chi non
era in grado di leggere; presenti le reliquie di 3 martiri a un certo punto ci si va solo per onorarli (VI-IX
sec.), lo sappiamo da alcune incisioni fatte sui muri dai pellegrini.
Le incisioni sull’affresco recitano: NON/DICE/REIL/LESE/CRITA/AB(B)OCE la seconda B è stata aggiunta
successivamente > “Non pronunciare ad alta voce le orazioni segrete delle messe” (prima metà del IX sec.).
Datazione
- Motivazione paleografica > caratteristiche della scrittura: caratteri misti, onciali e capitali, databili
tra VIII e prima metà del X sec., ma sono presenti indizi che trattengono entro il IX sec.;
- Motivazione storica > traslazione delle reliquie per evitare saccheggi (846 d.C.);
- Motivazione storico-liturgica > nella prima età carolingia si diffonde a Roma la lettura silenziosa o a
bassa voce da parte del canone della messa (SECRITA).
Indagine linguistica
- NON DICERE > forma di proibitivo (NON + infinito); forma volgare diffusa a Roma;
- ILLE SECRITA > grafia <i> per <e>; ille funge da articolo; mancanza di sonorizzazione in secreta,
normale nel romanesco antico;
- A BBOCE > scritto in due tempi (lat. cl. ad vocem); area con pronuncia betacistica; passaggio da DV a
BB è normale (cfr. A. Probi: baculus non vaclus); la seconda B è inserita per cercare di rispettare
l’effettiva pronuncia; esempio di raddoppiamento fonosintattico.
1 Distrutto negli anni ’70 > ricostruito 2
31/10/2018
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Placiti campani > primi testi nei quali abbiamo uso consapevole del volgare, nel senso di una lingua diversa
rispetto al latino.
Placito di Capua testo del 960 nel quale troviamo una registrazione di una formula testimoniale in volgare;
è un verbale di una contesa (interamente redatto in latino e riassume le fasi del dibattimento) che si è svolta
a Capua nel 960 che vedeva da una parte l’abbazia di Montecassino e dall’altra un privato > il privato chiede
all’abbazia che gli vengano restituiti dei possedimenti appartenenti alla sua famiglia che da 30 anni sono
gestiti dall’abbazia un giudice deve decidere il da farsi > rapporti di forza sproporzionati, abbazia molto
potente e possedeva moltissime terre. Questa sproporzione e l’esito del processo porta a interpretare l’intera
operazione come una procedura in parte frutto dell’abbazia che vuole riorganizzare il proprio potere nel
territorio: oltre i 30 anni scattava un passaggio di proprietà secondo un istituto del diritto romano (accolto in
quello longobardo) usucapione.
Ci troviamo in un contesto in cui il potere dell’abbazia deve essere riorganizzato perché attorno all’880 era
stato oggetto di saccheggi da parte dei saraceni e di conseguenza aveva perso controllo su alcuni territori
è possibile che questi processi rappresentino delle operazioni per consolidare potere abbazia.
La verbalizzazione include delle formule che venivano ripetute dai testimoni sotto giuramento (4 volte in
questo caso) per orientare il giudizio del giudice: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni
le possette parte s(an)c(t)i Benedicti” il privato non ha prove, ma solo la mappa con i confini delle terre
il giudice riaggiorna la seduta chiedendo alle parti di portare dei testimoni che dicano a chi appartenevano
quelle terre, e la prima volta che troviamo la formula è appunto quando il giudice dice cosa dovranno dire >
il privato no testimoni, abate con 3 testimoni che erano membri abbazia che conoscevano il latino e non
avevano bisogno della formula in volgare. Gli altri casi in cui troviamo la formula nel documento è quando a
seduta aggiornata i 3 testimoni recitano uno dopo l’altro la formula. Vince abbazia!
Nella zona abbiamo diversi placiti (a volte documenti originali, a volte vengono riportati da cronache che li
riportano integralmente > testo in latino, non possiamo sapere come fosse in originale) originali trovati a
Capua, Teano e Sessa Aurunca > formule testimoniali molto simili (vd. Pag. 183 Marazzini).
