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Lezione I 09-03-2015

Storia dello spettacolo e della città: sentimenti e immagini da Pompei

Partiamo da una questione strategica, cioè il rapporto fra storia dello spettacolo e della città. Nella storia di Occidente, il teatro è quasi sempre un fenomeno urbano. Il teatro, quindi, in Occidente nel corso dei secoli dall'invenzione della tragedia (a Atene) e fino al '900 e oltre, è legato alla città. Sarà poi con le avanguardie storiche che questo rapporto si incrina e ancor più con le esperienze teatrali della seconda metà del '900.

In quell'arco plurisecolare esiste un rapporto basilare e dialettico fra il teatro e le città e le loro culture. Le diverse forme di spettacolo, nel corso dei secoli, si radicano e si producono nelle città. In proposito resta un libro esemplificativo: Ludovico Zorzi “Il teatro e la città. Saggi sulla scena italiana”. Questi saggi coprono l'arco temporale dal '400 al '700. Inoltre, il saggio “Ludovico Zorzi, profilo di uno studioso inquieto” nella rivista Drammaturgia.

Da questo rapporto dialettico ne deriva la comprensione, almeno in parte, delle tante diverse forme di spettacolo (danza, mimo e giochi dei gladiatori), nel corso dell'Occidente, dobbiamo sempre partire dalla storia della città. Quindi è imprescindibile fare una storia del teatro tenendo conto di questo rapporto. (Es.: il teatro Olimpico di Vicenza non si capisce se non si conosce la civiltà vicentina, i teatri di Shakespeare non si capiscono se non si conosce la storia di Londra).

Si parte perciò dagli spazi urbani, dalla storia dei monumenti, ma anche dalla storia delle persone come gli abitanti e gli stranieri. In breve, perciò, lo spazio, le pietre, gli uomini e l’inesorabile fluire del tempo; tempo e spazio sono le due categorie assolute (pensiamo alla rivoluzione del tempo al tempo di Augusto e Giulio Cesare quando riformano il calendario). Occuparsi del tempo significa anche governare il tempo; al tempo di Augusto, nel calendario romano entrano delle festività che riguardano anche gli uomini della dinastia di Augusto, mentre prima le festività riguardavano solo le divinità. Controllare il tempo significa effettuare una forma di governo consustanziale al potere politico.

Questo plurisecolare rapporto fra teatro e città si genera in un modello antico, illustre e universale, cioè l'antica Atene. Dunque dobbiamo pensare che questo binomio fonde le sue radici nel teatro classico, quel teatro classico fiorito all'ombra dell'antica polis. Più in generale, l'intera civiltà greca è storicizzabile sulla base della storia delle città, quindi non è un’astrazione. È proficuo pensare la storia della città non tanto come la storia della polis, che è un'astrazione, ma come le polis, perché l'espressione al singolare è una generalizzazione.

Definizione di città

Come possiamo definire la nozione di città? La città è uguale alla civitas (intendiamo la convivenza sociale, la condizione di cittadino, la cittadinanza e l’insieme degli abitanti e anche il loro rapporto con gli stranieri) più urbes (intendiamo la forma urbis, cioè il costruito, i segni urbani, gli edifici, i monumenti); abbiamo un'altra coppia dialettica civitas più urbes. Sintetizzando possiamo dire la socialità più urbanesimo uguale città, e anche questo è un binomio scindibile.

Questo perché se noi prendiamo solo le pietre di un teatro e non gli ridiamo la vita dell’uomo, dei sogni e dei progetti e le forme dello spettacolo che sono passate per quelle pietre, rimane solo archeologia. Il tentativo difficilissimo dello storico è quello di ridare vita a quelle pietre. Non possiamo studiare le pietre sganciate dall’uomo. Se andiamo a Pompei, ma non pensiamo a chi ha vissuto quella città, diventa una fruizione molto riduttiva; non possiamo pensare la città senza la civitas.

Dialettica della città

Questa dialettica è sintetizzata dallo studioso Levi Strauss in "Tristi Tropici" (1955) Doc. 1: la città è quindi un sistema di rappresentazione di sé complesso. Un sistema di rappresentazione di sé che muta nel corso del tempo. Un sistema di sé che muta a seconda dei diversi contesti storici, culturali e politici. Che muta a seconda delle diverse istanze di civiltà e in queste tante storie, gli spazi, i monumenti e gli edifici urbani, privati e pubblici si caricano di significati (es.: Partenone simbolo dell’impero ateniese dell’età di Pericle).

