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Appunti di sociologia e metodologia

Sono appunti di tutte le lezioni per poter affrontare l'esame da frequentanti con riferimento allo studio del "manuale di sociologia" Smelser. Appunti presi e scritti in modo discorsivo. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof.

Esame di Sociologia e metodologia della ricerca docente Prof. L. Stagi

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struttura e soggetto. La sociologia deve aiutarci a disvelare quanto questa struttura

condizioni le nostre traiettorie. Ma c’è un soggetto a cui bisogna riconoscere il potere

di agency, di soggettivazione altrimenti lo sguardo sociologico diventa uno sguardo

deterministico.

Durkheim -> padre del funzionalismo, corrente che considera la società come un

organismo vivente che si auto ordina, si auto equilibra e auto gestisce. Tutto nella

società è pensato e coopera per il mantenimento dell’ordine sociale. Per i

funzionalisti l’ordine sociale è l’obiettivo primario; anche la diseguaglianza è

giustificata sulla base della strumentalità verso l’equilibrio, cioè che se ragioniamo

con questa metafora dell’organismo vivente ci sono organi che valgono più degli

altri. Quindi nella società chi occupa delle posizioni di potere è giusto che valga più

degli altri. I funzionalisti però non si rendono conto che il raggiungimento di quella

posizione di potere non è uguale per tutti.

Marx -> padre dei conflittualisti, del pensiero critico. Per i teorici del conflitto la

società è una lotta continua tra chi detiene il potere e chi lotta per conquistarlo. La

prospettiva di Marx si chiama materialismo storico-dialettico ciò significa che per

Marx il fattore determinante è il fattore produttivo economico nell’analisi della

società ed è la società quindi che determina la cultura. La sovrastruttura è

un’emanazione della struttura, la sovrastruttura serve per legittimare e per far

funzionare bene la struttura. LA CULTURA cap. 2

La socializzazione è il processo di apprendimento attraverso il quale incorporiamo

tutti gli elementi culturali. È un processo che a seconda della prospettiva funzionalista

o conflittuale viene vista in modo opposto. La socializzazione è il fulcro della

sociologia funzionalista e necessaria per il buon funzionamento della società, per i

teorici del conflitto invece la socializzazione è un dispositivo di potere attraverso il

quale ci formalizziamo.

Società e cultura si influenzano a vicenda sfaccettature interessanti le abbiamo

partendo proprio dalla scuola di Francoforte e con Gramsci che ha prodotto il

concetto di egemonia culturale (come se avessimo una grande cupola intorno al

nostro vivere che ci modifica un po' il senso che diamo all’agire) mostrando come in

realtà, andando un po' oltre il pensiero di Marx, ci sia questa riflessività tra cultura e

società. La prospettiva teorica di ricerca della prof è questa continua riflessività tra

cultura e società, tanto che gli autori contemporanei soprattutto i sociologi dei media

parlano della realtà come iper realtà, come una realtà che è costantemente raccontata

e quindi creata dai media. Quindi è difficile tenere così distinte cultura e società.

A differenza di Marx, tutti quelli della scuola di Francoforte, quindi anche Gramsci,

ci mostrano che il nostro sguardo è sempre opaco rispetto a questa egemonia. Questa

industria culturale quindi produce una serie di desideri e sogni che poi noi cerchiamo

di realizzare attraverso questo assoggettamento a pratiche economiche.

Grazie all’antropologia riusciamo a vedere le diversità tra culture anche se il nostro

sguardo è sempre viziato da un certo etnocentrismo mentre dovremmo aprirci al

relativismo culturale.

Il linguaggio è struttura culturale; dal momento in cui esistono parole per dir cose e il

fatto che si usino parole in un certo modo, struttura il pensiero. Il linguaggio è una

forma di interiorizzazione della struttura e riproduce le gerarchie sociali. Es. di neve

es. in arabo esistono 10 parole per dire amore, mentre del dialetto genovese non esiste

il verbo amare.

