Psicologia sociale
Introduzione
La psicologia sociale considera individuo e società come strettamente interrelati; studia come l’esperienza, l’attività mentale e pratica e i comportamenti si articolano con il contesto sociale, influenzandosi reciprocamente. La nascita della psicologia sociale è sequenzialmente correlata con la nascita della sociologia, storicamente individuabile con l’era del positivismo ottocentesco.
August Comte fu il primo a considerare la società come un organismo da analizzare per mezzo della scienza positivista: "l’essere umano va studiato con ottica biologica e sociologica". L’avvento della scientificità di Wundt nel panorama psicologico, gettò le basi per uno studio della società relazionale fondato sulla ricerca sistematicamente condotta in laboratorio, il quale funse da spinta ideologica per l’affermazione di nuove teorie socio psicologiche.
Nel 1897 Durkheim affermava che "il sociale determina le idee e i comportamenti del singolo", concetto squisitamente psicosociale definibile come un prodotto culturale di una tendenza verso l’affermazione della psicologia sociale, riscontrabile nelle pubblicazioni dei precursori Linderer (“Idee per una psicologia della società come scienza sociale”), Cattaneo (“Psicologia delle menti associate”) e Le Bon (“La psicologia delle folle”). I contenuti di questi lavori sono tutt’ora per lo più confutati e superati, ma la loro tendenza ad un’analisi psicologica del rapporto individuo-società funge da rampa di lancio per l’ufficializzazione della psicologia sociale.
In particolare, il lavoro di Gustave Le Bon riscosse un successo enorme sia a livello di considerazione pubblica dell’opera (si dice che Mussolini e Roosevelt tenessero questo libro sul loro comodino), sia a livello di impatto dei suoi contenuti sulla concezione della società. Il tuttologo si ritrovava in un periodo storico testimone della nascita della folla come nuovo attore sociale. Le rivolte e i tumulti degli anni a cavallo del nuovo secolo fornirono per la prima volta grande potere socio politico a consistenti insiemi di individui riuniti per senso di potenza, contagio mentale e suggestionabilità, a causa di un avvenimento e diventando essi stessi un avvenimento.
Lo spazio di libera azione dei singoli componenti della folla è notevolmente ristretto e a volte soffocato; l’individuo nella folla perde il controllo di se stesso e lascia affiorare aspetti primitivi e irrazionali; il suo comportamento viene a essere sorretto da motivi inconsci legati all’impulsiva creazione di un’anima collettiva, fino a sfociare nel compimento di azioni che il singolo senza la folla non compirebbe: la folla provoca l’annullarsi della personalità e l’orientarsi dei sentimenti di tutti nella medesima direzione.
Di conseguenza, la folla ragiona per immagini, è scarsamente capace di azioni razionali ed è sensibile all’impressione di concetti semplici e ripetuti, ponendosi come oggetto molto suscettibile alla dominanza di uomini d’azione capaci di imporsi con personalità nevrotiche e desagitate di capi, facendo leva sul fascino magnetico impositore del prestigio. Non c’è da stupirsi, dunque, sul fatto che la voce in capitolo di questo nuovo attore sociale suscitò inquietudine agli intellettuali reazionari dell’epoca.
Nascita ufficiale della psicologia sociale
La nascita ufficiale della psicologia sociale è sancita da tre opere di tre autori principali. Nel 1898 Tarde pubblicò “Etudes de psychologie sociale”, dipingendo la società come un’illusione prodotta da rapporti di suggestione/imitazione fra gli individui. Nel 1908 le opere di McDougall (“Introduction to Social Psychology”) e Ross (“Social Psychology”) sancirono la fondazione dei due principali rami concettuali della psicologia sociale: la psicologia sociale psicologica si pone con una logica individualista, considerando la società come una sorta di epifenomeno causato dall’interazione degli individui (per McDougall regolata dagli istinti secondo una prospettiva naturalistica); la psicologia sociale sociologica (fondata da Ross) focalizza sugli aspetti relazionali e contestuali delle interazioni interpersonali.
