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Appunti di Storia del Teatro Antico riguardati lo sviluppo spettacolare e non solo di Pomepi. Per arrivare fino all'età augustea e all'imperatore performer Nerone Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia del teatro antico sulla storia dello spettacolo, della città e immagini di Pompei. Forme spettacolari durante l'impero romano e un analisi su Nerone auriga, citaredo, attore di tragedia e evergeta, Università degli Studi di Firenze - Unifi. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia del teatro antico docente Prof. S. Mazzoni

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per l’evergeta era un sacrifico, ma lo faceva volentieri, in quanto, li permetteva di accrescere di

dignità.

Sofia: Piaceri ed eccessi (Cap IX): i rapporti interpersonali della classe dirigente romana che

erano basati su un sentimento di familiarità, in quanto, un uomo ben educato doveva trattare i suoi

simili come pari. Questo perché si riteneva prerogativa dei barbari e degli schiavi quella di

intimorire di fronte al padrone. Il sovrano doveva avere nei confronti degli stati più elevati della

società un tono liberale. Le relazioni erano molto più importanti rispetto alle decisioni politiche.

Succedeva che un imperatore era più facile che fosse deposto più per motivi relazionali che per le

sue decisioni politiche; questo perché la vita privata e pubblica non erano ben disgiunte. In realtà

questo apparente rapporto di amicizia diventava spesso un rapporto clientelare.

L’urbanesimo: un romano si sentiva tale solo all’interno della città, quest’ultima infatti garantiva

uno stile di vita che la campagna non poteva assicurare. Altro elemento fondamentale erano le

mura che avevano la funzione di protezione del cittadino e, inoltre all’interno di queste ci si sentiva

come in una casa collettiva. All’interno della città sorgevano i luoghi del piacere e della socialità

romana cioè i bagni e i teatri e le arene; erano dei piaceri a cui tutti i cittadini potevano partecipare

e non solo la classe dirigente (vecchi, donne, schivai, bambini, liberti). I bagni non erano solo

motivo di pulizia, ma era un piacere ben complesso. In principio erano luoghi molto semplici

composti da tre tipi di bagni (tepidario, calidario e frigidario). Nel tempo questi bagni si

evolveranno e gli si applicheranno dei metodi di riscaldamento complessi dove sia le parte che la

pavimentazione erano riscaldate (terme di Caracalla); diventando luoghi di ristoro nella stagione

invernale. Inoltre ci saranno mosaici, decorazioni pittoriche e statue da rendere l’atmosfera magica.

Le terme non erano solo un luogo per pulirsi, ma erano luogo della collettività e della socialità; le

terme al pari degli spettacoli sono piaceri urbani pubblici. Le terme sono inserite in una

concezione di piacere complesso. Nella città vi erano anche teatri e arene e anche qui vi

prendevano parte tutte le classi sociali, qui si svolgevano due tipi di spettacoli nei teatri abbiamo le

rappresentazioni teatrali, commedie, tragedie e pantomime. Nell’arena si svolgevano le lotte

gladiatore, le naumachie, gare atletiche e corse degli aurighi. Queste tipologie di spettacoli erano

sottoposti a censura o critica i primi perché ritenuti fonte di mollezza, mentre i secondi erano

ritenuti futili; critiche soprattutto mosse dalla classe intellettuale (anche se questi erano i primi a

partecipare agli spettacoli, quindi in totale incoerenza). Gli spettacoli erano fra i più importanti

affari della città perché non si contrapponevano a un’ideale di vita laboriosa, era perciò un aspetto

fondamentale che si compenetrava all’interno delle altre sfere della vita. Gli spettacoli pubblici

erano perciò un piacere condiviso, inoltre, dobbiamo notare anche l’assenza di contrapposizione fra

labor e otium. Inoltre dobbiamo eliminare dalla nostra concezione che i gladiatori non erano una

sorta di sadici, ma al contrario nell’impero romano non vi era assolutamente questa concezione.

Negli spettacoli romani, infatti, non ci si concentrava sulla morte, ma bensì sulla decisione se

salvare o meno il gladiatore. Inoltre era biasimato chi godeva soffrire il vinto, in quanto, si riteneva

che non assistesse allo spettacolo con oggettività. Siamo in presenza di spettacoli che noi

percepiamo come crudele, ma che era vista come un’esibizione di valore e di coraggio, vi è un

diverso sentimento della morte. Sia le terme che i teatri erano strutture e a pagamento.

Altro momento tipico della socialità romana era il banchetto che aveva come sempre dei risvolti

nella vita pubblica. Per la classe dirigente costituiva in un momento di esibizione di ciò che il

privato aveva e ne faceva mostra. Era un momento di relax dove il privato si rilassava circondato

dalle personalità che più gli gradiva. I banchetti avevano una disposizione precisa dei letti intorno al

tavolo delle vivande, rispecchiando l’importanza degli ospiti. Il banchetto era diviso in due parti,

una parte dove si mangiava e un’altra parte dove si beveva. Visto che il banchetto era considerato

un momento di estrema levatura ci si aspettava di assistere a delle storie biografiche, canti o danze.

Il banchetto, quindi costituisce una vera e propria manifestazione sociale per la classe dirigente. Per

quanto concerne il volgo abbiamo due luoghi dove si banchettava ovvero le taverne (numero

elevato a Pompei) e le confraternite che erano libere associazioni private a cui accedevano solo gli

uomini o liberi o schiavi. Si pagava un diritto di ingresso tramite cui ci assicurava il banchetto e

anche i funerali e queste era una delle poche maniere per uno schiavo di assicurarsi una sepoltura in

modo da non finire in una fossa comune. Queste associazioni erano organizzate sul modello della

città, quindi, avevano un consiglio, si votavano i decreti ed erano oggetto di partiche evergetiche.

Non erano, inoltre, ben viste dal potere perché venivano molti uomini e non avevano scopi ben

definiti, quindi, potevano diventare dei facili centri di potere difficili da gestire. La pratica della

riunione provocava tanto piacere tanto che, nascono dei collegi all’interno delle stesse famiglie

dove gli schiavi, liberti e mezzadri si riunivano e si tassavano sia per assicurarsi una sepoltura, sia

per dimostrare un attaccamento alla famiglia per cui lavoravano. La pratica del banchetto aveva

bisogno di una legittimazione e veniva in aiuto la credenza di Bacco, che era una divinità che

celebrava la convivialità e la socievolezza. Il popolo credeva in questa divinità, ma non la adorava a

differenza degli altri dei, in quanto, vista come divinità non affidabile rispetto alle altre, tuttavia la

leggenda bacchica, è presente in tutta l’iconografia romana, non solo in mosaici e pareti, ma anche

negli oggetti della vita quotidiana (vasellame) come anche nelle tombe. Questo perché suscitava

piacere e non aveva assolutamente un senso religioso, ma offriva al piacere e alla socievolezza una

garanzia sovrannaturale. La pratica del banchetto era anche presenza in riti religiosi, in quanto, il

paganesimo era una religione di feste, il culto che si basava su vittimi sacrificali era sempre seguito

da un festino in onore delle vittima sacrificata. Questo perché la festa compiaceva anche gli dei

visto che essi stessi erano i primi che ne traevano piacere, quindi, il sacrificio e la festa religiosa

assolveva a un doppio piacere perché era anche adempimento di un piacere. Ai sacrifici si

invitavano gli amici ad assistere, quindi probabilmente era diventata più una pratica che aveva la

scusa di consumare un buon pasto, piuttosto che una pratica religiosa. La classe dirigente

sacrificava vittime molto costose rispetto al ceto meno abbiente. Un'altra partica di sacrificio era

l’invitare gli dei a cenare a tavola con la famiglia, deponendo le statuette delle divinità in

corrispondenza dei piatti, successivamente riempiti e in seguito venivano dati questi piatti agli

schiavi, in modo che anche quest’ultimi potessero avere un momento di feste. Un altro momento di

festa erano le feste contadine stagionali dove i mezzadri, schiavi e liberti portavano doni al

proprietario terriero e in compenso li riservava la decima parte del raccolto che era poi consumata in

compagnia.

La concezione dell’amore a Roma: vi erano dei divieti ben precisi come non si potevano rapporti

prima del calare del sole, con la candela accesa all’interno della stanza e la donna non doveva essere

completamento svestita. Non si poteva avere rapporti con la sorella, con delle vergine di buona

famiglia, delle donne già sposate, degli adolescenti nati liberi e con le vestali. La donna era a pieno

servizio del piacere dell’amato, tanto che la donna era colei che faceva tutto all’interno del rapporto

sessuale; quindi era una società maschilista. L’uomo doveva avere sempre una parte attiva

all’interno del rapporto indipendentemente dal sesso del partner. La pederastia era molto diffusa e si

riteneva che tutti potessero avere piacere dal partner dello stesso sesso, l’avere dei rapporti con lo

stesso sesso provocava un piacere molto tranquillo, mentre avere dei rapporti con una donna faceva

l’uomo schiavo della passione d’amore. Questa concezione dell’età romana è assolutamente

differenza dall’amore in età cortese.

Sedativi dell’anima (Cap X): la religione e la filosofia a differenza della concezione dell’attuale,

aveva lo scopo di sottrare l’individuo dalle inquietudine dell’esistenza. La religione non si

occupava della salvezza dell’anima, infatti, l’aldilà era un luogo di riposo e non suscitava ne

sentimenti di angoscia o di preoccupazione, la morte era vista come il nulla o un sonno eterno,

nessuna dottrina a Roma insegnava che dopo la morte vi era qualcosa altro all’infuori del cadavere,

infatti la tomba era vista come una dimorai di riposo dopo un lungo viaggio. I riti funebri avevano

solo la funzione consolatrice. Gli dei pagani (esseri ragionevoli e immortali), vivono una propria

vita, e non sono solo un qualcosa di metafisico, ma sono concepiti come una vera e propria razza

che popola il mondo al pari degli uomini (esseri ragionevoli e mortali) e degli animali (essere

irragionevoli e mortali). Gli dei erano entità volubili e capricciosi che si ponevano al di sopra degli

uomini e degli animali. Gli uomini pertanto dovevano mostrare rispetto e riguardo, quindi per

dimostrare ciò dovevano salutare le immagini degli dei e frequentare molto il tempio. Le relazioni

fra gli dei (che non era visto come un padre) erano non servili, ma vi erano delle relazioni nobili e

libere di tipo clientelare; la pietas romana si basa non sulla fede, ma bensì nella moltiplicazione

delle pratiche nei confronti delle divinità in quanto il dio era visto come un protettore cioè come

qualcuno a cui si potevano fare doni e preghiere per avere una protezione in cambio. Un uomo

empio era colui che non pregava e non frequentava il tempio, mentre un uomo pio era colui che

pregava e faceva molti doni, in funzione quindi, delle relazioni i scambio che simboleggiavano

un’amicizia fra partener di diverso livello che però erano in relazione per reciproci interessi. Con il

plurale “gli dei” non si intendeva solo la somma delle divinità, in quanto gli dei avevano una

funzione e una virtù che ogni singolo dio non aveva, si diceva infatti che gli dei governassero gli

avvenimenti e avessero creato il mondo in funzione dell’uomo; si arriva così a un concetto di

provvidenza. Provvidenza non però in una concezione cristiana e quindi venerata, ma

semplicemente ci si rifaceva alla sua volontà. Un romano colto potesse credere nelle divinità? Un

romano che avesse studiato non poteva credere alle diverse divinità, ma non poteva prescindere

dalla concezione di religione pagana. La religione pagana era di tipo tollerante, dove ognuno

preferiva una divinità rispetto alle altre, ma non era una decisione di tipo discriminatorio. Nel I d.c.

il paganesimo si interiorizzerà e si crea un rapporto di sudditanza con le divinità o con le singole

divinità. Le divinità diventano perciò provvidenziali e vengono venerate, non sono più dei

capricciosi e venali, ma sono giusti e buoni. Cambiano pertanto i rapporti fra uomini e dei. Gli

dei quini cominciano a dare dei veri e propri ordini all’uomo, fatto che primo non avveniva

assolutamente.