Una certa idea di inadeguatezza culturale che produce vergogna è qualcosa di

ingestibile. Il rossore non si controlla. Grazie alla sociologia posso capire perché

quella cosa mi fa vergognare, quale pensiero culturale c’è sotto ed evitare certe

situazioni oppure affrontarle con consapevolezza oppure ancora negoziare (mettere il

fondotinta, ridere). Bourdieu dice la sociologia è “uno sport da combattimento” che

significa aiutare i soggetti a capire quali sono i dispositivi che agiscono su di loro, a

non essere “una calamita in un campo magnetico” ma poi certi processi sono troppo

incorporati per riuscire ad emanciparsi.

L’ideologia è sicuramente una forma di riduzione di complessità che ha appunto la

funzione di far agire secondo certi sistemi valoriali, senza esplicitarli, ma incatenando

le soggettività e il pensiero critico.

A livello di adesione e di integrazione all’interno di una cultura non si ragiona solo

nei termini dei singoli individui ma anche rispetto ai gruppi. All’interno delle culture

spesso esistono dei gruppi che non aderiscono completamente al sistema valoriale

culturale. Se il gruppo differisce dal sistema valoriale ma solo in parte, si chiama

subcultura o sottocultura; se il gruppo ha un sistema valoriale che per la maggior

parte è in contrasto con la cultura dominante è una controcultura ad esempio la

controcultura punk. Ragionare nei termini di gruppi e di cultura significa anche

ragionare di quello che Bourdieu chiama capitale culturale.

STRUTTURA SOCIALE cap. 3

Per capire cos’è la struttura sociale nel racconto della cicogna abbiamo detto quanto

potesse essere difficile per il soggetto che raccontava la sua esperienza essere

consapevole della struttura sociale. Nel fatto che i movimenti che aveva fatto durante

la notte probabilmente erano stati condizionati da una serie di vincoli, ostacoli sia

esterni che interni. La struttura come ci spiega Bourdieu è qualcosa di esterno che ci

condiziona ma è anche qualcosa che interiorizziamo. Bourdieu è uno dei pochi

sociologi che cerca di tenere insieme queste due dimensioni. Bourdieu parla del

concetto così potente di habitus come struttura strutturante strutturata, cioè che

esistono dei vincoli esterni che sicuramente condizionano e lui vuol salvare la libertà

del soggetto, quindi ognuno dentro il giardino si muove singolarmente ma c’è anche

una parte interiorizzata che fa sì che quel soggetto si muova nello spazio in modo

diverso rispetto all’età il genere ecc…strutturante strutturata perché nell’interazione

riproduciamo la struttura che diamo per scontata.

Lo status è la posizione che presuppone una serie di ruoli. Il ruolo è qualcosa che

Goffman ci esemplifica nella sua metafora teatrale come una maschera, un

canovaccio che ci consente di semplificare l’interazione. Spiega anche che è possibile

che si siano dei ruoli che si appiccicano un po' di più addosso che quando passiamo

velocemente da un frame (cornice) all’altro magari ci rimane appiccicato un po' di

cerone del ruolo precedente. Significa che pur essendo i ruoli codificati

presuppongono una interpretazione ed ognuno ovviamente interpreta in un modo un

po' diverso e probabilmente si porta un po' di sé che rimane appiccicato

nell’interpretazione di quel ruolo.

SOCIALIZZAZIONE cap. 4

La socializzazione è un processo di apprendimento. Per i funzionalisti se la

socializzazione funziona tutto rimane in equilibrio, per i conflittualisti la

socializzazione è uno dei tanti dispositivi per il mantenimento del controllo.

La socializzazione varia a seconda della società ma anche all’interno di una società, a

seconda del gruppo a cui apparteniamo, la socializzazione sarà diversa. A seconda

della classe sociale si ha una differente socializzazione. Normativismo e orientamento

al valore significa che attraverso la socializzazione dobbiamo imparare quali sono i

valori giusti che la nostra cultura considera adeguati.

Le norme sono l’altra faccia dei valori e dobbiamo capire che sono funzione dei

valori. Spesso con una socializzazione basata sulle punizioni ci rimane chiara la

norma ma non il valore che sta dietro la norma. Questo tipo di percorso porta a delle

personalità che la scuola di Francoforte inquadra nello studio sulla personalità

autoritaria, personalità molto normative e assoggettabili.

Il primo meccanismo forte della socializzazione è il premio e la punizione.

L’imitazione è un altro tratto significativo.

