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700, supremazia inglese

 800, supremazia inglese

 900, supremazia americana > nel corso di tutto il 900.

Questa divergenza nella ricostruzione storica politica nel sistema internazionale

è sconcertante, è paradossale. Abbiamo una stessa vicenda storica con chiavi

di lettura ed interpretazioni diverse, opposte della stessa realtà storica. È un

le teorie dei cicli dell’equilibrio e

paradosso apparente. In effetti

dell’egemonia tradiscono due visuali diversi circa la stessa realtà e

colgono degli aspetti diversi di quella stessa realtà politica . Possiamo

quindi riconciliare questi racconti della politica internazionale moderno dicendo

che esso è stato una successione di equilibri continentale (con il centro

geografico del continente europeo) e una successione di egemonie marittimo

oceaniche, con le grandi potenze navali commerciali che hanno conquistato e

mantenuto la preponderanza nello spazio extraeuropeo (commercio e colonie)

a cui poi sono subentrati gli Usa. Si può aggiungere anche che tra gli equilibri

continentali e quelli marittimi oceanici c’è stata un’implicazione, nel senso che

l’equilibrio si è avuto nei secoli perché gli attori marittimi si sono affermati nei

momenti di crisi dell’equilibrio continentale per impedire l’aggregazione del

continente europeo. L’egemonia marittima ha trovato nella frammentazione

dell’equilibrio continentale europeo il presupposto politico fondamentale,

perché hanno evitato l’egemonia nel continente europeo da parte delle

potenze che minacciavano l’equilibrio.

Il paradosso viene quindi superato. Gli Usa invece, dopo la guerra fredda,

hanno riunito l’egemonia continentale e marittima nelle loro mani. Hanno usato

la supremazia inglese per mantenere durante la guerra fredda l’egemonia in

Europa. Hanno raggiunto una condizione di preponderanza sia continentale, sia

in Eurasia, sia oceanica. in base ai

Vediamo di vedere il funzionamento del sistema internazionale

diversi assetti di potere e a seconda della polarità, cioè al numero di

potenze. Distinguiamo i sistemi tra:

sistemi multipolari, che sono la normalità. Abbiamo una struttura del

 potere che si contrassegna nel fatto che ci sono al vertice più di due

grandi potenze ma nella storia contemporanea mai più di sei, sette

potenze. È un sistema di equilibrio con potenze equilibrio al vertice

Sistemi bipolari, è un’eccezione nella guerra fredda. È un sistema di

 equilibrio che si basa su due potenze che stanno al vertice della

gerarchia internazionale

Sistema unipolare, è una configurazione egemonica in cui c’è una sola

 superpotenza globale, come gli Usa alla fine della guerra fredda.

Come questa diversa polarità cambia in modo significativo alcuni ambiti della

come cambia il

vita politica internazionale? Ci concentriamo in particolare su

modo in cui i principali attori del sistema internazionale, cioè le

maggiori potenze, individuano le minacce principali alla loro

sicurezza. La loro definizione del nemico e dell’amico, con chi e contro

chi schierarsi > troviamo delle differenze cospicue.

Nei sistemi multipolari c’è una sostanziale indeterminatezza

 nell’individuazione delle principali minacce dei nemici. Ci sono diverse

potenze che si devono guardare da tutte le altre potenze. Non c’è una

minaccia prevalente ma c’è un livellamento al vertice e ognuna di queste

potenze ha ragione di scorgere nelle altre potenze una minaccia

potenziale ai propri interessi (es. GB nell’ultimo quarto dell’800, la

politica estera giocava contestualmente contemporaneamente su un

certo numero di arene competitive in ognuna delle quali la GB entrava in

rotta di collisione con un’altra grande potenza. Es interessi in Africa

contro quelli della Francia. La GB era indisposta dalla presenza francese

per la zona di Suez, la crisi di Fascioda. Ancora era in rivalità con la

Russia, con la Germania sulla questione navale e supremazia marittima,

difficoltà britannica nello stabilire una gerarchia tra queste minacce ecc;

Germania preoccupata dalla pressione sovietica che suggeriva

un’alleanza con la GB in funzione di contenimento).

Nei sistemi bipolari invece viene meno l’indeterminatezza, anzi si crea la

 in un sistema bipolare la

situazione opposta. Waltz sostiene che: “

struttura del potere detta chiaramente i fronti del conflitto e a seguire

detta gli allineamenti internazionali”. Ci sono solo due superpotenze che

vedono logicamente l’una nell’altra l’altro vero avversario, l’unica

minaccia ai propri interessi e l’unica fonte di vulnerabilità, di pericolo.

L’unica vera seria minaccia agli Usa ad esempio era l’Urss nel periodo di

guerra fredda e quindi la politica estera americana mirava al

contenimento dell’espansione sovietica in Asia. Indicativa di questa

certezza è l’assenza di dibattito su chi fosse il nemico americano. Ci fu un

dibattito nel 1945,46 a Washington su quali strumenti fossero i più adatti

a fronteggiare l’Urss, su quale strategia utilizzare, deterrenza atomica o

strategia di difesa avanzata, convenzionale (Kennedy). Quando

guardiamo un sistema unipolare le cose cambiano perché la condizione

del leader egemonico torna ad assomigliare a quella delle grandi potenze

di un sistema multipolare. Torna ad esserci per il leader

un’indeterminatezza, ancora più acuta rispetto ai sistemi multipolari

perché non si capisce dove siano le minacce ai suoi interessi, che sono

virtuali, ipotetiche, non prossime e proiettate in un futuro lontano,

avvolte nell’incertezza. Pensiamo al dibattito degli Usa negli anni 90,

l’opposto dell’assenza di dibattito nella guerra fredda. Fu un dibattito di

incertezza delle strategie. C’erano i timori di un revanscismo russo

sovietico (colpo di stato a Mosca nel 1991, Gorbaciov).

L’indeterminatezza veniva anche sul piano della continuazione della

NATO. Questi timori torneranno nel 2008. Negli anni 90 c’era

l’inquietudine del Giappone, come principale competitor economico e poi

in futuro anche in ambito militare. Le apprensioni sono state sostituite

dall’ansia della Cina, vista a partire come il candidato più credibile come

competitor alla pari degli Usa e di minacce agli interessi militari nel

mondo. Le apprensioni che vanno ricordate sono quelle degli anni 90 a

Washington esercitate dai progetti di organizzazione europea e dalla

politica estera comune (PES) che fu vista come una possibile minaccia ad

alcuni interessi fondamentali degli Usa. Alcune conseguenze della politica

estera americana spiegano il carattere ondivago e capriccioso e

l’ambivalenza dei rapporti della stessa ma ha molto a che fare con

questa struttura di potere e con l’incertezza che ne consegue (es.

ambivalenza rapporti con la Russia dopo la prima guerra fredda,

allargamento Nato, nate come accerchiamento preventivo della Russia;

ambivalenza nei confronti della Cina – congagement – trattata come

amico e come nemico; ambivalenza nei confronti dell’Europa alla fine

della guerra fredda, che da una parte è rimasta il partner privilegiato ma

dall’altra parte negli anni 90 l’espansione della NATO è servita a

sorvegliare l’Europa, è stato un modo per depotenziare la politica estera

europea nascente e piegarla agli interessi americani. Gli europei quindi

non sono riusciti a creare subito la CED e altri istituzioni perché erano

rimasti in vita gli Usa). C’è inoltre un’alternanza di condizioni neo

isolazionistiche e pan interventismo globale degli Usa. Negli anni 90 –

2000, gli Usa erano convinti anche di potersi disinteressante un po’ del

mondo ma dall’altra parte era l’opposto, con la moltiplicazione di

interventi nel mondo perché non è chiaro da dove arriverà la sfida

(Bosnia, Golfo persico, ecc) nel tentativo di trovare una semplificazione

della gerarchia politica internazionale.

Come cambia il fenomeno ricorrente della guerra, in particolare quella

tra le grandi potenze > le guerre che coinvolgono le grandi potenze

principali sono il riferimento.

In un sistema multipolare le guerre tendono a essere guerre limitate,

 numerose perché possono essere limitate per l’appunto. Nel sistema

internazionale ordine e stabilità non significano assenza di guerre, ma

significano che le guerre sono limitate entro soglie accettabili di violenza.

È quello che tende a succedere nell’ordine prodotto nell’assetto di potere

multipolare. Si parla di guerre limitate nei loro effetti, l’esito di una guerra

tra due potenze, in termini di spostamento del potere complessivo, non

mette a repentaglio l’equilibrio complessivo del sistema stesso. Dunque

le altre grandi potenze possono disinteressarsi e non intervenire nel

conflitto per orientarne l’esito secondo i loro interesse. Si tratta di guerre

limitate anche nel loro orizzonte geografico e nel numero di partecipanti.

Ciò comporta la possibilità della neutralità e la localizzazione nello spazio,

circoscrivendo il confine. Sono quindi dei duelli armati su questioni

particolari che non trascinano gli altri attori nel conflitto (es. 1859 –

Francia alleata del Piemonte contro gli austriaci – seconda guerra

d’indipendenza – riguardava gli assetti territoriali nel Nord d’Italia, in

particolare del Piemonte strappato agli austriaci; 1866 – guerra Prussia e

Austria nell’area germanica, di cui Berlino e Vienna erano i due principali

attori che volevano l’egemonia all’interno dello stato tedesco; 1870,

guerra franco – prussiana, con la formazione con Bismarck del Reich

tedesco che sconfigge la Francia; guerra Russia – Giappone nel 1905 per

le sfere d’influenza in Asia orientale, in Manciuria, in Cina). Nessuna di

queste guerre portava allo smantellamento del sistema multipolare, anzi

si limitavano i confini. Sono guerre limitate anche nella loro intensità

delle operazioni militari: dal momento che i contendenti non si stanno

giocando tutto, devono amministrare i loro sforzi e le loro risorse in quel

conflitto particolare, cioè pongono un limite nell’impegno che mettono

nel singolo conflitto. Qui più che mai vale la regola aurea che il nemico di

oggi può essere amico di domani e quindi non c’è un definitivo

annientamento (guerra austro prussiana 1866, con Bismarck che vince la

guerra ma non vuole distruggere l’Austria perché sarebbe stata utile per

la penetrazione nei Balcani). Le guerre generali, che coinvolgono tutte le

maggiori potenze, che sono illimitate, possono aver luogo nei sistemi

multipolari ma sono l’eccezione, e sono quelle guerre anti egemoniche,

che sono rarissime e sono illimitate perché l’equilibrio è ormai entrato in

crisi. Queste guerre seguono la formazione di ampie coalizioni contro

l’ascesa di quella potenza che vuole l’egemonia.

Nei sistemi bipolari, una guerra tra due maggiori potenze non può non

 essere una guerra illimitata perché coinvolge tutti gli stati, cioè solo due.

Riguardano gli assetti nel loro complesso. C’è anche la pressione

dell’importanza della posta in gioco, combattendo queste guerre con

mezzi illimitati. C’è una tendenza all’escalation strategica e geografica,

con un ampliamento geografico del conflitto. Ad esempio nel 1962, una

guerra innescata dalla crisi di Cuba non sarebbe rimasta localizzata ai

Caraibi e a Cuba ma avrebbe chiamato in causa tutti i principali teatri

politici in cui si stavano confrontando Usa e Urss e avrebbe comportato

l’uso di tutte le armi convenzionali e nucleari a disposizioni, come

dimostrano i piani di guerra di quegli anni. Prevedevano infatti, per gli

Usa sul piano nucleare, un impiego massiccio delle armi atomiche. Tutto

questo con un’importantissima conseguenza, che è proprio questo

potenziale di immediata escalation generale, strategica e geografica

tende a funzionare come un formidabile fattore di inibizione del ricorso

alla forza da parte delle due potenze, cioè il pericolo di un’escalation

tende a inibire un urto diretto tra le due superpotenze. Ci devono pensare

un bel po’.

In questo caso finisce che le uniche guerre che possono essere

combattute sono quelle che non coinvolgono entrambe le superpotenze o

nelle quali esse possono stare in disparte. Le due superpotenze infatti,

durante la guerra fredda, cercano di evitare uno scontro diretto ma

quando questo scontro diventa inevitabile, diventa una guerra per

procura, ricorrendo ai proxis (cioè gli stati clienti, stati satelliti, stati

minori) usando e strumentalizzando questi attori per vanificare le

iniziative dell’altra superpotenza. Si pensi dell’appoggio Usa in

Afghanistan verso i partigiani che combattevano contro l’armata rossa.

Specularmente pensiamo l’appoggio dell’Urss durante la guerra di Corea

o durante la guerra del Vietnam. In quel caso era una guerra impegnata

direttamente. Durante la guerra fredda la guerra si è tradotta nel

principio dell’intangibilità dei confini dell’Europa, in virtù del peso

dell’Europa stesso a livello internazionale.

In un sistema egemonico, unipolare invece come accadeva nel caso della

 definizione delle principali minacce, ci sono analogie col sistema

multipolare. Vengono meno le inibizioni da parte del leader egemonico,

da parte cioè degli Usa. Vediamo i numerosi interventi militari

statunitensi dopo la guerra fredda (Jugoslavia e Serbia, Afghanistan,

ecc.). Per il leader il ricorso alla forza militare è più praticabile in virtù

delle sue capacità e di quelle del sistema internazionale ed è un fattore di

disinibizione, cosicché il leader ricorre alla forza militare anche per

obiettivi marginali (es. Balcani, Libia 2011). In queste condizioni la guerra

cambia forma, diventando tendenzialmente una guerra asimmetrica. Da

un lato il leader globale ha avuto la possibilità di programmare e

condurre delle guerre “a costo zero” per gli Usa (es. Iraq 1991) grazie a

una serie di innovazioni tecnologiche (armamenti, smart bomb, PGM,

tecnologia step, GPS) di cui ancora oggi dispone del monopolio

(intervento militare in Kosovo, 1999). Anche quando le guerre combattute

dal leader non sono state a costo zero, non hanno mai comportato un

serio rischio di sconfitta per gli Usa. D’altra parte, la possibilità di una

sconfitta era il deterrente della guerra nei sistemi multipolari. Ora può

fare la guerra ma comunque non la perderà. In effetti anche quando gli

Usa non hanno vinto la guerra nella congiuntura post bipolare, l’hanno

pareggiata e si sono ritirati dal conflitto senza mettere a repentaglio i loro

interessi vitali, la loro integrità, lo status di grande potenza (2011 – es

Iraq). Possiamo dire che hanno perso la seconda fase della guerra contro

gli iracheni, mentre la prima fase della presa di Baghdad l’hanno vinta

facilmente. La sconfitta politica degli Usa però non ha avuto esiti

drammatici. D’altro canto aggiungiamo che l’unica chance che hanno gli

eventuali avversari di imporre la loro volontà al leader o vanificarne i

piani è quella di accettare la logica della guerra asimmetrica volgendola a

proprio vantaggio ed evitando quindi uno scontro diretto e ricorrendo

invece a strategie asimmetriche, come il terrorismo o guerriglia. Questo

con la speranza di logoramento del leader, non di annientamento,

colpendone il morale, mettendo pressione sul fronte interno americano,

stancando l’opinione pubblica senza sconfiggere gli Usa in campo militare

e contando sul fatto che l’importanza relativa degli interessi politici in

gioco induca l’egemone stesso ad abbandonare la contesa. Davanti ad

attori motivati a combattere con tutta la loro energia, gli Usa hanno

avuto sempre l’opzione di tornare a casa loro ed è un sintomo di

speranza per gli avversari. Quest’asimmetria ci spiega uno dei grandi

paradossi strategici: il fatto di una potenza più forte che talvolta non

riesce ad imporsi a stati meno potenti (guerra in Somalia, talebani in

Afghanistan, insorgenti in Iraq). Gli Usa perdono pochi uomini e se ne

tornano a casa.

29/01/18

Tre tipi di polarità

- sistemi multipolari > sistema di equilibrio dalla pace di Westfalia alla fine

delle Seconda guerra mondiale

- Sistemi bipolari > c’è ancora l'equilibrio, è la guerra fredda

- Sistemi unipolari > sistema egemonici, rappresentano un'eccezione nella

storia, il presente, la congiuntura nella quale siamo oggi calati con la

supremazia degli Stati Uniti.

Al mutare della polarità mutano elementi di grande importanza nella vita

politica internazionale. Abbiamo visto come cambia l'individuazione della

minaccia principale, il nemico e di riflesso anche degli amici. Per

l'identificazione della minaccia

- Multipolari > indefinitezza, difficile trovarne una

- Bipolari > minaccia chiara, è l'altra superpotenza

- Unipolari > indeterminatezza per l'unica grande potenza che non deve

però affrontare minacce realistiche, vicine, incombenti, imminenti. Al

massimo si preoccupa di individuare o le minacce minori o le minacce

future alla sua leadership

Cambia la guerra al mutare della polarità

sistemi multipolari > sono molto numerose

- , come nella seconda

metà dell'Ottocento. Queste guerre però sono limitate nel numero dei

paesi belligeranti e del perimetro geografico di un conflitto. Anche

l'intensità è limitata, perché ci sono altri teatri competitivi, quindi non ho

interesse a debellare la potenza del nemico. Pensiamo a Bismark

Sistemi bipolari > una guerra tra le due superpotenze è

- necessariamente una guerra illimitata . È una guerra globale per

definizione perché coinvolge entrambi i principali poli di potenza del

sistema internazionale, quindi è un fatto globale. Il suo esito riguarda gli

assetti complessivi, l'architettura generale del sistema internazionale.

Allora c'è anche la pressione dell'importanza della forza in gioco a

combattere queste guerra con mezzi illimitati, c'è quindi la tendenza

all'escalation strategica oltre che geografica, si amplia il territorio del

conflitto. Nel 1962 una guerra ipoteticamente innescata dalla crisi dei

missili non sarebbe rimasta localizzata a Cuba e nei Caraibi. Avrebbe

contagiato tutti i principali teatri geopolitici in cui Stati Uniti e URSS si

confrontavano nel quadro della guerra fredda e avrebbe previsto l'uso di

tutte le armi a disposizione nucleari e convenzionali, come ci

testimoniano i piani di guerra di quegli anni. Questo però ha

un'importante conseguenza, che questo potenziale di immediata

escalation strategica e geografica tende a funzionare come fattore di

inibizione del ricorso alla forza militare da parte delle due superpotenze.

Il pericolo di un escalation tende a far evitare un urto militare diretto tra

le due superpotenze, ci devono pensare bene. In questo caso finisce che

le uniche guerre che possono essere combattute sono quelle che non

coinvolgono entrambe le superpotenze oppure quelle in cui le due

superpotenze possono restare alla finestra. Nella guerra fredda cercano

di evitare un urto militare diretto e, quando devono scontrarsi con l'altra

potenza, lo fanno ricorrendo alla guerra per procura, ricorrendo agli Stati

detti proxis, ossia stati satelliti, clienti, alleati regionali. Si aizzano questi

attori contro l'altra superpotenza e per vanificarne le iniziative. Pensiamo

l'appoggio da parte degli Stati Uniti alla resistenza antisovietica in

Afghanistan, ai mujaheddin. Appoggiano gli insorti impegnati a cacciare

dal territorio afgano l'armata rossa. Pensiamo all'appoggio dato dall'Urss

alla Corea del Nord durante la guerra di Corea, oppure al Vietnam del

Nord durante la guerra del Vietnam contro la potenza americana,

impegnata invece direttamente nel conflitto locale. Negli anni della

guerra fredda questo pericolo di guerra illimitata si è tradotto perfino nel

principio dell’intangibilità delle sfere in Europa, il principio di non andare

a ritoccare tutte quelle cose che avrebbero rischiato di far trascinare in

guerra le due superpotenze per la loro importanza. L'Europa fu luogo di

eccellenza di questa intangibilità, per il peso dell'Europa negli equilibri

internazionali.

In un sistema egemonico come dopo la guerra fredda, come nella

- definizione delle principali minacce, vi è un parziale ritorno alle

caratteristiche del sistema multipolare . Infatti vengono meno le

inibizioni al ricorso della forza militare da parte dell'unica grande

superpotenza, vediamo i numerosi interventi militari condotti dagli Stati

Uniti a Panama, in Iraq nel 1991 e nel 2003, in Bosnia, contro la

Jugoslavia per la Serbia della questione del Kosovo, in Afghanistan. Per il

leader, il ricorso alla forza militare diventa praticabile per l'asimmetria

che si verifica tra le sue capacità militari e quelle degli altri membri del

sistema internazionale. Quindi il leader ricorre alla forza militare anche su

obiettivi secondari come i Balcani o la Libia. In queste condizioni la

guerra cambia forma. Diventa una guerra asimmetrica, marcatamente

asimmetrica. Da un lato gli Stati Uniti, il leader globale, hanno avuto

perfino la possibilità di programmare guerre a costo zero, per gli Stati

Uniti ovviamente. Pensiamo all'intervento del 1991 in Iraq. Questo grazie

ad una serie di innovazioni tecnologiche di cui l'America ha il monopolio,

come le bombe intelligenti, le Smart bomb, la tecnologia step, cioè gli

aerei invisibili ai radar, i gps e internet che diedero per la prima volta

nella guerra del 1991 un grande vantaggio. L'esercito iracheno era

numeroso, temperato da molti anni di guerra con l'Iran, tanto che alla

vigilia della guerra gli analisti credevano che gli Stati Uniti avrebbero

avuto della grandi perdite prima di cacciare le armate di Saddam dal

Kuwait, pur vincendo alla fine. Non andò così: dopo alcune settimane di

tremendi bombardamenti e la campagna Desert Storm, gli Stati Uniti

vinsero perdendo pochissimi uomini, quindi una guerra a costo zero.

Pensiamo all'intervento militare NATO, ma in primo piano gli Stati Uniti, in

Kosovo nel 1999. Anche questa fu una guerra a costo zero, grazie all'uso

del potere aereo strategico, e in quel caso capitò che i bombardamenti

aerei furono sufficienti al conseguimento della vittoria. I bombardamenti

hanno un grado di precisione e accuratezza dei bombardieri che

riuscirono a far vincere la guerra senza neanche dover mandare un corpo

di spedizione, cosa che successe nel novantanove. Anche quando le

guerre combattute dal leader non sono state a costo zero, non hanno mai

comportato un serio rischio di sconfitta per gli Stati Uniti. La possibilità di

una sconfitta invece era il deterrente di una guerra nei sistemi multipolari

o bipolari. Ora invece il leader sa che in ogni caso non perderà una

guerra, anche se costerà tanto. Infatti gli Stati Uniti hanno sempre potuto

ritirarsi dal conflitto senza mettere a repentaglio i loro interessi vitali, lo

status di grande potenza, la sovranità, l’indipendenza. Nel 2011 si sono

stufati di rimanere in Iraq, sono tornati a casa. Hanno per certi versi

perso la seconda fase della guerra, quella irregolare con i partigiani

iracheni, mentre nella prima fase della presa di Baghdad è caduta in un

attimo. L'esercito americano del 2003, dopo anni di sanzioni, era perfino

più debole. Ma questa sconfitta politica degli Stati Uniti non ha avuto esiti

drammatici, non è stato amputato il territorio. L'unica chance che hanno

gli eventuali avversari di imporre la loro volontà al colosso globale o

vanificarne i piani è quella di accettare la logica della guerra simmetrica,

ossia volgerla a proprio vantaggio, evitando uno scontro diretto, esercito

contro esercito sul campo di battaglia, e ricorrendo invece a strategie

asimmetriche come il terrorismo o la guerriglia con la speranza di

logorare il leader egemone, non di annientarlo, questo non sarebbe

possibile. Però si può colpire il morale, anziché allentarne le forze militari.

Si può fare pressione sul fronte interno americano, come l'opinione

pubblica senza cercare di sconfiggere sul piano militare. Si può contare

sul fatto che l'importanza relativa degli interessi politici in gioco per

l'egemone induca l'egemone stesso ad abbandonare la contesa. In tutte

le guerre combattute dagli Stati Uniti nel dopo guerra fredda non si sono

impegnati per interessi vitali, quindi di fronte ad attori motivati a

combattere fino alla fine con tutte le energie di cui dispongono contro gli

Stati Uniti hanno sempre avuto la possibilità di scegliere di ritirarsi.

Questa è una speranza per gli altri attori del sistema. Questo mostra uno

dei paradossi strategici: una potenza enormemente più forte sul piano

militare, ma che talvolta non riesce ad imporsi. Pensiamo ai signori della

guerra in Somalia, i Talebani in Afghanistan, gli insorgenti in Iraq dopo la

guerra lampo della presa di Baghdad. Nel 2007 gli Stati Uniti sono riusciti

a stabilizzare un po’ la situazione ma la guerra non è finita. Nei

Un altro aspetto è l'interdipendenza economica tra le maggiori potenze.

sistemi multipolari le grandi potenze tendono ad avere una

dipendenza economica dall'estero piuttosto elevata . Le grandi potenze

hanno delle grandi economie articolate, diversificate però non hanno

un'economia così grande da metterle del tutto al riparo dalla necessità di

approvvigionarsi all'estero di beni importanti per la loro sicurezza, armamenti e

per la loro prosperità e sviluppo del loro sistema economico. Restano lontane

da una situazione di autarchia, di indipendenza economica e questo ha delle

conseguenze perché dà impulso o a intervenire all'estero ed esercitare

influenza nel sistema internazionale per ottenere le cose di cui hanno bisogno,

che non sono in grado di produrre a casa propria. Questa dipendenza si

trasforma in un incentivo all’intervenire all’estero per assicurarsi tutto ciò di cui

hanno bisogno e che non producono internamente. ed esercitare influenza nel

sistema internazionale per assicurarsi tutto ciò di cui hanno bisogno e che non

producono internamente. La dipendenza è quindi un incentivo al controllo e alla

proiezione politica.

Aumenta quindi il rischio di urto e litigio con le altre grandi potenze del sistema

internazionale e crea una propensione all'imperialismo economico di tipo

classico. Se vediamo la storia del multipolarismo soprattutto nell'ultimo quarto

dell'Ottocento e prima metà del novecento vediamo questo fenomeno.

Vediamo la Germania, il Giappone e l'Italia che ricorsero ad un elevato grado di

interdipendenza economica dall'estero. Pensiamo alle critiche al riduzionismo di

Hobson. Le grandi potenze andavano a cercare materie prime all'estero,

entrando in rotta di collisione con altre grandi potenze del sistema. Pensiamo al

Giappone che va in Corea, in Manciuria scontrandosi con la Cina, va nella

Siberia russa e nel sud est Asiatico. Pensiamo alla collisione con la Russia e gli

Stati Uniti, quando dal 1898 diventano una grande potenza del sistema

internazionale. Pensiamo all'interesse tedesco per l'Europa danubiano

balcanica, il Caucaso con i campi petroliferi del Caspio, l'Ucraina per le risorse

alimentari. Pensiamo alla retorica del nazionalismo proletario dell'Italia. L'Italia

era una grande potenza a cui servivano perfino a beni alimentari. Entra in rotta

di collisione con Gran Bretagna e Francia in Nord Africa, fino agli anni del

fascismo in cui questo interesse la porta a schierarsi contro di loro.

In un sistema bipolare come la guerra fredda ci troviamo, secondo Waltz, in

Ci sono due superpotenze

una situazione molto differente.

territorialmente enormi e che hanno per lo più a casa propria quasi

tutto quello di cui hanno bisogno per sopravvivere , per l'industria della

difesa, per far girare l'economia. Waltz sottolinea l'abbondanza di risorse su cui

poterono contare negli anni della guerra fredda, riducendo la spinta a

proiettarsi nel sistema internazionale per motivazioni politico economiche ed

eliminò anche una potenziale motivazione di scontro, attenuandola. Waltz dice

di pensare alla capacità degli Stati Uniti di reagire alla guerra del Kippur. A

differenza degli alleati degli Stati Uniti in Europa e Asia che furono danneggiati

in maniera maggiore, gli Stati Uniti furono comunque in grado di gestire la loro

situazione energetica, con un effetto di moderazione della risposta americana.

In virtù della minore dipendenza e del maggiore distacco con cui poterono

guardare gli eventi, Stati Uniti e URSS riuscirono a gestire la crisi ed evitare che

si scaldasse fino ad un punto di non ritorno. Questo può essere un fattore di

ordine internazionale.

In un sistema egemonico, vediamo emergere una superpotenza

economica globale come gli Stati Uniti che ha una vasta rete di

rapporti, legami, interessi economici commerciali nel sistema

internazionale, capillari e ingenti . La superpotenza globale è il cuore

pulsante dell'economia mondiale, da cui per altro la superpotenza globale

ricava vantaggi importanti a livello di ricchezza nazionale e quindi è interessata

a preservare il funzionamento di questa struttura economica di cui è il centro e

il principale beneficiario. C'è quindi un interesse che tutti i principali attori

economici abbiano un accesso sicuro alle materie prime principali, ai mercati

internazionali, anche usando a tal fine la forza militare nella nuova libertà di

manovra di cui il leader globale si trova a disporre.

> Pensiamo all'intervento a protezione del Kuwait nel 1991. Questo puntava a

mantenere l'afflusso del petrolio dal Kuwait. Questo afflusso era considerato

presupposto del funzionamento efficiente dell'economia internazionale.

D'altro canto il leader globale, poco vulnerabile sul piano strategico e politico,

in caso di interruzione

delle relazioni economiche con ogni altro singolo attore del sistema

internazionale ha uno scarso incentivo ad un imperialismo economico di tipo

classico, volto alla conquista e al controllo diretto di altri territori. Questo si

spiega con il fatto che l'interruzione della provenienza del petrolio dal golfo

farebbe danno più agli altri territori come l'Europa e il Giappone, che agli Stati

Uniti che per certi versi sono indipendenti. La seconda conseguenza è che

l'asimmetria nella dipendenza economica tra leader e altri attori consente al

leader stesso di usare l'economia come arma politica. Gli Stati Uniti non

vengono danneggiati dalla rottura di relazioni economiche con un attore del

sistema, ma l'altro paese sì. Quindi si utilizza l'altra della sanzione economica,

che vediamo di frequente. È la guerra economica. Pensiamo alle sanzioni

contro l'Iraq dopo la guerra in Kuwait. Pensiamo alle sanzioni contro l'Iran per

spingerlo ad abbandonare il suo programma nucleare con una parziale

efficacia, come l'accordo nucleare del 2015. Le sanzioni hanno convinto la

leadership iraniana ad accettare un ridimensionamento importante degli

esperimenti nucleari. Oggi vediamo le sanzioni contro la Russia dopo

l'annessione della Crimea dopo l'intervento in Ucraina sud orientale.

al mutare della polarità tende a mutare anche il

Vediamo come

funzionamento delle alleanze dei principali attori del sistema

internazionale .

Cambia il numero delle alleanze . In un sistema multipolare vi possono

essere tante alleanze quante sono le potenziali combinazioni tra le varie

potenze nelle diverse arene politiche. Pensiamo alle numerose alleanze

nell'Europa del settecento e ottocento. In un sistema bipolare le cose cambiano

perché vediamo il formarsi di due grandi sistemi di alleanze che vengono a

gravitare attorno ai due leader di blocco. Qui emerge una struttura politico

diplomatica molto diversa, una struttura ellittica caratterizzata da vaste reti di

clientele incentrate sui due leader del sistema internazionale. Pensiamo a NATO

e Patto di Varsavia. Nel sistema unipolare vediamo un sistema peculiare, anche

sulla base di un'ulteriore riduzione dei sistema di alleanza. È una politica di

bandwagoning, cioè saltare sul carro del vincitore. Quindi un sistema di

alleanze globali raccolta intorno all'unica superpotenza esistente.

Abbiamo parlato di bandwagoning per le primarie americane. Waltz diceva che

era un fenomeno caratteristico della politica interna e non della politica

internazionale, ma lo troviamo qui perché in questo caso in un sistema

internazionale di tipo unipolare è diventato troppo costoso per gli attori minori

opporsi al leader e cercare di minacciarlo, a parte pochi temerari. C'è questa

tendenza. L'unica opzione ragionevole per gli altri non è bilanciare con una

coalizione il leader, ma stare accanto al leader, di tenerselo amico per cercare

di conquistarne almeno la benevolenza. Semmai vediamo una tendenza da

parte delle altri potenze di guadagnarsi un posto privilegiato nella rete di

rapporti di alleanze, imperialista degli Stati Uniti. Magari si può provare a fare il

primo della classe, cioè gli attori minori cercando di mostrarsi diligenti e quindi

di instaurare una partnership speciale, privilegiata. Un canale privilegiato di

interlocuzione con il leader stesso per trarre dei vantaggi politici, come

avvantaggiarsi sulle altre potenze minori che non hanno già l’appoggio del

leader e capacità influenzare le scelte del leader. C'è una tendenza alla

formazione di una rete di alleanze ampia.

