Storia del pensiero economico
Introduzione
Abbiamo distinto due periodi:
- Economia morale, segue un approccio normativo e si estende fino al mercantilismo. Con la scoperta dell'America e quindi dell'oro e dell'argento, si sviluppa un'economia di tipo duale (prima l'oggetto di scambio erano i beni, adesso diventano i metalli e le monete). Platone e Aristotele avevano affermato che un'economia monetaria cambia la struttura sociale!
- Economia politica, studia un sistema economico capitalista (si studiano gli scambi da un punto di vista matematico statistico).
- Mercantilismo (metà del 500 fino metà del 700), si tratta di un periodo molto ampio in cui non tutti hanno la stessa visione su determinati argomenti. Gli ultimi anni, quelli di transizione, sono caratterizzati da un cambiamento di visione su molti aspetti. Come esempio si può portare la teoria del salario: si afferma l'idea che se si aumenta il salario, si dà la possibilità ai ceti più bassi di accedere ai beni, aumenta la qualità della vita e quest'ultimi diventano autonomi: in base a questa visione la crescita del salario non farebbe aumentare la produttività del lavoro, ma, al contrario, tenderebbe a ridurre la quantità di manovalanza nel sistema industriale, causando un freno alla crescita economica.
- Liberalismo di Smith (1776), anche se riprende alcuni concetti, elimina il pensiero precedente. Smith trova un linguaggio che accomuna tutti gli autori: Malthus, David Ricardo, Marx e John Stuart Mill.
- Economia marginalista: William Jevons, Carl Menger, Leon Walras, Alfred Marshall, Joseph Schumpeter, John Maynard Keynes.
- Istituzionalisti: Thorstein Veblen, Wesley Clair Mitchell, John Commons.
La Storia ha per oggetto le scelte che sono state fatte dagli esseri umani (e quindi non dalla scienza), come per esempio Keynes, il quale ha creato le basi per l'economia postbellica, o gli scolastici e San Tommaso, sul tema dell'usura e dei tassi di interesse, o i mercantilisti che incentivano i sovrani a cercare nuove terre per avere sempre maggiori introiti di metalli preziosi.
Per studiare la storia esistono 2 approcci, vale a dire:
- Cumulativo, che si rivolge al passato. Gli scienziati affrontano i vari problemi e attraverso l'analisi logica si può eliminare ciò che si ritiene falso;
- Competitivo, parla di paradigmi e mostra come questi hanno uno sviluppo nel tempo (si riesce a spiegare la realtà che cambia).
Economia morale
In principio c'era il mito, definito anche come mappa delle stelle, una mappa che guidava l'uomo per conquistare le varie parti di interesse, ma nello stesso tempo lo rendeva in balia degli eventi e lo "subordinava" al volere degli dei che gli indicavano la strada. Di fronte ad una situazione simile, nasce nell'uomo il bisogno di porsi delle domande: nascono quindi i sapienti (coloro che si pongono queste domande) e successivamente la filosofia, cioè quella disciplina che risponde a delle domande.
Le riflessioni sulle tematiche economiche cominciano con gli antichi Greci, in quanto è qui che si sviluppa l'idea concreta di mercati, ed è proprio quando il mercato inizia a palesarsi che due grandi autori si presentano sulla scena, vale a dire Platone e Aristotele (tra il quarto e il sesto secolo avanti Cristo). La grandezza di questi due autori è quella di aver intuito il rischio che si crea nel passaggio da un'economia naturale (basata sul baratto) ad un'economia duale (basata sulla moneta). Ma perché nasce la moneta? La moneta nasce semplicemente perché, rispetto alle merci, risulta di più facile trasporto.
Platone
Platone, vissuto fino al 348 avanti Cristo, sosteneva che il guadagno fosse il risultato di una tecnica, che è un qualcosa che si aggiunge (es. medicina uguale maggiore salute). Nei suoi studi, Platone compara la polis con le tecniche commerciali del nuovo mondo, come per esempio la permuta. Esistono due tipi di permuta (dove con permuta si intende un contratto che ha per oggetto il reciproco trasferimento della proprietà di cose, o di altri diritti, da un contraente all'altro):
- Quella che prevede lo scambio di beni tra il produttore e l'acquirente (baratto).