La socializzazione si divide in primaria e secondaria. Quella primaria riguarda la

prima fase della vita, quando dobbiamo apprendere gli strumenti di base, e abbiamo a

che fare con le “agenzie di socializzazione” cioè la famiglia, la scuola, i pari… che ci

danno delle indicazioni su come comportarci all’interno di quella cultura, rispetto ai

ruoli…la fase secondaria ha a che fare con tutta la specializzazione, la formazione

che renderà il componente adulto competente con dei ruoli specifici all’interno della

società.

Tra la primaria e la secondaria avviene un passaggio molto importante che è il

passaggio all’altro generalizzato. Il momento in cui da apprendimento personalizzato

il bambino o la bambina capiscono che quello che stanno apprendendo ma poi

declinatosi a seconda delle situazioni e registrato a seconda dei momenti. Un

passaggio essenziale è il gioco.

Cooley e Mead ci parlano dell’identità come una continua negoziazione tra una parte

unica e inimitabile dell’individualità e l’ambiente circostante. Questa continua

mediazione produce poi questa identità che ha messo in correlazione la parte interna

con tutto quello che dall’ambiente riceviamo.

Quando si parla di socializzazione continua, si intende un processo abbastanza

invisibile che fa sì che noi in realtà sappiamo che dobbiamo costantemente

risocializzarci. A seconda della fase della vita noi reimpariamo alcuni atteggiamenti.

Spesso nella socializzazione in passaggi delicati come l’adolescenza c’è bisogno di

categorizzare, di classificare, di riordinare. Chi esce viene riportato all’ordine con una

serie di strategie, anche discorsive.

La vergogna è uno degli strumenti più potenti di assoggettamento. Il senso di colpa ci

fa stare dentro i confini.

INTERAZIONE SOCIALE cap. 5

Tutto l’interazionismo si fonda sull’idea che non vogliamo sembrare matti, vogliamo

rassicurarci reciprocamente che noi non appariamo matti soprattutto non sono matti

nemmeno quelli con cui interagiamo. L’esempio di Goffman “esco da un posto e mi

dimentico il cellulare, cammino per strada e ad un certo punto mi accordo di non

avere il cellulare. Cosa faccio? Mi volto improvvisamente e torno indietro?!”

Di solito ci si tasta in cerca del telefonino e si fa un gesto per tranquillizzare e far

capire a chi ci osserva che non siamo impazziti ma che abbiamo dimenticato

qualcosa, ad esempio il gesto di mettersi la mano sulla fronte.

L’interazionismo e soprattutto l’approccio di Goffman, teatro, ribalta e retroscena

parte dal presupposto che tutta l’interazione si fondi su questa rassicurazione

reciproca e sul fatto che noi interagiamo sulla base di simboli che sono una serie di

segni che hanno un significato condiviso.

Ci muoviamo in una realtà che è sempre conosciuta, routinaria, sospendo

costantemente nella relazione la problematizzazione. Ci muoviamo come direbbe

Goffman sulla base di un copione, di balletti rituali. Esempio della disattenzione

civile. Il linguaggio del corpo fa parte di tutti quei gesti che diventano simboli.

La risata spesso segnala una gaffe interazionista, nel senso che ci fa ridere chi sbaglia.

Goffman dice che spesso la gaffe deriva dalla mancata completa condivisione dei

significati e quindi se ci pensiamo la comicità si costruisce quasi sempre

sull’equivoco che è il non conoscere perfettamente tutti i codici di un frame di una

cornice. La risata segnala questo errore ma soprattutto è anche un modo per negoziare

col fastidio, perché chi commette la gaffe o fa qualcosa che ci reca fastidio sta

facendo qualcosa che mette in tensione l’ordine sociale, le aspettative reciproche.

Spesso quindi la risata ci aiuta a neutralizzare questo fastidio.

Siccome siamo attori che recitano costantemente, nel momento in cui sbagliando

operiamo una serie di negoziazioni per “salvare la faccia”, come dice Goffman.

Le altre tipiche rotture sono l’invasione dello spazio. La disattenzione civile

nell’interazione localizzata ha delle regole di comportamento (non stare troppo

vicino, non fissare). Fondamentalmente l’interazionismo e la etnometodologia

lavorano sul dato per scontato, su quello che non si vede attraverso una serie di

modalità che fanno emergere questo tipo di costruzione sociale.

