Storia della filosofia
Introduzione
Nel 1907 Ebbinghaus scrisse: la psicologia ha un lungo passato, ma soltanto una breve storia. Sebbene l’approccio scientifico alla psicologia abbia radici nella seconda metà del diciannovesimo secolo, i temi affrontati dalla filosofia hanno da sempre riguardato argomenti prettamente psicologici. Lo stesso Wilhem Wundt insegnava filosofia, disciplina madre della nascita e dell’evoluzione del concetto di mente.
La filosofia più antica, a partire dai poemi omerici, considerava la psychè come una forza vitale che tiene in vita gli uomini senza fungere da sede per le loro emozioni e per i loro pensieri. Ne “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”, Jaynes spiega come i personaggi dell’Iliade di Omero fossero privi di qualsiasi forma di coscienza e autocontrollo emozionale e decisionale sulla propria vita. A quei tempi la totale influenza degli dei sulle vite degli uomini oscurava concettualmente qualsiasi impulso di definizione e considerazione di volontà umana.
A partire da questa concezione rudimentale, i concetti di psychè, di anima e di mente, sono stati partoriti e rielaborati nel corso dei secoli, fungendo da potenti basi ideologiche per la nascita e lo sviluppo della psicologia, per lo studio del suo funzionamento e per l’analisi delle conseguenze relative alle sue scoperte.
Filosofi presocratici
I filosofi presocratici sono i primi a prendere in considerazione le concezioni sulla psychè storicamente precedenti, in modo da costituire un ordinamento concettuale ed una rielaborazione filosofica. Il concetto cardine della filosofia presocratica sull’anima è la discriminazione fra essere inanimato e animato mediante le proprietà di movimento e sensazione. Qualsiasi oggetto animato, al contrario degli oggetti inanimati, è in grado di muoversi e di percepire gli stimoli, di conseguenza l’anima è un essere in movimento che causa movimento ed è costituita dalla stessa materia degli enti che percepisce.
Platone (427-347 a.C.)
Nel Fedro, Platone esprime la natura ingenerata ed immortale dell’anima. Se infatti l’anima deve essere principio di movimento generato dall’interno, essa non può essere generata e non può cessare di esistere per conseguire il suo principio di movimento. Platone paragona l’anima ad un carro alato, con due cavalli (emozioni) guidati dall’auriga (ragione). Il carro alato tende sempre a spingersi verso l’alto, verso un mondo ideale chiamato iperuranio, contenente tutte le idee perfette di ogni cosa, copiate specificatamente nella realtà fisica sotto forma di oggetti imperfetti.
Tuttavia, mentre il cavallo bianco (anima irascibile) rappresenta le emozioni nobili del cuore che spingono il carro verso l’alto, il cavallo nero (anima concupiscibile) tira il carro alato verso il basso, verso la fisicità dei piaceri immediati e non definitivi del corpo, desiderati di pancia. L’auriga (anima razionale) ha il compito di gestire i due cavalli, guidando l’anima di ogni uomo verso ideali più o meno tendenti alla perfezione dell’iperuranio. Platone scrive nel Fedone: … ciascun piacere e ciascun dolore, come se avesse un chiodo, inchioda l’anima al corpo, l’allaccia e la rende corporea, facendole credere che siano vere le cose che il corpo dice tali … (l’anima utilizza la via della conoscenza per percepire gli oggetti fisici tramite reminescenza dal mondo delle idee; ciò che è soggettivamente bello viene invece percepito tramite la via dell’amore, nella quale l’anima irascibile del cavallo bianco si protende verso il dio che riconosce come suo), di conseguenza, l’anima non può che essere contaminata dal corpo e, ogni volta che la forza vitale di quel corpo si spegne, essa ricade subito in un altro corpo e … vi germoglia come un seme ….
Nonostante l’anima tenda sempre al mondo delle idee, essa rimane insediata nei corpi che abita e il compito del filosofo, perenne maestro di vita, è proprio quello di rimanere sulla vita terrena, per insegnare agli uomini la serenità della nobiltà dell’anima.
Aristotele (384-322 a.C.)
