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Appunti di storia dell'architettura contemporanea

Che cos'è l'architettura?

Non è possibile dare una risposta univoca a questa domanda, ognuno dà una risposta secondo le proprie declinazioni personali. Nel corso della storia, la necessità di dare una definizione a questo termine nasce proprio da un contesto di crisi. Consideriamo due definizioni emblematiche:

  • N. Pevsner, 1942: “Una tettoia per biciclette è un edificio. La cattedrale di Lincoln è un’opera di architettura. Tutte o quasi le strutture che delimitano uno spazio in misura sufficiente ad un essere umano per muovercisi, sono un edificio; il termine di architettura conviene soltanto a edifici concepiti in vista di un effetto estetico”. Pevsner parte dalla distinzione tra architettura ed edilizia, secondo lui l’architettura risponde alla sola ricerca di un senso estetico delle cose.
  • William Morris, 1881: “Insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre, in vista delle necessità umane”. Paradossalmente la sua visione porta a pensare che anche l’agricoltura, in quanto insieme di operazioni che mirano alla modifica della superficie terrestre possa essere vista come ‘architettura’.

Rapporto tra storia e architettura

Daniel Libeskind (progettista del Museo Ebraico di Berlino) risponde che: “prima di tutto vorrei dire che l’architettura riguarda sempre la memoria, non esiste architettura senza memoria, l’architettura non è un esercizio formale di scultura [...]. Bisogna saper comunicare attraverso il linguaggio dell’architettura, che è il linguaggio della luce, il linguaggio dei materiali, delle proporzioni, il linguaggio dell’acustica. Per questo la storia deve essere presa in considerazione seriamente [...] e la memoria per un’opera di architettura, specialmente in edifici che hanno a che fare con essa, non è solo una questione secondaria ma un aspetto fondamentale perché senza memoria noi saremo completamente perduti”.

Rapporto tra storia e critica

Fino a qualche anno fa l’attività di storico era divisa da quella del critico. Grazie a Manfredo Tanfuri i due ambiti sono andati via via unendosi, è infatti impossibile fare critica senza avere prima acquisito un background storico, senza cioè considerare il periodo storico in cui va collocato l’oggetto studiato.

“La critica non esiste, c’è solo la storia [...]. Ciò che dovrebbe interessare gli storici sono i cicli dell’attività architettonica ed il problema di come un’opera di architettura si inserisca nel proprio tempo. [...] La storia non tratta di oggetti ma di uomini. Ciò che è essenziale alla comprensione dell’architettura è la mentalità, la struttura mentale di un dato periodo”.

Cos'è la storia?

La storia è una disciplina autonoma che ha un proprio status disciplinare, delle proprie specifiche metodologie e degli oggetti di indagine. La storia non è un deposito di dati, fatti e oggetti, ma un modo di guardare, di indagare. La storia è un’attività conoscitiva che non può che essere infinitamente esatta, girare attorno alle cose secondo una finalità che parte dalla domanda iniziale dello storico.

Quindi, la storia non può essere obiettiva e le stesse cose si possono indagare e raccontare in molti modi diversi, a seconda del target, delle finalità e della cultura dello storico. Il primo compito dello storico quindi è di restituire la lontananza dei fatti e di misurare il tempo che ci distanzia da un avvenimento.

Che cos'è l'attività critica?

In questo contesto, l’attività critica è la storiografia che si è stratificata sugli oggetti e sui concetti che noi indagheremo. Ma quello che noi sappiamo del passato dipende da una duplice selezione, quella del tempo e quella degli uomini.

Differenza tra la storia della città e storia dell'urbanistica

Tutto ciò che è precedente alla nascita dell’urbanistica, avvenuta intorno agli inizi del 1800, è da considerarsi storia della città. L’urbanistica è la disciplina che pone al centro della propria riflessione il progetto del futuro. Si tratta di una scienza formata da una serie di strumenti e tecniche (uso di parametri, norme giuridiche, zoonizzazione ecc.) e la storia dell’urbanistica è la storia delle trasformazioni fisiche progettate con un piano.

Cosa distingue l'architettura contemporanea dalla precedente?

