Storia dell'arte
Giotto: 1266-1337
Giotto nasce a Firenze e si forma presso la bottega di Cimabue. Segna il passaggio tra l'arte medievale e l'arte rinascimentale. Porta molte novità nella pittura (fondo umano con divino, tridimensionalità-colore sfumato, prospettiva intuitiva, figure che si muovono con libertà nello spazio).
Una delle prime opere note del catalogo dell'artista è il Crocifisso di Santa Maria Novella (1290-1295), che però è stato oggetto di numerose discussioni sia riguardo l'autenticità, sia il periodo di realizzazione. Ora però si è concordi nell'attribuirglielo. Giotto abbandona l'iconografia del Cristo inarcato, per dipingerlo in una posa più naturalistica, doloroso abbandono con le gambe che cedono, incrociate con un solo chiodo. Durante i restauri si sono fatte molte scoperte (figura più allungata, con conseguente cambiamento della struttura in legno). Le due figure laterali sono San Giovanni (che ricorda Cimabue) e Maria (che ricorda i pittori romani).
La sua carriera inizia quando viene chiamato dai Frati Francescani per abbellire con affreschi la Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi. Qui ci rimarrà fino al 1300, quando poi sarà chiamato a Roma dal Papa in occasione del Giubileo. Sono affreschi narrativi, sulla vita del Santo (dinamicità, per questo non mosaici) che narravano qualcosa di contemporaneo, facilmente comprensibili anche dal popolo meno colto. Il ciclo ha inizio vicino all'altare e percorre tutta la facciata interna per ritornare poi all'altare. L'ordine narrativo è anche quello di esecuzione. Il dono del mantello è probabilmente uno dei primi eseguiti, le figure non si appoggiano al terreno (certo arcaismo) e San Francesco è il centro focale, culmine delle diagonali che collegano a lui la vita civile e la vita spirituale (città e convento). Le qualità giottesche si vedranno meglio dopo nella rinuncia ai beni terreni, che racconta dell'abbandono delle vesti da parte del Santo e dell'inconciliabilità tra Chiesa e Popolo.
Fra il 1303 e il 1305 Giotto si trattiene a Padova dove intraprende la decorazione della Cappella degli Scrovegni, un piccolo edificio semplice sia all'esterno che all'interno, senza finestre. Dipinse su commissione privata da parte di Enrico Scrovegni, banchiere figlio di un usuraio, che voleva redimere il padre dai peccati commessi. Il tema principale trattato pittoricamente è la storia di Cristo, cominciando dagli eventi prima della nascita e finendo da ciò che succede dopo la sua morte (ritiro di Gioacchino, annunciazione, bacio di Giuda, compianto su Cristo morto ecc.). La parete interna della facciata è completamente occupata dal giudizio universale. Questo ciclo mostra Giotto nel pieno della sua maturità. La volta è abbellita con l'azzurrite e il lapislazzulo, due elementi molto preziosi e costosi, che dovevano rappresentare il valore economico speso dal committente.
La Pala d'Ognissanti è datata intorno al 1310 circa e si trova agli Uffizi. La tecnica è la tempera su tavola (pioppo o quercia), pitturata poi un colore per volta. Nonostante all'apparenza sembri più legata alla tradizione (soggetto già ripreso sia da Cimabue che da Duccio), porta molte novità pittoriche importanti: la più interessante è nell'uso del colore, che oltre a individuare i volumi e crearli con le variazioni di tono (seni-ginocchia), diviene colore ambientale, si riflette mescolandosi ai volumi vicini. Importante anche l'umanità di Maria, che pur maestosamente monumentale, siede di ¾, conquistando lo spazio e stabilendo un rapporto di affetto materno con il bambino. I volti sono seri ma dolci, realizzati plasticamente con la morbida fusione dei passaggi cromatici. Generici invece i volti degli angeli. Non è simmetrico, tra un lato e l'altro ci sono delle piccole differenze.
Duccio: 1260-1319
Duccio è il primo dei grandi pittori senesi. Crea opere eleganti che abbelliscono le più importanti chiese toscane e principalmente dipinge momenti della vita di Gesù. È l'inventore della predella, una tecnica artistica che caratterizza tutto il 1300.