Aristotele definisce nel De anima il rapporto essenziale fra anima e corpo. Come il mondo dialettico è la forma e l’atto di ciò che è in potenza in quanto mondo fisico, l’anima è la forma e l’atto di ciò che è in potenza in quanto corpo. L’anima è la sostanza e l’essenza del corpo che abita, pertanto è inutile ricercare un’unità concettuale nelle rappresentazioni di anima e corpo. L’anima è una proprietà del corpo e in quanto tale non può distaccarsi da esso, di conseguenza, la morte del corpo è la morte dell’anima e solo ciò che è pensiero astratto può prescindere dal corpo.
L’anima intellettiva, infatti, è il genere più elevato di anima ed è l’unico che possa essere separato … come l’eterno dal corruttibile … dalle sue rimanenti parti (al di sotto vi è l’anima locomotoria e poi l’anima vegetativa) e dal corpo. In particolare, ciò che può discernere dal corpo non è l’intelletto analogo alla materia che diviene tutte le cose, ma il più elevato intelletto attivo che è atto per essenza, capace di produrre il pensiero astratto e collettivo, e di elevarsi verso il Dio razionale.
Atomismo
Storicamente, i filosofi atomisti si collocano in un periodo che va dalla filosofia presocratica a quella post-aristotelica, esprimendo una parallela concezione dell’anima che le attribuisce una natura corporea. Epicuro (341-271 a.C.), nella sua Epistola a Erodoto, afferma che l’anima non può che essere corporea in quanto ciò che è incorporeo non può né agire né patire; l’unico ente incorporeo che può sussistere di per sé è il vuoto, la cui sola funzione è quella di permettere a ciò che è corporeo il passaggio attraverso di sé. Secondo Democrito, infatti, l’anima è una mescolanza ignea di particelle in continuo movimento, intellegibili e di forma sferica, leggere e aventi potenza ignea, chiamate atomi.
Il corpo è stabile, i suoi atomi sono più pesanti e meno sferici, incastrati fra loro, per cui l’anima è corporea e riscalda e muove il corpo con la sua potenza ignea di movimento (il fuoco era concepito come l’elemento più movimentato). La concezione di sensazione, di conseguenza, si basa sull’introdursi delle immagini nel corpo mediante flusso di atomi: Democrito elabora una teoria secondo la quale l’immagine si imprime nell’aria compressa fra l’occhio e l’oggetto visto, i quali atomi assumono tutti i colori nel loro effluvio e appaiono nell’elemento umido degli occhi.
Dunque, nella sua Epistola a Meneceo, Epicuro spiega come sia fruttuoso comprendere che non c’è motivo di temere la morte, in quanto essa è decomposizione atomica dell’anima prima del corpo (ha gli atomi più leggeri), quindi della facoltà di sentire e di percepire: … il più temibile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e, quanto agli altri, essi non sono più ….
Aurelio Agostino (354-430 d.C.) e Tommaso d’Aquino (1225 – 1274)
Diversamente da quella comune, la filosofia cristiana presenta ragionamenti indirizzati verso un fine prestabilito dalla dottrina religiosa, concettualmente organizzato in un mondo ordinato in funzione dell’armonia dettata dal Dio buono e razionale. Ne “La vera religione” Agostino sostiene che Dio abbia fornito a tutte le creature la bellezza della verità suprema cristiana, insita nello spirito dell’anima.
L’uomo prova piacere in ciò che è in armonia con la sua bellezza interiore proveniente da Dio, e prova dolore in ciò che contrasta tale armoniosa verità. Il compito umano è quello di fare introspezione nel proprio spirito, abbandonando la superficialità delle esperienze carnali e trascendendo sé stessi contro ogni forma di mutevolezza. La verità suprema non è dubitabile e non è raggiungibile senza lo sforzo dell’introspezione, in quanto è presente all’interno dello spirito supremo di ogni creatura e trascende tutto ciò che è carnale. L’anima, dunque, non può essere considerata come qualcosa di corporeo.
Tommaso d’Aquino, ne “La somma teologica”, pone alla base del suo ragionamento i postulati di Aristotele sull’anima, focalizzando e rielaborando il fatto che l’intelletto attivo, in quanto capace di conoscere in modo astratto tutte le cose, non può possedere nessuna di esse nella sua natura, perché ciò impedirebbe una conoscenza astratta universale. Estendendo il concetto aristotelico di intelletto attivo a quello di anima umana in quanto mente o intelletto, il filosofo arriva a definire filosoficamente l’anima come sussistente di per sé e incorporea.