“Uno dei primi compiti da affrontare per chi si accinge a scrivere una storia dell’architettura consiste nello stabilire il suo punto d’inizio”. William Curtis (L’architettura Moderna del Novecento, 1982) invece nota la varietà dei punti di partenza indicati in storie precedenti, che riflettono le diverse concezioni sull’architettura moderna degli autori. Ecco che perciò abbiamo una certa eterogeneità nei punti di vista:

  • Watkin nega il ruolo della modernità nella vicenda contemporanea, sottolineando la continuità con la tradizione classicista.
  • Tafuri-Dal Co pensa che la rottura e la continuità con il passato sia l’Art Nouveau.
  • N. Pevsner pensa che l’architettura contemporanea nasca non in concomitanza con la rivoluzione industriale ma quando gli architetti si posti di fronte al problema della responsabilità sociale dell’architettura. In sostanza pone enfasi sulle basi sociali e morali della nuova architettura, per lui questa nuova fase inizia con William Morris e Arts and Crafts dagli anni 60 del 1800.

Oggi bisogna evitare una selezione a priori, giustificata dall’appartenenza o meno alla modernità, ma sulla base del contributo riconoscibile nella costruzione degli scenari contemporanei. Kennet Frampton sostiene che quanto più scrupolosamente si ricerca l’origine del moderno, tanto più lontano questo sembra trovarsi. “Si tende a proiettarlo indietro, se non fino al Rinascimento, almeno fino [...] la metà del XVII secolo [...] una nuova concezione della storia indusse gli architetti a mettere in discussione i canoni classici di Vitruvio [...]”.

Questo momento coincide con l’affermarsi di straordinarie innovazioni tecniche e con la fondazione della prima scuola di ingegneria, l’Ecole des Ponts et Chaussées di Parigi (1747). Frampton definisce la ‘preistoria del Movimento Moderno’ le trasformazioni cultura, territoriali e tecniche da cui nasce l’architettura moderna, in sintesi gli anni dal 1750 in poi.

L’idea che intorno alle metà del ’700 nasce qualcosa che inizia a distinguere il mondo dell’architettura da ciò che la circonda, viene definita da Marco Biraghi come "La crisi dell’ordine dell’architettura". Si tratta di un momento che coincide con la crisi del classicismo, con l’affermarsi della cultura illuministica e della rivoluzione industriale. Alla metà del ’700 si assiste ad una crisi dei canoni vitruviani, già con Claude Perrault (lui pensa che l’architettura non debba più fondarsi sui canoni classici, di Vitruvio, ma abbia bisogno di “rinnovare” le proprie fondamenta) emergono nuovi parametri di riferimento, nuove regole da sostituire a quelle classiche. La prima cosa che entra perciò in crisi è proprio l’aspetto linguistico dell’architettura (la venustas), il suo lato estetico; la bellezza, secondo i nuovi canoni dettati dalla società settecentesca, non corrisponde più alla bellezza classica, fondata sulla simmetria, sulla ponderatezza, sulla proporzione ecc. È proprio dal totale ribaltamento di questi canoni che si ottiene un nuovo linguaggio che inspira nell’osservatore il senso del sublime.

Il tema della discontinuità

A partire dalla metà del XVIII secolo si inizia a mettere in discussione la continuità metodologica con l’età classica aperta con il Rinascimento. Il mondo di riferimento degli artisti del Rinascimento era un’idealizzazione del classico, dal momento che l’unico riferimento per gli artisti del ’400 era Roma, pochissimi di loro avevano conoscenze del Partenone e dell’architettura greca.

Sempre in quegli anni inizia a conoscersi sempre più la Grecia, e lo sviluppo dell’archeologia porta ad una visione relativista della storia dell’architettura; c’è una riscoperta del Gotico, del Romanico, del Bizantino ecc. Al contrario di ciò che pensavano Brunelleschi e gli altri artisti rinascimentali non esiste un periodo aureo della storia, ma tutta la storia ha valore; dal periodo Egizio a quello Barocco o da quello Sumero a quello Bizantino non vi sono momenti preferenziali ed altri invece ritenuti degni di essere scartati. Viene dunque a mancare la presenza di un unico punto di riferimento che coincide con l’antico, questo crea un vuoto tra gli artisti e gli intellettuali di quell’epoca.

