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Appunti di psicologia sociale (secondo parziale)

Appunti integrati con lo studio delle slide del corso di psicologia sociale. gli appunti sono utili per il secondo parziale. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Volpato dell’università degli Studi di Milano Bicocca - Unimib. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Psicologia sociale docente Prof. C. Volpato

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ESTRATTO DOCUMENTO

- Lo stereotipo paternalistico, concernente il gruppo subordinato, esprime gli ideali del gruppo

dominante circa il comportamento del gruppo subordinato (es. gli stereotipi concernenti le

donne: più calorose, ma meno competenti degli uomini).

- Lo stereotipo paternalistico non è solo descrittivo ma anche prescrittivo

Hanno fatto delle ricerche rispetto a diversi gruppi sociali, per aggirare i bias, le domande

riguardavano gli stereotipi rispetto alla società.

Ex la società americana inserisce sempre nel pregiudizio di disprezzo, i tossicodipendenti e i

senzatetto.

È un modello molto usato oggi, il modello in assoluto più usato per i pregiudizi. I gruppi di basso

status e sfavoriti all’interno di una società accettano la loro situazione perché gli viene riconosciuto

di essere dei gruppi calorosi. Questi tipi di pregiudizi sono funzionali al mantenimento del sistema

gerarchico.

Stereotype Content Model (SCM)

Credenze ambivalenti relative alle categorie sociali aiutano i membri dei gruppi deprivati a

• tollerare la loro situazione.

Quando un gruppo risulta basso su una dimensione, è ricompensato sull’altra.

• Per questa ragione, gli stereotipi ambivalenti legittimano lo status quo più di quanto non

• facciano stereotipi puramente ostili (Fiske et al., 2007).

La riduzione del pregiudizio

Ipotesi del contatto formulata da Allport nel 1954. Per Allport ciò che facilita la riduzione dei

pregiudizi è la conoscenza.

Condizioni per far sì che il pregiudizio sia ridotto:

1. cornice (discorso) istituzionale devono esistere delle norme sociali che favoriscono

l’uguaglianza e le istituzioni devono sostenere tali norme e promuovere l’integrazione. Ci

dice che le persone sono uguali e sono tutte messe sullo stesso piano

2. il contatto deve avvenire in condizioni di parità di status

3. collaborazione se stiamo collaborando insieme in vista di un obiettivo comune allora il

lavoro sarà più efficace

Problema:

Come si ottiene la generalizzazione degli effetti del contatto?

Potrebbe essere l’eccezione che conferma la regola. Quindi come si evita l’eccezione?

La generalizzazione avviene quando il gruppo di persone con cui ho il contatto sono considerate

persone tipiche o rappresentative dell’outgroup.

Amicizie extragruppo

L’amicizia che posso provare per un membro dell’outgroup fa sì che si riduca il pregiudizio. Chi ha

più amici che fanno parte di gruppi minoritari ha meno pregiudizi e più sentimenti di simpatia e

ammirazione ha nei confronti di tali gruppi. L’amicizia fa ridurre l’ansia per un gruppo che non

conosco, siamo tutti a disagio quando incontriamo persone dell’outgroup. È molto importante

l’atteggiamento di confidenza dei confronti di un membro dell’outgroup perché così diminuisce la

paura e nei confronti di tutto in gruppo.

Contatto diretto quando divento amica della persona che fa parte dell’outgroup

 

Il contatto indiretto:

 - Contatto esteso sapere che membri del proprio gruppo hanno amicizia all’esterno

riduce il bias intergruppi.

Ex Quando ho un’amica che è molto amica di una persona che fa parte dell’outgroup

allora anch’io provo una certa simpatia e meno ansia nei confronti del gruppo

- Contatto immaginato la simulazione mentale di interazione sociale positiva con uno o

più membri dell’outgroup riduce il pregiudizio, funziona anche con la visione dei film,

della televisione ma funziona anche con la radio

Il viaggio – the journey 2016 film di Nick Hamm 16/11/17

L’aggressività umana

Siamo i vertebrati che uccidono in modo più costante e deliberato, accettiamo e tolleriamo la

violenza.

l’aggressività umana l’uomo è un essere violento e aggressivo che può far male agli altri.

Siamo aggressivi contro la nostra specie e contro altre specie per sopravvivere (cibo). Siamo i

vertebrati che uccidono in modo più costante e deliberato e accettiamo e tolleriamo la violenza.

Ex chiesto a un campione di statunitensi se favorevoli o meno al bombardamento in Libia (1986):

 - 71% favorevoli

- 31% pensava che fosse un’azione effettivamente utile

1900 secolo più violento della storia umana, numero impressionante di morti per uccisione e guerra,

i civili sono più numerosi dei soldati. Il 900 introduce il bombardamento in guerra.

L’Italia è uno dei posti più sicuri al mondo per tasso di omicidio.

Definizione aggressività:

Infliggere in maniera intenzionale qualche tipo di danno agli altri. L’azione aggressiva è intesa come un

comportamento intenzionale che mira a provocare dolore a livello fisico o psicologico.

Non conta il risultato, ma la motivazione sottostante: la volontà di danneggiare o arrecare danno a

qualcun altro. Intenzionalmente facciamo del male agli altri, non ci concentriamo sul risultato ma

sull’azione.

L’effetto delle norme culturali

Ciò che viene considerato una forma di aggressività in una cultura può non apparire tale in un’altra.

