Architettura e città nell'Italia della ricostruzione e del boom economico
La fine della Seconda Guerra Mondiale segna in Italia l’avvio di una nuova fase architettonica. La situazione di distruzione materiale, causata dai bombardamenti, ma anche il degrado politico e morale causati da 20 anni di respiro fascista, richiedono uno sforzo di volontà e di unità in un rinnovato clima di collaborazioni. Come scrisse Rogers, “si tratta di ricostruire una società”.
Temi fondamentali della ricostruzione
- La questione abitativa, per creare alloggi a chi era rimasto senza casa
- Il rapporto con la tradizione e la storia
- Il confronto con le preesistenze ambientali, come lo definì Rogers, cioè il dialogo tra il nuovo e il tessuto storico
- Il rinnovamento del linguaggio architettonico
Nelle circostanze imposte della ricostruzione, la cultura architettonica italiana per un verso si trova pressoché concorde nel dare la propria adesione ai criteri costruttivi moderni, per un altro non manca di svolgere lo sguardo alla storia passata. Di fronte alla necessità di rimarginare le ferite dei bombardamenti con l’inserimento di nuovi edifici in tessuti urbani storicamente consolidati, gli architetti italiani si impegnano in un’opera di adattamento, tesa a stemperare i caratteri essenziali ed astratti del razionalismo e renderli più compatibili con il contesto. Scriveva Rogers: “non è opera veramente moderna quella che non ebbe autentico fondamento nella tradizione”.
Dibattiti ideologici e mostre
Il tema della ricostruzione non era solo legato all’aspetto puramente tecnico-costruttivo e formale; ma anche ideologico. Vi fu, infatti, un forte dibattito politico su quale dovesse essere l’indirizzo sia politico che economico della nazione, che investì anche il mondo architettonico: da un lato si schierano i sostenitori del principio liberistico, dall’altro i sostenitori di una ricostruzione guidata dallo Stato. A Milano si tenne la mostra sul tema delle ricostruzioni, organizzata dai comitati di liberazione.
Anche le riviste di architettura furono coinvolte, come Casabella (prima diretta da Pagano e ora da Albini; con i famosi numeri 193 e 194 dove furono pubblicate le proposte per il Piano di Milano e i Piani del CIAM). Anche Domus riprende la sua attività, diretto da Rogers; in questo periodo nacque anche la rivista Metron di Bruno Zevi, che divenne l’organo di comunicazione dei sostenitori dell’architettura organica che fondarono l’APAO.
Movimenti e piani urbanistici
Nel 1945 nasce anche la MSA (Movimento di Storia dell’Architettura), gruppo di architetti provenienti dalle diverse riviste ed opinioni, che si riuniscono per discutere sui temi fondamentali delle cose e del rapporto con i contesti storici. La posizione degli Stati Uniti è di fiducioso appoggio al moderno, ma al contempo di critica nei confronti dei suoi dogmatismi. Tra i temi del dibattito il più significativo è quello della tradizione; in quest’anno a Milano si fece anche il Piano A.R (architetti riuniti), redatto da Albini, Belgraforo, Bottoni, Cerruti, Gardella, Palanti, Pucci, Putelli e Rogers, il primo piano ad affrontare in senso complessivo il problema delle ricostruzioni della città.
Esempi di quartieri di ricostruzione
Quartiere QT8 (Milano 1947-50)
Progettato da Bottoni, Cerruti, Gandolfi, Morini, Pollini, Pucci e Putelli, il quartiere QT8 fu un banco di prova per la ricostruzione di Milano, ai margini della città. Venne concepito nell'ambito dell'ottava edizione della Triennale di Milano, svoltasi nel 1947. La città era nel vivo della ricostruzione all'indomani della guerra. Fu proprio Piero Bottoni, commissario straordinario della Triennale di Milano, che nel 1945 promosse la realizzazione di questo "quartiere sperimentale" e al suo interno del Monte Stella, un'altura artificiale costituita con le macerie di tutti gli edifici distrutti a seguito dei bombardamenti subiti dalla città.
L’impostazione del progetto risale ai precedenti disegni anteguerra, riconducibili alla proposta di Piano Regolatore per la zona Sempione-Fiera del 1938 di Albini, Gardella, Minoletti, Pagano, Palanti, Peverdal e Romano, o al quartiere tra via Brera e via Legnano del 1938-40 di Diotallevi, Maressotti e Pagano. Progetti organizzati su una maglia ortogonale e funzionale, con una cosiddetta suddivisione a zoning. Il quartiere a carattere dimostrativo era già stato presentato da Bottoni nel 1946 all’ottava triennale, di cui fu direttore, concepito come un assemblaggio di nuove tipologie con programmi funzionali, costruttivi e igienici sperimentali, ed una tecnologia basata sulla prefabbricazione e industrializzazione.
