Appunti di psicologia di comunità per educatore
Collocazione della psicologia di comunità
È da poco che la psicologia di comunità è divenuta materia di studi universitari (anni '90), e lo studio in Italia risale agli anni '70. La psicologia di comunità sostiene che sia importante lo studio della società e della realtà dove l’individuo vive per comprendere il disagio, il disturbo di quella persona. Dal 1978, con l’istituzione della “Legge Basaglia” (legge 180), si è cominciato a dare alla malattia mentale un approccio più sociale, istituendo così la psichiatria territoriale.
La psicologia di comunità è una scienza psicologica. Solitamente, queste ultime seguono però due strade: quella scientifica e statistica delle scienze neuro-cognitive e quella delle psicologie cliniche, terapeutiche, rivolte alla cura. La psicologia di comunità si colloca invece su una terza strada in quanto è una psicologia che si offre per attribuire significato alle problematiche dell’individuo e delle strutture sociali con le quali questi interagisce. Da qui l’importanza di inserirlo in percorsi di studio come quelli di scienze dell’educazione o formazione, rispetto a psicologia, in quanto si lavora sulle strutture sociali oltre che sull’individuo.
Psicologia sociale e psicologia clinica
La psicologia di comunità è quel sapere che deriva dall’incrocio di due grandi aree disciplinari storiche: la psicologia sociale e la psicologia clinica. Essa costituisce un’area di sovrapposizione di saperi psicologici spesso in continuo movimento. Il discorso di fondo su cui si basa la psicologia di comunità riguarda questioni circa l’essere umano, il suo rapporto con il mondo sociale e il rapporto con la soggettività-oggettività dell’esistenza.
Per capire il significato di una scienza bisogna analizzare le connotazioni linguistiche dei termini che vengono utilizzati nei discorsi di quella disciplina. Ad esempio, aggettivi come “sofferente, malato, disturbato, disadattato e disorientato” usati come nomi per identificare “l’essere umano”.
Analisi dei termini usati per descrivere l'essere umano
Apparentemente, i termini delineano un perimetro semantico omogeneo (sembrano avere simile significato) ma osservandoli più attentamente:
- “Un essere umano sofferente” è colui che sente ed è capace di ricevere segnali informativi dal proprio sistema sensoriale e quindi di dare risposte alle fonti o cause di tale stato soggettivo.
- Altro è “essere umano malato”, soggetto caduto in uno stato di patologia come condizione altra dell’esistenza rispetto alla salute, quindi una condizione di non-salute.
- L’“essere umano disturbato” è colui che ha una malattia o patologia che ha creato la rottura di un ordine soggettivo a causa di fattori interni (shock) o esterni (un messaggio sociale violento).
- Il “disadattato” è colui che è posto fuori dal circuito di rinforzi, ricompense dell’ordine sociale, procurando di per sé un malessere alla società e a sé stesso.
- “Disorientato” è invece colui in difficoltà nel suo rapporto con l’ambiente, sia sociale che fisico, come se si trovasse in una fase in cui non è lui colui che può decidere.
Si capisce quindi che non vi è molta similarità in questi termini analizzati, alcuni di essi tendono ad un versante positivo altri a uno negativo. La semantica è lo strumento per entrare nel mondo delle rappresentazioni degli individui; il valore è invece il contenuto psichico che fa da organizzatore dell’azione degli esseri umani. Sono i valori che fanno da poli di ispirazione dell’agire umano. Il valore colloca su un piano positivo o negativo il tema trattato, introducendo dei moralismi nelle teorie delle scienze psicologiche e sociali. Questo fa sì di creare accettabilità della diagnosi oppure prescrittibilità terapeutica (la società dà quindi un valore positivo o negativo a quello che è stato studiato accettandolo nella società come persona da curare o da capire ed accettare così com’è).