Paul Zancker osserva nel Doc. 2: questo volume ha rivoluzionato il modo di studiare Pompei, dando agli studi su Pompei un inedito respiro culturale e abbina lo studio dell’urbanistica allo studio delle forme politiche. Nel documento diventa chiaro che la città è vista come palcoscenico e auto-rappresentazione di chi la abita. Pensiamo, ad esempio, alle varie valenze che le città assumono nel corso dei secoli. Prendiamo la prassi del costruire e dall’altro le speculazioni teoriche relative alla città. Pensiamo alla città utopica e a quella rinascimentale-ideale che trova autentica realizzazione nella scena della città del palcoscenico, la città che esprime appieno la metafora del principe, ma si realizza appieno nella scena dello spettacolo (Mamone).

Pensiamo che a partire dall’800 alla città industria; quindi le diverse idee di città nel tempo. (Marino Berengo “L’Europa delle città, il volto della società urbana e Europea fra Medioevo e Età moderna” questo libro illustra più la storia dei cittadini che quella dell’urbanesimo. Diventa un bell’esempio per approcciare la cultura teatrale dell’Occidente).

Città greche e romane: Pompei

Nella maggior parte dei casi è quasi impossibile scrivere una storia delle città greche e romane, perché le nostre conoscenze sulle città antiche sono troppo limitate, abbiamo delle lacune formative. Più volte è stato sottolineato il naufragio del mondo classico (pensiamo ai pochi frammenti delle tragedie attiche di Eschilo, Sofocle e Euripide a noi pervenute). Dobbiamo procedere per domande, quindi, nel caso delle persone del mondo antico e delle individualità e mentalità, cosa sappiamo del loro rapporto con lo spazio urbano?

Pompei è un caso eccezionale, ma di altre città del mondo antico alla fine non sappiamo nulla. Solo, quindi, in rarissimi casi è possibile analizzare concretamente l’organizzazione spaziale delle città antiche e metterlo in rapporto con il mondo quotidiano di una società. Quindi ne deriva che il mondo antico diventa sovente un’entità astratta, evanescente, fredda e meramente archeologica; perché troppo poco è sopravvissuto al naufragio di quei mondi.

Questo vale anche per gli spazi dei teatri greci, ellenistici e dei teatri romani. Che spesso, quest’ultimo rischiano di rimanere in un'area di vestigia monumentali, che diventano prive di vita. Accade spesso che la storia della geografia e delle arti si consumino, solo sull’etichetta della tipologia architettoniche.

Il caso di Pompei è differente per le circostanze date, l’eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. (un anno prima dell’inaugurazione del palcoscenico dei Flavi cioè il Colosseo). (Il primo imperatore è Ottaviano Augusto, da lui discende la Gens Iulia cioè i Claudi che termina con Nerone. Dopo abbiamo gli uomini nuovi i Flavi: Vespasiano). A Roma, nel frattempo, c’erano la dinastia degli uomini nuovi. E negli anni 80 si inaugura il Colosseo (palcoscenico dinastico dei Claudi).

Nel 79 l’eruzione stermina la popolazione e cristallizza la città, paradossalmente conservandola dal fluire del tempo e dell’uomo. Come scrive Settis di Pompei: una prodigiosa finestra del passato. Pompei è l’occasione unica di gettare uno sguardo nel tessuto di una città antica. Cercheremo, anche, di capire il fascino di Pompei che è quello della città sepolta, il fascino dei suoi monumenti e l’atmosfera che avvolge quei monumenti.

Sentimenti e prospettive su Pompei

I sentimenti che affiorano studiando Pompei proviamo uno stato d’animo contrastante, cioè non possiamo non provare pena e umana solidarietà per il tragico destino degli abitanti. Quindi anche sentimento di malinconia, ma dall’altro lato proviamo però curiosità, stupore e voglia di apprendere.

Doc 3 Goethe: vediamo un paradosso, una città morta che suscita gioia. Il vero problema attuale di Pompei, non è quello di portare alla luce ciò che è ancora sepolto, ma di conservare intatto ciò che è stato scoperto.

Cercheremo di ridare vita alla vita di Pompei. Doc 4: sono due lettere scritte da Plinio il Giovane e indirizzate a Tacito (maggiore storico dell’età romana - 55 d.c.-120 d.c.). Questi due interlocutori colti vivono all’ombra delle dinastia dei Flavi e al primo imperatore spagnolo di Roma cioè Traiano. A molti anni di distanza dal 79, Plinio racconta a Tacito gli eventi e il cataclisma dell’eruzione del Vesuvio, e anche quegli eventi catastrofici causarono la morte dello zio di Plinio il giovane cioè Plinio il Vecchio (formidabile naturalista, la sua opera è la Naturalis Historia).