Nonostante sia opportuno considerare la psicologia sociale in modo contestuale e relazionale, oggi questo ramo scientifico è per lo più a sfondo psicologico, principalmente a causa della matrice individualista della cultura statunitense, protagonista dello studio della psicologia sociale. Il primo studio scientifico squisitamente legato alla psicologia sociale fu eseguito da Triplett, che nel 1897 dimostrò la tendenza universale (anche animale in molti casi) ad aumentare le proprie prestazioni per compiti semplici ed abituali quando si è vicino a persone che eseguono lo stesso compito, inducendo imprescindibilmente effetti di competizione; fenomeno che nel 1920 Allport coniò con effetto di facilitazione sociale. Inoltre, si definisce effetto di inibizione sociale il fenomeno contrario, legato ad azioni complesse non abituali.
Questi fenomeni sono stati in seguito spiegati da tre teorie fra loro coerenti e sovrapponibili: la teoria della pulsione di Zajonc (1965) spiega che la presenza di altri induce ansia e attivazione cerebrale che incanala le risorse verso compiti automatici, dunque facilitando compiti abituali ed inibendo compiti non abituali (nell’esperimento di Michael et al. del 1982, giocatori di biliardo mediocri peggioravano le loro prestazioni in presenza di pubblico, giocatori esperti miglioravano); secondo la teoria di Cottrel (1972) non è la semplice presenza di altri ad influire sui compiti svolti, ma dall’apprensione per la valutazione sociale, la quale, se assente, non permette la produzione di effetti di facilitazione o inibizione sociale (nell’esperimento di Cottrel del 1972, quando il pubblico era bendato non produceva effetto di facilitazione sociale per il compito semplice di leggere parole senza senso); secondo la teoria di Baron (1986) pulsione e apprensione per la valutazione si incrociano e si energizzano nel conflitto di attenzione fra compito da svolgere e interazione diretta o indiretta con gli altri presenti.
Riguardo all’analisi di questi fenomeni all’interno di processi di gruppo relativi a compiti condivisi, è stato rilevato che la diffusione di responsabilità presente in tutti i compiti di squadra produce un effetto di inerzia sociale, che nel caso di compiti semplici riduce la produttività individuale e di gruppo, ma nel caso di compiti complessi contribuisce a diminuire l’ansia individuale e, dunque, ad aumentare la produttività (in un esperimento di Latenè del 1979 partecipanti bendati e con cuffie urlavano di più quando veniva detto loro di urlare da singoli, rispetto a quando veniva loro richiesto di urlare presupponendo la presenza di altri partecipanti; nel 1985 Jackson e Williams hanno verificato che, nell’esecuzione di un compito virtuale complesso, i partecipanti sono più produttivi se viene detto loro che il compito verrà valutato in maniera complessiva piuttosto che in maniera individuale).
Sviluppo storico e metodologico della psicologia sociale
Lo sviluppo della psicologia sociale subì una grossa spinta dai fenomeni storici di immigrazione e trasformazione sociale. Gli anni '20 e '30 furono testimoni di ampi processi di espansione (immigrazione statunitense, ad esempio Chicago aumentò di circa 10 volte la propria popolazione e subì grandi divisioni sociali e razziali), illusione (boom economico) e disillusione sociale (crisi del '29). Tutta questa materia di studio psicologico della società portò alla nascita delle prime cattedre di psicologia sociale e all’espansione della ricerca scientifica, ulteriormente incentivata dalle occasioni di analisi arrecate dall’avvento del nazismo, della seconda guerra mondiale, poi della guerra in Vietnam e delle grandi proteste di massa.
Naturalmente, la psicologia sociale affronta da sempre un’impegnativa crisi metodologica, fondata principalmente sull’attendibilità degli studi di ricerca. Nel 1927 venne introdotto l’“esperimento Hawthorne”, nel quale lo psicologo Elton Mayo e il suo gruppo di ricerca vennero incaricati di osservare ed analizzare il comportamento di alcune operaie della Western Electric Company di Hawthorne in relazione a cambiamenti di condizioni di lavoro. Dopo 5 anni di ricerche, si osservò che l’aumento di produttività delle ragazze era principalmente legato alla loro consapevolezza di gruppo di essere osservate, a prescindere dall’aumento o dalla diminuzione di condizioni fisiche ed economiche. L’effetto Hawthorne dimostra che è sufficiente studiare un oggetto per modificarlo.