Interventi sulla persona o sull'ambiente sociale
In altre parole, di fronte alla situazione di un disadattamento o disagio di un individuo, si può pensare che occorrano degli interventi sulla persona, affinché essa riacquisti la propria possibilità di movimento nella struttura sociale in cui si trova. Si può anche pensare, come suggerisce la psicologia di comunità, che a cambiare non sia necessariamente la persona, bensì l’ambiente sociale nel suo insieme. Questa psicologia è impegnata nelle dinamiche sociali e politiche, in quanto è sulla relazione tra uomini e ambiente che la psicologia di comunità lavora e si impegna.
La natura funziona su leggi di adattamento: chi si adatta va avanti, chi non lo fa perisce. Se seguiamo questo modello le situazioni di disadattamento sono situazioni da emarginare, escludere e rinchiudere. Ma ciò che distingue noi esseri umani dallo stato di natura è la possibilità di trasformare la realtà. Qui il termine politica assume il significato di trasformare e progettare per vivere la realtà in modo adatto alle proprie esigenze.
Conclusioni sulla psicologia di comunità
In conclusione, possiamo dire che la psicologia di comunità è un’area di ricerca-intervento sui problemi umani, che si focalizza sulla loro interfaccia tra sfera collettiva e sfera individuale, tra sfera psicologica e sfera sociale. La comunità è quindi intesa come quelle persone che rientrano in un “cerchio sociale” immediatamente prossimo all’orizzonte individuale e famigliare del soggetto. Entro tale orizzonte la comunità è la tensione a costruire e mantenere aggiornati legami solidaristici, empatici e condivisi, con le persone che rientrano dentro l’orizzonte che si è detto. La comunità è anche quella verso cui nutriamo senso di fiducia, senso di obbligazione e responsabilità, solidarietà e partecipazione (verso gli altri e le istituzioni che la compongono).
Società e comunità
La società è l’esperienza che noi ci facciamo delle altre persone intorno a noi. Tal esperienza è veicolata dal significato che un soggetto assegna agli altri individui, a esso stesso entro i relativi contesti, alle strutture sociali, etc. Tali “altri individui” non sono intesi solo come soggetti autonomi ma anche come rappresentanti di strutture e organizzazioni in cui sono inseriti, in quanto ogni persona ricopre una certa porzione di struttura sociale che indica il modo in cui bisogna comportarsi in determinate situazioni abituali (es. metropolitana a Berlino dove non ci sono cancellini di entrata ma non vuol dire che il biglietto non dev’ essere pagato).
Rientrano invece nel significato di “comunitario” gli aspetti più centrali della personalità umana. Tönnies fa una distinzione sostenendo che il legame comunitario è basato sul dono; la forma comunitaria è infatti fondata sul sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea, predomina in epoca pre-industriale, che si contrappone al legame sociale basato prevalentemente sugli interessi, sulla razionalità e sullo scambio, dominante nella moderna società industriale.
La sociologia si interessa all’oggettività della struttura sociale, la psicologia sociale si interessa delle dinamiche che occorrono agli individui che sono in interazione, studia cioè le azioni e relazioni dei soggetti nell’ambiente. La psicologia sociale è attratta dai fenomeni psicologici che si verificano dentro le strutturazioni sociali, la sociologia è interessata al fenomeno sociale anche perché in sociologia non vi è il termine individuo, con le sue differenze, ma vi sono solo soggetti.
Metodo clinico e psicologia di comunità
Il termine clinico significa letto, il mobile dove stavano e venivano curati i malati; e questo metodo è basato sull’ascolto attivo, consapevole anche se non sempre efficace. Organizzare le informazioni percepite da questo ascolto è ciò che fa del metodo l’essere “clinico”, ed infatti viene esteso a più campi (antropologia clinica, pedagogia clinica, etc) tutti accomunati dal metodo interattivo-relazionale.