In questo contesto un ruolo molto importante ce l’ha la cultura illuminista, con l’introduzione del dubbio sistematico, secondo il quale l’uomo è portato a porsi domande riguardo la realtà che lo circonda.

  • Jean Jacques Rousseau: Discorso sulle scienze e sulle arti nel suo pronunciato all’Accademia di Digione nel 1750 dice che: “La cultura ha distrutto l’originaria innocenza dell’uomo. Occorre ridefinire tutto: il rapporto tra individuo e società”.
  • Enciclopedie (1751-72), Diderot e d’Alembert.

Archeologia

Avvengono nel corso del ’700 diverse campagne di scavi, come: Pompei, Ercolano, Paestum, Selinunte, Villa Adriana ecc. Il fatto che si scoprano città fino ad allora sconosciute porta ad una nuova concezione dell’antico; ad esempio la scoperta delle domus di Pompei ed Ercolano si evince che a differenza di ciò che si pensava nell’antichità era ampiamente usato il colore. Emerge cioè un’inattesa complessità del passato che va a distruggere l’unicità dell’antico.

Un fattore decisivo di questo studio alternativo dell’antico viene svolto dalle accademie straniere a Roma, si trattava sostanzialmente di enti culturali che ospitavano gli studenti ospiti provenienti dalla singole nazioni e che avevano come oggetto di studio proprio l’antica Roma. Si tratta in particolare di studenti francesi e tedeschi. Queste ricostruzioni, frutto delle campagne archeologiche, portano alle raccolte archeologiche che forniscono inedite versioni dell’antico capaci di inspirare la creazione di nuove architetture (Jefferson e le case neoclassiche in America).

Contemporaneamente si sviluppa un movimento che vede nelle rovine romane non un esempio da seguire o un punto d’arrivo a cui tendere, ma un oggetto a reazione estetica, ossia un oggetto che in quanto rovina crea un determinato sentimento. Con Goethe la vista delle rovine inspira un particolare sentimento, che è la nostalgia, e che ci ricorda un mondo ormai scomparso e che non possiamo riportare in vita; si parla di poetica delle rovine. “Finalmente potremmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati [...] come templi sopravvissuti memorie di una città una volta magnifica”.

Quando inizia a essere riscoperta l’Acropoli di Atene, questo evento crea un vero terremoto negli animi degli architetti europei perché fa riflettere sul fatto che fino ad ora l’architettura aveva ragionato in un’unica direzione.

Neoclassicismo

Nella seconda metà del ’700 si assiste ad un periodo di transizione. Tutto inizia in Francia con Jacques Germain Soufflot, lui segue la trafila di formazione dei suoi colleghi classicisti, studiando all’accademia di arte (fondata a Parigi 1671), e compiendo un viaggio a Roma tra il 1731 ed il 1738, ospite dell’Accadémie de Rome (questi viaggi erano una pratica diffusa tra gli studenti di architettura dell’epoca cederanno noti come Grand Tour). La sua visita in Italia ha due fasi diverse, la prima tra il 1721-38 e la seconda nel 1749 in occasione del sua grand tour. Qui a differenza degli altri architetti non si concentra solo sulle opere classiche ma ha modo di interessarsi allo studio di manufatti risalenti ad epoche diverse, sviluppando un particolare interesse per il duomo di Milano.

Quando nel 1751 riceve dal re di Francia il compito di costruire la chiesa di Sainte-Geneviève, ha modo di riversare le sue conoscenze sul gotico in questa sua opera. Si parla infatti di opera di transizione, proprio per il tentativo di Soufflot di "riunire sotto le più belle forme la leggerezza di costruzione delle chiese gotiche e la purezza e la magnificenza dell’architettura greca". Questa è la prima grande chiesa del XVIII che si colloca completamente al di fuori della tradizione Barocca, è un’opera di transizione tra due fasi della storia dell’architettura.

Chiesa di Sainte-Geneviève

La chiesa viene progettata nel 1757 ed il cantiere aperto nel 1764, verrà finita dopo la morte dell’architetto. L’edificio si basa su di una pianta a croce greca con una navata ed un transetto a tutta larghezza, due file di navate laterali. Il tutto è dominato da un altissimo tamburo che sorregge un secondo tamburo su cui s’imposta una grande cupola. L’impianto centralizzato viene messo in crisi dalla decisione di mettere il presbiterio ed il pronao lungo uno degli assi creando in questo modo una sorta di asse preferenziale.

