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Appunti di storia della filosofia morale

Introduzione al corso: avere un corpo e essere un corpo

L'esistenzialismo è uno dei concetti più difficili da spiegare. L’esistenzialismo è una corrente di pensiero che si è espressa in vari ambiti: nella filosofia, nella letteratura, nelle arti, nello stile di vita. Il primo filosofo ad adottare il termine fu Jean-Paul Sartre che viene considerato una delle personalità più importanti del Novecento.

In filosofia, l'esistenzialismo si sviluppa attraverso le opere e il pensiero di Martin Heidegger (da cui poi se ne distacca), Karl Jaspers e Jean-Paul Sartre. Alcuni studiosi ritengono che il termine dovrebbe essere utilizzato solo in riferimento ai movimenti culturali europei del XX secolo, altri estendono il termine ad autori considerati precursori come Kierkegaard o addirittura Hegel per aver posto l'esistenza prima dell'essenza.

Come filosofia, l'esistenzialismo risulta caratterizzato dall'assumere, a proprio tema di ricerca, l'esistenza, intesa come lo specifico modo di essere dell'uomo nel mondo. E poiché l'esistenza risulta definita dal proprio rapporto con l'essere, l'analisi dell'esistenza risulta connessa con l'indagine intorno all'essere. L'essere di cui parla Heidegger è quello che designa con il termine Dasein o Esserci. L'ente-uomo, ossia quell'ente che ha, come modo d'essere specifico, l'esistenza.

Il "ci" (Da) dell'Esserci esprime i due caratteri originari di quest'ente, ovvero la sua esistenza situata e spazio-temporalmente individuata (il suo esser-qui-ora) e la sua apertura estatica all'essere: il suo "in" e il suo "ex". Quindi il modo d'essere dell'Esserci è l'esistenza. La sua prima caratteristica è la possibilità di comprendere l'essere, ovvero di rapportarsi in qualche modo all'essere. La seconda caratteristica dell'esistenza risiede nel fatto che essa è essenzialmente possibilità d'esserci, ovvero l'esistenza non è una realtà fissa ma un insieme di possibilità fra cui l'uomo deve scegliere.

Pertanto, il termine "esistenza", riferito all'uomo, va inteso nel senso etimologico di ex-sistere, cioè di uno stare al di fuori o al di là di sé, nella dimensione della possibilità o del progetto. Anche in Sartre l'esistenza ha il significato di star fuori, qualcosa che sta fuori, posizione delocalizzata, posizione situata o come dice meglio Sartre "essere in situazione", esser situato cioè esposto agli eventi. Quindi il modo di essere dell'umano è il suo stare là fuori. Questo instaura quindi un rapporto anche con l'altro. L'uomo è esposto agli eventi e la prima cosa ad essere affetta è il corpo.

Avere un corpo e essere un corpo

L'espressione "avere un corpo e essere un corpo" indica la ‘paradossale’ dialettica contenuta nel fatto di avere un corpo e nel diritto ad essere il proprio corpo singolare; un avere-essere un corpo che, nel mentre cerca le proprie misure singolari, sempre si misura con la presenza non annullabile di altri corpi entrando in contatto con i quali la singolarità del proprio modo di essere un corpo acquisisce spessore, profondità, figura.

Avere un corpo e essere un corpo significa viversi pensandosi come corporeità. Essere un corpo significa essere qualcosa di singolare da manifestare ed è la prima cosa che vedo dell'altro e che mostro all'altro, quindi l'avere un corpo significa entrare in contatto con l'altro. Esistere significa “andare là fuori” e andarci significa andarci prima di tutto come corpo. La prima cosa che vediamo dell'altro è il corpo che occupa una posizione nello spazio.

Ciò che mi fa percepire il corpo non è la mia coscienza, quindi non è il soggetto conoscente, ma è lo sguardo dell'altro che circoscrive la mia esistenza. Sono gli altri che incontro (esistenza=situazione, cadere in qualcosa) che mi fanno riconoscere il mio corpo. Comincio a sapere qualcosa del mio corpo solo dal fatto che gli altri me lo evidenziano. Il mio corpo è il luogo per "il per-altri". L'altro mi rimanda a me stesso. Io sono uno "per sé" e "per altri". Il corpo è il luogo dell'esser visto.