Le norme sociali cambiano nel tempo, anche nello stesso periodo storico. Rushdie (scrittore indiano)

usa un linguaggio molto critico nel suo libro “I versetti satanici”. Billig è uno psicologo sociale molto

critico dice che gli psicologi sociali hanno interpretato come comportamenti negativi anche

comportamenti di ribellione e di rivolta contro il potere politico.

Berkowitz: Aggressività ostile: azione impulsiva, atto provocato da un sentimento di rabbia e mirante a

 infliggere dolore o un danno

Ex quando reagisco contro un’altra persona che mi ha fatto un torto e posso diventare

violenta, è un atto di rabbia impulsivo

Aggressività strumentale: azione premeditata, razionale. È legata al desiderio di ottenere

 vantaggi a spese della vittima. È speso causata da un calcolo di costi-benefici.

Ex quando pianifichiamo un’azione aggressiva nei confronti di un'altra persona, la

pianifichiamo in maniera razionale perché serve ai nostri scopi, non è un atto impulsivo ma è

qualcosa di premeditato.

L’aggressività umana è innata e inevitabile?

Dibattito “secolare” all’interno della comunità scientifica:

Hobbes: le persone sono in una lotta perpetua gli uni contro gli altri. Gli uomini, allo stato

 naturale, sono degli esseri “bruti”, e solo facendo rispettare le leggi è possibile frenare l’istinto

aggressivo.

Freud: introduce il concetto di Thanatos, una pulsione di morte ed energia distruttiva che è

 dentro l’individuo e che è il contrario di Heros, l’energia vitale.

Controversia tra natura e cultura

Dibattito classico sui fatti del comportamento umano che non ha ancora una riposta. Gli scienziati in

gran parte accettano l’idea che il comportamento umano sia frutto dell’interazione di fattori genetici e

ambientali. Il comportamento basato sulla genetica viene incanalato e modificato

dall’ambiente in cui ci troviamo, l’importanza dell’ambiente è molto alta perché fa sì che l’aggressività

venga fuori o rimanga dentro l’individuo.

Teoria psicodinamica

L’aggressiva umana nasce dall’istinto di morta, innato, contrapposto all’istinto di vita (Freud). L’istinto

di morte, Thanatos, è diretto primariamente all’autodistruzione; con la crescita però tale istinto si dirige

verso gli altri.

Teoria monofattoriale: l’aggressività si forma in modo naturale e deve essere liberata.

Teoria evoluzionistica di Lorenz

I comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale e al mantenimento della

specie. L’aggressività è una parte essenziale dell’organizzazione gerarchica all’interno di una comunità.

La teoria evoluzionistica asce con l’intento di studiare il comportamento animale in una cornice

evoluzionistica. Nelle specie animali come le scimmie possiamo studiare l’aggressività perché sono

simili all’uomo. L’aggressività negli animali serve per stabilire la gerarchia, i più aggressivi sono i

maschi Alpha che dominano sulla comunità. Questi studi però non possono essere adattati alla nostra

società perché è molto più complessa e prevedono una gerarchia basata sul potere.

Etologia

Gli etologi sottolineano gli aspetti positivi, funzionali, dell’aggressività. Gli etologi sostengono che

l’aggressività serva alla sopravvivenza della società e che l’istinto aggressivo è innato, ma il

comportamento aggressivo reale è suscitato da stimoli specifici dell’ambiente, conosciuto come

catalizzatori. Negli esseri umani l’atto di uccidere è legato all’odio e al risentimento ma anche ad una

pianificazione che non troviamo negli animali.

Lorenz ha esteso le sue argomentazioni agli umani, che sono in possesso di un ereditario istinto di

combattimento.

L’istinto di combattimento è un impulso innato che gli etologi considerano condiviso dagli umani e da

altri animali.

È naturale o no per gli uomini uccidere?

L’atto di uccidere nel mondo animale non implica odio, rabbia, o l’idea di uccidere, ma è semplicemente

un modo di procurarsi del cibo. Si tratta in effetti di aggressività all’interno della stessa specie. Nelle

nostre società la violenza estrema nei confronti dell’altro non è naturale. Lorenz sostiene che i

meccanismi inibitori acquisiti attraverso l’evoluzione rendono difficile per gli esseri umani uccidersi a

vicenda a mani nude. Quando la potenziale vittima segnala la propria sconfitta, reagiamo mostrando

compassione. Nelle guerre c’è una disumanizzazione del nemico, è più facile uccide l’altro se pensiamo

che sia una bestia.

Con lo sviluppo della tecnologia e delle armi è più facile uccidere tante persone, non funzionano più gli

effetti di inibizione che abbiamo quando ci troviamo faccia a faccia con l’altro. Tendiamo a provare più

tenerezza per i bambini anche grazie alla loro struttura fisiologica, ma se bombardiamo una città allora

non abbiamo più freni inibitori e non sappiamo cosa succede. I freni inibitori non esistono più.

Ci sono una serie di tipo biologico o anatomico che dicono che violenza umana è inevitabile, ci sono di

centri del cervello (ipotalamo) che vengono interessati quando si compie l’atto.