L’anima degli animali, dunque, in quanto unicamente sensitiva e non intellettiva, non può essere né sussistente né incorporea, e, definendo come corporea l’anima sensitiva, l’uomo risulta un composto fra anima e corpo. Di conseguenza, dal momento che solo qualcosa che è sussistente può non essere soggetto alla corruzione indirettamente per accidens, ma solo direttamente per sé tramite separazione della forma dalla materia, e dal momento che l’anima umana è forma sussistente che, come tutte le forme sussistenti, non può separarsi da sé medesima, ma solo dal corpo di cui è atto, solo l’anima umana è in grado di sopravvivere alla morte del corpo, in quanto totalmente incorruttibile.
Inoltre, dato che ogni desiderio naturale non può esser vano perché Dio è buono e razionale, il fatto che l’intelletto percepisca l’essere su di un piano assoluto al di fuori del qui ed ora significa che ogni essere dotato di intelletto desidera naturalmente di esistere sempre, dunque ogni sostanza intellettuale è incorruttibile. L’uomo desidera di esistere per sempre e la sua anima non solo è capace di intendere in modo incorporeo una volta separata dal corpo, ma intuisce il corpo come un mezzo che non funge da limite, ma da strumento che verrà recuperato alla fine dei tempi.
René Descartes (1596-1650)
Cartesio vive in un periodo storico di notevoli stravolgimenti culturali, nei quali cambiano i punti di riferimento astronomici, geografici, scientifici e filosofici. Educato alla poco aggiornata cultura cristiana, il filosofo decide di confrontare i suoi ideali con quelli delle pressoché recenti teorie galileiane e copernicane, approdando fin dall’inizio del suo percorso intellettuale alla sua rivoluzionaria filosofia del dubbio.
Secondo Cartesio, la ricerca di ciò che è reale e di ciò che non lo è può essere affrontata nel migliore dei modi solo supponendo che tutte le cose siano false: Esprime nella Seconda meditazione delle Meditazioni metafisiche (1841): … Che dunque sarà vero? Forse solo quello, che non v’è nulla di certo. Da questo approccio filosofico consegue automaticamente la messa in discussione dei fondamenti della consapevolezza umana, che mette persino in dubbio l’esistenza di un Dio creatore delle cose percepite, mediante uno scetticismo che porterebbe a considerare la propria mente come unica autrice di ciò che essa percepisce e a dubitare della stessa esistenza della propria mente e del proprio io, giungendo ad un gigantesco dubbio iperbolico.
Tuttavia, al filosofo è chiaro che a differenza della continua incertezza fornita dai 5 sensi, la consapevolezza di dubitare e di pensare non può che legarsi alla consapevolezza della propria esistenza. Per cui, tutto ciò che viene sentito appare dubbioso e confusionario, e, in questo momento del suo percorso filosofico, Cartesio pensa ad un Dio ingannevole sommamente potente e astuto, che opera continuamente per ingannare l’essere umano.
Cartesio non può smascherare l’ingannatore né delineare le incertezze dei suoi inganni continui, ma, seppur ingannato sul contenuto delle cose e dei pensieri, possiede una coscienza di pensare e di sentire che non può essere dubitata, in quanto necessariamente vera. La coscienza è il criterio dell’esistenza, scrive il filosofo: Ora non concedo nulla se non ciò che è necessariamente vero: sono dunque – ad essere esatti – soltanto una cosa pensante, cioè una mente o un’anima o un intelletto o una ragione (…) E che è questa cosa? Invero una cosa che dubita, che intende, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche e che sente.