Con lo sviluppo dei metodi di studio, la prospettiva della “scatola nera” lasciò il posto alla rivoluzione cognitivista, con conseguente studio dell’influenza sociale dei costrutti impliciti e dei correlati cerebrali dei processi psicosociali, fino ad un progressivo sviluppo dell’analisi multilivello, unica analisi statistica in grado di incrociare dati individuali e contestuali (il metodo d’archivio non raccoglie dati, ma analizza dati già presenti, con il difetto di avere risultati limitati; il metodo correlazionale mette in relazione più dati spesso ottenuti con questionari, con difetti riguardo alla mancanza di manipolazione sperimentale e di definizione di direzione causale, oltre alla tendenza all’errore dei partecipanti ai questionari, causata da bias d’accordo, noia e desiderabilità sociale; l’esperimento permette la manipolazione della variabile indipendente in relazione all’osservazione della variabile dipendente, con grandi possibilità di influenzare i comportamenti dei partecipanti in modo sperimentale, ma andando incontro ad un’esemplificazione della realtà dove effetti delle richieste e dello sperimentatore diminuiscono la reale validità sperimentale, se in laboratorio consente maggiore controllo delle variabili, ma minore validità esterna, se sul campo è il contrario; nei metodi quantitativi il ricercatore cerca di esternarsi dall’esperimento, concentrandosi sulla minima influenza ai partecipanti e sulla raccolta e l’analisi di grossi dati informativi; nei metodi qualitativi, utilizzati di più nella psicologia sociale recente, il ricercatore partecipa all’esperimento, influenza le sue variabili e mira ad una raccolta dei dati precisa e puntuale, anche se più lontana dalla validità statistica) al fine di individuare dinamiche di gruppo universalmente psicosociali.
In definitiva, le teorie psicosociali hanno scopi di comprensione delle modalità di interazione in gruppi e fra gruppi; sensibilizzazione delle scoperte scientifiche ed emancipazione legata ad un possibile miglioramento evolutivo sociale. Dopo le atrocità commesse, anche nel campo della ricerca, fino alla seconda guerra mondiale, nel 1956 il Codice di Norimberga sancì le prime regole etiche di ricerca biomedica, relative all’introduzione del consenso informato e volontario, in condizioni di libero arbitrio e di massima informazione, con la possibilità di interrompere l’esperimento in qualsiasi momento.
Nel 1953, l’APA (American Psychology Association) istituì il suo primo codice etico, traducendo in termini psicologici le norme vigenti in campo medico ed introducendo regole quali: l’utilizzo di esseri umani negli esperimenti solo se indispensabile e come ultima tappa di ricerca; la massima documentazione possibile da parte degli sperimentatori prima dell’esecuzione dell’esperimento; la provocazione di sofferenza nei partecipanti solo se indispensabile e proporzionale alla potenziale portata esplicativa della ricerca.
Nel 1964, con la Dichiarazione di Helsinki, venne introdotta la figura del comitato etico, con il compito di analizzare ed approvare o impedire l’avvio di ogni programma di ricerca, seguendo le norme etiche vigenti. Negli anni '90, l’avvento di nuove malattie senza cura spinse molti soggetti a desiderare di essere sperimentati, protestando contro il blocco scientifico causato dalle norme restrittive del codice etico, di conseguenza venne introdotta la possibilità di effettuare un consenso trattato con il paziente all’interno della ricerca scientifica.
Nel 1998 l’AIP (Associazione Italiana di Psicologia) ha introdotto il codice etico ad oggi vigente, fondato su: competenza del ricercatore su ogni ambito della ricerca; integrità del ricercatore sulla sua qualifica; consenso informato con libertà di ritirarsi per ogni partecipante; regolazione dell’uso dell’inganno, solo se indispensabile e proporzionato ai risultati ottenibili, con necessario debriefing finale; assoluta esclusione di rischio di danni permanenti, con danni temporanei ammissibili solo in caso di consenso informato scritto e vincolato; riservatezza e anonimato garantito in ogni circostanza ad ogni partecipante (se è necessario esporre dei casi clinici, allora bisogna evitare informazioni che possano far risalire al paziente in questione); necessaria diffusione dei risultati in sedi scientifiche, e nei mass media; impossibilità di modificare i dati della ricerca.