Qui si possono notare due sistemi che si compenetrano, l’impianto a croce greca ed una cupola che si sviluppa a tutta altezza (gotico). Questa compenetrazione si vede anche in altri aspetti, soprattutto nel presbiterio che viene modificato per andare incontro alle esigenze del clero, il quale fa aggiungere, lateralmente al corpo principale, due torri che fungono da campanili. Nel contesto urbano questo edificio svetta (anche questa è una caratteristica intrinseca delle cattedrali gotiche).

La pianta rivela però anche altre caratteristiche, Soufflot in Italia si interessa anche alle diverse architetture presenti sul territorio e questa sua attenzione la si vede nella somiglianza tra pianta di questa chiesa e quella si San Marco a Venezia, entrambi sono infatti un impianto centralizzato coperto da cupole ed inserito nel contesto urbano con un filtro (a San Marco il nartece a C funge da filtro con la piazza).

L’importanza di quest’opera architettonica è proprio il fatto che essa rappresenta il primo caso in cui il sistema classico viene corretto con fattori provenienti da periodi diversi, da Brunelleschi in poi è infatti impossibile trovare una simile eterogeneità di soluzioni provenienti da stili ed epoche diverse.

Questo è tuttavia niente rispetto a quello che avviene all’interno di questa chiesa, qui le volte hanno un richiamo alle volte gotiche per la concertazione dei carichi su determinati punti. Nella maggior parte dei casi nell’architettura classica le volte venivano scaricate nella massiccia muratura, qui invece le volte vengono anche scavate, è come se Soufflot individuasse le linee di forza all’interno della volta e togliesse tutto il superfluo, e questo è proprio ciò che succede nelle volte gotiche.

Questo permette all’architetto di aprire il più possibile le pareti esterne alle luce, che assume però in questa opera una connotazione ed un significato del tutto nuovi, mentre nel Gotico questa fungeva infatti da tramite tra Dio e l’uomo, qui serve ad evidenziare la leggerezza e la purezza della struttura.

All’esterno la cosa è più complessa, perché tutto il sistema interno viene nascosto da una sorta di guscio classicista. Altri elementi però rimandano alla tradizione classicista, come ad esempio il Pronao. Il riferimento alla varie fasi del cantiere di San Pietro è visibile anche nella cupola, costituita da un tamburo su due livelli, di cui il primo è una sorta di tholos circondata da un perimetro di colonne, mentre il secondo è una parete con aperte delle finestre su cui si imposta una cupola. Questo è un chiaro riferimento al progetto di Bramante per il tempietto di San Pietro in Montorio. altre forme simili si vedono nella cupola di San Paul a Londra e nella cupola del Campidoglio a Washington.

Questa chiesa, nata come chiesa parrocchiale e posta su uno dei colli più alti di Parigi verrà sconsacrata durante la rivoluzione francese e rifunzionalizzata a Pantheon, ossia destinata alla sepoltura dei più grandi personaggi delle arti e delle scienza francesi. Si tratta della traduzione architettonica dell’enciclopedia di Diderot e d’Alembert, che vengono seppelliti nella cripta originariamente destinata alla sepoltura dei monaci della chiesa.

In questa chiesa Soufflot inserisce un plinto circolare alla base di una colonna Dorica, soluzione che aveva visto a Paestum nel 1750, questo gesto ha una duplice importanza perché oltre a rielaborare un ordine architettonico con una soluzione innovativa rispetto alla tradizione, lo fa all’interno di un cantiere reale, quasi a voler sottolineare l’importanza di ciò che lui stava per fare ed indicare l’inizio di una rivoluzione mentale.

Saint-Geneviève è una sorta di laboratorio per la nuova architettura, anche se sarà un fallimento dal punto di vista statico perché lo svuotamento delle strutture non permetterà di sostenere il peso. Alla morte di Soufflot il progetto passa alle mani di Rondelet, un professore di stereometria che...

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tex_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Guidarelli Gianmario.
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