La filosofia alla base vi era sempre a felicità. La filosofia prevedeva un metodo per essere felici. I

luoghi di divulgazioni di questi metodi erano le sette che non erano delle scuole, ma ci si cercava di

raggiungere un metodo per arrivare alla tranquillità. Le due sette più importanti sono quella

Epicurea e Stoica. Queste proponevano in modo diverso un metodo per vivere senza temere

uomini, dei e sorte. (Suicido: Contava solo il tempo vissuto e non la sua lunghezza) Lo stoicismo si

basava su dei metodi che vedeva il liberarsi delle passioni della vita terrena, metteva in atto la

pratica dell’apatia. L’epicureismo si basava sulla sensazione che serviva per capire ciò che era

bene e giusto. Le dottrine filosofiche non limiteranno solo alla vita della setta ma si estenderà anche

verso l cultura e le persone colte.

Prof: Le due figure di evergeta sono una quella del funzionario pubblico e chiunque acceda alla

dignità sociale doveva pagare. Il secondo tipo di evergeta era il ricco notaio senza carica pubblica

che deve donare. L’evergeta dona e costruisce edifici o spettacoli, pagando di tasca propria.

Spettacoli di gladiatori, banchetti pubblici e feste; una sorte di mecenatismo. Un mecenatismo

rivolto al beneficio della città e ai suoi pubblici piaceri e quindi capiamo allora che l’anfiteatro

sono il marchio dell’evergeta. L’evergeta abbina pertanto il privato a un obbligo pubblico. Le città

quindi si abituano a quel lusso pubblico che è percepito come un diritto. La città appartiene a notari

nobili perché da essi pagata e questi in cambio chiedono tasse e imposte esose. Le tasse vengono

fatte ricadere di norma sui contadini. Siamo in presenza di un’oligarchia cha si fonda sull’evergesia.

Abbiamo anche però, accanto a questo, l’ostentazione della propria ricchezza.

Lezione IX 25-03-2015

Siamo nella fase imperiale di Pompei. Arriviamo alla Pompei pervasa dall’ideologia augustea.

L’inizio di tale ideologia si fissa a partire dal 20 a.c., ovvero, una cinquantina di anni dopo

l’edificazione dell’anfiteatro. Quest’ultimo ridisegnava unificandola l’identità civile che

comprendeva sia la popolazione sannitica che quella romana dei coloni. Gli anni del principato di

Augusto vanno dal 27 a.c. al 14 d.c., questo principe fu il primo imperatore di Roma. Arriva

molto giovane al potere visto che era nato nel 63 a.c.. Augusto, due anni dopo la morte di Giulio

Cesare (padre adottivo - 44 a.c.), aveva divinizzato il padre nel 42. Divenendo, di conseguenza, il

divis filio. Augusto che, nel corso del tempo, persegue e realizza un progetto politico

ambiziosissimo che si fonda su un’inedita concentrazione di potere, un potere che fu un potere

supremo e universale. Quando decolla questo progetto augusteo attuato anche con la sua seconda

moglie Livia? Nel 31 a.c., questa data perché con la vittoriosa battaglia navale di Azio, ovvero la

battaglia di Ottaviano che sconfigge Antonio e Cleopatra e si conclude un periodo terribile di Roma

cioè quello delle, guerre civili. Inizia così una nuova età di pacificazione denominata dagli storici

pax augusta. Una pace derivata da un complesso equilibrio che, miscelava dal punto di vista

politico un astuto e sapiente rispetto per le antiche istituzioni repubblicane che, in realtà,

venivano svuotate dall’interno. A questo svuotamento Augusto pone al centro la romana virtù cioè

la virtus alla base di un nuovo mondo e una nuova civiltà e anche il rinnovamento religioso cioè

virtus e pietas. Inoltre abbiamo anche il concetto di pubblica magnificenza cioè, nella pratica,

significa sontuose iniziative edilizie e di pubblica utilità, ma anche ludi magnifici, magnifiche feste

di regime; quel progetto che porta Augusto al rinnovamento di Roma. Un progetto, quindi, di ampio

respiro politico e urbanistico cui si abbina una capacità di vedere lontana e con un’emulazione della

cultura ellenica che si vuole superare. Anche la sfera dello spettacolo riveste un ruolo non

secondario, pensiamo, al fiorire dei grandi teatri di pietra in epoca augustea in tutta Italia che sono

simbolo di un nuovo potere, di romanizzazione e una nuova concezione politica che prevedeva

l’uso di questi spazi come veicolo dell’ideologia politica. Questo progetto si fonda, su un’abile

costruzione del consenso cui si abbina un’idea forte e universalizzante; cioè l’idea di Impero.

Impero che viene declinato in età augustea tramite immagini, quindi, attraverso un linguaggio

visivo. (Zancher: Augusto e il potere delle immagini). Un progetto dunque, di renovatio

(rinnovamento) di una civiltà, di un modo di essere, di pensare e di configurare la città e le

architetture, pensiamo ai templi in marmo che a Roma vengono dedicati in età augustea alle

divinità tutelari di Augusto cioè Venere, Apollo e Marte. Anche a Pompei, Apollo e Venere

conobbero nuova vita sotto la Gens Iulius; Venere (prima pompeiano e poi sillana) viene

metamorfata, in età augustea, nella progenitrice di un uomo discendete dalla stirpe di Enea (eroe

troino figlio di Afrodite). Apollo, già protettore di Silla in battaglia, in età augustea diventa una

sorte di doppio del suo prediletto protetto, vediamo quindi Augusto raffigurato come Apollo. In

onore di Apollo si organizzano, anche a Pompei, i ludi apollinares che si celebravano nel mese di

luglio (Iulius). A Pompei, come in tutte le città dell’impero, le famiglie più importanti si

identificano con il programma culturale di Augusto e con la mitologia del principe, quindi,

nascono meccanismi spontanei di consenso. Diventa un processo alto-mimetico che produceva

risultati fruttuosi. Un processo che è capillarmente diffuso e fondato su un capillare decentramento

del consenso dove si diffonde organizzandolo il consenso nei confronti di Augusto. Vettore, di

questa diffusione, sono le famiglie aristocratiche dell’Impero, famiglie che trasmisero ai sui

concittadini i segni di un nuovo tempo e era. Imitando e facendo imitare il modello del principe

(princeps). Nasce così un mito di una nuova era di pace e di prosperità economica. Nasce sul

piano storico, un nuovo regime. Dal 27 a.c. inizia l’ambiguo principato di Augusto che, distrugge

l’antica repubblica mantenendola in vita in modo apparente. È in questo quadro che si dispiega il

nuovo volto urbano acquisito in età augustea. Volto urbano che è lo specchio rivelatore della nuova

cultura e fra tutti gli edifici imperiali notiamo la casa della pubblica sacerdotessa Eumachia (8).

Quell’edificio è una tangibile manifestazione di pubblica magnificenza. Ricordiamo anche i

monumenti eretti nel foro di Pompei dove si pensa che ci fossero una quadriga raffigurante Augusto

(pater patrie) nonché anche gli archi onorari presenti nel foro di Pompei sul modello del foro

romano. Siamo in presenza di una fitta segnaletica urbana che terminava nella celebrazione del

culto imperiale.

Per quanto riguarda le forme dello spettacolo: a Pompei, in età augustea, le molteplice forme di

spettacolo sono attestate da un’iscrizione sepolcrale. Questa iscrizione è dettata da un filo

imperiale e finanziatore di ludi che fa scrivere a eterna memoria, di ciò che aveva fatto in vita. Era

Aulo Clodio Flacco, un potente magistrato e di famiglia di possidenti di vigna che fu eletto per 3

volte fra i magistrati supremi della città. Doc 1: non è un caso che, questo potente magistrato,

elargisca per due volte di seguito ludi in nome di Augusto, in definitiva quale occasione migliore

di evergesia dei ludi di Augusto? Non stupisce allora che i ludi, non abbia luogo nell’anfiteatro, ma

nel foro che è limitrofo al santuario apollineo, quindi, drammaturgie celebrative nel cuore di

Pompei e nel solco di una tradizione italica. Quindi quelle drammaturgie in grande stile sono

all’insegna slpendente di Apollo e di Ottaviano.

Se guardiamo a Roma vediamo i nessi fra il culto di Apollo e il teatro di Marcello (voluto da

Giulio Cesare e costruito da Augusto dedicato al genero) che è un segno forte della dinastia Iulia e

sottolineiamo l’importanza delle metafora: Augusto come Apollo. Inoltre sottolineiamo instaurarsi

del culto dinastico di Apollo aziaco quel colto instaurato da Ottaviano dopo la conquista di Azzio.

Antonio, il suo rivale, si propone come nuovo Dionisio. Antonio nel 21 a.c. era entrato a Efeso

preceduto da donne vestite da baccanti e da fanciulli abbigliati da satiri. Questo significa oriente

versus occidente (Apollo vs Dionisio). I ludi apollinerai acquistano, quindi, nuovi significati e

avviene con il diffondersi del culto imperiale. Prendiamo atto che l’evergeta Flocco, veicolatore

dell’ideologia augustea, per entrare nel cuore dei suoi cittadini e portarli veros l’ideologia augustea

organizza il ludi proprio nel foro. (Doc. 1 per rimandare ai giochi). La novità del secondo duovirato

quello della presenza dei gladiatori e dell’uso dell’anfiteatro. Una novità è quella di abbinare la

venatio (caccie) allo spettacolo dei gladiatori che sono offerti in simultanea (abbinamento che al di

fuori di Roma era del tutto inedito), questo miscelava tradizioni locali (caccie dei cinghiali) e

tradizioni romane il tutto d’innanzi al pubblico d’élite, ma anche allo sguardo popolare. A partire

dall’età di Augusto le venationes divennero parte integrante dei giochi gladiatori. A Pompei non

sono documentate caccie di esotice e dispendiose fiere (al contrario di Roma), non abbiamo tigri,

leopardi, pantere o leoni, ma erano animali della modesta fauna locale.

Tra i pantomimi che si esibiscono notiamo il nome di Pilade. Nella firma dell’anonimato artistico

notiamo spiccare una personalità, quest’ultimo era il più famoso pantomimo dell’età Augusteo.

Pilade di Cilicia che fu liberto del sommo Augusto. Intorno al 20 a.c., Pilade danzava al ritmo dello

scabillum nel foro civile di Pompei danzava con i suoi costumi preziosi e con le sue piccole

machere con labbra chiuse (tipiche del pantomimo). Lo scabillium era uno strumento per battere il

tempo. In un mosaico vediamo una danzatrice con le crotali (sorta di nacchere) e le tibie pares

(strumenti a doppia ancia). Lo scabillium era un sorta di sandalo con la suola spessa di legno e

fissato con dei lacci al piede destro, era munito anche di due piastre metalliche in grado d battere fra

loro. Pilade dà vita allo spettacolo all’insegna del principe. La pantomima scenica (novità nella

scena romana) prevedeva canti del coro, il coro che fungeva a mo’ di didascalia del danzatore

attore. La pantomima è un’esibizione di un mimo cantatore solista, silenzioso. Il pantomimo è un

esecutore silenzioso che si esprime solo con gesti e accompagnato da canti del coro e da musiche

fragorose. Questi spettacoli era innovazioni che provenivano dall’oriente dallo stesso Pilade e da

Batillo di Alessandria (22-23 a.c). Batigllo di Alessandria era il protetto di un mecenate che,

secondo Tacito, era effuso in amorem Batillo. Pilade e Batillo rivaleggiarono nella scena di Roma,

avvolti in aura di vero e proprio divismo, portando alla divisione del pubblico in due fazioni. Lo

scabillium non solo scandiva il tempo per il danzatore/attore, ma ritmava la melodie del coro e le

modulazioni di uno strumento a fiato (cilecem). Se Battillio preferiva il registro comico, Pilade

preferiva danzare la tragedia (tragediam saltarem), definita come una danza multiforme e

maestosa, si parla di una danza tragica e patetica capace di rappresentare molti personaggi. L’attore

danzatore si esprime attraverso la danza. Siamo in presenza di un susseguirsi di parti e di azioni

indossando maschere e costumi diversi e dando vita a una serie di ritmi, movimenti, passi, gesti,

atteggiamenti, figure, azioni, ecc.; azioni capaci di suscitare emozioni. Emozioni della

pantomimica tragica, già tipiche della tragedie, ma veicolate veicolate dalla tecnica pantomimica.