Note linguistiche:
- la velare è resa sia con <k> che <c>;
- Sao < nella parlata antica della zona si diceva saccio ipotesi più accreditata è che si tratti di una
forma antiche formatasi secondo un principio già attestato in altre parlate antiche e che poi è uscito
dall’uso: nella zona abbiamo testimonianza di saccio, II pers. è sai < *sas; abbiamo dei casi come il
verbo stare in cui abbiamo stai, ma la I pers. è sto probabilmente dai “sai” si sia creata una forma
che invece di <i> desinenziale per la II pers. abbia la <o> sao è forma di tipo analogico.
Sappiamo che nell’ital. antico era normale la convivenza di forme parallele > ex. Nel fiorentino
so/sappo; ho/abbo.
E’ possibile che in quella zona avessimo sao/saccio in questo caso rimasta forma lingua (saccio) e
scomparsa quella breve perché nel testo una forma così rara? Si tratta di formule fisse e non
spontanee che quindi presentano dei relitti.
- Ko < quod;
2 parere giuridico su una lite o una disputa (placitum < placere) 3
- Kelle < eccum illae > ital. quelle (nesso labiovelare);
- Ki < kui < (ec)cu(m) hic;
- Le costrutto prolettico con ripresa pronominale > nella cronaca dell’XI secolo in latino non è
presente questo uso (sintassi propria del volgare) non si tratta di una traduzione!
- Possette < *posseduit (forma latino parlato) influsso di stette < *stetuit.
Questi 3 placiti ci consegnano una prima testimonianza di uso consapevole del volgare che arriva a oltre
100 anni di distanza dalla più antica testimonianza in ambito romanzo del francese; testimonianza italiano
tarda e peraltro da zona periferica (no Toscana) avvocati e notai a contatto con entrambi i registri.
Il fatto che nel testo convivano sia latino che volgare, rende il placito una sorta di atto di nascita dell’italiano
anche perché il testo è datato e conosciamo precisamente il luogo.
Per noi non è chiaro quale fosse la funzione del volgare o meglio, non è chiaro perché chi ha registrato
questo atto abbia voluto mantenere il volgare problema legato alla procedura (il testo non doveva essere
letto da altri, ma è un verbale), ma anche al fatto che l’uso di formule testimoniali in volgare permetteva al
privato (Rodelgrimo) di comprendere ciò che diceva, ma soprattutto ad altri che assistevano di capire ciò
che stava accadendo.
Prima testimonianza fiorentino 1211 > libro di conti (testimonianza che appartiene sia alla storia della
lingua che a quella dell’economia).
960-1211 > troviamo testimonianze del volgare anche di tipo letterario enigmi, ossia testi poetici che
avevano costruzione ritmica elaborata, testimonianza dell’uso del volgare anche con finalità espressiva e
non solo pratica.
Scuola siciliana intendiamo un gruppo di poeti riuniti attorno alla corte di Federico II di Svevia (1220-
1250) in periodo collocato nella prima metà del ‘200.
Non sappiamo se F. sia stato iniziatore movimento o ne abbia solo cristallizzato la forma avendo raccolto
ciò che già esisteva prima di lui.
Corte F. > centro mediazione del sapere: condivisione di uno stile poetico fortemente influenzato da poesia
provenzale, inizialmente infatti si tratta di riorganizzazione temi poesia provenzale, ma in siciliano del luogo
(forse, perché non abbiamo nessun originale; tutti i materiali sono stati cancellati quando il potere degli
svevi è stato cancellato > noi abbiamo rielaborazioni soprattutto in toscano).
Tre grandi manoscritti che ci tramandano raccolte poetiche realizzate in toscano:
- Bibl. Naz centrale di Firenze: ms. noto come P (ora Banco rari 217, prima Platino 418) > ms.
copiato da più mani in un’area lucchese-pistoiese alla fine del XIII sec. Come lo sappiamo?
I dati li ricaviamo dal documento stesso: miniature ecc.; per quanto riguarda area e copisti
lo capiamo dai vari errori che hanno commesso, tracce della loro parlata;
- Bibl. Laurenziana di Firenze: ms. noto come L (Cod. Laurenziano rediano 9) > ms. copiato
da più mani, area pisano-fiorentina, ultimi decenni XIII sec.;
- Bibl. Apostolica Vaticana: ms. noto come V (Vat. Lat. 3793) > copiato da mani fiorentine tra
fine 1200 e inizi 1300.