Sia l’approccio freudiano che quello evoluzionistico considerano dunque l’aggressività come “innata” ed

inevitabile. L’esistenza di un istinto aggressivo non trova però conferme dal punto di vista anatomo-

fisiologico:

Esistono delle aree cerebrali e dei sistemi biologici che regolano e sostengono le manifestazioni

 aggressive

La stimolazione di queste aree può produrre reazioni anche opposte

Teoria della frustrazione-aggressività

Teoria formulata per la prima volta nel 1939 da Dollard e colleghi e rappresenta l’inizio degli studi

sull’aggressività nel campo della psicologia sociale. Il comportamento aggressivo nei confronti degli

altri nasce da una frustrazione precedente, l’aggressività è una riposta alla frustrazione. La frustrazione

deriva da una deprivazione oggettiva determinata da un’interferenza con il soddisfacimento di un

bisogno elementare. La frustrazione provoca uno stato di eccitazione negativa, produce uno stato di

arousal, e l’individuo può sfogare il malessere che prova nei confronti di altri individui.

Esperimento di Barker, Dembo e Lewin esperimento sui bambini

A bambini venivano mostrati una grande quantità di giocattoli, che venivano però tenuti fuori

 dalla loro portata.

A seconda della condizione sperimentale, alcuni bambini potevano giocare immediatamente;

 altri invece dopo una lunga e snervante attesa (frustrazione).

I bambini che giocavano dopo una lunga attesa (frustrati) si comportavano in modo distruttivo

 verso i giocattoli.

La carica aggressiva non sempre può essere sfogata verso la causa della frustrazione:

Troppo potente

o Non identificabile

o Non immediatamente disponibile

o

Il più delle volte tale carica aggressiva viene dislocata su un individuo o gruppo estraneo (capro

espiatorio):

Diverso rispetto all’individuo o gruppo frustrato

o Debole

o Esposto, facilmente individuabile

o

Quando lo stato di frustrazione non può essere sfogato immediatamente allora l’individuo se la prende

con un sottoposto, con dei famigliari e sfogherà la frustrazione che ha provato in una certa situazione

sociale in un’altra situazione sociale dove può essere aggressivo. Si scarica la frustrazione non sulla

persona che l’ha provocata ma su un’altra più debole dislocazione dell’aggressività

I capri espiatori nelle relazioni intergruppi:

Hovland e Sears ricerca d’archivio negli USA del Sud tra fine 800 e primi decenni del 900: la

diminuzione del prezzo del cotone era associata con l’aumento di aggressioni razziali. I neri erano il

capro espiatorio. C’era una correlazione perché era una ricerca d’archivio, non una ricerca

sperimentale.

Un aspetto positivo della teoria della frustrazione è che ha messo l’accento sulle cause sperimentali ma

è anche una teoria che è stata molto criticata. Era una teoria molto semplicistica perché sosteneva che

a ogni sentimento di frustrazione era associato un atto di aggressività. Oggi sappiamo che molte

frustrazioni non sono associate con atti di aggressività e che molti comportamenti aggressivi non sono

preceduti dalla frustrazione (esperimento di Milgram)

Modello cognitivo neo-associazionista

Introdotto da Berkoviz, il modello sostiene che c’è una parte istintiva dell’aggressività ma ci sono dei

fattori situazionali o istintivo che sono così importanti e potenti che permettono lo scatenamento del

comportamento aggressivo. Berkoviz porta un sacco di prove: ci sono delle comunità “primitive” che si

sono date un codice violento o meno ma questo si può vedere anche nelle nostre società società

europea o canadese è diversa dalla società statunitense.

Cultura dell’onore Cultura dell’onore.

Una norma culturale studiata molto è la Ci sono società che contemplano al loro

interno la violenza e l’aggressività per chi viola le norme o macchia l’onore della famiglia o del gruppo.

Questa cultura è molto più presente nel Sud degli stati Uniti, ci sono molti omicidi legati a questa

cultura al sud rispetto al nord. Anche nei paesi mediterranei, un po’ meno nei paesi nordici dell’Europa.

Le cause dell’aggressività che sono state studiate:

1. Cause di tipo neurologico e chimico

2. Dolore e ambiente fisico se provo dolore divento più aggressivo ma anche il caldo lo può

provocare

3. Frustrazione (anche dolore morale)

4. Deprivazione relativa il confronto con gli altri lo provoca

5. Rifiuto, esclusione sociale rifiuto da parte degli altri, essere esclusi scatena l’aggressività

6. Deindividuazione Zimbardo e effetto Lucifero

7. L’apprendimento sociale noi impariamo ad essere aggressivi fin da bambini e questo

apprendimento continua con i media violenti 22/11/2017

Dolore e ambiente fisico

Quando una persona prova dolore, può diventare più aggressiva, probabilmente poiché si è meno

attenti agli altri e più concentrati sulla propria frustrazione. L’ambiente fisico può influenzare la nostra

aggressività, ad esempio alta temperatura, inquinamento, umidità.

Altri studiosi hanno studiato che gli episodi di aggressività sono più frequenti in una temperatura tra i

32-33 gradi, man mano che i gradi salgono la reazione naturale non è aggressiva ma passiva.

Vi sono una catena di studi che prendono spunto da osservazioni fatte nella realtà, che sono seguiti da

studi di tipo correlazionale e causale. Una teoria molto importante ed attuale, di Berkowitz negli anni

60, è la teoria del segnale-stimolo. Parte dalle estensioni più critiche della teoria della frustrazione ed

aggressività: effettivamente un evento negativo crea un arousal negativo, tuttavia, Berkowitz sostiene

che noi non lo sfoghiamo subito. Esistono dei segnali, secondo Berkowitz, che ci indicano se un dato

ambiente sia adatto allo sfogo della nostra frustrazione. Se gli aspetti non fossero salienti, o presenti, lo

sfogo di frustrazione non vi sarebbe. Vi è un esperimento di Berkowitz e LePage, detto “effetto arma”: i

soggetti dovevano svolgere un compito che veniva controllato da un complice dello sperimentatore;

ogni volta che i soggetti sbagliavano veniva somministrata una scossa, che poteva essere debole o

forte. A loro volta i soggetti dovevano somministrare le scosse, e coloro che avevano ricevuto scosse

forti, somministravano scosse più forti. Un’altra variante era la presenza o meno di un’arma; in

presenza di un’arma, le scosse forti erano significativamente di più. La presenza di un’arma aumenta la

probabilità che questa venga utilizzata in maniera aggressiva.