> Nell’apogeo del potere americano del dopo guerra fredda, che è la prima

metà degli anni duemila, vediamo che la maggior parte delle grandi potenze

del sistema internazionale erano allineate agli Stati Uniti, se non addirittura

alleate. In Europa e Asia Orientale nessuno dei paesi che erano stati alleati

degli Stati Uniti durante la guerra fredda ha deciso di divorziare. Tutti restano al

fianco degli Stati Uniti. Emblematico è il caso della Francia, la più autonomista

da Washington. Questa Francia che ha rivendicato l'autonomia dagli USA

dell’Europa è rientrata nella NATO. L'alleanza atlantica è il patto di alleanza, la

NATO è l'organizzazione dell'alleanza atlantica. La Francia con De Gaulle era

uscita dalla NATO ma era rimasta nell'Alleanza Atlantica. Con la fine della

guerra fredda rientra anche nella NATO. Vediamo poi nei primi anni duemila

una parte delle repubbliche ex sovietiche, parte del territorio dell'URSS, pronte

a saltare sul carro del vincitore unendosi all’Alleanza Atlantica. Pensiamo a

Ucraina, Georgia, le repubbliche baltiche. L'Azerbaijan non si allea ma diventa

partner. Anche la Russia nel 2000 firma un accordo con la NATO, che doveva

essere un’anticamera all’ingresso nella NATO. La stessa cosa la vediamo in Asia

orientale, dove Giappone, Corea del Sud, Tailandia, Filippine, dove gli alleati

legati da un trattato di alleanza negli anni della guerra fredda, rimangono

alleati degli Usa anche dopo.

Non appena nel 2002 le Filippine chiudono le basi americane, ecco che

Singapore si offre di mettere a disposizione le sue basi, i suoi porti alla settima

flotta americana. La stessa Cina non rinuncia a mantenere i rapporti di

cordialità con gli Stati Uniti. La Cina si era avvicinata gradualmente agli Stati

Uniti a partire dai primi anni settanta con l'amministrazione Nixon e Kissinger.

La Cina decide, dopo la fine della guerra fredda, di mantenere quei rapporti con

gli Stati Uniti. Un'altra cosa significativa è un attore come l'India che negli anni

della guerra fredda era stata un leader del movimento dei paesi non allineati.

L'India dopo la fine della guerra fredda comincia ad avvicinarsi

inequivocabilmente a partire dai primi anni duemila agli Stati Uniti, soprattutto

durante la seconda amministrazione Clinton. Tutto questo mentre il Pakistan

non rompe con gli Stati Uniti e resta nell'orbita americana. Il Vietnam, acerrimo

nemico degli Stati Uniti durante la guerra fredda, si è avvicinato agli Stati Uniti

e cooperano su alcune questioni importanti. Quindi tante alleanze nel sistema

multipolare, due blocchi in quello bipolare, un'unica grande rete in quello

egemonico

Un'altra dimensione è il grado di fluidità delle alleanze stesse . Nei

sistemi internazionali multipolari, gli schieramenti diplomatici tendono ad

essere fluidi. Questa è l'altra faccia dell'indeterminatezza nell'identificazione

delle minacce principali, del nemico. È difficile tirare una linea chiara tra amico

e nemico. È sempre presente la possibilità di un rovesciamento delle alleanze.

È in questa situazione che diventa particolarmente acuto il dilemma delle

alleanze, il rischio di abbandono, di intrappolamento con cui gli alleati tendono

a misurarsi quando entrano in un'alleanza. È in queste circostanze che l'elevato

rischio di abbandono espone gli alleati ad un elevato rischio di

intrappolamento. Diventa difficile dire di no all'alleato, perché c'è qualcuno

fuori con cui l’alleato potrebbe allearsi abbandonandoci. L'esito in effetti

paradossale di questa fluidità negli schieramenti diplomatici è che questa

fluidità tende a creare una grande rigidità nelle strategie degli alleati. Chi non

può permettersi di perdere l'alleato finisce per essere ostaggio dell'alleato.

> Pensiamo al caso dell'alleanza fra Austria-Ungheria e Germania a inizio

novecento. La Germania per timore di perdere il sostegno dell’Austria, la

sostiene nei Balcani contro la Serbia fino ad essere intrappolata nel conflitto

della prima guerra mondiale.

30/01

Diversamente in un sistema bipolare gli schieramenti sono rigidi. Le alleanze

sono dettate dalla struttura del potere, così come la minaccia. Le due

superpotenze non possono abbandonare gli alleati per allearsi con un’altra

grande potenza, anche perché c’è n’è solo un’altra, che è il nemico ovvio,

essendo l’unica vera autentica minaccia agli interessi. Per gli attori minori, essi

avrebbero una sola alternativa a disposizione e c’è anche qui una grande

rigidità. Potrebbero al massimo cambiare blocco ma le superpotenze hanno i

mezzi per impedire con i loro mezzi questo tipo di defezioni. Alla luce di queste

circostanze, il dilemma delle alleanze si attenua, il rischio di abbandono è

minimo se non addirittura nullo, irrisorio, trascurabile e si può dire di no agli

alleati senza mettere a rischio la tenuta complessiva dell’alleanza, la sua

esistenza e viene meno l’intrappolamento in partite che non sono importanti.

La maggiore rigidità negli allineamenti nella struttura, rende l’alleanza

paradossalmente più elastica, producendo un certo margine di flessibilità nelle

strategie degli alleati.

> Un esempio è il mancato sostegno degli Usa a Francia e Inghilterra durante la

crisi di Suez, anzi impongono loro di desistere. Gli Usa hanno potuto astenersi

perché non avevano il timore di una defezione dei loro alleati, i quali non

presero mai in considerazione di abbandonare gli Usa per allearsi con l’Urss.

Anche un attore minore, come la Francia durante la guerra fredda, non ha

sostenuto la politica di deterrenza nucleare statunitense e l’alleanza atlantica

(con De Gaulle). Poté farlo perché non aveva il timore di essere abbandonata

dagli Usa. Ci si può anche trattare male perché si sa che non è in gioco la lealtà

e la fedeltà dell’alleato che ha dato vita poi all’alleanza stessa, tramite la

collaborazione.

In un sistema unipolare invece, la dinamica della diplomazia della politica

dell’alleanza muta notevolmente e torna ad esserci una maggiore fluidità delle

alleanze. Non è però preciso. Da un lato le potenze minori hanno un interesse a

saltare sul carro dell’egemone globale, cioè c’è l’opzione obbligata del

bandwagoning per tutelare i loro interessi. Dall’altra parte la superpotenza può

permettersi di scegliersi gli alleati e i partner che preferisce, sceglie quanto

impegnarsi per loro e può decidere di reclutare, a seconda delle questioni

specifiche, delle iniziative che vuole intraprendere, un certo numero di alleati

sapendo che potrebbe farcela anche da sola e che gli alleati non sono

indispensabili. Ciò significa che per le potenze minori torna ad essere acuto il

dilemma delle alleanze, torna il rischio dell’abbandono da parte del leader

globale e si fa acuto anche il pericolo di intrappolamento

> Pensiamo ai timori degli alleati europei negli anni 90 – 2000 che gli Usa

smantellassero la loro presenza in Europa per dedicarsi, ad esempio, all’Asia.

Vediamo sulla scorta di queste ansie, la riaffermazione di lealtà agli Usa degli

alleati europei per mantenerli in Europa. Alcune potenze europee hanno deciso

di accompagnare, addirittura, gli americani in quelle guerre (Ucraina, Bulgaria)

verso l’Afghanistan, Iraq ecc. Altri si sono aggiunti nel post conflict, come

l’Italia per il timore di abbandono e quindi cadono nell’intrappolamento.

Pensando all’Asia orientale, anche gli stati nel Pacifico hanno temuto, dopo l’11

settembre, l’abbandono e hanno contribuito anch’essi nelle operazioni militari

in Afghanistan (es. Giappone > cesura drammatica per la politica estera

giapponese). Il leader globale può scegliere di volta in volta su quali alleati fare

affidamento, quanto ritenga necessario farsi accompagnare in una certa

iniziativa e operazione militare e può attingere quindi alla vasta platea di

partner potenziali per costruire delle coalizioni di geometria variabile

“coalition of the willing” (coalizioni di volenterosi – Bush), magari in base

anche alla localizzazione geografica, ad esempio per costruirci basi, o in base

alle loro capacità militare. Gli alleati italiani erano molto bravi per le operazioni

“peace keeping

post belliche ”.

Il problema per il leader è semmai avere troppi alleati che richiedono un

compenso per il loro aiuto in altre situazioni e questioni che stanno loro a

cuore. Il problema è proprio la pluralità di voci che non possono essere

conciliabili tra loro. Perché l’Italia era andata in Afghanistan e in Iraq nel 2003?

Perché voleva sostegno politico, diplomatico in Europa, per limitare la

preponderanza franco – tedesca in Europa (questa è la motivazione che ha

spinto Berlusconi e poi anche la Gran Bretagna). La stessa cosa vale anche per

i paesi che sono entrati tardi nell’alleanza Atlantica, come nel caso della

Polonia (doveva sorvegliare la Russia e la Germania e quindi cercava appoggio

degli Usa in Europa), dell’Ucraina che era interessata al sostegno degli Usa nei

confronti della Russia. Anche Giappone e Corea del Sud aiutano gli Usa per un

timore per l’ascesa della Cina nell’Asia pacifica.

Nessuno degli alleati era legato alla questione in sé, non era prioritario

cambiare il regime iracheno, anzi alcuni pensavano che fosse un errore politico

il fatto che gli Usa intervenissero perché non c’erano armi di distruzione di

massa, perché non era vero che S. Hussein avesse legami con Al Qaeda. Gli

alleati ci sono andati pensando che questa valorizzazione della lealtà potesse

ricompensarli verso altre questioni.

Vediamo infine come cambiano le alleanze in base alla struttura

organizzativa dell’alleanza . Le alleanze possono avere diverse strutture

organizzative che riflettono poi la loro natura e la struttura di potere in cui

queste alleanze si inseriscono, nascono e operano.

Nei sistemi multipolari le alleanze tendono ad essere delle promesse, non

indossano un abito organizzativo. Gli alleati si impegnano ad aiutarsi ma non

mettono insieme altre cose come gli eserciti, i comandi militari (che rimangono

quindi autonomi). Non è un caso che un problema tipico delle alleanze nei

sistemi multipolari è lo scarso coordinamento strategico in caso di guerra,

perché tutte quelle cose rimangono indipendenti (es. Napoleone che

combatteva con coalizioni anti francesi che rimanevano però ognuna

indipendenti) e si ha una perdita d’efficacia.

> Pensiamo durante la seconda guerra mondiale i problemi di coordinamento

contro la Germania di Hitler. Va aggiunto che la promessa che gli alleati si

scambiano è la stessa. Il contenuto è lo stesso e quindi si impegnano ad

aiutarsi e assistersi reciprocamente. Quindi sono alleanze uguali stipulate su

piede di parità tra attori che si promettono le stesse cose.

Nei sistemi bipolari invece, dove troviamo schieramenti rigidi e cristallizzati, le

alleanze tendono a trasformarsi nel tempo anche in macchine militari,

dotandosi di una burocrazia, di organizzazione, di comandi congiunti e strutture

logistiche comune.

> Caso tipico è quello dell’Alleanza Atlantica che nasce nel 1949 per contenere

l’Urss, che si è data anche una burocrazia vastissima fino alla creazione della

NATO, per venire a capo di problemi di coordinamento. Inoltre, la disparità di

forse tra gli alleati si traduce anche in una diversità di ruoli all’interno

dell’alleanza. Cambia quello che gli alleati si promettono, non c’è più la

simmetria ma c’è un attore più forte, il leader di blocco che promette di

proteggere gli attori minori e quest’ultimi che promettono di obbedire (logica

dell’obbligazione politica – proteggo e quindi esigo). Nell’alleanza atlantica gli

attori minori non proteggevano gli Usa dall’Urss, e quindi gli Usa pretendevano

obbedienza. Alcuni corollari importanti vanno sottolineati: più che accordi di

mutua assistenza, sono rapporti di garanzia. Cambiano anche le responsabilità

all’interno dell’alleanza: in circostanze del genere, al garante spetta il

monopolio dei due strumenti tipici della politica estera, cioè l’uso della forza e

la diplomazia (nell’alleanza atlantica decidevano gli Usa a Washington, ad

esempio sul nucleare).

Nei sistemi unipolari la struttura organizzativa dell’alleanza tende a prendere

qualcosa delle alleanze dei sistemi multipolari ma anche di quelli bipolari.

Emerge l’ineguaglianza degli alleati e quindi dal lato dei ruoli e delle

responsabilità, raggiungendo il picco.

> Si pensi al rigido monopolio degli Usa sui piani militari e sui negoziati in

Kosovo: la scarsa disponibilità degli Usa a coinvolgere gli altri alleati

dell’alleanza atlantica spinse gli europei a lanciare la PESD (1999). Volevano

dotarsi di capacità militare per assumere un ruolo più attivo a fianco degli Usa

e pretendere poi di partecipare alla definizione dei piani di guerra e non essere

lasciati ai margini. La PESD non fu pensata come alternativa all’alleanza

atlantica ma fu pensata per rafforzare l’Europa all’interno dell’alleanza

atlantica. Di qui la tendenza all’unilateralismo. Nei sistemi unipolari le alleanze

tendono ad essere leggere, con un’organizzazione semplice e sono tenute

insieme dall’egemonia del leader. A riguardo è proprio la crisi della NATO dopo

la guerra fredda. La NATO negli anni 1990 – 2000 è rimasta attiva come foro

diplomatico di discussione ed è rimasta come terreno per reclutare le loro

coalizioni di volenterosi.

ci chiediamo se ha ancora senso parlare oggi di sistema

Per concludere,

unipolare, di supremazia degli Usa oppure se siamo assistendo ad una

trasformazione della trasformazione ad un assetto multipolare.

C’è un dibattito che impegna gli osservatori che è cominciato da alcuni anni. Il

punto di vista maggioritario è che la supremazia americana si stia esaurendo.

Noi oggi siamo assistendo ad una chiara tendenza al livellamento dei rapporti

di forza e siamo assistendo all’emergere di una nuova costellazione di tipo

multipolare con l’aumento dei livelli di instabilità che sono la prevedibile

conseguenza.

Chi sposa questa chiave di lettura, guarda a fatti e tendenze che hanno un loro

peso e una grande forza persuasiva. Ad esempio sul piano militare ci sono

campagne lunghissime degli Usa in Afghanistan e in Iraq, nella prima parte a

costo zero e hanno lasciato cicatrici profonde. Anche sul piano economico ci

sono tendenze che ci fanno pensare a delle trasformazioni, a cominciare dalla

crisi finanziaria del 2007 – 2008 che ha rivelato alcuni squilibri strutturali

profondi dell’economia americana sul debito pubblico e privato, l’estrema

polarizzazione della ricchezza che si traduce anche in instabilità politica, in

deterioramento delle infrastrutture (trasporti, telecomunicazioni). D’altra parte,

allargando l’analisi del potere al “soft power” come potere di seduzione della

grande potenza che pensa che tutti gli obbediscano senza troppo sforzo, sta

venendo meno negli ultimi 10 anni. Anche la guerra del 2003 ha creato un

grande spartiacque.

Tutto questo sta sullo sfondo dell’ascesa di nuovi poli di potere nel sistema

internazionale, ad esempio dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa)

come poli attorno ai quali si configura il sistema internazionale moderno.

Ancora una volta abbiamo degli elementi a suffragio di questa tesi. La Russia

sembra definitivamente uscita dalla condizione di marginalità e subalternità

(fino agli anni 2000, crollo finanziario 2008, incapacità di impedire l’intervento

della NATO in Kosovo, contro la Serbia, incapacità di impedire l’allargamento

della NATO in Europa orientale, ecc). Si è ripresa dal dissesto finanziario,

cancellando il suo debito estero grazie alle esportazioni delle materie prime

negli anni 2000, è riuscita a mettere freno alle spinte centrifughe soprattutto

sul Caucaso, Siberia. È riuscita a rimodernare le sue forze armate e ha

dimostrato di essere tornata un attore in grado di poter partecipare alla politica

di potenza (Libia, Crimea, Siria a sostegno di Assad). Insieme alla Russia si

accompagna l’ascesa economica, politica e militare dell’India e della Cina. È il

grande fattore di riequilibrio del sistema internazionale e di transizione verso il

multipolarismo. Hanno un peso assestante nell’arena internazionale e si sono

sviluppati molto economicamente ai quali abbinano la crescita demografica,

sostegno e nuove innovazioni militari (capacità di proiezione di potenza), come

contrassegno di grande potenza. Parliamo di potere navale, aereo e nucleare.

L’india dagli anni 90 e la Cina dagli anni della guerra fredda si erano affermate

in campo nucleare (l’India negli anni 70 per scopi pacifici). Aveva fatto scandalo

la prima portaerei cinese, dichiarata “combact ready”, che è sembrata uno

spartiacque. Anche l’India ha lavorato allo sviluppo di una sua forza navale, che

preclude una proiezione e di interdizione della proiezione degli altri (Usa).

Questo sembra un po’ gettare le basi per delle sfere di influenza.

Ci sono anche molti voci autorevoli che ci invitano a non dare per vinta la

superiorità degli Usa e alcuni ritengono che la preponderanza ci sia ancora e

sia destinata a durare ancora.

Joffe, nel suo libro “perché l’America non fallirà”, ricostruisce le profezie sul

declino americano già dalla fine della seconda guerra mondiale (es. 1957 –

Sputnik). Adduce una serie di dati per non dare per vinta la supremazia

americana. I BRICS arrivano ad un terzo della spesa militare americana. Anche

a livello navale e aereo, gli Usa hanno ancora un grande vantaggio rispetto alle

altre potenze. Gli Usa hanno ancora ampie reti di basi militari e non va

dimenticato neanche il potere nucleare (Bush, Obama). Quindi Joffe conclude

con l’idea che si tratti ancora di unipolarismo.

31/01 equilibri e squilibri sul terreno economico

Va detto qualcosa anche su che

fanno dire al nostro politologo che il dato o la tendenza di un rapido declino

degli Usa non è così inequivocabile ed evidente. Ci dice Joffe di guardare al PIL

odierno, secondo cui l’economia americana vale ancora in termini relativi 3

volte l’economia del Giappone e più del doppio di quello della Cina, che è un

po’ il prodigio dell’economia mondiale. Cina e Giappone sono la seconda e la

terza potenza nel mondo in termini di PIL. Oggi il margine rispetto a questi due,

tre anni, si è ridotto però gli Usa hanno un PIL comunque superiore, anche se di

poco. Nelle tabelle pubblicate da Joffe, vediamo anche Russia e India che

figurano al nono e decimo posto nella graduatoria del PIL, il che significa la

stessa categoria della Spagna, che non è inserita oggi nei poli di potenza nel

sistema multipolare internazionale. L’economia della Russia oggi è inferiore agli

Usa in modo evidente. I BRICS non raggiungono il reddito americano, non sono

quindi cifre di multipolarismo.

> Ad esempio nella seconda parte dell’800 va a vedere i dati in Europa e

c’erano 3 potenze che avevano circa gli stessi valori in termini di economia,

cioè la Germania, la GB e la Russia. C’era un’altra grande potenza, la Francia

che seguiva a distanza ma aveva comunque un reddito molto elevato. Oggi

invece, l’UE pre Brexit ha un reddito aggregato maggiore agli Usa (meglio dire

dell’Eurozona, che ha un reddito inferiore a quello degli Usa). Il punto è che né

Eurozona né l’UE possono essere degli attori a livello politico, economico

omogenei ma sono anzi gli attori di una crisi odierna. Se passiamo dal reddito

aggregato al reddito pro capite, il quadro non cambia sensibilmente. Il reddito

pro capite è molto importante per evidenziare il benessere di un paese, quanto

è grande un paese in termini di ricchezza ai fini della politica di potenza nel

sistema internazionale. Un paese con un PIL pro capite basso prende poco dai

suoi cittadini da mettere sul piatto della politica estera. È molto più alto di

paesi come la Francia, meno con il Giappone e quello che impressiona è il

distacco che anche oggi separa dagli Usa le potenze emergenti. La Russia ha

un reddito pro capite molto basso rispetto agli Usa. Il reddito pro capite della

Cina arriva al 6% di quello americano. C’è un evidente distacco e squilibrio

quindi. L’India invece si fermava al 2% del reddito americano, anche se è

cresciuta. Rimane un divario enorme. Qualcuno ha scritto in riferimento a Cina

e India che non si diventa potenti mettendo insieme una popolazione di poveri.

demografia

Un’ultima cosa importante è la . Troviamo qui alcune ragioni di

cautela sulle ipotesi di un multipolarismo emerso. La Cina e l’India corrono un

campionato a parte però i demografi ci invitano a guardare un po’ meglio i dati.

Per quanto riguarda la Cina, è un paese che diventerà vecchio prima di

diventare ricco. È un inedito rispetto all’esperienza delle grandi economie

occidentali dei paesi avanzati, con ripercussioni sugli assetti politici ed

economici del paese. La Cina ha una popolazione enorme e a parità di livello di

sviluppo economico, questo è un grande fattore di potenza. Il rapporto tra la

grandezza, il peso demografico di un paese e la potenza non è facile, è un

lavoro complesso. Una grande popolazione che insiste su un’economia povera,

può essere un fattore di debolezza, non di forza. Significa che ci sono tante

bocche da sfamare con una base economica limitata, è un ostacolo allo

sviluppo. Se due nazioni hanno invece lo stesso grado di sviluppo, quella con la

popolazione più numerosa fa valere il suo peso demografico e diventa una

risorsa. La Cina è un paese con un paese con popolazione impressionante ma il

tasso di natalità è precipitato per la politica di controllo delle nascite voluta dai

governi cinesi, per evitare di diventare un ostacolo allo sviluppo (anni 70).

Questo significa che nel 2050 la popolazione avrà una popolazione colossale

ma vecchia. Tutto questo senza aver raggiunto ancora un reddito pro capite

equivalente a quello delle ricche economie occidentali sviluppate. Quindi a

livello di risorse economiche, peserà una popolazione grande e vecchia con un

sistema di welfare e con delle conseguenze economiche, che andranno a

incidere su investimenti produttivi e sulla vitalità produttiva dell’economia. La

forza lavoro diminuirà. Nel 2050 la popolazione degli Usa avrà una popolazione

inferiore a quella cinese e inferiore a quella delle altre potenze, esclusa l’India e

la popolazione americana in età lavorativa sarà cresciuta del 30%. Se

guardiamo poi la Russia, il quadro demografico è allarmante, cupo. Vediamo

l’ossessione di Putin per la promozione di politiche. Vediamo un alto tasso di

mortalità dovuto a un ventaglio di fattori, come il degrado dell’ambiente,

l’inquinamento, un’eredità inquinata del modello industriale sovietico, una

malattia sociale e storica, la bassa qualità del welfare e dei sistemi sanitari. Il

tutto a fronte di una bassa natalità tipica dei paesi sviluppati. L’Urss era una

nazione più popolosa negli anni della guerra fredda rispetto agli Usa.

Alla luce di tutte queste cose, forse il giudizio più corretto odierno è che da un

lato gli Usa non godono più della stessa supremazia incontrastata su cui

contavano negli anni 90 e nel primo decennio degli anni 2000. Dall’altro lato

non possiamo parlare ancora di multipolarismo dietro la porta, di un approdo

imminente al multipolarismo ma gli Usa rimangono comunque una potenza

preponderante e una posizione unica nel panorama internazionale. Non hanno

più quel margine impareggiabile ma sono un attore che ancora spicca su tutti

gli altri attori del sistema internazionale perché è l’unico attore che ha una

Noi viviamo in un

proiezione del suo potere militare in tutto il mondo.

sistema unipolare zoppo o multipolare sbilanciato . Questa “zoppia”

dell’unipolarismo ha delle conseguenze importanti, innesca delle tendenze che

ci dicono molte cose di quello che succede nel sistema internazionale. Un

accordo a conferma di ciò che ci dice la teoria delle relazioni internazionale

riguardo il rapporto simbiotico tra egemonia e ordine si sta traducendo in una

fonte di stabilità, perché gli Usa non svolgono la loro funzione egemonica in

modo efficace ed efficiente, rispetto a qualche decennio fa. Un caso

emblematico è quello dell’Iran, che nonostante l’opposizione al programma

nucleare, l’Iran ha mantenuto un piede per il controllo del nucleare. Gli Usa

hanno ridotto il loro potere con delle sanzioni ma comunque ha mantenuto il

potere. Ci da un’idea della persistente potenza degli Usa ma non sono riusciti a

fermare l’Iran. Dall’altro lato le altre potenze cominciano a farsi più audaci, a

sfidare gli Usa. Non al centro magari, ma nelle periferie del sistema egemonico

americano. Esempi sono la Russia in Georgia e in Ucraina con l’intervento in

Crimea. La Russia ha violato il taboo sull’uso della forza militare che c’era negli

anni della guerra fredda. La Russia ha fermato l’allargamento della Nato,

fermando l’ingresso di Ucraina e Georgia. Nel summit di Bucarest, la NATO aprì

le porte all’Ucraina e alla Georgia, dichiarandosi favorevole a integrare questi

due attori ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La Russia infatti è

intervenuta contro il governo georgiano che voleva integrare la sua autorità a

delle aree, difese dalla Russia stessa.

Con quell’intervento armato, la Russia è riuscita a sorpassare la credibilità degli

Usa nelle zone del Mar Nero. Gli Usa infatti hanno disatteso alla garanzia in

Ucraina nel 1994, quando inglesi e russi avevano garantito l’indipendenza

ucraina in cambio della cessione del materiale nucleare ucraino.

Gli Usa sono stati a guardare in molte occasioni, nonostante gli obiettivi del

governo (es. Bush aveva prefissato l’ingresso dell’Ucraina nella NATO). Gli

alleati degli Usa nell’area di influenza balcanica ancora, hanno dubitato

dell’aiuto americano e hanno preso l’incentivo per recuperare il rapporto con

Mosca sganciandosi dagli Usa. Viene così meno il controllo degli Usa in alcune

zone del sistema internazionale. Gli Usa non intervengono per asimmetria e c’è

un attore come la Russia che esercitava influenza in quelle zone ed era molto

determinata. Anche l’inizio della crisi finanziaria del 2008 arresta l’intervento

americano in vari momenti. Non soltanto la Russia sfida gli Usa ma anche la

Cina. Vediamo una sfida aperta e per altro parlare di frange americana non è

corretto perché la Cina interviene nel cuore del sistema americano, soprattutto

nell’Area pacifica, in cui rivendica la sovranità (isolotti del Pacifico). Ormai sta

fortificando, anche con gesti simbolici per rimarcare la sua sovranità. Se

passasse questa politica e gli Usa non intervenissero, i bacini marittimi

diventerebbero di proprietà cinese con conseguenze economiche e anche sugli

equilibri globali.

Vediamo che se le potenze collocate all’esterno della potenza americana

diventano più ambiziose e più sfrontate, cresce un’altra tendenza all’erosione

della supremazia, cioè la crescita degli alleati, come ad esempio la Turchia o la

presenza nel Golfo persico, che cercano autonomia dagli Usa. Ad esempio i

Curdi stanno cercando l’indipendenza. La Turchia sfida gli Usa quindi, cercando

l’appoggio degli Usa. La Turchia di Erdoan ha inviato una spedizione militare in

Siria, contro gli Usa che appoggiano i curdi. Anche in Arabia Saudita vi è un

caso perché ha visto come un cedimento degli Usa l’egemonia iraniana sul

nucleare. L’hanno visto come un abbandono degli Usa ed è per questo che si

sono buttati nella guerra civile nello Yemen. I Sauditi sono intervenuti perché

convinti che l’Iran stia guadagnando terreno appoggiando fazioni in guerra,

nonostante i sauditi non fossero così convinti di entrare in guerra. Pensavano

che Obama non appoggiasse i sauditi, anche se poi lo fece, però con pochi

interventi. Vediamo quindi un nuovo importante attivismo della politica estera

saudita.

Anche sulle alleanze, vediamo che in accordo con le aspettative della teoria

delle relazioni internazionali, l’erosione della supremazia americana tende a

indebolire la pressione al bandwagoning. Vediamo formarsi dei nuclei di

coalizione riequilibrati si guarda per esempio al rafforzamento dell’intesa sino

russa. Se prima anche se non si alleavano in senso stretto intorno agli Usa,

orbitavano intorno al suo colosso, negli ultimi hanno rafforzato i loro rapporti

bilaterali. Questo anche in chiave di contenimento degli Usa. Sono però ancora

potenze che restano diffidenti.

LA GEOPOLITICA

Ragioniamo in termini di spazio, di geografia. Finora abbiamo parlato in termini

astratti estraendo questi concetti dal sistema geografico e spaziale in cui vanno

inseriti.

Proviamo ad aggiungere la dimensione geografica e spaziale della politica

internazionale. L’assunto da cui muoviamo ora è che questa sia una

dimensione di grande importanza, che aggiunge molto alla nostra capacità di

analisi della politica internazionale e ci aiuta nel nostro tentativo di spiegare i

fenomeni, i processi e le tendenze più importanti che si svolgono nell’arena

La

internazionale. Per dirla in altri termini, ci occuperemo di geopolitica.

geopolitica è una sezione, una branca della teoria delle relazioni

internazionale che studia le relazioni complesse e le reciproche

influenze tra lo spazio geografico e la politica internazionale . Da un lato

la teoria geopolitica esplora il modo in cui i fattori geografici e spaziali

condizionano le condotte degli stati nell’arena internazionale e le relazioni tra

gli stati nell’arena. Dall’altro la geopolitica esplora in modo in cui gli stati

intervengono sullo spazio geografico e lo organizzano, lo modellano in funzione

dei loro obiettivi ed interessi fondamentali, soprattutto su interessi nazionali di

potenza e sicurezza. Il suggerimento che ci viene dalla geopolitica è che quei

concetti fondamentali che abbiamo introdotto, devono essere immersi nella

dimensione dello spazio geografico per precisarne il senso e il significato che

quei concetti acquistano e aumentano la forza esplicativa dei fenomeni.

La parola “geopolitica” ha una sua storia lunga e drammatica e ha una sua

elasticità che merita qualche accenno per evitare equivoci. Uno dei significati è

“pseudo scienza sviluppata dalla Germania nazista che contribuì alla

formazione del terzo Reich”. La geopolitica è stata anche questo perché in

Germania fu elaborata una Geopolitik, cioè una teoria che concepiva gli stati

come grandi organismi bio sociali, viventi in un rapporto simbiotico, organico

con il loro ambiente geografico e in questo ciclo vitale, gli stati hanno bisogno

di un loro spazio vitale (Lebensraum) e devono procurarselo, attraverso anche

l’espansione militare. La politica internazionale non è altro che la vicenda nella

lotta per lo spazio tra gli stati in ascesa e in declino. Il padre di questa

geopolitica è un geografo, ex generale K. Haushofer che fondò a Monaco di

Baviera un istituto di geopolitica e una rivista. Fu molto vicino per trovare una

definizione e fu vicino anche ad ambienti importanti del Terzo Reich. Hitler usò

termini mutuati di questa Geopolitik. Durante la seconda guerra mondiale si

pensa che l’istituto a Monaco fosse un’officina delle politiche sul nazismo.

Questa geopolitica, con il suo limite di determinismo, è stata soltanto uno dei

filoni del discorso geopolitico e della sua teoria e dello studio spaziale, non

esaurisce l’intera disciplina. Tornando alla parola, il marchio d’infamia derivata

da quest’associazione della politica tedesca, spiega perché per alcuni decenni

dopo la seconda guerra mondiale, il termine non è stata usata negli

ordinamenti occidentali ma si continuava a fare geopolitica, a studiare i

rapporti e i nessi che sussistono tra lo spazio geografico e la politica estera

internazionale. Il termine fu sdoganata negli anni 70 negli Usa dal presidente

Nixon e Kissinger. Essi lo impiegarono in un’accezione generica e vaga, ma è

andato perduto il contenuto spaziale. Lo usano come sinonimo di politica di

potenza, di realpolitik, ispirata a considerazione di sicurezza nazionale e la

parola assumeva un significato positivo. Alcuni vedevano nella Cina un paese

con cui non si poteva collaborare perché paese comunista mentre Kissinger e

Nixon sostenevano che bisognasse collaborare per mantenere gli equilibri di

potere in Asia Orientale. Il termina ha poi finito per perdere il suo significato

geopolitico e spaziale ed è diventato sinonimo di realismo politico. Questo è un

rimarco perché in quest’accezione, negli Usa è spesso usata questa parola. Il

termine viene usato in opposizione all’idealismo, al cosmopolitismo.

La geopolitica è sicuramente imparentata con il realismo politico .

Nasce infatti e si sviluppa nell’albero filosofico e teorico del realismo. È

un’articolazione, un’integrazione del realismo politico e ci dice qualcosa di

molto importante, cioè esplicita mettendo in luce la dimensione spaziale della

realtà internazionale perché lotta per il potere e la sicurezza nazionale.