L’interazione tra individui è oggetto della microsociologia, oggetto specifico sono le

relazioni situate tra individui e gruppi. I fenomeni micro studiati sono tutti i casi

innestati entro le più ampie istituzioni, studiate dai sociologi interessati a livello

macro.

Per Homans l’interazione è una rete di scambi interpretabili in termini di costi e

benefici. Cooley ci parla dell’io riflesso che è molto potente. Sia Mead che Cooley

arrivano entrambi a definire l’identità come qualcosa che è costantemente negoziato

tra una parte più individuale, originaria e l’interazione di questa parte con l’ambiente

circostante; quindi ci dicono che la nostra identità personale è sempre una mediazione

con le aspettative sociali e quello che gli altri ci restituiscono di noi.

Per Mead l’identità è veramente il prodotto tra l’io e il me = sé. Io intesa come parte

meno socializzata, più “autentica” e il me che è la parte invece che deriva dalla mia

posizione sociale, età ecc. che produce una certa aspettativa rispetto a cosa dovrei

essere. Quindi alla fine quello che sono è il prodotto tra quello che io sarei

autenticamente e quello che la mia posizione produce in termini di aspettative.

Per Cooley l’io è ancora più mediato dall’interazione sociale. Aggiunge anche non

solo quello che io percepisco ma anche cosa percepisco che gli altri stanno pensando

della mia interpretazione di quella posizione.

Mead rispetto a Homans dice che non si possono spiegare i comportamenti solo sulla

base di meccanismi come i premi e le punizioni ma sono proprio i processi di

comunicazione interindividuale che danno significato ai segni.

I gesti sociali possono essere divisi in due categorie: i riflessi automatici e tutti gli

altri gesti che sono significativi. Nel caso dei gesti significativi le persone si mettono

nei panni degli altri e attribuiscono un significato simbolico alle loro azioni.

Blumer sviluppa le intuizioni di Mead nella scuola dell’interazionismo simbolico.

L’interazione umana è un dialogo continuo nel corso del quale le persone accertano

le intenzioni degli altri, le interpretano e reagiscono a esse. Processo velocissimo e

inconsapevole. Il dialogo sociale si realizza attraverso processi interpretativi, al

verificarsi dello stimolo gli individui lo collegano a un simbolo e gli danno senso.

La produzione e riproduzione sociale dipende dal fatto che attraverso l’interazione

gli individui sviluppano una conoscenza condivisa dei simboli. L’interpretazione dei

simboli è costantemente in mutamento.

L’etnometodologia è una pratica metodologica che mette in tensione il senso comune,

il dato per scontato. L’etnometodologo studia gli usi e le abitudini, il senso che le

culture mettono nell’interazione quotidiana.

Rispetto all’interazionismo e anche rispetto alla pratica dell’etnografia,

l’etnometodologia ha più forte l’aspetto dell’esperimento. Mette sempre uno stimolo

che fa reagire, per mostrare un certo ordine sociale.

Secondo Garfinkel sono interessanti le regole di base che disciplinano le interazioni

quotidiane, tali regole strutturano le conoscenze di senso comune che suggerisce agli

individui come comportarsi rispetto a ogni data situazione sociale. Secondo

Garfinkel, ogni situazione di interazione dipende da (e prevede) una complessa rete di

significati sottintesi e di presupposti impliciti, che le persone coinvolte condividono.

Gli studi etnometodologici procedono a “portare in superficie” i significati e

presupposti sottintesi attraverso i c.d. “esperimenti di rottura”. Ai suoi studenti ad

esempio chiedeva di comportarsi per un giorno come l’altro sesso.

Goffman e il modello drammaturgico, un po' come Pirandello. La vita sociale come

rappresentazione, tutto doverci rassicurare a vicenda rispetto alla condivisione,

perché gli attori collaborano per rassicurarsi a vicenda. Goffman usa l’esempio

dell’interazione in treno, perché si occupa di studiare l’interazione localizzata, come

si costruisce l’interazione. Per Goffman l’idea della cornice è fondamentale, nel senso

che attraverso la cornice noi dotiamo di senso le azioni.

Quindi Goffman ci dice non solo il significato condiviso, ma il significato condiviso

all’interno della cornice, del frame.

Un’altra cosa importante è la metafora della ribalta e del retroscena.