Un’altra causa dell’aggressività è l’esclusione sociale, molto dolorosa per chi la subisce; Twenge studia

a livello epidemiologico, quindi campioni molto grossi, una serie di reazioni sociali; in questo caso ha

manipolato sperimentalmente l’isolamento sociale: i soggetti dovevano compilare un test di

personalità, il cui risultato veniva falsificato, e veniva detto ai soggetti che tali test predicevano la loro

solitudine o meno; il risultato dell’esperimento indica che le persone per le quali era stato previsto

l’isolamento sociale, si mostravano più aggressivi.

L’aggressività è inibita quando le persone si assumono la responsabilità delle proprie azioni e seguono

le proprie norme morali (individuazione).

Un altro elemento preso in considerazione, è la deindividuazione ossia la perdita della propria

personalità; questa porta a comportamenti aggressivi, come individuato da Mullen, nell’86. Con la

deindividuazione l’individuo perde la propria individualità e i suoi atteggiamenti e comportamenti

guidati esclusivamente dalle norme instaurate dal gruppo. Il gruppo domina l’individuo. Messi in atto

comportamenti aggressivi giudicati moralmente immorali se vengono accettati all’interno del gruppo.

Mullen svolge un lavoro d’archivio in cui rileva i linciaggi nei confronti dei neri e trova una correlazione

tra il tipo di violenza e il numero di persone che partecipano. Più persone ci sono, più efferato è il

linciaggio. Interpretato alla luce della deindividuazione, le persone si comportano in maniera violenta

poiché si deresponsabilizzano.

L’esperimento di Johnson e Downing è innovativo poiché pone in luce che la deindividuazione era

sempre stata percepita come qualcosa di negativo, mentre loro sostengono che non sempre la

deindividuazione porti ad atti negativi. Dipende dal ruolo che la deindividuazione ti porta ad assumere:

vi era un primo gruppo in cui i soggetti si dovevano vestire con l’uniforme del Klu Klux Clan

(deindividuazione negativa); il secondo gruppo indossava abiti da infermieri (deindividuazione positiva)

mentre il gruppo di controllo non indossava nessuna uniforme (individuazione). Il paradigma prevedeva

che il soggetto dovesse somministrare a piacere scosse in caso di errore da parte del soggetto 2

(complice) nel recitare le sequenze di parole. La base line è indicata dal gruppo di controllo, relativo

all’intensità della scossa; il responso è che in base al tipo di deindividuazione, positiva o negativa, noi

assumiamo un determinato comportamento. Un dato analogo può essere quello rilevato

nell’esperimento di Zimbardo, rispetto al comportamento delle guardie.

Apprendimento sociale e aggressività

Bandura è uno studioso dell’apprendimento sociale dell’aggressività, partendo dal presupposto che

esprimersi in maniera aggressiva è qualcosa che si assorbe dall’ambiente circostante. Se noi viviamo in

un ambiente che permette la manifestazione dell’aggressività, allora impariamo a non trattenere

l’aggressività. Badura si occupa quindi del processo di modeling, ossia il bambino vede il

comportamento altrui e i risvolti di questo, e si adatta:

- Comportamento aggressivo ricompensa/approvazione degli adulti imitazione

 

- Comportamento aggressivo punizione/non approvato dagli adulti rifiuto del comportamento

 

Modeling: Processo di apprendimento che si attiva quando il comportamento di un individuo che

osserva si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo (modello).

Esperimento di Bandura

I bambini giocano con un pupazzo e sono divisi in tre gruppi:

- In un gruppo, il complice dello sperimentatore maltratta Bobo, un pupazzo;

- Nel secondo gruppo, il complice gioca in maniera non aggressiva con Bobo;

- Il terzo gruppo è un gruppo di controllo

I mass media diffondono atti aggressivi e violenti, dapprima nei cartoni animati poi nei film veri e

propri, che coltivano nei bambini l’aggressività. I video game aggressivi portano ad un aumento

dell’aggressività e ad una diminuzione della moralità. Sono i contenuti violenti ad aumentare

l’aggressività o sono le persone violente a scegliere determinati film e video games? Gli esperimenti di

Liebert e Baron servono a dimostrare che la causalità va nel senso dalla visione del programma al

comportamento violento.

Esperimento di Josephson

Si parte da due gruppi di adolescenti, un gruppo guarda un film violento e un gruppo guarda lo sport;

dopodiché vengono mandati a giocare ad hockey. I ragazzi che erano già aggressivi sono divenuti

ancora più aggressivi una volta visto il film violento.

Esperimento di Cline et al.

I contenuti violenti dei mass media, non solo aumentano l’aggressività, ma desensibilizzano gli individui

ad episodi simili in vita reale. Vi è una diminuzione dell’empatia nei confronti dell’altro.

Tutti questi esperimenti hanno i risultati più forti con bambini ed adolescenti, ma presenti seppur meno

forti anche negli adulti.

