Sara Bresciani
RELAZIONI INTERNAZIONALI II
MODULO I – POLITICAL ORDER AND THE INTERNATIONAL SYSTEM
L’ordine è un concetto finalistico: di per sé non può essere definito, ma necessita di un criterio o principio organizzatore in
base al quale si può definire un insieme di concetti o di realtà.
Per H. Bull, l’ordine è un modello di attività umana che sostiene scopi elementari, primari o universali:
1. VITA
ute le società cercano di garantire entro una certa misura la protezione dalla violenza, che potrebbe portare alla
morte o all’offesa corporale
2. VERITÀ
utte le società cercano di assicurare che le promesse fatte siano mantenute o che gli accordi stabiliti siano osservati
3. PROPRIETÀ
Tutte le società perseguono lo scopo di assicurare che il possesso delle cose rimanga stabile e non sia soggetto a
contestazioni costanti e senza limiti 1. L’ORDINE INTERNAZIONALE
L’ordine internazionale è un modello di attività che sostiene gli scopi elementari o primari della società degli Stati
(società internazionale).
Il sistema internazionale è un insieme di Stati che interagiscono fra loro in modo diretto o indiretto.
LA SOCIETÀ INTERNAZIONALE
A differenza del sistema internazionale, una società internazionale si crea quando un gruppo di Stati conscio di valori e
interessi comuni forma una società caratterizzata dalle relazioni con gli altri, da un insieme di regole comuni e da
istituzioni condivise.
Gli scopi della società internazionale, in ordine di priorità, sono:
1. Preservazione del sistema internazionale
2. Mantenimento della sovranità degli Stati
3. Pace
4. Perseguimento degli scopi comuni di ogni esistenza sociale (vita, verità e proprietà)
L’ ORDINE MONDIALE
L’ordine mondiale è un insieme di modelli o disposizioni dell’attività umana che sostengono gli scopi elementari o primari
della vita sociale all’interno dell’umanità intesa come totalità.
A differenza dell’ordine internazionale, l’ordine mondiale non ha come soggetti gli Stati, ma gli individui. Il sistema di Stati
è infatti un’eccezione moderna ed è stato creato per risolvere delle questioni d’ordine. Per questo motivo, l’ordine
internazionale è secondario ed è meno esteso rispetto all’ordine mondiale.
1.1. IL MANTENIMENTO DELL’ORDINE
Nello Stato moderno, l’ordine sociale diventa un ordine politico, che viene mantenuto dal Governo, un insieme di
istituzioni. Sotto l’ordine del Governo, le norme sono create, comunicate, amministrate, interpretate, attuate, legittimate,
protette e capaci di adattarsi.
Secondo Bull, il sistema internazionale mantiene l’ordine attraverso più livelli:
1. INTERESSI COMUNI
Relativi al perseguimento degli scopi elementari della vita sociale, che sono intesi come strumentali ai propri interessi
particolari. Quando gli interessi individuali vengono assunti come valori comuni, la società diventa internazionale.
2. NORME
Prescrivono il modello di comportamento: →
a. Norme fondative che stabiliscono il principio normativo costituzionale lo Stato è il principio normativo
supremo dell’organizzazione politica dell’umanità
b. Norme che stabiliscono le regole di coesistenza, che limitano il ruolo della violenza, accettano la legittimità e le
modalità della guerra, fissano il principio “pacta sunt servanda” e garantiscono l’accettazione della sovranità
interna degli Stati
c. Norme che regolano la cooperazione fra gli Stati, normalmente su scopi secondari
3. ISTITUZIONI
Intese come insiemi di pratiche e costumi costituiti in vista della realizzazione di scopi comuni, attribuiscono validità
alle norme:
a. Stati sovrani (istituzioni principali)
b. Istituzioni derivanti dalla collaborazione degli Stati e che assicurano l’ordine, il diritto internazionale, la
diplomazia e la guerra
1.2. ORDINE INTERNAZIONALE E GIUSTIZIA
Se l’ordine deve rifarsi a uno o più scopi e valori, la giustizia ha un valore intrinseco e non deve essere giustificata
(qualcosa è giusto perché è giusto).
Le questioni di giustizia possono nascere da parte di diversi soggetti e su diversi livelli:
1. INTERNAZIONALE/INTERSTATALE
Il rapporto fra l’ordine internazionale e le questioni di giustizia internazionale è caratterizzato da una certa tensione:
per esempio, è giusto che la sovranità di uno Stato non venga rispettata? In realtà, questa tensione può anche essere
positiva: se si afferma che non è giusto che gli Stati interferiscano con gli altri Stati si ha un rafforzamento del principio
di sovranità e dello stesso ordine internazionale.