L’intero quartiere sistemato a verde, presentava diverse tipologie abitative (a schiera, a torre, ecc.) e una serie di edifici di servizio per la comunità, di cui è costruito solo l’asilo. Le abitazioni sono ultimate nel 1965 e comprendono anche le case a schiera INA CASA di Vagnetti e la Casa Multipiano INA CASA di Lingeri e Zuccoli: nel 1949, infatti, lo stato aveva approvato una legge per l’occupazione della classe operaia e sul problema della casa (legge Fanfani o INA-CASA).
Quartiere INA-CASA Harar Dessie (Milano 1951-55)
A Milano l’iniziativa dell’INA-Casa costituisce i capisaldi per una crescita urbana incomparabile con le precedenti. Incomparabile non tanto per l’estensione e la quantità di abitanti insediati quanto per l’ampiezza e la complessa relazione tra le parti che andranno a costituire l’odierna metropoli. Non vi è in quel periodo un quadro normativo adeguato per affrontare la nuova scala dei problemi urbani. Il PRG ed altri strumenti normativi (salvo far appello ad un generale decentramento funzionale) non risultano incisivi.
Il quartiere Harar, realizzato durante il primo settennio INA, rappresenta una chiara presa di posizione da parte della cultura architettonica razionalista nei confronti delle trasformazioni insediative del dopoguerra. Figini, Pollini e Ponti trasformano i vincoli imposti dall’INA-Casa, fra cui la localizzazione piuttosto periferica, in un’occasione per configurare un sistema insediativo caratterizzato da un disegno urbano chiaro e riconoscibile.
Il quartiere è caratterizzato da una dialettica tipologica tra edifici in linea pluripiano e case unifamiliari a bassa densità, noti rispettivamente come “grattacieli orizzontali” e “insulae”. I due differenti modelli insediativi innescano un rapporto antitetico, con una duplice opposizione tra il carattere monolitico delle grandi “lame” e la molteplicità delle piccole abitazioni, tra spazio “esploso” delle prime - esperibile attraverso vedute incanalate e fondali prospettici - e spazio intercluso delle seconde - proprio della tessitura a tappeto.
Rispetto alla disposizione a pettine, consueta in molti quartieri razionalisti, i progettisti studiano un’organizzazione dello spazio tesa ad una maggiore dinamicità: i tipi in linea, ad eccezione degli edifici di Bottoni, Morini e Villa, sono disposti parallelamente e ortogonalmente a via Dessie, assunta come matrice geometrica di riferimento, in modo da ottenere una figura a “turbina” imperniata su un asse vitale costituito da un percorso pedonale parallelo alla stessa via Dessie; questo tracciato è destinato a collegare la fermata della linea tramviaria con il centro di aggregazione del quartiere in cui si trovano negozi e servizi pubblici. Il modello insediativo ha dei precedenti nelle esperienze dei razionalisti olandesi, in particolare nel piano per Pendrecht, presentato nel 1951 da Bakema al CIAM di Hoddesdon.
Il quartiere fu dimensionato per accogliere 5.500 abitanti distribuiti in 942 alloggi. La superficie occupata è pari a 137.000 mq. Gli architetti di matrice razionalista non trovano occasioni di concreta ricerca progettuale se non nel quartiere autosufficiente. In questo quadro il quartiere Ina - Casa Harrar in via Dessie occupa un posto di spicco. Figini, Pollini e Ponti, che hanno avuto l’incarico nel 1951, si pongono in polemica contro la decisione di esiliarlo rispetto alla città consolidata. In tutta Italia vennero costruiti quartieri INA-Casa di edilizia residenziale, un piano di enorme dimensione che non si verificò mai più.
Il quartiere INA-CASA Harar in via Dessie fu costruito a Milano fuori dalla città consolidata, nonostante il parere sfavorevole dei progettisti. Questa scelta non è da considerarsi come satellite ma come un nuovo quartiere attorno al quale si strutturano le aree adiacenti. I progettisti si confrontano con il progetto a scala urbana, riprendendo le ricerche di anteguerra della città funzionale: le abitazioni sono concentrate in pochi edifici multipiano per consentire di liberare il suolo e creare ampie aree verdi, le vie di grande traffico sono allontanate dagli spazi di vita. Figini e Pollini sviluppano per il quartiere il progetto per un edificio a ballatoio per alloggi e quello per il centro sociale. L’edificio a ballatoio è costituito da tre serie di alloggi duplex sovrapposti su un piano terra porticato e in parte destinato a cantine. Il fronte nord è scandito da uno schema a fasce orizzontali, mentre quello sud è marcato da scansioni modulari del telaio strutturale in calcestruzzo a vista.
