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Introduzione secondo semestre

Dalle teorie sociologiche ai temi della sociologia:

  • La socializzazione (cap.5)
  • La cultura (cap.7 + Che cos'è la sociologia della cultura?)
  • I processi comunicativi nella modernità globale (cap. 7 e 9 + Che cos'è la sociologia della cultura?)

Network society

  • Vivere online (cap.1-2-3)
  • Identità
  • Relazioni
  • Conoscenza

La socializzazione

Riprendiamo gli autori che hanno affrontato il tema della socializzazione:

  • Durkheim: i rischi delle società sempre più individualizzate sono due, la devianza e l'anomia; l'io sociale e l'io individuale sono l'uno l'esito dell'altro, convivono nello stesso processo; interiorizzazione della coscienza collettiva da parte della coscienza individuale, parliamo di interiorizzazione di norme, di leggi;
  • Parsons: ci ha parlato di famiglia come dotata di una funzione particolare che è quella della socializzazione; ha definito anche la socializzazione, i suoi elementi quando abbiamo visto il funzionalismo parsonsiano; e pensa alla socializzazione come un'interiorizzazione delle norme, ma anche dei valori, dei significati sociali e dei ruoli sociali, intesi come schemi reciproci di aspettative e come assumo questi ruoli come schemi di comportamento (come mi aspetto che si comporti una persona);
  • La Scuola di Francoforte: la famiglia borghese produce personalità, produce identità, produce individui secondo una mentalità distorta/perversa; la personalità autoritaria è l'esito di questa mentalità distorta; riferimento a Freud, la dinamica fra Es, le pulsazioni che viene governata e produce un Io, una personalità associata.
  • Bourdieu: quando parla di habitus come disposizione durevole ad agire in un certo modo, una disposizione che si acquisisce per imitazione, per incorporazione delle pratiche, e per il campo in cui si agisce, ci dice in qualche modo come avviene la socializzazione; i tre autori precedenti insistono sulle norme, sui valori, sulla personalità, che sono l'esito di un processo quasi di messa in forma, la società mette in forma l'identità individuale; l'accento qui con Bourdieu viene messo sulle pratiche, sulle cose che si fanno, sulle routine, sulle abitudini, sui modi di fare le cose, sottolineando che queste creano l'habitus; l'esito di questo processo ha una natura oggettuale continuamente riproduttiva, che quindi riproduce la disuguaglianza sociale;
  • Schutz, Berger & Luckmann: la realtà come costrutto sociale, ci parlano di costruzione della realtà sociale, di socializzazione nella natura del senso comune, cioè quella conoscenza pragmatica della vita quotidiana che non si pone domande, che non ha bisogno di teorie, che si apprende per pratiche, che è dato per scontato, che quindi non è problematico e non è problematizzante; si parla di interiorizzazione soggettiva della socializzazione, è una pratica, un certo modo di fare;
  • Goffman: ci parla del sé, come individuo esito della performance, la maschera; ci mostra la socializzazione nell'analisi delle istituzioni sociali, viene ristrutturato, viene scritta una nuova istituzione, si tratta di dispositivi sociali complessi che annullano la socializzazione precedente e costruiscono una nuova, la ristrutturano;

In fin dei conti, siamo tornati ad analizzare il tema del rapporto individuo-società:

  • Teorie olistiche, funzionaliste, deterministiche, in cui quella che agisce è la società e l'individuo è passivo, la società si appropria dell'individuo, iscrivendo nella sua conoscenza le norme della coscienza collettiva, la società si perpetua attraverso l'individuo cioè è un po' la visione del formicaio che può essere pensato come un organismo unitario che si perpetua attraverso i singoli individui formiche, che non hanno alcun valore se non quello di riprodurre la specie, di mantenere in vita il formicaio; in qualche modo anche tutte quelle visioni che pensano il processo di socializzazione come una riproduzione di generazione in generazione. Sono tutte teorie che hanno qualcosa di conservatore, che accentuano l'elemento della tradizione, che attendono l'elemento sociale collettivo.
  • Teorie del conflitto, dove magari c'è la stessa visione deterministica, per certa parte. Determinismo vuol dire una sorta di processo meccanico contro il quale il soggetto non può fare nulla, che si compie in modo involontario, inevitabile. Spesso la sociologia è accusata di determinismo sociologico da questo punto di vista, cioè vede sempre dei processi in cui l'individuo è molto poco, responsabile, dotato di agency e così via. Abbiamo visto teorie dove la società reprime la personalità dell'individuo (es. Scuola di Francoforte), il sistema formativo che riproduce la struttura della società borghese (Bourdieu) ma anche e qui ci spostiamo dalle teorie deterministiche a quelle più costruttiviste: gli individui apprendono pratiche e sviluppano habitus.
  • Teorie costruttiviste, cioè quelle che si basano sull'idea che il soggetto partecipi alla propria socializzazione, non sia passivo ma attivo, non è l'unico protagonista, interagisce con altri, ma in queste interazioni ci mette del suo, ci mette la sua libertà, ci mette la sua responsabilità, la sua volontà, le sue capacità. L'individuo interagisce con la realtà e partecipa della sua costruzione, l'identità individuale si forma nella performance interagendo con gli altri; si appropria della società, la fa sua, si appropria delle risorse e insieme dei vincoli che la società gli mette a disposizione.