La geopolitica ci dice che la politica si svolge nello spazio geografico, il quale

contribuisce a condizionarla. I fattori geografici sono tra le forze, tra i vincoli più

potenti e più forti che sempre influenzano e condizionano allo stato della

tecnologia esistente (perché altera in misura cospicua i vincoli geografici) la

vita degli stati e la loro proiezione nel sistema internazionale. Il sistema ha una

sua geostruttura, che si traduce in vincoli specifici e che funziona da selettore

di comportamenti e condotte degli stati. L’azione degli stati è necessariamente

una politica di ordine dello spazio geografico, ha un contenuto di questo tipo

spaziale geografico.

La figura più significativa di questo rapporto stretto tra realismo e geopolitica è

individuata in Nicolas Spykman. È un politologo olandese. Quell’istituto di

parentela è emerso negli Usa anche sotto la direzione di Spykman come centro

pionieristico del panorama accademico americano, facendo perdere la

tradizione più legalistica delle relazioni internazionali di quel tempo, ossia la

rendeva molto in voce a legare lo studio della politica internazionale a riunire

allo studio del diritto internazionale, allo studio dei trattati. Spykman invita

invece ad abbracciare un approccio realista. In un suo libro noi troviamo una

delle più precoci formulazioni del panorama politologico americano dei principi

distintivi del realismo politico. È molto simile almeno nella prima sezione alla

declinazione del realismo che troviamo in Waltz. La politica come pluriverso,

come regno della pluralità, della competizione, del conflitto tra interessi

contrapposto, il ricorso alla forza militare, l’idea dell’anarchia. Troviamo l’idea

della sicurezza nazionale come imperativo che si impone agli stati nell’arena,

dell’importanza del potere come dimensione centrale, troviamo tutti i principi

fondamentali della teoria internazionale.

Spykman avrebbe polemizzato con Waltz, pur condividendo tutte le cose, se

fosse stato ancora vivo. Gli avrebbe detto che tutti i concetti principali che

adopera Waltz sono utili ma restano astratti, indeterminati e quindi alla fine

poco utili se non li inserisci nella loro dimensione spaziale geografica di questi

concetti. Dice Spykman “lo stato differisce dalle altre strutture politiche, non

soltanto nella pretesa di sovranità ma anche per il fatto che l’organizzazione è

territoriale e quindi dice che la sopravvivenza per motivi di questo tipo servono

per preservare l’indipendenza e per mantenere il suo controllo su un territorio

specifico delimitato da una linea immaginaria chiamata confine.

Quest’area geografica è la base per cui lo stato opera in tempo di guerra ed è

la base strategica in cui opera in tempo di pace (armistizio temporaneo). **

Spykman ci dice quando noi vogliamo mettere a fuoco i principali vincoli e i

fattori che condizionano la politica estera di un attore e la sua condotta

nell’arena internazionale dobbiamo aprire un atlante geografico e verificare

queste caratteristiche, nel contesto internazionale. Lo spazio geografico rimane

comunque importante.

05/02/18

**“Lo stato differisce dalle altre strutture sociali non soltanto nella sua pretesa

di sovranità, ma anche nel fatto che la sua organizzazione e territoriale,

sopravvivenza, per unicità di questo tipo, significa preservare l'indipendenza

politica e mantenere il controllo su un territorio specifico i cui limiti sono definiti

da una linea immaginaria amata confine. Quest’area geografica e la base

territoriale da cui lo stato opera in tempo di guerra e la posizione strategica che

esso occupa nell'armistizio temporaneo chiamato pace” cit Spykman La

Occuparsi di spazio e geografia significa occuparsi di geopolitica.

geopolitica si occupa di

geografia, spazio geografico come fattore politico

- > si tratterà di

mettere in luce vincoli, costrizioni, opportunità spaziale e geografiche

che, allo stato della tecnologia esistente, orientano le condotte degli Stati

e generano tendenze nel sistema internazionale

Politica come fattore geografico

- > il modo in cui l'azione politica

degli Stati si occupa anche di organizzare lo spazio ai fini degli interessi

fondamentali di sicurezza e potenza.

Spykman sottoscrive i principi della teoria del sistema internazionale per come

è stata esplicitata da Waltz. Questi elementi vengono accolti dalla teoria

geopolitica nella versione spykmaniana. Spykman ci esorta ad aggiungere

l'elemento dello spazio geografico, ritenendo che rappresenta qualcosa di

straordinariamente importanti per i fenomeni internazionali e le politiche degli

Stati nel sistema internazionale.

La frase all'inizio è significativa perché mostra la parentela stretta tra discorso

geopolitico e realismo politico, parla di pace, guerra. Il messaggio che viene

veicolato e che lo stato non è un astratta generica entità politica, ma è

un'entità politico territoriale, qualcosa di concretamente geopolitico. La

territorialità e una categoria esclusivamente geografico politico. Tutto quello

che ci interessava nelle lezioni precedenti, condizioni di sicurezza, potenza,

vulnerabilità, dipendono in buona misura da come è fatto il territorio. Spykman

ci invita a indirizzare l'attenzione su tre importanti fattori geografici

- dimensione del territorio > con risorse geografiche, naturali

- Collocazione geografica > world location

- Posizione rispetto agli altri attori del sistema internazionale, rispetto alle

altre potenze principali. È la regional location

Intreccia questi elementi con la topografia del territorio, delle aree di confine,

con le relazioni climatiche e combinando questo vent'anni di fattori delinea il

quadro della sicurezza e della potenza degli attori nel sistema internazionale.

Spykman non fa un determinismo geografico, non dice che tutta la politica sta

nello spazio geografico, ma questo è un importantissimo elemento che la

influenza. Noi non faremo del riduzionismo, non considereremo solo l'elemento

geografico. Consideriamo anche le relazioni, pensiamo alla posizione

geografica rispetto agli altri attori del sistema. Discuteremo anche del

territorio, ma non quello del singolo attore, ma la distribuzione del territorio.

Rimaniamo quindi a livello sistemico, non a livello riduzionistica.

LA DIMENSIONE

La grandezza relativa del territorio degli stati fornisce indicazione

approssimativa della loro forza relativa . Un territorio di grandi dimensioni

tendenzialmente ha forza potenziale, nella misura in cui equivale a territorio

che può essere coltivato, che dispone di risorse naturali e quindi ad una base

territoriale in grado di sostenere una grande popolazione, un manpower. Inoltre

un grande territorio probabilmente ha una varietà di fasce climatiche, una

topografia differenziata e perciò contiene una molteplicità di possibilità

economiche, risorse e possibilità economiche. Questo è il fondamentale di

un'economia diversificata e quindi scioglie gli stati da un'eccessiva dipendenza

dalle importazioni dall'estero di cose importanti (materie prime, risorse

naturali, materiali strategici), ossia tutto quello che avevano inizialmente

considerato come possibili fattori di vulnerabilità. È quindi più autonomo a

livello economico, politico e strategico.

Un territorio esteso è una risorsa importante sul piano militare, prettamente

geostrategico, in quanto consente in caso di invasione del territorio, in caso di

attacchi militari, una difesa in profondità del proprio territorio. Consente di

cedere spazio per guadagnare tempo necessario a far esaurire lo slancio

dell'offensiva di un'altra potenza.

> Esempio la Russia che ha sconfitto Napoleone, Guglielmo II, l’Operazione

Barbarossa.

> Pensiamo a Mao, maestro della guerra irregolare, della guerriglia, diceva che

per attuare questa strategia difensiva contro l'occupazione straniera del proprio

territorio serviva un ampio territorio che disperdesse un esercito invasore. Nel

caso di Mao era il Giappone, di disperdere le sue forze nello spazio geografico,

che imponga al nemico di allungare le sue linee di comunicazione, la sua

logistica, è quindi un fattore di indebolimento.

Spykman ci dice che questo vale anche dopo l'introduzione dell'area e quindi

con l'inizio della guerra area, che potrebbe a prima impressione ridurre il ruolo

dello spazio. Ma Spykman ci dice che non è vero perché la grandezza del

territorio consente di disperdere sul territorio a suo vantaggio i bersagli

industriali, produttivi, militari esposti ad una campagna area, consente di

disperdere nel territorio le basi aree da cui potrebbe partire un contrattacco e

crea la condizione per dissuadere gli attacchi aerei, perché chi mi attacca sa

che potrei rispondere per certi versi, prima ancora delle armi nucleare,

Spykman vedeva i principi della deterrenza nucleare. La grandezza del

territorio costringe l'aviazione nemica a percorrere una distanza più lunga per

raggiungere i bersagli, soprattutto se sono all'interno del paese e questo

espone inoffensiva aerea a pericoli maggiori. L'aereo che sembra cancellare

l'importanza della geografia, potendo sorvolare le discontinuità sulla superficie

terrestre, in veritá è soggetto a vincoli di ordine spaziale e geografico perché la

distanza che deve percorrere per raggiungere i suoi obiettivi resta un fattore

importantissimo sul piano strategico e militare. All'aumentare della distanza da

percorrere aumentano i rischi, di essere intercettato dalla contraerea nemica,

di essere colpito dai caccia nemiche, avere problemi tecnici, arrivare sui

bersagli con un equipaggio stanco. Un aereo che percorre lunghe distanze

dovrà caricare molto carburante, quindi meno bombe, meno missili, riducendo

il suo potenziale effettivo, dovrò quindi caricare più aerei o fare volare un aereo

più volte per ottenere gli obiettivi che mi sono prefissato, ma questo costa, non

è alla portata di tutti. Per farlo volare su lunghe distanze dovrei rifornire l'aereo

in volo, ma solo grandi potenze sono in grado di mettere in campo aerei

cisterna.

Spykman ci sta dicendo una cosa di carattere più generale, cioè che il potere

militare quando viene proiettato nello spazio, nella distanza geografica e per il

fatto stesso che viene proiettato nello spazio, tende sempre a perdere vigore, a

perdere energia, a perdere efficacia, forza d'urto, forza di combattimento,

questa è una legge accettata da tutti negli studi strategici, nella geopolitica

nelle relazioni internazionali ed è stata soprannominato il gradiente di

dispersione della forza militare nello spazio geografico. Chi si allontana dal

proprio territorio, va incontro a problemi crescenti in ordine logistico, allunga le

due linee di comunicazione e rifornimento, dovrà sottrarre una buona parte

delle sue forze militari alla protezione delle retrovie della macchina logistica e

quindi va indebolendosi. lancia

Ci invitano a pensare ad un esercito in guerra come ad una , che ha una

sua punta dove sono i combattenti e una lunga asta che è l'apparato logistico,

necessario per alimentare i combattimenti, senza i quali non c'è un

combattimento. Man mano che cresce la distanza, la punta della lancia tende a

rimpicciolirsi e il manico tende ad allungarsi, a farsi pesante e pericolo a

spezzarsi. Questo indebolisce la forza militare a distanza.

Ci sono poi fattori psicologici legati alla distanza che indeboliscono l'attacco a

distanza rispetto alla difesa del territorio. Chi combatte lontano da casa non

conosce l'ambiente, il clima, le malattie, tende ad essere meno motivato di chi

combatte a casa propria o nelle sue vicinanze, perché starebbe difendendo il

suo territorio, lo farebbe per la sicurezza del suo territorio. Pensiamo agli

americani in Vietnam.

Clausewitz sosteneva che la difesa è più forte dell'attacco, a parità di risorse

numeriche chi protegge il proprio territorio vince rispetto a chi va all'attacco e

si spinge nella profondità del territorio nemico. Un territorio esteso è forza

potenziale, non basta da sé come causa di potenza e sicurezza, ma affinché si

traduca in effettiva potenza e non in una fonte di vulnerabilità è necessario che

il centro politico abbia un forte controllo del territorio, per contrastare le spinte

centrifughe delle periferie. Questo dipenderà dall’allestimento di efficace

sistema di comunicazioni e trasporti. Spykman dice che la forma del territorio,

le condizioni climatiche, la topografia hanno agevolato o complicato la capacità

del centro di esercitare un controllo sulle periferie, quindi il grado di coesione

interna agli Stati.

> Pensiamo al sistema fluviale intorno a Mosca e Parigi, che è stato uno dei

motivi per cui sia stata costituita l'unità territoriale di Russia e Francia.

Se la grandezza territoriale non è causa sufficiente della potenza di un attore,

però è causa necessaria. È difficile pensare che una grande potenza non abbia

anche un grande territorio. Il sistema degli Stati regionali italiani a causa

dell'ascesa dei grandi Stati nazionali europei oltre le Alpi coincide con

l'affermazione di attori di una scala territoriale superiori. Piccoli stati regionali

italiani vengono sovrastati da Stati quantità avviamento maggiori. Allo stesso

modo, è funzionato il passaggio dalle grandi potenze del sistema eurocentrico

alle superpotenze della guerra fredda. Anche oggi i principali poli di potenza

sono tutte compagini territoriali con vasti territori. conta anche la

Però non contano soltanto le dimensioni del territorio,

collocazione geografica , un fattore geopolitico di grande importanza anche

in termini di potenza e sicurezza. Per collocazione mondiale Spykman intende

la collocazione di uno stato rispetto all'equatore, alle masse continentali e agli

oceani del mondo considerato nel suo complesso ed è definita in termini di

latitudine, longitudine, altitudine e distanza dal mare. Precisa quindi questo

fattore della collocazione influenza un paese poiché determina la zona

climatica a cui appartiene e di lì la struttura economica, la produttività, il

potenziale demografico e la possibilità che il suo territorio diventi una zona di

potere, cioè un territorio capace di generare sviluppo economico, potenza

economica e di lì potenza militare. L'attività, il potere economico e politico del

mondo è concentrato in una fascia ristretta, compresa tra venticinquesimo e

sessantesimo grado di latitudine nord. Dice che lì ci sono i territori che possono

generare sviluppo economico e potenza economica. Si tratta dell’emisfero

settentrionale del mondo. Qui si trova la maggior parte delle terre emerse,

mentre in quello australe ci sono soprattutto oceani. Nell'emisfero nord prevale

la maggior parte delle terre emerse caratterizzate da un clima temperato. Nelle

terre emerse dell’emisfero australe prevale un clima tropicale o desertico. In

questa zona tra 25 e 60 sono emerse le prime civiltà della storia. collocazione

Spykman dice che un'importanza particolare la riveste la

rispetto al mare e agli oceani . La teoria geopolitica dice che se uno stato ha

accesso al mare, questo ha delle conseguenze importanti sulla sua economia.

L'accesso al mare tende ad essere un volano, fattore permissivo, dello sviluppo

economico. Ancora oggi c'è una forte correlazione tra stati meno sviluppati e

stati senza accesso al mare. Le grandi potenze commerciali e finanziarie,

industriali dell'età moderna e contemporanea hanno avuto un rapporto di

intimità con le rotte oceaniche. Il Portogallo è stato il primo centro importante

dell'economia nell’età moderna, aprendo la strada verso l'indipendenza. A

questo si aggiungono l'Olanda, la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti che oggi

sono il centro dell'economia internazionale, queste potenze economiche sono

state anche grandi potenze marittime. Ancora oggi il mare e il tessuto

connettivo dell'economia internazionale e globale. Il trasporto marittimo a

lunga distanza è ancora di grande improntata nel commercio internazionale,

perché è più conveniente di quello via terra o via aria. L'accesso al mare quindi

può anche essere una fonte di potenza nelle relazioni internazionali, la potenza

economica si può trasformare in potenza politica. Su quest'ultimo aspetto

insiste il filo della geopolitica marittimistica, in particolare guidata da Mahn.

Mahn è un ufficiale della marina americana, esperto di strategia navale, che

scrive le sue opere tra fine ottocento e prima guerra mondiale. È autore di The

Influence of Sea Power in History. In questo saggio mostra come l'accesso al

mare e il dominio del mare sia stato nella storia internazionale secondo lui la

principale chiave di successo commerciale, economico delle nazioni e ragione

di ascesa e declino delle grandi potenze nel sistema internazionale.

Spykman introduce una tipologia, relativamente alla questione dell'accesso al

Distingue tre tipi di collocazioni geografiche rispetto al mare

mare.

- stati continentali chiusi > land locked

- Stati costieri

- Stati insulari

Ogni tipo di stato affronta specifici problemi di sicurezza nazionale. Gli stati

continentali chiusi sono dotati solo di frontiere terrestri, quindi questo comporta

il vantaggio di non dover suddividere le risorse militari tra esercito e marina,

però ha lo svantaggio di essere tagliati fuori dalle grandi correnti commerciali,

quindi preclude una fonte importante di potere.

Gli Stati costieri sono stati anfibi, con una duplice vocazione geopolitica e

geostrategica. Possono partecipare al commercio internazionale ma hanno lo

svantaggio di dover dividere le loro forze militari tra esercito e marina. Questo

fa sì che gli stati costieri difficilmente sono in grado di guadagnare la

supremazia navale e l'egemonia marittima nello spazio.

Infine ci sono gli stati insulari o marittimi puri, con soltanto frontiere marittime.

La sicurezza di queste stati passa dal possesso di una potente marina militare,

il primo passo per questi stati è il dominio del mare, mentre saranno esentati

dall’avere eserciti permanenti. In questo modo sono in grado di concentrarsi

sulle forze navali e sono avvantaggiati nella lotta per l'egemonia marittima

rispetto agli stati costieri. Pensiamo alla Gran Bretagna, avvantaggiata rispetto

a Olanda e Portogallo. Per la Gran Bretagna il principio fondamentale della

sicurezza nazionale è stato di evitare che l'Europa e per certi versi l'Eurasia

tutta venissero trasformate in un'isola, cioè che quello spazio venisse unificato

sotto il dominio di un'unica potenza che ne avrebbe fatto un'enorme isola in

grado di concentrarsi sull'allestimento di una grande flotta.

posizione di un attore rispetto alle

Un ulteriore fattore da valutare è la

altre potenze del sistema internazionale . Qui non si tratta della

collocazione geografica assoluta, la world location. Qui parliamo della posizione

relativamente alle altri grandi potenze. Bisogna vedere se nell'orizzonte

regionale ci sono altre grandi potenze, se lo stato occupa una posizione

centrale, accerchiata da due o più grandi potenze o no, vediamo se occupa una

posizione periferica. Vediamo se confina direttamente con altre grandi potenze

e con quante oppure se ci sono territori cuscinetto che si interpongono fra il

suo territorio e quello degli altri grandi attori del sistema internazionale. Anche

in questo caso bisogna considerare la topografia, in particolare delle aree di

confine e dell'estero vicino, perché la topografia può aumentare o ridurre la

pericolosità dei vicini. Pensiamo alla Germania che nasce nel 1870 e vogliamo

capire quali sono le sfide che questo attore deve affrontare. Non capiamo nulla

se non consideriamo il fattore della posizione, che questa potenza è collocata

in Europa centrale e è circondata da tre grandi potenze del sistema

internazionale di allora, ossia Francia, Austria-Ungheria e Russia zarista. Per la

Germania il problema cruciale fu di rimediare a questa condizione pericolosa di

una guerra su due fronti, essendo accerchiata da altre grandi potenze

(Mittellage). Inoltre alla pericolosità intrinseca, si è aggiunta anche la

mancanza di barriere geografiche che ne proteggessero il territorio soprattutto

a est, dove prevaleva una topografia pianeggiante, accentuando la

vulnerabilità tedesca. Tutta la politica estera della Germania dalla nascita dello

stato nazionale tedesco fino al 1945 è stata un continuo tentativo di vernire a

capo di questa condizione di pericoloso accerchiamento e uscire da questa

posizione centrale pericolosa. Limitarsi a calcolare astrattamente spesso non ci

dice l'essenziale. Una grande potenza sul lato del PIL, del peso demografico si

percepiva come insicura in virtù della specificità geografica e spaziale del suo

territorio.

All'opposto pensiamo al caso degli Stati Uniti, il più paradigmatico. Gli Stati

Uniti non hanno grandi potenze nel loro estero vicino, sono attorniati da due

stati deboli come il Messico e il Canada. Gli Stati Uniti sono separati dalle altri

grandi potenze da un'enorme distanza occupata dai mari. Proiettare potenza al

di là dei mari non è facile. Questo ha consentito agli Stati Uniti di astenersi

dalla politica internazionale per tutto l'Ottocento.

È il quadro regionale che determina con particolare incidenza la condizione di

sicurezza di un paese, anche sulla base del coefficiente di dispersione nella

forza nello spazio. La vicinanza geografica ne accresce la pericolosità, aumenta

la pericolosità aggressiva. Quindi gli stati spesso tendono a preoccuparsi

soprattutto di chi sta loro vicino, di chi sta oltre i confini. Si occupano del potere

militare dei paesi vicini. L'espressione “estero vicino” è russa e designa le aree

prossime ai confini della Russia, segnalando un’intimità geopolitica della Russia

con i territori circostanti. Quelle zone sono estere, ma non lo sono fino infondo

perché sono talmente rilevanti che quello che accade in quelle aree è

qualitativamente diverso da quello che accade in altre aree del sistema

internazionale e non può mai lasciare indifferenti i russi. Quello che succede

nelle vicinanze si ripercuote immediatamente con intensità e immediatezza sul

territorio russo. Un attore può sentirsi in pericolo da un attore collocato vicino a

lui anche se non è estremamente potente. Anche se un attore non è il più

Walt

importante del sistema internazionale, è pericoloso perché è vicino. , non

Waltz, dice che gli stati non si preoccupano astrattamente di bilanciare il potere

degli attori più potenti, ossia il balance of power, ma quelli più minacciosi. È la

Balance of threat . La minacciosità non è sempre proporzionale al potere

detenuto dagli attori e Waltz dà un ruolo centrale alla geografia.

La geografia costituisce una variabile interveniente tra la quantità di

potere che uno stato possiede è la minacciosità agli occhi degli altri

attori del sistema internazionale . Con chi ci sta vicino è prevedibile che ci

siano anche ragioni storiche di litigio. Pensiamo alla Crimea, all'Alsazia e

Lorena, al Kashmir. Chi è vicino avrà interesse a utilizzare effettivamente il suo

potere contro di noi.

Questo è importante anche perché ci aiuta a capire perché a volte nella realtà

politica internazionale assistiamo ad attori che rinunciano a creare una

coalizione per equilibrare un attore in ascesa. Se questo attore è lontano, lo

guardiamo con maggiore rilassatezza e ci si allea con lui contro i proprio vicini,

magari proprio perché propri vicini. C'è una spiegazione del Balance of power,

cioè coalizioni anti egemoniche per arginare l'ascesa di potenze che mettono

sotto pressione gli equilibri internazionali. Pensiamo alla penetrazione di Roma

nel mediterraneo orientale, sfruttando la rivalità delle grandi potenze del

tempo, come i regni ellenistici. I romani hanno tenute separate queste potenze,

per poi sconfiggerle una per volta. Pensiamo agli Stati italiani di quattro-

cinquecento che spesso si alleavano con le altre potenze emergenti oltralpe

invece di far fronte comune contro di esse. Questo faceva disperare Machiavelli

che sperava in un'intesa tra le potenze italiane per difendere l'integrità delle

potenze italiane. Pensiamo alla penetrazione coloniale europea nei sistemi

extraeuropei. Le potenze dell'Europa occidentale invece di far fronte comune

rispetto all'ascesa di Stati Uniti e URSS, si sono alleate con questi grandi Stati

periferici.

Questo ci dice molto anche delle dinamiche internazionali del dopo guerra

fredda. Nel sistema unipolare c'è la tendenza al bandwagoning. Forse la

geopolitica introduce un ulteriore incentivo per gli attori minori a saltare sul

carro americano. Infatti tutte le maggiori potenze sono ancora oggi più

preoccupate di sorvegliare i loro vicini, dai quali sono separati da liti di confine,

irredentismi, invece di arginare la potenza mondiale americana.

06/02/18

C'è una tendenza del potere militare a perdere di slancio man mano che viene

proiettato nella distanza geografica. Questo significa che il potere di chi è

vicino tende ad essere particolarmente temibile. Walt ci parla di balance of

threat > non sempre gli attori più temibili sono quelli più potenti. Gli stati si

preoccupano più di chi sta vicino al loro territorio con cui potrebbero esserci

maggiori motivi di urto, di quanto si preoccupano gli stati degli attori lontani,

anche se più potenti di quelli vicini. Questo ci aiuta a dar conto dei casi che

incontriamo nella storia internazionale. L'ascesa di una grande potenza

egemonica non ha provocato la pronta formazione di una coalizione

antiegemonica per limitarne l'ascesa. Questo concetto del Balance of threat ci

bandwagoning

aiuta a spiegare il .

Questa tendenza derivava dal fatto che gli Stati Uniti erano troppo potenti, non

c'erano alternative al bandwagoning. La geopolitica ci introduce un ulteriore

incentivo per gli attori minori a saltare sul carro degli Stati Uniti. Tutte le

prontezze europee e asiatiche sono più preoccupate dei propri vicini, invece di

essere preoccupati di arginare la supremazia americana.

Con un paradosso potremmo dire: la vicinanza lontana e la distanza vicina.

Guardando la geostruttura del sistema internazionale vediamo una struttura

caratterizzata dal fatto che tutte le principali potenze, oltre agli USA, tendono a

pestarsi i piedi. Occupano spazi angusti, sottosistemi regionali e queste

potenze sono una vicino all'altra, condividono frontiere e hanno dispute annose

su queste ultime. Queste potenze hanno spesso una lunga storia secolare di

rivalità. L’una rappresenta per l'altra la principale minaccia agli interessi

nazionali. Gli Stati Uniti invece sono una potenza extra regionale. Gli USA non

hanno dispute di confine, sono più interessati agli assetti regionali in generale,

per esempio sono interessati al fatto che quelle aree non vengano

egemonizzate da un grande attore, che poi in fondo è l'interesse che hanno

anche questi attori minori. Questa è una logica tipicamente geopolitica.

> Pensiamo alle titubanze della Russia a collaborare fino in fondo in chiave

antiamericana con la Cina, con cui confina. Da un lato del confine sino-russo c'è

la Siberia, un'area estremamente ricca di materie prime, con un'esigua

popolazione russa. Dall'altra parte del confine abbiamo una Cina affamata di

materie prime e protagonista di un’ingente migrazione verso la Siberia russa.

La Russia ha lo spazio ma non la popolazione, mentre la Cina ha la popolazione

ma non lo spazio. Questo preoccupa la Russia e quindi rimane una cautela nei

confronti della Cina.

> Pensiamo alle relazioni tra Cina e India, che continuano ad avere dispute di

confine, tanto che nel 1962 c’e stata una guerra. Nel 1999 l'India ha deciso di

dotarsi di un arsenale nucleare e l'ha fatto proprio in funzione anticinese

perché a fine anni novanta l'India ha cominciato a guardare con grande

apprensione alla crescita militare ed economica della Cina. L'India non si è

dotata di armi nucleari perché temeva unipolarismo o la supremazia

americana, l’ha fatto per la Cina. A inizio anni 2000 infatti l'India si è orientata

verso gli Stati Uniti, con cui ha una robusta collaborazione.

> Pensiamo alle relazioni tra Cina e Giappone. Da un lato c'è un Giappone in

ansia crescente per l'ascesa cinese e che rilancia a partire dalla seconda metà

degli anni novanta, la collaborazione militare con gli Stati Uniti. D'altro lato c'è

una Cina che non ha mai smesso di temere il Giappone perché nel 900 è stato

il Giappone a rappresentare la minaccia mortale. Per cui in fondo dopo la fine

della guerra fredda la Cina ha visto con favore la permanenza americana in

Asia orientale. Hanno voluto tenere gli Stati Uniti nell’area come fattore di

contenimento del Giappone. Meglio un Giappone sotto l’ala e l'egemonia degli

Stati Uniti, che un Giappone nuovamente autonomo sulla scena internazionale,

che provvederebbe da solo ad accrescere le sue forze armate e a seguire un

corso indipendente di politica estera.

> È impensabile che India e Pakistan possano collaborare in funzione anti

americana. Hanno combattuto diverse guerre tra loro e vedono l'uno nell'altro

una minaccia mortale.

> In Europa il discorso non è molto diverso. La Polonia e i paesi baltici

continuano a temere la Russia, per questo questi paesi sono stati contenti di

entrare nella NATO, in funzione anti russa. Tutti gli altri europei sono

preoccupati dalla preponderanza franco-tedesca e quindi hanno rilanciato il

rapporto con gli Stati Uniti temendo la preponderanza franco-tedesco.

> Nel golfo persico le tensioni hanno di volta in volta consentito agli Stati Uniti

di insinuarsi in quest'area e di reclutare partner preoccupati più dei loro vicini

che della presenza degli Stati Uniti. Queste cose le analizziamo vedendo la

geostruttura. la condizione di potenza degli stati è una

Abbiamo quindi visto che

funzione della loro condizione spaziale e geografica. Ora facciamo un

passo e aggiungiamo che la politica di potenza e sicurezza degli Stati

tende ad essere una politica di organizzazione dello spazio , gli stati

rispondono alle minacce e opportunità sulla base della loro condizione

geopolitica, cercando di riorganizzare lo spazio, per renderlo più favorevole ai

loro interessi fondamentali. È una struttura di costrizioni date dallo spazio

geografico e le politiche degli stati in risposta a queste costrizioni a un fattore

geografico.

Quando parliamo di politica di potenza spesso ci riferiamo ad attività con una

Gli stati spostano confini per renderli

dimensione geografica e spaziali.

più impenetrabili e più facilmente difendibili . Gli stati organizzano nel loro

estero vicino in modo da allontanare presenze sgradite, per creare distanza

dagli altri poli di potenza. Gli stati organizzano reti di comunicazione per

proteggere le correnti commerciali da cui dipende la loro autonomia e sicurezza

e fanno tante altre cose con un contenuto spaziale. Vediamo come l'azione

politica degli Stati ai fini della potenza e spesso un'azione geopolitica di

riconfigurazione dello spazio geografico.

Pensiamo alla manipolazione dei confini > nella realtà internazionale varie

volte stati con confini territoriali che la tipografia o lo stato della tecnologia ha

reso vulnerabili come confini aperti, pianeggianti, senza barriere gli stati

cercano di spostare questi confini adagiandosi su discontinuità geografiche

esistenti, come catene montuose, corsi d'acqua, che forniscano una barriera

naturale che aiuti poi ad apprestare la difesa del territorio.

> Pensiamo alla tensione della Francia secolare a raggiungere le frontiere

naturali dell’esagono francese, come il Reno. Pensiamo all'importanza

geostrategica del sud Tirolo durante la guerra, voluto non per ragioni culturali

ma ragioni geostrategiche. Accettare il trasferimento del Tirolo all'Austria

avrebbe significato mettersi in casa al di qua delle Alpi l'Austria stessa. A livello

di difesa militare le Alpi sono centrali.

A volte la topografia non offre prontamente delle barriere naturali. Quindi gli

stati cercano di migliorare le loro condizioni di sicurezza usando il fattore della

distanza e quindi allargano di loro confini, cercano di mettere spazio tra il

nucleo centrale del loro territorio e altri centri di potere che considerano

abbastanza minacciosi. In caso di guerra con maggiori distanze avrebbero

l'opzione della ritirata strategica.

> La Russia è un caso particolarmente esemplare di questo tipo di geopolitica

estera. Non è stata aiutata dalla topografia nella difesa dei suoi confini, perché

sta in una vasta monotona pianura e gli Urali sono poco più di colline. È quindi

un territorio che si presta agli attacchi. Vediamo quindi la politica della Russia

che ha cercato di sopperire alla geografia avversa, guadagnando profondità,

mettendo spazio tra il nucleo dello stato russo e le altre potenze circostanti.

Uno dei temi dominanti della storia russia fin dall'indipendenza della Moscovia

dell'impero tartaro, che aveva conquistato la Russia di Kiev, fino all'età

contemporanea c'è stato un continuo sforzo di mettere distanza. Il ricordo

dell'invasione dei tartari a metà 1200, mettendo fine al glorioso stato russo

costituito nell'atto medioevo, è una lezione che i governanti russi non hanno

più dimenticato sui pericoli intrinseci allo spazio euroasiatico. La loro

sopravvivenza era legata alla capacità di guadagnare spazio per negarlo ai

potenziali invasori. Visto che la difesa è difficile in uno spazio pianeggiante,

allora è meglio debellare completamente le altre potenze, nel caso russo la

miglior difesa è stato l'attacco. Non si sono affidate al Balance of power ma

all'imperialismo russo. Già dalla seconda metà del quattrocento il principato di

Mosca si libera dall'impero mongolo e costruisce la Russia di oggi. I russi a

metà cinquecento si impegnano a annientare i canati del Volga, stati successori

dell'ormai frantumato impero mongolo. Ivan il terribile distrusse le due

principali potenze tartare, dei regni dell'orda d'oro. A fine settecento distrugge

l'ultima grande potenza tartara, grazie a Caterina la grande, conquistando il

canato di Crimea, terza grande potenza tartara, alleata ad un certo punto

dell'impero ottomano e per questo più minaccioso.