Plinio il Vecchio scrive in proposito della Campania (campus) come una regione fiorente e mostra come la potenza della natura gentile si sia concentrata in un solo luogo. In quegli anni lontani per chi era nobile e ricco, la vita scorreva dolcemente così la scelta frequente, dei nobili romani di eleggere la Campania a regione di svago e di trasgressione capricciosa. Segnaliamo la cittadina di Baia, questa era una località balneare di gran moda e che, fu sede di villeggiature elitarie, di quest’ultima era innamorato Nerone che quando progetta la domus aurea si ispira anche a Baia. È in questa cornice ambientale che bisogna pensare anche Pompei, cioè una Campania felix; quindi era una terra di benessere.

Nel 79, Plinio si trovava in Campania con lo zio e scrive una accurata notazione degli eventi nelle sue lettere ai suoi familiari. Questo epistolario di Plinio il giovane è una ricca fonte per gli studi di Pompei. La mattina del 25 agosto Plinio il Vecchio incontra la morte, soffocato dalle ceneri; sulla sabbia di Stabia e l’episodio è fantasticamente rappresentato da un pittore '800 (Henry Pierre de Valencienne).

Doc 5: questo documento è una idealizzazione di Plinio il Giovane, idealizzando lo zio, non si sa; ma si può dire che queste due missive è il primo documento della vulcanologia moderna. Pompei viene risparmiata dalla lava e dal fango visto che si trova a Sud, al contrario di Ercolano. Pompei viene sepolta da una cascata di lapilli e di pietra pomice, da scorie e soffocata da gas velenosi, uccidendo molti pompeiani, inclusi coloro che avevano tentato di fuggire.

È evidente che si moriva con angoscia e terrore dove si moriva o soffocati dal gas o sommersi dai materiali dell’eruzione. Oppure si moriva anche perché schiacciati dal crollo di un tetto. Un ebreo che abitava a Pompei ebbe il tempo di scrivere su Pompei come Sodoma e Gomorra. Nella catastrofe perirono circa duemila persone su una popolazione di circa 10 mila.

Il calco di uomo rannicchiato: Sul riportare alla luce questi corpi è grazie al metodo con il calco in gesso liquido, risalente all’‘800. Figure restituite con i minimi dettagli che includono momenti di vita e di morte.

Lezione II 10-03-2015

Pompei nel contesto imperiale dei Flavi

La demografia di Pompei è controversa, alcuni studiosi ritengono che Pompei fosse abitata da 8 mila a 10 mila persone. Questa popolazione era composta da diverse etnie e quindi condizioni sociali diverse. Una città in cui la moneta era quella in uso a Roma.

In quest’ambito demografico, bisogna tenere conto che la popolazione comprendeva il 40% di schiavi e che, nei giorni prima del ’79, era già stata duramente messa alla prova, dal terremoto del ‘62 che aveva investito le coste della Campania colpendo al pari anche Ercolano. Al momento dell’eruzione quindi era una città in ricostruzione. Pompei era in quel periodo, un vasto cantiere a cielo aperto.

Molti dei grandi monumenti pubblici erano stati danneggiati gravemente dal terremoto del ‘62, o peggio erano addirittura in rovina. Era, tuttavia, una città piena di vita, perché si lavorava di gran lena per la sua ricostruzione. Era una città in cui il restauro e la ricostruzione del tessuto urbano procedevano speditamente, in definitiva, si cercava di cicatrizzare la ferita del terremoto.

Pompei non è in questo periodo vitalmente commerciale, ma bensì in ricostruzione anche se molti si arricchivano per queste costruzioni, scatta subito un meccanismo di speculazione. Quindi l’ultima fase della città che va dal ‘62 al ‘79, tra coloro che si arricchivano erano coloro che si aggiudicavano gli appalti privati e pubblici. Quindi è una città in bilico fra restauro e speculazione edilizia. Niente faceva presagire il disastro che poi sarebbe successo.

Per quello che ne sappiamo fu una restaurazione importante, inoltre si ricostruiva ex-novo, quindi partono nuovi edifici; si pensava perciò con fiducia nel futuro nelle mura di Pompei. L’atteggiamento del governo dei cesari nei confronti del restauro è sconosciuto, non sappiamo se gli danno un aiuto alla città terremotata. Sappiamo, invece, che i non molti sopravvissuti alla tragedia della catastrofe del ‘79 furono aiutati dal figlio di Vespasiano, l’imperatore Tito. (Le due dinastie imperiali la prima inizia con Augusto e finisce con Nerone che è la dinastia Giulio-Claudia, dopo la morte tragica di Nerone, va al potere non più una famiglia aristocratica, ma una famiglia di uomini nuovi cioè i Flavi prima Vespasiano e poi Domiziano).