Si può vedere questo processo accentuando la dimensione sociale, il ruolo della struttura a scapito dell'individuo e della sua agency, della sua capacità di azione o viceversa lo si può guardare accentuando la sua capacità di azione rispetto alle strutture sociali. Spesso il termine socializzazione è caratterizzato dalla prima lettura, il dominio della società sull'individuo. Non è un caso che sia anche è una sorta di sviluppo storico del pensiero sociologico che man mano le società diventano più individualiste, scopre che l'individuo invece ha un ruolo importante nel proprio processo di socializzazione, fino a dire che è l'individuo ad appropriarsi della società.

La socializzazione e i suoi esiti/funzioni

Quando si parla di socializzazione si parla del rapporto individuo-società. Ora lo vediamo in un punto di vista diverso: proviamo a mettere di intenzione, di dinamica questa relazione, a vedere come la socializzazione ha a che fare con la relazione individuo-società, e soprattutto con i processi che hanno come esito/cui la funzione da una parte la differenziazione, cioè la produzione di identità, di differenze, che costituiscono l'unicità di ciascuno di noi. E dall'altro tutti quei processi che hanno sempre l'individuo come soggetto o come oggetto, ma nella prospettiva di sottolineare la sua dimensione sociale, che hanno a che fare con un analogo sviluppo della personalità che va nella direzione dell'identificazione. Identificazione vuol dire capacità di conoscersi parte di qualcosa di più grande di noi, di conoscersi uguale seppur diverso dagli altri, legato agli altri, solidale con gli altri, l'appartenenza dal punto di vista politico (la polis, la cittadinanza, il fatto di essere concittadini, di condividere e di abitare in uno spazio sociale, politico, urbano), di una società inclusiva.

La socializzazione è un insieme di processi in cui l'individuo fa parte della società, e diventa andar sociale, la società fa parte dell'individuo come vincoli e risorse, e l'individuo partecipa per cambiare. Il processo di socializzazione è un processo universale, che riguarda tutti, in tutte le epoche anche se ogni epoca assume contenuti, forme dinamiche e specifiche differenti. Ricordiamo l'antidoto di Durkheim. Ricordando anche il proverbio di Papa Francesco, "Per educare un bambino serve un intero villaggio", vediamo esattamente come lo sviluppo di una persona avviene esattamente in un contesto sociale. Non tutta la socializzazione è educazione, ma anche normativa, comportamentale, l'individuo deve vivere in un certo modo, in un certo carattere, in certe abitudini; si può vivere anche in un ambiente diseducativo.

La socializzazione: i focus disciplinari

Quali sono le discipline che si sono occupate di questa tensione tra differenziazione e identificazione? Ci sono discipline per le quali l'oggetto è la psiche umana, per esempio psicologia, la psicanalisi, e per certi versi anche la sociologia comportamentista (che si focalizza sull'adattamento sociale): si parla anche di processi intraindividuali.

Nell'interazione sociale troviamo tante discipline come la psicologia sociale, come elemento di congiunzione tra psicologia e sociologia, la sociologia costruttivista (Schutz, Berger…), la microsociologia (oggi vediamo le radici dell'interazionismo simbolico), e soprattutto la disciplina per eccellenza, la pedagogia.

All'estremo opposto potremo trovare discipline strutturaliste e funzionaliste: il pensiero di Marx; quindi, ci concentreremo sulla famiglia di teorie che va sui processi sociali.