La Svezia era nel cinquecento/seicento una grande potenza e combatté con

una Russia una guerra per il controllo del baltico. Lo stesso accadde per la

Lituania e la federazione di Polonia e Lituania, una minaccia alla potenza russa.

Poi la Polonia verrà spartita tra Russia, Austria e Prussia. Con Stalin c'è la

massima espansione territoriale. Lo spazio viene esteso costantemente nella

storia russa a fini di difesa e sicurezza e poi lo spazio si rivela una risorsa

fondamentale, perché nei secoli ha aiutato la Russia a mantenere la sicurezza.

Con spazio e clima respinse le invasioni da ovest. Dopo la fine della guerra

fredda è stato sconvolgente per la Russia perdere parti del territorio. La

contrazione dello spazio russo è stata temibile, ora è come la Russia nel

seicento, prima di Pietro il grande. L’amputazione territoriale pone ai russi una

questione di sicurezza nazionale.

Stalin allargò i confini del territorio e si impegnò a creare oltre le frontiere una

cintura di piccoli paesi formalmente indipendenti ma stabilmente legati

all'Unione sovietica. Questo è un altro tipico codice geopolitico, ossia la

creazione di sfere d'influenza nell’estero vicino, che possano essere territori

cuscinetto a protezione ulteriore del territorio sul lato esterno. Si sfrutta la

distanza, non creata annettendo i territori, ma tenendo lo spazio oltre confine

in uno stato di frammentazione del territorio, con stati che non sono minacce, e

che vengono legati con varie forme alla potenza che intende beneficiare della

sfera d'influenza. A questi paesi viene impedito di allearsi con grandi potenze o

mettere basi militari di altre grandi potenze in questi territori e viene impedito

loro di legare la loro autonomia con quella di altre grandi potenze. I paesi del

patto di Varsavia creavano uno scudo difensivo in caso di guerra. Anche in Asia

orientale Stalin volle una Cina debole, per questo non appoggiò mai Mao. Una

Cina comunista sarebbe stata accentrata, con un governo forte e quindi

temibile, collocata al confine russo. Era quindi meglio il corrotto regime

nazionalista o ancora meglio era una Cina divisa in due.

> Simile è anche la Germania, in un territorio geografico vulnerabile

soprattutto ad est, temendo l'espansione russa. La Germania ha quindi cercato

di mettere spazio tra se e la Russia. Con Brest-Litovsk cerca di sottrarre una

fascia di territori, allacciandola alla Germania. Hitler cercò di cancellare del

tutto la potenza russa.

> L'Unione Europea dopo la fine della guerra fredda ha organizzato il confine

orientale per allontanare la Russia. Ha sostenuto l'indipendenza delle

repubbliche ex sovietiche, si è allargata ai paesi ad est e ha cercato di attrarre

a sé le repubbliche ex sovietiche, con altre è stata avviata una politica di

vicinato. La Francia sul confine orientale ha cercato di mantenere un'area di

paesi deboli, orientati sul piano diplomatico verso Parigi o almeno neutralizzati.

L'idea era di mantenere la Mitteleuropa divisa e mantenere dei legami speciali

con alcuni di questi stati, come la Baviera in chiave anti-austriaca, essendo

stati a lungo gli Asburgo la principale potenza tedesca. La Germania è l'ultima

grande potenza europea a darsi uno stato nazionale unitario. Poiché l’area

centro-europea è stata considerata a lungo dalle grandi potenze europee come

un'area cuscinetto per separare queste grandi potenze del sistema europeo.

Per tre secoli quest'area è stata una camera di compensazione degli interessi di

queste potenze. Questi stati si sono creati delle clientele e delle aree

d'influenza, bilanciandosi a vicenda. Questo era inconciliabile con la creazione

di un unico stato tedesco. Nel 1848 si sviluppò un movimento che chiedeva

l'unità dei tedeschi, ma le grandi potenze europee opposero il veto

minacciando di intervenire militarmente. Lo stato nazionale tedesco è nato

come conseguenza di una guerra con la Francia. Non a caso la Francia cercherà

sempre di frammentare quello spazio nel novecento.

I paesi insulari non hanno di questi problemi, potendo utilizzare il mare. La loro

sicurezza dipende dalla superiorità navale, marittima, dalla capacità di

dominare il mare. Spesso nella storia grandi potenze insulari si preoccupano di

evitare che altre grandi potenze si attestino sulle coste di fronte alle loro coste,

per ottenere una sfera d'influenza oltre mare, nei territori immediatamente

oltre il mare e guadagnare un'ulteriore profondità geostrategica, perché quei

territori oltre il mare potrebbero essere sede di attacchi militari. La Gran

Bretagna ha sempre cercato di impedire che l'area dei Paesi Bassi finisse sotto

il controllo di una grande potenza continentale europea, perché quello è il

territorio da cui è più facile attaccare le isole britanniche. Allora meglio

sgombrare il territorio da presenze inquietanti, meglio naturalizzarlo. Pensiamo

all'appoggio inglese alle Fiandre contro gli spagnoli, a liberarsi dell'impero

austro-spagnolo. Pensiamo all'appoggio alle Province Unite contro la pressione

Francese e pensiamo alla neutralizzazione del Belgio dopo la secessione

dall’Olanda, per evitare che finisse nell'orbita francese, infine l'appoggio a

Belgio e Olanda contro i tedeschi nel 1914.

Sicurezza però è un concetto più ampio rispettare al territorio da invasioni.

Sappiamo da Waltz che un forte legame con l'estero per materie prime a

materiale strategico può essere pericoloso, meglio quindi di non avere livelli

elevati di dipendenza economica. Gli stati quindi si danno da fare per garantirsi

l'accesso alle risorse e questo implica una serie di geopolitiche per

organizzare lo spazio internazionale in modo tale da garantire

l'accesso alle risorse importanti , bisogna quindi legare la propria politica ai

territori da cui si dipende o organizzare gli assetti territoriali in quelle aree che

ne consentano l'apertura, oppure la messa in sicurezza delle linee di

comunicazione.

> Pensiamo all’avvento di petrolio. Nel 1913 la a Royal Navy abbandonò il

carbone e passò al petrolio perché consente maggiore autonomia alle navi e

maggiore velocità. All'epoca la Gran Bretagna era priva di petrolio, mentre era

stata la principale produttrice al mondo di carbone. Poi la prima guerra

mondiale mise in luce l'importanza del petrolio. Emerge quindi l'importanza

militare del petrolio e anche l'importanza per il trasporto civile, dunque per

tutta l'economia. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale c'è stata una

politica britannica di accesso alle risorse petrolifere che è stata una

ristrutturazione dello spazio. La politica estera britannica si ancora alla

Mesopotamia, con la fondazione dello stato iracheno. È stata un'opera di

ingegneria geopolitica funzionale agli interessi britannici. Gli inglesi

accorperanno alcune province dell'impero ottomano e fanno nascere l'Iraq. Non

c'era una ragione storica e nazionale per cui proprio quelle tre potenze

venissero accorpate, è stato costruito a tavolino ed è azione della geopolitica

estera. L'Iraq fu affidato alla dinastia degli Hashemiti, proveniente dalla

penisola arabica. Poi nel 1932 un trattato di alleanza fece sì che ci fosse un

forte controllo britannico sull'Iran fino a fine anni 50, quando Kassem creò una

repubblica.

D'altra parte l'accesso alle materie prime comporta anche

l'organizzazione dello spazio in funzione di protezione delle linee di

comunicazione che collegano i territori all'estero da cui si dipende . In

questo caso spicca l'importanza del mare come via di comunicazione per il

trasporto a lunga distanza. Il caso del petrolio lo mostra in modo nitido. Il

petrolio viene spostato in larghissima misura via mare. Il mare costituisce il

sistema circolatorio del mercato internazionale, in particolare del mercato

internazionale del petrolio e spinge le potenze dipendenti dal petrolio ad

assicurarsi la sicurezza dei collegamenti marittimi, alla protezione delle rotte

marittime non è solo una questione di potenza navale in senso stretto. È anche

una questione di posizioni sulla terra ferma, di porti e basi navali disposti in

punti critici delle rotte marittime. La protezione delle rotte marittime dipende

dagli foto di punti focali della navigazione marittima, cioè i punti di passaggio

obbligati della navigazione marittima. Sono punti che se controllati consentono

di aprire o chiudere a proprio vantaggio le rotte marittime. Pensiamo agli stretti

marittimi come Gibilterra, Bosforo, Dardanelli, Aden, Ormuz, Malacca, stretti

indonesiani, questi sono gli ingressi e le uscite da un certo bacino marittimo,

controllarli vuol dire dominare quel mare. Pensiamo poi ai canali come Suez e

Panama e poi i mediterranei interoceanici, cioè mari chiusi che collegano con

stretti e canali bacini oceanici. Pensiamo al Mediterraneo che collega Atlantico

e oceano Indiano con vari punti, ossia Suez, Aden e Gibilterra. Il mediterraneo

asiatico, ossia il mar cinese meridionale, che collega Pacifico e Indiano

attraverso lo stretto di Malacca e il mediterraneo americano, ossia il mar dei

carabi tra Atlantico e pacifico orientale attraverso gli stretti delle grandi Antille.

Il mondo visto dal mare appare quindi come una serie di mari e oceani collegati

da una serie di punti.

07/02/18

Organizzazione dello spazio in funzione delle linee di comunicazione

verso l’estero per l’accesso delle risorse e mercati esteri.

mare

In questo caso è fondamentale il come via di comunicazione che resta il

tessuto connettivo dell’economia mondiale e moderna (es. il petrolio viene

spostato via mare).

Il mare costituisce il sistema circolatorio del mercato internazionale.

La protezione delle rotte marittime da cui si dipende, non è solo una questione

di potenza navale (navi, flotta, equipaggiamenti) ma è anche una questione di

posizione anche sulla terra ferma (basi navali, attracchi, porti, punti di

appoggio disposti in punti critici delle rotte marittime, necessari a sostenere

la marina (difendendo da minacce ostili). “punti focali”

La protezione delle rotte marittime dipende dai (“chock

points”) della navigazione marittima: punti di passaggio obbligati della

navigazione marittima, punti che se controllati consentono (a chi li controlla) di

aprire o chiudere le rotte marittime a chi ci è antipatico.

Pensiamo al mare come una grande superficie omogenea che offre un'ampia

possibilità di movimento.

Diversamente a terra siamo vincolati dalla topografia della superficie terrestre,

dalle poche strade e ferrovie che attraversano gli spazi continentali.

Anche in mare abbiamo dei passaggi obbligati: i “choke point” rappresentano

una strettoia, un collo di bottiglia, un punto di vulnerabilità della navigazione

marittima, proprio perché da lì bisogna passare e quindi rappresentano il punto

in cui converge il traffico marittimo e lì è più facile intercettare e colpire.

Controllare questi punti significa controllare il mare.

Punti focali principali:

Stretti marittimi= ingressi e uscite da un certo bacino marittimo (stretto

 di Gibilterra, stretti turchi (Dardanelli), stretti del Golfo Persico, stretti

indonesiani, stretti di Bab el-Mandab, stretti di Aden, stretti di Malacca).

Canali marittimi artificiali: canale di Suez, canale di Panama.

 “Mediterranei interoceanici” = mari chiusi che collegano, attraverso

 stretti canali, bacini oceanici ed hanno un valore economico e strategico.

I mediterranei sono passaggi obbligati che tengono insieme i

collegamenti tra i tre bacini oceanici, con grande valore commerciale e

militare.

Essi sono 3:

- Mar Mediterraneo che collega l’Atlantico e l’Oceano Indiano

- Mediterraneo Asiatico (mar cinese meridionale) che collega il

l’Oceano del Pacifico occidentale e l’Oceano Indiano.

- Mediterraneo Americano (composto dai due mari interni: Golfo del

Messico e Mar dei Caraibi), che collega Pacifico e Atlantico

attraverso lo stretto della Florida, , il passaggio della Mona e

passaggio di Anegada.

Pensiamo quindi ad un sistema di vasi comunicanti, i tre oceani, messi

in connessione da vari mediterraneo, a loro volta costituiti da vari

choke points.

Dominare il mare significa dominare questi punti o almeno i “punti focali”

significativi per i miei interessi.

Dominare il mare significa organizzare lo spazio nel senso di acquisire basi e

posizioni avanzate in prossimità di questi punti permettendo alla propria flotta

di operare in questi punti e chiuderli, se necessario, al nemico.

Dominare il mare vuol dire anche reclutare alleati che aprano il proprio

territorio/coste alla nostra marina, permettendoci di mettere le nostre basi.

Esempio: pensiamo all'importanza di paesi come la Turchia, il Sud Africa,

(anche il Capo di Buona Speranza è un

soprattutto prima dell’apertura di Suez

luogo di passaggio da Atlantico e Indiano) I paesi collocati vicino a questi

punti hanno un ruolo di rilievo nella politica internazionale.

- La Turchia controlla Bosforo e Dardanelli che collegano

Mediterraneo e Mar Nero.

- Il Sudafrica Pensiamo controlla il capo di Buona speranza.

- L'Egitto controlla il canale di Suez.

- L’Indonesia che controlla lo stretto di Malacca, da cui passa il 50%

del petrolio trasportato ogni anno.

- Le Filippine sono un paese arcipelago che si affaccia sul mar cinese

meridionale con una posizione di straordinaria rilevanza per il

dominio di quella rotta.

- Gli Emirati costieri si affacciano sullo stretto di Hormuz.

- Cuba che siede su quei passaggi che governano a loro volta la rotta

che dell'Atlantico porta a Panama e di lì al Pacifico.

Vediamo da un lato come quella posizione ha dato a quei paesi nella loro storia,

una grande risorsa di potere e d'influenza.

Pensiamo al riguardo con cui le grandi potenze trattano l’Indonesia e l’Egitto,

che dopo l'apertura di Suez hanno un'importanza geo-strategica.

Pensiamo alla Turchia che occupa una posizione di grande importanza

geostrategica e geopolitica.

I più deboli di questi paesi sono stati catapultati negli appetiti delle grandi

potenze che volevano controllare le rotte marittime.

Es. l'Egitto era preda dell'Impero britannico.

Molte guerre sono scoppiate per controllare queste posizioni che a

loro volta sono fondamentali per il controllo dei punti focali:

- Battaglia di Trafalgar si svolge vicino a Cadice, che è Gibilterra

- Guerra anglo-boera tra il governo britannico e repubbliche boere

che fu combattuta per il Capo di Buona Speranza, in quanto gli

inglesi non volevano che nascesse una repubblica autoctona che

controllasse quella posizione ma voleva creare una colonia in Sud

Africa

- Nel 1898 scoppia una guerra tra Stati Uniti e Spagna per Cuba dove

gli Stati Uniti vincono, prendono Cuba e ottengono vari

possedimenti coloniali nel Pacifico tra cui le Filippine

- Nel 1956 la guerra tra Israele, Francia e Gran Bretagna sul controllo

del canale di Suez, nazionalizzato da Nasser

- La Turchia è un elemento centrale in quanto rappresenta il motivo

dell'inizio della Guerra Fredda (con la dottrina Truman) per la paura

Era l'ultimo punto

di un'espansione sovietica in Turchia e Grecia.

della questione d'Oriente, risalente a prima della spartizione

dell'impero ottomano già debole, con il timore che la Russia

prendesse Bosforo e Dardanelli.

Vediamo cosa succede ad un paese che ad un certo punto passa da

una situazione autarchica (con totale disinteresse ai rapporti con altri,

grazie alle materie prime, il carbone e il petrolio che possiede) per poi

passare ad una forte rete di dipendenza con il mondo (esportando

materie prime e andando ad approvvigionarsi all'estero di materie che

non ha a casa propria).

Esempio della Cina

La Cina ha infatti poco petrolio, concentrato in una zona poco tranquilla, con

istanze indipendentiste. Il baricentro di questo paese si sposta quindi, passa dal

baricentro continentale a baricentro marittimo (perché il mare consente infatti

di connettere la Cina a mercati e risorse di cui scopre di avere bisogno).

Dal 1994 ha cercato di importare petrolio dall'Africa (perché non occupata dagli

americani) e poi dal Golfo Persico.

Leggendo i documenti della sicurezza nazionale cinese vediamo come ci sia

una ridefinizione del concetto di sicurezza nazionale.

Prima Fino agli anni ’90 (1994) in cui prevale questo isolamento, la sicurezza

nazionale della Cina è definita in termini di pura difesa di confini territoriali

(eserciti per difendere il territorio).

Dopo Con l'inizio di questa nuova esistenza economica interconnessa con il

mondo, c'è una ridefinizione della sicurezza nazionale, fatta in termini anche di

protezione dello spazio marittimo e delle reti marittime da cui dipende (non

solo dei confini terrestri).

Non conta solo lo spazio marittimo su cui si affacciano le coste cinesi, ma

anche rotte marittime collocate a distanza dalla Cina stessa perché sono il

tessuto connettivo dell'economia cinese con i paesi fornitori.

Esempio : la Cina prende i rifornimenti dal Golfo Persico passando attraverso i

vari “check point”.

Diventa un problema di sicurezza per la Cina se la Cina non è in grado di

precludere le presenze ostili sulle sue rotte è esposta alla distruzione del suo

(capiamo quindi la politica contemporanea di rivendicazione delle

commercio

varie isole diffuse nel mar Cinese Meridionale: i cinesi costruiscono su queste

isole strutture formalmente a fini civili ma anche con ricadute di implicazioni

militari. Queste isole però sono rivendicate anche dagli altri paesi rivieraschi

come Filippine, Vietnam e Taiwan).

La Cina vuole trasformare il Golfo Persico in un mare cinese, ma oggi è ancora

lago americano.

un

Capiamo l'amicizia della Cina con la Birmania (oggi Myanmar)

La Cina porta avanti una politica di ammodernamento dei porti in Birmania

(questo perché la Birmania consentirebbe alla Cina di avere un accesso diretto

all'Oceano indiano).

Capiamo anche perché la Cina sta reclutando basi commerciali in Sri Lanka, nel

Bangladesh, perché è andata a prendersi dal Pakistan la base di Gwadar (che

protegge le rotte verso il golfo Persico e lo stretto di Hormuz) e poi la Cina ha

costituito anche una base a Gibuti (nel Corno d'Africa).

A una potenza media interessa tenere il controllo solo di certe rotte, mentre le

grandi potenze navali (come un tempo la Gran Bretagna e oggi gli Stati Uniti)

sono arrivati all'apogeo delle loro fortune cercando di dominare tutte le

principali rotte marittime hanno agito con una geopolitica estera volta a

dominare tutti i principali “chok points” del mondo e i passaggi interoceanici.

Esempio britannico: I grandi storici dell'impero britannico ci dicono che

“progressione

possiamo raccontare la storia dell'impero britannico come la

geopolitica nel controllo di punti cruciali della navigazione” 

- Strappano Gibilterra alla Spagna nel 600.

- Aden diventa colonia inglese nell’800.

- Colonializzano Port Natal in Sud Africa.

- Quando viene aperto il canale di Suez, gli inglesi occupano l'Egitto.

- Occupano il Sudan a protezione dell’Egitto.

- Occupano l'area dei grandi laghi in Uganda e Kenya perché ci sono

le sorgenti del Nilo.

- Occupano la colonia Somaliland, nel Corno d'Africa, utile per il

controllo del golfo di Aden.

- Guerra anglo-boera a fine ‘800.

- In Asia orientale la politica britannica implica il controllo del

Mediterraneo orientale per il commercio con la Cina.

- Controllano la Malesia.

- Creano Singapore.

- Occupano la Birmania, guadagnando ulteriori posizioni.

- Rapporti tra Gran Bretagna e India per il controllo delle rotte.

L'effetto di tutto questo è il controllo sul sistema oceanico globale.

isola

La Gran Bretagna è stata molto favorita dal fatto di essere un' in quanto

potenza insulare ha potuto concentrare le sue risorse sulle forze navali, sulla

flotta e ha potuto quindi guadagnare una superiorità navale, mentre le altre

grandi potenze sono sempre state costrette a suddividere le loro forze tra terra

e mare (quindi per queste potenze la partita del dominio militare dei mari è

sempre stata una partita persa in partenza cercando di reperire le loro materie

prime nel loro estero vicino continentale).

Il dominio marittimo che gli inglesi hanno conquistato tramite la superiorità

strumento di pressione

delle forze navali è stato anche un importante :

un’arma in caso di guerra da usare contro i paesi nemici, dipendenti dal mare e

rimasti esposti a blocchi commerciali (es. blocco navale britannico contro

Napoleone oppure il blocco alla Germania durante la prima guerra mondiale).

Quella è guerra economica a base marittima: distruzione del commercio per il

controllo delle rotte marittime.

I paesi che non potevano lottare contro il dominio marittimo della Gran

Bretagna, cercano di trovare quello che serve alla loro economia nel loro estero

vicino continentale, invece di avventurarsi a grande distanzaulteriore

controllo del proprio estero vicino

incentivo al .

Oltre ad una funzione di territorio cuscinetto, l'estero vicino serve anche alla

formazione di un blocco economico commerciale che sia sicuro, che non

comporti la dipendenza da rotte marittime su cui grandi potenza come la Gran

Bretagna sono in grado di far valere la loro supremazia.

Si formano quindi forme di riorganizzazione tra le grandi potenze che vogliono

dominare gli spazi attorno al loro territorio anche per ragioni economiche:

La Germania si industrializza, cresce la popolazione e la Germania

 diventa dipendente da mercati collocati all'estero e talvolta oltre mare.

Quindi parallelamente allo sviluppo cerca di dotarsi anche di una potenza

navale, con cui protegge il proprio commercio, rotte ed accessi alle aree

Per questo vi è un rafforzamento della flotta

del mondo da cui dipende.

durante la Weltpolitik di Guglielmo II. Poi però, il trauma del blocco navale

durante la prima guerra mondiale portò i tedeschi a cercare di

organizzare nel loro estero vicino continentale, un'area economica che

fosse il più possibile autonoma dai commerci d'oltremare (idea di una

Mitteleuropa intorno alla Germania che avrebbe dovuto rappresentare

un'area commerciale nella quale la Germania avrebbe dovuto esportare e

importare materie prime come alimenti e il petrolio rumeno, senza

esporsi ai pericoli britannici in caso di nuova guerra).

L’estremizzazione di questo concetto è il “Lebensraum” (=estensione

dello spazio/spazio vitale) del nazismo, basata su ideologie liberali: idea

di costruire un blocco tedesco in tutta l’Europa.

La Cina è in ansia per le dipendenze dell’economia internazionale e per la

 sua oggettiva inferiorità rispetto agli Stati Uniti. La Cina rappresenta

un'altra isola e quindi cerca di ricavare una libertà d'azione in mare,

potenziando la sua flotta e cercando di organizzare un sistema di

amicizia.

La Cina cerca anche di valorizzare le risorse sul lato del suo estero vicino

continentale: ha cercato di collaborare con le repubbliche post-sovietiche

nel Caspio (ricche di materie prime) e con la Russia +

ha cercato di costruire un sistema di infrastrutture per gli spostamenti a

terra, con cui valorizzare lo spazio continentale in funzione di

alleggerimento della vulnerabilità che ha sul lato marittimo.

È una politica poco concorrenziale sul lato dei costi in quanto costa meno

mobilitare le forze per mare, ma in questo caso siamo a livello politico-

strategico e può essere utile affiancare ad una componente marittima un

preponderante corridoio continentale, utile in caso di contrasti con gli

Stati Uniti.

Concludendo Il messaggio è che…

è praticamente impossibile parlare di sicurezza, potere e potenza senza

considerare la dimensione spaziale e geografica del potere, della sicurezza e

della politica internazionale.

Bisogna quindi riflettere sulla struttura spaziale del sistema internazionale

mondiale nel suo complesso e nel suo mutamento.

La teoria geopolitica si è sforzata di mettere a fuoco le caratteristiche

geografiche e spaziali fondamentali del sistema internazionale mondiale nel

(“geo-struttura del sistema internazionale”),

suo complesso cercando poi

di vedere come questa geo-struttura e il suo mutamento influenzino il

funzionamento del sistema internazionale.

La dimensione del mutamento ci dice molto del funzionamento della politica

internazionale.

La riflessione geopolitica tende ad indicare un tornante fondamentale tra fine

800 e inizio 900, collocando una formidabile ristrutturazione dello spazio

internazionale, una riconfigurazione della geo-struttura che ha alterato la

politica internazionale.

Questo spiega poi alcune differenze tra la politica internazionale nei secoli

precedenti e poi la politica internazionale nel 900 ad oggi.

La voce più significati sia a livello teorico ma anche sulle ricadute sul piano

politico è Mackinder un gigante negli studi internazionali, un geografo politico

e le sue idee sono diventate patrimonio collettivo delle relazioni internazionali.

“Geographical Pivot of History”

Un articolo scritto da Mackinder nel 1904, il è

forse uno dei più importanti contribuiti nella teoria geopolitica contemporanea.

Mackinder ci invita a riflettere sulla struttura geopolitica del sistema

internazionale nel suo complesso è sul suo mutamento.

12/02/18

Mackinder nei suoi scritti, che pubblica nei primi anni del 900 fino alla seconda

guerra mondiale, ci invita a riflettere sulla struttura spaziale del sistema

internazionale e sul suo mutamento. Mackinder vede realizzarsi in quegli anni

un fatto geopolitico epocale: il passaggio da un sistema internazionale globale

aperto, com’era il modello dei secoli precedenti fino al primo 900, ad un

sistema internazionale globale chiuso. Mackinder chiama il sistema

internazionale moderno come sistema colombiano, cioè realizzato da Cristoforo

Colombo e dalle altre scoperte coloniali e alla costruzione dei sistemi aperti.

Invece il sistema globale chiuso è quello post colombiano, quando un’altra

vicenda inizia. Nel primo caso Mackinder indica il moderno sistema

internazionale che ha avuto per i primi tre secoli della sua esistenza una

struttura geopolitica caratterizzata:

Dall’esistenza d’un centro cioè uno spazio piccolo in cui si sono

 concentrate tutte le principali potenze del sistema internazionale

dell’Europa

L’esistenza di una vasta periferia, libera e vacante, poco popolata,

 sottopopolata, disponibile ad una facile appropriazione da parte delle

potenze europee, quindi sono spazi extraeuropei nei quali fin da subito le

potenze europei si sono espanse.

Mackinder sostiene, nel 1904 nel suo testo, che questi spazi extraeuropei,

tornando alla struttura del sistema internazionale, hanno svolto una funzione

molto importante nei tre secoli di vita del sistema internazionale. Hanno fornito

una valvola di sfogo delle rivalità che si sono determinate in Europa tra le

principali potenze del sistema internazionale. Le potenze si sono sentite di

volta in volta penalizzate dagli assetti territoriali in Europa, dalle gerarchie

politica in Europa hanno trovato negli spazi extraeuropei delle nuove

opportunità. Delle compensazioni per saziare le loro pretese di spazio, il

bisogno di materie prime, interessi territoriali. Invece di uno scontro al centro

per accaparrarsi gli spazi in Europa, si crea una proiezione dello spazio

extraeuropeo alla ricerca di risorse, territori e compensazioni, non significa che

non ci sono stati conflitti in Europa. Un conto è invieremo in uno spazio dotato

di una frontiera rigida all’interno del quale l’espansione di un attore corrisponde

all’arretramento di un altro. Un altro conto è abitare in uno spazio aperto,

munito di spazi circostanti liberi e facilmente appropriabili. Si possono qui

attenuare i contrasti europei. Questo spiega perché ci sono state guerre

generali in Europa ma sono stati eventi eccezionali. Le vaste periferie esterne

hanno contribuito a mantenere l’equilibrio nel centro dell’Europa. Le risorse

reperibili negli spazi extraeuropei sono stati investiti nel centro europeo per

preservare l’equilibrio in Europa. Le periferie esterne hanno una funzione

equilibratrice degli equilibri nel centro del sistema internazionale. Pensiamo ai

possedimenti coloniali olandesi e al ruolo dell’Olanda nell’arginare l’espansione

spagnola e francese, oppure il ruolo britannico che si estense ha influenzato

l’Europa con la politica dell’ago della bilancia.

Pensiamo al ruolo della Russia e ai suoi vasti possedimenti nell’arginare la

Francia Napoleonica. Secondo Mackinder questa struttura spaziale subisce una

trasformazione tra fine 800 e inizio 900. Prima di tutto vengono meno gli spazi

liberi della periferia extraeuropea, che viene saturata da una serie di fattori di

grande importanza. In quegli anni c’è un’altra grande ondata del colonialismo

europeo, prendendo gli ultimi territori extraeuropei liberi. Le potenze coloniali

si mangiano l’ultima area del sistema internazionale ancora occupabile. E

siamo al risveglio dell’Asia con l’ascesa del Giappone a grande potenza che

affolla lo spazio dell’asia orientale e lo satura. Un altro fatto epocale è poi il fato

che per la prima volta luna grande potenza europea che entra da protagonista

in gioco. Il Giappone esiste nel suo spazio e le sue risorse. Pensiamo ancora alla

Russia, che ha iniziato la marcia euro asiatica di espansione nel 600 e termina

a fine 800 inizio 900 la marcia nell’estremo oriente, diventando una grande

potenza anche in Asia orientale.

Un fattore di enorme importanza geopolitica notato da Mackinder e che lo

spinge a scrivere quest’articolo è la costruzione della ferrovia transiberiana da

parte della Russia zarista.

Questo consente alla Russia di integrare e accentrare questo enorme territorio

smisurato, spalmato tra Europa e Asia, come mai era stato possibile fare in

passato.

Per Mackinder questo passaggio epocale, da un’arena aperta a chiusa ha delle

conseguenze formidabili che cambiano la dinamica, il gioco politico

internazionale. Soprattutto comporta un inasprimento della competizione

internazionale: adesso chi ritiene di aver bisogno di qualcosa che non ha deve

toglierli a qualcun altro, non c’è più alcuno spazio vuoto. Non ci sono interstizi

che separano le grandi potenze, tutto è in contatto con tutto e le grandi

potenze rimbalzano le une sulle altre. Ad esempio pensiamo alle conseguenze

dell’ascesa della Germania, che cerca mercati per la sua spinta di crescita

industriale e demografica. Trova il mondo già saturo e spartito dagli altri. La

Germania cerca di fare e trovare prima dei territori coloniali, come le altre

potenze. Poi quando fallisce la Weltpolitik, fa ricerca in Europa, alla ricerca dei

mari e di un suo spazio vitale (Lebensraum). Si innesca il cataclisma della

prima guerra mondiale. Stressa cosa il Giappone, che ascende tardivamente e

diventa una grande potenza economica e politica che incrocia le sue istanze

con quelle delle potenze europee già insediate in Asia (Manciuria, con la Russia

e l’Impero britannico, Indocina francese, nell’Indonesia odierna).

Mackinder introduce un altro elemento di trasformazione della struttura

geopolitica del sistema internazionale globale: è un’inedita fusione di Europa e

Asia in un unico scacchiere geopolitico strategico euroasiatico nel quale si

decide la partita della politica internazionale. Prima avevamo l’Europa come

territorio e teatro centrale e gli altri spazi extraeuropei erano subordinati

all’Europa. Adesso non c’è più l’Europa ma si parla di Eurasia. È unificato dalle

vie di comunicazioni, come le ferrovie e in cui questo teatro dilatato si disloca,

cioè la grande politica internazionale alla quale partecipano altre potenze

europee e asiatiche, o euroasiatiche (Russia).

Dobbiamo pensare all’Eurasia come interconnessione economica, politica. Si

decide qui il destino del mondo, dove si trovano molte delle aree che generano

potenza economica e militare, dove si è stanziata la maggior parte della

popolazione mondiale, e dove ci sono i principali poli produttivi industriali.

Mackinder ci invita a scomporre questo spazio in alcune articolazioni regionali e

sub regionali mostrandoci il cuore dell’Eurasia, come perno. Guardiamo la

Mezzaluna interna, o marginale, che è costituita dalle aree costiere attorno al

cuore dell’Eurasia (Heartland). L’Eurasia interna ha delle caratteristiche

geografiche peculiari e va indicata come un’articolazione peculiare:

innanzitutto la centralità geopolitica, all’interno del continente; la distanza

dai mari navigabili, chiusa da essi e non accede ad essi. Non c’è sbocco sui

mari ma è un aspetto importante perché è impossibile conquistarla dai mari.

Importante è che è ricca di risorse naturali per l’industria, di minerali, petrolio,

di risorse alimentari, cotone e quindi la possibilità di un’autarchia economica.