- Quella che prevede lo scambio come alienazione (uguale cedere beni in cambio di moneta), che quindi trasforma la fatica dei produttori in qualcosa di diverso (la moneta appunto). Questi scambi o compravendite potevano avvenire all'interno della polis, ma anche tra polis differenti.
Nella "Repubblica" Platone analizza i processi economici (es, come avviene la distribuzione all'interno delle classi sociali o come i cittadini si spartiscono il frutto del proprio lavoro) e osserva come nasca il bisogno di una piazza mercato, ovvero la cosiddetta agorà. Perché nasce la piazza? Perché i produttori non hanno tempo di andare sul mercato. Tutti gli atti di compravendita devono avvenire all'interno dell'agorà e poiché la polis si basa sul principio di giustizia, questi atti devono essere controllati: si vieta qualsiasi compravendita al di fuori di questa piazza mercato.
Come abbiamo detto prima, la grandezza di Platone e di Aristotele è stata quella di aver intuito i rischi relativi al fatto che il meccanismo del mercato può sfuggire dalle mani di coloro che lo praticano. La polis deve isolare ai margini l'attività economica e quindi c'è bisogno di un legislatore che coordini le transazioni assicurandosi che in esse vi sia della giustizia. La legge deve mettere dei paletti e quindi il legislatore ha il compito di fare le norme, mentre poi saranno i magistrati a far sì che gli scambi beneficino l'intera popolazione. Ma qual è il compito dei magistrati? Hanno il compito di emanare sanzioni, di stabilire il prezzo delle merci e di circoscrivere quali merci possono essere comprate e quali no.
Il commercio è comunque visto come qualcosa di positivo, perché la vendita fa sì che ci sia un miglioramento della qualità della vita (c'è una maggiore disposizione di beni), però c'è anche la visione che possa portare disuguaglianza: potrebbero infatti nascere problemi di carattere distributivi e quindi conflitti. Se il rapporto tra i cittadini fosse basato sull'amicizia (la stessa sympathy di Adam Smith, filosofo ed economista scozzese del diciottesimo secolo, intesa come capacità di immedesimarsi, fellow feelings, benevolenza), si potrebbe arrivare ad un equilibrio che dovrebbe impedire l'arricchimento degli uni a scapito degli altri (idea mercantilista). Poiché c'è lo spettro che si crei una cattiva polis con conflitti tra ricchi e poveri che porti quindi ad un conflitto sociale, nella polis stessa non vengono accettate grandi ricchezze (quali oro e argento) con lo scopo di garantire un equilibrio economico generale (concetto di Walras, economista francese del diciannovesimo secolo). All'interno della polis è meglio che non si abbia troppa moneta, serve solo quella per la sussistenza, altrimenti ci sarebbe la ricerca spasmodica della ricchezza stessa.
A ciò si aggiunge la convinzione che il commerciante non debba appartenere alla polis, ma sia esterno ad essa: questo per evitare che il nucleo della città diventi corrotto (con il mercato, infatti, l'essere umano corre il rischio di volere sempre di più e ciò porta a disuguaglianze e corruzione). Oltre al fatto che è più facile punire persone esterne alla città. Al fine di garantire una società più ugualitaria, inoltre, Platone indica come professioni necessarie quelle dell'agricoltore, dell'allevatore, del muratore (e altre) a scapito di professioni come quella del negoziante o del banchiere.
Nota bene: La conclusione di Platone è che il commercio non è negativo in sé (la sua natura non è quella di distruggere la polis), ma è il modo in cui viene eseguito che può creare problemi, per questo motivo serve una regolamentazione del mercato (da parte della politica).
Aristotele
Aristotele (384 avanti Cristo fino al 322 avanti Cristo) è importante da un punto di vista economico, in quanto è lui stesso che conia il termine economia (dal greco oikos, "casa" (nomos), "norma" o "legge", cioè norme che servono alla conduzione del nucleo economico, della città).
Joseph Schumpeter (economista austriaco del XX secolo) criticherà Aristotele, accusandolo di non aver elaborato un'analisi economica. In realtà questo giudizio è errato, dal momento che questi vivono in contesti e epoche completamente differenti: se non esisteva ancora l'idea stessa di mercato, come avrebbe fatto Aristotele ad analizzarlo?