La ribalta saremmo noi con i nostri famigliari e amici che diamo una

rappresentazione, diamo l’immagine migliore di noi, migliore rispetto le aspettative

sociali. Il retroscena invece in cui possiamo abbandonare le maschere di scena ed

essere noi stessi.

Goffman dice che non è così facile liberarsi delle maschere di scena. Spesso le

maschere si incarnano e diventano parte della nostra identità creando anche quella

cosa che si chiama conflitto di ruolo. Gli interazionisti dicono di far prevalere il ruolo

più gerarchicamente superiore. Come già detto Goffman dice che passando da un

ruolo all’altro un po' del cerone del ruolo precedente ci rimane addosso.

Un’altra cosa interessante sulla gestione delle emozioni riguarda il controllo delle

impressioni, anche rispetto alle emozioni ci sono delle aspettative sociali; ci

aspettiamo che in un certo contesto ci sia una certa esibizione di emozioni.

Ci aspettiamo che l’istinto materno produca una serie di emozioni, che per esempio il

lavoro materno non debba suscitare mai nessuna emozione negativa, nessuna fatica.

Spesso ci riferiamo molto a questa aspettativa rispetto alle emozioni, Goffman ci

spiega quanto sia difficile fare quella operazione tanto quanto è difficile nascondere

alcune caratterizzazioni. Quello che lui chiama stigma, quanto noi riusciamo a

mediare attraverso istanze, emozioni e aspettative di ruolo contrapposte ma alcune

caratteristiche non sono in nessun modo negoziabili. Ad esempio i difetti fisici non

possiamo non portarli nelle interazioni sociali, interferiscono con essa.

Ogni posizione produce una serie di ruoli che hanno a che fare con le aspettative

sociali. Ruoli formali e informali. Il ruolo nel momento in cui è stabilizzato si

cristallizza e si incorpora. Più stiamo dentro a un ruolo più è difficile da superare. Sia

da parte di chi lo interpreta sia da parte di chi è interlocutore. I ruoli hanno a che fare

spesso con gruppi di appartenenza.

Secondo Merton un gruppo è “un insieme di individui che interagiscono secondo

determinati modelli, provano sentimenti di appartenenza al gruppo, vengono

considerati parte del gruppo dagli altri membri”. Cioè per essere parte di un gruppo

dobbiamo riconoscerci come parte del gruppo ed essere riconosciuti sia all’interno

che soprattutto all’esterno come appartenenti di un gruppo. Un insieme di individui

che interagiscono e sono considerati parte del gruppo dagli altri membri.

L’appartenere a un gruppo è fondamentale nella costruzione identitaria.

I gruppi dunque hanno un’identità comune generata dal senso di appartenenza.

I punti sono interazione, identità e appartenenza.

Nei gruppi primari i legami sono più di tipo affettivo mentre nei secondari sono più di

tipo strumentale. LA DEVIANZA cap. 7

La devianza è un concetto che ha proprio come riferimento la statistica. Esiste un

comportamento molto diffuso, normale e dei comportamenti che si distanziano dalla

norma. Storicamente la devianza è stata studiata in tanti modi, ci si è sempre chiesti

perché qualcuno è deviante. Alcuni pensavano addirittura che la configurazione del

volto potesse predire una possibile devianza. Sociologicamente è importante vedere

cosa succede quando uno viene scoperto ad essere deviante. Essere socialmente

deviante significa che non sono deviante, anche fossi un assassino, finché non vengo

scoperto. Quando vengo scoperto mi viene data un’etichetta e questa etichetta

produce un effetto sulla società, che si comporterà diversamente nei miei confronti e

su di me che mi comporterò diversamente nei miei confronti, nel senso che mi

considererò deviante.

Dal punto di vista sociologico è interessante vedere che c’è qualcuno che ha potere di

definire un altro deviante e che la devianza non è uguale per tutti.

Il libro parla di devianza primaria e secondaria, ma sociologicamente ci interessa la

secondaria quindi non l’atto deviante ma il momento in cui appari come deviante.