Queste specificità geografiche e spaziali fanno si che il cuore occupi una

fortezza naturale difficile da conquistare dalle potenze marittime e da cui si può

proiettare influenza e potenza in ogni direzione d’Eurasia sfruttando la

posizione centrale. È una posizione battezzata come il “perno del mondo”. Fino

dall’antichità, sono emerse delle civiltà molto importanti che non sono mai

riuscite a unificare in modo stabile e continuativo la massa euroasiatica, non

hanno mai creato un grande impero euroasiatico. Dal XVesimo secolo, dopo le

prime espansioni, si sostituisce una grande potenza che estende il suo dominio

su tutta l’area e che grazie alle nuove tecnologie e trasporti, è in grado di

mettere sotto pressione con altro vigore le aree costiere d’Eurasia: l’Europa,

Medioriente, Asia sud orientale – orientale. Le aree costiere sono la Mezzaluna

interna, marginale, la quale ha delle caratteristiche distintive anch’essa. Si

caratterizzano per il loro clima temperato (contro il clima continentale della

pivot area), bagnate dalla corrente del Golfo; è dotata di una grande fertilità

del suolo che ne ha fatto sede delle grandi civiltà (Mesopotamia, Cina,

Indocina); l’altra caratteristica è il rapporto stesso col mare, con l’accesso

diretto agli oceani e i mari più piccoli che ha favorito la vocazione commerciale

e industriale delle grandi potenze. È li che si concentra gran parte della

popolazione mondiale e dell’attività economia produttiva del mondo. Un punto

di importanza geopolitica che tocca e sottolinea Mackinder, che è un’altra

ragione di differenza tra politica internazionale dei secoli precedenti e quella

del 900, è che per la prima volta diventa possibile unificare l’intero spazio

euroasiatico, grazie alle nuove tecnologie, nuova padronanza dello spazio e

della distanza. Mackinder guarda in particolare alla Russia, come fattore di

riaggregazione del vasto continente euroasiatico, che può sfruttare la posizione

centrale in Eurasia grazie alla ferrovia transiberiana che consente di spostare le

armate e gli eserciti da un capo all’altro del continente. Questo consente alla

Russia di irradiare la sua influenza sull’intero arco costiero dell’Eurasia e

fungere da polo centripeto (Manciuria, Persia, golfo Persico, stretti dei Balcani).

Mackinder considera l’ipotesi di una Germania che è capace di distruggere la

Russia e conquistare la posizione nel centro dell’Eurasia e sfruttare a sua volta

questa posizione centrale e questo è tipico della politica di Hitler. Mackinder

considera anche l’ipotesi di un Giappone capace di conquistare la Cina e

insediarsi nell’Eurasia interna, mangiando un pezzo di Siberia russa e installarsi

nella pivot area; inoltre considera l’ipotesi di una Cina che segue le orme del

Giappone e modernizzarsi, che si insedi in altre zone.

Vediamo le discontinuità fondamentali per cui c’è una partita politica

euroasiatica che non c’era mai stata in passato il cui esito potrebbe essere

per la prima volta l’aggregazione egemonica dello spazio euroasiatico

nel suo complesso. Se questo scenario si realizzasse (unificazione imperiale,

egemonica) l’Eurasia sarebbe trasformata in termini geopolitici in una grande

isola capace di costruire una forza navale, di strappare il dominio del mare alle

altre isole del mondo (che sono quelle che mette nella terza fascia), quelle

della Mezzaluna esterna dell’Inghilterra e Americhe e arrivare ad una

supremazia mondiale e globale. Per la prima volta ci dice: si da una partita

geopolitica globale la cui posta in gioco è l’egemonia sul mondo intero. Davanti

a questa nuova realtà e geostruttura nessuno può essere indifferente e

chiamarsi fuori perché in gioco c’è il dominio sul mondo (ingresso Usa nella

politica internazionale, fine dell’isolazionismo). Queste idee sulla

macrostruttura del sistema internazionale sono state riprese da Spykman, che

sottoscrive l’impostazione euroasiatica di Mackinder, invitandoci a guardare al

mondo dalla fusione di Europa e Asia. Anche Spykman scompone lo spazio in

Heartland e fascia costiera che chiama Rimland. Vede la possibilità di

aggregare queste due aree sotto un unico dominio politico ed egemonico da

parte di una potenza o alleanza e vede in questo una minaccia degli equilibri.

Vede due possibilità:

Conquista del Rimland da parte di una potenza costiera (guerra fredda-

 Urss)

Unificazione del Rimland da parte di una potenza costiera o di

 un’alleanza delle potenze costiere capace di proiettarsi nell’Heartland

costruendo un’unità geopolitica (Giappone nella seconda guerra

mondiale).

Questo ci aiutano a leggere l’epoca contemporanea. L’idea di una

ridislocazione è una realtà geopolitica del sistema intenrazionale e l0oppositore

tra terra e mare possiamo pensare alla pistola americana portata a proiettarsi

in Eurasia di fronte all’ipotesi di unificazione del territorio e si oppongono prima

alla Germania e Giappone del Rimland che minaccia l’Heartland e poi si

oppongono all’Urss che minaccia il Rimland espandendo il cuore. E gli Usa forse

domani si operano ad un’ascesa in grado di dominare l’Asia ed espandersi

vergo la Siberia, diventato grande polo centripeto. La Grand Strategy

americana dopo la fine della guerra fredda è ancora inserita in queste logiche

geopolitiche e incentrata sul contenere la rinascita russa e imbrogliare l’ascesa

della Cina e limitare il golfo persico nel Rimland euroasiatico cercando di

tenerlo sgombro da parte di potenze egemoniche e sottrarlo da parte di

potenze euroasiatiche. L’idea americana è di tenere frammentato questo

spazio continentale e i poli di potenze, pensando che questo sia funzionale al

mantenimento della supremazia globale degli Usa.

Noi fino ad oggi ci siamo occupati di fattori di dimensione materiale della

politica internazionale.

Ci chiediamo se ci basta tutto questo per capire il sistema internazionale. La

risposta è ovviamente no, anche se ci sono dei politologi, tra cui Waltz, che ci

dicono che abbiamo già un bagaglio ricco per mettere a fuoco delle tendenze e

dinamiche del sistema internazionale. Ci soffermiamo sulla dimensione

ideologica principalmente per poi passare a quella istituzionale, vedendo le

peculiarità di ognuna.

Abbiamo parlato in varie occasioni della guerra fredda senza riferimento alla

dimensione ideologica e abbiamo sorvolato sul fatto che le due superpotenze

del sistema internazionale erano paladine di diverse formule politico

ideologiche, del bene e del male, diversi principi e diversi modi di

organizzazione della vita politica. Questa dimenticanza stona perché

contraddice l’interpretazione della guerra fredda vista dagli attori coinvolti e

che erano i protagonisti, i quali erano convinti di essere impegnati in uno

scontro ideologico, anche e prima di tutto. La politica strategica e la politica di

potenza era il risultato. Questa dimenticanza stona col senso comune

trasmesso dalla guerra fredda, col bipolarismo. In effetti, ci direbbero che la

frattura ideologica della guerra è irrilevante e trascurabile ai fini del

funzionamento del sistema internazionale durante la guerra fredda e delle

principali tendenze che hanno segnato quei decenni. Nella teoria realista,

troviamo due modi ricorrenti di trattare o di non trattare la dimensione

dell’ideologia:

Da un lato c’è una posizione estrema che vediamo nella filosofia di

 Morgenthau: l’ideologia della politica internazionale è sempre e soltanto

una maschera menzognera, con cui i protagonisti della politica di

potenza hanno cercato e cercano di travestire e dissimulare le loro vere

mete, i loro interessi ed obiettivi che muovono nella loro azione e che

sono sempre obiettivi di potenza e di dominio. L’ideologia può servire a

far sembrare più nobili e meno meschini le azioni degli stati nonostante

siano ai fini di dominio e potenza. Non cambia che il fatto fondamentale

della politica internazionale è che essa resta una lotta di dominio per il

potere. L’ideologia è uno strumento che fa parte dell’armamentario, della

Realpolitik per guadagnare consenso e celare i veri obiettivi e non è un

movente.

C’è un’altra posizione più moderata, approcciata dallo stesso Waltz:

 secondo questa posizione la rivalità ideologica non è sempre e

necessariamente una maschera che indossano gli stati. Diciamo che

Waltz ammette che gli attori credono davvero alle ideologie e vogliono

realizzare, promuovere e tutelare il loro credo ideologico. Gli esseri umani

sono animali culturali, fatti di identità, che significa un certo modo di

vivere, con certe idee sul mondo, su cosa è giusto e sbagliato,

sull’organizzazione della società. Tutto ciò di forma li costituisce come

soggetti e quindi l’ideologia anche in senso lato non è una maschera ma

gli uomini ruotano attorno ad un nucleo che da senso e orientamento.

Così accade anche per gli stati nell’arena internazionale. Waltz potrebbe

concedere queste considerazioni ma dall’altra parte Waltz dice che

l’ideologia fa ciò solo quando è abbinata al potere. In un modo o nell’altro

Waltz ci dice che torniamo nell’universo teorico che segue il suo

ragionamento, in cui quello che conta davvero nella politica

internazionale è l’insicurezza, gli assetti di potere, la politica di potenza

come cuore della politica internazionale.

Waltz ci direbbe che Urss e Usa sono attori minaccioso e rivali, potenti

perché erano attori. Fu il potere che detenevano a renderle temibili e

minacciose l’una per l’altra e le ha rese una nemica dell’altra.

Nel 1946 – 47, se non ci fosse stata una leadership bolscevica ma un

regime diverso, le cose non sarebbero andate diversamente ma la guerra

fredda ci sarebbe stata lo stesso perché la magnitudine del potere

militare ed economico detenuto insieme ad altri fattori avrebbero inciso e

fatto della Russia un attore temibile in grado di dominare l’Eurasia stessa.

Gli Usa si sarebbero comunque attivati e rimasti in Europa per limitare

l’azione sovietica e proteggere, con sistemi di basi militari, gli stati sotto

pressione russa.

C’è qualcosa di ragionevole in quello che ci dice Waltz, tanto ragionevole che

siamo partiti appunto dalla sua teoria: senza dubbio il comunismo sovietico

incuteva paura perché si associava alla formidabile taglia della potenza russa.

Lenin ha preso potenze in uno dei più grandi paesi del sistema internazionale

nel 1917.

Ci chiediamo se una volta che entra in scena un attore potente come l’Urss ma

così diverso da noi, questa eterogeneità e questa distanza culturale ed

ideologica fa o meno differenza? È difficile pensare che una maggiore o minore

distanza non abbia un ruolo nel modo in cui questi attori percepiscono il potere

e dunque anche sulla minacciosità che emana il potere. E sull’intensità

dell’insicurezza si genera il potere. È difficile pensare che la sicurezza e

vulnerabilità sia solo una funzione di quantità materiale che si esaurisca in una

soluzione meccanica e che non abbia a che fare con la qualità degli attori in

gioco che possono usare quel potere che maneggiano per riplasmare il mondo.

Noi troviamo nella teoria delle relazioni internazionale degli studiosi che

riconoscono l’importanza e la centralità ideologica e ideazionaria nella realtà

politica internazionale, tra cui vediamo l’azione di R. Aron.

13/02/18

L'arena internazionale è stata percepita come un campo di forze misurabili.

Alcuni realisti comunque riconoscono la centralità di questa nuova dimensione.

Raymond Aron

Uno di loro è , il cui capolavoro è “Pace e guerra tra le nazioni”.

Questo libro è una critica nei confronti del realismo mainstream, di scuola

americana, di Morgenthau e Waltz. Secondo lui quella teoria delle relazioni

internazionali è troppo povera e riduttiva nella selezione dei fattori che

concorrono a determinare la politica internazionale. Non bastano a mettere a

fuoco quello che succede nella realtà internazionale. Quel saggio dice che oltre

bisogna

a distinguere i sistemi internazionali a seconda degli assetti di potere,

anche imparare a distinguere i sistemi internazionali a seconda del

grado di somiglianza o dissomiglianza delle grandi potenze .

Consideriamo quindi il livello di convergenza e divergenza ideologica.

la marcata dissomiglianza che ha contrassegnato il

Ci ricorda quindi che

sistema bipolare non è stato un inedito assoluto nella storia politica

internazionale moderna . Nel settecento in Europa prevaleva un’omogeneità

tra gli stati sul lato ideologico. Le grandi potenze rispondevano al medesimo

principio dinastico di responsabilità politica, c'era una simile struttura politica e

sociale dello stato. Tutti erano organizzati al loro interno allo stesso modo,

condividono una stessa tavola di valori. Quindi avevano una stessa matrice

ideologica in senso lato.

Aaron ci dice però che con la rivoluzione francese questo tessuto omogeneo più

strappato in modo clamoroso creando qualcosa di simile alla congiuntura

politica internazionale della guerra fredda. C'è un grande precedente rispetto

agli anni della guerra fredda. Non bisogna dimenticare che agli inizi del nostro

sistema internazionale westfaliano c'è l'Europa lacerata dall'avvento della

riforma protestante. Divisa tra alcune grandi potenze che continuarono a

riconoscersi nel cattolicesimo romano e quelle che seguivano la riforma

protestante. È qualcosa di simile alla contrapposizione che ritornerà con la

rivoluzione francese e poi la guerra fredda. La contrapposizione ideologica della

guerra fredda non è un'assoluta novità.

sistemi caratterizzati da diverse strutture

Aron aggiunge che così come i

di poteri e polarità tendono a funzionare in modo diverso , cioè

producono tendenze e fenomeni diversi, analogamente i sistemi con un grado

diverso di somiglianza ideologica tra i vari attori tendono a funzionare in modo

diverso sotto alcuni aspetti. Impariamo quindi a distinguere

● Sistemi internazionali omogenei, cioè sistemi in cui le grandi potenze del

sistema condividono i principi fondamentali dell'organizzazione politica,

le formule ideologiche, le culture politiche, i valori fondamentali

● Sistemi internazionali eterogenei, in cui le ideologie e culture politiche e

valori fondamentali sono molto lontani. Sono perfino irriducibilmente

contrapposti e inconciliabili.

Non cadiamo però nel riduzionismo, considerando la matrice ideologica?

Guardare la matrice ideologica deroga in qualche modo all'approccio sai

sistemico? In realtà no. Ciò che fa Aron non è tacciabile di riduzionismo. Non

diciamo che l'attore del sistema in quanto abbraccia un'ideologia comunista

allora si comporta in un certo modo. Questo sarebbe riduzionismo.

“Probabilmente mangerà i bambini” cit Corrado.

Noi diciamo che l'attributo del sistema di essere omogeneo o no condiziona la

politica del sistema internazionale. L'omogeneizzazione o no a livello sistemico,

indipendentemente dai contenuti ideologici, ma proprio il fatto stesso di

convergenza e divergenza produce dei fenomeni diversi nel sistema

internazionale.

Il fattore di omogeneità o eterogeneità costituisce un altro modo di periodizzare

la politica internazionale. Gli scenari politici internazionali possono cambiare

notevolmente anche se rimane inalterata la polarità o la struttura spaziale. La

rivoluzione francese non ha cambiato la polarità del sistema internazionale,

non ha cambiato gli assetti di potere. Il sistema internazionale è rimasto

multipolare, ma la rivoluzione francese ha inaugurato una nuova congiuntura

politica, diversa sotto diversi punti di vista dalla precedente. È caratterizzata

dal pendolarismo del sistema internazionalmente tra omogeneità e

eterogeneità ideologica. Il sistema internazionale alle sue origini nasce

multipolare ed eterogeneo. In quel periodo c'era una spero conflitto tra

posizioni protestanti e cattolicesimo romano, in una stagione politica in cui la

religione era centrale nella politica, strutturava i valori della società europea,

era l'ideologia in senso lato di quel tempo e aveva un significato

immediatamente politico. Dalla pace di Westfalia le questioni teologiche e

religiose furono messe da parte attraverso un processo di secolarizzazione

della vita sociale e pubblica e perciò si ricostituiti un tessuto omogeneo,

politico ideologico e culturale fondato su valori secolarizzati e laici, come

l’appartenenza nazionale.

Fino a fine settecento il sistema internazionale è multipolare e omogeneo.

Condividono il principio di legittimità dinastica, l'organizzazione per ceti della

società. La rivoluzione francese apre poi una stagione tumultuosa nella politica

internazionale nel segno di una marcata eterogeneità ideologica fino al 1815.

Resta un sistema multipolare ma omogeneo, poi il congresso di Vienna restaura

in parte il vecchio regime e ricrea un’omogeneità ideologica tra le principali

potenze. L'Ottocento è abbastanza omogeneo fino alla rottura del 1917,

quando il sistema torna ad essere eterogeneo e resta multipolare, perché la

Russia comunista di quegli anni era solo una delle grandi potenze. Dopo il 1945

diventa invece bipolare ma resta eterogeneo, tra Stati Uniti e URSS.

Col cambiare del livello di omogeneità ed eterogeneità cambiano per certi

aspetti alcuni elementi, ad esempio i meccanismi di produzione

dell'insicurezza.

Se i realisti come Waltz ci dicono che la realtà internazionale è anarchica e con

Aron ci dice che a seconda del grado di

un timore di fondo insopprimibile,

omogeneità cambia la qualità e

il modo di avere paura degli Stati, cambia

la quantità della paura nel sistema internazionale . Noi capiamo che

un'estrema diversità rende imprevedibile il comportamento altrui e cresce il

timore che gli stati generano gli uni negli altri. Quando entra in scena qualcuno

che percepiamo molto dissimile da noi per valori, identità, aumenta

necessariamente anche l'incertezza della relazione che si instaura con questo

nuovo attore. Se è molto diverso diventa difficile creare aspettative sulle use

condotte, sulle sue strategie, facciamo più fatica a leggere i suoi

comportamenti, a come prendere le sue azioni. Già questa è una ragione di

accentuazione dell’apprensione, causata dalla presenza di un attore diverso e

del suo potere.

Invece un attore simile a noi, in cui ci riflettiamo, pensiamo di poter decifrare e

prevedere i suoi comportamenti.

> Pensiamo alla Francia della rivoluzione francese o alla Russia bolscevica.

In questi casi uno dei problemi delle grandi potenze fu che quei due nuovi

attori non davano punti di riferimento, erano nuove, con formule ideologiche

nuove e veniva a mancare la lezione del passato, il linguaggio comune. Questa

mancanza ha contribuito a rendere opachi i comportamenti di queste potenze

rivoluzionarie, costringendo le altre potenze per cautela ad assumere gli

scenari più pessimistici circa le invenzioni e gli obiettivi di queste nuove

potenze. Si è attribuito loro azioni aggressive, espansionistiche, rivoluzionarie,

eversive rispetto all'ordine internazionale esistente. Per cautela si considerava

lo scenario peggiore. Il tempo può contribuire a sanare almeno in parte queste

situazione di indecifrabilità prodotta dall'ingresso di questi attori rivoluzionari,

ma resta il fatto che tendiamo ad attribuire a chi riconosciamo come diverso da

noi un modo di ragionare, dei processi mentali, codici di ondata diversi dai

nostri. Chi ci appare poco prevedibile, tende a farci stare in allarme,

apprensione e far paura. Inoltre si mette almeno potenzialmente a repentaglio

molto di più di quello che tendiamo a mettere a repentaglio in un'arena di attori

che riconosciamo modernizzazione simili a noi.

In un'arena eterogenea ci domanderemo se chi è così diverso da noi, se

dovesse conquistare la supremazia, si limiterà a cambiare i confini, a

rimodellare le sfere d'influenza, a redistribuire le materie prime, i mercati o

addirittura porterà la sua supremazia per imporci la sua legge, il suo modo di

viveri e i suoi valori. Mi imporrà di adeguarmi al suo stile di vita, alla sua

ideologia che riconosco molto diverso dal mio. Bisogna chiedersi come farà del

suo potere se avesse l'egemonia nel sistema internazionale.

> In effetti dopo il 1917 in molti paesi europei si diffonde il timore che un futuro

allargamento sovietico in Europa avrebbe portato anche all'espansione

dell'ideologia comunista negli altri paesi. Dopo il 1945 l'Unione sovietica

dimostrò di essere determinata a esportare la sua formula ideologica insieme

alla sua ideologia. Qualcosa di simile era accaduto dopo la rivoluzione francese.

Gli altri attori del sistema internazionale si chiedevano che cosa volesse la

Francia rivoluzionaria, se volesse smantellare l'antico regime solo in Francia o

anche all'estero, se volesse omologare a questi principi ideologici tutto il

sistema internazionale, anche perché era la più grande potenza del tempo a

livello militare. Il fatto che ad un certo punto ci si ponga questa domanda,

cambia la natura della potenza con cui ci si confronta. Si crea una paura

qualitativamente diversa da quella esercitato da un divario di potere tra

potenze sostanzialmente omogenee che rispondono a valori fondamentalmente

simili.

L'irruzione in scena di uno stato portatore di una differenza ideologica rischia di

sottrarre ai governi di diversi paesi la lealtà di parte delle loro stesse

popolazioni. Quindi a irrompere nella partita politica internazionale anche la

minaccia che si aprisse un fronte interno di conflitto. Si presentò il rischio del

contagio ideologico. Il pericolo che una parte della popolazione di abbracciare il

credo ideologico che si incarnava nella grande potenza rivoluzionaria. Questo è

un'altra sottrazione di sicurezza. C'è una paura ossessiva da parte dei conventi

del nemico interno. In queste circostanze sembra che l'altro, il nemico esterno,

è in grado di operare non solo premendo dall'esterno sui nostri confini con le

forze armate, con la sua leva economica, l'organizzazione geopolitica dello

stato, ma anche dall'interno fomentando la discordia, fomentando la discordia,

mobilitando la popolazione contro il governo.

Una parte importante dell’equazione politico strategica della guerra fredda fu la

presenza nei paesi europei di grandi partiti comunista, affiliati all'internazionale

comunista, emanazione di Mosca. I partiti cominciati offrivano la loro lealtà

politica prima di tutto a Mosca, invece che ai paesi di appartenenza. L’URSS era

sentita come la vera patria dei militanti comunisti. E anche se questo era vero

fino ad un certo punto, c’era il ragionevole sospetto dei governi occidentali che

i comunisti avrebbero offerto la loro lealtà politica in un momento di crisi e

conflitto all’URSS. Persino negli USA, paese tradizionalmente immune perfino al

più moderato socialismo, dilagò la paranoia, il maccartismo, una crociata

ideologica interna suscitata dalla paura della penetrazione del comunismo e

l’infiltrazione dei comunisti nei gangli del potere. Anche l’URSS era

ossessionata dalla presenza di forze controrivoluzionarie, appoggiate da fuori.

Lo stesso accadde nei paesi europei di fronte alla Francia rivoluzionaria. I partiti

giacobini che nacquero in quasi tutti i paesi dell’Europa di quegli anni si

identificavano con i giacobini francesi, guardavano alla Francia come un

modello a cui ispirarsi, per alcuni di loro era una patria ideale e la Francia

temeva un’alleanza tra forza controrivoluzionarie nel paese e le potenze

straniere, baluardi del vecchio ordine, determinate a difenderlo. Pensiamo alla

paranoia diffusa in Francia dal timore delle congiure degli aristocratici e del

clero, viste come quinte colonne delle potenze straniere e il conseguente

terrore rivoluzionarie, dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del

governo rivoluzionario che si sentiva assediato sia dentro sia fuori i confini.

Tutto questo portò al terrore rivoluzionario, poiché il governo rivoluzionario si

sentiva assediato da nemici irriducibili sia dentro i confini sia all'esterno.

L'eterogeneità ideologica semina illegittimità. La comparsa di un'alternativa

ideologica, minaccia di mettere a repentaglio la legittimità dei regimi delle

classi dirigenti dei paesi. È quello che è successo dopo la rivoluzione francese e

comunista. La grande riflessione politologica sul potere ci dice che i governi

illegittimi o che nutrono dubbi (in questo senso illegittimi) sulla solidità delle

loro pretese di legittimità e la realtà della loro società e della popolazione su cui

governano vivono assediati dalla paura perché non sono sicuri della base di

consenso e della realtà su cui riposa il loro potere e nessun governo può durare

a lungo basandosi solo sulla forza. Serve la legittimità in senso weberiano, è la

base più solida su cui può basarsi il governo.

Ferrero il potere politico che si sente debole “ha

Guglielmo ci dice che

paura per definizione e tende a vedere minacce dappertutto” . Tende a

vedere minacce dove non ci sono perché dubita del suo fondamentale politico.

Invece gli stati legittimi sentendosi sicuri del suo potere riescono a dominare la

diffidenza, quelli sfidati sul terreno della legittimità se ne fanno dominare.

La paura inerente a tutti i rapporti tra vari stati, creata dall'anarchia, si

esaspera in un vero e proprio delirio di persecuzione quando gli stati

rappresenta gli uni per gli altri delle minacce alla legittimità. Questo avviene in

un sistema eterogeneo. Tipico di questi regimi che si sentono sperati a livello di

legittimità e di vedere cospirazioni dentro e fuori confine.

È l'esistenza stessa di un altro, che ci appare diverso a livello ideologico, senza

che questa altro si impegni in una politica di proselitismo, ma la sua stessa

esistenza crea un’illegittimità negli altri attori e tende a radicalizzare

l'insicurezza. Mostra come il loro ordine politico interno non è l'ordine naturale

delle cose, mentre prima pensavano che lo fosse e non ci fossero alternative.

La scoperta di alternative radicali mette sotto pressione la legittimità, tendendo

ad acuire il senso di precarietà dei regimi politici.

> È quello che vediamo con l'irruzione del principio di sovranità popolare con la

rivoluzione francese, che metteva sotto pressione il principio dinastico a cui si

era abituati e che si credeva che fosse l'ordine naturale delle cose.

> L'irruzione della Russia comunista ha messo sotto pressione lo standard

liberale prevalente perché mostrò che c'era un'alternativa radicale allo

standard, l'ordine naturale delle cose.

Così come la distanza geografica, anche a distanza ideologica tende a

funzionare come una variabile interveniente tra potere che gli stati hanno e la

minaccia che questo potere produce agli occhi degli altri attori del sistema

internazionale. Walt, colui che parlava di Balance of threat, diceva che ci si

contrappone agli stati considerati più minacciosi e la minacciosità degli altri

attori non è sempre proporzionale alla quantità di potere che questi attori

detengono. La distanza ideologica tende ad accentuare la minacciosità degli

altri attori.

L'insicurezza che gli attori sperimentano ha a che fare anche con il grado di

omogeneità o eterogeneità ideologica, dunque le politiche di sicurezza adottate

dagli Stati tenderanno a cambiare a seconda che il sistema sia omogeneo o

eterogeneo. Nei sisitemi eterogenei si estende il livello di sicurezza nel segno

della indistinguibilità tra sicurezza e ideologia. Nei sistemi eterogenei la

sicurezza tende ad essere ridefinita in termini ideologici. Se la minaccia risiede

anche nell’eterogeneità, la sicurezza ha a che fare con il ristabilimento

dell’omogeneità. Non associo la mia sicurezza ad una distribuzione favorevole

di potere e risorse o ad una configurazione dello spazio internazionale. Ora

tendo ad associare la sicurezza alla vittoria della mia ideologia e alla

scomparsa della differenza che mi mette in questione. Quindi la politica di

sicurezza è una politica di arginamento, se non di sradicamento, dell'ideologia

contraria. Oltre che essere politica di contenimento del potere o di

riorganizzazione dello spazio, adesso assume spessore e contenuto ideologico.

Un sistema eterogeneo è probabile che non ci accontentiamo di un equilibrio

tra forti politici ideologici contrapposti ma siamo sicuri solo con la scomparsa

della differenza ideologica che ci mette sotto pressione. Se l'altro mi mette in

discussione per il fatto stesso di esistere allora sarà solo la sua scomparsa a

rassicurami completamente. Quindi i rapporti di forza squilibrati generano

minacce nei sistemi omogenei per portare equilibrio. Nei sistemi eterogenei

l'esistenza della differenza ideologica tende a generare e accendere l'ospitalità

tra gli attori. Per cui la scomparsa dello squilibrio non mi rende

automaticamente sicuro finché non scompare la formula ideologica che mi

mette in questione. Questa estensione del confetto di sicurezza poi si scarica

sugli strumenti internazionali della politica di sicurezza. Guerra, diplomazia e

alleanze tendono a funzionare in modo diverso.

La guerra nei sistemi omogenei è uno strumento di sicurezza, quindi è il ricorso

alla forza militare ai fini di redistribuzione delle risorse di potere tra gli stati. È

usata per creare equilibri, togliere potere ed aggiungere potere ed è

indifferente ad altre considerazioni, e spassionata plitica di potenza. Nei sistemi

eterogenei invece tende a trasformarsi a qualcosa che assomiglia ad una

crociata ideologica, volta a combattere e togliere di mezzo il nemico ideologico.

> La guerra fredda per Stati Uniti fu uno sforzo per contenere la potenza

sovietica in Europa e nel mondo, ma anche uno sforzo teso ad estirpare il

comunismo. Negli anni ottanta Reagan chiamava l'Unione sovietica il regno del

male.

La guerra nei sistemi eterogenei tende a diventare anche una guerra

rivoluzionaria, cioè tende a verificarsi un'estensione degli obiettivi politici

perseguiti in guerra e questi obiettivi non riguardano solo gli assetti esterni ma

anche quelli politici interni, le potenze esportano con la guerra anche i loro

principi, tendono a creare sfere d’influenza omogenee, a togliere di mezzo

regimi di colore diverso. Nei sistemi omogenei invece gli stati si astengono

dall’intromettersi nelle vicende interne degli avversari e si limitano a valutare

gli assetti territoriali sulla base di interessi strategici, economici, politici…

Alla luce di queste cose, la guerra tende a diventare una guerra di

annientamento nei sistemi eterogenei, tende a concludersi solo con la

scomparsa del nemico ideologico. Non ci può essere un reciproco

riconoscimento tra le parti del diritto all'esistenza.

> La guerra fredda infatti si è conclusa vero solo con la sconfitta dell'Urss. Le

guerra contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica venne conclusa con la

Restaurazione, anche se fu una Restaurazione relativa.

La guerra in un sistema eterogeneo tende a diventare una guerra civile

trasversale ai confini territoriali degli stati. Bisogna vincere anche contro la

quinta colonna, il nemico interno dello stato, oltre che al nemico esterno, alle

potenze esterne che aderiscono a quel credo ideologico. Per vincere bisognerà

sostenere i partiti gemelli impegnati contro coloro che hanno l'ideologia

diversa. La guerra fredda aveva il principio delle scuole di fatto dei partiti

comunista dall'arena di governo dei paesi democratici. Era una guerra civile

fredda. Il partito comunista è stato a lungo il nemico interno. Lo stesso valse

per il partito socialista, che finché ruppe completamente i legami con il

comunista, non andò al governo. In Italia far entrare il PCI nel governo avrebbe

significato metterlo al corrente di piani militari della NATO, dargli un potere di

interdizione nella politica estera nel paese.

> Il terrore instaurato dai giacobini fu una guerra civile contro il nemico interno,

una quinta colonna con aristocrazia e clero, incolpata di essere alleata con le

potenze esterne conservatrici, al tempo stesso sosteneva i partiti giacobini

esistenti negli altri paesi europei. La guerra nei sistemi eterogenei tende a

diventare una guerra senza limiti, per energie e mezzi impiegati. La guerra

fredda poggiò sulla deterrenza nucleare, sulla più indiscriminata delle armi, che

sarebbero state usate in caso di guerra calda. Le guerre combattute dopo la

rivoluzione francese ebbero le loro nuove armi, come la leva obbligatoria

introdotta dalla Francia napoleonica e poi imitata dagli avversari. Significava la

mobilitazione dell'intera società al servizio della guerra. La guerra non era più

un gioco. Tra professionisti delle armi per diventare un'impresa di massa,

totalizzante, che coinvolge tutti gli strati sociali dei paesi coinvolti. Rispetto alle

guerra napoleoniche, le guerra settecentesche sembravano semplici

schermaglie tra armate di piccole dimension. Clausewitz che visse le guerre

napoleoniche, definì le guerre del settecento come le mezze guerre. In effetti le

guerre napoleoniche furono contrassegnate da grandi battaglie campali tra

colossali eserciti, con tassi di perdite come non è erano mai state.

14/02/18

La guerra tende a diventare una crociata ideologica più che un conflitto

spassionato per le sfere di influenza e il controllo degli equilibri geopolitici. La

guerra è una guerra di annientamento, per i mezzi e strumenti impiegati.

In un sistema eterogeneo cambia anche il gioco diplomatico, la prassi

diplomatica. Vediamo come i sistemi eterogenei, la diplomazia assuma

connotati di guerra, le forme della guerra, tende ad essere piegata agli obiettivi

della propaganda, della sovversione politica. Tende ad essere un’arma politica

per gli interessi strategici degli attori. In un primo tempo, le potenze

rivoluzionarie come Francia e Russia comunista non volevano intrattenere

scambi con le altre potenze per enfatizzare in modo propagandistico la loro

discontinuità rispetto all’ordine politico interno ed estero internazionale

precedente. Si sottolineava che quelle potenze portavano valori che

rompevano col vecchio ordine politico, sia all’interno dei loro confini sia

nell’arena internazionale. Ad esempio la denuncia dei bolscevichi che rendono

pubblici gli accordi stipulati dalla Russia con le altre potenze dopo la prima

guerra mondiale. Sia l’Urss che la Francia rivoluzionaria sono rientrate poi nel

gioco diplomatico e non hanno mantenuto un’estraneità nel gioco diplomatico

ma hanno utilizzato la diplomazia, l’hanno utilizzata prevalentemente come

canale di comunicazione tra governi e sede politica. La utilizzano come

strumento utile a diffondere il proprio credo ideologico e politico, a

delegittimare i propri avversari, destabilizzare i governi e regimi di potenze

appartenenti al fronte ideologico e politico opposto. Tende ad avere le forme

della guerra piuttosto che quello della guerra, c’è uno snaturamento del corpo

diplomatico all’estero, il quale viene utilizzato negli altri paesi per fare

propaganda, promuovere la sovversione o sostenere le minoranze.