Nel 1285 riceve l'incarico di dipingere la Madonna Rucellai a Santa Maria Novella (oggi agli Uffizi). Per molto tempo fu confusa con quella di Cimabue, ma è diversa. Il trono è in prospettiva obliqua invece che frontale, e i 3 angeli ai lati sono scalati in profondità. Tuttavia lo sfondo dorato contribuisce a eliminare la sensazione di spazialità, facendoli apparire sovrapposti su un unico piano. Nel bambino c'è un accenno di esistenza concreta, a differenza della Madonna, tutta nascosta dal manto blu, dimostrando la qualità del colore, anche di tutti gli altri minimi particolari. Ci sono comunque molti elementi cimabueschi, dovuti ai molti viaggi effettuati dagli artisti, che in ogni location portavano e ricevevano qualcosa. Duccio comunque era molto vicino a Cimabue.
L'opera più importante di Duccio è la Maestà del Duomo di Siena (1308-1311), non solo a livello qualitativo ma anche per l'impegno narrativo. La parte anteriore rappresenta la Madonna col bambino in trono fra angeli e santi; mentre nella predella, nelle guglie e in tutta la facciata posteriore ci sono storie di Maria e di Cristo. Fu concepita come omaggio alla madre di Dio, per l'altare maggiore, così da poter essere vista da davanti e da dietro, e posta in relazione con l'architettura. C'è una monumentalità e maestosità che ricordano Giotto, ma il colore e la sensibilità della linea (l'oro che contorna le vesti nella facciata ant.) sono tipici di Duccio. La grande massa di figure con visi e atteggiamenti simili vuole esprimere il sentimento collettivo, non quello individuale. In tutte le singole storie della Madonna e del Cristo c'è lo stesso spirito, sempre in bilico tra fiaba e realtà. Duccio rappresenta la natura e la città, gli edifici esterni e gli spazi interni, imposta prospetticamente gli ambienti.
Simone Martini: 1284-1344
Simone Martini fu uno di quei pittori che diedero molta attenzione ai particolari, e ai paesaggi dove si svolgevano gli eventi, con lo scopo di contestualizzare e fornire un significato più profondo all'opera.
Nel 1328 il condottiero Guidoriccio da Fogliano conquista per la Repubblica di Siena i castelli maremmani di Montemassi e Sassoforte. Il governo dette incarico a Simone Martini di celebrare l’episodio (Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi) affrescandolo su una parete della Sala del consiglio del Palazzo Pubblico di Siena. È la prima volta che il pittore rappresenta un fatto contemporaneo e non fatti religiosi. Molto probabile che Simone si sia recato appositamente in Maremma per conoscere direttamente i luoghi dell’evento bellico, tutto infatti sembra richiamare alla realtà: i colli bruni, l’accampamento, lo steccato difensivo, i castelli cinti da mura (quello a destra è il battitore costruito da Guidoriccio con bandiere senesi). La realtà però è trasfigurata: il paesaggio è vuoto di uomini, avvolto da un silenzio innaturale. Solo Guidoriccio passa sognante sul suo cavallo bianco, ma non fa parte del luogo, non vive in esso: solamente uno zoccolo del cavallo poggia a terra, i due sembrano come sovradimensionati. Su tutto domina il tono poetico, leggendario e cavalleresco e la giustapposizione netta dei colori.
Ambrogio Lorenzetti
Ambrogio Lorenzetti ha vissuto a inizio 1300, e pur essendo senese ha operato a Firenze.
Fra le molte opere del pittore, la più vasta e impegnativa è costituita dagli affreschi dipinti nella Sala dei Nove (da loro voluto, perché l’ideologia era illustrare idee civiche) del Palazzo Pubblico di Siena, con le Allegorie del buono e del cattivo governo (1337-1339). Gli affreschi hanno contenuto politico/civile, e lo scopo era quello di rappresentare le conseguenze del buono e del cattivo governo in città e campagna. Il cattivo governo è rappresentato dalla tirannia, cornuti, che calpesta la giustizia. Ai suoi lati stanno i vizi capitali. È piuttosto rovinato, quindi difficile da interpretare. A sinistra di questa scena sono rappresentate le conseguenze del malgoverno in città: stupri, rovine, assassini. Il buon governo invece è impersonificato da un vecchio saggio, vestito di bianco e nero (Siena) seduto su un trono insieme alle virtù civili, mentre a sinistra sta la giustizia. Sotto ci sono i 24 consiglieri. Impostazione tomistica: bene collettivo prevale sul bene individuale ("dove regna la giustizia gli animi uniti conducono al bene comune"). Dalla concordia sottostante la giustizia partono due corde, alle quali si attaccano i consiglieri per rendere omaggio al monarca (allegoria concordes con il cuore/con le corde). Le conseguenze del buon governo, invece, ritraggono invece la città pacifica e operosa e la campagna ordinatamente coltivata. La città è Siena, emerge il significato di vitalità e tranquillità. L’affresco del buon governo è il più importante documento di pittura civile gotica.