Scrive Sartre nella parte conclusiva della seconda parte di "Essere e il nulla" (pag 268):

"Ci si meraviglierà forse che abbiamo trattato il problema della conoscenza senza porre la questione del corpo e dei sensi, e senza riferircisi mai. Non è nelle nostre intenzioni di misconoscere o lasciare a parte il ruolo del corpo. Ma quello che prima di tutto importa in ontologia, e del resto sempre, è di osservare nel discorso un ordine rigoroso. Ora il corpo, qualunque possa essere la sua funzione, appare subito come un conosciuto. Non potremmo dunque riferire a lui la conoscenza, né trattare di esso, prima di aver definito il conoscere, né comunque derivare da esso il conoscere nella sua struttura fondamentale. Inoltre il corpo, il nostro corpo, ha per carattere fondamentale d'essere essenzialmente il conosciuto da altri: ciò che io conosco, riguarda il corpo degli altri e, l'essenziale di ciò che io so del mio corpo proviene dal modo in cui gli altri lo vedono. Così la natura del mio corpo mi rimanda all'esistenza altrui e al mio essere-per-gli-altri. Con esso io scopro per la realtà umana un altro modo di esistere fondamentale come l'essere per-sé che chiamerò l'essere-per-gli-altri. Se voglio descrivere in modo soddisfacente il rapporto dell'uomo con l'essere bisogna che affronti ora lo studio di questa nuova struttura del mio essere: il per altri. Perché la realtà umana in un solo e medesimo nascere deve essere nel suo essere per sé-per altri."

Gli altri uomini sono per me degli oggetti, estranei alla mia coscienza. In quanto "oggetti" gli altri non mi appartengono, se non nella misura in cui mi riguardano le cose: gli altri sono oggetti che io posso utilizzare. Però, a differenza delle cose, gli altri sono dotati di coscienza come me e quindi sono anche esseri per sé. In quanto esseri per sé, gli altri considerano me come oggetto, cioè un essere in sé, qualcosa da utilizzare per i propri progetti.

Ne consegue un inevitabile conflitto fra me e gli altri. Gli uomini, in quanto coscienza, entrano in rapporti conflittuali tra loro poiché ogni coscienza è libertà e dunque tendenza a nullificare e a oggettivare gli altri. Sul piano emotivo, possiamo rintracciare una spia di tale conflitto nel sentimento di vergogna che il volto dell'altro suscita in me quando mi guarda. Sartre si sofferma sul tema dello sguardo e sul malessere che coglie il soggetto divenuto oggetto dell'altro.

Ma che cos'è lo sguardo? A differenza del semplice vedere, lo sguardo è innanzitutto un intermediario che mi rimanda a me stesso. Quando un altro mi guarda, io non posso sottrarmi, ma devo sottostare e mi sento ferito nel mio essere. Nel sentirmi oggetto dello sguardo altrui io provo vergogna, che è il sentimento di essere sì ciò che sono, ma per un altro e quindi, è il riconoscimento della mia schiavitù: mi rende vulnerabile, in quanto scopre la nudità del mio essere. Lo sguardo dell'altro mi rivela, mi fa avere e essere un corpo. Dirà Sartre lo sguardo è tagliente e identificario.

La rappresentazione del mondo secondo Schopenhauer

Schopenhauer esprime la tesi secondo cui "il mondo è la mia rappresentazione". La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili, la cui distinzione costituisce la forma generale della conoscenza: da un lato c'è il soggetto rappresentante, dall'altro c'è l'oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono soltanto all'interno della rappresentazione, come due lati di essa e nessuno dei due procede o può sussistere indipendentemente dall'altro. Non ci può essere soggetto senza oggetto. Il soggetto è colui che ha le rappresentazioni. Esse sono ciò che lo circondano quindi gli oggetti.

Essere oggetto per il soggetto ed essere nostra rappresentazione è la stessa cosa. Tutte le nostre rappresentazioni sono oggetti del soggetto e tutti gli oggetti del soggetto sono nostre rappresentazioni. Adesso questo soggetto deve avere un corpo. Il soggetto si trova (equivale all'essere in situazione di Sartre) nel mondo, come individuo e quindi come corpo. L'individuatezza è dovuta dall'avere e essere un corpo.