Quartiere la Falchera (Torino 1950)
All'indomani della seconda guerra mondiale, di fronte alle necessità di "incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori", il Comitato di Attuazione dell'INA-Casa acquistò l'area a nord della ferrovia, ampiamente non urbanizzata, e sotto la direzione dell'architetto e urbanista Giovanni Astengo realizzò un quartiere ex novo, noto fin da subito col nome Falchera (l'attuale Falchera Vecchia).
Il progetto, realizzato fra il 1952 e il 1954, diede vita a un borgo a sé stante rispetto al resto della città, caratterizzato da uno schema di condomini sistematicamente a tre piani e dalle caratteristiche facciate in mattone rosso; i caseggiati, articolati in tre o quattro ali che si raccolgono su ampie aree di verde pubblico, sono disposti a raggiera attorno a un centro comune, che ha il suo cuore nell'attuale piazza Giovanni Astengo (già piazza Falchera fino al 2007), la piazza centrale del quartiere.
Astengo a Torino realizza il piano del quartiere la Falchera a 7 km dalla città, in un contesto pienamente nuovo. Si tratta di un piano ben diverso da quello per Milano, che cerca di superare gli schemi rigidi e geometrici a favore di una variazione fantasiosa con giochi formali che si adeguano al terreno e alla vegetazione esistente, e si ispirano alle sperimentazioni nordiche. La tipologia edilizia usata era la casa in linea a 3 livelli, con un andamento spezzato e che si ripete formando un sistema attorno a grandi aree verdi. Ogni aggregato di edifici è dotato di asilo nido e negozi di prima necessità, mentre i restanti servizi si trovano al centro del quartiere.
Quartiere INA-CASA Tiburtino (Roma 1950-55)
Il Tiburtino è tra i principali quartieri del primo settennio di costruzioni del programma per la piena occupazione (piano "Fanfani", 1948) e fin dalla sua costruzione è stato visto dalla critica come il manifesto del neorealismo italiano in architettura. Vero laboratorio per il gruppo di diverse generazioni di architetti coinvolti nel progetto, il quartiere raccoglie gran parte delle ricerche sull'abitazione svolte da Mario Ridolfi presso il Centro nazionale delle ricerche e esemplifica la proposta culturale veicolata dalla pubblicazione del Manuale dell'architetto (Usis-Cnr, 1945).
Composto di edifici formati da diversi tipi edilizi (a torre, a schiera, in linea) collocati in modo da ricreare la contiguità spaziale della città preindustriale, il quartiere accosta materiali e linguaggi tratti dalla tradizione vernacolare italiana in una forma planimetrica che, pur seguendo le indicazioni date dall'INA-Casa, mostra ancora una certa incertezza nelle sua matrici culturali.
Tra i numerosi studi che hanno letto il quartiere nei termini di una trasposizione in architettura di un’astratta attenzione al popolo, si segnalano quelli di B. Reichlin che ne tenta una nuova e convincente lettura morfologica in sintonia con i piani sequenza del linguaggio cinematografico, sottolineandone così il grado di novità e sperimentazione rispetto alla tradizione della cultura architettonica italiana del Novecento.
In altre situazioni si verifica una riscoperta delle tipologie e delle tecniche tradizionali di costruzione (nel manuale dell’architetto ricomparvero le tavole tecnologiche e tipologiche). A Roma, Quaroni, Ridolfi e altri giovani architetti aderenti alla APAO (fondata da Zevi nel 1945), collaborano al progetto del quartiere Tiburtino che scaturisce come rievocazione dei motivi vernacolari, dai ballatoi in ferro battuto alle coperture a falde tradizionali, dal taglio delle finestre alla sequenza delle scale esterne.
Si tenta di riprodurre la vivacità e la spontaneità delle borgate, tentando di riprodurre un immaginario radicato nella coscienza del popolo. Anche i materiali usati, come i mattoni forati, derivano dal linguaggio vernacolare; un quartiere concepito per ospitare gli emigrati dalle campagne, che non fosse alienante (un progetto in realtà molto criticato). Si potrebbe quasi parlare di un esempio di neorealismo in architettura. Qui i blocchi di appartamenti erano organizzati seguendo una planimetria irregolare e coronati da inclinate aperture mediterranee.
Borgo la Martella (Matera 1951-54)
Altro caso importante, in cui si intreccia architettura e letteratura neorealista, è quello che si verificò a Matera, dove a causa delle condizioni di vita ancora primitive, si decise di spostare gli abitanti dei Sassi in un nuovo borgo residenziale, situato nella piana a diversi chilometri da Matera. Il borgo dà voce alla vena populista degli architetti.
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Appunti di Storia Architettura Contemporanea Parte Prima
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Appunti di Storia Architettura Contemporanea: Parte Terza
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Appunti di Storia Architettura Contemporanea: Parte Quarta