Pornografia e la violenza contro le donne

Contenuti pornografici sempre più liberalizzati e facilmente accessibili tramite internet, TV e riviste.

Diversi studi mostrano però come l’esposizione a contenuti pornografici possa stimolare comportamenti

aggressivi verso le donne e una maggiore accettazione della violenza sessuale. La combinazione tra

sesso e violenza sembra determinare un aumento dell’aggressività verso le donne e una maggiore

accettazione della violenza verso le donne.

Tuttavia, non solo un materiale strettamente pornografico può avere delle conseguenze negative verso

la donna.

Quotidianamente i mass-media trasmettono un’immagine della figura femminile come mero “oggetto”

sessuale, ad uso e consumo del desiderio sessuale maschile.

Se la donna è considerato non più come persona ma alla stregua di un oggetto, più probabile ne

vengano violati i diritti.

Punizioni

I sociologi si sono chiesti se le punizioni come risposta ad un comportamento aggressivo, sia positiva o

negativa. In generale le punizioni aggressive, aumentano l’aggressività nel bambino; inoltre le punizioni

reprimono a breve tempo il comportamento, perché poi vengono dimenticate. Questo argomento si

ricollega alla ricerca di Adorno.

L’empatia, la capacità di riconoscere e condividere le emozioni e sentimenti altrui, può e dovrebbe

essere insegnata e che va coltivata nei bambini; anche questa può essere coltivata attraverso l’effetto

modeling di Bandura. Tanto maggiore è l’empatia che provo verso altre persone, tanto

minore sarà la probabilità che mi comporti in modo aggressivo verso di loro: li considero simili a me,

capaci di provare emozioni e sentimenti simili ai miei. 23/11/17

Le relazioni intergruppi

Ci aiutano a spiegare relazioni e conflitti tra gruppi; due di queste teorie sono state provate da

esperimenti molto famosi.

La teoria della deprivazione relativa

La teoria della deprivazione relativa ha un nucleo concettuale simile a quello della teoria della

frustrazione-aggressività; si parte dall’idea che noi ci sentiamo frustrati quando ci sentiamo deprivati,

ossia ci confrontiamo con altri o con il nostro passato e ci rendiamo conto di avere meno di quello che

pensiamo di meritarci. Tale stato può determinare aggressività sia a livello del singolo che intergruppi.

Questa teoria viene usata per spiegare anche conflitti di tipo economico e in ambito lavorativo; per

tanto è stata invocata più volte durante i periodi di crisi economica, ad es. nel 2008. La teoria parte da

una ricerca di Stouffer, scritta nel 1999, ma che raccoglie dati di anni precedenti. Stouffer è un

sociologo americano che scrive il testo “il soldato americano”; egli è uno di quei sociologi che riceve

grandi fondi durante la seconda guerra mondiale per fare ricerche nei ranghi dell’esercito, in particolare

rispetto al livello di soddisfazione dei militari nell’esercito americano. In questa ricerca giunge ad un

risultato inaspettato: i militari dell’aviazione mostravano un certo tasso di insoddisfazione più alto dei

militari che appartenevano ai corpi dell’esercito; è un dato controintuitivo, poiché dal punto di vista

degli indici oggettivi (reddito, velocità di carriera, etc.) l’aviazione stava meglio dell’esercito. Gli indici

soggettivi, tuttavia, indicavano che l’aviazione si trovava peggio. Questa discrepanza si risolve con una

spiegazione teoria che è il nucleo della teoria della deprivazione relativa: all’interno dell’esercito, tutti

hanno una carriera lenta con stipendi bassi, io mi comparo con i miei simili e mi sento soddisfatto; nel

momento in cui uno riceve una promozione, allora io mi confronto e ritrovo uno stato di insoddisfazione.

Un altro dato indica che i soldati neri del sud degli stati uniti sono più soddisfatti dei soldati neri che si

trovano negli stati del nord, poiché i primi si confrontano con i civili neri che sono molto più discriminati

di loro.

La teoria della deprivazione relativa viene sistematizzata da Gurr, nel 1970, e ne formula una

definizione: è una percezione (non oggettivo) di una discrepanza tra lo standard di vita di cui godiamo

e quello a cui pensiamo di aver diritto. Si parla di “standard” ossia di una situazione reale per come

viene percepita dal soggetto; è un ambito di studi che si presta a interpretare lo status di vita delle

persone. Si può dire che è lo scarto tra l’aspettativa di vita e ciò che effettivamente è.

Runciman fa una grossa indagine in cui confronta la situazione dei colletti blu e dei colletti bianchi in

Inghilterra. I colletti blu sono gli operai (deriva dal fatto che indossano una tuta), mentre i colletti

bianchi sono gli impiegati (indossano la camicia); Runciman riscontra che c’è più insoddisfazione tra i

colletti bianchi che tra i colletti blu. È un risultato inaspettato poiché gli indici oggettivi indicano che i

colletti bianchi stanno meglio di quelli blu, visto che hanno uno stipendio più alto, hanno una qualità di

vita migliore, vivono in quartieri migliori. I colletti bianchi si dichiarano più insoddisfatti poiché nel

secondo dopo guerra, sono state introdotte una serie di riforme che promuovevano la disparità sociale,

che aiutavano i colletti blu; ad esempio il Welfare State, che rivolgendosi a tutta la popolazione, aiuta in

particolare le fasce più basse. In questa situazione, i colletti bianchi si sentono di aver perso una parte

dei loro privilegi.

Runciman dice che ci sono due stati di deprivazione relativa:

- Egoistico: il confronto che io faccio sono interpersonali intragruppo; quindi è la situazione descritta da

Festinger nella teoria del confronto sociale.