In conclusione, la psicologia di comunità rivolge il proprio sguardo agli individui che, in situazioni sociali particolari, vivono tematiche di disagio, di impotenza, di perdita dell’orientamento sociale. Essa opera sugli individui muovendo i propri sforzi di analisi e cura. Tutto ciò attraverso l’approccio dato anche dalla psicologia clinica che si può intendere come metodo che utilizza il rapporto interpersonale come strumento di conoscenza. La psicologia di comunità parte da questo individuo o gruppo muovendo un’attenzione clinica al problema e collocandolo all’interno di un contesto sociale.
La psicologia clinica si basa sull’ascolto attivo del malato, pur incorrendo in errori in quanto non si basa su metodi sanitari (prelievi o altro), ma pur sempre ascoltando in modo consapevole e organizzando le informazioni e verificandole. La psicologia clinica quale strumentario e la psicologia sociale quale orizzonte teorico, rendono così la psicologia di comunità una creatura ibrida, che insieme all’interesse per il particolare della psicologia clinica coniuga anche l’interesse per il politico e per la teoria sociale.
Il concetto di comunità secondo Tönnies
La prima elaborazione del concetto di comunità fu fatta risalire al sociologo Tönnies il quale ritiene fondamentale da un lato l’importanza delle spinte individualistiche e dall’altro i vincoli dell’appartenenza sociale ma anche afferma l’importanza dei diritti soggettivi di libertà ma anche l’importanza per l’individuo di appartenere ad una comunità. Partendo da questo, Tönnies assegna una connotazione nobile al concetto di comunità contrapponendolo al concetto di società.
- Nella comunità i rapporti possono essere visti come quelle relazioni che si intrecciano per costruire un organismo più ampio. La relazione è una categoria esistenziale che va al di là del possibile controllo individuale.
- Nella società i rapporti sono definiti contratti sociali, contrapposti ai rapporti organici presenti nella comunità, proprio per la posizione assunta dall’individuo.
- Nel contratto sociale le persone sono autorizzate a decidere su quali basi stabilire il rapporto fra sé e gli altri, per quali fini, con quali scambi.
- Dentro il rapporto organico invece l’individuo è assorbito dalla totalità delle relazioni.
- I rapporti presenti nella società sono basati sul principio degli interessi, l’individuo cioè usa la sua razionalità strumentale perché ha un certo interesse da perseguire e lo soppesa e valuta, a priori, rispetto ai suoi effetti possibili e alle risorse necessarie per raggiungerlo.
- La volontà organica (tutte le parti concorrono ad un fine comune) gli individui sono quelle parti che vanno a formare una realtà più ampia e più complessa che appunto è la comunità. Quindi la volontà organica mira all’unione delle parti al fine di mantenere unito l’organismo della comunità per lanciarla verso percorsi non sempre prevedibili a priori.
- Tornando alla società, il miglior mediatore è costituito dallo scambio economico. Il denaro è il mediatore principale nei contesti di società. Quindi lo scambio economico è il principale motore dello scambio sociale: “io ti do qualcosa se tu mi dai qualcosa”. Lo scambio va a buon fine quando entrambi gli individui realizzano una equivalenza e sono entrambi soddisfatti dello scambio.
- Nella comunità troviamo invece che la forma principale di scambio è il dono. Noi siamo abituati a pensare al dono come gesto, un’azione di gratuità che si dà senza niente in cambio. Un senso di dono è infatti la sua gratuità ma non è l’unico. In realtà, quando doniamo qualcosa in qualche modo ci aspettiamo un contro dono, magari non immediato, magari dilazionato nel tempo (curo mio figlio perché mi aspetto le cure da lui quando sarò anziano). Nella dinamica del dono c’è uno scambio di dare e ricevere vicendevolmente, ma senza cercare di raggiungere con un calcolo condiviso una forma di equivalenza, anzi per lo più lo scambio di doni mira al crescendo del donare (tanto ho ricevuto e di più contraccambierò). (Esempio: Ci sono anche esagerazioni come nelle tribù dove le famiglie aumentano i doni di volta in volta fino ad impoverirsi e c’è bisogno del “potlack”, cioè un blocco di questo crescendo di scambi e si riavvia il ciclo dei rapporti sociali.)