Pensiamo anche alle grandi conferenze diplomatiche dell’Urss nella guerra

fredda, utilizzate più che come sede politica come tribune ideologiche dalla

quale lanciare parole d’ordine ai fini di mobilitazione politica, magari

appellandosi direttamente all’opinione pubblica degli altri paesi. Pensiamo allo

snaturamento delle grandi organizzazioni internazionali come l’assemblea delle

Nazioni Unite come tribuna politica da cui lanciare appelli politici.

Se nei sistemi eterogenei cambia la natura della guerra cambia anche la natura

delle alleanze. Esse non sono più delle semplici intese temporanee sulla base

di una convergenza opportunistica di interessi di sicurezza e potere ma

tendono a diventare sistemi di espressione di solidarietà ideologica,

manifestazioni di appartenenza ideologica. Si entra in uno schieramento per

sostenere un’ideologia. Così come la guerra assume un’intensità particolare,

anche le alleanze tendono a dimostrare una forza e una resistenza particolare

all’usura del tempo perché sono tenute insieme dall’ideologia. Gli alleati

sostengono l’alleanza, si prestano in aiuto a prescindere da quello che fanno.

Gli attori aiutano gli alleati per quello che sono, per la loro identità e

appartenenza ideologica anche quando ritengono che l’altra parte stia facendo

una cosa inopportuna sul piano strategico politico. In queste condizioni, la

sopravvivenza dell’alleanza è sfidata solo da un mutamento interno, interno ai

paesi che porta al potere la fazione ideologica opposta e che conduca un

riallineamento del paese sulla scena politico diplomatica internazionale. Questa

è l’altra parte della spiegazione della resistenza all’usura del tempo delle

alleanze durante la guerra fredda, che in un sistema multipolare resistono

all’usura. Parlando di potere avevano visto come gli schieramenti si

irrigidissero a causa dell’assetto bipolare, con la difficoltà a defezionare da

un’alleanza per assenza di alternative. Ora aggiungiamo un altro fatto che

tende a irrigidire e cristallizzare gli schieramenti delle alleanze, ed è il mastice

della solidarietà ideologica che tende a creare blocchi politici ideologici diversi

dalle alleanze più fluide di un sistema caratterizzato da omogeneità politica

ideologica. Negli anni successivi alla fine della guerra fredda dilagò una fiducia

di una nuova convergenza del sistema internazionale. Il libro manifesto di

questa fiducia è il libro di Fukuyama, dove la sconfitta del comunismo si è

risolta come il fallimento delle alternative praticabili al liberalismo occidentale.

Introduciamo ora un’altra dimensione irriducibile a fattori materiali della

politica internazionale, una dimensione che si intreccia sotto certi aspetti con

l’ideologia, ed è difficile districarle. Si tratta della dimensione istituzionale

della politica internazionale. Tendenzialmente quando enfatizziamo

l’importanza della struttura anarchica siamo portati a pensare che la realtà

internazionale sia una sorta di deserto, un’arena in cui i rapporti di forza creano

un vuoto istituzionale normativo. A ben vedere anarchia e istituzioni non si

escludono necessariamente a vicenda.

Vediamo come nel sistema internazionale moderno si sono sviluppate e hanno

funzionato delle istituzioni, le quali hanno in certe misure, in certi periodi,

recitato una parte importante nel dar forma e plasmare la realtà politica, la

dinamica internazionale.

Le istituzioni internazionali non sono necessariamente rilevanti nell’anarchia

politica internazionale e per capire come funziona il sistema, guardiamo quali

istituzioni sono presenti nelle varie congiunture storiche e politiche attraversate

dal sistema stesso. Lo studio delle istituzioni fondamentale ci aiuta a cogliere

aspetti importanti di originalità e unicità della politica internazionale nostra,

della matrice westfaliana. Originalità rispetto ad altri sistemi. L’ultimo secolo

della politica internazionale è stato il secolo della crisi del tessuto istituzionale

sorto a Westfalia, che perdura ancora oggi. La messa a fuoco di questi elementi

di crisi ci aiuta a mettere a fuoco alcuni fenomeni che contrassegnano i nostri

giorni e la nostra realtà politica internazionale e tendenze di grandi importanza.

Sicuramente le istituzioni sono importanti e sono la dimensione centrale della

politica interna. Tant’è vero che molte scuole politologiche considerano lo

studio delle istituzioni come lo studio della politica. Quando noi studiamo la

politica interna distinguiamo i sistemi politici interni a seconda dei loro assetti e

principi istituzionali, i quali disciplinano il processo politico e che disciplinano in

primis l’esercizio del potere. Si classificano in base a che corrispondano a

regimi democratici, dittatoriali, ecc. tutto questo ci dice chi, come ed entro

quali limiti è titolato a prendere delle decisioni politiche, come le prende. Più

precisamente, perché è così importante soffermarsi sulla dimensione delle

istituzioni? Le istituzioni garantiscono alcune cose essenziali del funzionamento

del sistema politico interno, assicurano una certa continuità alla politica

interna. In un assetto istituzionale consolidato, il gioco politico, il processo

politico e la lotta per il potere tra élite politiche per il potere avviene dentro una

cornice di norme, regole e procedure istituzionalizzate che vale a prescindere

dal cambiamento dei rapporti di forza, dalle forze politiche coinvolte nella

politica interna e a prescindere dal loro avvicendamento al potere. Le istituzioni

consentono la produzione di aspettative diverse da quelle che discendono dai

rapporti di forza. In un sistema democratico istituzionalizzato, noi possiamo

dare per scontate alcune cose fondamentali (es chi vince in parlamento

eserciterà il potere secondo certi canoni).

In generale possiamo farci un’idea affidabile di quelli che saranno i lineamenti

fondamentali di chi governa, le modalità indipendentemente dall’identità del

partito che vince le elezioni e che prende il potere.

In terzo luogo le istituzioni servono a imbrigliare la forza del potere e degli

attori che partecipano al gioco politico. Un tessuto di norme consolidato nel

sistema politico istituzionalizzato riduce la libertà d’azione, l’arbitrio dei

detentori del potere, mantenendo l’azione politica entro certi binari. Questo

non solo nei sistemi democratici ma in qualunque sistema istituzionalizzato,

come le monarchie assolute del 600 – 700, che avevano procedure che

limitavano l’azione dei re più potenti. Più un sistema politico è istituzionalizzato

maggiore è la capacità di definire al proprio interno le gerarchie politiche,

autonomamente dalla società, sulla base di principi di appropriatezza, di

norme, di regole che il sistema politico si è dato. Un sistema politico

istituzionalizzato con istituzioni forti si rende meno impermeabile rispetto ai

gruppi sociali che dominano nella società. In un sistema con istituzioni forti, chi

vince le elezioni governa e governa qualcuno sulla base di ruoli istituzionali,

entro vincoli istituzionali.

Le istituzioni servono a limitare la competizione politica per l’accesso al potere

e per la trasmissione del potere. In un sistema democratico, l’accesso al potere

è disciplinato dalle procedure elettorali che sono una forma di guerra, di

battaglia. Le elezioni sono una battaglia con cui le forze politiche decidono chi

deve governare. In un regime totalitario l’accesso al potere invece è garantito

per. In un regime totalitario l’accesso al potere invece è garantito dall’alto al

basso.

In un regime monarchico, l’accesso al potere avviene per successioni

dinastiche al trono.

Ci chiediamo se nella vita politica internazionale esiste qualcosa di simile e

analogo, se possiamo parlare di istituzioni così importanti. Sembra esserci una

compatibilità tra anarchia e istituzioni, in cui resta la vita politica

internazionale. Le istituzioni politiche interne presuppongono lo stato, sono

articolazioni e prestazioni dello stato. Tutta la nostra esperienza politica e

giuridica è fondata sul fatto che le istituzioni politiche e il diritto abbiano delle

funzioni dello stato e siano incardinate nella dottrina del positivismo

giuridico, il quale ci dice che un tessuto di regole norme e istituzioni che

innervano la politica interna è posto dallo stato in modo che al di fuori dello

stato non c’è il diritto, non c’è vero diritto e istituzioni in senso proprio. Ci

dicono questo anche autori incontrati come il neo realismo alla Waltz, Spykman

e i filoni ideologici che ci dicono che senza un governo comune, senza uno

stato che crei istituzioni di persistente anarchia internazionale, le relazioni si

svolgono in un vuoto normativo. Non è che non esistono delle istituzioni

internazionali ma queste istituzioni non svolgono un ruolo incisivo e rilevante

nella politica rilevante. Le chiamiamo istituzioni ma non riescono a fare tutte le

cose che si attribuiscono alle istituzioni e che troviamo nella politica interna.

Waltz esclude le istituzioni dal sistema politico internazionale. Spykman non

dedica neanche una riga alle istituzioni. I realisti ci dicono che le istituzioni

sono una variabile dipendente della politica internazionale, dipendente dagli

interessi egoistici degli attori più potenti e dei rapporti di forza che si

instaurano. Non hanno una capacità autonoma per orientare la politica

internazionale, sono solo fenomeni d’interesse degli attori più importanti.

Abbiamo istituzioni che nascono per mano delle grandi potenze e ne riflettono

sia interesse che potere. Negli interessi degli stati potenti le istituzioni svolgono

funzioni ausiliarie, funzioni dichiarative dello standard di comportamento

internazionale accettabile e cose che non saranno tollerate nell’arena. Vediamo

istituzioni economiche americane (Smi, ecc) incarnavano e dichiaravano i

principi dell’ordine economico e finanziario graditi dagli Usa, i quali dettavano

al resto del sistema internazionale durante la guerra fredda. Le istituzioni

tendono a rendere noto l’orientamento dei leader, limitano il ricorso alla

coercizione, sono utili alle potenze perché fanno risparmiare sui costi di

gestione nel sistema internazionale. Possono essere utili a legittimare il potere

dei più forti. Questo aiuta l’esercizio dell’egemonia, ancora una volta come

funzione ancillare come espressione degli interessi e potere degli attori più

forti. Nessun ruolo davvero autonomo degli attori nel sistema internazionale.

Questo punto di vista caratterizza le scuole e gli approcci. Forse però non è

l’ultima parola sulle istituzioni internazionali e vediamo come ci siano altri

studiosi, come Bull (società anarchica) o Smith (nomos della terra) che ci

invitano a riflettere sul fatto che nella storia della convivenza umana, le

istituzioni non sono sempre state collegate alla presenza di un’autorità e un

governo comune e quindi al superamento dell’anarchia. Nel libro di Bull, egli

richiama l’attenzione sulle società senza stato, studiate dagli antropologi

(Amazzonia), non ancora toccate dalla civiltà moderna dove non c’è un governo

ma ci sono norme e canoni di condotta che disciplinano le relazioni tra i gruppi

sociali tra famiglie, comunità di villaggi che vivono in uno stato di anarchia in

quei contesti. Bull battezza queste realtà come anarchie ordinate, nelle quali ci

sono regole e norme di convivenza sociali che si formano dalla consuetudine e

si cristallizzano dalla tradizione ma sono vincolanti. Queste norme e canoni

istituzionalizzati trovano sostegno nelle convinzioni morali delle società

anarchiche. D’altra parte lo stigma, il marchio d’infamia che deriva da eventuali

trasgressioni di queste regole è sufficiente a garantire una generale osservanza

di queste norme. L’osservanza è mantenuta da una paura di sanzione sociale.

Quando il timore di quella sanzione sociale non basta, spetta poi a questi

singoli attori e gruppi offesi, danneggiati sanare il torto e l’offesa che hanno

subito ricorrendo anche a violenza e forza. Un punto particolarmente

importante messo in luce da Bull è che questo ricorso non getta queste società

nello stato di natura hobbesiano, in una violenza senza limite. Nelle anarchia

ordinate solo alcuni soggetti qualificati hanno titolo a ricorrere alla forza per

sanare un torto. L’utilizzo della forza è legittimo soltanto se fa ricorso alla forza

qualcuno di particolare riconosciuto come titolato a farlo e questo è un limite

importante alla forza. È legittimo anche se risponde ad una violazione delle

“leggi”, non qualsiasi ricorso alla violenza. La violenza impiegata è sottoposta a

limiti di intensità e durata e sussiste una regola di proporzionalità accettata e

osservata, della sanzione combinata rispetto al danno subito, una

commisurazione della vendetta al torto sopportato. Gli antropologi che

studiano queste società e Bull ci dicono che è un ordine imperfetto perché nelle

anarchie ordinate sono i singoli attori interessati nelle dispute e interpretano le

regole, stabiliscono se c’è una violazione o meno ed è un’altra cosa rispetto al

potere terzo. L’uso della forza risulta sottoposto a vincoli e restrizioni reali, non

sono trascurabili. Restrizioni diffuse dal consenso sociale, sul fatto che bisogna

fare così e tutto ciò contribuisce a determinare un certo grado di tranquillità

sociale dei gruppi cioè a incanalare i potenziali conflitti verso un esito non

distruttivo per la comunità sociale nel suo complesso. Autori come Bull e Smith

ci dicono che qualcosa del genere vale anche nella vita politica internazionale o

ancora qualcosa di simile è valso nel sistema moderno politico internazionale.

Bull e Smith sono due giganti della riflessione politologica contemporanea che

appartengono alla famiglia del realismo politico. Come tutti i realisti danno

importanza al dato dell’anarchia, ai rapporti di potere, alla geopolitica (Smith).

Non dimenticano la natura e la logica competitiva della politica in generale e

della politica internazionale. Facendo tutto questo però questi grandi ci dicono

che in effetti istituzioni e anarchia non sono termini automaticamente e

necessariamente contraddittori e ci dicono che le istituzioni possono recitare un

ruolo e fare una differenza nella vita politica internazionale, soprattutto sulle

cose principali e non solo come rifletto, possono imbrigliare il potere degli attori

più forti. Possono moderare e disciplinare, non eliminare, la competizione tra

stati, attenuarla. Possono contribuire ad allontanare la politica internazionale

dallo stato. Le istituzioni possono concorrere a produrre ordine nel sistema

internazionale, che non è l’ordine del più forte perché mantengono autonomia

dagli attori più forti e se sono vere istituzioni si impongono agli attori più forti,

ai loro interessi e al loro potere. Notiamo una cruciale differenza nel discorso

sulle istituzioni fatto da Bull e Smith rispetto a quello fatto da Waltz: Waltz

quando si interroga sulla dimensione istituzionale, tende a guardare alle

istituzioni intergovernative tipiche della seconda metà del 900. Autori invece

come Smith e Bull guardano ad altre istituzioni, ci dicono che quelle istituzioni,

nate nella seconda metà del 900 non sono la parte più importante del tessuto

del sistema moderno internazionale ma quando si parla di quelle istituzioni

intergovernative, gli studiosi sottoscrivono l’idea alla Waltz (FMI, Banca

Mondiale, Nazioni Unite, ecc).

Bull e Smith ci dicono che prima della formazione di quelle istituzioni, cioè nei

precedenti tre secoli di esistenza del sistema politico internazionale, esso ha

contato su un fitto tessuto istituzionale, rimasto forse invisibile allo sguardo dei

politologi ma quelle istituzioni hanno plasmato la vita politica internazionale e

sono le istituzioni primarie, costitutive della moderna politica internazionale.

Le moderne istituzioni della seconda metà del 900 sono istituzioni derivate, e

sono un fenomeno superficiale rispetto alla struttura profonda del sistema

internazionale. Smith parla di questo corpo di istituzioni primarie e

fondamentali come lo “ius publicum europeum”, cioè questa struttura

internazionale. Nel suo libro chiama questo corpo “la società internazionale”, la

società anarchica distinta dal sistema anarchico internazionale, cioè una realtà

istituzionale. Quali sono queste istituzioni fondamentali della moderna politica

internazionale? Prima di tutto noi troviamo la sovranità: il realismo alla Waltz

essenzialmente vedeva nella sovranità un dato di fatto. C’è il fatto della piena

indipendenza degli attori statali, basato sulla capacità degli singoli stati di

mantenere e proteggere la loro indipendenza. È espressione dell’incoercibile

individualismo degli stati di essere fonte volontaria di autodeterminarsi fuori da

vincoli giuridici e leggi posti da una società internazionale che li implodi. In

verità Smith e Bull dicono che la sovranità è più di questo, è un istituto politico

giuridico ed è l’architrave istituzionale su cui poggiano le altre istituzioni. In

effetti la sovranità non è espressione di individualismo degli attori, una

richiesta di autodeterminazione assoluta ma espressione di socialità ed

espressività degli stati tra loro. È un fattore di disciplinamento dell’egoismo tra

gli stati. Nel sistema internazionale degli stati di matrice europea, la sovranità

è reciproco riconoscimento di indipendenza da parte degli stati. L’enfasi deve

cadere non solo sull’indipendenza ma sull’elemento della reciprocità, cioè del

mutuo riconoscimento che si determina in virtù della sovranità. Reclamare la

sovranità in senso moderno statale della politica internazionale, significa

affermare la propria sovranità su una porzione limitata sul territorio dell’Europa

e significa riconoscere la sovranità di altri stati su porzioni limitate di territorio.

Attraverso l’affermazione di sovranità, lo stato westfaliano riconosce il

complesso in polemico con il segno della convivenza del medioevo, prima dello

stato sovrano.

Prima del sistema westfaliano, essere sovrani significava non riconoscere al di

sopra di sé alcuna struttura della politica europea. In polemica, sovranità

significava riconoscere dei pari politici e giuridici. Gli stati nascono associati

nella comune contrapposizione al ritorno a modelli cristiani, come il papato e

l’impero nel medioevo. Quando nasce l’Europa di Westfalia, nel XVI – XVII

secolo, gli stati affermano il principio di sovranità, rigettando all’interno il

principio dell’impero e della chiesa, di stampo medievale. Nella sovranità si

esprime una solidarietà di fondo tra gli stati, cioè il riconoscimento e l’obiettivo

pluralistico della convivenza basata sulla statualità. La sovranità si trasfigura in

un riconoscimento d’indipendenza che si contrappone ad un’altra modalità

nello spazio.

Possiamo dire allora che con Bull e Smith, il principio della sovranità

corrisponde ad un principio costituzionale della moderna politica costituzionale.

Vera e propria costituzione perché stabilisce la forma giuridico politica della

complessiva forma della politica internazionale.

La sovranità è una sorta di costituzione perché stabilisce quali sono gli attori

che hanno titolo di potere e cioè soltanto gli stati. Gli altri attori sono esclusi

dal gioco politico. La politica internazionale viene riconosciuta come un affare

esclusivo degli stati, che sono i soggetti legittimi.

La sovranità fissa o contiene alcune regole di coesistenza tra gli stati, può

essere considerata una sorta di costituzione della politica internazionale.

Regole di coesistenza che sono precisazioni del principio di sovranità stesso.

La prima regola è quella dell’uguaglianza formale tra gli stati, cioè titolari di

stessi diritti e doveri nella società internazionali. L’altra regola importante è la

regola della non interferenza e non ingerenza negli affari interni: si riconoscono

reciprocamente il diritto di essere padroni a casa propria. Gli stati sovrani fanno

quello che è giusto fare e non ingerirsi negli affari interni degli altri stati. Gli

altri stati non possono mettere becco. Questo principio va al di là della

confessione religiosa che viene a crearsi dalla pace di Westfalia, come un riparo

del territorio dagli altri stati.

Nella non interferenza si esprime un principio normativo che viene rispettato e

istituzionalizzato nell’arena politica internazionale.

19/02/18

La sovranità in senso westfaliano non è una semplice pretesa di indipendenza,

ma significa reciproco riconoscimento dell'indipendenza da parte degli Stati.

Gli Stati si riconoscono come parte di un ordinamento politico complessivo e

rifiutano le precedenti fonti di organizzazione politiche (sistema imperiale e

papale).

Di fianco alla sovranità, gli Stati sottoscrivo il principio della non ingerenza

negli affari interni degli Stati.

La sovranità è una Costituzione della politica internazionale moderna, si

riconoscono come unici soggetti con il diritto di partecipare alla politica

internazionale.

Gli Stati riconoscono regole di convivenza: si riconoscono formalmente come

uguali, con stessi diritti e doversi e riconoscono il principio della non ingerenza

(ognuno è padrone a casa propria).

La sovranità rivela quindi l'esistenza di una società internazionale con il suo

tessuto istituzionale, giuridico. Non c'è una sociale arena hobbesiana di tanti

atomi separati che rivendicano la propria indipendenza, ma si crea una società

anarchica internazionale diversa, imperniata dal principio di sovranità.

Questa società internazionale ha conosciuto altre istituzioni importanti che

hanno contribuito a produrre stabilità internazionale, ordine.

Nelle opere di Bull e Schmitt ci sono tre tipi di istituzioni internazionali:

1) Istituzioni deputate ad amministrare/governare collettivamente

la politica internazionale

Istituzioni destinate a governare l'arena politica internazionale malgrado

l'assenza di un governo comune (in quanto siamo ancora in un contesto

anarchico).

Però sono servite a dirimere i contrasti e a gestire i mutamenti, soprattutto

territoriali.

Ad esempio la prassi si riferisce alle conferenze internazionali e congressi

internazionali, a cui partecipano tutti gli Stati interessati alla questione trattata

dalla conferenza che si svolge.

Ci sono state conferenza ad HOC, che s riuniscono per trattare una questione

specifica.

Esempio: Conferenza di Berlino del 1985 per l'apertura dei fiumi Congo e

Niger.

Esempio: Conferenza di Berlino del 1878 sui Balcani, con l'idea che gli assetti

territoriali dei Balcani dopo l’indipendenza della Bulgaria dall’impero ottomano,

con l’idea che gli assetti dei Balcani dovevano essere coerenti con l'equilibrio

complessivo europeo.

Bull mostra come la Conferenza del 1978 sui Balcani lascia intravedere il

lavorio incessante della comunità internazionale a salvaguardia dell'equilibrio

internazionale.

L'equilibrio internazionale si trasfigura in un principio costituzionale della

politica internazionale. L’equilibrio internazionale appare come un criterio guida

istituzionalizzante sulla base del quale la società internazionale nel suo

complesso regola la propria vita politica.

equilibrio di potenza

Bull dice che l’ nella politica westfaliana è una sorta di

istituzione (non a caso il pensatore politico Nium, parlava dell’equilibrio di

potenza come la “legge comune” dell’Europa).

Bull sostiene che l’equilibrio di potenza è più di un espediente pratico a cui

ricorrono i singoli Stati per ragioni di sicurezza, ma invece nella realtà europea

è un principio legittimo e accolto dalla società di Stati nel suo complesso.

L’equilibrio di potenza emerge da una serie di fatti (esempio nei principali

trattati internazionali le grandi potenze fanno sempre un esplicito riferimento

all’equilibrio di potenza come nel trattato di Utrecht).

Inoltre le politiche egemoniche sono stata rare e questo testimonia la diffusa

illegittimità dell’egemonia rispetto al principio di equilibrio e mostra

l’autodisciplina delle grandi potenze (riconducibile all’interiorizzazione del

principio normativo dell’equilibrio di potenza).

Inoltre il carattere normativo si comprende anche dal ricorso degli europei alla

compensazioni

pratica delle , quindi la disponibilità da parte delle potenze

favorite da un certo mutamento territoriale dopo una guerra o una buona

politica dinastica, a concedere ad altri attori delle compensazioni in grado di

preservare l'equilibrio minacciato da quel mutamento.

È una disponibilità a moderarsi per non destabilizzare l'edificio complessivo

europeo.

Esempio: a Berlino nel 1878 la Russia fu favorita dall’indipendenza della

Bulgaria, che sarebbe diventata un satellite zarista. La Russia concedeva

all’Austria, l'amministrazione della Bosnia Erzegovina come compensazione per

preservare l'equilibrio austro-russo in quest'area balcanica.

Ci sono poi delle grandi conferenze, una categoria a parte, che chiudono le

grandi guerre combattute in Europa.

Queste conferenza ammettevano tutte le grandi potenze, anche quelle

sconfitte.

Esempio: Congresso di Vienna, che dopo le guerre Napoleoniche, ammette i

francesi alle deliberazioni del Congresso di Vienna.

Questa prassi della partecipazione degli sconfitti alle conferenze internazionali

rivela, come dice Bull, in modo nitido il carattere di istituzione di queste

conferenze, che danno voce a chi è in una posizione di debolezza.

Queste Conferenze consentono ai deboli di partecipare alle trattative e incidere

sulle decisioni prese nelle Conferenze che riguarderanno le potenze sconfitte.

Queste conferenze tendevano a imbrigliare il potere del più forte nel momento

in cui, il più forte, avrebbe potuto esercitare il suo potere senza freni.

La moderazione dei potenti, una delle funzioni delle istituzioni, è analoga nel

caso delle conferenze relativamente alla dimensione internazionale della

politica.

2) Istituzioni dedicate ad assicurare il dialogo continuativo tra i

membri della società internazionale

Istituzioni istituite per facilitare la comunicazione e il dialogo tra gli Stati, ossia

la diplomazia.

comunicazione continuativa

La tra gli Stati attraverso la diplomazia

rappresenta una diversità importante che contrassegna la politica

internazionale rispetto allo Stato di natura di Hobbes (che sono chiusi nel loro

silenzio).

diplomazia

La è un'istituzione originale del sistema westfaliano, che ha creato

canali di comunicazione permanente/continuativa. La diplomazia non si limita

all'invio di messaggeri, cosa che succedeva nell'antichità, ma crea un dialogo

permanente tra tutti i membri dell'arena internazionale attraverso innovazioni

istituzionali originali e geniali.

Le innovazioni sono:

ambasciate permanenti, innovazione apportata dalla politica

 internazionale westfaliana: le ambasciate furono introdotte nel 400 in

Italia e poi dall'Italia furono estese nel secolo successivo al resto

dell’Europa.

principio della extraterritorialità delle ambasciate e l'immunità dei

 diplomatici (che risale alla metà del 600): le ambasciate diventano un

pezzo di territorio dello Stato a cui appartiene l'ambasciatore.

figura del diplomatico di professione: persone addestrati e portatori di un

 linguaggio e sensibilità sovranazionali comuni. Si crea una comunità di

specialisti/tecnici sovranazionali alla diplomazia.

1) Istituzioni atte a disciplinare il ricorso alla violenza da parte

degli attori della politica internazionale

Istituzioni che disciplinano la violenza nell'arena internazionale.

Sono essenzialmente il diritto bellico e le regole sul l'impiego della forza

militare da parte degli Stati e che fanno della guerra westfaliana, un'istituzione.

Bull e Schimitt dicono che la guerra stessa è un’istituzione della politica

internazionale. Si crea un paradosso perché la guerra non è espressione per

eccellenza di un selvaggio stato di natura, di un vuoto di istituzioni. In realtà la

guerra westfaliana (in quanto guerra tra Stati sottoposta a precise procedure

e limiti) rivela di essere una parte integrante del tessuto normativo istituzionale

della convivenza politica internazionale. Capiamo questo paradosso usando

analogia della guerra interstatale

l'analogia che presentano entrambi gli autori:

come duelli delle società aristocratiche duelli

I erano combattimenti armati,

di base tra aristocratici, che convenivano di risolvere in modo violento un

dissapore, una divergenza d'interessi.

Quindi era violenza ma non negava l'appartenenza dei duellanti ad una società,

ad un ordinamento giuridico comune. Il duello presupponeva lo stesso ordine,

ossia l'aristocrazia, come pari in questo ordine, (non ci si scontra a duello con

una persona che non si ritiene un proprio pari, nei confronti della quale non si

ha grande considerazione). Nel duello le parti rispetta regole, procedure e

c'erano testimoni in quanto non tutto era permesso nel duello. Il duello non era

rissa di strada

una in cui i combattenti potevano fare tutto quello che erano in

grado di fare, erano invece una violenza disciplinata è sottoposta a una rigida

disciplina alla quale i duellanti si attengono perché si sentivano legati dalla

condivisione di un medesimo status, un ordine aristocratico, un valore etico

sociale, che manifesta l’appartenenza ad una stessa società. Pensiamo ai limiti

sui punti del corpo da colpire o sulla scelta delle armi.

Dunque il duello, pur essendo uno scontro armato, non è antitesi di diritto

anzi il duello è intessuta di socialità e giuridicità, è un istituto di un

ordinamento giuridico istituzionali attraverso il quale due soggetti parti di quel

l'ordinamento comune decidono di dirimere/risolvere una disputa.

Più o meno la stessa cosa accade nell'arena internazionale.

guerra westfaliana

La è un duello tra pari, è un duello tra Stati che si

ius ad bellium

riconoscono reciprocamente il diritto di fare la guerra, ossia lo (=

diritto di fare legittimamente la guerra).

Solo gli Stati sovrani hanno diritto a ricorrere alla forza militare, a fare la

guerra. È quella guerra è sottoposta a precise regole.

La guerra westfaliana ha una procedura di inizio (che consiste nella

dichiarazione di guerra) si conclude con una procedura finale (che può

consistere in una conferenza internazionale con i trattati di pace).

La guerra westfaliana prevede delle limitazioni nell'uso della forza militare,

ius im

stabilisce contro chi è possibile utilizzare la forza militare questo è lo

bellum (= regole di guerra che si osservano durante le operazioni militari).

Questa guerra prevede anche limitazioni a quello che gli Stati belligeranti

possono fare sul territorio del nemico (che magari si trovano ad occupare:

occupazio bellum).

Da tutto questo deriva una disciplina della guerra, che si traduce in una

moderazione della guerra e della violenza nella politica internazionale. ius ad

Gli Stati si riconoscono gli unici detentori del diritto di fare guerra (

bellum).

Nel sistema medievale In precedenza invece, nella società diversi soggetti

politici potevano ricorrere alle armi (la Chiesa, l’Impero, le città, i comuni… che

avevano un qualche diritto di imbracciare le armi come il diritto di faida).

Per questo la società medievale era impregnata di guerra perché molti attori

potevano ricorrere alla violenza.

Nella moderna società solo gli Stati possono fare la guerra.

Gli Stati della politica internazionale westfaliana riconoscono ai propri pari,

ossia gli altri Stati, il diritto di fare la guerra ogni qual volta lo ritengano

ius ad bellum,

necessario per tutelare i propri interessi. Quindi secondo lo la

guerra condotta dagli Stati sovrani e sempre legittima, giusta.

Prescinde però dalle considerazioni degli obiettivi specifici, si tratta di una

giustizia formale/procedurale: se una guerra è fatta dagli Stati, allora è sempre

giusto.

Questo sembra non porre limiti alla violenza, ma in realtà è l'opposto perché

ius ad bellum,

questa discrezionalità di cui godono gli Stati, sul lato dello è nata

per moderare la guerra, evitare che le guerre divenissero dispute sulla ragione

e sul torto, sulla giustizia e ingiustizia, dispute su obiettivi e interessi in modo

che le guerre trascendessero da questioni di principio ingestibili.

Nella guerra westfaliana gli Stati riconoscono che a volte possono avere

interessi diversi, contrastanti o perfino inconciliabili e questa divergenza può

essere risolta con le armi, senza che uno abbia ragione e l’altro torto, senza

che uno sia buono e l'altro cattivo, senza che gli interessi di uno siano legittimi

e gli altri illegittimi (semplicemente si tratta di obiettivi contrastanti).

È un fattore di moderazione dei conflitti perché evita di creare un dislivello

etico morale tra i contendenti, in cui ognuno pretende di essere dalla parte

della ragione.

È una guerra che non obbedisce ad una logica discriminante tra i contendenti.

Nella società medievale nella guerra medievale si andava a fare la guerra nel

convincimento di essere nel giusto. Allora si faceva guerra contro un nemico

macchiato di una grave ingiustizia. La parte che pretendeva di stare dalla parte

del giusto era soggetta a pochi limiti nell'uso della forza contro la parte

ingiusta.

Col sistema westfaliano si apre lo spazio per un uso limitato e regolato della

forza. (ius im bellum: diritto bellico che indica le regole

Limiti nell’uso della forza

riguardo la guerra):

La guerra moderna è limitata nel tempo la guerra westfaliana si

 

apre con la dichiarazione formale di guerra e si chiude con un trattato di

pace. È un tempo definito e delineato tra due procedure giuridiche e

questo permette di distinguere lo stato di guerra e lo stato di pace (che

invece tende a permanere nello stato di natura hobbesiano).