L’operatività dell’ordine internazionale, tuttavia, finisce spesso per violare le questioni di giustizia. Alcuni meccanismi
sviluppati dal sistema internazionale sono l’equilibrio di potenza e la guerra. Questi due principi sono necessari per
controllare i rapporti di potenza e per equilibrare le alleanze, tuttavia, nella loro esistenza presuppongono che gli Stati
più deboli possano essere violati nella loro sovranità. Il fatto che il sistema internazionale sia gestito dagli Stati porta
la loro potenza a giocare un ruolo centrale, rendendo quindi impossibile l’accoglienza delle questioni di giustizia, che
richiedono invece un’uguaglianza formale e sostanziale tra gli Stati.
2. INDIVIDUALE/UMANO
Tra l’ordine internazionale e la giustizia individuale si delinea un’ostilità distorsiva. Per esempio, è giusto che in guerra
a un soldato sia ordinato di uccidere un altro essere umano? Se gli Stati accogliessero questa questione di giustizia e
concludessero che ciò non è giusto, non si potrebbe più fare la guerra.
Lo Stato non può accogliere pienamente le questioni di giustizia umana perché questo sarebbe destabilizzante per il
suo funzionamento, perciò applica un principio di selettività, scegliendo quali questioni accoglierle e come risolverle.
3. COSMOPOLITICO/MONDIALE
Esiste un rapporto di ostilità costitutiva tra l’ordine internazionale e le questioni di giustizia che sorgono sul livello
mondiale. Per esempio, è giusto che uno Stato, per perseguire il benessere economico, inquini le risorse naturali
localizzate all’interno del proprio territorio? Per l’ordine internazionale, gli Stati che hanno al proprio interno porzioni
della foresta amazzonica hanno il diritto di fare ciò che vogliono delle proprie risorse naturali, tuttavia, il
mantenimento di una grande sezione di territorio verde è importante per le relazioni ecologiche del pianeta.
Dovendo affrontare una pluralità di questioni globali, l’ordine internazionale ha un’efficienza estremamente bassa: per
essere risolte, questi affari di giustizia necessitano una struttura diversa e di tipo globale (un governo mondiale).
L’ordine internazionale necessariamente non è in grado di essere efficiente nell’assicurare le questioni di giustizia, sia a
livello mondiale, umano che internazionale. La difficoltà dell’ordine è di natura e grado diverso, particolarmente
accentuata nelle questioni di tipo mondiale, meno accentuata ma distorsiva a livello umano, e ancora meno presente nelle
questioni internazionali.
1.3. LA CREAZIONE DELL’ORDINE
L’autore liberale J. Ikenberry distingue tre diverse strutture d’ordine che si differenziano per il principio organizzativo, la
fonte di stabilità e i vincoli alla concentrazione del potere per gli Stati vincitori.
ORDINE BALANCE OF POWER COSTITUZIONALE
EGEMONICO
PRINCIPIO Anarchia Gerarchia Rule of law
ORGANIZZATIVO Non c’è un’autorità esterna Il gestore dell’ordine Rispetto delle norme
che possa risolvere gli internazionale è uno o più Stati internazionali definite e
eventuali conflitti sovrapposti agli altri autoimposte dagli Stati
FONTE DI Equilibrio di potenza Preponderanza di potenza Limits on the return to power
STABILITÀ Gli Stati formano un’alleanza Uno stato è estremamente più Le norme definiscono quanto
con potenza simile o uguale potente rispetto agli altri uno Stato potente sia in grado
allo Stato più potente di imporre la propria volontà
agli altri
VINCOLI ALLA Coalizioni controbilancianti Nessuno Vincoli istituzionali
CONCENTRAZIONE Non permettono allo Stato Non ci sono vincoli per lo Stato Le istituzioni agiscono per
DI POTERE più potente di imporsi o per il gruppo di Stati più evitare che la volontà dello
troppo agli altri potenti Stato più potente si
sovrapponga sugli altri
Secondo i realisti classici, nel sistema internazionale l’ordine si crea in modo naturale, a seconda della distribuzione di
potenza, che generalmente è uniforme. In Questo tipo d’ordine è caratterizzato dalla presenza di guerre, che sono tuttavia
poche e non di tipo egemonico.