Avere un corpo e essere un corpo significa esser affetto da qualcosa, toccato da qualcosa, proprio perché siamo investiti dal mondo. Abbiamo delle aperture (i nostri sensi) che ci permettono di essere investiti dal mondo e questa affezione ci è data proprio perché abbiamo un corpo. Un corpo affetto da qualcosa altro passa queste informazioni all'intelletto che le organizza. Il corpo quindi viene modificato dall'ambiente e non è diverso dagli altri oggetti che vengono modificati. È un oggetto tra gli oggetti. Ma c'è una differenza. Il corpo si presenta in maniera immediata.

Quindi, questa rappresentazione immediata, in contrapposizione a tutte le altre che sono mediate attraverso di essa, è il corpo proprio, esso è l'oggetto immediato. È importante allora considerare il paragrafo 18 del secondo libro del "Mondo come volontà e rappresentazione". Tale passo è un luogo cruciale per il procedimento di ricerca di Schopenhauer: si situa qui il passaggio dal mondo della rappresentazione, in cui domina l’ordine del pensiero, al mondo reale in cui domina la volontà.

Secondo il filosofo, la verità metafisica dell’essere (la «cosa in sé» kantiana) può essere raggiunta attraverso una via di accesso che ogni soggetto umano è in grado di percorrere: non usando le capacità conoscitive, ma il suo sentire se stesso come corpo. Attraverso l’esperienza corporea, infatti, l’individuo sente e sa di essere «volontà», in ogni suo stato fisico, che sempre corrisponde a una tensione mentale desiderante e a una propensione all’azione.

Da questa scoperta, resa possibile da un immediato sentire, Schopenhauer procede poi per via analogica ad attribuire il medesimo fondamento a tutti gli esseri viventi. Ritiene così di aver identificato il piano metafisico di realtà, che la filosofia della rappresentazione aveva dichiarato inconoscibile.

Essere e il nulla di Sartre

Nell' "Essere e il nulla" Sartre si propone di fare, come dice il sottotitolo dell'opera, un saggio di fenomenologia ontologica. Come si vede, egli si muove nella direzione del discorso heideggeriano, assumendo, analogamente a quanto fa il filosofo tedesco, la fenomenologia come metodo d'indagine. Nelle prime due parti dell'opera si evince la lettura del Cogito cartesiano e dell'intenzionalità della coscienza husserliana.

La traduzione esatta del titolo è "l'Essere e il niente". In italiano nulla e niente sono sinonimi, ma in filosofia non è così. Il nulla indica la negazione assoluta di qualcosa, il niente è la negazione dell'ente, è l'assenza di qualche cosa. Il niente è il non-ente quindi è ed esiste come assenza di qualcosa. È l'ente che dice no, l'ente che trascende la realtà in vista della possibilità. Siamo condannati all'esistenza e avere il niente dentro di noi ci fa essere liberi. È l'eterno protestante dell'uomo, quell'uomo che dice no.

Possiamo fare l'esempio di Bartleby lo scrivano, un racconto di Herman Melville. Narra la storia di uno scrivano che ad ogni richiesta del suo datore di lavoro rispondeva "preferirei di no". Non voleva far nulla tanto che viene licenziato e destinato al vagabondaggio per il quale sarà poi arrestato. In carcere gli vengono però offerti i cibi migliori, ma Bartleby "preferisce non" mangiare, e si lascia morire. "Bartleby lo scrivano" è uno dei racconti più famosi della letteratura nordamericana. È considerato un precursore della letteratura esistenzialista e dell'assurdo.

Michel Foucault e il corpo utopico

Il corpo utopico si apre con un riferimento a Proust: "A quel luogo che Proust torna a occupare, lentamente e con timore, a ogni suo risveglio, non posso più sfuggire, non appena avrò aperto gli occhi." Quel luogo di cui parla Foucault in questi primi passi è il corpo. Il corpo è l'occupazione di un luogo a cui si ritorna ogni mattino.

Abbiamo qui una riflessione sul risveglio. Foucault cita Proust per quanto riguarda il corpo che si addormenta e si sveglia. L'attimo del risveglio ci riporta al nostro corpo, è il passaggio dal confuso al distinto, è il momento in cui prendiamo coscienza del nostro corpo. Il risveglio è l'atto in cui connettiamo il corpo che avevamo prima di dormire a quello che troviamo la mattina al nostro risveglio. L'esperienza del risveglio conduce alla coscienza-senso ovvero sapersi esistere senza sapere di esistere. È ciò che Rousseau chiamava il semplice sentimento dell'esistenza, che è quello di stare incollato al suo vivere senza sapere di vivere, quello di sapersi corpo senza dover sapere ogni istante di esserlo.