Il periodo prima del ‘62 e alla vita della città: era una città popolata sia da gente comune sia da aristocratici. Una città in cui si mescolavano vecchi e nuovi ricchi. Ricchezza indotta, ad esempio, dalla condizione di mercante o di proprietario terriero. Accanto a questa “classe” privilegiata vive un tessuto di gente più modesta, ma benestante come i bottegai (di cui restano ancora oggi tracce straordinarie). Anche i liberti (coloro che si erano affrancati dalla condizioni di schiavi), gli schiavi, prostitute, gladiatori, ecc.

Pompei è una piccola, ma ricca città, ricca di vie, di piazze, di commerci, di monumenti e di edifici pubblici e privati o religiosi e civili. Edifici che hanno spesso un alto valore simbolico. Fra gli edifici pubblici sono importanti anche gli edifici per lo spettacolo.

Nella cartina colorata: vediamo l’anfiteatro (60) che risale all’età coloniale di Pompei, mentre il quartiere detto dei tetro lo troviamo ai margini della città (43,45). Città ricca di monumenti, di affreschi, di statue e di un città che dobbiamo pensare colori. Anche a Pompei le statue erano colorate. Bisogna avere perciò un approccio cromatico all’antico che si ricomincia a applicare nell’800 con Ludving di Baviera.

Affreschi e statue a cui si aggiungono numerose iscrizioni murarie sulle case per pubblicizzare spettacoli, per campagne elettorali. Abbiamo anche i graffiti e poi tante e tante epigrafi. Epigrafi che testimoniano un plurilinguismo, troviamo epigrafi in linguaggio locale il osco, ma anche in greco, in latino e persino, in aramaico. È un mondo che vive all’insegna del meticciato.

Abbiamo rinvenuto oggetti preziosi e di uso quotidiano. Se abbiamo artigiani e bottegai, abbiamo anche una città ricca di laboratori, bancherelle e venditori ambulanti; lo vedremo anche in numerose raffigurazioni. Abbiamo le terme (segno forte della civiltà romana), abbiamo osterie, alberghi (hospizia), luoghi pubblici di ristoro (termopholia); gli attuali bar. Abbiamo le case private talvolta sontuose e talvolta modeste. Le case più belle avevano lussureggianti giardini interni.

Era ricca di fontane pubbliche e private, ma anche di vigneti (asse portante dell’economia pompeiana). Per l’agricoltura ricordiamo, la decisiva importanza dell’acqua che era un problema non secondario l’approvvigionamento idrico, che era indispensabile per gli orti e terreni che doveva esser raccolta con fatica fino all’età auguste.

Furono infatti creati bacini di acqua piovana che furono posti sia nei giardini che nelle case private. L’irrigazione agricola oppure le terme che richiedono un approvvigionamento idrico maggiore, furono scavati pozzi pubblici e privati. Si dovevano scavare pozzi nella dura lava su cui Pompei era sorta quindi non era una cosa semplicissima, tutto ciò cambia in età augustea (età imperiale), e qui le cose migliorano.

Pianta a colori: nella parte alta il 32 era il punto di arrivo dell’acquedotto che Augusto aveva fatto costruire i che serviva a Pompei prima di proseguire fino a Napoli. L’acquedotto raggiungeva porta Vesuvio e aveva un importante raccoglitore e collettore d’acqua nell’edificio Castellum Aque questo distribuiva l’acqua nella rete idrica cittadina. Era notevole il consumo di acqua a Pompei, tuttavia, nelle abitazioni nelle case dei poveri erano sprovviste.

Nel documento 2/1: vediamo nell’affresco (conservato e staccato nel museo Nazionale di Napoli), vediamo la vendita o l’elargizione gratuita di pane da parte di un panettiere. Un panettiere che ricopre una carica pubblica, quindi, è probabile che stia distribuendo il pane gratis in seguito a queste elezione. Nella Fig. 2/2: vediamo la veduta d’insieme di un panificio di Bonerius Papirius Priscos. Situato nel foro di Pompei (centro della città). Vediamo il forno, sotto l’arco, dove si cucinava il pane, ma anche le macine ai lati che riducevano il grano in farina. Macine, costruite in lava vulcanica, che ve

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nausicaa93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del teatro antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Mazzoni Stefano.
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