I realisti egemonici formulano la teoria istituzionale di formazione d’ordine, con la quale sostengono che la creazione
dell’ordine avviene successivamente a una grande guerra egemonica, il cui vincitore è in grado di determinare l’ordine
internazionale.
Ikenberry riprende la teoria istituzionale e delinea tre possibili tipologie d’ordine sulla base delle scelte prese dalla
potenza vincitrice:
1. DOMINAZIONE
La potenza vincitrice usa la sua potenza per dominare gli Stati sconfitti, producendo due tipologie d’ordine:
→
a. Ordine imperiale la potenza vincitrice annette gli altri Stati e li priva della loro sovranità
→
b. Ordine egemonico coercitivo la potenza definisce le istituzioni dell’ordine e ne impone il costo di gestione agli
Stati sconfitti
2. ABBANDONO
La potenza vincitrice rifiuta di definire il tipo d’ordine, perciò non ne deriva un ordine definito, ma è probabile che sul
lungo periodo si crei un equilibrio di potenza.
Per esempio, gli Stati Uniti hanno determinato la vittoria della coalizione nella Prima guerra mondiale per poi
ritornare nel continente nordamericano senza prendere una scelta riguardante il sistema internazionale.
3. COINVOLGIMENTO
La potenza vincitrice utilizza la sua potenza per ottenere la partecipazione degli altri Stati in modo da creare un ordine
internazionale condiviso e accettabile per tutti gli attori (gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale).
Si crea quindi un ordine egemonico benevolente, nel quale i valori della potenza vincitrice hanno un peso ma non sono
gli unici e il costo di mantenimento dell’ordine è primariamente sostenuto dalla potenza vincitrice.
Questo tipo di ordine può trasformarsi in un ordine costituzionale, nel quale gli altri Stati vengono coinvolti per
definire delle norme condivise, accettate e rispettate.
L’ordine costituzionale può essere:
→
a. Debole se il rispetto delle norme da parte delle grandi potenze è intermittente
→
b. Forte le grandi potenze rispettano sempre le norme condivise
Per gli Stati sconfitti, la paura dopo la guerra è di perdere la sovranità, perciò la volontà della potenza vincitrice di far
partecipare gli Stati all’ordine internazionale deve essere rassicurante, non deve sembrare il preludio di un’annessione.
Le strategie dello Stato vincitrice rientrano nella sua volontà di limitazione e si delineano su più livelli:
− Aprirsi allo scrutinio degli altri Stati
Questa strategia permette agli Stati sconfitti di cogliere segnali che possano far sorgere il dubbio dell’annessione, e
rende loro possibile influenzare il processo di policy-making dello Stato leader.
− Vincolarsi in istituzioni internazionali
Le democrazie tendono ad avere vantaggi competitivi nel costituire ordini egemonici benevolenti e costituzionali, in
quanto sono caratterizzati da un alto livello di trasparenza e permettono un maggior grado di fiducia.
Secondo Ikenberry, la storia del sistema internazionale lo vede progredire verso un aumento della costituzionalità, per cui
le modalità degli Stati vincitori di creare imperi ed egemonie coercitive è sempre minore. Nel corso del processo di
sviluppo dell’ordine internazionale, le tecniche e le strategie si sono sviluppate, permettendo di limitare i ritorni del potere
nelle potenze vincitrici:
1. Rafforzare la sovranità statale
L’ordine internazionale non è che una frammentazione delle unità politiche in unità più piccole (gli Stati) che
dividono le grandi costruzioni imperiali
2. Distribuzione territoriale
Fare in modo che la distribuzione dei territori e delle capacità al loro interno sia tale da evitare gli accrescimenti di
potenza
3. Alleanze bilancianti
Avendo a disposizione unità politiche di potenza simile si crea l’equilibrio di potenza attraverso le alleanze
4. Vincoli istituzionali (XX secolo)
Limitare gli Stati potenzialmente minacciosi all’interno di alleanze e istituzioni che vincolano chiunque ne faccia parte
(dopo la Seconda guerra mondiale, il territorio della Germania viene ridistribuito in due parti che vengono
incluse in istituzioni internazionali)
5. Integrazione sovra-nazionale (seconda metà del XX secolo)
Gli Stati condividono la sovranità con autorità e istituzioni politiche superiori
2. EQUILIBRIO DI POTENZA
Il balance of power è l’ordine più antico: se ne parla dall’Antica Grecia con Demostene, fino al periodo delle Città-Stato
italiane con Machiavelli, alla Pace di Utrecht del 1713.