Questi personaggi tragici (es:i grandi eroi delle tragedia) erano resi celebri dall’arte della

chironomia cioè l’arte della mimica. Seneca all’amico Lucilio della pantomima scrive che le mani

hanno la capacità di esprimere tutte le sfumature di una data emozione. Altre fonti parlano di

pantomimi sapienti nelle mani. Libanio di Antiochia parla: Doc. 2: siamo in presenza di una tecnica

performativa rigorosa. Uno spettacolo non più agito a Pompei, ma a Roma (prima del 18 a.c) uno

spettacolo descritto da Macrobio nei Saturnalia (enciclopedista del mondo antico) (decritto nei

Saturnalia). Avviene una gara fra il maestro Pilade e il suo allievo Ila (Doc. 3). Siamo in presenza di

un pensare didascalico eloquente e di assolo sorprendente. Pilade era indispettito dai movimenti

eccessivi dell’allievo. E quel rimprovero che Pilade fa non “alto”, ma è tronfio. Pilade propone

una dimensione di una grandezza tronfia non appropriata, ma non alta. Seneca, in una sua epistola

critica un attore che interpreta Agamennone. E critica che sulla scena eccede per l’ansia e tenendo la

testa troppo indietro; è probabile che Ila sia incorso in un erre simile ovvero in una esibizione

esagerata. Pilade veicolò la pantomima al pubblico di Roma. Libanio di Antiochia (IV d.c.) scrive

un’orazione in difesa della pantomima e dei pantomimi. Quest’ultimo ritine, infatti, che la

pantomima istruisce le masse (pensiamo a Agamennone che viene spiegato alle masse). La

pantomima è una sorta di scienza mimetica ed è la danza che sa esprimere i pensieri. Questa arte

performativa della danza si basa su un’alleanza strategica fra il corpo e la mente; questa

affascinava il pubblico e dava vita a un evento che non solo dilettava, ma che di fatto educa e

infonde armonia nell’animo. La critica del pantomimo deriva dall’anacronismo, guardiamo con la

divisione balletto-prosa. Si guarda agli spettacoli con la presunta egemonia del teatro della parola.

Non capiamo, quindi, l’autonomia artistica del teatro danza della prima età imperiale e non capendo

anche i mutati orizzonti del pubblico. Pubblico che era attratto dalle tecniche e pratiche dagli attori

danzatori che erano in bilico fra musica, canto e danza; abbiamo la fascinazione del repertorio. La

rifondazione augustea del mondo fu anche una fondazione del microcosmo dello spettacolo. La

rifondazione augustea muta il significato simbolico e assetto architettonico del teatro; divengono

veicoli di creazione di consenso. All’epigrafe di Aulio vediamo la “compagnia di primo ordine”.

Non sappiamo dei ludi scenici recitati da questa compagnia (2-3 a.c.) a spese di Flacco e Marco

Onconio Rufo (da qui non ci sono più i gladiatori). Il repertorio scenico di Pompei sappiamo dei

ludi gladiatori, grazie agli annunci scritti. Non disponiamo, invece dei programmi dei giochi scenici

pubblicizzati dagli araldi (praecones). Altro pantomimo è Paris, che a Pompei ebbe grande

successo tanto che vi era un club di suoi ammiratori i pariani dell’osteria di Porpurio (regione 9).

Altro pantomimo è Actios Anicetus, il quale con la sua compagnia ha i suoi fans, troviamo delle

iscrizioni degli aziani anicelliani. Questo porta, quindi, alla centralità dell’attore performer nel

teatro latino. Uno studioso, Marcello Gigante, pensa che nel teatro di Pompei che siano

rappresentate anche opere di Seneca, un grande uomo di teatro.

Lezione X 30-03-3015 Seminario 3

Ultimo esponente della dinastia dei Giulio Claudi cioè Nerone ancora oggi in sospeso tra storia e

leggenda.

Nerone-Vita e leggenda-Mirko: l’autore parte dalla critica delle fonti e parte dall’assunto che la

storia è fatta da vincitori, in particolare i romani si sono descritti con un istinto auto-giustificatorio

in modo che il mondo si fosse regolato da loro. È il senato che guida Roma alla conquista della

supremazia almeno fino a Augusto. È dopo Augusto che il senato perde potere, e quindi è da questo

momento in poi, che la storia comincia a essere fatta dai vinti ovvero alterno al potere imperiale.

Warmington afferma che tutte le fonti che abbiamo sono romano centriche, cioè la città di Roma è

descritta in maniera più accurata rispetto al resto dell’impero (province) risulta più trascurata. Le

fonti del libro partono 50 anni dopo la morte di Nerone, quindi è facile cadere nella leggenda

riguardo alla figura di Nerone. Partiamo ora dalle fonti storiche. La fonte principale è Tacito

(Annales) ed è anche alla base di tutte le trattazioni moderne. Molto spesso le fonti antiche non

indicano le proprie fonti, quindi abbiamo solo ipotesi. Le fonti di Tacito sono Plinio il Vecchio,

Cluvio Rufo, Fabio Rustico (sono tre fonti perdute che davano una realtà più viva di Nerone, che

noi possiamo ricostruire solo con Tacito). Di Plinio ci interessa il suo metodo che è di tipo

cronistico annotando tutti i fatti e le curiosità che lo colpiscono in maniera indistinta. Cluvio Rufo

sappiamo solo che tenne il consolato prima dell’età di Nerone e frequentò la sua corte, sotto

Vespasiano ritenne prudente criticare l’operato di Nerone; risulta un punto di visto interno di

Nerone. Fabio Rustico era un allievo di Seneca e conosceva anche Tacito, Fabio cercava di

presentare Seneca sotto una luce positiva probabilmente dava un impressione alterata. Abbiamo poi

le altre fonti ufficiali della storia di Roma le memorie di Agrippa e generali, Commentarii Senatus,

Acta diurna populi romani (gazzetta ufficiale del tempo), opuscoli in commemorazione vittime di

Nerone. Poi abbiamo Svetonio per la sua opera La vita dei Cesari, lui ci da tante informazioni sugli

imperatori concentrandocisi sulla persona dell’imperatore. Svetonio presenta come fatti certi ciò che

Tacito pone come dicerie. Dione Cassio in Storia di Roma, descrive in maniera precisa le follie di

Nerone il tutto in un aspetto romanzesco per impressionare il lettore.

Passiamo ora alle fonti letterarie mettendo in evidenza Seneca con il De Clementia, Petronio il

Satyricon, Marziale con gli Epigrammi, Flavio Giuseppe (storico militare e ebreo liberto che

combatte con Vespasiano) Bellum Iudaicum, Atti degli apostoli e le epistole di San Paolo (qui si

descrive aspetti giuridici dell’impero). Queste ci aiutano a capire la vita sociale e intellettuale del

tempo anche se vanno prese con le pinze per il tono satirico e moralistico di molte di esse,

Ascesa di Nerone al principato: la dinastia Giulio Claudia. A livello costituzionale l’imperatore

non è definito un re, ma un princeps (primo cittadino) cioè è investito dal senato e dal popolo dei

poteri che esercita e che decadevano alla morte. Augusto cerca di garantire la successione per paura

che l’impero piombi ancora in anarchia. Dal punto di vista pubblico l’ereditarietà del potere era

fuori discussione sia per il popolo sia per la classe senatoria. Dal punto di vista interno alla famiglia

è che non ci sono norme all’interno del diritto romano (come la primo genitura). Il patrimonio

paterno quindi è diviso fra i figli maschi e tutti sono potenzialmente destinatari del potere. Il potere

delle donne nelle successioni imperiali sarà fondamentale. Augusto, in particolare è costretto a

affidare il suo potere al figlio di sua sorella, poi al marito di sua figlia e dopo al figliastro. Sarà,

infatti, uno dei crucci di Augusto il problema della successione al potere, al potere vi andrà il poco

amato Tiberio (figlio di primo letto della prima moglie Lidia). La successione al potere, quindi,

avverrà sempre attraverso non la politica ma co intricate strategie familiari in cui le donne hanno un

potere immenso. Per disegnare un erede quindi si conferivano in titoli onorifici e consolato, in

modo che alla sua nomina l’erede fosse inattaccabile. In particolare Nerone è appartenente alla

famiglia Giulio Claudia sia da parte materna che paterna; l’ascesa di Nerone è dovuto al ruolo della

madre Agrippina (donna estremamente ingombrante). Nasce nel 37, il suo nome è Lucio Domizio.

La prima comparsa in pubblico la fa a 9 anni insieme a Britannico che è il figlio legittimo

dell’imperatore Claudio (il quarto imperatore dopo Augusto, a questo era succeduto il poco amato

Tiberio, il dato per folle Caligola e poi Claudio ritenuto il cretino di famiglia e dopo di lui Nerone;

con loro si chiude la prima dinastia dei Cesari quindi l’imperatori nobili). All’arrivo di Nerone il

popolo è felicissimo perché il padre era estremamente amato. Dopo Nerone viene adottato da

Augusto grazie come sempre all’influenza di Agrippina e divien così Nerone Claudio Cesare Druso

Germanico. A 14 anni indossa la toga virilis che è il simbolo della maggiore età e entra nella vita

pubblica e il senato a 20 anni decide che sarà console e intanto esercita il potere di proconsolato e

gli viene affidato il titolo di princeps iuventutis (appare anche nelle monete). Nel 53 si sposa con

Ottavia e dal 51 comincia a fare discorsi al Senato scritti tutti da Seneca (suo precettore). La fazione

che appoggiava Britannico si fa sentire e, quindi, Agrippina fa fuori tutti i personaggi scomodi

compresa la madre di Britannico cioè Messalina e poi sposa direttamente l’imperatore Claudio

anche se muore (54). Alla morte di Claudio i figli vengono trattenuti a palazzo compreso Nerone

(con a fianco Murlo altro suo precettore) alcuni pretoriani li chiedono di vedere Britannico, ma lui li

promette subito 15.000 sestersi se lo avessero appoggiato. Quindi acclamato dai pretoriani si reca

subito dalla curia che erano dovuti all’imperatore. In tutto questo il testamento do Claudio è perso.

