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Ventisettesima lezione, venerdì 2 dicembre 2016

L'altro come limite

La situazione è la dimensione in cui si danno a vedere la mia fatticità e la mia libertà. La libertà non viene fuori annullando la fatticità perché su questa non posso nulla. Origliare e vedere (esempio della serratura) sono sul piano della coscienza non-tetica, ma comunque queste cose avvengono nel mondo. La coscienza è il suo fare, non conosce i suoi atti perché li è. Il mio agire non ha un di fuori. La coscienza aderisce così anche agli utensili e in questo complesso mondano possiamo cogliere la situazione come dimensione in cui si danno a vedere la mia fatticità e la mia libertà.

Questa situazione mi riflette insieme la mia fatticità e la mia libertà, ma non posso neppure definirmi come colui che è in situazione, prima di tutto perché non sono coscienza posizionale di me stesso, poi perché sono il mio niente. Nella situazione sono implicato ed esposto. Mentre guardo dal buco della serratura avverto dei passi: mi si sta guardando. Sono così esposto, scoperto nella mia vulnerabilità. Esser guardato è uno stacco di sé da sé, individuato come altro che sono da quello che agisco. Questo fa venire fuori il mio me.

Cosa significa che mi si sta guardando? Che sono ferito nel mio essere e che delle modificazioni essenziali appaiono nelle mie strutture, modificazione che posso cogliere e fissare concettualmente con il cogito riflessivo. Prima di tutto, io vengo ad assistere in quanto me per la mia coscienza irriflessa. Questa irruzione del me è stata descritta: io mi vedo perché mi si vede.

Finché abbiamo considerato il per-sé nella sua solitudine, abbiamo potuto sostenere che la coscienza irriflessa non poteva essere abitata da un me: il me non si dà se non alla coscienza irriflessa. Ora, la coscienza irriflessa è coscienza del mondo. Il me esiste dunque per essa sullo stesso piano degli oggetti del mondo; la funzione che riguardava solo la coscienza riflessiva, la presentificazione del me, è ora attribuita alla coscienza irriflessa. Solo che la coscienza riflessiva ha direttamente il me per oggetto. La coscienza irriflessa non coglie la persona direttamente e come suo oggetto; la persona è presente alla coscienza in quanto è oggetto per altri.

Il che significa che io ho coscienza di me proprio in quanto mi sfuggo, non in quanto sono il fondamento del mio niente, ma in quanto ho il fondamento fuori di me. Io per me sono un puro rinvio ad altri. Il me si dà quando si viene scoperti, quando "io mi vedo perché mi si vede". Sentirsi ferito nel proprio essere quando si è guardati fa uscire fuori una struttura di me che è quella di essere oggetto che appare solo quando rifletto. L'altro guardandomi mi oggettivizza.

Il me era sul piano degli oggetti, ma quando gli altri mi vedono, mi fanno vedere che il me abita nella mia coscienza. Il me è la mia persona. Tra me e me infatti non ho necessità di mettermi fuori, tra me e me sono ipseità. La persona è l'individualizzazione di me che appare solo attraverso lo sguardo degli altri. Attraverso lo sguardo di altri, passo dalla coscienza irriflessa a quella riflessa prendendo coscienza del me che era, nella coscienza irriflessa, posto sul piano degli oggetti.

Tra me e me non c'era necessità di mettere un me fuori: questo viene fuori quando sotto lo sguardo altrui mi sento un oggetto. Altro è sempre soggetto. È l'altro che mi oggettivizza. Io non conosco il me nella coscienza irriflessa perché sono già subito il mio me. Non lo conosco, ma lo vivo. Ma mi accorgo di essere me quando vengo colto dallo sguardo altrui. Lo sguardo altrui allora aliena la mia libertà. Lo sguardo di altri mi colloca in mezzo al mondo.

Che tipo di rapporti posso avere con questo essere che io sono? In primo luogo una relazione d'essere. Io sono questo essere. Però questo essere che io sono, non lo sono in modo da doverlo essere né al modo dell'ero: non lo fondo nel suo essere; non posso produrlo direttamente e neppure è l'effetto indiretto e rigoroso dei miei atti. L'essere che io sono conserva una certa indeterminatezza, una certa imprevedibilità.

E queste nuove caratteristiche non provengono solamente dal fatto che io non posso conoscere gli altri, ma anche dal fatto che gli altri sono liberi, o per essere esatti e rovesciando i termini, la libertà d'altri mi si rivela attraverso l'inquietante indeterminatezza dell'essere che io sono per lui. L'altro è il limite alla mia libertà. Sento che la mia libertà è stata messa in discussione. Avverto che il mio essere è indeterminazione, che non è da sé fondato.

Io sono immediatamente quello che faccio. Vergogna e fierezza sono risposte, io sono altro essere quando compaio all'altro. La mia libertà è compromessa dall'altro perché smetto di fare ciò che stavo facendo: spio dalla serratura, sento che qualcuno si avvicina, non spio più. Quello che provo mi fa avvertire che il mio modo di essere non appartiene a me, sono stato prodotto da altro da me perché un altro mi ha messo in quella situazione.

Si tratta del mio essere quale si determina in e per mezzo della libertà d'altri. Ma la vergogna mi rivela che io sono quell'essere. Non al modo dell'ero o del doverlo essere, ma in sé. Solo, non posso realizzare il mio essere seduto. Basta che altri mi guardi perché io sia ciò che sono. Non per me stesso, non potrò mai realizzare questo essere-seduto che colgo nello sguardo altrui, rimarrò sempre coscienza, ma, per l'altro. Una volta di più, la fuga nientificatrice del per-sé si coagula, una volta di più l'in-sé si riforma sul per-sé.

Ma una volta in più, questa metamorfosi si compie a distanza: per l'altro, io sono seduto come quel calamo è sul tavolo; per l'altro, io sono curvo sul buco della serratura come quell'albero è inclinato al vento. Sul piano della coscienza non sono collocato, l'altro invece mi colloca, mi riconduce ad un in-sé. Oggettivando la mia coscienza, l'in-sé prende il sopravvento sul per-sé. Sono così sul piano di una cosa qualunque, non sono libero, ma sono in preda ad altro.

Lo sguardo che mi oggettivizza non è soltanto una persona, è una presenza. Se c'è un Altro, chiunque esso sia, ovunque sia, e quali che siano i suoi rapporti con me, anche se non agisce su di me in altro modo che con la semplice comparsa del suo essere, io ho un di fuori, una natura, il mio peccato originale è l'esistenza dell'altro, e la vergogna è, come la fierezza, l'apprensione di me stesso come natura, anche se questa natura mi sfugge ed è inconoscibile come tale. Altro è colui che mi butta nella condizione della fatticità. Ma io non sono oggetto, sono quasi-oggetto.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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