Così come Platone, anche Aristotele ha un'idea particolare rispetto alla polis monetaria, in quanto intuisce il rischio che questa nuova attività cambi la struttura sociale. Aristotele "si muove" in un contesto nel quale il mercato si stabilisce come forma di rapporti economico sociali: inizia la fase mercantile, intesa come scambio di prodotti e merci.
Per Aristotele i concetti fondamentali sono:
- Comunità: intende il gruppo sociale dove i membri sono tenuti insieme da legami di benevolenza (la stessa sympathy di Adam Smith). La benevolenza si esprime attraverso una disposizione ad assumersi oneri e ripartirsi i frutti; senza di essa nessun gruppo può mantenersi. In conclusione si può affermare che benevolenza e reciprocità garantiscono l'esistenza della comunità.
- Autosufficienza: egli parla di economia chiusa, che dipende da se stessa e che non mira all'accumulazione (altrimenti si scardina questo sistema).
- Giustizia: è il pilastro della visione economica di Aristotele (senza di essa non esisterebbe il mercato).
Anche Aristotele si sofferma sul concetto di commercio, sostenendo come sia neutrale, e quindi giusto nel momento in cui serve alla comunità per garantire la sussistenza, e quindi anche necessario. Secondo Aristotele i prezzi sono giusti finché riflettono la diversa posizione gerarchica dei membri della comunità. Che cosa vuol dire? Egli congela la società, sostenendo che nessuno possa chiedere o pretendere "di più", manca cioè quella mobilità sociale o ascensore sociale (cioè quel processo che consente e agevola il cambiamento di stato sociale e l'integrazione tra i diversi strati che formano la società) che permette ad una società di evolversi e diventare più forte, equa, giusta, sana e con meno odio (con la capacità di accettare l'altro). Il motivo di tale opinione risiede nel fatto che non si poteva sapere se eventuali cambiamenti avrebbero arrecato danno o beneficio alla società; per questo motivo ciascuno doveva rimanere all'interno della propria gerarchia sociale.
Infine si deve notare come Aristotele veda l'economia da un punto di vista empirico, guardando cioè ai fatti: la prassi economica non può essere scissa dalla società e dalle sue istituzioni (approccio istituzionale). Solo nel 1800 l'economia diventerà un ambito separato dalla società.
Economia medioevale
L'economia medioevale (decimo e sedicesimo secolo). Precisiamo fin da subito che quanto seguirà sarà un'analisi storica e non del pensiero economico. Innanzitutto dobbiamo analizzare l'organizzazione sociale medioevale, che può essere rappresentata come una piramide:
- Al vertice c’era il re che regnava insieme a nobili feudatari, a lui subordinati (costituiscono l’aristocrazia).
- Al pari dei feudatari c’era l’aristocrazia ecclesiastica, il clero.
- Il popolo, costituito dalla nuova classe emergente dei mercanti (cioè la borghesia, che nascerà intorno all’anno mille per poi affermarsi definitivamente alla fine del quindicesimo secolo con la scoperta dell'America), i contadini e i veri poveri, cioè i migranti.
La società feudale sorge dalle ceneri dell'Impero Romano. Se, però, con i Romani esisteva il concetto di schiavitù (e il rapporto padrone schiavo), in questo momento si passa al rapporto padrone servo. Il servo è legato alla terra che coltiva (il signore quindi concede ai contadini di lavorare le sue terre) e riceve protezione dal signore, in cambio di determinati servizi economici e politici: permane la forte dipendenza del servo al padrone, ma la condizione sociale del servo è superiore a quella dello schiavo (infatti una famiglia di contadini poteva coltivare una terra anche per 99 anni e mantenerla di generazione in generazione: al centesimo anno, però, la terra veniva loro sottratta perché altrimenti, per le leggi in vigore, sarebbe diventata di proprietà dei contadino).
Dal punto di vista economico la società medioevale era di carattere agricolo, dove l'attività economica organizzata intorno al feudo, un'unità agricola autosufficiente, controllata da un signore e coltivata da contadini in stato servaggio. Il feudo aveva 2 scopi:
- Assicurare continuità nel tempo del maniero (perché i contadini lo lavoravano per generazioni)
- Produrre un sovrappiù per il feudatario (di cui ne teneva una parte per sé e donava la restante al re).