Seneca i principi di governo: si spiega il funzionamento del potere imperiale. Da Augusto in poi lo

stato è rimasto tale. Augusto gestiva rapporti con il senato mantenendo la cosiddetta la menzogna

del principato cioè che la repubblica non è stata affossata, mantenere in vita le istituzioni

repubblicane solo in maniera formale, ma di fatto affossandole. Claudio, ancor più che Tiberio e

ebbe gravi problemi con il senato, perché arrivarono uomini nuovi che portavano rancore per il

potere imperiale e accrebbe coì il potere dei liberti. Il senato in tutto ciò sperava che Nerone

cambiasse di segno e per i primi anni di governo sembra il tutto andare in questa direzione. Nerone

aveva avuto precettori greci, come era usanza fino all’arrivo di Seneca che gli dedica il De

Clementia (impostazione di governo di tipo stoico-ellenistico). Seneca per lui è come se si ponesse

come una guida. Nerone si presenta come una personalità vivace e artistica dedica alla musica

all’intaglio. Il suo governo va dal 54 al 68 e i primi anni sono di relativi di buon governo grazie

anche ai due consiglieri, a detta di Dione. Per Tacito, invece, è assorbito alle questioni artistiche e

amorose. Seneca viene esiliato poi in Corsica da Messalina poi riabilito da Agrippina ed è trattato

bene da Tacito. Tuttavia il Consilio dell’imperatore era privato quindi non sappiamo con esattezza

come lavorava Seneca. Un discorso che tiene Nerone per il funerale di Claudio si pone in accordo

con le posizioni di augusto rinnegando quelle di Claudio, riaffermando il potere del senato. Nel De

Clementia danno importanza una benevolenza del governare.

La corte di Nerone: notiamo l’influenza materna di Agrippina alla fine questa influenza sarà così

pressante che si arriverà al matricino. Nerone avrebbe divorziato da Ottavia e sposarsi Poppea,

questo costituirebbe un problema. Il problema si risolve con l’esecuzione d Ottavia. Lo stesso caso

accade a Britannico e anche lui viene fatto fuori. In seguito alla morte della madre, nerone si

abbandona alla sua amata attività di performer. Nel 62 abbiamo la morte di Agrippina, il ritiro di

Seneca e la morte di Murlo, quindi è un momento di svolta per il potere di Nerone che si trova

senza consigliere e madre.

Governo delle province: Nerone si approcciava alla province non con l’apertura di Claudio, ma la

riserva solo a poche province.

Finanze imperiali: Nerone vorrebbe abolire tutte le tasse indirette. Tenta di cambiare il materiale

delle monete.

Benedetta: Nerone si dilettava negli spettacoli e questo processo culmina nel filo ellenismo,

quindi con il legame con la cultura greca (che era da una parte malvista dai romani) e questo

percorso culminerà con il viaggio in Grecia e, quindi, con un allontanamento dalle questioni

politiche e non dell’impero; il tutto non approvato dal senato visto il suo dilettarsi in queste attività.

A Roma vi era un atteggiamento un po’ ambivalente nei confronti della Grecia, che Augusto aveva

incarnato. Augusto battendosi con Cleopatra e Antonio e vincendoli aveva dimostrato la superiorità

di Roma sul mondo Greco, ma dall’altro lato riconosceva la valenza culturale greca. Augusto,

inoltre, si era interessato al culto di Apollo.

Importanti sono le esibizioni a teatro di Nerone come il matricidio e ruoli che portavano alla

mitologizzazione della suo atto. Nerone suonava la cetra e amava partecipare alle corse delle bighe.

Amava cantare anche se non era fra le sue abilità, ma si impegnava tramite erbe officinali e esercizi

a migliorarsi in questa pratica. La sua passione era così forte da invidiare la vita dell’attore

professionista infatti avrebbe voluto cimentarsi in questa carriera; questo naturalmente causava un

odio della classe senatoria. Il suo intento era rendere ellenistici i giochi che si svolgevano a Roma,

anche se le sue esibizioni manterranno un carattere semi-privato fino alla morte di Agrippina dopo

di che si comincia a cimentarsi di fronte al grande pubblico. Nerone istituisce i giochi della

gioventù cioè gli Iu venalia (esibizioni atipiche per Roma, musicali, agite nei giardini privati di

Nerone). Crea una formazione di giovani estrapolati dalle classi più alte cioè gli Augustiani (che

erano una sorta di moderna clake per le esibizioni di Nerone). Nel 60 istituisce anche un certamen

quinquennale (neronia) erano competizioni musicali comprendenti esibizioni di retorica e di poesia

che comprendevano anche concorsi atletici e ippici (anche se non avranno successo a Roma, in

quanto l’agonismo alla Greca non era molto amato). peiodonikes (vincitore di tutte le gare),Neorne

infatti era nominato in anticipo vincitore di tutte le gare. Nerone farà costruire nel 61 anche un

ginnasio per invogliare la classe senatoria a partecipare a queste gare, anche se non riesce a

scardinare un pregiudizio diffuso su queste attività.

La prima apparizione pubblica di Nerone avvien nel 64 e non a Roma, ma a Napoli

probabilmente motivato dall’origine ellenica di Napoli stessa, in quanto sarebbe stato inaccettabile

un evento simile e Roma. Qui si esibirà accompagnandosi con la chitarra. Verso la fine del 66

Nerone andrà in Greci allontanandosi sempre più da quelli che erano i suoi impegni di imperatore.

Nel 67 chiede, infatti, di organizzare 4 feste nazionali greche che si svolgevano in citta diverse i

loro nomi erano Olimpia, Delfi, Istmo e Nemea. In queste feste, naturalmente verrà nominato

vincitore anche a quelle gare a cui non partecipa, comunque si impegnerà molto su tutte le gare. Nel

67, inoltre ristabilirà la libertà achea e i greci per questo li saranno sempre riconoscenti; quindi

paradossalmente la memoria greca nei confronti di Nero era positiva, a Roma negativa.

Nel 64 abbiamo l’incendio di Roma, anche se non c’è nessuna base che lo stesso Nerone abbia

incendiato Roma, anche perché Nerone non si trovava a Roma e non avrebbe avuto senso un

incendio per ricostruire la città visto che era l’imperatore. L’origine dell’incendio ha origine nel

circo Massimo e poi si diffonde in tutta Roma distruggendone gran parte le fonti sono controverse

perché alcune accusano Nerone come colui che ha incendiato Roma e dall’altra parte come colui

che intervien prontamente. Dopo l’incendio si diffonde un superstizioso nei confronti

dell’imperatore e si dice che per discolparsi di queste accusa abbia accusato i cristiani, anche se

nelle fonti dei cristiani non si fa mai riferimenti a questo. L’incendio li permette di avviare un

grande programma edilizio come il ginnasio e le terme neroniane, viene restaurato il circo Massimo.

Da qui nasce la Domus Aurea che permette la prima manifestazione della volta a botte e l’abbellire

le ville con giardini e padiglioni i che era una pratica al di fuori della città. Nerone cerca anche di

costruire dei canali, con la volontà di migliorare i trasporti; progettando un canale all’isto di

Corinto, anche se questi progetti non verranno portati a termine.

I cattivi rapporti con il senato sono dovuti ai suoi passatempi artistici e il culmine si ebbe nel 65,

quando vi fu una congiura contro Nerone stesso, quest’ultima fu scoperta grazie a una liberta. Il

tutto culminò in una persecuzione e processi degli accusati; con il portare le persone al suicidio

volontà. Da questo moneto in poi Nerone non si sente più al sicuro e quindi aumentano le

persecuzioni e denunce.

Prof: Si divide fra le opere storiche e quelle letterarie. Primi abbiamo Tacito con i suoi Annales le

fonti delle fonti. Cluvio Rufo fu implicato nelle storia performativa di Nerone fu l’araldo dello

stesso. Svetonio è considerato meno attendibile di Tacito, ma si tratta con la sua Vita dei Cesari di

una fonte fondamentale. Arriviamo a allo storico ebraico Flavio Giuseppe e Dione Cassio.

L’obiettivo sarà quello di distinguere far la leggenda Nera e fonti storiche. Seneca può esser il punto

di vista i un filosofo. Tacito cresce e matura all’ombra della dinastia dei Flavi (uomini nuovi) quindi

è uno sguardo ostile. Tacito ricapitola la precedenza tradizione anti-Giulio Claudia. Svetonio si

insinua in una tradizione anti-Giulio Claudia. Quindi abbiamo la storia scritta dagli sconfitti. Infine

abbiamo lo sguardo di Giuseppe con un punto di vista ebraico.

Lezione XII 31-03-2015 dc.).

La dinastia di Nerone governa Roma dall’età augustea fino alla morte di N (N muore nel 68 Il

giovane N si affaccia apparentemente docile sul palcoscenico. N arriva al governo dopo un breve,

ma drammatico principato quello dell’imperatore Caligola (governa dal 37 al 41) quel Caligola o

Gaio appassionato di ludi. Caligola viene, poi, assassinato a 29 anni dopo uno spettacolo

gladiatorio. Dal 41 al 54 aveva avuto luogo il principato del molto più ragionevole dello zio di

Caligola. Claudio nel 49 aveva sposato la sua nipote Giulia Agrippina minore che era una vedeva.

Vedeva di un uomo importante Domizio Enio Barbo al quale, aveva dato un figlio cioè Nerone.

Quel Nerone che poi un anno dopo nel 50 viene adottato dall’imperatore Claudio. Il

diciasettenne N giunge al potere nel 64, probabilmente non si trattò di un caso. Nell’ottobre del 54,

Claudio, era opportunamente defunto forse avvelenato da Agrippina, è certo che N diventa princes

Sale sul trono di Roma grazie all’aiuto decisivo della madre. Fu lei, infatti, che fece

tempestivamente acclamare imperatore Nero dalla guardia pretoria. Negli anni 50, ormai, l’impero

di Roma aveva alle spalle una lunga pace e un periodo di benessere, ovvero nel corso del tempo i

benefici sociali e economici della ferrea politica di Augusto si erano consolidati; almeno per i ricchi.

La vita dei ricchi scorreva dolcemente a Roma e nei territori italici. Nerone amava molto, infatti, le

dolcezze del vivere rispetto alle cure del potere, quel potere che tanto intricava, invece, la madre. In

quel periodo (54) N delega con tranquillità l’esercizio del potere, anche perché affiancato da un

precettore saggio come Seneca e il consigliere politico Burro. Questi orientarono e guidarono la

prima fase dell’impero neroniano; la fase moderata e del buon governo il famoso quinquennium

neronis. Si parla di questi cinque anni di liberalità, clemenza e cordialità e caratterizzanti il

Nerone di questi anni (parole di Svetonio). Non vi è motivo di prestare non fede a un antineroniano

come lui, inoltre fonti incrociate confermano questo andamento. Nel 55 e 56 citiamo il trattato De

Clemnetia che è un manifesto dell’idea di governo che si andava attuando nella Roma del tempo.

L’idea di governo secondo Seneca pensava a un felice equilibrio fra il senato e le istituzioni

imperiali; idea utopica. Una utopica diarchia. Nerone, nel frattempo, si occupava di altro e cioè

passava molte delle sue notte in avventurose scorribande notturne. Tra il 57 e il 58 d.c. si accende

un segnale eloquente per la passione degli spettacoli per N e fa costruire un anfiteatro ligneo

riccamente decorato e lo fa costruire in campo Marzio (quartiere dei tetri). Un anfiteatro

documentato da Tacito, Svetonio, Plinio il Vecchio e il poeta filo neroniano Calpurnio Siculo (ci

offre un importante descrizione).

Nerone è un ragazzo adottato e nella sua vita, la filiera del femminile fu decisiva sia nel bene che

nel male. Le figure chiavi femminili sono l’ingombrante “dominante” madre: Giulia Agrippina

Minore, una stratega politica e con una discendenza importante come quella di Augusto. Dapprima

fu molto amata da N e, forse anche incestuosamente, ma poi si arriva fino all’odio, diventando

detestabile fino alla sua cacciata da palazzo (Tacito-Annali) e, infine, assassinata nel 59 per volere

di N in Campania, nella cittadina marittima di Baia. Quel matricidio ha un sapore liberatorio e fa

riflettere su una psicologia crudele che si abbina con la fragilità. Non è un caso, che dopo la morte

della mamma, arrivano le prime esibizioni semi-pubbliche di citaredo e auriga nei propri

giardini aperto ai senatori (fatto disdicevole per la realtà romana). Arriviamo alla moglie non amata,

cioè la giovane Ottavia. Era figlia del precedente imperatore Claudio e Nero l’aveva sposata nel

53 per consolidare i legami con Claudio. Ottavia fu poi ripudiata e esiliata e nel 62, viene

giustiziata a causa di un ingiusta accusa di adulterio. Arriviamo poi all’amante sensuale di

Poppea Sabina (già moglie di Otone amico di N). Poppea era più grande di N, e lancia a Roma la

moda del colore dell’ambra e che N sposa 12 giorni dopo il divorzio da Ottavia. Poppea donna

coltissima e vicina alla cultura orientale e con il culto della propria bellezza che morirà di lì a tre

anni cioè ne 65, lasciando N nella disperazione e nel rimpianto. Arriviamo alla vivacissima Valeria

Messalina, madre di Ottavia.