Questo concetto è stato definito in modo diverso, tanto che nel 1966 Martin Wright ne ripercorre la riflessione, delineando
nove significati di questo tipo di ordine.
L’equilibrio di potenza può essere definito come una situazione in cui nessun attore, da solo o tramite alleanze, può
dominare gli altri.
Perché questa situazione possa verificarsi devono sussistere due condizioni:
1. DISTRIBUZIONE DI POTENZA
Deve essere diffusa in modo uniforme nel sistema internazionale, in modo tale che l’attore più forte non sia in grado di
sconfiggere tutti gli altri insieme
2. BALANCING
l comportamento degli attori deve essere orientato al balancing e non al bandwagoning, perciò gli Stati deboli si
devono alleare fra loro contro lo Stato più potente
Tra gli effetti di questo tipo di ordine, è centrale la pluralità del sistema internazionale, per la quale anche gli Stati più
piccoli riescono a sopravvivere. Le guerre diminuiscono, così come le loro asperità: si trasformano in conflitti di bassa
entità basati sull’obiettivo della mutua deterrenza.
2.1. RAPPORTO CON IL REALISMO
Il modello dell’equilibrio di potenza presenta diversi punti di contatto con il pensiero della scuola realista:
− Ha una visione ciclica della storia, per la quale una fase di equilibrio si rompe a causa del cambiamento della
distribuzione di potenza per poi ricrearsi nuovamente
− Condivide i tre assunti del realismo: gli Stati sono gli attori principali delle relazioni internazionali e operano in
funzione della propria sicurezza in un ambiente necessariamente anarchico
− Si basa su fattori oggettivi e sull’interesse nazionale degli Stati inteso in termini di potenza
In ambito realista si delineano due punti di vista sul funzionamento del balance of power:
1. L’EQUILIBRIO COME EFFETTO DI POLITICHE VOLONTARIE (Morgenthau, Kennan, Kissinger, Wolfers)
I realisti classici ritengono che l’equilibrio sia prodotto unicamente dalla condizione 1 e che necessiti una
comprensione del sistema internazionale. Questi autori cercano di indirizzare gli Stati verso comportamenti che
permettono l’equilibrio, come seguire il principio di prudenza, non ignorare le minacce emergenti e non condurre
crociate ideologiche.
Un esempio di questa prospettiva è la riflessione di Morton Kaplan, che nel 1957 cerca di definire sei regole per il
funzionamento dell’equilibrio riconducendole a tre principi essenziali:
a. Gli Stati dovrebbero aumentare le proprie capacità con tutti i mezzi disponibili (anche con la guerra)
b. Gli Stati dovrebbero opporsi ai tentativi egemonici e alla creazione di organizzazioni sovranazionali
c. Gli Stati non dovrebbero cercare di distruggere il nemico, ma dovrebbero fermarne l’espansione e favorirne il
reintegro all’interno del sistema internazionale
2. L’EQUILIBRIO EMERGE SPONTANEAMENTE (Jervis)
I realisti sistemici (neorealisti) sostengono che, data la distribuzione omogenea del potere nel sistema
internazionale, il tentativo degli Stati di accumulare sicurezza crea necessariamente l’equilibrio.
Questa posizione viene definita da Kenneth Waltz nella teoria sistemica. Se il sistema internazionale è governato da un
principio ordinatore anarchico ed è creato dagli Stati, che cercano di garantire la sicurezza (self-help), allora il
meccanismo principale è la distribuzione di potenza, a prescindere dalla volontà degli Stati.
In una prospettiva di long durée, gli Stati, compresi come unità razionali, sarebbero quindi indotti a bilanciare per non
finire alla mercé dello Stato più potente. Il bilanciamento emerge spontaneamente perché deriva dalla stessa natura
del sistema internazionale.
Se gli Stati deboli si alleassero con la potenza più forte avrebbero dei vantaggi solo nel breve periodo, mentre sul lungo
periodo rischierebbero il sorgere di un’egemonia e quindi la loro stessa scomparsa. Quando il comportamento
normale degli Stati è il bandwagoning, il sistema è caratterizzato dalla teoria del domino, per la quale una piccola
modifica nella distribuzione di potenza genera cambiamenti amplificati. Il sistema è quindi instabile e rigido, non
riesce ad assorbire alcun tipo di cambiamento e ritorna immediatamente alle guerre: è destinato al collasso e non ha
possibilità di durata nel tempo ed è
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