Al nostro risveglio ricordiamo di avere un corpo, lo stesso corpo che avevamo la sera prima. Il ricordo non ci fa cadere nel nulla ma ci riconduce al nostro io. Al risveglio, quindi, a tastare il luogo della locazione è il corpo. Per Foucault l'io e il corpo coincidono. Io sono sempre dove sta il mio corpo. Il corpo è un frammento di spazio con cui faccio corpo. L'io è un io corporeo, la localizzazione dell'io è il corpo.

Infatti, Foucault continua scrivendo: "Non che a causa sua io rimanga inchiodato al mio posto – perché dopo tutto posso non soltanto muovermi e agitarmi, ma anche agitarlo, muoverlo, cambiarlo di posto – solo che, ecco, non posso cambiare luogo senza di lui, non posso lasciarlo là dov’è, e andarmene, io, altrove." Infatti, il corpo è sempre dove sono io e come tale ha luogo e quindi non è un'utopia (senza luogo): "Il mio corpo è il contrario di un’utopia, è ciò che non sarà mai sotto un altro cielo, è il luogo assoluto, il piccolo frammento di spazio col quale letteralmente “faccio corpo”.

Per indicare ciò, Foucault utilizza un'espressione, dice che il corpo è spietata topia, la dove sono io c'è il mio corpo: "Il mio corpo, spietata topia". Tuttavia, nonostante il fatto che il mio io coincide con il corpo e lui è sempre lì dove sono io, non mi trovo con esso in una situazione di familiarità. Ogni mattina io rivedo lo stesso corpo: "E invece ogni mattina, stessa presenza, stessa ferita; sotto i miei occhi si disegna l’immagine inevitabile che lo specchio impone: volto magro, spalle curve, sguardo miope, niente più capelli, veramente non un granché."

L'esperienza dello specchio ci pone ogni mattina di fronte al corpo che sono io. Tuttavia, l'io che si specchia non si riconosce, questa è l'esperienza dell'alterità dello specchio: un io che specchiandosi non si riconosce nel proprio corpo, vorrebbe essere altrove. Quell'io è, vuole o non vuole, il suo corpo. Con questo corpo, volente o no, bisogna andar fuori, andare in giro e mostrarsi agli altri: "Dentro questo brutto guscio che è la mia testa, dentro questa gabbia che non mi piace, dovrò mostrarmi e andarmene in giro; attraverso questa griglia dovrò parlare, guardare, essere guardato, dentro questa pelle dovrò marcire."

È proprio dal non volere il proprio corpo, dai tentativi di cancellarlo, che nascono le utopie. "L’utopia è un luogo fuori da ogni luogo, ma è un luogo in cui io avrò un corpo senza corpo, un corpo bello, limpido, trasparente, luminoso, veloce, colossale nella potenza, infinito nella durata, sciolto, invisibile, protetto, sempre trasfigurato; ed è ben possibile che l’utopia prima, quella più impossibile da sradicare dal cuore degli uomini, sia proprio l’utopia di un corpo incorporeo."

L'utopia principale, secondo Foucault, è quella di un corpo incorporeo, di un corpo senza corpo. Altra utopia è quella di voler dare al corpo l'eternità. Chiaro esempio è la mummificazione. La mummia è un corpo utopico che permane nel tempo. Oppure la pratica di mettere maschera ai defunti nell'antica civiltà micenea: è proprio l'utopia di dare eternità a quel corpo che ci ricorda il nostro esser mortali. Ma la più ostinata tra le utopie è l'anima: "Ma forse la più ostinata, la più potente di queste utopie con le quali cancelliamo la triste topologia del corpo, ce la fornisce, dal profondo della storia occidentale, il mito dell’anima."

L'anima è bella, pura, durerà a lungo mentre il mio corpo è destinato a marcire. L'anima è quello spicchio di eternità in questa non eternità che è il mio corpo. Tutte queste utopie nascono dall'idea di poter essere altrove dal proprio corpo, ma nascono proprio dal fatto che il mio corpo è spietata topia, che non posso essere altrove da esso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CmPu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof Papparo Felice Ciro.
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