Passiamo ora alla città del principe: l’avventura urbanistica neroniana è molto articolata, fino a

Nerone, i principi Giulio Claudi che si erano occupati di ristruttura la città eterna, avevano di norma

seguito le norme di Augusto. Nerone aveva in mente una città diversa, una nuova splendida Roma

ellenizzante e incardinata su un complesso di edifici straordinari; cioè la grandiosa e splendente

domus aurea. Questa fu la nuova reggia di N e concepita nel cuore della città e che, si ispira, a una

grandissima e dilatata villa marittima. Dietro a questo progetto vi era l’idea dello svago marittimo

della località di Baia. La domus fu una sorte di città nella città, dominata da un colosso celebre

cioè il colosso del sole. Quel colosso che fu raffigurato con i tratti del principe e posto in bella

mostra nell’atrio della domus; dunque N come il sole. Questo abbinamento torna anche in un

oggetto teatrale come il velario che nel 66 fu posto da N nel teatro di Pompeo. Al centro del velario

si trovava, infatti, l’immagine di N auriga solare. Siamo in presenza di una metafora

eloquentissima cioè Nero elios. Quel colosso solare è il sigillo simbolico di una fastosa residenza,

che nel suo lusso emula l’oriente e le dimore dei sovrani iranici e, la domus è veramente un sistema

di edifici che ha moltissimo a che fare con la storia dello spettacolo. Tacito la descrive come una

sontuosa dimora nella quale erano da ammirare terreni coltivati e laghi, gemme e ori, foreste

selvaggi. La domus fu la dorata e tecnologica scena permanente del principe, coì come Boboli lo

è stata per i Medici. Pensiamo alla sala da pranzo rotonda attrezzata con un meccanismo girevole.

Nel doc 1: siamo in presenza di un reggia città magniloquente. La reggia svela la passione assoluta

di N per l’edilizia, per la tecnologia, per le arti, per l’architettura. Svetonio afferma che N fu

prodigo nell’edificare; indicando anche il tratto evergetico. Grazie a Tacito, conosciamo che la

domus aveva visto all’opera due estrosi architetti come Severo e Celere, capaci di creare con l’arte

e lo sperpero delle ricchezze del princepe, bizzarrie che andavano contro le leggi della natura. Due

architetti artefici in grado di realizzare anche meraviglie tecnologiche.

La reggia comincia a essere costruita dopo il terribile incendio del 64 (per 9 giorni Roma brucia).

L’incendio si sviluppa dal palatino e del celio. L’incendio si sviluppa dalle botteghe sud orientali del

Circo Massimo per poi estendersi in città, in maniera impressionante. Dopo questo evento è

possibile per N possibile avviare la costruzione dell’urbe ellenistica. In primo luogo, si avvia,

l’edificazione della domus. Doc 2: una città nuova e più bella, ma più sicura fondata su un tracciato

su vie spaziose e coordinate, abbellite da portici che fiancheggiavano queste vie. N si dimostra

dotato di una saggezza e una capacità non comuni, cioè la ricostruzione dell’urbe è gestita con

intelligenza e saggezza. Fu lui il mandate di quel rogo? Fu la sua volontà di dare volto a una nuova

Roma il motivo dell’incendio? Una sorte di nuovo Romolo? In realtà è inutile saperlo, anche perché

non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che li dobbiamo innovazioni non secondarie, non solo

nella domus, ma anche nel campo dell’edilizia popolare. Un principe, quindi, attento alle esigenze

del popolo. In età N si costruiscono le case ad appartamenti cioè delle abitazioni multiple ed

economiche, delle case popolari, distribuite su 4 o 5 piani e a terra spazzi riservati alle attività

commerciali artigianale. Attualmente le definiremo come case dormitorio e prive dei servizi. E in

questa ottica che potremo vedere la costruzione della domus, che non fu solo spazio privato, ma

anche spazi e luoghi del conforto come anche le terme neroniane costruite già intoni al 62 in

Campo Marzio. È questo un segno forte e duraturo del modo di vivere dei romani, nata in età

augustea. Doc 3: Marziale sappiamo presente a Roma durante la costruzione della domus. Nel suo

De Spettacoli descrive in versi, l’inaugurazione del Colosseo. Questo fu scritto dal poeta per

celebrare l’inaugurazione del Colosseo (80). L’anfiteatro Flavio cioè il severo palcoscenico della

dinastia militare dei Flavi. Notiamo, nel documento, un uso eccessivo dell’iperbole.

La domus era un complesso di edifici (al contrario di quello che dice Marziale) e non impegnava

l’intera Roma, ma una parte importante del centro urbano (Fig. XI). Il vestibolo della domus era

grandioso ed era ospitato il colosso solare (35m) e realizzato da un bronzista greco Zenodoro.

Quel colosso che era coronato da sette raggi solari e ogni raggio era di circa 6m di cui parla Plinio il

vecchio. Il lago della domus è quadrangolare circondato da portici e da terrazze e da edifici

schiariti a guisa di città (Svetonio), sarebbe questo lo stagnum neronis che viene poi prosciugato

per edificare il Colosseo. Quando i Flavi salgono al potere, percepiscono la domus come un vulnus

compiuto da N. Il lago veniva alimentato da una centrale idrica apposita, pensata dal principe per

rievocare gli svaghi marittimi di Baia. Nel tempo della festa aperto alla cittadinanza va

immaginato dominato da navi e navicelle. Sul Colle Oppio compare il Complesso palaziale simile,

come tipologia di una villa marittima campana, che intendeva anch’essa riprodurre le delizie di

Baia. Una villa marittima campana dislocata nel cuore di Roma. Quella casa che era, per prima

cosa, la casa del dio Sole, ma anche una villa del popolo, erano spazi di svago (come le terme).

Siamo in presenza di un duplice complesso architettonico quello sul Colle Oppio e quello

incentrato sul colosso N; una dimora diversa dal maestoso palazzo imperiale sul palatino di Augusto

Apollo (tempio di Apollo) che si affacciava sul circo Massimo. N costruì la domus per includere il

popolo voleva perciò condividere i piaceri della propria reggia. A riprova di questa mentalità

elargitori possiamo pensare al banchetto che prima dell’incendio del 64 N, offre alla popolazione di

Roma che organizza con Tigellino. Una condivisione di una stupefacente impresa artistica (doc

1). La reggia N brucia in un incendio nel 104 d.c.

L’intenzione di N era quella di fornire al popolo di Roma i piaceri un tempo riservati solo

all’aristocrazia e ai ricchi e tentava di umiliare i ricchi perché per la superbia era inmpe4ssabile

elevare la gente comune alla dignità degli amici del principe non poteva il popolo essere elevato, a

coloro che fruivano alla bellezza della reggia. N si rifà al bisnipote di Marco Antonio che aveva

goduto presso Alessandria d’Egitto. Era nel corpo residenziale della domus che N si identificava

con il populino. Una casa che appare come la dimora di Nerone sole e, al tempo stesso, come la

dimostra di tuti i romani.

Quel colosso dapprima era collocato nel vestibolo e poi viene spostata, (2 d.c.) ai tempi

dell’imperatore Adriano nella piazza dell’anfiteatro. Adriano disloca nella piazza e da qui forse il

nome di Colosseo. Quella statua era stata mutata da Vespasiano aveva fatto mutare le fatezze

trasformandole in quelle di Apollo; simo in presenza di danatio memoriae.

Pensiamo a N artista/performer. Un artista che si esibì dapprima nella sfera del privato e a partire

dal 64 abbiamo l’esibizione pubblica di N; esibizione pubblica nelle pubbliche scene. Quel N che

presso la classe dei senatori, desta scandalo per quel suo pubblico comportamento performativo

teatrale. Un comportamento che non poteva che scandalizzare, le classi di Roma che era considerato

sconveniente. N era molto legato a Pompei ed è noto che si trattava di un amore ricambiato.

La passione di Nerone per le corse dei carri: principe aurigo.

A- Nerone musico (cantante) e suonatore di cetra (si dica citara)

B- Nerone attore cantore tragico, ovvero interprete di tragedie cantate.

C-

Fu un performer versatile che lo scopriamo timoroso della tempistica teatrale, intimorito dal

pubblico e quella sua ricerca di popolarità e applausi. Possiamo affermare che se Augusto e gli altri

imperatori utilizzarono i ludi, Nerone fu, paradossalmente, al servizio dei ludi.

Lezione XIII 01-04-2015

Abbiamo visto che la figura di N è stata spesso filtrata malamente da luoghi comuni e anche da un

alone di leggenda. Questi dobbiamo tentare di schivarli con l’obiettivo di storicizzare senza

pregiudizi, storicizzare i comportamenti e l’operato di N. La figura di N è stata spesso inserita nella

leggenda e di questo bisogna prenderne le distanze. Di questo si può dire anche per Caligola.

Un dato di fatto resta cioè N a partire da una certa data fu inviso, malvisto dalla maggior parte delle

classi dirigenti di Roma. Sorprende per altro, che dopo la sua morte violenta del 68, l’imperatori

Otone (ex marito tradito di Poppea) e Vitellio (4 imperatori e della guerra civile), durante il loro

breve regno; si rifecero proprio alla memoria di N, fatto sorprendente. Sia Otone che Vitellio

rivendicano l’esempio del governo neroniano. Nel 69 Vitellio arriva a presentare i suoi ospiti a

corte il Libro del sovrano (Liber dominicus) a corte che era una raccolta di carmi e di liriche dello

steso N. Quello che stupisce che a sua memoria e il suo consenso politico proseguono e anche post

morte. Perché dopo il suicidio di Nerone ci sono almeno tre sosia di Nerone? e uno dei quali ottiene

anche l’appoggio del re dei Parti. Cosa significa questo atteggiamento benevolo e positivo? A fronte

invece di quella ricorrente ostilità che caratterizza la storiografia antica che è sempre ostile a N.

Pensiamo all’antineroniano Tacito (Annali), Svetonio (Vite dei Cesari) e Cassio Dione (Storia

Romana). Quel Dione Cassio che era alfiere di una rinnovata autonomia senatoria nei confronti

dell’imperatore. In tutto ciò viene il sospetto che, a dispetto delle sue oggettive malefatte sulla scena

del mondo, N, avesse anche doti che non conosciamo e che le fonti non hanno trasmesso, doti non

percepite o volontariamente omesse da quelle fonti; quindi fonti più o meno tendenziose.

Tendenziose, ma accomunate alla comune appartenenza alla convinzione anti Giulio Claudia e

allineati pertanto con la storiografia senatoria che era ostile a N. Qui dobbiamo perciò prendere

atto di una complessità che restano sul piano storico.

Prendiamo allora ad esempio il punto di vita avverso di Tacito verso N. Secondo Tacito, Petronio

accusi N duramente, quel Petronio che era stato accusato di congiura. Si comprende dai documenti

delle brutture e dei mali comportamenti e sul quale si insiste sul filo del gossip (elenco di amanti).