Siamo ancora molto lontani dal capitalismo, infatti qui i signori spendono tutto questo sovrappiù generalmente in beni voluttuari (quei beni che rispondo a bisogni secondari, non primari, dell'uomo), a differenza di quanto sarebbe accaduto in un’economia capitalista, dove questo surplus sarebbe stato reinvestito nella terra per ottenere dei miglioramenti o per incrementarne la produzione.
I contadini
Come detto, alla base della piramide sociale c'erano i contadini che vivevano al limite della povertà. È attraverso questa figura che si costruisce e si definisce l’economia morale (naturale o di sussistenza). Nel corso dei secoli, l'economia morale si va strutturando come un sistema economico retto dal principio secondo cui parte del surplus generato viene destinato al mantenimento, supporto e sviluppo della comunità (tale visione rispecchia e racchiude le idee di Aristotele). In tal senso, il cardine attorno al quale l'economia morale gravita è il concetto di embeddedness: esso indica il radicamento delle attività economiche nella società; infatti la produzione, la distribuzione e il consumo di beni dipendono da fattori sociali come la cultura, le abitudini, il senso di responsabilità e la reciprocità verso gli altri.
L’economia medioevale, per secoli, si era basata sul cosiddetto "sistema dei campi comuni", tale sistema permetteva ai nullatenenti l’uso della terra e la raccolta di quanto era rimasto sui terreno dopo la raccolta del proprietari della terra (per esempio patate, cipolle o il pascolo di qualche animale) con lo scopo di garantire la sopravvivenza di questi nullatenenti. Il diritto alla sussistenza era il perno dell'intero sistema sociale! Il fine dell’organizzazione sociale medievale era quello di ridurre i rischi ai quali i suoi membri erano esposti, sebbene le tecniche a disposizione fossero limitate. L’obiettivo era quello di provvedere ai gruppi sociali più deboli tramite una sorta di assicurazione sociale contro i normali rischi agricoli e un'elaborata struttura di scambi sociali.
Questa forma di organizzazione sociale era intrisa dall'idea cristiana che la povertà non era né una conseguenza di una mancanza di moralità, bensì la povertà era esaltala fino ad essere considerata una tra le più alte virtù che l'uomo pio, devoto, e virtuoso potesse possedere. I poveri non vivevano quindi distaccati dalla società, bensì erano chiamati a partecipare alla vita della comunità:
- Erano invitati a tenere a battesimo i figli delle famiglie benestanti.
- I preti facevano loro la carità chiedendogli in cambio solo preghiere per i loro cari defunti.
Nota bene: In breve, la povertà aveva un'utilità sociale: per i ricchi il dare ai poveri era la strada maestra per raggiungere la salvezza delle loro anime, mentre per i poveri, umiltà e rassegnazione rappresentavano i mezzi per guadagnarsi un posto in paradiso.
La borghesia e la Chiesa
Nel popolo si era creata una "classe borghese" che non era assimilabile alla struttura gerarchica feudale. Dalla fine del X secolo si osserva l'ascesa di questa classe dedita all'industria (e quindi alla produzione), al commercio (e quindi alla distribuzione) e alta finanza. Il suo scopo è l'affermazione dei propri interessi di classe; essa non guarda all'economia dall'esterno ma è essa stessa parte integrante del processo economico e degli affari.
Oltre alla borghesia vi è la Chiesa che, come ricorda Schumpeter, era una un'istituzione indipendente e monopolista in grado di esercitare una fortissima azione spirituale e materiale sulle masse, in virtù del fatto che:
- Parlano la stessa lingua, ovvero il latino.
- Si radunano in luoghi comuni in cui si svolgevano riti collettivi (la messa).
- Ricevono tutti la medesima educazione.
- Hanno un capo riconosciuto, il Papa.
- Fanno parte di un sistema di potere internazionale non nazionalistico (Tommaso (italiano) e Duns Scoto (scozzese); insegnano entrambi a Parigi e a Colonia).
- Tutti possono accedere a cariche ecclesiastiche: è l’unico ascensore sociale funzionante (attraverso la carriera ecclesiastica avrebbero potuto assurgere cariche più alte, cosa che non era possibile altrimenti).
- Vi era pari dignità tra i ricchi e i poveri.
Essendo il pilastro della struttura economica, la Chiesa esercitava il suo po...
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