- Fraterno/Collettivo: nasce da un confronto intergruppi, ossia tra gruppi sociali; è quella sperimentata

dai colletti bianchi rispetto a quelli blu.

La differenza dipende dal termine di confronto. Alcune ricerche si occupano di capire quali sono i

determinanti della deprivazione relativa:

1. Davis sostiene che molta parte del sentimento di deprivazione relativa, tiene conto

dell’esperienza passata. Egli traccia una curva J basandosi su una serie di eventi storici; sull’asse

delle y vi è il tenore di vita e sulla x vi è il passare del tempo. Man mano che il tempo passa, io

mi aspetto che il tenore di vita migliori ed in effetti per un certo periodo, le cose sono in linea

con le aspettative. Si arriva ad un punto storico in cui il tenore di vita resta stabile (guerra, crisi

economica, etc.) e poi inizia a diminuire; secondo Davis questo non incide direttamente con le

aspettative, che continuano a crescere. Le mie realizzazione, iniziano tuttavia a decrescere e qui

si ha la deprivazione relativa.

a. È una teoria sostenuta a livello storico, ad es. la rivoluzione francese o la rivoluzione

russa, che prevede che gli eventi d’impatto storico possano essere studiati in base a

questo modello. La rivoluzione nasce dal sentimento di deprivazione relativa.

2. Il confronto tra gruppi:

a. Vanneman e Pettigrew mostrano che sono gli individui che sperimentano deprivazione

relativa di entrambi i tipi, che mostrano più pregiudizi nei confronti dei neri; viene

dimostrato che la deprivazione relativa porta al pregiudizio.

b. Un’altra ricerca fatta in India, da Tripathi e Srivastava, vede una contrapposizione tra

popolazione musulmana ed indù. In questa ricerca i partecipanti sono i musulmani, e si

rileva che coloro che provano più deprivazione relativa, sono anche quelli che hanno più

pregiudizi nei confronti degli indù.

c. Una ricerca fatta in Quebec, rileva che le persone con più deprivazione relativa sono

anche quelle che si muovono di più in senso di protesta indipendentista.

La protesta sorge quando c’è una percezione di ingiustizia ma anche di efficacia, ossia di

effettiva possibilità di cambiare le cose, e quando vi è un’identità sociale, ossia ci si riconosce

come gruppo o categoria con elementi comuni. La protesta diventa elemento collettivo solo

quando si ha la sensazione di poter cambiare la situazione.

La teoria del conflitto realistico di Sherif

Sherif, già incontrato per l’esperimento delle norme collettive ossia di formazione del consenso, è uno

studioso turco che, una volta tornato in Turchia dopo essere stato in USA, viene incarcerato per alcuni

mesi per controversie, dopodiché torna in USA e li rimane. Nel 1966 pubblica un libro in cui vi sono tutti

i suoi esperimenti più famosi, detti “esperimenti dei campi estivi”; le relazioni tra gruppi modellano i

nostri atteggiamenti nei confronti degli altri, e, a seconda se vi è competizione o cooperazione, si

creano dei comportamenti positivi o negati. Sono esperimenti sul campo, poiché vi è la manipolazione

di variabili dipendenti e indipendenti, in una situazione il più possibile simile a quella reale.

Vengono cercati dei ragazzi adolescenti, tutti maschi, bianchi e di classe medio/alta che non si

conoscono tra di loro, e prima di mandare la candidatura vengono sottoposti ad una serie di test per

stabilire che sono ragazzi “normali”. Vengono eliminate, quindi, le variabili di disturbo. I 24 ragazzi

selezionati vengono portati nel luogo del campeggio dove vi sono varie fasi sperimentali:

- Giorni di acclimatazione: i ragazzi cominciano a formare delle amicizie, dei piccoli gruppi e inizia

quindi la socializzazione. Dura alcuni giorni con attività normali.

- Gli sperimentatori sono gli adulti che organizzano le attività e dividono in due gruppi, 12 e 12, i

ragazzi, fornendo loro elementi di riconoscimento e si sviluppa una cultura di gruppo. Nella

divisione, gli sperimentatori si occupano di dividere le amicizie formatesi nei primi giorni; ciò

viene fatto per evitare che eventuali fenomeni dovuti a legami precedenti.

- Si sviluppano naturalmente dei leader ed una struttura di gruppo; gli sperimentatori creano delle

situazioni (generalmente gare sportive) per cui si verificano conflitti di gruppo. Queste situazioni

di possibile conflitto si crea grazie al concetto di “scarsità di risorse”, ossia il premio può essere

vinto da uno solo dei due gruppi (un vincitore e un perdente). Vi sono delle risorse che sono

necessarie e che non possono essere divise. Entrambi i gruppi vogliono la risorsa, ma uno solo

dei due può ottenerla; nasce quindi il conflitto, accompagnato da una serie di elementi

tipicamente psicologici:

Pregiudizi reciproci

o Fenomeni di stereotipizzazione

o Favoritismo per l’ingroup (ad es. tutti sovrastimano la prestazione dell’ingroup)

o I gruppi tendono a cambiare leader, ossia i leader informali vengono sostituiti da

o personalità forti e più autoritari.