Doc 1: Siamo in Campania e nel 66 (anno del suicidio di Petronio e viaggio in Grecia di N). Questo

anno è importante, perché inizia la rivolta giudaica contro i romani domata da Vespasiano e suo

figlio Tito e che vede lo storico Flavio Giuseppe. Siamo in presenza di una morte spettacolo,

consumata davanti a amici /pubblico; una drammaturgia del suicidio che beffa le morte austere e

solenni dei filosofi. Si pensi, al quasi contemporaneo, suicidio di Seneca (65) dopo che è caduto in

disgrazia. Non dimentichiamo però, il legame strettissimo fra N. e Petronio. Sempre a Tacito

dobbiamo le informazioni a riguardo e dice che Petronio, prima di cadere in disgrazia, fu accolto fra

la ristretta cerchia dei nobili di N. Addirittura lo stesso Petronio influenza i gusti del principe.

Siamo, quindi in presenza di una complice amicizia. Questa amicizia viene sconvolta, in punto di

morte per l’accusa di cospirazione? Possiamo interpretare N solo quel principe dissoluto?

Insistiamo sulla cerca culturale di N e prendiamo atto del rapporto documentato fra Seneca,

Petronio e N, il patrocinio che N concede agli altri 2. Seneca e Petronio furano davvero

fondamentali per N. Seneca (avvocato, oratore, uomo politico e prolifero scrittore) che era dapprima

precettore e poi consigliere del principe e fu autore anche di tragedie. Quel Seneca alfiere di una

politica temperata e intrisa di etica storica e proponeva l’idea di un buon monarca e

equilibrati capace di collaborare con il senato, con gli equites e con la corte. Petronio era un

raffinatissimo epicureo e fu, nel 61, console con efficacia. A quel Petronio a cui Tacito dedica il

mirabile medaglione (doc1) e gli dedicava nella notte ai piaceri della vita e al sole ai doveri della

vita. Inoltre ricordiamo un altro poeta spagnolo cioè Lucano che era imparentato con Seneca.

Questo è dapprima un poeta filo neroniano talché è accolto negli amici dell’aula (della corte), poi

invece, si trasforma in un suddito ribelle e che troviamo implicato in quella congiura contro

l’imperatore.

Seneca viene allontanato presto da corte nel 62 e nello stesso anno muore l’altro consigliere Murlo

sostituito da Tigellino. Seneca fu poi accusato ad aver aderito alla congiura ordinata da Pisonio

(aristocratico che non era collegato ai Giulio Claudio) Seneca così morì suicida nel 65. Seneca

muore dopo un anno dal grande incendio che portò all’edificazione della domus. Doc 2: nel suicidio

senecano siamo in presenza con un atteggiamento socratico. Come dobbiamo interpretare questa

serie di suicidi a catena? Siamo in presenza di drammaturgie filosofiche (in senso lato) del suicidio.

Prendiamo atto che Pretonio e Seneca si suicidano, ma con comportamenti e ideologie differenti;

ma hanno un matrice stoica e epicurea comune; che un uomo se è malato o perseguitato o che non

può avere un esistenza degna, l’uomo trova nel suicidio un rimedio che non è solo concesso ma

raccomandato. I ceti colti dell’epoca erano imbevuti di queste filosofie. Wein su questo riflette

sulla frequenza dei suicidi della società romana. Il suicidino del malato o del vecchio, in quel

mondo, quel tipo di morte era anche ammirata perché era il suicida che aveva suggellato con il suo

sangue un’idea filosofica giusta; contava il valore del tempo vissuto non la lunghezza. La vita

privata trova, dunque, rifugio nell’auto controllo di se, sia nel bene che nel male e il rifiuto di

qualsiasi sottomissione. Una vita che per essere tale deve essere degna di essere vissuta. Nel doc. 1

vediamo questo esser caduto in disgrazia che sono la molla che fa scattare in Petronio che sia più

dignitoso morire. Quel suo suicidio che governa la morte, la beffa, la recita in pubblico. Petronio

aveva compreso che il suo percorso a corte era finito, ma non temeva la morte ma temeva il

disonore e l’umiliazione.

Nel 65-66, il principe è timoroso di congiure e aveva compiuto in modo cruento e non solo i suoi

consigliere e amici, ma anche gran parte della scomoda aristocrazia romana. Diversa è l’uccisione

di Poppea Sabina (65). Morte che avviene forse per un nevrotico colpo di calcio. Muore una donna

colta e spregiudicata. Poppea era più grande di 6 anni di N e aveva un forte ascendente e Tacito

ricorda che N era innamorato di Poppea. N, quindi sul suo corpo compì una pratica orientale quello

di impregnare di profumo il corpo della sua amatissima e lo depose nel mausoleo della famiglia

Giulia. Questo frammento orientale lo si deve a Poppea che era affascinato dagli egizi e dal culto

di Iside e incuriosita dall’astrologia. Fig. XIII/1: Poppea ha stuzzicato la fantasia teatrale e

cinematografica, così vediamo Il segno della Croce (Cecil de Mill). Fig. XIII/2/3. Nerone era un

uomo isolato, troppe le morti familiari o non da lui volute o no. Troppo gli esiliati e le epurazioni.

Questo atteggiamento segna un clima di insofferenza in cui era ormai segnata il governo di N.

Opportuno segnalare quella congiura che parte dalla corte stessa dell’impero. Questi anni vedono

Tigellino, dopo Seneca, e questo esercitava su N. una potente influenza in negativo. In questo

contesto possiamo notare un senato che non è in grado di dare risposte e gestori un imperatore

arrogante. Alcuni studiosi si sono rifatti studiare la figura di N, si può cadere spesso però in una

figura anacronistica e di una persona narcisistica e istrionica e che soffre di un disturbo di doppia

personalità. Sicuramente aveva un io molto sviluppato e incapace di rapportarsi alla realtà nel bene

e nel male. Dopo Seneca finisce una stagione che è stata definita come una piccola rinascenza

di epoca romana anche architettonica. Da qui in poi la corte di Nerone vive una straordinaria

fioritura culturale che riguarda anche l’architettura. Un N. mecenate e promotore delle arti, amatore

della cultura, che bilancia almeno in parte il N matricida. In questi anni la corte era mutata e non ea

certo mutata in meglio dopo l’allontanamento di Seneca.

Il concetto di corte: la corte dei Cesari. Questa fu lo spazio saliente delle drammaturgie del ,. La

corte dei Cesari ovvero la residenza/palazzo del principe era anche intessuto di persone che

gravitavano attorno a persone quali i familiari, gli amici, il personale di servizio e gli intellettuali.

Quella corte che nasce con l’eclissi della repubblica e con l’instaurarsi di Ottaviano, in quel

momento la struttura della corte era una concezione sconosciuta, ma non altrove; pesiamo alle

fastose corte ellenistiche e orientali. Questa corte si affianca a strutture civili e spazi illustri della

società repubblicana che trova una nuova sede. La struttura della corte si affianca al senato

all’antico foro e che si rivela luogo decisivo di mediazioni e di rielaborazioni. Ricordiamo almeno 4

tipi di istanze:

Politico ideologico

- Sociali

- Culturali

- Amministratrive e economiche

-

La corte imperiale romana diventa luogo di mediazioni fra il principe e la società. Una nuova

struttura che trasformò il foro romano in un palcoscenico dei volti degli imperatori.

Fasi della corte:

Nella prima fase abbiamo la corte aristocratica (corte Giulio Claudia), la corte del sangue e

- della grande nobiltà che va da Augusto a Nerone.

Dal 69 al 96 la corte militare degli uomini nuovi cioè la corte dei Flavi.

- Fino agli uomini nuovi delle province imperiali (provinciali) occidentali tra cui Traiano

- (spagnolo, 98-117).

Quella corte che è l’idea stessa di stato. Della corte di N. vorremmo saperne molto di più. Svetonio

(Vespasiano 14) parla della corte di N. Svetonio afferma che per essere ammessi alla corte

bisognava passare dall’officium admissionis, che era affidato a un liberto che valutava chi entrava,

di volte in volte a corte. Sappiamo che l’ingresso era negato anche a personaggi importanti se

avevano fatto innervosire il principe come Vespasiano. La vita della corte Neroniana era scandita

da riti e da consuetudini come la salutatio cioè il saluto mattutino all’imperatore e aperta anche al

popolo che poteva assistere a questa pratica. Abbiamo oltre a riti anche un intimo vivere in comune.

Quelli che vivevano in comune con il principe era chiamato il contubernio (vivere in comune) che

era riservato a coloro che godevano di un privilegio cioè quello del vivere quotidiano

dell’imperatore. A ciò si accosta il momento privilegiato e riservato del banchetto in cui si aveva

il privilegio ambitissimo, non solo perché invitati ma essere ammessi a quella mensa che era segno

di indubbio favore. Insieme a ciò si aveva anche il privilegiò di accompagnare l’imperatore ai nei

viaggi che era un privilegio, riservato solo ai cortigiani che erano considerati amici del principe

(comites). Siamo, quindi, in presenza di una cerchia selezionata, tuttavia, il problema dei confini

dell’estensione sociale della corte non può essere risolta. In quanto le nostre informazioni a

riguardo sono scarse e fano di questo mondo, un mondo fluido e immobile.

Arriviamo a ritroso alla Roma alla Pompei di età augustea. I marmi del teatro pompeiano sono

eloquenti per noi per capire la committenza italica filo augustea. In età augustea, molte famiglie,

furono fedeli all’imperatore di Roma e ne promossero le istanze di miglioramento. Pensiamo alla

diffusione a Pompei del concetto augusteo della pubblica magnificenza. Ripensiamo alla

diffusione del culto imperiale e alla presenza dei sacerdoti di quel culto ovvero i ministri angusto.

Ricordiamo a Marco Onconio Rufo e suo figlio Cele, appartenete alla famiglia ricca degli Onconi.

Questa famiglia è impegnata in una ristrutturazione del teatro di Pompei che ebbe luogo fra il 3 e

il 2 a.c e il 14 d.c., ovvero già dopo che, in età sillana, il teatro era già stato restaurato. La statua

loricata di Marco Onconio Rufo (Fig. XII/4) cioè dell’uomo politico promotore della

ristrutturazione; rappresentato come augusto sacerdote. Lo troviamo in marmo e in posa marziale

che richiama una scultura del foro di Augusto a Roma di Marco Urtore. Marco Onconio era la

personalità pompeiana prominente dell’età augustea tarda e aveva registrato con Flacco il

triumvirato. Un linguaggio capace pertanto basato sul potere delle immagini. Immagini capaci

di trasmettere immagini chiari e incisivi messaggi. Questa statue non vanne pensate con colori

accesi non in bianco e nero. La statua era collocata in modo emblematico cioè al principio degli

assi urbani di via dell’Abbondanza e della via Stabiana, cioè all’incrocio del decumano e del

cardo; ubicazione strategica che mostrava ai cittadini di Pompei la gloria e il prestigio di quel loro

concittadino illustre che aveva lavorato in nome del sommo principe. La statua è concepita anche

per celebrare la gloria di Augusto; mediante l’immagine di un suo fedele sacerdote.

A Pompei, nel suo teatro grande, a Rufo era affidato un punto di visione privilegiato come lo si vede

nella Fig. 12/5: questa iscrizione è la parte negativa di una scritta in bronzo. Nella parte bassa della

cavea, era collocato un posto (visellium) destinato a Rufo che era un eccellente punto di visione;

visibile nel Doc. 3: quel posto differenzia lui dagli altri romani che sono in un gradino sottostante,

un posto che rivela i privilegi dovuti a un uomo come Marco Onconio.