Gentile da Fabriano: 1370-1427
Gentile da Fabriano è uno dei maggiori pittori dell’epoca. Si reca in molte città d'Italia. La sua è una pittura "gentile", elegante e leggiadra.
A Firenze nel 1423 dipinge la sua opera più famosa, L’adorazione dei Magi, commissionatagli da Palla Strozzi, l’uomo più ricco di Firenze. È un trittico diviso in 3 lunette, ciascuna delle quali presenta una scena dell’evento. La scena inizia in alto a sinistra con lo sbarco dei Magi, prosegue al centro e a destra quando entrano in città, per poi uscire dalla parte opposta e giungere sul davanti, dove uno dopo l’altro rendono omaggio a Gesù. Tutto si svolge su un piano obliquo, senza scalatore prospettiche, in un luogo di sogno. Evita la linea retta per dare maggiore eleganza e grazia: segno sempre sinuoso. In primo piano si dispiega tutta la ricchezza dei Magi. La tavola è piena di particolari, ognuno accuratamente studiato. Tutto sembra richiamare alla realtà, ma tutto invece è irreale, perché i particolari si sommano gli uni agli altri. Anche la predella permette di raccontare una storia. La tecnica utilizzata è quella della foglia d’oro.
Beato Angelico: 1396-1455
Beato Angelico, Firenze, è una figura fondamentale nella pittura italiana del XV secolo.
Dipinge Annunciazione (Firenze, museo di San Marco 1420-1430). La scena si svolge sotto un portico rinascimentale: l’ambiente è aperto su un lato, ma la prospettiva che definisce lo spazio fa sì che questo risulti determinato dalle linee, non dalle pareti. Per questo San Pietro martire che compare a sinistra, essendo fuori dalla linea, non turba l’intimità del colloquio sacro fra l’angelo e Maria. I due interlocutori occupano ciascuno il loro posto, ma non sono protagonisti isolati: le linee delle crociere riprendono le curve delle ali dell’angelo e conducono verso Maria, che si inclina in avanti: vivono ciascuno la propria vita, occupano il proprio ruolo ma sono coordinati (societas). La luce è una luce terrena, che illumina i corpi e ne determina le ombre: è una luce diffusa, diurna, coincidente con lo spazio, evitando i contrasti perché è la luce della fede.
Piero della Francesca: 1420-1492
Piero della Francesca nasce ad Arezzo e si forma presso Domenico Veneziano. Dopo il 1440 lascia Firenze, portando con sé il grande patrimonio culturale fiorentino.
Dipinge la flagellazione di Cristo nel 1460, ed è l’opera che più di tutte può servire a chiarire l’arte di Piero. Tutto si svolge entro un’architettura classica, le linee sono rette, i soffitti piani. Tutta la rettilineità dell’architettura permette una totale realizzazione dell’impianto prospettico. L’unica linea curva è la circonferenza che sta sotto alla colonna e Cristo. Davanti alla colonna i due flagellatori, il giudice e un altro uomo. In primo piano tre uomini. Tutti però sono impassibili, immobili. Questa assoluta immobilità è l’elemento fondamentale: egli blocca tutto rendendolo a forma geometrica. L’immobilità di Piero significa la perfezione: ciò che è perfetto è immutabile, ciò che è immutabile è immobile. Al raggiungimento di questo fine sono sottoposti tutti gli elementi della composizione: luce, colori, forme. La linea circonda i colori, dando senso di isolamento di ognuno (incorruttibile eternità). Si capisce perché il tema principale è arretrato: non è il tema che interessa a Piero, ma cogliere il senso che lega reciprocamente gli uomini nel mondo, attraverso la loro riduzione a forme geometriche.
Piero prosegue i lavori iniziati da Bicci di Lorenzo nel decorare la cappella della Chiesa di San Francesco ad Arezzo, rivestendo con le Storie della Croce (dal 1452). Non segue ordine cronologico ma piuttosto la logica compositiva. Le scene maggiori sono tutte divise verticalmente in due settori, e anche le scene più piccole ai due lati mostrano corrispondenze tra di loro. A Piero non interessa tanto il significato narrativo, quanto il coordinamento razionale. In tutte le scene tutto è immobilizzato, dai personaggi nella Morte di Adamo, ai combattenti nella battaglia di Ponte Milano. Tutto è rigoroso e geometrizzato, come gli scudieri e le donne nell’incontro della regina Saba con Salomone e gli spazi nel sogno di Costantino. Qui su tutto domina l’incomunicabilità tra i personaggi, e per la prima volta si pone il problema dell’illuminazione notturna.