Conclusione sulla comunità
In conclusione, la comunità è quindi quel consorzio umano che sta insieme per volontà dell’io delle singole persone, un legame sempre attivato delle scelte delle persone che ne fanno parte. Un gruppo i cui legami vengono denominati organici, cioè che è l’insieme a dar vita alla realtà più grande dell’insieme delle singole parti. Una comunità è anche quel gruppo i cui legami sentimentali sono ben presenti e noti e scambiati tra i membri. È poi nell’ambito degli scambi di dono che la comunità appare differente dalla società; infatti qui vediamo la volontà razionale che trova nella manipolazione del denaro la migliore espressione della propria forma di rapporti che lascia il posto a una modalità del rapporto in cui le forme di vita della relazione vengono per lo più segnate dallo scambio reciproco di doni. Associazioni, movimenti, forme cooperative costituiscono realtà comunitarie in cui la solidarietà, il darsi vigore e sicurezza costituiscono il collante che attrae e tiene insieme le persone.
Il funzionamento psichico dell’individuo nella società
Non è nella condizione umana il vivere in isolamento, anzi, la necessità di dipendere per molti decenni da parte del piccolo dell’uomo fa sì che l’essere umano abbia come condizione dell’esistenza l’essere legato a qualcun altro (la madre, la famiglia, il gruppo di appartenenza, etc.). Questa tensione sociale dell’essere umano non costituisce una spinta verso gli altri e basta, ogni individuo può costituire anche un pericolo, un’altra persona da cui guardarsi; ecco allora che la spinta sociale è resa ambivalente dalle dinamiche della sicurezza, facendo sì che il percorso di socializzazione sia costellato di andirivieni, anche molto ampi e contraddittori. Le persone sembrano comportarsi diversamente a seconda delle occasioni sociali in cui si trovano.
Questo significa che quando due persone stabiliscono un rapporto di coppia troveremo fenomeni psichici che non si rintracciano nella situazione sociale del piccolo gruppo, e viceversa. Trentini parla di livelli del percorso di interazione sociale che prende avvio dall’iniziazione di un individuo. Il livello più semplice dell’interazione sociale è costituito dalla dimensione di coppia sociale. La scelta di un altro, il renderlo il privilegiato, da sì che l’altro di una coppia emerga nel campo psichico di una persona come un individuo, contrassegnato da valenze altamente positive.
Quando le persone si trovano insieme, sconosciute le une alle altre, si osservano la nascita di collegamenti privilegiati da parte di 2 persone rispetto alle altre, l’indicare l’altro come “amico” fa sì che ci si differenzi così dall’insieme sociale generico. Questo cercare un altro con cui legarsi in maniera peculiare è l’origine stessa del venire al mondo dell’essere umano. Questo livello di coppia ha come effetto di creare un confine tra la coppia e il resto della realtà che sta intorno. Dipende proprio dalla natura della biologia dell’essere umano di sopravvivere e crescere nel momento in cui c’è una persona speciale a cui affidarsi e con cui avere un rapporto speciale (modello trasferibile anche in relazioni come l’amicizia del cuore, il compagno di scuola con cui si va d’accordo, il fidanzato, etc).
Il passaggio dalla coppia al piccolo gruppo costituisce uno degli attraversamenti psichici più importanti, in quanto il piccolo gruppo costituisce un salto qualitativo nelle dinamiche comunicative e relazionali dell’interazione sociale che si viene a costituire dopo l'avvio di un rapporto di coppia.
-
Appunti Metodi e tecniche d’intervento in psicologia di comunità
-
Appunti esame Psicologia del benessere individuale e di comunità
-
Fondamenti di Psicologia di Comunità - Appunti
-
Appunti esame Psicologia dei gruppi