Un'altra epigrafe ci mostra il nome dell’architetto della ristrutturazione del teatro cioè Marcus

Artorius Primus (un liberto). Questo è riuscito sconfiggere l’anonimato, di solito riservata agli

artisti, dell’arte romana. Spesso parlano i committenti e non gli artisti ritenuti come esecutori. Così

come è il Colosseo che va pensata come opera anonima, ma frutto di uno staff. Fig. XII/6: ipotesi di

ricostruzione. A coloro che ristrutturarono si deve sopra la struttura voltata dove vengono costruiti,

sui due ingressi, i tribunalia (posti d’onore riservati alle persone importanti), sia anche la cripta

(corridoio sul quale si poggia la summa cavea destinata agli spettatori umili e alle femmine). Doc 4:

epigrafe che rammenta l’evergesia. La cavea, infatti, venne rifatta in marmo e si metamorfosò nello

splendente teatro marmoreo imperiale che abbelliva Pompei; questo era il segnale di una nuova

ideologia e di una emulazione della grande Roma augustea. Non è da escludere che sula parte alta

della cavea vi era anche un’edicola con delle sculture destinate al culto imperiale la vediamo in

pianto nella Fig. XII/7, mentre è certo che, fra 2 a.c. e 14 d.c. furono collocate in teatro le statue dei

due Orconi. Ed è certo che anche una statua di Augusto dominava la iana regia e si narra anche di

una una scena marmoree dominata da nicchie e ritratti della famiglia imperiale. Siamo in presenza

di una città teatrale. Il teatro diventa perciò anche luogo mitopoietico affollato di statue che

rammentano sia l’evergetismo degli Orconi sia un loro interloquire con le effigi inperiali.

Lezione XIII 13-04-2015

Fellini Satiricon.

Poniamo a confronto un linguaggio letterario, cioè il romanzo antico, e la sua trasposizione in

linguaggio filmico; il passato filtrato attraverso il presente di Fellini.

Siamo a Roma nel I sec. d.c., nell’età di Nerone (54-68 d.c). Un imperatore con ambizioni di artista

e uno scrittore per noi ancora misterioso cioè Petronio e un romanzo capolavoro cioè Satiricon Libri

o meglio sarebbe Satiricà cioè storie di satiri e racconti licenziose. Questo è un realistico affresco

della vita edel gusto della Roma neroniana o di poco antecedente. Un affresco acclimatato da

Petronio nella grecizzante Italia del meridione. Dando vita così al tema topico del viaggio a un

romanzo vivace e una sorta di romanzo picaresco. Un romanzo non privo di analogie con il

romanzo greco di avventure e di amore, destinato a un colto targhet group (lettori colti), capace

quindi, di riconoscere e gustare le tantissime allusioni letterarie disseminate ovunque in Satiricon. È

un romanzo in prosa con versi intercalari e opera di Petronius Arbitar che è identificato come

elegantia arbitra cioè arbitro del buon gusto.

Petronio, un aristocratico, raffinato e distaccato e nato nel 20 dell’epoca cristiana, e che fu dapprima

carissimo a Nerone e come questo dedico alle dolcezze del vivere e dedito alle cure della politica e

che poi cade in disgrazia e viene accusato di tradimento dal prefetto del pretorio, Tigellino e anche

del suo imperatore. Quel Petronio che a fronte di ciò muore suicida con dignità e con il sorriso nel

66 d.c., ovvero dopo 2 anni dall’incendio di Roma. Nerone poi si suiciderà (68) due anni dopo

Petronio. Di Petronio parla Tacito negli Annali e ne disegna un profilo memorabile del suicidio e

che svela in quel viaggio in Campania e che ricorda che era al seguito di Nerone e quindi un amico

al seguito del principe (Corte neroniana.).

Floro (scrittore antico) descrive la Campania e la definisce la più bella, con un clima dolce, un suolo

fertile fatta di vino e di grano. Ricorda Fornia, Cuma, Pozzuoli, Napoli, Ercolano, Pompei e Capua.

Quella Campania definita felix.

Quel romanzo che era articolo almeno in 16 libri e di cui sono pervenuti solo frammenti. Eppure

quei frammenti rivelano una scrittura di genio. La cifra di questa scrittura è la parodia. “Niente è

più stolto della serietà ipocrita”, è vero che sotto la patina della caricatura riprendono vita

frammenti dei quella civiltà romana di età neroniana. Schegge talvolta sorprendentemente

realistiche dell’epoca di Nero. Attraverso la parodia Petronio coglie gli elementi più vistosi e

sconcertanti della sua epoca.

La scrittura che caratterizzata il romanzo è di tipo sapientemente meticciata. Petronio prende in

prestito diversi generi, generi letterari latini e greci inclusi il mimo e la commedia. Questa scrittura

è priva di intenti moralistici nonostante il teatrino di vizi espressi nel suo romanzo. Petronio

attinge al romanzo sentimentale e di avventura e a tutto ciò aggiunge una vena personale inventiva

molto felice. In questo romanzo di avventura e di amore (erotico) si rivelano una sequenza di colpi

di scena che ruota intorno alle vicende delle tante avventure amorose di un giovane nevrotico e

girovago che si chiama Encolpio. Quel bellissimo giovane condannato da Priamo all’impotenza.

Encolpio è il narratore (io narrante) che ci porta dentro questo mondo, è un intenditore di poesia,

buon parlatore, narratore e l’eroe o meglio l’antieroe del romanzo. Ricordiamo l’amico Ascilto,

abbiamo un efebo conteso far Ascilto e Encolpio furbo, capriccioso, bello e privo di scrupoli che si

chiama Gitone, questo è l’amato conteso di desiderio fra i due amici. Questi viaggiano insieme

nell’Italia del meridione e vivendo di esperienze e di liti. Si innesta poi la figura di un vecchio il

retore dissoluto che si chiama Eumolpo questo è appassionato in modo maniacale di poesia,

recitazione e il sesso; che un istrionico poetastro insegnate. Fra gli episodi fondamentali è il

banchetto di Crimalcione che è episodio centrale e famoso perché è denso di umorismo quella

interminabile e spettacolare cena. Crimalcione era un nuovo ricco dell’età neroniana, un liberto

arricchito, un uomo generoso e funereo. Afflitto da una moglie petulante che è un ex schiava

chiamata Fortunata. Come tutti i nuovi signore è ignorante e volgare, ciò non esclude che sia un

uomo simpatico. Lui ama circondarsi nei suoi banchetti dei suoi simili, ostentando la propria

ricchezza di recente acquisita. Non bisogna credere che questa cena alluda alle atmosfera di un

banchetto neroniano, anche perché era comunque in una concezione di raffinatezza. In realtà il

banchetto di Petronio descrive il contrario della religione e del gusto della raffinatezza che lui stesso

ha inserito nella corte di N. Il banchetto è un banchetto con musica (fatto importantissimo da un

punto di vista storico). Quel banchetto offerto in un palazzo troppo sontuoso (perché di un volgare

nuovo ricco) e ci svela un Crimalcione ubriaco che rivela agli ospiti (corte di umili) il proprio

testamento e descrive il proprio monumento funebre. Entra in scena dunque la morte che entra in

scena anche all’ultimo banchetto di Giulio Cesare che prima di essere ucciso diventa la morte

protagonista del banchetto, qui la cosa si mette in parodia e Crimalcione piange a calde lacrime su

se stesso. La lingua rinvia al latino popolare e alla lingua parlata del tempo, selmo vulgaris (latino

parlato/volgare). Ricuperiamo così quel linguaggio basso che era usato dai servi di bassa lega, dai

liberti, dalla plebe, dalle cortigiane di bassa lega.

Da notare l’altro episodio dell’amplesso della vedova. Petronio racconta la storia di una

inconsolabile vedova di Efeso che dopo, un ferrato corteggiamento, e la propizia rottura del digiuno

alimentare, si fa prrdere un soldato e sulla tomba del coniuge che sta piangendo.

In Fellini Satiricon (1969), che deve molto al costumista e scenografo Danilo Donati. Il connubio

dà vita a una straordinaria reinvenzione della Roma antica, si intende ne storia ne archeologia

cioè una sorta di visionaria di fantascienza del passato. Fellini crede che il mondo antico sia

perduto per sempre. Un film dimenticato e non capito da molti.

Lezione XIV 14-05-2015

Quali erano le due istanze culturali che N, intendeva riconciliare? Per la propria regale persona N

voleva riconciliare le istanze culturali e politiche del suo trisavolo cioè Augusto con quelle del

suo bisnonno Marco Antonio il file Elleno. Quindi un ardito progetto di fusione e anche di

attualizzazione della memoria della famiglia e degli avi. Un progetto teso a creare un mito; un

ingegneria mito-poietica che riassumeva in se, due filiere fino a loro divergenti nella storia di Roma

(cioè la filiera dell’apollineo augusteo e del dionisiaco di Marco Antonio). Conta rilevare che questi

due fili rossi, si riflettano in modo esemplare nella storia dello spettacolo. Possiamo dire che la sfera

spettacolare del giovane principe è, chiave decisiva, per interpretare la sua idea di impero e del suo

governo, e possiamo aggiungere che N era, infatti, un imperatore sui generis (particolare).

Passiamo quindi a schematizzare la figura del principe artista e performer. Quali sono le specialità

performative care a N? La figura dell’auriga cioè il conduttore di quadrighe, o meglio agitator.

Quest’ultimo termine e preferibile, perché auriga designava chi si cimentava non con le quadrighe,

ma con le bighe che erano considerate dai romani come un esercizio propedeutico. Quell’auriga N

che era fiero di esibirsi nel Circo Massimo con il colore della sua squadra preferita cioè i verdi;

arena del Circo Massimo che veniva sparsa, in speciali occasioni, di polveri splendenti. Abbiamo pii

il citaredo cioè un cantante solista di un’area tragica e si accompagnava con uno strumento cioè la

citara romana. La citara era uno strumento cordofono, a plettro troppo spesso confuso con la cetra.

La terza figura e il tragicus cioè l’attore cantate di tragedia cantate. E poi la figura del poeta di

talento e, infine, N evergeta e istitutore di ludi cioè elargitore di spettacoli e di edifici per lo

spettacolo. Anche se alcuni studiosi continuano a ripetere questa condizione, non pare più

condivisibile che N fosse impegnato nell’arte del pantomimo cioè l’arte del danzatore-attore.

Cosa significa sul piano storico culturale questa inclinazione di n alle arti e allo spettacolo? Quali

sono le ragioni profondo che determinano questo gusto e queste scelte? Cosa sappiamo per via

documentata di queste esibizioni? E anche dei ludi da lui elargiti e dei contesti nei quali maturarono

i ludi da lui elargiti? Come dobbiamo interpretare quelle performance? Occorre sgombrare il campo

dall’aneddotica, questa storia è stato spesso confinata nell’ambito degli aneddoti. Dobbiamo

pertanto cogliere, sul piano storico, il significato di tutto ciò; quindi significa capire le valenze

culturali, politiche e simboliche performative connesse a tutto ciò. Perché quest’uomo coltiva il

sogno di essere un imperatore artista? Perché N inseguiva gli applausi? Che significato avevano gli,

spettacoli da lui promossi? Pensiamo poi al conteso romano che è fondato sulla dignitosa gravitas;

N va contro tutto questo. Cosa significa questo pubblico, desiderato di recitare e di esibirsi in

pubblico, perché N scardinava le regole dell’aristocrazia, perché N praticando un’arte infamante

come quella scenica come mai si ribellava a quelle regole? Perché non segue un etichetta degli altri

imperatori ribellandosi alle regole imperiali? Perché scandalizzava il concetto senatorio mettendo

così a rischio il suo governo?

Proviamo ad abbozzare alcune risposte: Doc 1: Tacito ci offre un primo spunto di riflessione e lo fa

quando parla dei comportamenti del principe dopo il 59 d.c. cioè dopo l’uccisione della madre

Agrippina. Tacito ci dice che da tempo, nella mente del giovane principe, risiedeva un sogno

ricorrente cioè di antica maestà eroica e apollinea. Un sogno in cui N, si autorappresentava nella sua

mente sia come sovrano auriga in gara (rimando ai condottieri dell’epica antica come Achille, ecc.),

sia anche come musico e cantante di eccezione cioè alla maniera greca, alla maniera di Apollo.