La Pala di Brera (di Montefeltro) (1472-1474) rappresenta la summa delle esperienze dell’artista. È un dipinto celebrativo (ricorda la nascita del figlio di Federico) e commemorativo (morte della moglie durante il parto). Al centro c’è la Madonna tra angeli e santi, in una piccola chiesa di stampo romano ripresa da Bramante nella chiesa di San Satiro a Milano. Da sinistra si vede Giovanni Battista (riferimento alla moglie che si chiamava Battista), San Bernardino (moglie sepolta in una chiesa a lui dedicata) e alla fine anche San Francesco che mostra le ferite. La Madonna dovrebbe rappresentare la moglie, ma è molto idealizzata. È più grande ma non sovrasta gli altri perché è seduta. Volto distaccato e freddo. Gesù rappresenta il figlio Guido Baldo. Il simbolo dominante è il cerchio, e l’uovo di struzzo assume il significato della perfezione geometrica. Federico è in primo piano in veste militare e sembra chiedere perdono perché le sue ferite non sono paragonabili a quelle dei santi. La luce proviene sia dall’alto che da sinistra.
Donatello: 1386-1466
Donatello fu un grande scultore che rinnova questa disciplina in senso prospettico, molto amico di Brunelleschi, si era formato nella bottega di Ghiberti.
Il banchetto di Erode si trova all’interno del Battistero di Siena, è in bronzo e risale al 1427. È realizzato con la tecnica dello stiacciato, una via di mezzo tra l’alto e il bassorilievo. Consiste nell’utilizzare piani paralleli vicinissimi tra loro e porre le figure principali più oggettanti in primo piano e le figure meno importanti in secondo piano, fino ad arrivare a figure appena appena in rilievo. Schiacciava le figure deformandole. C’è prospettiva focale, ottenuta con linee di fuga del pavimento che convergono in un punto. Idea dello spazio anche sullo sfondo. Rappresenta il banchetto di Erode, Salomè gli aveva chiesto la testa di San Giovanni Battista, che viene portata su un vassoio. Erode rimane inorridito insieme agli altri presenti che si allontanano lasciando il vuoto in mezzo. Chiaroscuro intenso dato dalle pieghe frastagliate.
A Padova dal 1447 al 1453 erige il monumento equestre a Gattamelata, condottiero della Repubblica veneta. Sorge sulla piazza antistante la basilica. Cavallo e cavaliere danno un'impressione di fermezza, e costituiscono un insieme unitario, un unico sistema di battaglia (altezza-speroni-lancia). La calma e la lentezza della marcia ci fanno capire che si tratta di una battaglia condotta dell’intelligenza dominatrice dell’uomo. Il cavaliere ha la testa scoperta, l’elmo lo avrebbe trasformato in una macchina bellica priva di ragione. Viso non corrisponde alla rappresentazione realistica del personaggio, morto a 73 anni, ma è una rappresentazione della maturità.
Il nudo scelto per il David è certamente di origine classica, con il 400 però riacquista il suo autentico significato di purezza ideale, non contaminata dalle vesti. L'eroe è nudo poiché difeso soltanto dalla sua virtù morale. Classica anche la luminosità delle superfici. L'inquietudine donatelliana si evince anche dal contrasto tra la levigatezza raffinata di alcune parti e l'insistenza particolaristica di altre (testa di Golia, capelli, copricapo, ghirlanda). È stato voluto da una committenza laica, e stava in un ambiente privato. Molte ipotesi però dicono che in realtà la raffigurazione sia di Mercurio, per numerose stranezze (assenza di fionda, no buco in testa a Golia...).
Masaccio: 1401-1428
Masaccio realizza le proprie opere maggiori a fine anni 20, quando Brunelleschi e Ghiberti erano all’apice. Mentalità tardo gotica, il suo maestro è Masolino. Muore avvelenato perché gli altri artisti erano invidiosi di lui.
Lui e il suo maestro vengono chiamati per affrescare la Cappella Brancacci (dopo 1423) da Felice Brancacci, ricco mercante fiorentino. La cappella si trova nella chiesa del Carmine a Firenze. La cosa che accomuna i due artisti è il colore e la prospettiva focale. Il ciclo narra Storie di San Pietro, Peccato originale e Cacciata dei Progenitori. La storia più nota dipinta da Masaccio è Il Tributo, e narra la storia di Gesù che giunto a Cafarnao viene fermato da un gabelliere.
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