Qui invece si fa la guerra e poi si torna alle relazioni pacifiche dopo un

negoziato, una procedura di pace e la creazione di un nuovo ordine.

La guerra è limitata nel numero di attori che prendono parte alla

 guerra stessa attraverso l’istituto giuridico normativo della

neutralità davanti ad un contrasto per interessi di due attori, gli altri

attori possono restare indifferenti e continuare le proprie faccende.

L’istituzione della neutralità è disciplinato accuratamente. Si può

decidere di non schierarsi.

Diversamente quando un conflitto verte sulla giustizia in senso forte

diventa moralmente impossibile non schierarsi, non c’è spazio per la

neutralità. Nell’universo westfaliano si apre uno spazio per la neutralità.

Esistono anche dei limiti rispetto a chi può essere bersaglio della

 violenza bellica si distingue tra militari in divisa (inquadrati in un

esercito regolare di uno Stato sovrano) e i civili (che devono essere

risparmiati a meno che non si compromettano tra le due parti,

diventando un bersaglio legittimo). Questo non significa che non ci

fossero vittime civili nelle guerre di questo ordinamento, ma erano effetti

collaterali, non intenzionali della guerra. I civili non dovevano essere

intenzionalmente fatti oggetto di violenze.

I non-combattenti non sono solo i civili, ma sono anche quei militari resi

inoffensivi, neutralizzati, i feriti, i prigionieri di guerra da risparmiare, da

trattare con umanità e dignità. Una violazione di queste regole configura

in un crimine di guerra che metteva in capo allo Stato che aveva subito

queste violazioni un diritto alla rappresaglia che però doveva essere

un’azione commisurata alla offesa subita, oppure un risarcimento nel

trattato di pace.

La guerra diventa esclusivamente combattuta tra eserciti regolari statali

e la sua violenza si esaurisce nei combattimenti tra forze militari regolari

contrapposte (non vanno oltre il campo di battaglia per colpire

intenzionalmente chi non combatte).

Possono esserci limiti sull’impero di armi alcune armi sono

 

escluse perché distruttive eccessivamente, pensiamo all’uso delle armi

chimiche dopo la prima guerra mondiale.

Secondo Bull…

Un altro istituto che disciplina la guerra che fissa limiti a quello che una

potenza occupante può fare in un territorio nemico che si trovi ad occupare

durante le occupazioni militari.

occupatio bellica

Questo istituto è l’ (forse il fattore più straordinario e

importante della limitazione della guerra).

Cosa stabiliva questo istituto?

Le potenze che si trovavano a occupare quel territorio dovevano astenersi dal

comportarsi come un potere sovrano, doveva astenersi a cambiare leggi, la

proprietà, gli assetti istituzionalizzati vigenti su quel territorio il concetto era

che si trattava di un'occupazione temporanea equivalente ad una presa di

potere provvisorio di quel territorio, e che quindi in quel territorio, durante

l'occupazione non si estinguesse la sovranità dello Stato che subiva

l'occupazione.

Secondo Schmitt, si forma una sorta di comunità giuridica tra potenza

occupante e popolazione soggetta al l'occupazione, nel senso che l’occupante

si fa garante dell’ordine pubblico, sociale, politico che trova sul territorio e si

assume temporaneamente la responsabilità, non può manomettere quello che

trova. Tutto questo aiutava a limitare l'effetto sradicante dell'occupazione

militare.

Se uno Stato si comporta come sovrano cambia leggi, gli assetti di proprietà,

situazione giuridica, amministrativa. Tutt'altra cosa è l'occupazione di una

potenza che si sente come ospite, che lascia le cose come stanno almeno fino

al trattato di pace che mette fine alla guerra.

Se poi il trattato di pace permetterà il trasferimento definitivo del territorio alla

potenza che lo occupa, allora quella che occupa potrà fare quello che vuole

agendo come attore sovrano.

Nella società medievale nella guerra mediare quello che veniva sottratto al

nemico nelle occupazioni militari apparteneva all’occupante, che faceva ciò

che voleva.

Concludendo Queste istituzioni non aboliscono il dominio del più forte ma

attenuano l'impatto del suo potere sull’arena internazionale, attenuazione del

potere del più potente. Questi istituzioni danno continuità alla politica

internazionale e fissano limiti alla libertà d'azione dei più potenti.

Esempio: il principio della non ingerenza.

Queste istituzioni non eliminano del tutto la violenza, però queste istituzioni

riescono a moderare e disciplinare la guerra.

Queste istituzioni hanno fatto del sistema internazionale europeo più di una

semplice società internazionale Bull ci consegna una distinzione, cuore del

libro di Bull, tra sistema internazionale e società internazionale:

sistema internazionale

Un = insieme di comunità politiche indipendenti

 che interagiscono tra loro che sono unite dal fatto che ognuno di questi

attori è un fattore necessario nel calcolo di sicurezza e potenza degli altri

attori. Ognuno tiene conto degli altri e le condotte di ciascuno sono

vincolate dall'esistenza di altri attori (sistema nel senso di Waltz, con

interdipendenze strategiche e politiche).

società internazionale

Una = insieme di Stati uniti anche dal fatto di

 condividere varie istituzioni comuni, principi, norme, regime regolativi

che concorrono a mantenere l'ordine, a garantire un mutamento ordinato

nell’arena politica internazionale.

Per far parte di un sistema internazionali basta essere coinvolti in una

rete di interdipendenza, ognuno tiene conto del potere degli altri.

Invece per essere membro della società internazionale bisogna

condividere un bagaglio istituzionale giuridico normativo comune e c’è un

interesse generale a tenere in piedi l'assetto interstatale esistente. È

un'organizzazione pluralistica su base interstatale e si dà un ordine alla

politica internazionale irriducibile ai meri rapporti di forza.

L'introduzione del concetto di società internazionali fornisce un nuovo criterio

di distinzione, un criterio di stampo istituzionalistico, tra i sistemi internazionali

che incontriamo nella realtà politica.

È sempre un sistema ma non è detto che un sistema sia sempre una società.

Quindi il rapporto tra sistema e società può cambiare nel tempo.

Esempio: il sistema europeo ci ha messo del tempo a maturare il senso di

società internazionale. La società di Westfalia è nata dopo un lungo processo di

istituzionalizzazione. Nel 900 abbiamo assistito alla crisi di alcune istituzioni

importanti della società moderna internazionale. C’è un dubbio che la politica

internazionale del secolo scorso abbia perso il suo carattere di società

internazionale, e concorrerebbe a spiegare la violenza del secolo scorso.

società

Anche quando in arena internazionale c’è una , non è detto che la

società coinvolga tutti gli attori di quell’arena. La società può essere aperta a

solo alcuni attori e quindi società e sistema non hanno gli stessi confini (si può

essere attori del sistema senza essere membri della società).

Quindi le società internazionali possono essere più o meno inclusive.

Esempio: nella Grecia classica c’era una differenza importante nei rapporti che

sussistevano tra le poleis greche e le relazioni delle poleis con la Persia. La

Persia era parte del sistema internazionale antico ellenico perché era un fattore

nel campo politico strategico delle poleis greche, ma era un fattore diverso

dalle poleis e non era parte della società internazionale ellenica.

Esempio: pensiamo alla politica internazionale moderna e alla differenza nei

rapporti tra potenze europee, membri della società internazionale westfaliana,

e i rapporti tra queste potenze e gli attori extraeuropei, parte del sistema

internazionale ma non parte della società internazionale, quindi bisogna

distinguere quando è una società internazionale o a seconda del livello di

inclusività.

LA SOCIETA’ INTERNAZIONALE

La società internazionale westfaliana è stata per gran parte della sua storia una

società esclusiva , cioè limitata agli Stati europei o di origine europea come

gli USA. Solo gradualmente e faticosamente dalla seconda metà dell'Ottocento

(e forse ancora più tardi) la società internazionale è nata in Europa tra le

potenze europee si è espansa nel suo perimetro fino a includere l'intero

sistema internazionale.

In secondo luogo nel momento in cui le istituzioni internazionali di materie

westfaliana si sono estese al mondo intero hanno perso solidità istituzionale

proprio nel posto dove queste erano nate, ossia in Europa e Occidente.

Quindi il 900 è al contempo il trionfo e del declino della società internazionale

westfaliana.

Trionfo perché si generalizza, ha un’espansione globale. Tutto il sistema

internazionale entra a far parte della società internazionale nata in Europa. Ma

perso di vitalità

quando avviene questa estensione, quelle istituzioni hanno ,

la capacità di disciplinare la realtà politica internazionale.

Questa società internazionale nasce in Europa e per alcuni secoli resta un

affare europeo, che disciplina i rapporti tra potenze europee e non si è

applicata a comunità e popoli extraeuropei (che non sono stati accolti nel club

ristretto ed esclusivo composto esclusivamente da potenze europee).

Nei confronti delle comunità non europee venivano adottate pratiche diverse,

rispetto a quelle pratiche istituzionalizzate nelle relazioni tra potenze europee,

nel segno di una disparità di trattamento (queste pratiche nell'ottocento furono

codificate, quando le potenze europee aumentarono i loro contatti con il mondo

non europeo).

Emerse nell'arena internazionale una struttura giuridica caratterizzata

dall'esistenza di due cerchi concentrici.

primo centro

- In un gli Stati sedicenti civilizzati (quindi Stati

europei o di origine europea), questi si riconoscevano come

membri di una società internazionale e applicavano tra loro principi

della società westfaliana.

cerchio più esterno e grande

- In un , stavano i popoli e le

comunità semi-civilizzati (agli occhi europei) o del tutto selvagge

(es. popoli aborigeni). Queste potenze semi civilizzate potevano

essere riconosciute come civiltà antiche, magari anche sofisticate,

antiche ma comunque inferiori, arretrate e meno evolute…come

Persia, Siam, Cina, Impero Ottomano, Giappone (civiltà con cui gli

europei entrano in contatto durante la loro espansione).

A queste comunità non si applicano i canoni giuridici della società

internazionale, ma altri canoni, istituti che verranno esplicitati

all'insegna dell'asimmetria nel trattamento.

Come sono i rapporti con queste comunità “inferiori”?

Nei confronti di questi attori non vale alcuna disciplina giuridica e questi attori

possono essere esposti a qualsiasi comportamento considerato legittimo dalle

potenze europee che non hanno raggiunto neanche un grado minimo di civiltà.

Con questi popoli semi o non civilizzati, che non rispettano lo standard di civiltà

europeo, i rapporti vengo strutturati sulla base di diversi rapporti.

I popoli selvaggi non godono di alcuna tutela giuridica, stanno fuori da qualsiasi

spazio giuridico, normativo istituzionale.

I popoli che appartengo alla categoria dei popoli semi-civilizzati, sono

trattati ineguali

sottoposti ad un particolare regime che si manifesta nei , che

tendono a rivelare qualcosa che assomiglia allo stato di natura hobbesiana, in

caso di guerra con questi attori che stanno all'esterno del perimetro della

società internazionale, non valevano gli stessi vincoli normativi e la stessa

disciplina che valeva invece nei rapporti tra potenze europee.

Esempio: le guerre coloniali avevano poco a che fare con una guerra

interstatale. Sono guerre combattute senza grandi inibizione, facendo tutto

quello che si riesce per prevalere sull'altro. In queste guerra cadono i limiti tra

civili e militari. Le guerre coloniali sono diventate guerra di sterminio

combattute senza regole, in cui si faceva tutto quello che si era in grado di fare

come nello stato di natura hobbesiano.

I trattati ineguali sono manifestazione nitida della disparita di rapporti tra

potenze della società internazionale e le potenze fuori da essa.

Cosa erano i trattati ineguali?

Erano trattati che venivano imposti con la forza militare dalle potenze europee

o con la minaccia dell'uso della forza militare, la diplomazia delle cannoniere.

Questi trattati ponevano in essere nelle relazioni tra europei e non europei,

rapporti fortemente asimmetrici, non paritari nel senso della sovranità

westfaliana. Le disposizioni di questi trattati imposti non si rispondeva al

principio westfaliano dell'uguaglianza formale e non ingerenza negli affari

altrui, per cui questi trattati non riconoscevano piena sovranità delle comunità

politiche europee su territori e popolazioni come invece era riconosciuta agli

Stati civilizzati che erano riconosciuti come parte della società internazionali.

Quindi i residenti europei non erano soggetti all'ordinamento giuridico locale.

I trattati ineguali stabilivano la giustizia consolare (= erano i consoli europei

che svolgevano la giurisdizione secondo il diritto europeo).

I trattati stabilivano l'esenzione fiscale per gli europei residenti.

Quindi siamo in un universo politico diverso dall'universo giuridico paritario

(rapporto tra eguali).

Comparando i rapporti tra gli europei e extra-europei, capiamo l'importanza del

disciplinamento portato dalla sovranità.

L'idea era che quando questi popoli all'esterno della società internazionale

fossero maturati o elevati come la civiltà europea allora sarebbe stato possibile

riconoscerli come membri a pieno titolo della società internazionale quindi la

società internazionale si concepisce per gran parte della vicenda politica

club esclusivo

internazionale moderna come un ma al tempo stesso elastico,

cioè entro certi limiti, disposti al allargare la sua membership all’esterno del

suo perimetro originario, cioè all’esterno dei confini geografici.

20/02/18

Un sistema è un gruppo di unità indipendenti che interagiscono in una

condizione di anarchia e ognuno è fautore di un calcolo politico degli altri. La

società è un gruppo di attori che condividono associazioni comuni, ossia norme

e istituti che creano un ordine internazionale, disciplinano il potere dei potenti

ed evitano il dilagare della violenza anarchica.

Una società internazionale westfaliana non ha incluso tutti i popoli dell'arena

internazionale e si è limitata all'Europa fino alla seconda metà dell'Ottocento.

Nel momento in cui questa società internazionale si allarga al mondo intero si

assiste ad una crisi delle istituzioni fondamentali in Europa.

La moderna politica internazionale ha avuto una società internazionale al suo

centro, aperta agli europei, che però si è collocata in un sistema più grande

popolato da comunità politiche con cui gli europei hanno interagito ma attori

che non erano considerati almeno inizialmente membri della società

internazionale. In alcuni casi quindi stavano fuori da ogni rapporto giuridico con

l'Europa. Con questi attori gli europei hanno intrattenuto pure relazioni di fatto.

Gli europei hanno fatto valere con questi attori il loro potere senza inibizioni,

fino ad arrivare ad intraprendere guerre di puro sterminio, guerre coloniali.

Quello è il vero stato di natura hobbesiano. Pensiamo ad alcune popolazioni

australiane, dell'Africa sub sahariana, del Nord America erano considerate non

civilizzate e quindi oggetto, non soggetto, di politica internazionale. All'esterno

della società internazionale c'erano anche attori a cui era riconosciuto un certo

livello di civiltà, ma si trattava di un’imperfetta civilizzazione e quindi venivano

sottoposti ad un trattamento diverso da quello che gli Stati europei riservavano

ai loro omologhi in Europa.

Se questi attori lasciati fuori dalla società internazionale fossero riusciti in

futuro ad elevarsi al livello della civiltà europei, uniformando codici giuridici,

amministrazione interna, amministrazione pubblica, livello distruzione….allora

sarebbero diventati candidati per l'ammissione nella società. L'idea era che le

potenze della società internazionale avessero il diritto di accompagnare questi

popoli verso la società, con una missione civilizzatrice. L'idea era che questi

popoli fossero come bambini immaturi e le potenze europee i loro tutori,

educatori. La retorica è quella del fardello di uomo bianco di Kipling. Questo si

prestava facilmente ad abusi, arbitrio, ipocrisia. Spesso è andato di pari passo

con lo sfruttamento, come quello che ha fatto il Belgio nel Congo. Qui vediamo

come la dimensione istituzionale si intersechi con la dimensione dell'ideologia,

o dimensione ideazionale. Vediamo come una diversità ed eterogeneità di

ordine culturale più che ideologico in senso stretto, tende ad avere un impatto

sulle relazioni politiche tra gli Stati e tende a dare loro un carattere di

obiezione, più vicino alla caratterizzazione hobbesiana delle relazioni che

troviamo tra attori più omogenei e parte di una comune società politica

internazionale.

Nei testi di Bull e Schmitt si vede la struttura istituzionale dicotomica tra

Europa e altri. Questi testi fanno anche vedere, soprattutto Bull, la lenta

faticosa apertura partire dalla fine ottocento del club ristretto ad attori non

europei che inizialmente erano esclusi.

> L'impero ottomano è stata la prima potenza non cristiana e non europea ad

essere ammessa nella società internazionale. La vicinanza geografica ha fatto

sì che facesse parte dal sistema istituzionale europeo sin dalle origini della

politica internazionale, fu da sempre un fattore della politica di potenza. Fin dal

quindicesimo secolo vediamo il sultano ottomano che collabora con i francesi

per contenere gli austriaci. Gli ottomani prendono parte a guerre e manovre

politiche. A fronte di questo coinvolgimento però l'impero ottomano è stato a

lungo al di fuori della società internazionale europea come dimostrano le

capitolazioni che hanno strutturato per secoli i rapporti tra potenze europee e

ottomani. Le capitolazioni erano trattati ineguali con altro nome imposti dagli

europei al sultano. Prevedevano l’extraterritorialità per gli europei nell'impero

ottomano, c'era la giustizia consolare, cose che le grandi potenze europee non

facevano contro i piccoli Stati europei. A loro non imponevano trattati ineguali,

ma valevano solo per le potenze esterne, per l'impero ottomano durò fino a

metà ottocento, secondo la tesi prevalente. Quando il sultano adottò una serie

di riforme interne, le tanzimat, che recepivano i modelli europei a livello

giuridico e distruzione. Questo rese l'impero più idoneo all'ingresso nella

società internazionale. Il trattato di Parigi del 1856 mise fine alla guerra di

Crimea e viene considerato il momento in cui l'impero ottomano è ammesso

insieme alle potenze europee nella società in azionale. In realtà le capitolazioni

rimasero in vigore perché secondo gli europei il sultano non attuò fino in fondo

quelle riforme civilizzatrici, quindi furono abolite solo con la prima guerra

mondiale con il trattato di Losanna del 1923.

> Qualcosa di simile c'è nel caso dei rapporti con la Cina. Con la guerra

dell'oppio del 1839 e il trattato di Nanchino gli inglesi imposero alla Cina un

trattato ineguale. Gli inglesi avrebbero avuto libertà di commerciare,

soprattutto oppio. Gli inglesi ottennero consoli britannici nelle città portuali che

avrebbero amministrato la giurisdizione per i residenti europei, ossia la

extraterritorialità. Si poteva fissare una tariffa sulle esportazioni in Cina, cosa

che sottrasse ai cinesi la sovranità sulla politica economica. La Cina dovette

cedere agli inglesi Hong Kong. Queste misure vennero prese al modello dalle

altre potenze europee che imposero alla Cina trattati ineguali con stesse

concessioni. Nuovi privilegi verranno ottenuti con ricorso alla forza militare,

quindi furono aperti nuovi porti, diritto agli europei di viaggiare a loro

piacimento in territorio cinesi, libertà di proselitismo per i missionari. La

spedizione militare contro i boxer fu congiunta, parteciparono tutte le grandi

potenze della società internazionale e mostra un'azione congiunta intrapresa

dalla società internazionale nel suo complesso contro un attore esterno,

reprimendo questa rivoltanazionalista. Nel 1920 quasi tutti i porti cinesi erano

aperti per il regime dei trattati ineguali e i privilegi strappati dalle potenze

europee erano cresciuti fino a fare delle enclave europee in territorio cinese.

Qui vigeva l’extraterritorialità per gli occidentali con consoli, polizie private

coloniali, non erano soggetti a tassazione diretta, controllavano la politica

doganale, amministravano i servizi pubblici di primaria importanza e

rimanevano contingenti militari a protezione di questi privilegi. L'incapacità

cinese di impedire la penetrazione europea portò alla delegittimazione

dell'imperatore cinese e quindi alla rivoluzione del 1911, con cui i cinesi

rovesciarono l'impero e instaurano una repubblica nel 1912. Il nuovo regime

repubblicano avviò delle riforme dell'amministrazione statale e per fare

radicare queste riforme ci vorrà molto, ci sarà instabilità e guerre civili.

L’abrogazione del regime dei trattati ineguali arriverà solo nel 1943.

> In Giappone gli Usa inviarono una corazzata, imponendo sotto minaccia di

bombardare Tokyo alle autorità imperiali di concedere l'uso dei porti alle navi

americane. Da lì imposizione di qualcosa di simile ai trattati imposti alla Cina,

copiando extraterritorialità e regime extraterritoriale alle altre grandi potenze.

La risposta del Giappone fu molto più pronta e coerente degli altri paesi. Già

dal 1868 Matsuito avviò una stagione di importante riforme politiche,

amministrative ed educative emulando i modelli occidentali. Fu più facile in

Giappone che in Cina anche perché è un paese più piccolo. Queste riforme

furono finalizzate ad aumentare la potenza militare del paese, importando

tecnologia militare, industria, educazione tecnica, organizzazione

amministrativa occidentale o per proteggersi dal colonialismo, ma queste

riforme furono anche finalizzate ad ottenere il riconoscimento del Giappone

come membro della società internazionale e quindi a godere dell’ulteriore

protezione giuridica fornita dal diritto internazionalmente europeo e dalla

sovranità westfaliana.

In questo processo di riforma il Giappone imparò presto ad attenersi alle regole

della diplomazia europea, del diritto internazionale europeo e diritto bellico

europeo. Nel 1894/95 combatté una guerra con la Cina. In quel caso il

Giappone ebbe cura di rispettare in modo maniacale la prassi diplomatica e il

diritto occidentale, proprio per dimostrare di essere maturato e poter essere

ammesso alla società. Si attenne alla dichiarazione di guerra sulla base della

prassi diplomatica, ebbe cura dei diritti dei paesi neutrali, osservò lo ius in

bello. Addirittura il governo reclutò alcuni dei più importanti giuristi delle

università occidentali e li portò di fianco alle forze armate chiedendo consigli su

cosa fare per rispettare i canoni del diritto bellico. Lo stesso accadde nel 1905

contro la Russia zarista, durante la quale mostrò di padroneggiare anche la

tecnologia militare e sconfisse una grande potenza europea. Grazie al prestigio

della vittoria militare e l'ostensione dell'osservanza degli istituti, il Giappone fu

ammesso rapidamente alla società internazionale e i trattati ineguali furono

aboliti precocemente, già nel 1899. Nelle 1900 il Giappone partecipò di fianco

alle potenze occidentali alla repressione della rivolta dei boxer. È sicuramente il

primo caso di apertura della società europea, piuttosto che la Turchia.

La crisi delle istituzioni della società moderna si manifesta, attraversa il

novecento e rimane presente oggi. Siamo nella crisi piuttosto che nella fioritura

delle istituzioni di matrice westfaliana. Come suggeriscono Bull e Schmitt la

società internazionale westfaliana ha conosciuto il suo apogeo di coerenza

istituzionale tra fine ottocento e inizio novecento, i primissimi anni. Questo è il

momento aureo. Però tra le guerre mondiali cominciava conoscere una crisi

profonda che perdura oggi. I fattori che determinano questa crisi sono

molteplici.

Tra questi Schmitt enfatizza il ruolo dell’ascesa degli Usa, un attore che non si è

mai riconosciuto del tutto nell'ordinamento internazionale westfaliano e che si

è sforzato fin da subito di riformarlo profondamente. Gli Usa sono una costola

dell'Europa a livello culturale e identitario e quindi sono stati ammessi senza

problema all'indomani della loro indipendenza nella società internazionale, ma

non dobbiamo dimenticarci che sono nati come stato indipendente voltando le

spalle all'Europa, sono nati in una sorta di secessione spirituale dall'Europa. I

coloni che fondarono gli Stati Uniti scappavano dall'Europa. Gli Usa si

concepiscono come nuovo mondo, alternativo al vecchio mondo, ossia alla

vecchia Europa. L'isolazionismo americano che contrassegna più di un secolo di

vita degli Usa è nato dalla volontà degli Usa di non farsi contagiare dalla

vecchia malata Europa. Quindi troviamo negli Usa un atteggiamento

ambivalente verso la società internazionale westfaliana. Gli Usa vi entrano

quando decidono di abbandonare l'isolazionismo ma in questa non si sentono

mai a loro agio. In particolare l’idea della guerra come strumento legittimo

della politica estera internazionale è sembrato agli Usa anacronistico e barbaro,

incompatibile con i diritti dell'uomo. Quindi un'idea radicata nella tradizione

politica interna americana è che la guerra è un crimine contro i popoli. L'unica

guerra giusta era quella combattuta per punire chi fa la guerra, ossia come

operazione di polizia internazionale contro i guerrafondai.

> Wilson nel 1917 mette fine all’isolazionismo affermando che la guerra

mondiale dovesse essere l’ultima dell'umanità, quella che doveva mettere fine

alla guerra. Questo trasformò la guerra in una crociata contro gli imperi centrali

che incarnavano la vecchia Europa retrograda. Wilson vuole rendere il mondo

sicuro per la democrazia. Una guerra per esportare la democrazia, chiudere la

prigione dei popoli, ossia l'impero austro ungarico. Questi obiettivi wilsoniani

comportavano però l'ingerenza negli affari interni per esportare la democrazia.

Schmitt dice che qui si vede uno dei semi del ritorno alla logica della guerra

giusta in senso medievale con tutto il suo potenziale di escalation della

violenza. La prima guerra mondiale finì con la resa incondizionata, che aveva

poco a che vedere con i trattata precedenti. Si addossò la colpa alla Germania,

a cui vengono imposti i termini di pace. Veniva addirittura messo sotto accusa

Guglielmo II chiedendo che fosse giudicato da un tribunale penale di giudici

nominati dalle potenze vincitrici, come un criminale. È un tentativo inedito di

criminalizzazione a posteriori dall’avversario, trattato come un bandito. Prima

l’avversario aveva comunque diritto di fare la guerra, ius ad bellum. Poi il

tribunale penale non fu istituito per una serie di ragioni e anche perché gli USA

si ritirarono nell’isolazionismo. Ma Schmitt ci dice che questa fu una spia di una

crisi profonda degli assetti istituzionali e societari, confermata dal fatto che

nella SDN, voluta da Wilson, fu portato avanti il tentativo giuspubblicistico di

istituzione del crimine internazionale della guerra. L’idea era che non ci si

potesse più accontentare dei crimini di guerra, erano previsti e normati nel

quadro del diritto internazionale europeo, erano violazioni dello ius in bello.

Nella SdN si cerca di introdurre il crimine della guerra, il ricorso alla forza

militare è in quanto tale un crimine internazionale. Chi inizia la guerra è un

delinquente e la guerra contro di lui allora è giusta, in senso forte quasi etico-

politico, perché la guerra serve per ristabilire la pace e punire l'aggressore.

La guerra comincia ad essere considerata “polizia internazionale”, ossia

operazione volte a punire i criminali, coloro che hanno fatto ricorso alla forza

militare. È un'azione armata contro uno stato canaglia. Mentre nello ius

publicum europeo la guerra condotta dallo stato era sempre giusta a livello

formale, a prescindere dagli interessi dello stato, qui le cose cambiano. La

guerra diventa sempre un crimine internazionale a prescindere dalle ragioni

che muovono. Ci sono conseguenze importanti

● Lo status quo (esito dell’ultima guerra e gli interessi dei vincitori)

finiscono per essere sacralizzati, diventano intoccabili e si intaccano le

briglia dello strapotere del più forte

● Cadono i freni dello ius in bello > contro un criminale possiamo avere

meno riguardo rispetto all'avversario legittimo che affrontiamo nella

guerra westfaliana, il bandito deve essere soppresso, il mio sfidante a

duello no. Schmitt per es vede nei bombardamenti aerei contro i civili

condotti da inglesi e americani e addirittura nell'uso delle armi atomiche

la logica conseguenza militare della rottura dei freni dello ius in bello. In

generale è la corona della crisi dell'istituto della guerra duello di matrice

westfaliana.

Nel 1917 non solo gli Stati Uniti entrano in guerra, ma entra in scena l'URSS

che vede nell'ordine internazionale westfaliano una semplice sovrastruttura del

capitalismo, che quindi merita di essere smantellata. Quindi dal punto

dell'URSS la crociata internazionale per esportare la rivoluzione comunista

diventa una guerra giusta e vediamo quindi un ritorno alla logica della guerra

giusta medievale. Si crea un dislivello forte tra attori che partecipano alla

politica internazionale ed eventualmente ai conflitti. Quindi si vede l'intreccio

tra dimensione ideologica ed istituzionale della politica internazionale. Quando

compare un attore come l'URSS, che rompe l'omogeneizzazione ideologica,

diventa difficile tenere in piedi l'edificio istituzionale della società westfaliana. È

quindi un ulteriore fattore di crisi, dato dalla comparsa di un attore così diverso.

La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra sanciscono il divorzio dalla

società internazionale anche di un altro importante attore che si disamora della

società internazionale, ossia il Giappone. È esemplare di un atteggiamento di

ambivalenza verso la società internazionale e le istituzioni di matrice europea

che poi tornerà in molti altri stati non europei. Il Giappone fu coinvolto nella

prima guerra mondiale come alleato della Gran Bretagna e come tale partecipò

a Parigi con diritto di voto come le potenze vincitrici. Fu tra i membri della

società delle nazioni. Propone subito dopo il suo ingresso nella società

internazionale ed aver aderito alla SDN propone l'inserimento nello statuto

della SDN una clausola che stabiliva il principio di uguaglianza razziale tra i

popoli del mondo, ma la proposta non fu accettata dalle potenze occidentali.

Questo è un fatto importante perché generò l'impressione in Giappone che

l'ammissione del Giappone nel club internazionale di matrice europea fosse

una sorta di imbroglio. Il fatto che le altre potenze non volessero riconoscere

apertamente questo principio fu letto come un permanere di un trattamento

ineguale a svantaggio dei poteri non europei che magari formalmente erano

inseriti nel club ma continuavano ad essere indiscriminati. Queste impressione

e sdegno che accomunò tutta l'opinione pubblica fu concertata ed esasperata

da altri accadimenti, in particolare dalla politica sull'immigrazione. La legge

sull'immigrazione americana del 1924 proibì l'immigrazione in America dal

Giappone e fu interpretata come segno di razzismo perdurante in occidente

verso i popoli non europei. Questo portò negli anni trenta la leadership

giapponese a dubitare della società internazionale, si allontanò e cercò di

costruire un ordine internazionale asiatico alternativo, la cosiddetta “sfera di

coprosperità asiatica”, che avrebbe dovuto rispondere a principi asiatici,

autoctoni diversi da quelli importati dall'occidente.

Se poi il Giappone nel 1895 e 1905 si era attenuto alle regole della società

internazionale, a partire dagli anni trenta si comporta in modo molto diverso

nelle guerre che decide di combattere. Vediamo come si comporta in Cina e poi

nei confronti delle potenze occidentali durante la Seconda Guerra Mondiale, le

potenze contro i civili nei paesi occupati, la mancata dichiarazione di guerra

agli USA e il mancato rispetto dei diritti umani dei prigionieri di guerra.

L’ordine istituzionale che fu costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, una

crisi importante si era già manifestasta negli anni tra le due guerre, è poi

rimasto attraversato dalle contraddizioni emerse nel periodo precedente, di

crisi delle istituzioni internazionali. Quell’ordine normativo costituito dopo la

Seconda Guerra Mondiale ha riflettuto soprattutto la perdurante ambivalenza

degli USA nei confronti delle istituzioni internazionali classiche. Sono stati i

principali artefici dell’ordine giuridico e istituzionale nato dopo la guerra e ha

rispecchiato le ambivalenze, l’ambiguità degli USA, a cui si è poi aggiunta

l’ambivalenza del Giappone e degli stati nati dopo la decolonizzazione.

Si delinea dopo la Seconda Guerra Mondiale una struttura politica

internazionale che è sotto molti aspetti incoerente, poiché vi è una

compresenza di elementi istituzionali classici di matrice westfaliana e

l’introduzione di elementi che vanno nel senso del superamento dell’ordine

classico. Qualcuno ha scritto per rappresentare questa condizione che dopo la

Seconda Guerra Mondiale emerge un ordinamento internazionale ibrido, cioè

ispirato a logiche normative istituzionali diverse, confliggenti ed è come se

vivessero due costituzioni

- La vecchia costituzione westfaliana > il diritto e le istituzioni

classiche

- L’altra è la costituzione post-westfaliana

L’effetto è però che si delegittimano a vicenda e creano una confusione e

questo diventa un fattore di disordine internazionale, invece che di ordine

internazionale. Da un lato permangono elementi internazionali classici, resta

per es la sovranità.