Erik H. Erikson (1902-1994) – sviluppo psicosociale della personalità

Gli strumenti concettuali utilizzati. La socializzazione nella prospettiva di Erikson, psicologo sociale, è lo sviluppo psicologico della persona. La socializzazione avviene in un processo che sviluppa la personalità dell'individuo dal punto di vista psico-sociale, in relazione all'ambiente. Questo sviluppo ha tratti agonistici:

  • È in continuo, seppur suddivisibile in fasi, che sono otto step di crescita di sviluppo.
  • Ciascuna di queste fasi secondo lo psicologo, sono caratterizzate da una antinomia, da due forze opposte, da due stili opposti, che assumono la forma di una crisi, momento di giudizio per decidere da che parte indirizzare, scegliere l'alternativa.
  • Finisce con la vita, è un processo che dura tutta la vita.
  • Prima infanzia, 0-1 anno, (fase orale-respiratorio, categoria definita da Freud), entra in gioco la questione della fiducia e della sfiducia. Erikson ci racconta un'esperienza, quella dell'oggetto transizionale, quando per esempio il bambino ha bisogno dell'orsacchiotto per dormire, perché per il primo anno la realtà ha una permanenza legata alla sua percezione, le cose esistono finché lui le vede, quando invece non lo vede, non esiste più. Per questo è il motivo per cui è divertente per i bambini piccoli vedere qualcuno che gli fa il gioco del cucù, quando si nasconde e poi riappare, la considerano magia. Però questo è anche motivo di ansia, siccome la sicurezza del bambino è legata ai genitori, fondamentalmente alla mamma: il fatto che la mamma sparisca è fonte di ansia; quindi, ci vuole qualcosa che ti lega come un oggetto transizionale, un oggetto simbolico, per questo si legano molto ai loro orsacchiotti, una sorta di polizza di sicurezza per la vita del fatto che la mamma poi torna, riappare. Questo mette in gioco la dinamica fiducia-sfiducia. Un bambino la cui mamma non riappare, perde fiducia nei suoi confronti, e viceversa un bambino la cui mamma riapparere regolarmente tutte le volte che ne ha bisogno acquista fiducia. Il bambino passa al prossimo livello quando acquista fiducia, nei suoi confronti, nei confronti del genitore; se continuamente attanagliato dal dubbio, dalla paura e dalla sfiducia continua a giocare a quel livello lì, non passa al livello superiore.
  • Infanzia, 1-3 anni, fase dell'autonomia rispetto a vergogna/dubbio. Il bambino prova vergogna quando la mamma lo guarda, invece conquista autonomia quando i genitori li fanno i complimenti, ha a che vedere con l'autostima.
  • Età genitale, 3-6 anni, comincia a fare le cose, spirito di iniziativa, ma allo stesso tempo anche la possibilità di farsi bloccare dal senso di colpa. Solo chi sbaglia impara, solo chi produce ulteriore iniziativa passa al livello successivo.
  • Età scolare, 6-12 anni, avviene la cosa simile, tensione tra intraprendenza e inferiorità. Quando il bambino sa fare qualcosa, lo compara ai suoi compagni: es. esercizio, gioco; sono capace/non sono capace.
  • Adolescenza, 12-20 anni, grande oggetto di studio di Erikson, è una fase di confusione, quel processo di identificazione, individuazione, prendere decisioni importanti riguardo ai propri studi, al proprio lavoro o alla scelta di amici. Assume anche forme di conflitto, di contrasto. Diffusione di identità coerente, caotica.
  • Prima età adulta, 20-40 anni, solidarietà e intimità gestire rapporti con altri, anziché isolarsi. La sfida qui risiede nel fatto di intraprendere relazioni salde e ben radicate sulla fiducia.
  • Seconda età adulta, 40-65 anni, capacità di essere generativi o di stagnarsi, fondata sulla virtù della cura e della responsabilità verso la società e le generazioni successive.
  • Vecchiaia, da 65 in poi, integrità dell'io quindi soddisfatto del percorso, o disperazione/depressione, un bivio, una crisi evolutiva che porta un esito. Il discrimine qui è rappresentato dal giudizio sulla vita trascorsa come positiva o negativa, generativa o stagnante.

È importante sottolineare anche che la socializzazione prosegue nella vecchiaia, sebbene questa fase sia rappresentata a livello sociale più dalla perdita che dal guadagno. Centrale è l'atteggiamento assunto di fronte alla morte, sradicata dal contesto familiare/comunitario per essere presa in carico da istituzioni con procedure strettamente formali.