Es. poniamo due ragazzi che rubano, uno di buona famiglia e uno povero. Il primo

viene beccato ma l’atto compiuto viene considerato come una bravata e nel tempo

questa etichetta tenderà a scomparire. Quando a rubare è qualcuno di povero non è

una bravata ma è un atto criminale e molto probabilmente questa persona subirà un

trattamento diverso, cioè l’etichettamento produrrà effetti diversi. I teorici della

devianza secondo la teoria dell’etichettamento dicono che nel momento in cui entri

nell’istituzione come deviante difficilmente ne riesci ad uscire.

I concetti della prospettiva sociologica sono:

- la relatività. la devianza è sempre un concetto relativo. Relativo temporalmente e

culturalmente.

- l’ambiguità. Spesso si ha a che fare con delle aspettative che tra l’altro variano a

seconda della classe sociale, dell’età. Non sempre lo stesso comportamento è

deviante ma è molto relativo a chi lo commette.

- la mancanza di consenso. Aspettative e norme di comportamento ben definite

possono non essere condivise. La devianza è un comportamento che si discosta dalle

norme.

Gli elementi sono: l’individuo che si comporta in modo deviante, la norma e il

gruppo che reagisce.

Le spiegazioni sociologiche della devianza sono:

- l’anomia ossia mancanza di regole certe. Durkheim dice che nelle epoche di

transizione quando sono presenti più norme insieme, proprio perché la cultura sta

cambiando, le persone non sanno a quale norma rispondere e possono sviluppare

comportamenti anomici. Cioè comportamenti che spesso sono devianti perché non si

sa bene a quali regole bisogna rispondere.

- la scuola di Chicago che parla della disorganizzazione sociale. La sociologia urbana

nasce con la scuola di Chicago. Questa scuola si è molto occupata della convivenza di

più culture insieme. Spesso la devianza è generata dal fatto che all’interno di una

stessa cultura esistono diversi gruppi con culture diverse. Chi appartiene alla

sottocultura e aderisce completamente ad essa, essendo diversa dalla cultura

dominante, risulterai deviante perché la cultura dominante è diversa.

- la teoria della tensione di Merton dice che la devianza non è solo rispetto ai fini

perseguiti ma anche ai modi in cui di seguono. Merton fa l’esempio della società

capitalistica e quindi del fine culturale della ricchezza. Lui dice che nella nostra

società diventare ricchi è un fine dato culturalmente, l’unico modo per non essere

devianti è lavorare molto.

Però dice che ci possono essere comportamenti in cui si accetta la ricchezza ma non i

mezzi leciti per arrivarci quindi ruba, comportamento deviante. Però bisogna fare

attenzione perché c’è anche il comportamento di chi perde di vista i fini e rimane

intrappolato nei mezzi, il burocrate, il dipendente da lavoro. Poi c’è chi rifiuta i mezzi

e i fini, gli attori marginali, chi vive al margine della società senza fissa dimora, a cui

non interessa la ricchezza o comunque non la riesce a perseguire e poi ci sono i

ribelli, quelli che producono nuove mete e nuovi fini.

- la teoria dell’etichettamento di Becker, nel libro Outsider spiega proprio come si

produca chi è fuori, quanto potere esiste nel poter etichettare qualcuno come

deviante, e quanto poi la teoria dell’etichettamento, ripresa da Goffman che ci parla

di stigma, produca una serie di conseguenze. Becker introduce un concetto molto

potente di carriera del deviante, come circolo vizioso che dopo l’etichettamento ti

conduce a questa continua riproduzione.

- le teorie del conflitto spostano tutta l’attenzione sulla dimensione legale, che cos’è

che viene prodotto come sistema per cui si è devianti e la posizione di partenza.

- lo stigma secondo Goffman può essere una caratteristica data all’etichettamento ma

può essere anche qualcosa che noi pregiudizialmente attribuiamo a un gruppo o a

singole persone. Nella devianza spesso si produce quello che nella sociologia viene

chiamato il Teorema di Thomas o la profezia che si auto avvera -> un fatto che viene

creduto reale sarà reale nelle sue conseguenze e alla fine si comporteranno come tutti

pensano che debbano essere.

Un’altra possibilità è l’inversione dello stigma cioè il fatto che le persone che si

sentono stigmatizzate indossano soggettivamente lo stima e lo rivendicano.


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Ali__m

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4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale
SSD:
Docente: Stagi Luisa
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ali__m di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e metodologia della ricerca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Stagi Luisa.

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