Primo ms. il codice è miniato, la destinazione del libro è di alto livello, è un libro che economicamente ha
richiesto un investimento enorme (è in pergamena, costo miniatore, costo copista, costo per raccogliere testi
da inserire). 4
Secondo ms. non miniato (solo piccoli capilettera), codice che ci arriva da un’area (Pisa) in cui alla fine del
1200 era ancora forte la presenza di Guittone d’Arezzo: nel manoscritto troviamo tutta l’opera di Guittone e
anche testi dei siciliani. I copisti toscani costruiscono delle antologie in cui vengono unite la poesia toscana e
quella siciliana.
Terzo ms. cod. di area mercantile, no ambito aristocratico come gli altri; contiene circa 1000
componimenti, alcuni di essi in copia unica! Senza di esso di alcuni poeti non avremmo nulla.
Nella prima pagina troviamo un componimento di Giacomo da Lentini (nel ms. compaiono prima i siciliani e
poi gli altri > allora i cod. si organizzavano per forme metriche: ballate, canzoni e infine i sonetti, meno nobili
> in Petrarca il contrario, nel Canzoniere dominano i sonetti).
Giacomo era uno dei notai più importanti alla corte di Federico (aveva la cosiddetta fides), poteva firmare
per lui; del Notaro abbiamo una discreta quantità di componimenti (soprattutto sonetti).
Analisi “Madonna, dir vo voglio”:
voglo < manca la i graficamente, ma pronuncia era voglio: in ital. antico la laterale palatale poteva essere
scritta in più modi (nei primi 2 ms. abbiamo voglo, in V troviamo volglio (LGLI sta per GLI);
lamor > apostrofo introdotto solo nel 1500;
mapriso > mi ha preso (abbreviazione) i pisani usavano per la sibilante sonora lo stesso simbolo dell’IPA
(z) tipico errore che ci fa capire che chi ha copiato era pisano;
inver > nonostante;
maita > mi aiuta.
Questo era aspetto grafico, ma questi testi non erano scritti in questa lingua > il siciliano aveva una struttura,
soprattutto vocalica, profondamente diversa e lo vediamo osservando un dettaglio: rima PRISO e MISO > ed.
moderna > rima perfetta, nei ms. PRESO e MISO > rima imperfetta.
Nel processo di trasmissione della poesia siciliana c’è stata riorganizzazione del sistema vocalico che ha
trasformato una poesia scritta in siciliano in una compatibile con il toscano:
Sistema siciliano è più estremizzato NIVEM > tosc. Neve; TELAM > tosc. tela
sic. nivi sic. tila
VOCEM > tosc. Voce; CRUCEM > tosc. croce
sic. vuci sic. cruci
Nel momento in cui i copisti toscani si sono
trovati a dover assorbire questo tipo di
poesia ciò che hanno fatto è stato tradurre in
toscano.
Nelle rime la differenza linguistica è
evidente: alcune riescono a essere
mantenute nella loro specularità rimica, altre
saltano > *diri-taciri > dire-temere; vui-altrui > voi-altrui; la rima siciliana è una rima imperfetta risultato della
tradizione attraverso il toscano per i siciliani non esisteva una rima siciliana, ma solo rime perfette >
imperfezioni create dall’operazione di traduzione/normalizzazione (tutto ciò è stato ricostruito in tempi
recenti). 5
Dante e per chi copiava questi ms. non avevano tale consapevolezza tanto che questo tipo di rima imperfetta
viene ripresa da eruditi toscani che la inseriscono nei loro componimenti come un tipo di stile Contini parla
infatti di rima culturale.
Tra tante testimonianze lo vediamo in If., I desse-venisse-premesse > rima imperfetta; D. sceglie rima
siciliana poiché vuole riprodurre ciò che ha letto, ha conosciuto i testi già con la patina toscana (pensa che
siciliano sia vicino al toscano).
Non siamo in grado di ricostruire la lingua poetica dei siciliani antichi, se non procedendo a ritroso usando il
vocalismo.
I modi di trasmissione della poesia hanno determinato la lingua di questa poesia: poeti come Dante e Petrarca
scelgono di usare rime imperfette > dimostra centralità dei poeti siciliani nella loro formazione poesia
siciliana già al tempo considerata uno dei massimi vertici raggiunti nella creazione verso il volgare: Dante
afferma che tutto ciò che di eccellente viene fatto in poesia è detto siciliano.