Apollo in veste di cantore con la cetra; un sogno pertanto alla greca. Un sogno che svela grandi e

magne ambizioni dei re (condurre i cocchi), di un condottiero antico e un N come nuovo Apollo. Va

ricordato che nel pensiero greco che la musica è inseparabile dalla gloria e della regalità, in

definitiva N perseguiva un cammino eroico quel cammino della gloria. Questo passo di Tacito è

strategico per comprendere il significato profondo di quella profonda passione artistica neroniana.

Quindi N intende dare vita a una nuova idea di governo e impero che non è più fondata sulla

gravitas romana, ma sulla letizia. Augusto gravitas Nero letizia. Questo sovvertitore impertinente

del costume degli antenati (mos maiorum), ma è l’ideatore di un progetto nuovo e ambizioso e di

rinnovamento culturale che, come tutti i grandi mutamenti, va a incidere nella mete di N sullo stile

di vita e su quello dei comportamenti (pensiamo alla domus aurea che non è solo luogo privata).

Apollo era stato il nume tutelare di Augusto, pensiamo ai ludi apollinari. Questi erano legati a

doppio filo al potere augusteo. Quei ludi che erano posti sotto l’egida protezione del principe. Non

dimentichiamo questa metafora radicata di Augusto come Apollo, testimoniata da molta

iconografia. Ricordiamo anche la contrapposizione di Augusto Apollo contro Antonio Dionisio; cioè

Atticismo (Apollo) vs Asianesimo (Dionisio). E allora N cerca di ricomporre e superare,

nell’immagine suprema dell’imperatore artistica, quella dicotomia Dionisiaco/Apollo; con

l’intento di conciliare la dicotomia familiare che aveva diviso il trisavolo dal bisnonno. Partendo da

N sotto il segno di apollo, abbiamo già alcune delle ragioni di fondo di quella vocazione N, cioè per

apprendere e poi praticare e rivelare anche in pubblico le disdicevoli arti performative cioè l’arte del

citaredo e quello del tragicus.

Soffermiamoci sul training del citaredo doc 2: Svetonio ci restituisce un’immagine di un citaredo,

sicuramente, scrupoloso e appassionato, ma l’immagine di un principe che non rifiuta il training

degli artisti di professione anche in maniera zelante visto che il suo obiettivo era migliorare. Il

piombo sul petto serviva a rinforzare la muscolatura, così da migliorare la vocalità. Tutto questo va

collegato alla fonetica.

Passiamo dal training al palcoscenico. Lo zelo di N, non è attestato solo nel privato, ma anche

quando è su un palcoscenico pubblico. Svetonio ci da questa immagine di artista pignolo. Siamo

anche in presenza di panico da palcoscenico. Questo zelo lo ritroviamo nel Doc 3. Il documento è

una caricatura tagliente e con una tesi preconcetta antineroniana da parte di Tacito. Se noi ci

spogliamo della visione di Tacito vediamo un N umile e ansioso in scena, che in quello spettacolo si

esibiva con impegno e rispettando il “galateo” dei professionisti della scena. Si propone seriamente

come artista professionista. In un altro testo di Tacito si afferma che N tentava con grande impegno

la corda della citara, sottolineando sempre la serietà e l’impegno. A questo punto sorge spontanea la

domando di come fosse la voce di N? Tacito racconta della clack di N che si chiamavano gli

augustiani. Una clak pagata da N e negli Annali Tacito afferma che con i loro applausi celebravano

la bellezza e la voce del principe con appellativi riservati agli dei; naturalmente da un punto di vista

della storia dello spettacolo è un documento che poco conta. Il fatto che a noi interessa è la clak cioè

un gruppo di persone diviso per squadre che, pagati appositamente, erano coloro che elogiavano il

principe utilizzando ad esempio appellativi utilizzati agli dei. Questo documento diventa

fondamentale per la visione del comportamento del principe, infatti, Svetonio ci parla del tipo di

applausi. Gli applausi erano di tre tipi: con la mano incavata sul palmo in modo debole, oppure

con le mani tese, oppure i bombi cioè un brusio di consenso. Svetonio ci dice anche che la voce di

N non era bella descrivendola come fragile e rauca, tuttavia, non ci dice che la vox fusca (rauca o

velata) era efficacissima al pubblico; ce lo ricorda Quintilianeo quando parla di Marco Antonio e

ricorda che la voce di, quest’ultimo, era una voce rauca e efficacissima. Quindi quella voce poteva

essere anche una voce efficacie e, altre fonti, ricordano che N ben cantava. Doc 4: Svetonio in

questo passo rimane un po’ un magma. Il brano è diviso, infatti, in tre parti: il primo è l’inserto sui

Neronia che comprende l’esibizione di N come citaredo. Si passa poi all’inserto dove si accenna a

uno spettacolo privato e a un formidabile di cache. L’ultimo inserto è quello su n cantore di

tragedie. Abbiamo anche tre diversi elementi disposti su cronologie diverse. Quindi il primo

compito dello storico è quello di ristabilire la cronologia corretta. Quindi se prendo Svetonio,

Tacito e Dione Cassio avrò preziosi sussidi e con Dione, in particolare, gli avrò da un punto di vista

cronologico che mi permette di sbrogliare il magma di Svetonio. Il primo inserto è certo da

ricondurre alle strade del 65 dell’era cristiana e lo deduciamo da Svetonio stesso, quando in

quell’estate, si dette vita a una pubblica esibizione chiamata Neronium agonica cioè i

quinquennali neronia istituiti da N nel 60. In quel 65 quindi abbiamo un’esibizione canora del

principe e siamo in quel periodo difficile della fallita congiura contro N, l’anno conseguente il

suicidio di Seneca e l’anno della morte di Poppea. Il secondo inserto è criptico, quindi, va integrato

con Dione Cassio perché ci svela il nome dell’offerente milionario e ci dice che era Larcio e che

era un uomo proveniente dalla Libia, dunque e non un anonimo pretorio come dice Svetonio (con

intento denigratorio). Inoltre Dione riconduce all’episodio al 68, quindi siamo nel tratto finale della

vita di N e che dopo il viaggio in Grecia era rientrato nell’urbe. Il secondo inserto si colloca quindi

alla fine del principato neroniano e sappiamo perciò che continuò a gareggiare fino alla fine del suo

impero. Dione, inoltre afferma che questo Larcio arrivo da N portandoli un milione di sestresi, ma

rifiutandoli perché non riteneva degno fare qualcosa per denaro. Il terzo inserto si riferisce alle

parti tragiche cantate dal principe in maschera che, incrociando le fonti Dione e Svetonio, sappiamo

che le performance si tennero in Grecia nel 66. Da ricordare che l’esibizione del 65 di Nero

citaredo e dalla voce celeste, sappiamo molte notizie dal doc 3 dove si insiste sullo zelo di N. il

documento 3 si comprende quanto N prendesse sul serio l’esibizione pubblica e che si accostasse

molto ai professionisti. Quindi le parole di Tacito “finta trepidazione, ecc.” sono da prendere con

molta attenzione, piuttosto siamo in presenza di un atteggiamento diffusissimo di captatio

benenvolentia molto diffuso nell’arte oratoria e del teatro. Il documento di Svetonio quindi si

riferisce a gap cronologico e geografico. Tacito, pur denigratorio, integra il resoconto di Svetonio

con particolari performativi (sudore di N).

Nel doc 3 Tacito afferma che “rientra in teatro” precisamente è il teatro di Pompeo che, un anno

dopo il 65, ospita una splendida cerimonia neroniana, quando N riceve a Roma Nitridate.

Doc 4: Cluvio Rufo fu araldo del principe a partire dagli anni in cui N calca le scene pubbliche.

Rufo è anche araldo nella tournée del 66. Tuttavia non sappiamo il suo punto di vista, in quanto

perduto.

I ludi di cui scrive Svetonio sono i Neronia del 65, in cui N gareggia cantando Niobe. Il senso

globale di questo tipo di ludi: erano stati istituiti da N, nel 60, per festeggiare il suo primo periodo

di governo il così dette buon governo di N. questi ludi avevano cadenza quinquennale e si

ispiravano alle gare in uso in Grecia, ovvero, a degli illustri esempi i giochi olimpici e quelli delfici.

I Neronia, infatti, comprendevano sia gare musicali (musica e di canto, di eloquenza e di poesia)

che gare ginniche (culto del corpo e competizioni atletiche) e, infine, gare equestri. Quindi

abbiamo anche un N poeta, che gareggia come poeta del 65, mentre nel 60 aveva vinto Lucano.

Siamo perciò nel mondo anche dell’agonismo, portati a Roma da Augusto. Augusto tende a

introdurre in Roma la lotta che è concepito come uno sport moderno, che fortifica i corpi invece che

annientarli come gli spettacoli dei gladiatori, giochi che avevano anche un lato spirituale. I Neronia

perciò si inseriscano nell’esempio augusteo. Ne 60, le fonti testimoniano che N fece deporre su una

statua di Augusto la corona aurea riservata al vincitore come una sorta di omaggio. Nel 62, infatti, N

farà una palestra, cioè il ginnasio neronia che viene edificato contestualmente a un altro edificio

dedicato alla cura del copro cioè le terme di N. I giochi alla greca, tuttavia, non piacciono ai romani,

infatti i Neronia, subito dopo la morte del principe caddero in disuso; il gusto del pubblico di

Roma era orientato verso il fortunatissimo pantomimo e il teatro danza che non doveva essere molto

simpatico a N visto la sua esclusione ai neronia.

Se questa visone del principe come istrione fu intollerabile per i senatori e per le figure illustri conta

ricordare che per il pubblico popolare quell’immagine che offriva di se era apprezzatissima. Il

pubblico popolare si divertì e applaudì in scena N si vedano gli Annali.

L’unico che riuscì a portare i giochi alla greca a Roma fu Domiziano, e che istaura nell’urbe corsa,

gare di eloquenza e poesia latina, gare di pugilato, musica, lancio del giavellotto; tutti eventi

performativi e artistici che vengono agiti in appositi e differenziati edifici. Con lo standard

Domiziano l’agonismo alla greca aveva trovato una sede stabile.

Lezione XV 15-04-2015

Incoriamoci al biennio 64-65 d.c. Nella biografia di N è importante perché sigla il debutto sulle

scene pubbliche di N. e, sigla quel debutto, all’insegna dell’arte del citaredo. In questo biennio

passa dal dilettantismo al professionismo. Il debutto avvenne in un teatro pubblico di Napoli (città

alla Greca) nel 64 d.c. Abbiamo poi anche, nel 65, il pubblico debutto a Roma nel corso dei

Neronia. È indicativo che inizialmente quando abbiamo il passo verso il professionismo scelga di

debuttare in una città alla greca. Siamo davanti a un debutto sospirato per lungo tempo e che

propone N così come lui voleva proporsi davanti agli occhi dei pubblici di Roma e di Napoli. Un

pubblico quindi composito dai ceti (ordini) sociali più bassi a quelli più alti. Il grande boom di N.

come attore tragico sulle scene pubbliche avviene nel 67 e avviene in terra di Grecia cioè la

tournée di N in Grecia. Sono, quindi, due le forme di spettacolo, ovvero la tragedia cantata e di

citarodia. Ricordiamo le differenze fra queste due forme di spettacolo, siamo in presenza di due

diversi tipi di cantanti tragici. Il citaredo si accompagnava con la chitarra, mentre il traghedos

(attore tragico) interpretava i proprio ruolo, inoltre, cantava un’aria e poteva fare uso di accessori


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dello spettacolo
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nausicaa93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del teatro antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Mazzoni Stefano.

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