- Fino a questo momento, l’esperimento procede in questa maniera. Sherif ora vuole vedere se è

possibile ridurre il conflitto: pensano che per sedare il conflitto, bisogna introdurre un clima di

cooperazione. Introducono quindi gli scopi sovraordinati, ossia obiettivi comuni a tutti i soggetti,

ma che nessun gruppo può raggiungere da solo; gli scopi introdotti non riguardano solamente la

sopravvivenza, ma anche cose come il noleggio di un film (negli anni 50 la tv non era molto

diffusa e noleggiare gli elementi era molto costoso).

Nel terzo esperimento, la riduzione dell’ostilità non è così evidente. Non basta introdurre un solo scopo

sovraordinato per ridurre l’ostilità, ma richiede più scopi sovraordinati, a cui partecipano in misura

paritaria entrambi i gruppi, e molto tempo. Il terzo esperimento viene concepito in maniera differente, e

vengono creati due campeggi, indipendenti uno dall’altro, senza che ciascuno sappia dell’altro. Passati i

primi giorni di acclimatazione, i due campeggi si incontrano: vengono fuori richieste spontanee di

conoscere l’altro gruppo e di competizione; vengono anche fuori una serie di osservazioni già

caratterizzate da stereotipi e favoritismo per l’ingroup. Ciò non era stato previsto dagli sperimentatori

poiché il conflitto compare anche prima che vi sia una competizione; da qui parte T, egli sostiene che

alcuni conflitti nascano da ragioni puramente psicologiche, senza la necessità di una competizione

realistica, ossia la necessità di sentirsi superiori.

Questa teoria si chiama del “conflitto realistico”, ossia basata su situazioni oggettive, che viene molto

impiegata soprattutto nel campo delle relazioni internazionali e negli ambienti lavorativi. Sono state

formulate alcune critiche a questa teoria; importante è la critica che sostiene che Sherif parta dal

presupposto che il conflitto sia una cosa negativa. In realtà più volte nella storia viene dimostrato che il

conflitto sia utile a portare al cambiamento sociale, quindi che inneschi un evento positivo. Un’altra

critica riguarda la situazione ipotizzata da Sherif, secondo cui non vi è possibilità di uscita per i due

gruppi ossia i ragazzi sono bloccati lì, nel campo. Una terza critica riguarda il fatto che i due gruppi

sono pensati per essere gruppi simili; questo nella realtà non succede quasi mai. 28/11/2017

La teoria dell’identità sociale di Tajfel (1981)

Tajfel parte della definizione di identità sociale che dice che “è quella parte di identità di ciascuno di noi

di appartenere a dei gruppi unita ai valori dettati da questa appartenenza.”

Il concetto di sé deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale.

Ci sono dei valori che sono collegati a ciascuno dei nostri gruppi. La teoria dell’identità sociale è una

teoria che è stata formulata nel corso degli anni 70 per spiegare i risultati di alcuni esperimenti su

gruppi minimi (esperimento importante che ha dato dei risultati inaspettati).

Tajfel voleva creare una situazione in cui non c’era appartenenza di gruppo (esperimento iniziale in cui

l’appartenenza di gruppo era talmente minima che ancora non esisteva)

1. Esperimento va in una scuola media e proietta ai ragazzi delle immagini di quadri astratti di

Klee e Kandinskij.

Gli sperimentatori chiedono ai ragazzi di scrivere su un foglio le loro preferenze e poi gli

assegnano a due gruppi in base alle loro preferenze dei quadri. È un’assegnazione fittizia perché

nessuno guarda i fogli.

In questo modo Tajfel ha creato due gruppi minimi nel momento in cui l’esperimentatore li assegna a

due gruppi, sono dei gruppi minimi che non hanno una storia passata e che non avranno una storia

futura. Sono dei gruppi che non hanno conflitti di interessi né ostilità, sono privi di contatti (i ragazzi

non sa chi sono i membri dei due gruppi).

Paradigma del gruppo minimale: dimostrazione sperimentale che la semplice categorizzazione di

individui in due gruppi attraverso un criterio insignificante e arbitrario porta tali individui a favorire il

proprio gruppo e a differenziarlo positivamente dall’outgroup.

I gruppi minimali hanno:

Assenza di storia di gruppo

o Assenza di conflitto di interessi

o Assenza di ostilità

o Assenza di interazione tra i membri

o Assenza di interesse personale

o

I ragazzi devono attribuire dei punteggi a un altro membro dei gruppi, non possono mai assegnare

punteggi a sé stessi. Ai ragazzi viene scelto di scegliere una sola casella delle matrici che sono state

costruite in un modo che possano esprimere 4 possibili scelte.

1. Scelta di equità 13/13

2. Scelta di favoritismo per l’ingroup 25/19, ma esiste anche una lettura in cui il soggetto non

distingue tra ingroup e outgroup ma tra studenti e sperimentatore e quindi faccio una scelta di

massimo profitto comune

3. Scelta di massima differenziazione 7/1 scelgo una casella in cui porto a casa in minimo di

punti possibili che mi permette di differenziare positivamente l’ingroup dall’outgroup; non sono

interessata alle risorse in valore assoluto ma voglio solo distanziare l’outgroup il più possibile

La scelta più fatta è 7/1 seguita poi da 13/13.

Questi esperimento vanno ripetuti varie volte e ogni volta uno dei paradigmi leggermente diversi.

Basta creare nella mente delle persone in maniera sottile la categorizzazione per far sì che si crea un

favoritismo per l’ingroup e differenziazione per l’outgroup. Basta dividere i ragazzi in due gruppi per far

sì che favoriscano l’ingroup rispetto all’outgroup. Tajfel sostiene che i ragazzi cercano di differenziare le

due categorie per dare ordine ad una situazione poco sensata. Un’interpretazione alternativa può

essere che non è necessario utilizzare il gruppo come per interpretare i risultati, è sufficiente utilizzare

l’interpretazione di similarità. La categorizzazione sociale, quindi. In certe situazioni, può costituire una

base sufficiente per il favoritismo per il proprio gruppo (ingroup bias).