Posta la certa esistenza della res cogitans, Cartesio dimostra l’esistenza di Dio (l’uomo può pensare a qualcosa di perfetto, l’unico essere perfetto è Dio e l’esistenza è necessariamente parte della perfezione) e, ponendolo come ente sommo, deduce che egli è anche il sommo bene e il sommo vero, che dunque … ripugna che ciò che viene da lui tenda positivamente al falso. Di conseguenza, Dio senza dubbio è capace di produrre tutte le cose materiali che l’essere umano percepisce in maniera chiara e distinta e che possono essere distinte fra loro nel momento in cui una cosa viene compresa chiaramente e distintamente diversa dall’altra, ma tali cose, compreso il corpo, occupano spazio e sono estese e dubitabili, dunque fanno parte della res extensa, distinta dalla res cogitans, unico vero criterio dell’esistenza. Infatti, dato che la mente è indivisibile e non si compone di parti, è totalmente differente e distaccata dal corpo.
Tuttavia, la distinzione fra cosa pensante e cosa estesa non appare chiara e ben spiegata da parte di Cartesio. Uno dei primi lettori delle meditazioni cartesiane, Antoine Arnauld (1612-1694), muove importanti critiche al filosofo, sostenendo che come si può percepire chiaramente e distintamente un triangolo rettangolo senza sapere che il quadrato costruito sulla sua ipotenusa sia uguale alla somma dei quadrati costruiti sui suoi cateti, quindi senza percepire chiaramente e distintamente la sua vera natura, allo stesso modo si potrebbe concepire chiaramente e distintamente la propria natura come esistente unicamente in funzione dell’esistenza della res cogitans, ignorando la probabilità che anche la res extensa contribuisca all’essenza della propria esistenza.
Inoltre, secondo il critico, una prova dello stretto legame fra mente e corpo sta nel fatto che le facoltà mentali crescono negli esseri umani di pari passo con la crescita dei loro organi corporei. Nelle “risposte alle quarte obiezioni”, Cartesio respinge le critiche di Arnauld affermando che mente e corpo vanno definite come due entità autonomamente complete, che possono essere concepite pienamente e distintamente l’una senza il bisogno degli attributi dell’altra. Il fatto che il corpo possa in qualche modo limitare o agevolare le facoltà dell’anima, infatti, non dimostra che la mente dipenda in qualche modo dal corpo.
René Descartes era anche un fisiologo appassionato, studiava il corpo umano e utilizzava principi meccanici per le sue cure mediche. Egli, infatti, concepiva il corpo umano come una macchina perfetta in quanto costruita da Dio, che, a differenza delle altre macchine, presenta un adeguamento al contesto inimitabile in tutte le sue parti. Tale macchina sente e reagisce agli stimoli mediante … unione e quasi mescolanza della mente con il corpo …, infatti la mente in relazione al suo corpo non può essere concepita come distaccata, come un nocchiero entro la sua nave, ma le sensazioni che proviamo sono confusi modi di pensare che, in quanto cose pensanti, noi esseri umani avvertiamo internamente.
Afferma Cartesio nella Sesta Meditazione delle Meditazioni metafisiche (1641): … per il fatto (…) che certune di queste percezioni mi risultano gradite ed altre sgradite, appare assolutamente certo che il mio corpo, o, piuttosto, tutto me stesso, in quanto sono composto di corpo e di mente, può subire varie “azioni” favorevoli o sfavorevoli dai corpi che l’attorniano …. Questa improvvisa concettualizzazione legata all’unione d’anima e corpo suscita stupore se considerata in rapporto agli altri concetti espressi nelle meditazioni metafisiche, che supponevano una netta distinzione fra res cogitans e res extensa. In realtà, lo stesso Cartesio nelle lettere a Elisabetta (1643) spiega con coerenza che, sebbene la mente umana sia incapace di concepire qualcosa di così contraddittorio come la distinzione e il distacco fra cosa pensante e corpo e allo stesso tempo la loro unione e mescolanza, la vera natura dell’anima in realtà è completata, nella sua essenza, da entrambe le caratteristiche.
Tuttavia, egli aveva da tempo come primo obiettivo fondamentale la sola concettualizzazione della differenziazione fra cosa pensante e cosa estesa, perché meno ovvia e più dannosa se affiancata all’apparente contraddittorio concetto dell’anima che, in quanto unita al corpo, agisce e patisce con esso. Ne “Le passioni dell’anima” (1649), infatti, Cartesio si impegna a spiegare il legame presente fra anima e corpo mediante l’esposizione della teoria fluido-meccanica.
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