7/11/2018
De vulgari eloquentia > prima riflessione organica sul volgare italiano, composta da D. negli anni
immediatamente successivi all’esilio (1304-6) importante poiché probabilmente l’esilio ha condizionato la
concezione stessa del De Vulgari. In questo periodo, sul suo scrittoio, D. ha anche il Convivio (D.V. scritto
durante una pausa dalla composizione del C.); prob. concepito a Bologna (nell’opera troviamo vari riferimenti
alla città). 3
L’opera è scritta in latino in quando si rivolge a un pubblico di dotti, manteniamo questo “titolo” anche se
D. non lo nomina mai Nel C. parla della volontà di scrivere un libello sull’eloquenza del volgare.
Sia il De vulgari che il Convivio sono opere incompiute.
Idea di Dante: D.V. è un’opera in cui D. cerca di immaginare una soluzione per superare la frammentazione
delle parlate italiane individuando un modo per raggiungere una lingua comune; lo fa con una finalità che in
primo luogo è politica e latamente culturale (no letteraria). Dal punto di vista della situazione in cui si trova
mentre scrive D. è un letterato che non può più rientrare a Firenze, non ha niente nel Conv. descrive
questa situazione drammatica dicendo: “veramente io sono stato legno senza vela e senza governo portato
a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade” > racconta esperienza di andare
a chiedere asilo e vedere persone sconvolte di trovarsi davanti un poeta come Dante, in più si doveva
appoggiare ai libri che trovava.
Il D.V. parte da un’idea generale per arrivare al particolare: la prima pagina cerca di definire cosa sia il
linguaggio umano in confronto al modo in cui gli angeli comunicano (senza pronunciare parole), gli uomini
devono usare il linguaggio (ci distingue dagli animali). Segue una breve storia dell’umanità da Adamo fino a
definire un quadro delle varie lingue in EU (2 pagine); D. descrive le lingue con i pochissimi dati che ha, ma
riesce a distinguere i vari ceppi (slave, germaniche ecc.), poi restringe il campo e arriva a definire l’ambito
romanzo e intuisce una somiglianza tra le varie lingue romanze (d’oc, d’oil, del si). A questo punto fa una
serie di considerazioni sul rapporto tra queste lingue e il latino > per D. non c’è la conoscenza storica del
rapporto tra latino e lingue romanze, per lui il latino è qualcosa che è venuto dopo le lingue romanze, non ne
è l’origine tra le tre lingue, l’italiano è quello che è stato percepito come maggiormente nobile perché
coloro che hanno creato il latino a tavolino (doctores) lo hanno fatto utilizzando per il sic latino il si italiano
3 Oggi siamo abituati a pensare al titolo come un aspetto dell’opera assolutamente naturale, nel medioevo non
esisteva come statuto autonomo: per i componimenti poetici era il primo verso. Il titolo ha la funzione di fare una
descrizione dell’opera o si riferisce a un personaggio (Eneide). 6
(in realtà è l’opposto). Successivamente fa una rassegna dei volgari italiano > cerca di individuare tra le
parlate la presenza di un volgare che può essere considerato maggiore degli altri (il volgare illustre).
Rapporto volgare e grammatica (latino) ai tempi di D. grammatica = latino (unica lingua regolata) > proprio
questa peculiarità induce a pensare D. e altri intellettuali che sia una lingua inventata per superare la
dannazione babelica: nella prima parte del libro, quando ripercorre la storia dell’umanità, il punto di partenza
è la confusione babelica. (Virgilio nella Commedia parla mantovano e non latino).
Grammatica > 1. scienza e disciplina che descrive una lingua e ne fissa le norme per il corretto uso (in partic.
per leggere e scrivere in latino). Nella prassi didattica del medioevo è la prima e più elementare delle sette
arti liberali, di cui, con la retorica e la dialettica, forma il Trivio; 2. Comportamento di chi tratta il prossimo
con superiorità, con alterigia. (TLIO).
Nel D.V. a un certo punto troviamo una frase che recita: “La grammatica non è altro che una sorta di
inalterabile identità di latino attraverso tempi e luoghi diversi” la gramm. è non mutevole a seconda dello
spazio e d
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