Noi siamo attratti dalla familiarità e dalla similarità e siamo portati a valorizzare gli individui che

condividono gli interessi con noi.

Esperimento di Billing e Tajfel

Due anni dopo, nel 1973 esce un altro esperimento che cerca di rispondere alla possibile critica sulla

similarità. Creano un esperimento più complicato del primo con 4 condizioni sperimentali:

A. Categorizzazione e somiglianza: i soggetti vengono divisi in base ad una supposta somiglianza

(preferenza per una artista rispetto all’altro)

B. Categorizzazione senza somiglianza: ripetono la prima fase ma i ragazzi vengono assegnati al

g4ruppo lanciando una moneta

C. Somiglianza senza categorizzazione: la prima fase è sempre uguale e nella seconda fase

chiedono ai ragazzi di utilizzare le matrici per assegnare un punteggio a un altro che ha scelto K,

a uno che ha scelto Kandinskij

D. Né somiglianza né categorizzazione: chiamano i ragazzi e gli dicono di dare il punteggio a altre

due persone, non si parla di gruppo né degli artisti

Nella prima condizione troviamo i risultati del primo esperimento. Abbiamo dei risultati significativi

nella seconda condizione (moneta). Nella terza condizione sperimentale appare una tendenza di

favorire i ragazzi simili a sé, solo tendenza, non c’è similarità significativa. Nella quarta condizione i

risultati sono random, non vi è significatività.

Nelle condizioni A e B c’è un favoritismo significativo per l’ingroup, mentre in C vi è una tendenza a

favorire individui simili a loro in D non c’è nessun errore sistematico.

La categorizzazione esplicita è molto più importante, nel produrre favoritismo, della somiglianza

interindividuale. In questi esperimenti non vi è conflitto oggettivo, la competizione è introdotta dai

soggetti. Essi analizzano una situazione diversa da quella del conflitto oggettivo di Sherif.

Il secondo esperimento serve a rafforzare le conclusioni di Tajfel.

La categorizzazione è un processo psicologico che ha la funzione di semplificare la nostra visione del

mondo e di darci un posto in esso: percepire sé e gli altri come membri di un gruppo sociale.

Grazie a questi esperimenti creano la teoria dell’identità sociale (SIT) che è caratterizzata da 4 concetti:

1. Categorizzazione sociale: per avere un comportamento riferibile all’identità sociale dobbiamo

percepire che ci sono dei gruppi diversi e che noi appartiamo a uno di questi gruppi, quando

abbiamo in concetto di categorizzazione sociale tenderemo ad accentuare le differenze tra

gruppi distinti e diminuiremo le differenze tra gruppi simili

2. Confronto sociale: attraverso questo processo le persone definiscono il valore della propria

appartenenza di gruppo.

3. Identità sociale: tutti gli individui hanno un bisogno di un’identità sociale positiva e quindi di

appartenere a gruppi che hanno una valutazione positiva.

4. Distintività: vogliamo appartenere a dei gruppi che si distinguono positivamente nell’ambiente

sociale

Il confronto sociale di Festinger ci porta a rapportarci con persone simili a noi; Tajfel dice che ci sono

anche dei confronti sociali intergruppi, molte situazioni sociali in cui siamo portati a confrontare il

nostro gruppo con altri gruppi del contesto sociale.

Il continuum interpersonale-intergruppi, consiste in una linea teorica con una polarità personale e

polarità intergruppi (dx). Secondo Tajfel non esiste nella realtà un polo puro in nessuno dei due casi. Noi

interagiamo sia sulla base delle nostre caratteristiche personali che su quelle di gruppo.

Polarità interpersonale rapporto mamma-figlio in cui il focus è sulle caratteristiche, qualità

 

reciproche; sullo sfondo di quel rapporto c’è la differenza di età quindi una ha più potere

dell’altra

In un rapporto d’amore sullo sfondo ci sono delle appartenenze categoriali che possono

 diventare salienti, c’è la differenza di genere uomo-donna

Non esiste un puro rapporto intergruppi.

Polarità intergruppo nel caso di un bombardamento aereo abbiamo due gruppi, abbiamo un

 

gruppo che fa cose su un altro ma gli indici di rapporto interpersonale sono azzerati.

Più una situazione sociale si avvicina all’estremità intergruppi del continuum:

Minore sarà l’influenza delle differenze individuali e delle relazioni personali tra i membri dei due

o gruppi

Maggiore sarà l’uniformità dei membri del gruppo verso membri dell’altro gruppo: si imporrà

o un’interpretazione condivisa delle relazioni tra ingroup e outgroup

Più forte sarà la tendenza dei membri dell’ingroup a trattare i membri dell’outgroup come

o un’unità indifferenziata.

Cosa succede con gruppi di potere ineguale?

I membri di gruppi maggioritari discriminano in maniera superiore rispetto a membri di gruppi

minoritari; la discriminazione è più forte da parte di gruppi con elevato potere, rispetto a gruppi con

potere assoluto.

Quali sono i gruppi di confronto?

Ci si confronta con:

gruppi simili al nostro poiché si crea salienza

o


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e.man

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicosociali della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher e.man di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Volpato Chiara.

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