Kurt Lewin: teoria di campo e teoria dei canali, studi sui gruppi
Kurt Lewin (1890-1947) fu un importante psicologo sociale che visse nel periodo storico delle grandi tensioni politiche e sociali che ispirarono gli studi di gran parte della psicologia sociale. Ebreo socialista nato in Germania, emigrò dagli Stati Uniti per sfuggire alla persecuzione razziale e, forte delle esperienze autocratiche toccate con mano e degli ideali democratici e progressisti che lo caratterizzarono, diede vita a studi psicosociali di enorme importanza.
A quei tempi la psicologia, e Lewin in particolare, era fortemente influenzata dalla psicologia della Gestalt e, come accadeva per tutte le altre scienze, affrontava un passaggio concettuale dal modello di pensiero fedele all’essenza aristotelica e quello relativo alla relazione galileiana. La multidisciplinarietà e le nuove frontiere di studio permettevano lo svilupparsi di una completa alternanza fra elaborazioni teoriche e sperimentazioni pratiche sulle persone e sui i gruppi di persone, in contrasto con il semplicismo comportamentista.
L’elaborazione dei legami concettuali presenti fra l’elettromagnetismo di Maxwell, la teoria di campo di Einstein e Infeld e le teorie e le metodologie di analisi psicosociali, permise a Lewin di sviluppare la teoria di campo psicosociale, secondo la quale la totalità dei fatti mutuamente interdipendenti che coesistono per l’individuo nel qui ed ora rappresenta il campo di analisi psicosociale, da studiare su situazioni concrete e reali delle persone e dei gruppi, considerando il vasto ambito strutturale e processuale in cui si collocano e analizzandone i problemi specifici relativi a specifiche situazioni.
Il campo di ogni individuo è formato dal suo spazio di vita, insieme dei pensieri e degli stati mentali individuali; dall’influenza dei fatti del mondo sociale che operano influenze indirette e dalla zona di frontiera, che mette in comunicazione lo spazio di vita con l’ambiente. Lewin arriva alla consapevolezza che “il gruppo è qualcosa di più o per meglio dire qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri: ha struttura propria, fini peculiari e relazioni particolari con altri gruppi (...). Quel che ne costituisce l’essenza è l’interdipendenza presente tra i suoi membri. Esso può definirsi come una totalità dinamica. Ciò significa che un cambiamento di stato di una sua parte o frazione qualsiasi, interessa lo stato di tutte le altre”.
I gruppi naturali si formano autonomamente, i gruppi “messi assieme” sono costituiti dall’esterno; i gruppi formali hanno un’ideale di formazione stabilito, mentre i gruppi informali si formano per relazioni casuali; i gruppi primari sono legati da vincoli affettivi di appartenenza e lealtà, i gruppi secondari hanno vari scopi condivisi; in ogni caso tutti i gruppi sono formati da persone fra loro in qualche modo interdipendenti.
Per interdipendenza del destino, un gruppo può coesistere anche senza conoscenza reciproca e interazione. Ad oggi, si definisce entatività il grado in cui un insieme di individui può essere concepito come gruppo, comprende le definizioni di: coesione (aumenta con la diminuzione dei membri del gruppo, ammesso che per gruppo si intenda almeno un insieme di almeno 3 persone); interconnessione; somiglianza; obiettivi comuni; importanza del gruppo e tendenza all’interazione fra i suoi membri. Nel 2000, Lickel et al. svilupparono una teoria che suddivide tutti i gruppi in quattro classi con entatività crescente: aggregati di persone; categorie sociali; gruppi di lavoro e, per i gradi più alti di entatività, gruppi intimi.
L’interdipendenza fa sì che i membri di ogni gruppo siano legati da un sistema di status (posizione che un singolo occupa in un gruppo e valutazione di tale posizione in una scala di prestigio. Secondo l’approccio etologico, capostipite Mazur 1985, quando un gruppo si costituisce i suoi componenti tendono reciprocamente ad individuare indici di potenziale status negli altri; secondo l’approccio degli stati di aspettativa di Berger et al., 1980, entrando in un gruppo formiamo immediatamente aspettative su quanto gli altri possono fare per conseguire i fini del gruppo e chi mostra le caratteristiche più coerenti con tali fini viene elevato ad uno status superiore), di ruoli (insieme delle aspettative condivise circa il modo in cui ci si deve comportare in base alla posizione che si occupa nel gruppo. I tipici ruoli che si vengono a creare sono: leader; leader di opposizione; capro espiatorio; giullare; facilitatore e deviante) e di norme (implicite, esplicite, centrali e periferiche.).
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