Jean Piaget (1896-1980): sviluppo cognitivo

Quello che conta è la socializzazione come sviluppo cognitivo. C'è una sorta di selettività a quale dimensione la persona è identificata, è il modo con cui impara a conoscere il mondo. Dentro questa dinamica di sviluppo cognitivo, quello che conta è l'equilibrio fluttuante fra due principi: assimilazione e accomodamento.

L'assimilazione è ciò che so fare, mi consente di afferrare un oggetto perché lo conosco, è lo schema del corpo dell'afferrare entra nello schema cognitivo che ho già. Entra un nuovo oggetto dentro lo schema comportamentale o quello schema cognitivo, che ho già. Un altro esempio dello schema cognitivo: i miei familiari, una volta che imparo a riconoscere le loro facce, le riconosco facilmente.

L'accomodamento è il processo inverso: consiste nella modifica della struttura cognitiva o dello schema comportamentale perché messo di fronte a nuovi oggetti: c'è un oggetto grosso (es. pallone) che non posso afferrare, però posso spostare una cosa in un altro modo (es. lo calcio, quando ho imparato a prendere a calci il pallone so che posso prendere a calci un sacco di altre cose se voglio). È questa dinamica fra una cosa che so già fare, introdurre altre cose analoghe e nel mentre ho di fronte una cosa nuova devo sviluppare uno schema cognitivo/motorio, un saper fare diverso.

Questo consente di passare da uno stadio all'altro:

  • Stadio senso motorio (0-2 anni): il bambino esplora se stesso, esplora l'ambiente e comincia a capire che l'ambiente è permanente ma anche che lui stesso è permanente, quindi c'è un'idea di soggetto intenzionale.
  • Stadio preoperatorio (2-6/7 anni): i bambini sono in grado di operare simbolicamente, di rappresentarsi le cose, di associare le idee, di costruire dei pensieri non logici, che hanno un filo per analogia, per abitudine.
  • Stadio operatorio concreto (6/7-11 anni): impara a leggere, a scrivere, a fare le operazioni, impara le logiche con cui interagisce il mondo, utilizza i simboli in senso logico. Ci sono delle retroazioni, se io faccio una cosa il mondo mi reagisce, risponde in un certo modo e ci sono delle azioni che sono reversibili e altre no.
  • Stadio operatorio formale (+12 anni): pensiero astratto, logico-formale, empatia (che si basa sul pensiero astratto). Si entra nel ragionamento astratto: il bambino impara a mettersi nei panni degli altri e a interpretare la realtà a partire da ipotesi o assunzioni in senso deduttivo.

Lawrence Kohlberg (1927-1987): sviluppo morale

La socializzazione come processo di sviluppo che riguarda la persona, ma in particolare lo sviluppo morale. Quando parliamo di morale dobbiamo pensarla come competenza sociale. Il modo giusto di fare le cose, in un determinato contesto, o in una determinata relazione. Sono sei stadi raccolti a coppie di tre livelli: quando parliamo di morale, intendiamo come capacità di giudizio sul proprio comportamento, sul giudizio etico circa l'adeguatezza di comportamento rispetto a un ambiente, il contesto in cui avviene l'azione, dobbiamo immaginare che questa dinamica di sviluppo implichi anche il passaggio da ambiente semplici ad ambienti più complessi: dalla famiglia al gruppo esteso di pari, come classe, a una società globale.

  • Lo stadio di primo livello dove entra il bambino, dove ci sono in gioco due gradini: preconvenzionale senza interiorizzazione, l'idea che la convenzione imponga un determinato ethos, atteggiamento morale. Siamo al di là della legge in senso positivo, quello che conta è semplicemente il tipo di reazione che un comportamento lo dice da parte degli adulti, il modo in cui il bambino si relaziona. Il castigo o il premio: il bambino incontra un problema morale nel momento in cui la sua azione viene castigata o premiata dal genitore. Viene prima il castigo, la punizione di un comportamento sbagliato, è una moralità di eteronoma, dove la norma è dettata da un altro, non c'è assolutamente alcun tipo di interiorizzazione. L'obbedienza alla norma per paura del castigo. Il premio non implica alcun’interiorizzazione...
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luciamajdancic di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Aroldi Piermarco.
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