Gli Stati sovrani sono ancora gli assoluti protagonisti. La loro eguaglianza

formale è sancita dall'assemblea generale delle nazioni unite dove entrano

stati e partecipano su base paritaria. Si vota su base paritaria nelle

deliberazioni dell'assemblea. Con la decolonizzazione di benefici della sovranità

vengono estesi a tutti gli stati di nuova indipendenza, facendo trionfare la

società internazionale westfaliana. I confini della società internazionale vanno a

coincidere con quelli del sistema internazionale, ma proprio nella carta delle NU

vediamo elementi di rottura e profonda discontinuità rispetto alla sovranità

nella sua concezione westfaliana. Vediamo questo nella cosa più importante di

ogni ordinamenti internazionali, ossia la disciplina giuridica della guerra. Le

nazioni unite stabiliscono il divieto degli Stati a ricorrere alla forza militare.

L'ordine sta nel solco tracciato dopo la prima guerra mondiale.

Esistono due deroghe, ossia l'uso della forza per legittima difesa da un attacco

militare e il ricorso collettivo alla forza militare autorizzata dal consiglio di

sicurezza per impedire questa repressione, ossia ruolo di polizia internazionale

per ristabilire l'ordine, una cosa di cui si inizia a parlare nell'ambito della

società delle nazioni. Su questo solco di parziale distacco vediamo svilupparsi

altre discontinuità, nell'ordine normativo giuridico internazionale a partire dalla

Seconda guerra mondiale, che sono andate ad intaccare in altri campi il

principio sovranità, della non ingerenza nella giurisdizione interna degli stati e

di lì nella disciplina della guerra. Almeno in occidente, la stagione inaugurata

dalla fine della Seconda guerra mondiale è segnata da una marcata diffidenza

nei confronti della sovranità chiusa, assoluta di matrice westfaliana che

comincia ad essere guardata nel dopoguerra in modo diverso e attraverso il

prisma dei terrori totalitari.

In questo quadro la sovranità si trasfigura agli occhi soprattutto delle nazioni

europee e comincia a sembrare uno schermo al riparo del quale gli stati

possono compiere indisturbati delle violenze illimitate contro le proprie

popolazioni, perfino dei genocidi contro interi gruppi etnici e classi sociali. Poco

a poco va maturando l'idea che forse sia giusto pensare di ridimensionare le

prerogative connesse alla sovranità nel nome del rispetto di alcuni principi

normativi prevalenti sul diritto degli stati a essere sovrani a casa propria, come

la protezione dei diritti umani. Di qui l'idea che siano ammissibili delle forme

d’ingerenza e anche intervento armato dentro gli stati da parte della società

internazionale per tutelare questi principi troverà accettazione per proteggere

e ripristinare diritti violati della popolazione. Questo è un ulteriore distacco

dalle forme istituzionalizzate della guerra interstatale.

Questo orientamento nel senso della riduzione della sovranità che da assoluta

diventa condizionata ha visto un ulteriore slancio a partire dagli anni duemila.

dottrina della responsabilità di

Una tappa fondamentale è stata la

proteggere e dell’intervento umanitario , a partire dal Kosovo nel 1999 e

fino in Libia nel 2011. Questa dottrina ha segnato la prassi politica

internazionale. La sovranità è definita in termini di responsabilità da parte delle

autorità statali a salvaguardare integrità e benessere delle popolazioni su cui

governano. Quindi si passa da un concetto assoluto a uno condizionato di

sovranità. Se lo stato non è più in grado di farsi carico di questa responsabilità,

spetta in via straordinaria alla comunità internazionale di intervenire, magari

perfino con mezzi militari. Accade per es in caso di pulizia etnica, genocidi o

stato che non è più in grado di impedire violenze di questo tipo perché è

diventato troppo debole, ad es in caso di fallimento dello stato (es Somalia).

Questa involuzione della struttura normativa del diritto internazionale ha anche

suscitato delle critiche aspre da parte di un’ampia platea di stati, che restano

affezionati all’istituto della sovranità assoluta di stampo westfaliano, che viene

vista, nonostante i suoi rischi e difetti, come una tutela e garanzia dei paesi più

deboli dall’ingerenza delle grandi potenze. Un certo numero di attori si

identificano quindi con la costituzione post-westfaliana e agiscono sulla base di

questi nuovi canoni e poi c’è un’altra platea che rimane fedele.

Pensiamo ai paesi usciti dalla colonizzazione, che in larga misura non sono

entusiasti dall’idea di perdere i benefici della sovranità in senso classico che

hanno conquistato da poco. Questi paesi dicono che forse gli europei e gli

americani si sono stufati della sovranità perché ce l’hanno da secoli, loro invece

vogliono tenersela stretta. Temono l’uso pretestuoso della responsabilità di

proteggere dalle grandi potenze interessate a quel territorio per i loro interessi

particolari. Il rischio di strumentalizzazione è indubbio. Pensiamo a quello che è

successo negli ultimi anni: nel 2011 si interviene contro Gheddafi teoricamente

per ragioni umanitarie, quando però non era chiaro che fosse in corso un

genocidio o crimini in grande scala, anche perché questo non stava accadendo.

Questo intervento è stato voluto da Gran Bretagna e Francia, poi sono dovuti

intervenire anche USA e Italia, per perseguire interessi di ordine geopolitico,

geostrategico e geoeconomico.

L'intervento militare in Libia ha portato poi al fallimento dello stato libico, non

solo alla soppressione del regime di Gheddafi. Era uno stato che funzionava e

oggi non c'è più. Non si è ricostruita l'unità statale della Libia, ci sono guerre

per bande, crisi dei profughi, criminalità diffusa e ha anche avuto un effetto di

spill over in area disastrate, diffondendo instabilità fino all'Africa subsahariana.

In molti paesi, sullo sfondo di queste realizzazioni compare la responsabilità di

proteggere, vedono un ritorno alla vecchia dottrina della missione civilizzatrice

e dei trattati ineguali, dei protettorati umanitari. Si ricrea quindi un dislivello tra

alcune potenze e altri attori del sistema occidentale e intervengono per fare

tutta una serie di cose all'interno di questi stati, cambiando istituzioni e altre

cose che invece dovrebbero essere al riparo da interventi esterni sulla base

della sovranità di matrice westfaliana.

21/02/18

LA DIMENSIONE DEL TEMPO

I diversi sottosistemi regionali hanno una diversa storia alle loro

spalle e in virtù di questi diversi percorsi storici le arene regionali

funzionano in materia diversa sotto importanti aspetti . Mettere al centro

l'orizzonte storico temporale ci aiuterà a distinguere la politica internazionale

che si svolge in Europa e quella del resto dell'arena internazionale. L'Europa e

le Americhe negli ultimi anni sono state oasi di stabilità e cooperazione tra

attori tanto che fatichiamo ad affiancargli una visione hobbesiana o waltziana.

Tuttavia quasi la maggior parte delle aree extraeuropee ci appaiono come

luoghi di endemica instabilità e conflitto rispetto ai quali la caratterizzazione

hobbesiana sembra un edulcorazione della realtà. La dimensione del tempo ci

aiuta a mettere a fuoco le ragioni di questa profonda diversità e differenza.

Le diverse arene regionali non hanno la medesima età anagrafica. Sono venute

alla luce, si sono configurate e cristallizzate nella forma attuale in tempi diversi.

Inoltre non sono venuti alla luce attraverso gli stessi processi genetici, non

sono nati nello stesso modo. Distinguiamo qui dji sul piano storico temporale i

sottosistemi regionali sulla base della loro distanza dall'origine, a seconda della

loro formazione più o meno recente, e a seconda delle caratteristiche della loro

origine storica. L'idea su cui lavoriamo e che sistemi anarchici internazionali

con diversa età e genealogia, venuti alla luce in modo diverso, funzionano per

certi aspetti in maniera diversa.

Il nucleo geopolitico del sistema internazionale, ossia l'Europa, ha diversi secoli

di storia alle spalle. Esistite approssimativamente nella sua forma attuale da

diversi secoli. Tornando indietro nel tempo di vari secoli ritroviamo gran parte

degli Stati di oggi. Il sistema internazionale nelle Americhe si è formato invece

tra fine settecento, con l'indipendenza degli Stati Uniti, e i primissimi anni

dell'Ottocento con la nascita delle repubbliche sud americane. Invece gran

parte dell'arena internazionale si è formata nella sua forma attuale nel corso

della seconda metà ottocento ma soprattutto nel corso del novecento, nel

quadro di quattro grandi ondate di trasformazione politica, che sono stati anche

altrettanti processi di frammentazione politica. Prima l'arretramento dell'impero

ottomano dall'Europa, poi il collasso dei grandi imperi multinazionali ottomano,

austriaco e zarista con la prima guerra mondiale, poi lo smantellamento dei

grandi imperi coloniali europei e infine la dissoluzione dell'urss.

Troviamo dei sistemi internazionali regionali come quello del Caucaso che si

sono formati poco fa. Troviamo altri sistemi come l'Africa subsahariana formati

tra anni sessanta e settanta del novecento. Nel subcontinente indiano gli stati

sono nati nel secondo dopoguerra. Gran parte del medio oriente attuale si è

formata tra collasso dell'impero ottomano e il venir meno dei regimi dei

mandati istituiti dalla SdN, quindi tra fine prima guerra mondiale e secondo

dopoguerra.

Alle periferie dell'Europa occidentale i balcani si sono formati tra seconda metà

dell'Ottocento con la nascita di Grecia, Romania, Bulgaria e la prima della

prima guerra mondiale quando crolla l'impero austriaco. Quindi invece di

trovare una sincronia nel sistema internazionale, una piccola porzione del

sistema internazionale vive oggi la stagione della sua piena maturità o

vecchiaia, in particolare l'Europa occidentale e in parte assieme anche alle

Americhe, ossia l'occidente. Mentre l'area più grande sta ancora vivendo la sua

giovinezza, se non della sua infanzia. Già per questo semplice fatto dobbiamo

aspettarci che queste diverse posizioni siano ad un diverso grado di

consolidamento della loro architettura politica internazionale, ossia confini,

strutture territoriali, stati, identità nazionali e politiche. Questo nel segno di una

divaricazione tra Europa e altre arene regionali. Il consolidamento e la

solidificazione degli elementi prima citati con il passare del tempo iniziano ad

essere date per scontati.

L'altro elemento interessante è il modello genetico, ossia la genealogia diversa

di questi sottosistemi.

Dobbiamo ragionare sul diverso grado di autonomia o eteronomia dei processi

di formazione di questi sistemi regionali. Per autonomia si intende che un

sistema si è formato sulla base di dinamiche endogene, ossia scaturite

all'interno di quel sistema e non condizionate pesantemente da fattori esterni a

quell'arena regionale. Eteronomia invece è un sistema formato sulla base di

processi rispetto ai quali si è verificata un'ingerenza profonda da parte di forze,

attori e fattori esterni a quell'area.

L'attuale struttura politico territoriale europeo-occidentale è risultato di una

lunga evoluzione che avrebbe potuto dare esiti anche diversi rispetto a quello

di oggi, però questo risultato è stato l'esito di un processo politico costellato di

guerre, conflitti, manovre diplomatiche, politiche dinastiche, ma comunque un

processo politico che l’Europa ha condotto in una sostanziale autonomia, senza

significative ingerenze da parte di attori esterni a quest'area geopolitica. Quindi

la realtà politica territoriale si è delineata sulla base di una dinamica politica

indipendente, interna all’Europa stessa. In questo senso possiamo dire che

abbiamo a che fare con un processo autonomo.

La maggioranza delle arene invece sono venute alla luce grazie ad attori

esterni a queste aree che vi hanno esercitato a lungo un dominio coloniale,

imperiale, preponderante ed egemone, e quindi un processo genetico

eteronomo. Sono state le grandi potenze europee, spesso in una vera

operazione di ingegneria geopolitica a tracciare i confini tra gli stati. Hanno

stabilito gli assetti territoriali in queste regioni, hanno deciso in quali stati

dovessero nascere e in quale frontiere. Pensiamo ai confini rettilinei dell'Africa.

Sono stati disegnati a tavolino da attori esterni. Il medio oriente arabo e

un'area frutto di ingegneria politica soprattutto di Francia e Gran Bretagna,

grandi potenze coloniali. Hanno attuato un'opera di state building, condotta

sulla base del sistema dei mandati. Da questo si evince l'artificialità degli

assetti politico territoriali in queste aree e degli stessi stati che ne fanno parte.

Questi aspetti politici sono imposti dall'esterno invece di essersi delineati per

sedimentazione come esito di interessi, rapporti di forma presenti a livello

locale.

I confini degli stati dell'Asia centrale post sovietica soffrono di una simile

artificialità. Le frontiere tra gli stati forti dalla fine dell'URSS in Caucaso e Asia

centrale ricalcano i confini amministrativi tra vecchie repubbliche federate

nell'URSS e decisi dal governo sovietico a Mosca negli anni dell'unità sovietica.

L'idea dei dirigenti sovietici di dare risposta alle aspirazioni nazionali dei popoli

non russi e ogni gruppo etnico nazionale divenne titolare di una sua Repubblica

e così veniva riconosciuto il pluralismo etno nazionale, si dava risposta alle

volontà di autodeterminazione. L'idea del centro era di tracciare confini ma in

modo da non creare repubbliche troppo compatte sul piano etno nazionale.

Ognuna di queste doveva contenere delle minoranze etno nazionali in modo

che nessuna avesse istanze separatiste.

Una seconda caratteristica del processo genetico è che mentre l'Europa è nata

attraverso un processo di aggregazione e concentrazione dello spazio, del

territorio, della potenza da parte degli Stati che ne fanno parte, i sistemi

extraeuropei sono venuti quasi sempre alla luce attraverso un opposta

dinamica di frammentazione, di unità politiche imperiali e coloniali precedenti e

poi di ulteriore diversificazione dello spazio politico. L'Asia meridionale ebbe

l'indipendenza prima dell'impero britannico, poi la partizione tra India e

Pakistan, poi la secessione del Bangladesh dal Pakistan. La presenza e

persistenza dei sistemi internazionali nati da processi di frammentazione di

procedenti spazi unitari e la presenza di residui di unità, ereditata dalla

precedente unità politica sono tracce di unità difficilmente eliminabili. Si tratta

a volte di residui simbolici, immateriali, identitari, altre volte sono più tangibili,

funzionali, economici.

Pensiamo alla presenza di lingue franche o spiccata parentela linguistica.

Spesso importate precedentemente dal centro imperiale. L'inglese in India,

Pakistan e Bangladesh è ancora lingua ufficiale. Pensiamo ai francesi in Africa

sub sahariana e nel Maghreb. Pensiamo al russo nell'ex Urss. La lingua ha un

ruolo anche nell identificazione culturale, nazionale. Un traccia ancora più

visibile è la presenza di minoranze etniche.

Nelle precedenti entità multinazionali si era identificato un rimescolamento

delle popolazioni a causa di una deliberata politica del centro imperiale per

miscelare creando un'identità sovranazionale oppure per spontanei fenomeni

demografici di migrazione interna, matrimoni misti che hanno sparpagliato i

diversi gruppi etnici in queste vaste compagini unitarie. I paesi nati dalla

frammentazione di queste entità hanno conservato al loro interno gruppi

cospicui estranei alla nazione titolare di quello stato.

Ci sono anche residui di unità a livello economico: linee autostradali,

ferroviarie, telecomunicazioni. Pensiamo agli oleodotti e gasdotti del vecchio

spazio sovietico ,come quelli che passano per l'Ucraina. A volte questi derivano

dalla divisione del lavoro produttivo, quindi dalla specializzazione di alcune

aree che poi sono diventati stati indipendenti. Al momento della frantumazione

questa divisione del lavoro si è tradotta in interdipendenza tra gli stati

successori.

La Siria storica era interdipendente a livello economico

● Il Libano era il centro commerciale e finanziario, terminale di oleodotti e

gasdotti, aperto agli scambi.

● La Siria era specializzata in funzioni di interland agricolo e manifatturiero,

La frantumazione di questo territorio non ha cancellato del tutto questi legami.

Le differenze generano anarchie interstatali diverse tra loro.

● Da un estremo c'è l'anarchia consolidata dell’Europa, dell'occidente, con

forte livello di consolidamento dei suoi confini, assetti territoriali, degli

Stati che ne fanno parte. Qui ci sono stati forti, anche le piccole potenze,

con apparati collaudati efficienti, sono stati coesi sul piano politico al loro

interno. Si fondono su identità politiche nazionali antiche, radicate, ben

definite, cristallizzate, possono contare sulla lealtà politica delle rispettive

popolazioni e godere di una solida legittimità complessiva. Hanno avuto

molto tempo per state building e Nation building. C'è quindi consenso

che questi stati siano l'espressione naturale di sottostanti nazionalità.

● Al di fuori del perimetro di un'Europa occidentale e Americhe cambia lo

scenario perché è caratterizzato da basso livello di consolidamento degli

enti portati dell'architettura territoriale, geopolitica e degli stati che fanno

parte. Spesso sono stati deboli, anche le grandi potenze regionali a livello

militare, economico, demografico e di PIL spesso sono stati deboli. La

Siria era una grande potenza regionale dopo la fine dell'impero francese,

ora è uno stato debole. Altro esempio è l'Iraq, una delle grandi potenze

regionali dagli anni settanta agli anni novanta, che oggi è debolissimo.

Vediamo quindi stati con istituzioni deboli, poco coesi, che non hanno

identità politiche internazionali ben consolidate, sono divisi al loro interno

in gruppi e identità substatali che sfidano il monopolio della realtà

politica. Si identificano magari in altri stati.

Si traduce in un deficit di legittimità politica in questi stati perché gli stati

sono talmente divisi che suona inappropriata la caratterizzazione dello

stato come attore adottata da Waltz. Invece noi abbiamo parlato sempre

di attori politici, cioè gli stati. Si parla anche di stati fallimentari, a serio

rischio di frammentazione sotto il peso delle loro frammentazioni interne.

Questo è uno dei fenomeni più caratteristici del paesaggio degli stati

falliti: es Caso Somalia, Yemen, Pakistan.

In questi casi l’età lavora in senso inverso rispetto all’Europa e alle Americhe.

Questi stati hanno avuto poco tempo a disposizione per lo state and nation

building. D’altro canto si può aggiungere le che quest’impresa è stata resa più

ardua e complicata dal carattere eteronomo di questi stati, cioè dal fatto che

questi stati sono stati spesso il risultato di ingegneria politica e non l’esito di un

risultato endogeno dall’area. Le potenze esterne coloniali, responsabili della

formazione degli assetti territoriali hanno messo insieme in modo arbitrario dei

territori popolazioni eterogenee che erano destinate a incontrare la massima

difficoltà per sviluppare una condivisione. Sono venuti alla luce come aggregati

di minoranze, nessuna delle quali ha raggiunto una maggioranza assoluta. Il

governo si è trovato a governare uno stato a discapito degli altri gruppi. In

questo processo di incameramento dello stato, i gruppi dirigenti sono stati

sostenute dalle potenze esterne > intese arene regionali. Esempio significativo

è il Libano.

In Libano i francesi hanno fatto dei cristiani maroniti una minoranza dirigente,

incamerando le posizioni più importanti in politica e amministrazione. L’Iraq

fino al 2003 è stato lo stato degli arabi sunniti, emarginando i turchi e gli sciiti.

Un altro caso tipico è la Siria. Gli alawiti sono diventati una minoranza

assolutamente sovrarappresentata negli apparati statali nell'amministrazione,

nella burocrazia e nelle alte sfere militari. Quindi la genealogia di tipo

eteronomo ha unito cose che a volte forse avevano ragione di rimanere

separate oppure ha frammentato in vari stati territori e popolazioni che erano

state in precedenza legate da vincoli. Questi residui di unità hanno contribuito

a complicare la costruzione e il consolidamento di un nuovo assetto territoriale.

Interferiscono con la definizione dei confini e sullo sviluppo di identità

territoriali e politiche basate sui territori perché tendono a mantenere legami

transterritoriali e transnazionali con confini degli stati magari vorrebbero

spezzare ma non sempre riescono. Questi residui di unità concorrono a

delegittimare i confini, a renderli porosi, e mettono in discussione la legittimità

degli assetti territoriali degli stati. In questi sistemi eteronomi si ha una

nostalgia dell'unità, latente che periodicamente riemerge anche in modo

prorompente.

Qui troviamo diversi stati e gruppi che si identificano con un territorio e una

comunità che trascende quella su cui esercitano la loro sovranità o in cui sono

inseriti, stati che sentono il richiamo di terre irredente, sentono il vincolo di

legami nazionali con gruppi che sono collocati al di là dei loro confini e che

sono rimasti sotto la sovranità di vari paesi. Il caso del medio oriente arabo è il

più indicativo. L'odierna Siria è solo una parte della Siria storica che ambivano

a costruire i nazionalisti siriani, la grande Siria. Nel venti si riunì a Damasco un

congresso generale siriano che doveva essere espressione di un parlamento

siriano, che formulò la proposta della costituzione di una grande Siria con

Libano, Giordania, parte della Turchia e parte della Palestina. Questa istanza si

basava sulla Siria storica, territorio che da secoli aveva una storia comune è

una specificità e coerenza economica e che era rimasta unita da sempre e da

ultimo sotto l'impero ottomano. Doveva restare unita. Quindi fu proclamato un

regno siriano, guidato da Faisal, soppresso poco dopo dai Francesi con le armi.

Con i mandati fu poi spartita da inglesi e francesi. I francesi creano la piccola

Siria e poi il grande Libano, rimpolpato da una serie di territori che non

avevano mai fatto parte della provincia ottomana del Monte Libano.

Gli inglesi creano il regno di Transgiordania, che poi diverrà Giordania e poi

pensarono di suddividere la Palestina tra un'entità sionista e un ipotetico stato

palestinese. La ricostituzione della grande Siria storica è rimasta un obiettivo

politico, ma questi fattori si dividevano a loro volta in strumentalisti e finalisti.

● I finalisti credevano che la ricostituzione della Siria storica era la meta

finale dell'impresa di state building. La nazione siriana era parte del

mondo arabo ma dotata di una sua specificità, da esprimersi in uno stato

indipendente. Era soprattutto importante l'unità con il Libano.

● C'erano poi gli strumentalisti che credevano che la grande Siria fosse uno

stato intermedio, verso uno stato arabo più grande che comprendesse la

mezzaluna fertile e magari l'Egitto. La Siria era parte di una più ampia

nazione araba che avrebbe dovuto trovare un'entità statuale politica più

ampia. Aderivano al panarabismo e si opponevano alla divisione del

mondo arabo in una molteplicità di stati territoriali. Avversavano i

nazionalismi incentrati sui singoli stati arabi.

Esiste infatti un nazionalismo piccolo siriano, il libanismo, l’iraqismo. C'è

un’oscillazione che caratterizza tutti i principali stati arabi del medio oriente del

tentativo di costruire un patriottismo di tipo territoriale, inclusivo di tutti i

gruppi etno religiosi presenti, creando un'entità etnica su base territoriale come

il libanismo, dall'altro vediamo la tentazione di abbracciare un nazionalismo

panarabo, magari secolarizzato o religioso, destinato a risultare indigesto ai

gruppi non arabi. Questi gruppi potrebbero contare qualcosa in stati territoriali

ma non in un mondo panarabo. I curdi possono avere un ruolo nell’Iraq

autonomo o in una Siria più o meno grande, possono avere autonomia,

mantenere un’identità, ma in una grande nazione panaraba non conterebbero

nulla.

Il panarabismo ha assunto diversi tratti

- Secolare come con Nasser

- Religioso, quindi nazionalismo arabo, islamico e prevalentemente

sunnita che risulta più indigeribile alle minoranze arabo cristiane.

Pensiamo ai palestinesi cristiani, ai copti, ai cristiani libanesi.

Oppure pensiamo alle minoranze musulmane non sunnite, come gli

sciiti e gli alawiti.

L’Egitto a fine colonialismo aveva cercato di sviluppare un nazionalismo

territoriale, legandosi alla sua identità premusulmana, ossia l’ideologia del

faraonismo, ad un passato glorioso. L’Egitto è stato anche il paese che, però,

ha abbracciato il panarabismo nel modo più entusiastico. Con Nasser è stato

leader del panarabismo e la Lega Araba è nata come espressione di questo

nazionalismo panarabo.

È una realtà molto diversa rispetto a quella europea.

In un’anarchia consolidata come quella europea tende a prevalere il sostegno

dello status quo.

Prevalgono stati sazi che sono soddisfatti del territorio, che vogliono

conservarne l’esistenza. La cristallizzazione dei confini e degli assetti ha

diradato le dispute territoriali, le dispute sui confini. La realtà territoriale che

vediamo è entrata così a fondo che ci appare come l’ordine naturale delle cose.

Nessuna piccola realtà ha confronti di rivendicazione verso i vicini. C’è un

reciproco riconoscimento tra gli stati come portatori di identità contestabili e

radicate. Questa solidità e legittimità dell’architettura si risolve in un senso di

vulnerabilità e insicurezza degli attori. Questo è l’attenuazione dei fenomeni

tipici della politica di potenza.

Il venir meno delle rivendicazioni territoriali ha aperto la via a sempre più

spinte di fiducia e cooperazione reciproca che culmina nella disponibilità a

cedere parti della sovranità internazionale (es UE). L’opposto accade nelle

anarchie immature di formazione recente. Qui prevale una domanda di

revisione degli assetti e il sistema tende ad inclinare verso l’instabilità, violenta

e radicale degli assetti.

Qui abbondano e continuano ad esserci dispute territoriali, c’è un’egemonia del

conflitto.

Troviamo a volte un revisionismo territoriale radicale in cui gli stati mettono in

dubbio l'esistenza stessa degli altri stati. Pensiamo al riconoscimento di Israele.

Israele è percepito come stato coloniale costruito dalle potenze esterne. L'Iraq

si è rifiutato a lungo di riconoscere il Kuwait, considerandolo come parte

integrate del territorio iracheno. La Siria si è rifiutata a lungo di riconoscere il

Libano. A turno le grandi potenze arabe si sono conferite al panarabismo

abituando ad aggregare il mondo arabo.

Questa visione revisionista di unità araba equivale anche ad un’ambizione a

sopprimere questa pluralista di stato. È un revisionismo radicale dentro il

mondo arabo. Tipica di queste anarchie di recente formazione e quindi

l’oscillazione di cui non c'è un corrispettivo in Europa. Ci sono fenomeni

aggregativi volti al superamento della parcellizzazione esistente e poi

l’esistenza opposta di territorialità i e se non un'ulteriore frammentazione

territoriale. Nella storia del Medio Oriente ci sono molte iniziative fusioniste

come la Repubblica araba unita, caso più clamoroso, unione tra Egitto e Siria a

cui avrebbe voluto partecipare anche l'Iraq. Avrebbe dovuto funzionare in quei

paesi come un catalizzatore di un ulteriore accorpamento del mondo arabo.

Oppure pensiamo allo spazio post sovietico con la creazione della comunità

degli Stati indipendenti con l'idea che gli stati post sovietici dovessero

intrattenere rapporti speciali in virtù dei legami che sussistevano

precedentemente.

Questa tendenza ricorrente alla funzione nel caso dell'Isis trova un ultimo caso

per uno stato siro-iracheno che cerca di essere catalizzatore di un'unione

arabo-sunnita. Questi casi di tentativi di riunificazione mostrano come la

tensione all'unità possa contenere semi di conflitto, in parte perché i progetti di

riunificazione sollevano immediatamente la questione della leadership, chi

debba diventare centro di un nuovo soggetto politico militare. Su questo si è

arenato proprio il progetto della Repubblica araba unita. Questi progetti

unionisti mettono in discussione la legittimità dell'esistenza di tutti quegli altri

stati che hanno i requisiti per essere ammessi al progetto aggregativo ma

preferiscono tentare di costruire una nazione separata.

Nel nome della solidarietà tra stati arabi la RAU lanciò una sfida radicale a

paesi come Arabia, Giordania e Libano, restii a prendere parte al progetto

unitario e divenne una ragione di conflitto tra l’Egitto che cercò di condurre

questi paesi nel panarabismo e gli altri paesi che rimasero gelosi della loro

indipendenza.

Ne nasce un circolo perverso in cui unionismo e particolarismo si delegittimano

a vicenda e creano tensioni. Negli ultimi trenta/quaranta anni vediamo i

particolarismi territoriali di stati che fanno arenare il progetto di unità, però non

riescono a screditare del tutto questi ideali unitari, non riescono ad eliminarli

del tutto. D'altro lato vediamo la ricorrente irruzione di questi ideali unionisti

che indebolisce i particolarismi territoriali ed intralciano il definitivo

consolidamento degli Stati esistenti, tendono a screditare i nazionalismi

territoriali, perché tengono in campo una potenziale alternativa, che

mantengono appeal sulle popolazioni locali.

Questi ideali unitari finiscono spesso per alimentare ed inasprire lo scontro

dentro gli stati esistenti, tra coloro che vogliono confluire in unità territoriali più

vaste e coloro i quali si oppongono. Questo indebolisce ulteriormente la

coesione politica degli Stati esistenti e complica la costruzione di patriottismi

territoriali.

Vediamo un’oscillazione tra fusione sovranazionale e guerra civile. Il caso del

Libano è centrale. L'emergere del panarabismo nel medioevo oriente

(soprattutto di stampo arabo sunnita) ha condotto alla radicalizzazione della

comunità maronita, che non voleva entrare un grande stato a maggioranza

arabo-sunnita portando alla crisi libanese nel 1956 prima e poi in varie guerra

successive. La vicenda dello stato islamico (ISIS) ci mostra questa altalena tra

tendenze isolazioniste e guerra civile nelle unità politiche esistenti. C’è una

tensione per cancellare i confini artificiali territoriali (considerati imposizione

delle potenze coloniali) e vuole creare un'unione, ricompattando Siria storica,

mezzaluna fertile e tutto il mondo arabo sunnita.

D'altro lato vediamo come questo produce e inasprisce i conflitti dentro le

compagini politiche attraversate da questo fenomeno. Suscita strenua

opposizione di tutti quei gruppi etno religiosi che hanno l'aspettativa di essere

esclusi e marginalizzati in un'unità arabo islamica come quella perseguita

dell'Isis stesso.

Arene di questo tipo, di recente formazione, che funzionano come abbiamo

detto, sono arene di sicurezza. Diversamente dall’Europa, queste arene

regionali sono ancora sprofondate nel segno dell'insicurezza e anzi vivono una

insicurezza profonda. Nessuno si sente davvero sicuro nei suoi confini perché

sa che c'è qualcun altro democrazia che non riconosce l'ordine territoriale

esistente e ambisce a cambiarlo. A volte gli stati si trovano ad essere

minacciati da stati regionali con cui condividono poco o niente e altre volte

sono minacciati da stati con cui condividono troppo. In fortuna della

condivisione di altri stati vorrebbero ridurre il pluralismo territoriale.

La grande Siria non riconosce il Libano, l'Isis non vuole saperne di vari stati

indipendenti. Gli stati non sono sicuri perché l'ordine esistente può essere

minacciato sia da chi sta fuori dai propri confini sia da chi sta dentro.

In tutti i sistemi di recente formazione vediamo una duplicazione del fronte

dell'insicurezza. C'è sempre qualcuno che è pronto a contestare perfino la

nostra esistenza e qualcuno dentro pronto a defezionare e uscire dallo stato e

unirsi a chi sta fuori dai nostri confini. La politica di sicurezza nazionale degli

attori tende ad essere molto diversa dalla politica di sicurezza nazionale che

abbiamo conosciuto nel sistema moderno westfaliano. La politica di sicurezza

non si limita al contenimento del più forte a livello militare ed economico, ma

spesso consiste in una politica di contrasto degli attori che si fanno portatori di

un revisionismo ostile. I paesi che non aderivano al panarabismo la politica di

sicurezza consiste nel contrastare la politica di Nasser, magari ancor più di

Israele. La politica di sicurezza non si esaurisce in una politica di contrasto delle

minacce esterne, ma consiste nel sopprimere le spinte centrifughe dentro lo

stato e sopprimere le minoranze sleali. Di qui i fenomeni tipici della repressione

interna delle minoranze, fenomeni endemici di assimilazione forzata, pulizia

etnica, espulsione, esclusione dalla vita politica vista come politica di sicurezza.

Le difficoltà degli stati che fanno parte di anarchie di recente informazione a

concedere spazio alle minoranze non è solo segno di immaturità democratica o

intolleranza, ma deriva dal fatto che le minoranze vengono viste attraverso il

prima della sicurezza, come spinte centrifughe, alla luce dei rapporti politici tra

chi sta dentro e chi sta fuori.

26/02/18

ANALISI DELLA POLITICA ESTERA E PACE DEMOCRATICA

Sui fattori interni, cioè caratteristiche dello stato o che si riferiscono a soggetti

dello stato, fa riferimento con la terminologia dei livelli di analisi. Qualsiasi

oggetto di livello di analisi può essere studiato da diverse prospettive, macro,

micro, possiamo scegliere se concentrarci sull’insieme, sulla struttura


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze internazionali e istituzioni europee
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sarazanotta di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Carati Andrea.

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